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07 ottobre 2009

Il Lodo Alfano e la Consulta


Se passasse la tesi di incostituzionalità del Lodo Alfano sarebbe una sentenza politica, priva pertanto di qualsivoglia sostanza giuridica. La Consulta non è un tribunale dove sia possibile far prevalere un teorema accusatorio: deve stabilire il rispetto della Costituzione ed il funzionamento dei poteri dello Stato. Il ricorso alla Corte Costituzionale è l'extrema ratio della correttezza istituzionale. Ha funzione di cautela e di controllo sulla democraticità di tutto il sistema legislativo. Una sentenza, inoltre, deve essere motivata con argomentazioni giuridiche. Deve anche tener conto della storicità delle sue sentenze. La sola contraddizione, rispetto all'evoluzione storica delle sentenze già emesse, potrebbe esser di per se una grave deriva ideologica.Se la Corte Costituzionale, infatti, non riuscisse a spogliarsi dalle incrostazioni ideologiche dello scontro politico in atto, e dalle stesse contingenze partitiche, mortificherebbe gravemente il suo ruolo. Se si dividesse, come nel Paese, come i tifosi di squadre concorrenti, senza entrare nel merito solo del principio costituzionale sollevato, e storicamente già affrontato con una sentenza motivata già emessa, verrebbe meno l'indifferibile ruolo di garante della democrazia rappresentativa incardinata sul ruolo della sovranità popolare. Se accadesse si renderebbe responsabile del possibile impedimento all'esercizio del mandato popolare, stabilendo altresì la possibilità per una magistratura militante di impedire le funzioni di Governo del Paese ai soggetti politici indicati dal popolo.
Vito Schepisi

14 novembre 2008

No ad Orlando. Per la Vigilanza Rai una persona di buonsenso

Era dal 30 aprile del 2007 che la Corte Costituzionale, per le dimissioni del Professor Romano Vaccarella, era rimasta priva del suo plenum. E solo poche settimane fa a completare la Consulta è stato eletto l’Avvocato Giuseppe Frigo. Il Professor Vaccarella aveva rassegnato le dimissioni, che ha reso poi irrevocabili dinanzi all’inerzia di Prodi e delle Istituzioni, per la pressione di membri del Governo sulla Consulta perchè respingesse la richiesta di referendum abrogativo di alcune norme della legge elettorale. La designazione del nuovo componente, come per prassi, nella circostanza era su indicazione della componente di centrodestra. Ci sono però voluti 20 mesi, e c’è voluta la sostituzione da parte del centrodestra dell’iniziale indicazione dell’Avvocato Gaetano Pecorella con quella dell’Avvocato Giuseppe Frigo, per consentire alla Corte Costituzionale di rientrare nel pieno della sua collegialità.
La sinistra lamenta ora la indisponibilità dichiarata dal centrodestra a votare l’onorevole Leoluda Orlando alla Presidenza della Commissione Interparlamentare di Vigilanza della Rai, e considera un affronto l’elezione con i voti della maggioranza del senatore Riccardo Villari del PD. Ma Orlando non era persona gradita al centrodestra, come non era gradita alla sinistra la persona di Gaetano Pecorella. Erano mesi oramai che la maggioranza chiedeva all’opposizione di cambiare nome perché sul candidato da loro designato persistevano più ragioni di perplessità.
La Vigilanza è un organismo di controllo e garanzia e richiede serenità di giudizio e capacità di comprendere le ragioni di tutti. Ma quali giudizi sereni ed interpretazioni di equilibrio possono venire da chi fino a qualche giorno prima, senza motivo che non fosse il normale confronto politico, definiva il Presidente del Consiglio ed il Governo italiano una banda di dittatori sudamericani?
Se la commissione è preposta a garantire il pluralismo della informazione, prerogativa indifferibile in una democrazia parlamentare, quale garanzia di imparzialità può venire da coloro che nonostante il responso del corpo elettorale non ritengono legittima questa maggioranza ed il loro leader, come accade di sentire da Di Pietro, leader del partito in cui milita Orlando?
Se per prassi l’incarico di presiedere la Commissione di Vigilanza Rai spetta all’opposizione è solo per garantire il pluralismo ed eventualmente far da contrappeso all’assetto del Consiglio di Amministrazione (attualmente presieduto da Claudio Petruccioli, già deputato dei democratici di sinistra). Ma il candidato a questa funzione non può essere interprete di un pensiero pregiudizialmente ostile e risultare persino privo della fiducia dei parlamentari. La ricerca di una personalità che abbia il gradimento e la stima di una larga parte dei parlamentari non deve essere considerata una necessità irrituale, ma al contrario un’opportunità utile al corretto svolgimento dei lavori della stessa commissione.
Non si vuole avere il sospetto che la nomina di Orlando dovesse servire a rendere ingovernabile la Rai ed alimentare il clima di rissa in cui la sinistra sta conducendo il Paese.
Personaggi come Di Pietro che soffiano sul fuoco del pregiudizio per ricercare consenso e spazio politico nell’area della protesta e della lotta al sistema sono solo epigoni di già trascorse follie reazionarie che non è opportuno incoraggiare e sostenere.
Sarebbe stato persino difficile consentire sulla nomina di Orlando alla Presidenza della Vigilanza anche per l’uso che l’ex sindaco di Palermo, già acerrimo nemico di Giovanni Falcone, ha fatto della tv pubblica quando nel 1995 in una delle trasmissioni di Santoro accusò il maresciallo dei CC Antonino Lombardo, artefice dell’arresto di Totò Riina, d’essere colluso con la mafia, causandone il suicidio qualche giorno dopo. E’ triste ed inquietante ma anche utile ricordare che Santoro in quella occasione impedì l’intervento in diretta del Generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri che, resosi conto della gravità delle accuse, aveva chiesto alla Rai di poter intervenire. E’ anche bene ricordare, infine, che la presunta collusione del Maresciallo Lombardo con la mafia non è mai emersa in nessuna delle indagini successive.
Non ci resta che augurare buon lavoro al senatore Villari.
Vito Schepisi

06 ottobre 2008

Consulta e Vigilanza Rai sullo stesso piano?

L’iniziativa dei radicali, con i digiuni e gli scioperi della sete di Pannella, come anche quella strumentale di Di Pietro, l’intervento dei Presidenti delle Camere e finanche quello del Presidente della Repubblica, non possono porre sullo stesso piano le questioni del plenum dei componenti della Corte Costituzionale con la nomina del Presidente della Commissione di Vigilanza della Rai.
Sono due cose ben diverse che devono restare anche ben separate.
Dall’aprile del 2007 non è stato possibile alle Camere, riunite in seduta congiunta, integrare la Consulta con l’elezione del quindicesimo Giudice della Corte Costituzionale. La motivazione conduce ad una sola responsabilità: l’ostruzionismo della sinistra.
Il Plenum della Corte era venuto meno per le dimissioni del 30 aprile 2007 (18 mesi fa) del Professor Romano Vaccarella. Questi le aveva rassegnate per protesta contro il Governo. Prodi, a suo dire, era rimasto sordo e muto per le pressioni dei suoi ministri sulla Consulta, perché si esprimesse contro l’ammissibilità costituzionale del referendum di iniziativa popolare proposto sulla abrogazione di alcuni articoli della vigente legge elettorale. Leggendo dalla lettera del Professore Vaccarella, le dimissioni, divenute poi irrevocabili, venivano, infatti, proposte «sia con riferimento a dichiarazioni in materia di ammissibilità di referendum elettorali attribuite da organi di stampa ad alcuni Ministri e ad un Sottosegretario offensive della dignità e della indipendenza della Corte stessa, sia con riferimento all’assenza di smentite ed al silenzio delle Istituzioni». Una motivazione molto pesante accolta con inspiegabile indifferenza da Prodi.
La nomina del Professor Vaccarella rientrava tra le cinque previste, su quindici, per indicazione parlamentare. Nel 2002 il Professore era stato eletto in quanto designato dalla Casa delle Libertà Ora PDL. Quella, infatti, della designazione di un terzo dei componenti la Consulta - gli altri due terzi sono nominati per un terzo dal Capo dello Stato e per l’altro terzo dalle tre Magistrature superiori (3 Cassazione ed uno ciascuno Corte dei Conti e Consiglio di Stato) – avviene attraverso l’indicazione delle forze politiche. L’uscita, quindi, di un componente, per prassi, motiva la designazione da parte dello stesso gruppo che già aveva designato l’uscente. Questo metodo, utilizzato anche nel passato, è servito ad evitare la paralisi dell’Organo preposto alla verifica costituzionale di norme e leggi.
Se il metodo vale per tutti, un po’ meno sembra che valga quando la designazione non sia in quota alla sinistra ed in particolare se debba provenire dal partito di Berlusconi.
Il metodo adottato per la formazione della Consulta è brutto, è squilibrato, e può condurre alla creazione di fazioni, ma è quello previsto dall’art. 135 della Costituzione e si deve rispettare così com’è, e si ravvisano come necessari anche i criteri che evitino contrapposizioni paralizzanti.
Da questo braccio di ferro non si riuscirà a venir fuori se non con il riconoscimento al Pdl, nel frattempo diventato anche maggioranza nel Paese, del suo diritto di designare un componente. Una soluzione diversa andrebbe a rompere la consuetudine raggiunta per le designazioni di provenienza parlamentare e sarebbe motivo di ulteriore squilibrio all’interno della stessa Consulta, sia per il dilagante prevalere di un area politica e sia per l’innesto di ulteriori contrapposizioni in futuro.
E diversa, invece, la questione della Commissione di Vigilanza Rai, e non solo perché di diversissimo spessore. E’ differente perché in questo caso nessuno sostiene che la designazione non debba essere espressa dall’attuale opposizione, come è prassi consolidata.
Una commissione di garanzia, come quella della Vigilanza Rai, però, necessita che abbia nella sua figura più responsabile, cioè nel Presidente, l’autorevolezza di una scelta improntata al massimo dell’equilibrio e della correttezza. Nessuna squadra accetterebbe che ad arbitrare la partita ci sia una delle espressioni più esagitate della squadra avversaria. Se il candidato deve essere scelto per la garanzia di tutti, non può esserci una parte che dubita che il candidato risponda a questi requisiti.
Leoluca Orlando Cascio ha trascorsi molto intensi e coloriti per essere una garanzia per tutti. In passato ha persino fatto uso della tv pubblica per infangare, senza contraddittorio, onesti servitori dello Stato: in particolare un maresciallo dei CC che per le sue parole si è tolto la vita per il disonore.
Sono precedenti inquietanti, e non si possono ignorare.
Vito Schepisi

02 ottobre 2008

Di Pietro alza il tiro verso il Quirinale


Non ha fatto in tempo Veltroni a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di Di Pietro che questi subito ha alzato la posta. Il tentativo di Veltroni di correr dietro all’Italia dei Valori ed ai gruppi dell’antipolitica giustizialista e forcaiola può però essere di corto respiro per il PD e per la leadership del suo segretario.
Di Pietro pur di non farsi intrappolare nell’omologia di una opposizione coesa e compatta, in cui il suo ruolo in Parlamento si renderebbe del tutto inutile, trascinerebbe l’ex sindaco di Roma persino nei centri sociali, nelle piazze del v-day e forse fino alla lotta armata e, se il caso, anche tra elmetti e svastiche.
Non sembra uomo che si ponga scrupoli l’ex magistrato ideatore di un sogno giustizialista negli anni ’90, che è parso piuttosto simile ad un golpe di magistrati.
Il gioco al rialzo può andar bene ad un partito di assalto che non ha niente da perdere perché poco rappresentativo. Può andar bene a Di Pietro che rischia di non raggiungere la soglia elettorale per entrare in parlamento e che ha bisogno della visibilità che gli deriva dal gusto dell’astio e dalla contrapposizione netta. Il gioco al rialzo, invece, non è utile ad un partito che aspira a diventare maggioranza nel Paese e che dovrebbe mostrarsi responsabile e maturo per governarlo.
E’ stato un grosso errore di Veltroni alle ultime elezioni quello di voler mortificare, come ci provava il vecchio pci con il psi, la concorrenza riformista dei socialisti per imbarcare la visceralità antipolitica di Di Pietro. Ora la concorrenza dell’ex magistrato sta trainando il PD su un sentiero impervio e pericoloso. Veltroni avrebbe dovuto saperlo che sulla lealtà politica di Di Pietro non si può fare alcun affidamento.
Di Pietro ha in se la sicumera tipica del tiranno che stabilisce rapidamente le sue mutevoli certezze.
Gli avversari interni del segretario del PD ora lo aspettano al varco, come Mao sulle sponde del fiume nell’attesa dei cadaveri dei suoi nemici.
Nessuno, però, deve pensare che Veltroni sia così sprovveduto. E’ scenico ed illusionista, è l’uomo che prova a muovere le emozioni, è un campione della letterina a Babbo Natale, ma non si deve pensare che sia stupido. Sarebbe necessario tener sempre ben presente che arrivare a sedere sulla sedia di direttore de l’Unità e competere per la segreteria del Pds, quando questo partito era ancora una formazione di ex pci che aveva solo cambiato nome, perché dopo la caduta del muto di Berlino si vergognava del vecchio nome, non è da stupidi ma da uomini con sufficiente arguzia. Ed anche tanto arguti, nella tipica astuzia leninista, da arrivare finanche a rinnegare la sua militanza nel pci.
Non bisogna mai dimenticare che la selezione del vecchio partito della sinistra internazionalista era dura e stringente. Tra le sue maglie non passava niente senza l’attenta analisi sul passato, senza la valutazione nel merito delle capacità per il futuro e, soprattutto, senza consolidate prove sulla certezza della fedeltà politica verso il partito.
Veltroni intende solo riscaldare la piazza per la manifestazione del 25 ottobre prossimo contro il governo e contro Berlusconi e prova a spuntare le armi di Di Pietro per le prossime regionali in Abruzzo. Ma deve stare attento perché non mette in conto né la popolarità del Governo e neanche il disgusto del Paese per questi giochetti.
L’accentuazione della sua opposizione, infatti, sarà solo di breve durata, perché l’autore de “La scoperta dell’alba” sa bene che con le posizioni piazzaiole non può bucare il consenso del Paese che è una platea, seppur più silenziosa e più pigra, molto più ampia ed incisiva della rumorosa piazza che oggi Walter Veltroni vorrebbe contendere a Di Pietro.
L’attacco al Presidente della Repubblica dell’ex magistrato è non solo gratuito e fuori luogo ma anche mal riposto perché non è il Capo dello Stato che stabilisce le volontà del Parlamento. E’ un attacco che odora di provocazione e di sfida. Sia la scelta di un Giudice della Consulta di indicazione parlamentare, che quella del Presidente della Commissione di Vigilanza della Rai, attengono a prerogative del Parlamento. Di Pietro sa che è in atto un serrato braccio di ferro sia per l’una che per l’altra questione. Mentre la nomina del Giudice, nella prassi corrente per la ricerca dell’equilibrio, spetta ad un candidato indicato dalla maggioranza, quella del Presidente della Vigilanza, sempre per prassi consolidata, ad un parlamentare dell’opposizione. Mentre per la prima v’è stato un veto alla nomina di Gaetano Pecorella, indicato dalla componente di Berlusconi, per la seconda c’è stato un veto per la nomina di Leoluca Orlando, rappresentante della formazione dipietrista dell’Italia dei Valori. E se viene chiesto un passo indietro per Pecorella, Di Pietro non sembra disposto a fare un passo indietro per Orlando. Cosa centra allora il Presidente della Repubblica in questa questione se non per la volontà di accentuare lo scontro?
Mentre per la Consulta si tratta di una chiusura pretestuosa dal sapore della vendetta contro il leader del Pdl, per l’altra c’è la constatazione che una parte dell’Italia non gradirebbe la nomina alla presidenza della commissione interparlamentare di vigilanza della Rai di Leoluca Orlando Cascio da Palermo. Questi è già stato alla ribalta per il suo arcigno giustizialismo e per l’uso sconsiderato dei canali televisivi pubblici nell’infangare la reputazione di persone innocenti. C’è, infatti, chi ritiene che abbia già mietuto troppe vittime il giustizialismo puntiglioso e sommario di coloro che considerano che “il sospetto sia l’anticamera della verità”, per poter consentire di far presiedere questa commissione di garanzia da chi ha sostenuto e sostiene queste convinzioni. La verità giuridica avviene sempre alla fine delle fasi di un processo. La colpevolezza si forma infatti con le sentenze e non con le fasi inquisitorie. Il Pubblico Ministero che insinua il sospetto della colpa, come in più circostanze è accaduto, non è assolutamente infallibile.
Vito Schepisi