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25 settembre 2008

Veltroni ora si spaccia per il salvatore di Alitalia

Se si manda all’ospedale qualcuno e poi gli si fornisce un medicinale qualsiasi per curarlo, fosse anche un’aspirina, si può tranquillamente vantare il merito d’aver concorso a curare l’infermo.
Non è una delle tante sentenze della cassazione che fanno discutere. Sembra invece essere la logica di Mr. Dabliù Veltroni. Anche se si è rischiato di far crepare il malato per l’effetto delle bastonate ricevute a solo titolo di rancore e di ripicca.
Torna dagli USA il nostro eroico salvatore. Torna da un paese dove un’azione del genere gli avrebbe alienato a vita la fiducia degli elettori. Ma in Italia, si sa, è diverso. La stampa invece di lapidarlo con i giudizi taglienti, spesso riservati ad altri protagonisti per molto e molto meno, invece di chiedergli di provare vergogna è comprensiva, timida, persino l’asseconda.
Cosa è cambiato da quando Epifani, contraddicendo un impegno di qualche giorno avanti ed una lettera di appena un’ora prima inviata al Presidente della cordata CAI, Roberto Colaninno, si è rifiutato di firmare l’accordo per il salvataggio di Alitalia?
Niente! Assolutamente niente!
Anche l’ingresso di partner stranieri in condizioni di minoranza tra i partecipanti al capitale sociale era previsto dal piano CAI. La ricerca della partecipazione non può essere intesa come una novità ma solo come un pretesto su cui Veltroni e Epifani poggiano la leva della loro mutata decisione.
Nelle questioni societarie le condizioni si creano e non si impongono.
Air France e Lufthansa sono state finora alla finestra perché non c’erano le condizioni. E le condizioni non c’erano per via di un sindacato poco collaborativo (per usare un eufemismo) ed incontenibile. Da più parti si era detto esplicitamente che la questione di Alitalia era condizionata dalla presenza di un fronte sindacale con cui era impossibile trattare.
Non è cambiato assolutamente nulla perché anche ora la compagnia francese e quella tedesca, e forse anche l’inglese British Airways, valuteranno l’ingresso nel capitale sociale di Alitalia, sempre assieme alla Compagnia Aerea Italiana (CAI), solo dopo aver constatato il ritorno alla ragione delle 9 sigle sindacali presenti tra i lavoratori di Alitalia e soprattutto dopo aver giudicato compatibili i contenuti dei contratti di lavoro.
Alla crisi di Alitalia hanno contribuito molte concause. Cattiva amministrazione, troppa politicizzazione nelle decisioni, clientelismo e sprechi fanno parte delle responsabilità, ma sono tutte cause che si uniscono alla principale dovuta ad un numero di personale superiore al necessario ed a trattamenti economici superiori alle possibilità aziendali.
E’ emblematica nella cronaca di questi giorni la protesta di una precaria che lamentava un trattamento economico di 2.500 Euro al mese. In Italia c’è una parte dell’opinione pubblica che è ancora più “incazzata” dei dipendenti della compagnia aerea che rischiano di perdere il posto di lavoro. Si è avuta la netta impressione che l’abitudine al privilegio ed a condizioni economiche di assoluto valore positivo abbiano contribuito ad esaltare le pretese dei dipendenti di Alitalia.
Non si può fare, però, di tutt’erba un fascio. Ci sono, infatti, situazioni più modeste che vanno senza dubbio cautelate, ma non si può negare che ci siano situazioni di egoismo e di corporativismo del tutto ingiustificato.
Non si può negare che su queste posizioni il sindacato di sinistra (Cgil) ed il PD abbiano fatto leva per mettere in difficoltà il salvataggio della compagnia di bandiera e solo per fare un dispetto a Berlusconi. E’ nella realtà della peggiore logica del pensiero ingabbiato dall’ideologia, com’è stato già in passato per il comunismo in Italia e nell’est europeo, basti ricordare la doppiezza di Togliatti, quello di far leva su tutto, anche alleandosi con la peggiore plebaglia, pur di raggiungere lo scopo e far prevalere la ragione di partito.
La trattativa si è riaperta per la Cgil per la disponibilità di CAI a discutere sulla abolizione della norma sui tre giorni di malattia e sulla possibilità di qualche giorno in più di riposo. Anche questo ha il sapore di un clamoroso pretesto, come lo è l’affermazione generica sull’impegno ad assumere nel tempo i precari.
Veltroni da parte sua è ora arrivato persino a rivendicare il merito della possibile conclusione della questione Alitalia. "Certo – ha sostenuto il leader PD durante la riunione del suo governo ombra – la reazione di Berlusconi verso di noi è incomprensibile e indica una bellicosità che è sintomo di nervosismo per la situazione ma noi continuiamo a lavorare". Il commento del Ministro Sacconi è però la sintesi di un sentimento diverso che è molto diffuso: "Il tentativo di Veltroni di appropriarsi del positivo risultato che si va profilando è quantomeno penoso e, peraltro, coerente con una concezione tutta mediatica e, quindi, virtuale, dell'attività politica. Quello che conta ora è comunque garantire, nell'interesse del Paese, il futuro di Alitalia. Poi ciascuno saprà giudicare meriti e demeriti".
L’interesse è di chiudere questa questione che è durata anche troppo tempo e sta causando danni al Paese ed alla stessa Alitalia. Non potranno però mancare nel futuro riflessioni attente sul metodo e sulla difficoltà di legittimare i comportamenti di questa opposizione, richiamando il Paese ad assumerne coscienza e prenderne, altresì, le dovute distanze.
Vito Schepisi

23 settembre 2008

L'Italia delle follie

E’ un Paese da cambiare l’Italia. Troppi riti che sono durati troppo tempo e che sono diventati troppo stantii. C’è un troppo in tutto che finisce per paralizzare, ingannare e sopprimere sia le risorse che le iniziative, benché ispirate a realizzare qualcosa di più di ciò che esiste, benché siano un valore aggiunto per le opportunità di tutti.
Ci sono organismi che pensati per cautelare i cittadini, si ritorcono contro i più deboli come micidiali boomerang. Le organizzazioni sociali, non meno di quelle politiche, si impegnano in continui confronti di forza, spesso più per la ricerca di nicchie di potere da occupare che per soluzioni condivise dai cittadini e dai lavoratori. E partoriscono soluzioni a volte ben lontane dalle istanze reali delle parti interessate.
Si sviluppa così un continuo braccio di ferro in cui viene stritolato l’interesse comune e la responsabilità dei soggetti. E’ un tiro alla fune dove si finisce solo col paralizzare e distruggere ciò che c’è senza, al contrario, fornire un servizio alla collettività, senza mai la condivisione di un vantaggio da rendere a tutti.
Sembra un Paese alle prese di una guerra civile dove le bombe a grappolo della ferocia irrazionale mietono vittime innocenti tra coloro che non hanno i mezzi per farsi valere. Milioni di italiani finiscono così per subire passivamente la prepotenza di uomini e di organizzazioni che, senza legittimazione giuridica, si sono inseriti con la forza del ricatto nei centri delle decisioni e del controllo delle aziende, degli enti e nelle Istituzioni.
Nei cieli finirà che non voleranno gli aerei con la bandiera tricolore, ma in compenso si vuole che nell’aria il suono dei tam tam dei messaggi di odio e di rancore non si fermino mai. L’intolleranza trova sempre nuova linfa fatta da avventurieri e da azioni politiche più da guerra civile che da libero e democratico confronto.
Il “cupio dissolvi”anima persino gli uomini nuovi che si affacciano alla politica, come Di Pietro ad esempio. Questi dall’alto della sua nota sapienza si è rivelato pronto a soffiare sul fuoco della protesta tra coloro che hanno applaudito al fallimento di una trattativa ed a quello forse definitivo di un’azienda. Non è possibile che l’ex magistrato possa ignorare che Alitalia ha dato - e non si sa fino a quando darà ancora - lavoro a ventimila persone e sostegno ad altrettante famiglie.
Tutto questo è davvero penoso!
Prevale un odio ed un gusto revanscista che riesce a sollevare con incredibile cinismo solo un monumento celebrativo alla stupidità ed all’intolleranza.
Ora ha persino le sembianze del vezzo quell’abuso che si è protratto per troppo tempo a danno di coloro che quotidianamente si impegnano a sostenere le ragioni del convivere nel lavoro e nel sacrificio e che ancora si sentono orgogliosi di essere italiani.
Il richiamo all’assunzione delle proprie responsabilità, ed alla razionale concezione di un doveroso comportamento di lealtà verso il prossimo, viene oggi inteso come un messaggio negativo da parte di coloro che hanno sempre inteso garantire il salario più che il lavoro e che oggi, cedendo alla demagogia più di basso profilo, non sono neanche più capaci di adoperarsi per garantire i posti di lavoro e che tra contraddizioni ed incomprensioni tattiche rifiutano l’adesione a soluzioni che erano già condivise. Tutto questo è emerso chiaro, ed in tutto il suo perverso cinismo, dalla lettera di Epifani a Colaninno e contraddetta solo pochi minuti dopo.
C’è chi come il Professor Pietro Ichino, parlamentare del PD, sostiene che le garanzie democratiche siano troppo sbilanciate e così sul Corriere di domenica 21 settembre, a proposito della questione Alitalia, ha scritto: “Quelli che hanno applaudito fanno conto sull' intervento di una Cassa integrazione guadagni o su di un trattamento di disoccupazione speciale erogato proprio per consentire loro di attendere con calma il nuovo lavoro”. Una riflessione per la quale il parlamentare del PD ha dovuto porsi la domanda sulla esistenza di una logica per questo atteggiamento dei lavoratori di Alitalia. La risposta che si è data è stata molto esplicita: “No, per nulla. – scrive, infatti, Ichino - Perché in nessun Paese serio si erogano trattamenti di disoccupazione o integrazione salariale, neppure per pochi mesi, a chi rifiuta l'offerta di un rapporto di lavoro regolare, confacente alla sua professionalità, come certamente era l'offerta di Cai”.
I contribuenti italiani non possono continuare a sobbarcarsi gli oneri di azioni sindacali che, contrarie a soluzioni di maggiore produttività e/o di rinunce, spesso solo ai privilegi, costringono al fallimento le imprese.
C’è tutto un sistema di vincoli sindacali e di sentenze dei tribunali del lavoro, per lo più favorevoli alla parte considerata più debole, cioè ai sindacati ed ai lavoratori, che invece di costituire una garanzia per il mantenimento dei posti di lavoro si trasforma in un cappio per le aziende costrette a fallire ed a chiudere definitivamente i battenti.
Come sta accadendo per Alitalia.
Vito Schepisi