07 ottobre 2009

Il Lodo Alfano e la Consulta


Se passasse la tesi di incostituzionalità del Lodo Alfano sarebbe una sentenza politica, priva pertanto di qualsivoglia sostanza giuridica. La Consulta non è un tribunale dove sia possibile far prevalere un teorema accusatorio: deve stabilire il rispetto della Costituzione ed il funzionamento dei poteri dello Stato. Il ricorso alla Corte Costituzionale è l'extrema ratio della correttezza istituzionale. Ha funzione di cautela e di controllo sulla democraticità di tutto il sistema legislativo. Una sentenza, inoltre, deve essere motivata con argomentazioni giuridiche. Deve anche tener conto della storicità delle sue sentenze. La sola contraddizione, rispetto all'evoluzione storica delle sentenze già emesse, potrebbe esser di per se una grave deriva ideologica.Se la Corte Costituzionale, infatti, non riuscisse a spogliarsi dalle incrostazioni ideologiche dello scontro politico in atto, e dalle stesse contingenze partitiche, mortificherebbe gravemente il suo ruolo. Se si dividesse, come nel Paese, come i tifosi di squadre concorrenti, senza entrare nel merito solo del principio costituzionale sollevato, e storicamente già affrontato con una sentenza motivata già emessa, verrebbe meno l'indifferibile ruolo di garante della democrazia rappresentativa incardinata sul ruolo della sovranità popolare. Se accadesse si renderebbe responsabile del possibile impedimento all'esercizio del mandato popolare, stabilendo altresì la possibilità per una magistratura militante di impedire le funzioni di Governo del Paese ai soggetti politici indicati dal popolo.
Vito Schepisi

05 ottobre 2009

Una "mortale" intimidazione


Se a Roma alcune decine di migliaia di cittadini provenienti dalle varie regioni d’Italia sono stati convogliati a Piazza del Popolo per manifestare a favore della libertà dell’informazione, messa a loro dire in discussione dal Presidente del Consiglio Berlusconi, c’è chi si chiede, invece, se in questo Paese ci sia agibilità politica.
I fatti contano molto di più delle parole e di ciò che si vorrebbe asserire con le proteste di piazza: tacitare la libera scelta, mortificarla, negarla, omologarla al pensiero unico, per indicare un modo, il solo “politicamente corretto”, viene ribaltato dai fatti che pesano molto più di mille parole e che rischiano di travolgere persino le regole della democrazia, infondendo la sensazione dell’assenza di una vera agibilità politica.
C’è chi in Italia, da tempo, pensa che la politica sia una guerra di bande, e forse per quel che accade non ne avrebbe tutti i torti. S’avverte senza dubbio la sensazione che i metodi usati prevarichino il confronto politico e lo stesso pensiero sulle regole di un sistema democratico. E’ diffusa la sensazione di una lotta politica finalizzata alla mera gestione del potere: non quindi per affermare un proprio progetto politico, ma per conquistare qualcosa. C’è chi si batte con ogni mezzo, tra cui anche quello di annientare l’avversario. Una lotta che si trasforma in odio e pregiudizio, e nell’uso di ogni strumento di offesa, ignara del consenso e con il gusto di demolire e di sopraffare. Una lotta che vede due tifoserie contrapposte, come in un campo di calcio, due tifoserie agguerrite che vorrebbero calci di rigore a favore della propria squadra, anche senza un motivo apparente, anche contro le regole del campo dove chi gioca meglio, ed è più efficace, prevale.
La mannaia della punizione passa così dal vociare di una folla convocata a protestare, anche contro la logica dei numeri, al bavaglio del colpo mortale. Nel nostro caso, il vero bavaglio alla libertà “tout court” consiste proprio nella stroncatura del nemico politico. Non c’è riuscita la magistratura penale, ora ci prova quella civile. Una condanna al risarcimento di 750 milioni di Euro è l’arma. E’ come una bomba ad alto potenziale, come un colpo mortale inferto ad un’azienda ed al suo indiscusso leader. Una somma che per l’ammontare e per i modi non ha precedenti nella storia mondiale. Un risarcimento per una faccenda già chiusa 20 anni fa con un accordo tra le parti “senza altro a pretendere”.
Se ne ricava una lezione terribile. E’ la riprova che in Italia alcuni poteri sono davvero forti. E’ un monito orrendo, truce e severo: se non si può colpire l’avversario con la democrazia delle scelte, se non in una regolare competizione elettorale, se non sul piano del consenso politico e per il giudizio del popolo sovrano, restano solo i metodi della vendetta, dei sicari, della sopraffazione fisica, dell’uso violento della giustizia.
E’ uno spettacolo che si replica da 15 anni, come una commedia di grande successo. A volte cambiano i protagonisti e la coreografia, ma la storia è sempre uguale ed è invariato il fine che si vuole raggiungere. Si ha quasi l’impressione che ci sia una regia: come di un Grande Vecchio che dica “qui comando io”. Si agisce con ogni mezzo e con una concentrazione di forze e di risorse che ha dell’incredibile, attraverso i più disparati tentativi di colpire il fatidico “mostro”.
Berlusconi diventa l’uomo sempre in prima pagina, come il classico mostro da sbattere, come una piovra gigantesca dai mille tentacoli, come un vero ed ingordo onnivoro. Assistiamo basiti alla rappresentazione di un uomo descritto così apparentemente rapace ed onnipresente su scene così disparate del male da far perdere credibilità all’intera commedia. L’essere descritto come il Male assoluto fa però sorgere più di un sospetto sull’uso politico della giustizia: il sospetto che contro il Premier in Italia ci sia una vera persecuzione giudiziaria. Il leader del Pdl viene accusato di tutto: sembra che l’unico reato di cui non sia stato ancora accusato sia quello della rapina delle vecchiette all’uscita dell’ufficio postale.
Si fa così strada l’idea che nell’Italia “post” di tutto ( democristiana, comunista, fascista) non possa esistere una democrazia pluralista senza l’omologazione di De Benedetti e delle sue creature politiche, editoriali, industriali e finanziarie. Ma quella di un gruppo che stabilisca, anche contro la volontà del popolo, chi abbia la facoltà di governare il Paese, non può essere certo una scelta di democrazia e di pluralismo, non può essere un’opzione di libertà e di legalità, ma di abuso e d’arroganza, di violenza e di prevaricazione.
Tante proteste per le citazioni i giudizio e le richieste risarcitorie di Berlusconi definite intimidazioni alla stampa libera. Dove sono ora le proteste contro questa vera e “mortale” intimidazione?

Vito Schepisi su Il Legno Storto

29 settembre 2009

La Repubblica Islamica d'Italia

Farefuturo, la Fondazione che fa capo a Gianfranco Fini, si chiede se sia di destra o meno dare la cittadinanza ai cittadini stranieri dopo 5 anni, se mostrano di saper parlare la lingua italiana e/o tante altre cose ancora. Ma a chi interessa d’essere di destra o di sinistra ? A chi interessa il discorso alla Moretti di dire o fare qualcosa di destra o di sinistra? Per fortuna in Italia non si è proprio ai livelli degli intellettuali di sinistra. Sono tanti ancora gli italiani che pensano che la collocazione fine a se stessa sia solo un pregiudizio ideologico.
Sono altre le cose che interessano al Paese, che non quella d’impegnarsi in questa analisi di conoscenza del proprio sentimento politico di destra, ovvero di sinistra. C’è ben altro che il vezzo di assumere una posizione che sia meramente allineata alla propria collocazione di partito o alla sola geografia politica del proprio sentire.
Secondo alcuni studi, gli immigrati regolari in Italia sarebbero già ampiamente oltre i 4 milioni. Non sappiamo quanti siano poi i clandestini che sfuggono ai controlli. C’è chi prova a fare previsioni per gli anni futuri. La società di studi Nomisma ipotizza che per il 2050 gli stranieri regolari sul territorio nazionale sfioreranno gli 11 milioni superando il 17% di tutta la popolazione italiana. Ci sono anche calcoli diversi, però, e previsioni molto più catastrofiche. Tutti questi calcoli, però, non hanno niente di scientifico e peccano di permeabilità politica. Ciascuno li usa per giustificare le proprie convinzioni. La realtà è poi è sempre diversa, come accadeva con la pianificazione sovietica, quando a tavolino si programmava ciò che nella realtà era diverso.
La presenza dei clandestini, la continuità politica, le stesse aperture di Fini possono contribuire a far sortire esiti diversi ed a rendere incerta ogni previsione. Ma già nel pensarla come a Nomisma, con oltre 11 milioni di cittadini stranieri, con usi, tradizioni, fermenti religiosi diversi e qualche milione di clandestini per lo più reclutabili come manovalanza criminale e/o per penetrazioni terroristiche, farebbe pensare ad un paese in grande tensione sociale, con molti problemi di sicurezza, molta apprensione e molta paura. Si fa presto poi a dire che la colpa è di chi semina paura.
Colpa di che? E’ forse una colpa avere paura?
Attenendoci ai fatti, dai dati ufficiali risulta che la popolazione degli immigrati in Italia è passata, dal 2007 al 2008, dal 5,8% al 6,5%. E’ un più 0,7% rispetto al tutta la popolazione italiana, vale a dire 7% in più ogni dieci anni. Ma così in quarantadue anni, fino al 2050, i conti non sarebbero come quelli che prevede Nomisma! Sarebbe ipotizzabile un aumento pari a circa il 30% di tutta la popolazione italiana, e poi andrebbero sommati i clandestini e quelli regolari che già ci sono oggi. Con solo quattro conti si può calcolare quando il nostro paese non sarà più l’Italia che conosciamo. Solo quattro conti per stabilire quando la popolazione straniera supererà quella italiana. Sarà nel 2075? Anno più o anno meno, sarà questo il destino del nostro Paese? E’ questo ciò che, una parte politica, se prevarrà, ci riserverà come futuro? L’Italia cambierà il suo aspetto, cambieranno le abitudini delle nostre città, saranno disperse le nostre tradizioni, forse abbattuti i simboli della nostra cultura. Le nostre donne continueranno ad essere violentate ed offese per le strade e nel giudizio morale delle turbe di integralisti che predicheranno la sottomissione ed il velo islamico. La preghiera con il viso rivolto verso la Mecca non sarà solo una provocazione volgare lanciata dal Sagrato del Duomo di Milano ma si allargherà a quello di San Pietro, a San Marco a Venezia, a Piazza Statuto a Torino, a Piazza Plebiscito di Napoli ed in tutte le piazze italiane.
Il Vaticano verrà sfrattato e trasformato in un centro islamico e posto sotto la guida di un Mullah, capo spirituale e politico della Repubblica Islamica d’Italia.

Vito Schepisi

24 settembre 2009

Manovra leggera e Scudo Fiscale

La manovra leggera del Governo anche quest’anno risparmia agli italiani la confusione e lo spettacolo indecoroso della consueta manovra di bilancio di fine anno. Il merito è della Legge Finanziaria triennale dell’estate del 2008, valida sino al 2012. Un modo che si mostra efficace per essere riuscito a stoppare l’assalto delle lobbies ed a frenare gli interessi particolari di quei politici abituati ad adottare sistemi di consenso locale, legati a clientele e gruppi di potere economico.
Non meraviglia, pertanto, constatare che resta costante il consenso al Governo. L’esecutivo punta tutto sul metodo della concretezza e sul rispetto degli impegni presi con gli elettori. La fiducia sta dunque nella verifica della coerenza e del lavoro percepiti anche attraverso la chiarezza del nuovo metodo adottato per la legge di bilancio. Non più il dissennato ricorso alla spesa e migliaia di emendamenti a favore di un privilegio o di un altro. Non più sotterfugi che emergono nelle pieghe degli articolati di legge. Solo indirizzi chiari e responsabilità. Tremonti sta introducendo trasparenza nel settore dei conti dello Stato.
Le piccole rivoluzioni di metodo che abbattono le cattive abitudini avvicinano il Paese legale a quello reale. Un’esposizione chiara del fabbisogno finanziario riduce il potere dei gruppi di pressione e tranquillizza quei contribuenti che, lungi dall’essere felici di pagare le tasse, come fantasiosamente sosteneva Padoa Schioppa, ne comprendono l’esigenza per la collettività. L’insieme delle tante piccole spese aggiuntive, per lo più clientelari, finivano infatti con assorbire risorse a danno dell’efficienza complessiva della manovra finanziaria. I costi economici dei privilegi sono pagati con i soldi dei contribuenti e chi paga, sapendo dei privilegi di altri, non sempre comprende la funzione sociale della propria imposizione fiscale.
Una manovra leggera che non sposta sul fisco la ricerca di nuove risorse e che deve fare i conti con il debito pubblico e le indifferibili esigenze del suo contenimento. La questione è sempre nei soliti termini. Le richieste sono tante: rinnovi contrattuali, investimenti per servizi, infrastrutture, innovazione, incentivi, interventi di sostegno, spesa corrente, finanziamento delle missioni militari, impegni internazionali, interessi sul debito, spese di ricostruzione di aree coinvolte in disastri, fabbisogno degli Enti locali.
Un insieme che è difficile poter finanziare quando si è in crisi. La contrazione del gettito fiscale per il minor fatturato e per la minor base imponibile riduce infatti le risorse, mentre sarebbero necessarie maggiori disponibilità per fronteggiare la crisi e la più larga spesa sociale. Risorse che non è facile reperire senza ricorrere massicciamente a nuovo debito pubblico.
Le strade alternative al debito sono due, e solo due: ricorrere ai tagli della spesa o aumentare le entrate.
La seconda scelta sarebbe quella più facile, anche se la più controproducente. Sarebbe quella che viene adottata per cultura da un governo di sinistra. Di certo sarebbe la strada più miope e tendenzialmente la più involutiva. Ma dopo aver criticato il precedente governo di Prodi, per l’aumento della pressione fiscale, non sarebbe affatto intelligente rifare gli stessi errori, con il rischio di frenare ancora una volta il rilancio. La recessione, infatti, richiede coraggio imprenditoriale e spinte agli investimenti. L’aumento della pressione fiscale finirebbe per scoraggiare gli investimenti, rendendo poco appetibile il ricorso al rischio di impresa.
Niente tasse allora! L’alternativa sarebbero i tagli, ma la nota dolente è tutta qui. Nel Paese c’è una resistenza incredibile sostenuta dai media e dai beneficiari della fiera dell’effimero e del privilegio. Manca poco che Brunetta possa essere impiccato nella pubblica piazza, se parla degli sprechi nella pubblica amministrazione. Anche gli uomini di spettacolo, poverini, ce l’hanno con lui: senza finanziamenti corrono il rischio di dover lavorare o d’essere veramente bravi. La Gelmini è rappresentata come il Ministro che vuole i nostri figli ignoranti, quella che vuole tagliare la ricerca, che vuole ridurre il tempo pieno, che ha creato il disagio dei precari e far cassa sulla scuola. Abbiamo visto però che è l’esatto contrario. Le regioni reclamano tutti più soldi. La spesa sanitaria scoppia al sud. Tutti reclamano fondi per lo sviluppo.
Ma l'Italia ha invece bisogno di soldi per mantenere i suoi impegni, per far fronte alla spesa pubblica (800 miliardi di euro l’anno), per rilanciare gli investimenti e quindi far crescere il Pil e riassorbire il calo dell’occupazione. Servono risorse per uscire definitivamente dalla crisi.Servono risorse utili per uscire definitivamente dalla crisi.
Cosa si fa? La lotta all’evasione viene condotta con determinazione e con discreti successi, ma non basta!
Si calcola però che circa 60 o 70 miliardi di euro di soldi portati fuori dall’Italia possano rientrare nel Paese attraverso la persuasione collegata al cosiddetto “Scudo Fiscale”. E’ una misura adottata anche da altri paesi europei. La norma consentirebbe ai cittadini italiani che hanno costituito capitali all’estero di farli rientrare in Italia pagando un’imposta fissa del 5% sull’importo dei capitali rientrati. Ma si pensa che la facoltà non sarebbe utilizzata, perché il danaro esportato è generalmente frutto di margini di utili non dichiarati dalle imprese. Il titolare/amministratore dell’impresa che ha costituito i capitali, autodenunciandosi, sa bene che potrebbe essere accusato di falso in bilancio. La cosa per poter funzionare deve poter garantire il rientro senza conseguenze. Ed è a questo punto che si è riaperta la solita bagarre con l’opposizione che si rifà questa volta al “cartello di Medellin” (responsabili dei traffici di droga in Colombia) per denigrare il governo.
Questo moralismo, pur giusto eticamente, è sufficiente a farci rinunciare alle opportunità di ripresa? E’ sufficiente per costringere il ministro dell’economia a far ricorso alla crescita del debito pubblico?
Premesso che lo Scudo non è applicabile ai casi di accertamento già in corso, quanti evasori che hanno costituito capitali all’estero il fisco riuscirà a scovare? E quanti anni e spese serviranno per recuperare le somme evase? L’esperienza dimostra che sono molto pochi gli evasori scovati e che nel contenzioso fiscale che s’apre le spese sono superiore ai recuperi. In definitiva rinunciare sarebbe un ulteriore regalo agli evasori. La scelta razionale è quindi pensare al bene del Paese. Certi moralisti pensassero ai “farabutti” che hanno a casa loro.
Vito Schepisi su L'Occidentale

18 settembre 2009

Commozione ed ipocrisia

Le tragedie molto spesso sembra che siano un tutt’uno con il ricorso alla propaganda. La tentazione al moralismo si fa strada nelle coscienze più torbide. E se sono tragedie di morti per le nostre missioni di pace, se le vittime sono militari impegnati a difendere il diritto alla libertà di uomini e donne o a difendere il mondo intero dal pericolo del terrorismo, la tragedia si avvolge attorno al finto pacifismo ed all’orrore. L’infamia ed il pregiudizio non sono però meno vili della violenza e dell’odio ideologico.
L’11 settembre 2001 a New York, con i morti delle Twin Towers, ha rappresentato l’episodio culmine della pericolosità e dell’infamia del terrorismo. Ma c’è da ricordare che è stato interpretato da tanti - così tanti da non poter essere considerati tutti solo fuori di senno - come la giusta punizione ai simboli della supremazia e del potere economico che le stesse torri, che sembravano arrampicarsi verso il cielo, rappresentavano. Dinanzi a circa 3000 morti di civili innocenti il giudizio ideologico ha tranciato la sua sentenza di condanna che è suonata come responsabilità per le vittime e che ha assolto gli spietati assassini.
Sulla stessa tragedia si è innescata una pista negazionista del terrore islamico, attribuendo la responsabilità della catastrofe ai servizi segreti di USA e d’Israele.
Si nega di tutto al mondo, perché negare non costa niente e si cattura la fantasia di tanti utili idioti. In questa negazione, però, si può comprendere quanto sia cinica e spietata l’arte della strumentalizzazione di ogni tragedia. C’è una corsa alla visibilità, al distinguo, al pronunciare parole di cordoglio miste a critiche ed intuizioni diverse. Tutti buoni, tutti lungimiranti, tutti esperti militari, tutti virtuosi, tutti commossi, tutti pacifisti. Tutti per tutto, e di tutto ancora.
Dopo ogni dramma è così: c’è sempre chi moraleggia e si scopre stratega o pensa di poter indicare la strada giusta. La verità è che non esiste una strada giusta. Non c’è una “exit strategy” che possa apparire come la soluzione migliore. L’unica guerra vinta è sempre quella non fatta, ma non sempre si sceglie di combatterla una guerra, a volte la si subisce, altre non si può fare a meno di prevenirla anche attraverso azioni militari, come accade per la missione ONU in Afghanistan.
Ma i tempi sono cambiati e se una volta si diceva che la miglior difesa fosse l’attacco, oggi diventa difficile continuare a sostenerlo. La guerriglia e la presenza di un nemico invisibile, il terrorismo che colpisce tra la gente, tra i civili, inaspettatamente senza motivo, senza un effettivo pericolo ma solo per far morti, per spaventare il nemico, per spingerlo a desistere, per vendetta, per fanatismo religioso e per destabilizzare una quadro d’insieme, per impedire la normalizzazione e la svolta democratica del proprio Paese, sono tutti elementi nuovi che impediscono di dare un senso razionale alle cose. Si vive alla giornata, senza sapere se si sta vincendo o perdendo. Si vive sperando che il nuovo giorno spunti per tutti i ragazzi lontani dalle loro case e dai loro affetti.
Sembra che la morte serva a ricordare che la vita in certe realtà non conti niente e che sia invece la cultura della insostenibilità dell’esistenza a prevalere sui sentimenti, sugli affetti, sul pensiero, sugli animi, sui diritti, sulla libertà, sulle scelte di ciascuno, sulla vita degli esseri umani.
Chi può oggi dire con serenità se sia giusto che americani, tedeschi, italiani, francesi, inglesi, olandesi, polacchi, turchi, spagnoli, danesi, rumeni, norvegesi ed australiani, sotto l’egida dell’ONU, siano impegnati in questa difficile e pericolosa missione?
Le recenti elezioni hanno visto la conferma, con brogli elettorali, del discusso Karzai a Presidente dell’Afghanistan, ma è giusto lasciarlo da solo a difendere il Paese dall’imposizione della legge coranica dei Talebani? Ma, soprattutto, è giusto lasciare la popolazione afghana sola alle mercé della vendetta degli “studenti di Dio”, fanatici assertori del fondamentalismo islamico?
Qualcosa, però, bisognerà farla! Non si può continuare in attesa della prossima tragedia. L’Italia dovrà discuterne con gli altri paesi. Bisognerà cambiare strategia, coinvolgere altri paesi ancora, snidare i finanziatori del terrorismo, ammonire chi fornisce le armi e gli esplosivi. Ciò che non bisogna fare, però, è lasciarsi trasportare dalle ipocrisie di chi sfrutta il dolore e la commozione per avere più visibilità.
Vito Schepisi

12 settembre 2009

Fini fornisce all'opposizione le catene e le mazze

Ci sono alcune questioni che il centrodestra non può liquidare senza un confronto tra le diverse anime interne, senza un’analisi dei fenomeni, senza entrare nel merito delle proposte e senza respingere l’idea che possano apparire come se fossero diktat della Lega Nord.
Il Pdl più degli altri partner (Lega ed MPA) ha una sua responsabilità nei confronti di tutto il Paese: ha una sua posizione riportata nei documenti esposti sia in sede congressuale di costituzione del Pdl e sia, ancor prima e più vincolanti, esposti nelle linee programmatiche dei documenti elettorali siglati coi partner.
Ogni programma è un impegno con l’elettorato da rispettare. Guai a dimenticarselo! Ma un programma elettorale è anche un linea di orientamento da integrare con le proposte di tutti, perché la trasformazione in leggi ed in atti di governo sia il più possibile condivisa.
In una maggioranza il contenuto di questi atti deve essere visibile come un prodotto d’insieme e, come tale, difeso e sostenuto da tutti, anche dal Presidente della Camera nella sua veste di figura autorevole dello schieramento di centrodestra.
La valutazione dei contributi offerti, anche in Parlamento dall’opposizione, è un’ulteriore offerta di pluralismo e di metodo. L’importante non è varare comunque una legge, ma darne la forma e la sostanza giusta perché sia compatibile con le esigenze e con le risorse, perché sia civile, perché sia efficace. E’ anche importante nel confronto che si faccia attenzione a non consentire che si creino quei lacci con cui spesso si finisce con imprigionare il buon senso.
Se vale come principio generale di democrazia, tanto più ha la sua efficacia di metodo all’interno di una maggioranza. Se il Presidente Fini intende indicare questa necessità di pluralismo all’interno del Pdl può avere le sue ragioni, ma ha sbagliato i modi per farlo. L’ex leader AN si è esposto a valutazioni critiche, piuttosto diffuse persino tra coloro che gli sono stati sempre vicini. La sua successiva irritazione può essere comprensibile, ma non affatto pertinente e condivisibile.
E’ giusto sostenere che sia necessario il contributo di tutti i protagonisti politici della maggioranza per elaborare le iniziative e per concordare i passi da compiere perché soddisfino la strategia politica complessiva. Le ragioni della volontà di stare e decidere insieme è la ragione stessa di un’alleanza. E’ altresì giusto che ci sia la dovuta attenzione nel controllo degli eccessi degli alleati, perché la traduzione in norme esecutive non tracimi dagli argini di una strategia d’insieme.
All’origine di ogni alleanza si individua la presenza di un collante che unisce. E’ avvenuto anche per il PD laddove, contrariamente ai discorsi “stars and stripes” di Veltroni, il collante era e rimane l’antiberlusconismo. Il collante del centrodestra è l’insieme dei valori del moderatismo. Guardano al centrodestra coloro che ritengono che i sentimenti del riformismo democratico, dell’umanesimo liberale e del solidarismo cattolico, siano un riferimento importante per tutto il Paese. E questa visione di appartenenza ideale ha finito con essere riconosciuta anche da coloro che focalizzano istanze locali e che radicano la propria ragione politica nell’attenzione verso il proprio territorio d’azione. Ed è per questa ragione che Bossi e Berlusconi parlano di un patto di lealtà tra di loro.
Nel paese c’è un corto circuito che passa attraverso quattro direttrici: la sicurezza, l’immigrazione, la giustizia a cui si è aggiunto il gossip. In ciascuna si immettono gli affluenti dirompenti della polemica politica: fascismo, razzismo, mafia e moralismo. L’opposizione corre dietro allo scatenato Di Pietro ed usa questi strumenti per fomentare la rissa contro Berlusconi, invocando le “scosse” ed usando lo scontro per distogliere l’attenzione degli italiani dai successi del governo. E che fa il numero due del Pdl e della maggioranza? Fornisce all’opposizione le catene e le mazze?
Vito Schepisi

11 settembre 2009

Esiste un'offerta politica dell'opposzione?


E’ come la storia del mezzo bicchiere di acqua. C’è chi lo definisce mezzo vuoto e chi invece mezzo pieno. Gli italiani stanno tutti così. Tutti tra il mezzo incazzati ed il mezzo sereni. L’Italia è il Paese dei veleni a cascata, delle chiacchiere da bar, delle imboscate politiche ed economico-finanziarie, delle guerre editoriali, dei tradimenti e delle storie infinite.
Ci mancavano le belle di notte per completare il quadro di un Paese confuso.
Si potrebbe osservare che per fortuna c’è un Governo che va avanti e che non si lascia né intimidire e né coinvolgere in questa piena di ambiguo coinvolgimento della politica col malaffare e con le vagonate di fango, come emerge, ancora una volta, dopo la Campania e l’Abruzzo, anche in Puglia. Ma non basta! Non basta perché la politica ha bisogno di un quadro di rapporti leali, di una maggioranza che si apra al confronto, anche interno, ma che sia sostanzialmente coesa.
L’Italia ha bisogno anche di una opposizione che pungoli e prema, come in tutti i paesi di democrazia parlamentare, non di una interminabile rappresentazione teatrale, come avviene da noi. Ha bisogno di un Parlamento che non sia un votificio, in cui si dibattano e si completino le proposte, senza isterismi e voglie di rivalsa.
Il Paese ha bisogno di isolare i violenti, di smascherare i falsi ed i faziosi. L’Italia ha un grande bisogno di riforme vere: quelle che stabiliscano il passaggio verso una nuova scrittura della seconda parte della nostra Costituzione, fatta di poteri che non si sovrappongano, fatta di chiarezza dei ruoli, di responsabilità istituzionale, di una magistratura che sia l’espressione della maturità democratica del Paese, un potere giurisdizionale che sia impossibile per tutti manovrare e strumentalizzare.
Quando la lotta si fa dura, scendono in campo gli uomini duri. Ma quando la politica si fa molle, cosa scende in campo? Buttiglione? Ed è stato il post democristiano, archetipo della nuova generazione fornaia, benché vecchio volto noto del funambolismo trasformista che più di altri è sembrato gioire per il gossip, per la storia di Boffo per la confusione totale nel dibattito interno del PD, per le uscite di Fini, per i contrasti tra i cattolici ed il Pdl. Gioisce anche per la presenza di una cortina di fumo che impedisce di soffermarsi sulle ambiguità dell’Udc e dei suoi uomini. Gioisce perché a parlar di escort e di abusi si finisce per dimenticarsi di altri casini.
Dovrebbero suscitare interesse le osservazioni di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, quando sostiene che ci sia una crisi profonda del PD, tanto da fargli scrivere che “La lotta precongressuale è stata aspra ma ciò non è servito a guarire la malat­tia di quel partito: la scar­sa credibilità della sua «offerta politica» com­plessiva, l'assenza di un insieme di idee e di pro­poste potenzialmente in grado di convincere una parte rilevante di quegli elettori che, fin qui, si so­no tenuti alla larga dal Partito democratico.”
Un dubbio, lo stesso che molti hanno avuto sin dal primo momento, si ripropone sul valore politico e strategico di una’alleanza che ha visto unirsi in un solo partito i post comunisti ed i post democristiani. Questo PD che non riesce ancora a livello europeo a chiarire la sua collocazione politica e che induce a pensare in Italia che molti vecchi ex e post democristiani si accingano a dover morir socialisti.
Una proposta politica che adotti l’unica strategia di aspettare la caduta del Cavaliere, anzi di provar di tutto per fomentarla, può trovare compagni di strada in Cesa, Buttiglione e Casini, ma non ha prospettive. Non c’è nel PD nessuna cultura del fare, nessuna idea da proporre, nessuna prospettiva e nessuna ragione di unire. Come così dar torto a Panebianco quando sostiene che questo Partito non sia in grado di “costruire un’offerta politica senza suscitare dirompenti conflitti interni”?
Vito Schepisi

10 settembre 2009

Segreto istruttorio e deontologia professionale

Nel pomeriggio di ieri Il sostituto procuratore Giuseppe Scelsi, che a Bari indaga su escort e coca, si è presentato con due finanzieri presso la sede barese del Corriere del Mezzogiorno (inserto locale del Corriere della Sera) ma, come accade per tutti i casi simili, è tornato a mani vuote. La finalità era quella di "giungere all'individuazione del pubblico ufficiale che si è reso responsabile delle violazione dell'articolo 326 del codice penale relativo al segreto istruttorio".
Il Corriere della Sera, nella stessa giornata di ieri aveva diffuso il contenuto dei verbali dell’interrogatorio di Tarantini. L’imprenditore barese aveva parlato di feste, di escort e di droga, aveva fatto nomi, aveva fornito particolari e riferito circostanze. Un verbale articolato con il quale l’uomo chiave della “escortopoli” pugliese, a cui si collegano le questioni della sanità e quelle dei discutibili casi di abusi e di arroganza di alcuni assessori della Giunta regionale, aveva fornito ai PM riscontri a fatti e circostanze accertate attraverso intercettazioni telefoniche ed altre testimonianze.
Il magistrato non è riuscito a risalire ai nomi dei soggetti che avevano fornito le copie degli atti alla redazione del giornale. Il Dr Scelsi, come in tutti i casi del genere, ha ricevuto il rifiuto a rivelare le fonti delle informazioni. Le leggi vanno applicate e la violazione del segreto istruttorio è un reato, ma dall’altra parte i giornali hanno invece il diritto di pubblicare le notizie che ricevono, senza il dovere di rivelarne le fonti. Sembra un po' il gatto che si morde la coda!
Intorno a questa questione va avanti da anni un confronto serrato. A volte uno scontro senza esclusioni di colpi. Di Pietro, e quando si parla di incoerenza l’ex PM non può mancare, in una trasmissione di Vespa, "Porta a Porta", esternando un pensiero che sembra essere comune ad alcuni PM, colto dai suoi tipici scatti verbali con cui spesso esterna la sua ferocia, quando rimpiccolisce gli occhi e distrugge le parole, la consecutio temporum, la costruzione dei periodi, i congiuntivi, sbottò sostenendo un concetto che serve a chiarire la presenza di un preciso indirizzo di pensiero. In sintesi l’ex poliziotto ed ex PM affermò che doveva essere più importante sputtanare il colpevole che andar dietro a chi lo sputtana. Il colpevole! Alcuni PM (per fortuna non tutti) considerano "colpevole" l'indagato sin dalla fase istruttoria e si sentono come fustigatori dei costumi, come tanti infallibili Torquemada o, nel caso di Di Pietro, … un intrepido giustiziere della notte
In una fase politica di estrema tensione anche sui principi stessi dell’informazione, sul suo pluralismo e sul suo equilibrio; in una fase in cui per pretestuosa strumentalizzazione politica si parla di "vulnus" alla libertà di stampa, e si indica come responsabili di questa ferita un giornale ed il suo direttore, per aver pubblicato una notizia di squallore privato sull’ex direttore del giornale dei Vescovi, ed il Presidente del Consiglio, per aver citato in giudizio per danni alcune testate giornalistiche intervenute a gamba tesa nella sua vita privata, diviene persino difficile sostenere una tesi restrittiva sulla libertà d’informazione.
Si osserva, però, che la deontologia professionale, per la stampa, non può che essere un insieme di norme di correttezza che deve comprendere anche il sostegno al lavoro di quelle funzioni dello Stato preposte all’istruttoria delle indagini di magistratura e polizia giudiziaria. Ci sono funzioni che devono essere ritenute necessarie per garantire e sostenere la legalità e la difesa del diritto nell’interesse di tutti i cittadini italiani. Sarebbe così una giusta interpretazione deontologica quella che dovrebbe indurre la stampa ad evitare di pubblicare gli atti relativi alle fasi giudiziarie sottoposte a segreto istruttorio.
Inserire questo comportamento nelle regole di deontologia professionale per l’Ordine dei Giornalisti non sarebbe affatto una limitazione della libertà d’informazione, quanto invece un accrescimento del diritto di tutti. Sarebbe il doveroso rispetto verso il lavoro di indagine giudiziaria che la Costituzione assegna all’Ordinamento giurisdizionale. Forse un primo passo verso un Paese normale.
Vito Schepisi

09 settembre 2009

La Puglia non ha bisogno di Vendola

La questione della Sanità pugliese ha tutto l’aspetto di uno scandalo annunciato. La storia di un Assessore alla Sanità con interessi familiari nel campo delle forniture delle protesi sanitarie era un fatto conosciuto da tutti in Puglia.
Tutti sapevano, ma se la voce del popolo, priva di atti concreti, non ha da sola valore probante c’è da dire che non c’era solo la voce del popolo. La pistola fumante era ben radicata negli atti dell’Istituto regionale, quando sia la maggioranza che l’opposizione, in più occasioni, avevano fatto emergere il pericolo del possibile conflitto di interessi.
Il Presidente della Regione, però, ha fatto di tutto, per tenere in piedi la sua baracca. Si è persino speso per ribadire la fiducia a tutti gli uomini della sua Giunta. Tutto! Meno che prendere atto di ciò che accedeva. Si è comportato come uno struzzo con la testa nella sabbia.
Per la sanità in Puglia si è costituito un intreccio di interessi e di prevaricazioni. I media oramai parlano di “cupola” e la Procura di Bari paventa ipotesi di reato gravissimi. Sono emersi episodi di corruzione e di gestione clientelare.
I danni economici per i pugliesi sono enormi. C’è un buco economico nella gestione che supera il miliardo di Euro. I pugliesi di converso pagano addizionali irpef regionali al massimo ed i ticket sono richiesti anche per patologie gravi ed invalidanti, benché in agosto sia stato approvato un decreto che garantisce l’esenzione agli immigrati irregolari.
Al filone sanità si collegano altri abusi da cui emergono sintomi di arrogante gestione. Sono state usate donne in carriera, escort e mamme bisognose di lavoro come merce scambio per favori, per appalti e per il tipico esercizio autoritario di chi intende il mandato politico come una licenza di prevaricazione e di reiterato ricorso ai propri interessi personali.
Si è coinvolto l’Ente in pratiche di squallido maschilismo, svilendo le funzioni amministrative della Regione all’edonismo più bieco e più vile.
Tutto questo non può non avere un limite nella responsabilità di chi ha avuto il mandato popolare di guidare l’Amministrazione Regionale. E questo limite sembra ampiamente superato. Sono 4 anni e mezzo che il Presidente Vendola si è mostrato interessato più ai 40.000 voti sul territorio di Bari, attribuiti a Tedesco, che agli interessi dei pugliesi, senza che mai gli sia balzata la curiosità di capire e spiegarsi l’origine di quel serbatoio di voti. Il Governatore pugliese, al contrario, si è cimentato a diffondere prediche sulla moralità degli altri. Ha vantato per se esempi di virtù e di profonda tensione morale. Ha diffuso parole di trasparenza e di sostegno alla gente nel bisogno. Ha invocato il bisturi per tagliare la corruzione e per estirpare ogni male. Un Giano bifronte confuso dalle sue stesse due facce.
E’ ora, però, che tragga le sue conclusioni e si dimetta, invece di pensare d’inventarsi nuovi percorsi politici, rispolverando formule trasformiste ed invocando le tradizioni pugliesi di laboratorio politico.
La Puglia avrebbe bisogno di uomini concreti che facciano precedere i comportamenti adeguati alle fantasie parolaie. Ha bisogno di razionalizzare le risorse economiche per l’integrazione del suo territorio. Ha bisogno di rilancio produttivo e di impulso all’artigianato, all’agricoltura ed alle produzioni tipiche.
La Puglia ha bisogno di una politica del turismo intelligente. Ha bisogno di investire, più che nelle spese improduttive e nei costi elefantiaci di gestione, nello sviluppo, nel terziario, nella valorizzazione della sua cultura e della sua storia, nel restauro e nella conservazione dei suoi insediamenti artistici, nei suoi borghi, nei tipici percorsi urbani di una cultura antica ma viva, nella valorizzazione dei doni ricevuti dalla natura fatti di angoli di bellezza unica ed inimitabile.
La Puglia ha bisogno di investire nei servizi.
Non ha bisogno del primato per il governatore più pagato d’Italia, ma di uomini diversi dagli abili e retorici cucitori di abiti politici ormai in disuso.
La Puglia non ha bisogno di Vendola.
Vito Schepisi

08 settembre 2009

Il potere delle banche


Quando di mezzo c’è Tremonti, e si parla di banche, sono sempre scintille. Il ministro dell’Economia non è uno che di solito le manda a dire. Le dice! In Italia c’è stato da sempre uno strapotere delle banche ed un comportamento supino dei governi e della politica. “Non ha senso che le banche siano più grandi dei governi stessi” - sostiene Tremonti che sembra interessato ad invertire questa tendenza - “le banche devono essere al servizio della gente, non la gente al servizio delle banche”.
Ed in modo diretto, il Ministro subito dopo sostiene che non debba essere il governo a sottostare alle pressioni del sistema bancario, ma queste ultime, invece, ad agire in funzione delle imprese ed a sostenere le politiche di sviluppo dell’economia “tanto che poi quando hanno problemi questi diventano anche problemi dei governi." L’allusione è sia alla recente crisi che poteva mettere in ginocchio il sistema finanziario globale e sia alla sottocapitalizzazione degli istituti di credito. Una preoccupazione, la prima, che nella crisi in atto per fortuna in Italia è stata scongiurata, un po’ per la politica prudente delle banche italiane ed un po’ per la diffidenza dei risparmiatori (poco propensi ad acquistare prodotti finanziari che non conoscono e che non riescono a comprendere), ma che per la seconda conseguenza (sottocapitalizzazione) ha invece colpito la parte più debole del sistema, le piccole banche: senza far vittime, ma riducendo la loro potenzialità a finanziare le piccole imprese locali.
"La tendenza delle banche è a fare intermediazione, cioè prendere soldi a zero e impiegarli. Sono capaci anche i bambini a fare le trimestrali così''. Una vera frustata al sistema, dopo che Passera (Intesa) aveva sostenuto che le banche fanno da sole, criticando la misura dei tassi dei Tremonti-Bond, messi a disposizione proprio per le banche in difficoltà patrimoniale.
Il Ministro dell’Economia ha puntualizzato al G20 finanziario di Londra che quei fondi sono stati messi per le imprese, e su richiesta delle banche, e che non costituiscono strumenti di debito, ma patrimonio e capitale di rischio. E poi la stoccata: "Una banca non è un’industria qualunque, che fa scarpe o vasche da bagno, ma ha una funzione pubblica", ricordando che quella delle banche è la funzione di sostegno all’economia del Paese, alle industrie e di converso alla difesa dell’occupazione ed alla stabilizzazione dei consumi.
La banca è un’attività imprenditoriale come tante altre, ma a differenza delle altre, ha una propria funzione sociale, agisce da volano per l’economia, è un sostegno agli investimenti, rende possibili i cicli produttivi delle imprese attraverso il finanziamento delle spese correnti e/o l’anticipo dei ricavi.
Come una qualsiasi impresa commerciale, anche la banca mira a realizzare utili, a rafforzare il suo patrimonio, a svilupparsi, ad incassare i suoi crediti ed ad onorare i suoi debiti. Fa impresa e la fa attraverso la più tipica azione di mercato: compra ad un prezzo per vendere ad un altro, maggiorato a seconda degli indici stabiliti dalle autorità monetarie europee, con uno spread più o meno largo a seconda delle garanzie acquisite, della qualità del cliente e del suo potere contrattuale.
Ma cosa compra una banca? Cosa mette in magazzino? Compra il danaro dei risparmiatori e lo fa in condizioni di suo esclusivo interesse, spesso imponendo le sue condizioni, tanto che la sostanziale uniformità della remunerazione della raccolta, da uno Sportello all’altro, fa spesso pensare alla costituzione di cartelli che di fatto rendono meno efficace la concorrenza.
Il denaro comprato percorre il suo ciclo di trasformazione per essere venduto confezionato nelle sue varie forme e per le diverse richieste. Ma il potere di decidere rimane sempre alla banche. Queste ultime, attraverso l’offerta di strumenti finanziari alternativi, spesso si toglie anche il fastidio di destinarlo alle aziende ed alle famiglie, ma lo colloca in immobilizzazioni finanziarie più o meno rischiose per i risparmiatori, lucrando commissioni e superando così anche il rischio di impresa.
E’ un sistema quello della banche che stabilisce da solo quando aprire l’ombrello o chiuderlo. E’ un potere spesso sordo alle questioni sociali, indifferente alle crisi, all’occupazione, al territorio, al sostegno alle piccole imprese, all’agricoltura, all’artigianato.
Ma se non è pensabile una guida di Stato al sistema bancario, una cultura diversa si. E se questa cultura è difficile acquisirla, è anche possibile pensare di scrivere regole diverse.
Vito Schepisi

01 settembre 2009

L'Ipocrisia è un "Abito del Male"


Non sono un credente, ma se lo fossi non sarei un buon cattolico. Non potrei sopportare una Chiesa che distoglie lo sguardo dai tanti episodi di pedofilia, di omosessualità, di deviazioni sessuali, alcune anche violente, e persino di antisemitismo negazionista, da parte di uomini vestiti con abito talare.
Ed a proposito di abiti, tra gli “abiti del male” di Aristotele ve ne sono alcuni che andrebbero rimossi dal guardaroba del vizio. Sono così cambiati i tempi!
Altri invece meriterebbero di entrarci e sarebbero degni di una severa attenzione dei predicatori del Bene. Non sto qua però a citare i vizi capitali da rimuovere, perché obsoleti e superati dai costumi . Non è questo il momento e lo spazio, ma un vizio da promuovere nell’elenco dei peccati capitali l’avrei. E’ l’ipocrisia.
Ora se questo vizio si limitasse solo ai comportamenti profani, nei rapporti comuni di ogni giorno, per l’egoismo, l’edonismo, la cattiveria e la miseria degli uomini, ci starebbe. Passerebbe come i tanti comportamenti meschini del genere umano. Ma come, invece, poterlo comprendere nelle gerarchie cattoliche, tra coloro che sono sintesi di un linguaggio morale, mutuato dai principi della sacralità e dall’insegnamento della parola di Dio?
Non è una notizia quella di uomini della Chiesa che brillano per ipocrisia. Nelle prediche, sui giornali, nei retorici sermoni, sono sempre pronti a gettare, come si dice, la Croce sui mali del mondo, ma sono sempre pronti a ritrarla dalle contraddizioni che, benché avvolte dalla nebbia dei molti misteri, lasciano trapelare episodi e circostanze che indicano un razzolare quanto meno problematico, se non del tutto censurabile.
Anche l’ostentazione sfarzosa, le pratiche finanziarie, la gestioni di tesori e ricchezze, i tanti episodi di opacità anche nei lasciti dei fedeli, ma anche la pedofilia e l’omosessualità molesta e gli isterismi di ogni personalità incerta, mostrano quell’aspetto così terreno e prosaico, da oscurare il messaggio di quel Bene che ci si aspetta dai testimoni, per vocazione, della tradizione religiosa e cristiana.
Restiamo in argomento, però! Apprezziamo il messaggio di cultura e di tradizioni che la Chiesa ha saputo trainare nella società civile e che, in particolare nel mondo occidentale, è ancora orientato alla difesa della vita, all’ordine etico dei comportamenti, alla solidarietà tra gli uomini ed alla pace tra i popoli.
Vorremmo che la Chiesa continui ad avere gli strumenti e la forza morale per imprimere ancora l’impronta della civiltà cristiana, per perpetuare quella rivoluzione di arte, di cultura e di umanesimo che ha fatto dire a Benedetto Croce che “Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta”. Vorremmo che sia ancora così nel futuro e che il cristianesimo abbracci credenti e non credenti in un comune sentire di bene, di umanità e di fratellanza.
Vorremmo ancora che quello della Chiesa di Cristo sia un messaggio “urbi et orbi”, lontano dal particolare, diretto agli umani del mondo, privo di riferimenti nazionali, perché il Vaticano sia davvero uno Stato del mondo: l’unico, il solo dotato del privilegio di una sovranazionalità garantita dalla sua neutralità temporale.
Nel terzo millennio in cui la rivoluzione dei modi, delle coscienze, delle responsabilità e delle conoscenze impone le sue regole progressive, le sue geometrie terrene ed i suoi bisogni, e rivoluziona anche l’identità etica degli uomini, l’ipocrisia appare e fa strage anche del sentire spirituale degli individui inducendoli a privilegiare il materialismo, anziché lo spiritualismo come valore etico di riferimento.
E per essere attuali, delle due l’una! Se la pratica dell’omosessualità, ad esempio, è considerata dalla Chiesa come un atto “intrinsecamente disordinato” mentre, sempre per la Chiesa, l’omosessuale dovrebbe astenersi dalla pratica per non incorrere in peccato, può un peccatore assumere un ruolo importante non solo nella gerarchia ecclesiale ma anche nella organizzazione, benché laica, della diffusione di messaggi di fede e di giudizi morali?
Senza ipocrisia, quella dell’omosessuale molesto che dirige il quotidiano delle gerarchie periferiche della Chiesa è una notizia così simile a quella che le scuole di giornalismo indicano come “una notizia” per antonomasia, e cioè quella del padrone che morde il suo cane.
Vito Schepisi su Il legno storto

26 agosto 2009

L'Italia dei vagabondi

La gratitudine in politica non esiste. E’ una regola valida da sempre. Una costante che ha una sua ragione di essere. Il consenso del popolo, infatti, a cui la responsabilità dei partiti dovrebbe richiamarsi, non può garantire benevolenze private e neanche rendite di posizione. Ma in tutti i rapporti, anche politici, dovrebbero coesistere lealtà e rigore ideale, quali pilastri della correttezza umana, quali capisaldi di un modo corretto di proporsi. E sono proprio questa lealtà e questo rigore ideale che sempre più spesso non si ritrovano nelle strategie politiche delle alleanze e nei comportamenti degli uomini e dei partiti.
Ci sarebbe da chiedersi, a tal proposito, come mai Di Pietro si è alleato con Veltroni, impegnandosi alle ultime elezioni politiche finanche a costituire un gruppo unico in Parlamento, se Di Pietro ora accusa Veltroni di essere responsabile della caduta di Prodi e del ritorno al Governo di Berlusconi?
Se il leader dell’Idv nutriva riserve sul progetto del Partito Democratico e sulle responsabilità dell’ex Sindaco di Roma per la caduta di Prodi, perché si è alleato con Veltroni ed il PD? E, se non credeva in quel progetto, quale valore aveva la sua alleanza, se non quello di una furbesca ed interessata finzione?
Altro che l’Italia dei valori! Più l’Italia dei vagabondi.
Non è un mistero che il salvagente a Di Pietro, alle politiche, l’abbia fornito proprio Veltroni, e che l’ex magistrato abbia barato al gioco, impegnandosi a sostenere un progetto politico che invece ha poi denunciato e fatto fallire. Veltroni ha ingenuamente fornito persino il lubrificante con cui il “feroce” molisano sta ungendo la corda con la quale intende impiccare l’intero PD.
Ma non si tratta solo di mancanza di gratitudine. Si è ripresentata, invece, la bieca attitudine dell’ex PM a tradire chiunque gli abbia allungato una mano. A nulla vale che la mano in questione, trattandosi di quella di Veltroni, prestigiatore a sua volta delle parole e delle immagini, preso dall’illusione di poter vincere le elezioni, non fosse del tutto disinteressata.
Un uomo fortunato Di Pietro. Trova sempre chi lo fa emergere dalle zolle di terra. Ma ci sono anche molti furbastri che sognano di utilizzare il suo trattore per mietere grano elettorale e riempire i silos, all’occasione trasformati in loft, finendo invece con le palle nei cingoli, o basiti dalla sua travolgente inaffidabilità.
Facendo fallire il progetto di un partito nuovo, affrancato dalla sinistra radicale e riferimento, invece, di un’area di sinistra democratica di tipo europeo, aperto al confronto con la parte moderata e propositiva del Paese, Di Pietro ha fatto fallire l’intero progetto politico del PD. E’ venuta meno la stessa ragione di esistere, come emerge dalla miserevole fase precongressuale. Una mera alleanza elettorale tra post democristiani e post comunisti, vuota di ideali e di prospettive future. Solo un contenitore di uomini lividi, arroccati a difendere spazi di potere, con un comune rancoroso collante antiberlusconiano.
Affossando il proposito veltroniano di collaborare all’avvio delle riforme condivise, per trasformare anche quello politico italiano in un sistema di democrazia compiuta, Di Pietro ha mortificato ancora una volta il tentativo - tutto da verificare per la presenza nel PD di incrostazioni massimaliste - di consolidare nel Paese una normale democrazia liberale.
Una preoccupazione quest’ultima che prende corpo col ripresentarsi della protesta intollerante, montata sui pregiudizi e contro un Governo che mostra invece grande impegno e concretezza, nonostante le grandi difficoltà rappresentate da calamità, strutture obsolete e dalla difficile crisi mondiale dei mercati.
Un “cupio dissolvi” sulla pelle degli Italiani. La chiamata alle armi autunnale di Di Pietro è simile alla retorica fascista prima della marcia su Roma, quando il populismo di sinistra e di destra si andavano a congiungere nella follia di ritenere che fuori dalla mediazione della politica, con i modi sbrigativi e con la complicità di pezzi dei poteri dello Stato, si potessero risolvere le difficoltà tipiche delle grandi trasformazioni sociali. E come allora, quando una parte della burocrazia aristocratica - lo stesso potere delle caste di oggi - aveva pensato che si potesse governare la trasformazione della società con l’instaurazione di uno Stato autoritario, anche oggi c’è chi pensa di poter impedire la trasformazione del Paese, le riforme per la trasparenza e la liberazione dai soprusi e dai privilegi delle caste, fomentando un clima di intolleranza e di delegittimazione politica.

Vito Schepisi su Il Legno Storto



04 agosto 2009

Parlamento, Costituzione, Democrazia


La questione sollevata dal Presidente della Camera Fini non è nuova. A parti invertite ricompare di legislatura in legislatura, allorquando il governo, attraverso la facoltà della decretazione e della richiesta della fiducia, riduce la partecipazione al dibattito e rende inemendabili le leggi presentate.
Il Governo ricorre ai decreti ed al voto di fiducia sostanzialmente per due ragioni. La prima è quella del carattere di urgenza dei provvedimenti (la decretazione d’urgenza). La seconda (la richiesta della fiducia) è per evitare di far snaturare, attraverso la votazione degli emendamenti, la portata delle leggi proposte. Quest’ultima ragione è unita all’esigenza di voler accelerare i tempi di conversione che per i decreti devono improrogabilmente avvenire entro i 60 giorni dal varo, pena la decadenza. Ci sarebbe una terza ragione, la più maliziosa, che attiene alla preoccupazione del governo di subire imboscate attraverso l’azione dei “franchi tiratori”, le assenze dei parlamentari, o le stesse manovre interne dei partiti di maggioranza. Una terza ragione, però, che renderebbe meno lustro alla “sacralità” democratica della funzione parlamentare. Rientrerebbe, infatti, tra le patologie di un Parlamento che non sempre è espressione della volontà politica del Paese, non sempre ne rispetta il mandato e che è incline, invece, a trasformare la funzione della rappresentanza democratica in quella delle opportunità personali o in quella di cedimento alle lobbies economico-affaristiche che premono per sostenere interessi, non sempre apertamente legittimi.
Su questa questione di esercizio democratico della funzione parlamentare, a parti sempre invertite di legislatura in legislatura, si gioca una partita dai toni piuttosto alti che vanno dall’allarme sociale, per un Parlamento esautorato dalle sue funzioni, all’allarme giuridico-costituzionale, per la presunta mancanza di rispetto per l’Istituzione parlamentare, a quello, infine, dell’accusa di svilimento della funzione del confronto democratico per l’impossibilità dell’opposizione di contribuire a migliorare le leggi.
Non mancano, però, i toni esasperati, provenienti da alcuni settori del Parlamento. C’è, infatti, una parte dell’opposizione che non fa mistero di respingere il risultato elettorale e che contesta alla maggioranza il diritto-dovere di esercitare la sua funzione costituzionale di governo. E’ questo un fronte parlamentare incline a tentazioni autoritarie, alimentato dall’indifferente silenzio del PD, con cui si è proposto alleato alle politiche dello scorso anno e nelle recenti amministrative. Un fronte che sempre più spesso fa da traino all’ondivaga rotta dell’intera minoranza incapace di indicare, con trasparenza, una propria strategia politica. Un’opposizione in cui emerge la voce di chi, per scarsa cultura democratica, ed a volte per scarsa cultura tout court, soffia sul fuoco dell’intolleranza e del pregiudizio politico, paventando rischi di “dittature”, nonostante applauda le iniziative di compagni di strada che parlano apertamente di “dittature dal basso”.
"Nessuno da parte del governo può pensare di non doversi confrontare con il Parlamento” – sostiene Fini – e né di poter "esautorare il Parlamento dal diritto-dovere di controllare".
E’ giustissimo! Ma lo è altrettanto sostenere che nessuno possa e debba fermare il processo democratico di cambiamento del Paese. Non può essere consentito ancor più che lo si faccia attraverso i giochi dei regolamenti parlamentari. Deve, pertanto, essere respinto il reiterato tentativo di immobilizzare il Paese. Non si può far appello all’uso delle funzioni democratiche dello Stato per far prevalere le caste conservatrici e la “dittatura” della burocrazia. E’ necessario, invece, riflettere sulla inadeguatezza, nel tempo reale di internet, di procedure politico-amministrative che rendano inutili e/o tardivi gli interventi o che snaturino lo spirito dei provvedimenti o addirittura che allarghino la spesa a favore delle lobbies o dei campanili.
La riforma dei regolamenti parlamentari sarà al centro della riapertura dei lavori parlamentari di settembre, come si sostiene da più parti, ma per poter sortire un esito condiviso, dovrà garantire l’adempimento delle responsabilità di chi governa, assegnando tempi certi per la discussione dei decreti e delle leggi di iniziativa governativa, utilizzando le commissioni per alleggerire i lavori dell’Aula, in cambio di più spazio alle minoranze per far conoscere le proprie proposte e per esercitare il legittimo diritto di chiedere modifiche.
Se il Parlamento è il luogo, assegnato dalla Costituzione, per lo svolgimento della vita democratica del Paese, è opportuno che sia messo in grado di garantire l’esercizio del mandato di responsabilità di governo, assegnato alla maggioranza parlamentare, attraverso l’espressione del voto popolare.


Vito Schepisi su Il Legno Sorto

30 luglio 2009

Il Partito del Sud


Se c’è una cosa di cui gli italiani non sentono assolutamente il bisogno questa è la creazione di un nuovo partito. Se nell’Italia repubblicana, per ogni nuovo partito fondato, fosse stata invece realizzata un’opera pubblica non staremmo ancora oggi a denunciare le carenze infrastrutturali, la precarietà degli edifici, la mancanza di strade, scuole, ospedali, linee ferroviarie, porti, aeroporti, verde pubblico, carceri e case popolari. I costi dei partiti sono enormi. Tutti sanno o sospettano che questi costi vadano sempre a carico dei contribuenti, anche di quelli a cui viene l’orticaria solo a sentir parlare di un nuovo partito.
In questo scorcio d’estate in cui il Mezzogiorno, per mostrare le sue straordinarie bellezze, si illumina con il cielo più terso ed il sole più limpido d’Italia, le voci insistenti della formazione di un Partito del Sud, tolgono la tranquillità ed il sonno, più dello scirocco che, di sera, soffia dall’Africa.
Chi è meridionale conosce quali siano davvero le politiche per il Sud. Sa molto bene che la soluzione non è nei soldi, alimento spesso di mafie e clientele. La sicurezza, le strutture adeguate, i trasporti veloci ed i servizi efficienti sono invece i bisogni primari. I diritti e la legalità devono subentrare alla gestione arrogante e clientelare del territorio.
Chi è meridionale rifletta sui soldi spesi per anni a Napoli per l’emergenza “monnezza”, o a Bari con l’affare “sanità” ed avverta il bisogno della fiducia nelle funzioni dello Stato, perché siano sempre al servizio della legalità, perché sappiano erogare giustizia con rapidità, senza sollevare polveroni che finiscono col celare le responsabilità, intorpidire le acque o favorire una parte politica.
La gente del sud chieda Giustizia!
Non servono alla trasparenza le gesta erotico-sputtananti di compiacenti “signorine” se finiscono per coprire, con le pruderie di una cultura provinciale, la questione morale del centro-sinistra pugliese. Il Meridione ha bisogno di liberare le sue energie dalle catene dei soprusi e dalle acque melmose di interessi, vendette e ripicche. Il Mezzogiorno deve affrancarsi dalle furbizie della burocrazia, della politica e del malaffare.
Il Sud deve liberarsi dall’usura, dal pizzo e dall’abuso.
Bisogna essere chiari, anche a costo di sembrare sbrigativi e rozzi. Il Partito del Sud nasce, se nasce, per chieder danaro. Attorno all’idea si sono subito formate cordate, più o meno palesi, tra chi fiuta l’opportunità e chi mira al riciclaggio. Nell’un caso e nell’altro, sarà sempre una raccolta differenziata. E’ bene che si sappia, però, che la politica non è solo spesa e gestione, ma soluzioni.
La lotta tra poveri, ed il braccio di ferro per contare di più, è stato il risultato di oltre 60 anni di politiche con la questione della “centralità del mezzogiorno” in piedi. Questa “centralità” è stata tra gli obiettivi primari di quasi tutti i 66 governi italiani del dopoguerra . La Questione meridionale ha saturato la letteratura politica, sociale ed economica, come sosteneva Leonardo Sciascia: “Sappiamo bene che c'era già una "Questione meridionale: ma sarebbe rimasta come una vaga leggenda nera dello Stato italiano, senza l'apporto degli scrittori meridionali”.
Niente è cambiato, però, da quel “c’era già”: perché non è cambiato il modo di affrontarla la "Questione".
Basterebbe riportare la contabilità dei costi di questa politica per il mezzogiorno e dimostrare che con la spesa sostenuta sarebbe stata assicurata una vita agiata a tante generazioni di meridionali. La classe dirigente doveva solo astenersi dal fare qualsiasi cosa, per non combinare ulteriori guai, come è accaduto all’Ospedale di Agrigento, posto sotto sequestro dall’autorità giudiziaria, con le strutture portanti di calcestruzzo realizzate con la sabbia.
Lombardo e Miccichè, anziché al Partito del Sud, pensino ora ai 1400 degenti che non si sa dove potranno essere diversamente dislocati!
Vito Schepisi

27 luglio 2009

"NON IN MIO NOME"

Le federazione mondiale della stampa ha espulso dall’associazione la federazione israeliana. L’espulsione è avvenuta per una questione di quote associative, ma nelle more di una trattativa in cui Israele ne lamentava l’esosità, rispetto alle quote pagate da altri paesi dell’area mediorientale.
Sembra che l’accordo, a detta dei rappresentanti israeliani, fosse stato già raggiunto, ma che sia comunque prevalso il sentimento antisionista dei diversi rappresentanti della federazione. Ciò che è incomprensibile (e ci sgomenta) è che alla fronda anti-israeliana abbia aderito anche la federazione italiana rappresentata da Paolo Serventi Longhi.
Per iniziativa di “NON IN MIO NOME”, un gruppo su FB composto da giornalisti italiani, tra cui Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, per citarne i primi in elenco, e circa 1500 firme di blogger, lettori, cittadini comuni, (le firme sono ora diventate quasi 2000) è stata inviata una lettera alla FNSI in questi termini:
All’attenzione di: Franco Siddi , Segretario della Fnsi e Roberto Natale, Presidente della FnsiEgregio Segretario, egregio Presidente,dopo lo scandaloso e vergognoso voto con il quale i membri dell’esecutivo della Federazione internazionale dei giornalisti hanno espulso i colleghi israeliani, senza ascoltarne le ragioni, vi chiediamo:a) Il voto del rappresentante italiano, Paolo Serventi Longhi, è stato concordato con la segreteria e/o con la giunta della Fnsi?b) Dopo la polemica vicenda delle quote (sollevata dai colleghi israeliani in seguito alla costante esclusione da momenti importanti della Federazione internazionale, come l'aver tenuto all'oscuro i giornalisti israeliani di una missione investigativa sugli eventi di Gaza. E che in ben due occasioni, a Vienna e a Bruxelles, i giornalisti israeliani sono stati esclusi dagli incontri sul Medio Oriente), pensate anche voi, come Serventi Longhi, che l’unica soluzione fosse quella burocratica, invece che avviare finalmente un chiarimento politico al vertice della Fig?c) E’ utile per noi italiani far parte di questo organismo non democratico che costa alla Fnsi – quindi alla tasche di tutti gli iscritti – circa 100 mila euro l’anno?d) Sono stati mai esaminati dalla Fig e dai suoi vertici gli omicidi di colleghi in Iran, in Cecenia, e in altre parti del mondo?e) E’ mai stata presa una posizione ufficiale su questi tragici avvenimenti?f) La Federazione internazionale è mai intervenuta sui giornalisti di quelle tv arabe che reclamano “la morte di tutti gli ebrei”?A nome di oltre 1.500 aderenti (giornalisti e lettori) vi chiediamo di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile. E di promuovere, contemporaneamente, un’indagine sull’intera attività della Federazione internazionale, con una commissione di cui faccia parte qualcuno degli amministratori di questo gruppo, sospendendo , nel frattempo, la partecipazione della FNSI alle attività della Federazione Internazionale. Vogliamo saperne di più, poiché funziona anche con i nostri soldi. Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, Silvana Mazzocchi, Cinzia Romano, Mariagrazia Molinari, Gianni de Felice, Paola D'Amico, Nicola Vaglia, Enzo Biassoni, Paola Bottero, Luigi Monfredi , Antonio Satta, Maria Laura Rodotà, Stefania Podda, Marida Lombardo Pijola, Daniele Repetto, Dimitri Buffa, Emanuele Fiorilli, Antonella Donati, Paola Tavella, Anna Maria Guadagno, Monica Ricci Sargentini, Maria Teresa Meli, Giovanni Fasanella, Mirella Serri, Stefano Menichini, Marina Valensise, Gloria Tomassini, Franca Fossati, Mariella Regoli, Claudio Pagliara , Daniele Renzoni, Daniele Moro (seguono altre 1.500 firme)ROMA 22 luglio 2009

La risposta della FNSI è arrivata 4 giorni dopo sul sito dell’associazione
http://www.fnsi.it/Esterne/Pag_vedinews.asp?AKey=10100
Sarebbe solo sufficiente rilevare la diversità dei caratteri (quasi illeggibili quelli della lettera di protesta) per comprendere il fastidio della risposta (arrivata dopo che la casella e.mail della FNSI era stata inondata dai messaggi dei lettori indignati). La lettera del gruppo “NON IN MIO NOME” è prima apparsa, priva di commenti, sul sito FNSI e poi scomparsa, per ricomparire nuovamente nel pomeriggio di domenica 26, accompagnata dalla risposta con caratteri in grassetto del Presidente della FNSI, Roberto Natale.
Parlare della fiera del nulla, rispetto alle questioni poste dai richiedenti di “NON IN MIO NOME” può sembrare un eufemismo. L’impressione che se ne ricava è che si tratti di ben altro. E ciò che se ne ricava è una vergogna che non ci fa onore.
Solo la seguente semplice riflessione ci porterebbe a conclusioni di estrema gravità. Se - come afferma il Presidente della FNSI Roberto Natale - "L’uscita di Israele, naturalmente, non può essere ridotta a burocratica lettura dei libri contabili", due sono le cose: o c’è ben altro (antisemitismo della FNSI?) o c’è incoerenza. La prima ipotesi sarebbe gravissima, ma la seconda … altrettanto!
Per quale delle due ragioni, dunque, Serventi Longhi ha votato per l'esclusione della federazione israeliana?
Vito Schepisi

23 luglio 2009

Qualcosa di serio


Se c’è qualcosa dei vecchi partiti che andrebbe conservato questo è il regolamento delle assemblee e dei congressi. Il momento congressuale di un partito è tra i più importanti della sua storia ma anche il più delicato. Attraverso i congressi, infatti, si delineano gli assetti politici, le strategie, le alleanze, le ragioni dello stare insieme di una formazione politica.
Un partito si forma per qualcosa, per realizzare un modello di società, per far sviluppare una serie di iniziative nella vita civile e sociale del Paese. Una formazione politica propone una strategia in cui gli individui o le popolazioni possano meglio ritagliarsi gli spazi della propria soddisfazione.
Un partito, per definizione, rappresenta una parte più o meno vasta di popolazione che indica un modello di società e che privilegia una progetto di forme di rapporti tra cittadino e Stato. Più un partito incarna gli umori e la forza del sentimento comune e più si afferma attraverso l’espressione democratica del consenso.
Questo modo di regolare i rapporti tra stato e cittadino, questa facoltà di libertà associativa, di pluralismo delle idee e delle forme, di rispetto delle regole e delle leggi e di partecipazione alla vita politica si chiama democrazia. Per inciso andrebbe sempre ricordato che nella sostanza la democrazia è questa e niente altro.
Non esiste una dittatura democratica e neanche una dittatura dal basso del popolo del web (Grillo) che possa sostituire le regole di civiltà di una democrazia rappresentativa. E’ la democrazia dei partiti che, organizzata nelle sue diverse forme istituzionali, ha consentito nel mondo occidentale di far sviluppare condizioni di civiltà e di benessere diffuse tra le popolazioni. Ogni partito ha la sua storia, anche quelli che, di nuova formazione, assimilano culture ed origini diverse o integrano i valori essenziali dei più importanti comuni ideali per essere riferimento di un’area di proposta più vasta per il governo del Paese.
Il dibattito politico avrebbe dunque la funzione del confronto tra le diverse istanze sociali e le diverse prerogative dei valori che emergono dai bisogni della popolazione, dalla sua emotività ideale, dalla sua tradizione e memoria storica, dalla sua esigenza di crescita culturale, ed ancora dai rapporti economico-sociali tra il mondo della produzione e quello del lavoro e dagli impegni di natura finanziaria, fiscale, diplomatica e/o istituzionale dello Stato.
Non sempre, però, questo dibattito riesce a svilupparsi compiutamente. C’è una sorta di disconoscimento reciproco della legittimità di rappresentare il Paese. Il tatticismo finisce per coinvolgere un po’ tutti. Ci sono, inoltre, anche elementi estranei alla democrazia che si assumono il compito di ostacolare tutto: dal dialogo, alle riforme; dai provvedimenti legislativi, ai corretti rapporti istituzionali. Ci sono protagonisti che si intromettono nel dibattito interno di un partito, in modo invasivo e spesso mortificante, falsandone i contenuti e rendendo ancor più complesso il travaglio di una scelta ragionata.
Accade anche questo! Ed è la ragione per la quale i regolamenti delle assemblee e dei congressi, che hanno sempre stabilito le modalità per le iscrizioni e per le candidature ed i termini del tesseramento per la partecipazione attiva e passiva ai lavori congressuali, devono essere conservati. Qualcuno nel PD ha detto, giustamente, che un partito non è un tram o un taxi o un qualsiasi mezzo di trasporto. Un partito, e la sua conduzione, in tutta onestà, non può essere lasciato agli umori di avventurieri dell’ultima ora.
Questi uomini contro, protagonisti di politiche dai tratti sommari, estranei alla democrazia, si sono assunti la responsabilità di ostacolare quel proposito, che in certi momenti è sembrato condiviso, di rendere normale la vita politica del Paese. L’antipolitica, benché inserita nel sistema dei partiti, impedisce l’abbattimento dei vecchi steccati ed ostacola l’avvio di un corretto confronto tra maggioranza ed opposizione.
Se la mancanza di un leale rapporto democratico tra gli opposti schieramenti politici rappresenta un grosso ostacolo nel rendere, anche il nostro, un paese normale, la reazione dell’antipolitica fomenta forme di pericoloso dissenso. I toni e gli atteggiamenti dirompenti e le campagne di stampa diffamanti, benché prive di contenuti politici, ma miranti alla delegittimazione del Governo, invece suffragato dal consenso popolare, costituiscono un serio pericolo per la democrazia.
Dal Congresso del PD, pertanto, è doveroso aspettarsi qualcosa di serio: una strategia politica più visibile, più autonoma e meno confusa. Le comiche le abbiamo già viste!
Vito Schepisi su il legno storto

20 luglio 2009

Grillo ed il PD: niente nasce per caso

Una domanda, se viene posta, esige una risposta. Ed è giusto che sia così, se si discute lealmente di metodo, di democrazia e di rispetto delle opinioni di tutti. Non merita risposta solo la domanda posta in modo subdolo, quando non si chiede un’opinione, ma soltanto la semplificazione in un giudizio secco. Non merita risposta tutto ciò che è provocazione tendenziosa, come avviene con una domanda retorica, propedeutica ad un giudizio sommario.
L’interlocutore serio, dinanzi ad una domanda precisa, ha un solo modo per rifiutarsi di rispondere: dire con lealtà di non saper rispondere. In altri termini di non essere in grado di valutare la portata e l’implicita legittimità sostanziale delle motivazioni che sono alla base della scelta su cui si chiede una risposta.
E’capitato così di sentirmi chiedere in modo diretto: “Scusa, se fossi tu a dover decidere, accetteresti la candidatura di Grillo alla segreteria del PD?”.
Non è affatto una bella domanda! E’ una simpatica carognata di domanda, posta da chi mi conosce e sa che cosa penso di Grillo e di altri protagonisti dell’antipolitica. Ed è ancor più una furba carognata, se chi mi pone la domanda sa quanta delusione sia in me per la deriva populista e confusa presa dal PD, per il suo affanno nel correr dietro a Di Pietro, per la sua opposizione rozza e pregiudiziale e per la sua contiguità al mondo dell’antipolitica.
Sono tra coloro che sono rimasti delusi, dopo aver creduto - da avversario - ad un nuovo partito democratico e riformista della sinistra italiana, nel vedere il PD inseguire i toni dell’odio politico e nell’osservare la sua indifferente complicità al pericolo della violenza. E’ deludente veder rispolverare i vecchi metodi della demonizzazione dell’avversario e, persino, quelli dell’ insinuazione sulle sue precarie condizioni psichiche, nel tipico stile stalinista. Siamo alle solite, come col vecchio pci e come nella favola di Esopo, in cui la volpe che non arriva all’uva dice che è acerba.
La questione è tutta qui: questa sinistra non arriva ad elaborare un progetto politico coerente ed afferma che sia acerbo quello della maggioranza di centrodestra. Il Pd dovrebbe, invece, rendersi conto che il suo limite stia proprio nell’incapacità di elaborare proposte. Si ha l’impressione che sia persino difficile che si renda conto d’essersi salvato dal tracollo, nell’ultima tornata elettorale, grazie alle truppe corazzate dei poteri amici (magistratura ed editoria) che hanno montato scandali, di cui ancor oggi è difficile individuare i contorni.
“Grillo? Non sono fatti miei! Non sono in grado di rispondere - E’ stata questa la mia risposta a caldo – La questione se la sbrogli il PD e la sua dirigenza. Chi semina sciocchezze, raccoglie risate”.
Il PD sembra che sia stato creato apposta per vivere in confusione, come accade, ad esempio, per la scelta del gruppo del Parlamento europeo a cui aderire. Sono strani personaggi quelli del PD! Non sono capaci di darsi un’identità tra di loro, sopravvivono tra mille contraddizioni, ma parlano di alleanze strategiche con gli altri. Sostengono di non lasciarsi trascinare nell’antiberlusconismo, ma sono nel coro diretto da Di Pietro. Prendono persino “ordini” dall’ex poliziotto.
Grillo, in verità, non lo candiderei neanche a gareggiare nella trasmissione televisiva “La sai l’ultima?”, per la sensazione di viscido che emana il personaggio.
Grillo è inquietante, anche nella sua comicità, perché il suo modo d’essere comico appare avaro di umanità – sarà che da buon genovese l’avarizia gli sia congenita! E’ rozzo, razzista, spietato (ci sarà pure una ragione per vederlo legato a Di Pietro!). Il comico genovese è l’uomo che sostiene la fine della democrazia e che lancia, come modello politico, la dittatura del popolo del web … quello dei “k” e dei “x”, dei “copia - incolla” e delle ingiurie sparse come concime dell’odio.
La politica, al contrario, è pazienza, ragione, ispirazione, programmi, strategie, prospettive, responsabilità, coraggio ed impegno. La politica con la “P” maiuscola è confronto e democrazia, ma dal vero, non dall’anonimato del web. Se mancano questi requisiti, e nel PD sembra che manchino, perché meravigliarsi se un guitto voglia candidarsi alla sua segreteria, con la pretesa di colmarne il vuoto con la sua acquisita cultura virtuale? Cos’ha Grillo di diverso da un dirigente del PD? Da Franceschini, ad esempio?
Se non che il primo fa ridere per le battute, mentre l’altro per ciò che dice, sono demagoghi, illusori, vaghi, astiosi ed agitati, sia l’uno che l’altro.
Vito Schepisi su l'Occidentale

07 luglio 2009

Il dito, la luna e l'orrore


Sembra che l’abbia imparata a memoria e che la usi in ogni circostanza. La locuzione del guardare il dito che indica la luna, anziché la luna indicata dal dito, è una costante nell’oratoria sgangherata dell’ex pm più ignorante d’Italia. L’ha usata anche questa volta, benché rivolta contro Franceschini, suo alleato di fatto nelle astiose scorribande verbali contro tutti i provvedimenti della maggioranza.
Di Pietro appare come l’immagine stucchevole nella ridondante ripetitività di una contrapposizione politica pregiudiziale. Ed appare in tutta la sua banale e rozza evidenza il modo della ricerca dell’insensato scontro polemico di un ex PM piombato sulla scena politica per mettere a frutto quella popolarità ricavata dalla sua interpretazione giustizialista, sommaria, autoritaria e sbrigativa della moralizzazione della politica e della repressione del malcostume.
Di Pietro vive di effetti speciali, di urla, di sentimenti dirompenti, di minacce. Vive nello stesso modo di quando era poliziotto-magistrato e faceva tintinnare le manette. Ha bisogno di un nemico contro cui battersi, come un don Chisciotte coi mulini a vento. Ma i suoi nemici di sempre sono la ragione, il buon senso e la lingua italiana, che poi si accompagnano a quelli congeniti: l’umanità e la lealtà.
“Come al solito, Franceschini guarda al dito e non alla luna, criticando chi denuncia lo scandalo e non chi lo commette. Ce lo ricorderemo alle prossime regionali". Caldarola sul Giornale sostiene che sia la solita sceneggiata, un modo di sostenere le parti e che in definitiva i due, Franceschini e Di Pietro, siano speculari tra loro. Sarà anche così! Ma il PD dovrebbe avere uno spessore diverso, nasce dalla fusione di partiti che hanno cavalcato per anni la retorica antifascista e che, benché tra molte contraddizioni, rivengono da storie ben distinte da quella della rinascita fascista e del qualunquismo forcaiolo di un incolto come Di Pietro.
Un’intimidazione quella del leader dell’Idv che meriterebbe risposte ben più dignitose delle timidi prese di posizione di Franceschini e del PD. Il terribile poliziotto-magistrato, già raffigurato come il terribile saladino, barbaro senza morale, violento come un rapace, mette a segno un’ulteriore freccia del suo arco, scagliata contro la democrazia, contro le sue regole, contro i suoi principi, contro la sua etica istituzionale. Di Pietro è un uomo proteso ad occupare la scena dell’opposizione per farne una clava contro la democrazia e contro la civiltà del confronto. Un uomo che si dimena ogni qualvolta che sulla scena politica si affaccia la possibilità di convergenze, di dialogo politico nel Paese, di obiettivi comuni da raggiungere. Un uomo contro la democrazia, un uomo che spinge all’odio ed alla guerra civile.
Il suo voleva essere un aforisma che ponesse l’attenzione sull’incapacità degli altri di guardare alla sostanza, limitandosi ad osservare solo le forme. Ma è stato invece l’esatto contrario. E’ uno stereotipo del suo metodo di fare opposizione: molto attento agli effetti e poco invece ai contenuti. Più rumore che sostanza! Come i petardi dei fuochi di artificio!
Attaccare il Presidente della Repubblica, impegnato a ricercare il confronto civile tra maggioranza ed opposizione, attento osservatore delle regolarità formali, costituzionali e sostanziali delle leggi, è solo un rozzo tentativo di esasperare la polemica. Anche la difesa di Franceschini delle prerogative del Presidente Napolitano appaiono inadeguate, deboli e confuse. I modi di Di Pietro richiederebbero, più attenzione e richiami più rigorosi contro la deriva eversiva. Richiede un dito puntato contro l’orrore.
Osservare che il Presidente della Repubblica chieda interventi alla legge sulle intercettazioni telefoniche, perché non costituiscano ostacolo al cammino della giustizia, è azione degna di rispetto, perché attinente al ruolo del Capo dello Stato, garante della Costituzione, del rispetto delle leggi, della dignità dei cittadini, della loro privacy, della civiltà giuridica e della libertà d’informazione. Quest’ultima è, infatti, cosa ben diversa dalla spettacolarizzazione sui giornali della vita privata dei cittadini, è diversa dalla diffamazione e dall’uso di scorci di conversazioni ed istantanee di immagini, usate per la denigrazione dell’avversario politico.
Di Pietro si è montato la testa, aspira ad emergere dalle rovine di un’Italia demolita da una guerra civile, che istiga senza vergogna. Spinge per un’Italia immobile, senza riforme, ricca di gossip, inutile, rozza, incivile e violenta. Un’Italia dove anche un vincitore di concorso in magistratura, per somma di orrore, conti più della sovranità del popolo.

Vito Schepisi su l'Occidentale

03 luglio 2009

Congresso PD verso la “cosa 10”: la noia

Ma dove va il PD? Alcuni dicono al Congresso, ma altri già pensano sulla via dello sfascio. Sono in ordine sparso come capita di vedere quando c’è un vuoto di idee e si ritiene che tutto si risolva sostituendo i nomi e le cordate. “E’ tutto da rifare” come sosteneva il grande Bartali.
Ma chi frena il tentativo del PD di dotarsi di una linea, di aprirsi al confronto, di indicare una strategia di governo che possa con pazienza nei prossimi 4 anni diventare una vera alternativa politica?
C’è più di un responsabile, e ci sono tanti suggeritori di parole magiche, tante ricette e pozioni miracolose. L’ultima è quella di Bersani col ritorno al partito delle tessere ed alla partitocrazia, preceduta dall’astro calante, la Serracchiani, con il partito dei “simpatici”. Andiamo a capire, però, chi siano stati e chi sono i responsabili di questo ambiguo serraglio.
Il primo responsabile è stato Prodi che ha voluto un partito su misura per rafforzare la sua egemonia, nella gestione di un area di diversi, col collante della distribuzione capillare dei centri di sottopotere. I suoi motti sono stati:”la serietà al governo” e “tutti uniti si vince”. Di serietà se ne è vista poca, a meno che non si intendesse grigiore. Tutti uniti, senza una scelta per il Paese, ha solo fatto emergere la rabbia di chi chiedeva che si dessero risposte ad almeno tre esigenze: sicurezza, servizi efficienti e presenza dello Stato. Invece è stato il caos, e tutti insieme per niente è risultata per Prodi una strategia perdente.
Il PD che doveva diventare il fulcro dell’Unione, con il Professore al vertice a mediarne i conflitti, è stato trasformato da forza di spinta di tutta la sinistra, nel partito leggero di Veltroni.
Il secondo responsabile, dunque, è stato proprio Veltroni che, candidato senza veri concorrenti alle primarie, acclamato salvatore della nuova sinistra di stampo europeo e riformista, si è prima sbracciato nello sfidare Berlusconi a gareggiare senza i cespugli, e poi si è rimangiato il proposito e si è abbracciato con l’unico cespuglio di ortiche, quello del giustizialista Di Pietro. Il basta con l’antiberlusconismo e la disponibilità all’avvio del confronto sulle grandi riforme, già in campagna elettorale si è sfibrato, facendo riemergere la contrapposizione dura. E’ apparsa incomprensibile persino quella somma di stucchevole superbia nell’evitare di pronunciare il nome del suo concorrente. Crollato il no all’antiberlusconismo, è crollato subito dopo anche la disponibilità al confronto.
Il terzo responsabile è Franceschini che, invece di prendere atto che la strategia della contrapposizione pregiudiziale fosse un metodo sbagliato (su quella linea era caduto Veltroni incapace di comprendere il ruolo di un’opposizione costruttiva in un Paese che passava attraverso una crisi recessiva globale ), andava giù anche lui in modo pesante, sino a raggiungere volgarità sul Presidente del Consiglio, inedite per i vertici di un partito riveniente dalle tradizioni dei confronti serrati ma dignitosi del post comunismo e dei post popolari. Ed è sempre Franceschini, segretario a scadenza, che mentre sosteneva l’impraticabilità dell’alleanza con Di Pietro ne imitava la ferocia negli affondi contro il Governo. Un linguaggio da trivio ed un’opposizione intollerante su tutto, meno che sulle nomine, con toni da grande preoccupazione etico-sociale, benché la maggioranza confermasse in Parlamento i provvedimenti richiamati nel programma elettorale della coalizione Pdl-Lega su cui si era espresso il corpo elettorale.
Il quarto responsabile è sempre Franceschini che invece di stare al di sopra della parti, com’era nei propositi della sua segreteria a tempo, e di consentire una tregua di riflessione nel PD, per aprire il partito al dibattito precongressuale, perché lo si utilizzasse per esplorare il percorso di una vera competizione sulle idee e sulle strategie per i prossimi anni, ora gioca in proprio, e compete per conto di una fazione che reclama vendetta e che si contrappone all’altra che reclama altrettanta vendetta, fazione a sua volta sostenuta da Prodi che di vendetta ne reclama anche lui. E’il caos!
Il quinto responsabile (last but not least) è il gruppo editoriale che si è sostituito alla segreteria politica, riducendo il Partito Democratico alla stregua di un disabile a cui necessita una badante, con la sovvenzione (editoriale) a titolo di contributo all’accompagnamento.
E’ una nuova fase pirandelliana quella del PD da cui ancora una volta non emergerà un vero partito, ma ancora una “cosa”. Sarà l’ennesimo strumento sulla cui riedizione si è perso il conto. Sarà la cosa 10, la noia!
Vito Schepisi