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31 dicembre 2013
2013 … 2014 … un Paese così, spaccato tra chi abusa e chi sopporta, non ha futuro
Finisce il 2013 senza tanti rimpianti. E’ stato un anno orribile che ci lascia con la drammatica percezione del disastro italiano.
Sembrerà ovvio, ma il 2013 si è sviluppato come il naturale prosieguo del 2012. L’anno del bocconiano Monti era partito con l’idea di tagliare le spese e di rilanciare il mercato del lavoro e si è ritrovato, al contrario, per opportunismo, perché mal consigliato, per mancanza di coraggio, se non anche per i pressanti condizionamenti politici e sindacali, a fare le stesse cose che fanno tutti i politici: prendersela con i lavoratori e con la gente onesta.
Con il consueto ricorso alla leva fiscale, si è percorsa la strada meno efficace, se non addirittura più pericolosa, per risollevare il Paese.
Il 2013 è stato così figlio legittimo del 2012. Enrico Letta è apparso come un clone solo un po’ più smaliziato di Mario Monti, imbalsamato invece nella presunzione e nella sua supponenza cattedratica.
Qualche settimana fa tra le mie note ho ricordato l’aforisma di Churchill: "Una nazione che si tassa nella speranza di diventare prosperosa, è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico".
Il 2013 è stato un anno in cui gli italiani hanno finalmente compreso che la nostra classe dirigente è inadeguata a risolvere la crisi del Paese. Le motivazioni sono negli interessi particolari, nell’ipocrisia, nelle convenienze politiche, nella furbizia e persino nell’ignoranza di chi fa politica per professione con lo scopo di occupare ruoli di potere e di mettere le mani su fonti di agiatezza personale. E se questo governo parla di riduzione della pressione fiscale, vantandosene, lo deve principalmente all’abbattimento dell’IMU sulla prima casa, cioè a Berlusconi che da questo governo, invece, ha preso le distanze.
Per il resto i dati parlano di 1,4 miliardi di nuove tasse nel 2013, di aumento della spesa pubblica e del debito sovrano che s’impenna.
Una Nazione libera, civile, occidentale, inserita in un circuito di collaborazioni e alleanze con stati che s’ispirano, per assetto sociale ed economico, all’economia di mercato, va in conflitto di coerenza con una realtà interna in cui il risparmio e gli investimenti sono diventati una colpa. Ne stanno facendo le spese chi ha pensato di costruirsi un futuro risparmiando ed investendo e pensando persino, così facendo, di sostenere la crescita del proprio Paese.
Una Nazione così non ha futuro.
Finisce un anno e, come d’abitudine, i buoni propositi indurrebbero a mettere da parte le recriminazioni perché, rimuginando sul passato non si perda il coraggio del nuovo. Questa volta, però, è più difficile farlo. Ci dicono che sarà l’anno della svolta, ma nessuno ci crede veramente. Le ragioni sono evidenti: non c’è alcun segnale che ci possa far sperare nel superamento della congiuntura e nel cambiamento di marcia.
Per onestà bisognerebbe dire che si va incontro ad ulteriori difficoltà, senza che sia veramente visibile un segnale di inversione di tendenza. La nuova segreteria del PD ci fa persino capire che sarà ancora la spesa pubblica a soddisfare gli appetiti della nuova classe dirigente che spinge e che è già pronta ad affacciarsi dai balconi del potere. L’ultimo decreto del 2013, inoltre, è pieno di “marchette” con le quali si tiene in piedi un governo che, visti i dati elettorali di 10 mesi fa, appare figlio illegittimo di un Parlamento che, assieme alla credibilità, ha perso anche la sua legittimità.
Tutte le Istituzioni dello Stato, lungi da rappresentare l’unità del Paese, nei fatti oggi non rappresentano più nessuno. Se si potesse scattare un’istantanea dell’Italia, questa ci mostrerebbe solo un Paese in frantumi, spaccato in due tra chi abusa e chi sopporta.
Vito Schepisi
13 agosto 2013
Osservatori Internazionali in Italia
Senza
garanzie di agibilità democratica e di lealtà politica, non si può pensare che
questo Governo resti in carica, e che il Parlamento continui a far finta che in
Italia ci sia democrazia.
C'é un golpe
strisciante che in Italia dura da 20 anni.
Di fatto,
Parlamento e Governo non contano più nulla. Contano solo quando acconsentono il
gioco dei poteri forti locali ed europei.
Le lobbies dei poteri agiscono e funzionano a legislature alternate, per bloccare le riforme e per imbalsamare il Paese (la sinistra va al potere, blocca le iniziative riformiste e tartassa i cittadini; alle successive elezioni gli elettori “incazzati”, alla sinistra supina, sostituiscono la destra, contro cui “i poteri” sollevano una barriera di pregiudizi e sguinzagliano ogni strumento - da quello giudiziario, a quello mediatico e di piazza - che paralizza e blocca ogni iniziativa).
Le lobbies dei poteri agiscono e funzionano a legislature alternate, per bloccare le riforme e per imbalsamare il Paese (la sinistra va al potere, blocca le iniziative riformiste e tartassa i cittadini; alle successive elezioni gli elettori “incazzati”, alla sinistra supina, sostituiscono la destra, contro cui “i poteri” sollevano una barriera di pregiudizi e sguinzagliano ogni strumento - da quello giudiziario, a quello mediatico e di piazza - che paralizza e blocca ogni iniziativa).
In Italia
non c'è continuità e stabilità nell’azione legislativa ed esecutiva e, per la
mancanza delle riforme, si insedia l'opacità degli apparati burocratici e si moltiplicano
gli abusi.
Contano solo
le caste e gli apparati del controllo e della gestione pubblica, con le
istituzioni schierate, i sindacati compiacenti, la magistratura in deriva
politica, l’euro-tecnocrazia ed i poteri economico-finanziari.
I partiti e
gli uomini di governo rinnegano senza vergogna gli impegni presi con gli
elettori e con gli alleati di governo.
La Corte
Costituzionale cassa a ripetizione le leggi scomode ai burocrati ed ai poteri
dello Stato, come è stato per i tagli a chi percepisce stipendi esagerati.
Le elezioni
sono diventate farse e i cittadini sono solo comparse di una commedia che ha
una trama sempre uguale.
I
contribuenti italiani sono spremuti come limoni, a beneficio di chi vive negli
agi e di chi delinque nei modi e negli spazi del "politicamente
corretto".
Accade così,
ad esempio, che un manipolo di pensionati - uomini ancora attivi che continuano
a lavorare e ad incassare danaro per consulenze, collaborazioni e consigli di
amministrazione - costi 13 miliardi l'anno dei contributi dei nostri
lavoratori.
Se questo
non è un Paese criminale! C'è chi arriva a percepire 91.000 euro AL MESE di
pensione INPS e chi si suicida perché non ha mezzi economici per mantenere la
propria famiglia o non può pagare una cartella esattoriale e l'erario gli
pignora la casa.
In Italia,
oggi più che mai dalla caduta del fascismo, è in discussione l'agibilità
politica: è la magistratura che, spesso, stabilisce chi può candidarsi e chi
può governare il Paese; ad ogni elezione si parla di brogli; il sistema del
voto è da terzo mondo e si annullano i voti soprattutto di una sola parte
politica.
Siamo messi davvero male!
Siamo messi davvero male!
Siamo alla
fase dei prigionieri politici, come a Cuba o in Iran, come nei regimi autoritari,
totalitari e repressivi. La situazione sta assumendo connotati così gravi da
dover ipotizzare l’opportunità della presenza di OSSERVATORI INTERNAZIONALI,
per garantire i cittadini italiani dalle manipolazioni e dai brogli.
C’è stanchezza per la politica e i pronunciamenti di democrazia e di legalità non fanno più presa, gli italiani sono così confusi e irritati da rigettarsi, senza riflettere, nelle furbizie dialettiche di un comico irriverente. Mancano programmi precisi, corredati da provvedimenti legislativi a prova di parrucconi e di manipolatori.
Dietro chi si strappa i capelli per l'inviolabilità della nostra Costituzione, si nasconde spesso l'ipocrisia di chi continua a saccheggiarci ed a prendersi gioco di noi, e chi non vorrebbe cambiare nulla per il timore di perdere i propri vantaggi e di non poter continuare ad esercitare i propri abusi. Cambiare la seconda parte della Costituzione, invece, significherebbe solo cambiare l'architettura dei poteri e delle funzioni dello Stato, non mutarne i principi.
C’è stanchezza per la politica e i pronunciamenti di democrazia e di legalità non fanno più presa, gli italiani sono così confusi e irritati da rigettarsi, senza riflettere, nelle furbizie dialettiche di un comico irriverente. Mancano programmi precisi, corredati da provvedimenti legislativi a prova di parrucconi e di manipolatori.
Dietro chi si strappa i capelli per l'inviolabilità della nostra Costituzione, si nasconde spesso l'ipocrisia di chi continua a saccheggiarci ed a prendersi gioco di noi, e chi non vorrebbe cambiare nulla per il timore di perdere i propri vantaggi e di non poter continuare ad esercitare i propri abusi. Cambiare la seconda parte della Costituzione, invece, significherebbe solo cambiare l'architettura dei poteri e delle funzioni dello Stato, non mutarne i principi.
Senza le riforme,
invece, continueranno ad imperversare quei grigi burocrati dediti solo ai
propri interessi ed a trattare i cittadini italiani da sudditi idioti.
Vito Schepisi
04 aprile 2012
La strada del cambiamento è lastricata da insidie

Anche questa volta i poteri forti, le terze colonne, i saltimbanchi politici, le caste, hanno occupato le istituzioni e bloccato il processo riformatore dell'Italia.
Abbandonare la strada intrapresa, per dar loro ragione, però, è lo sbaglio più grosso che la gente comune e gli elettori possano commettere. La politica è fatta di momenti di grande esaltazione e di sconfitte. Mai, però, si deve pensare d’esser giunti all’ultima spiaggia. La tenacia deve restare sempre la virtù dei forti.
Invece di cedere, è più proficuo avere coraggio e stringersi attorno a quelle idee e a quelle speranze che non possono sopirsi dinanzi a nessun atto di viltà. L’Italia è fatta da tanta gente operosa e serena, ma anche da tanta gente che vive alle spalle degli altri. E mentre i primi si affannano per trarre il necessario per il sostentamento della loro famiglia, altri vivono al di sopra delle loro possibilità, ma sui sacrifici dei primi.
I nostri avversari sono quelli che hanno saccheggiato il Paese, raggiungendo persino i vertici dello Stato. Troppa retorica e troppa ipocrisia sono state le risultanti della spinta, ancora in corso, verso i pericoli del dissolvimento dei valori identificativi della nostra civiltà. Basta così a piangerci addosso: è ora mettere da parte la rassegnazione, invece.
E' necessario comprendere che dopo il venir meno della maggioranza alla Camera (di fatto è stato così) non c'era alternativa a Monti, se non elezioni anticipate per dar vita ad un altro governo (certamente di sinistra con l'aggiunta di Fini e Casini) che non sarebbe stato in grado di fare le riforme e di intervenire per tamponare la speculazione internazionale ed il progressivo deterioramento dei conti pubblici.
Si può pensarla come si vuole. Si può dire, come faccio anch’io, che Monti stia sbagliando e che sta causando altri danni al Paese, ma con i BTP al 7% ci si avvicinava a una spesa annua di 100 miliardi per il solo costo del debito pubblico. Nel giro di qualche anno i 2.000 miliardi di debito sarebbero diventati 3.000. L'Italia avrebbe così preso la stessa strada della Grecia: il fallimento.
I fatti stanno così! Senza un governo con i numeri in Parlamento e con una ben determinata volontà politica - da qui la necessità delle riforme, in modo tale che chi vince le elezioni sia anche in grado di governare, senza il teatro d’operetta di un Parlamento partitocratico - si può alzare quando si vuole la voce, ma i fatti restano quelli che sono.
Le responsabilità vengono da lontano, ma a volte la stupidità è molto più vicina. Un intervento sulle pensioni un anno fa, il taglio delle province, una maggioranza parlamentare coesa e larga, capace di tagliare in modo massiccio le spese e di reggere l’urto del Parlamento e della piazza, capace anche di respingere l’assalto della reazione giudiziaria, avrebbe consentito un controllo più oculato e una gestione più progressiva degli effetti della crisi recessiva dei mercati.
Non è stato così! Alcuni credendosi più furbi, hanno provato ad abbandonare la nave, pensando alle fortune personali. Avventurieri ridotti al lumicino di un partitino visto in lotta per il quorum, ed ora sottoposto al neo-democristiano di lungo corso dal viso bronzeo e pronto a ogni soluzione.
Senza recuperare la serenità e senza ritrovarsi a dover scegliere per una nuova speranza di cambiamento, dopo il saccheggio della speranza del 2008, perderemmo ancora del tempo e faremmo la gioia di chi continuerà a saccheggiare il Paese.
Cambiare non è facile. Chi ha pensato che sia solo sufficiente vincere le elezioni per cambiare tutto, ha sbagliato. La lotta è sempre dura e difficile. La rete che c'è nel Paese d’interessi particolari, di gestione politica del territorio, di cellule organizzate per sfruttare le risorse pubbliche e il lavoro degli altri, è così ben curata e così, diabolicamente, ben tessuta che sperare di sradicarla con facilità è impensabile.
Neanche dinanzi all'evidenza e alla buona volontà di alcuni coraggiosi magistrati si riesce a far cadere le maglie dell'intreccio perverso. Si veda in Puglia, in Campania o a Sesto san Giovanni.
Se si vuole che si continui così ... bene! Basterebbe disertare il voto e la sinistra verrà ad amministrare anche il condominio delle nostre case ... magari le cooperative si stanno già organizzando.
Ma se vogliamo esser liberi, dobbiamo continuare a lottare, e soprattutto dobbiamo andare a votare.
Vito Schepisi
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02 dicembre 2010
L'ipocrisia italiana della governabilità
Il seguente è un articolo del mio carissimo amico Andrea B.Nardi, giornalista, scrittore ed osservatore di politica estera. Andrea, usando la sua prosa semplice ed efficace, ci fa capire come una Costituzione che ha fatto cambiare 62 governi, in quasi 65 anni di Repubblica, non sia poi quel mostro sacro che tanti difensori opportunisti vorrebbero far credere.Dal 1945 a oggi in Italia abbiamo avuto 62 governi in 65 anni. La media di governo/anno è di 0.98. La durata media del governo italiano è di 340 giorni. Il dato più assurdo, però, è il seguente: governi in carica per l’intera legislatura: zero. NON C'È MAI STATO UN GOVERNO ITALIANO CHE SIA DURATO PER L'INTERA LEGISLATURA, iindipendentemente dalla legge elettorale in vigore.
Possibile che nessuno si renda conto di come ci sia qualcosa di palesemente malfunzionante in tutto ciò, della stortura evidente presente nel nostro sistema costituzionale?
Il presidente statunitense ha ricevuto il proprio mandato da un'elezione popolare, e governa in onore di questa, esattamente come il nostro. Tuttavia – ne abbiamo un esempio evidente oggi –, la sua elezione non ha nulla a che fare con quella del Congresso, infatti quest'ultima avviene a metà del mandato del presidente e può far risultare una maggioranza tutt'affatto diversa. Eppure il presidente non rinuncia al suo mandato governativo, non compare nessuna crisi di governo, non si deve cercare un altro Governo, e il Paese continua a essere governato.
In Italia, di contro, è solo la maggioranza parlamentare a conferire dignità d'esistenza all'esecutivo, il quale ne è l'espressione grazie alle elezioni nazionali. Qualora questa maggioranza parlamentare cambiasse – cosa che capita continuamente nel nostro Paese – il Governo è destinato a perderne la fiducia e a dimettersi. Siccome questa situazione non è l'eccezione, come credevano i padri costituzionalisti, bensì la regola italiana, il Paese vive in costante crisi di governo, e, cosa assai più grave, l'esecutivo invece di governare la nazione è costretto a sprecare tutto il suo tempo nelle manovre intestine per non perdere la propria maggioranza parlamentare. I nostri politici, dunque, vivono non per governare ma per cercare le proprie alleanze elettorali.
Allora il problema è questo: bisogna svincolare il Governo dalla maggioranza parlamentare, interrompendo il meccanismo della fiducia.
I metodi possono essere due:
1) O si stabilisce che i parlamentari italiani eletti in un partito non possono dimettersi da quel partito pena la propria personale fuoriuscita dal Parlamento e decadimento della carica, in onore al mandato ricevuto dagli elettori;
2) Oppure si separano i due poteri istituzionali del Governo e del Parlamento con elezioni separate e non direttamente e reciprocamente vincolanti.
Nel primo caso si tratterebbe di rendere finalmente attiva la responsabilità personale dell'eletto che deve rispondere ai propri elettori, pertanto se una volta eletto cambia partito deve dimettersi e far subentrare al suo posto il secondo della propria lista, senza quindi modificare la composizione parlamentare.
Nel secondo caso si avvierebbe invece una procedura di controllo indipendente dei due organi istituzionali.
Possibile che nessuno si renda conto di come ci sia qualcosa di palesemente malfunzionante in tutto ciò, della stortura evidente presente nel nostro sistema costituzionale?
Il presidente statunitense ha ricevuto il proprio mandato da un'elezione popolare, e governa in onore di questa, esattamente come il nostro. Tuttavia – ne abbiamo un esempio evidente oggi –, la sua elezione non ha nulla a che fare con quella del Congresso, infatti quest'ultima avviene a metà del mandato del presidente e può far risultare una maggioranza tutt'affatto diversa. Eppure il presidente non rinuncia al suo mandato governativo, non compare nessuna crisi di governo, non si deve cercare un altro Governo, e il Paese continua a essere governato.
In Italia, di contro, è solo la maggioranza parlamentare a conferire dignità d'esistenza all'esecutivo, il quale ne è l'espressione grazie alle elezioni nazionali. Qualora questa maggioranza parlamentare cambiasse – cosa che capita continuamente nel nostro Paese – il Governo è destinato a perderne la fiducia e a dimettersi. Siccome questa situazione non è l'eccezione, come credevano i padri costituzionalisti, bensì la regola italiana, il Paese vive in costante crisi di governo, e, cosa assai più grave, l'esecutivo invece di governare la nazione è costretto a sprecare tutto il suo tempo nelle manovre intestine per non perdere la propria maggioranza parlamentare. I nostri politici, dunque, vivono non per governare ma per cercare le proprie alleanze elettorali.
Allora il problema è questo: bisogna svincolare il Governo dalla maggioranza parlamentare, interrompendo il meccanismo della fiducia.
I metodi possono essere due:
1) O si stabilisce che i parlamentari italiani eletti in un partito non possono dimettersi da quel partito pena la propria personale fuoriuscita dal Parlamento e decadimento della carica, in onore al mandato ricevuto dagli elettori;
2) Oppure si separano i due poteri istituzionali del Governo e del Parlamento con elezioni separate e non direttamente e reciprocamente vincolanti.
Nel primo caso si tratterebbe di rendere finalmente attiva la responsabilità personale dell'eletto che deve rispondere ai propri elettori, pertanto se una volta eletto cambia partito deve dimettersi e far subentrare al suo posto il secondo della propria lista, senza quindi modificare la composizione parlamentare.
Nel secondo caso si avvierebbe invece una procedura di controllo indipendente dei due organi istituzionali.
In entrambi i casi si interromperebbe l'assurda e ridicola sceneggiata delle elezioni italiane, per cui qualsiasi governo eletto verrà comunque sfiduciato dall'ambiguità dei nostri parlamentari, dediti solo al proprio interesse, al trasformismo, alla ricerca di nuovi partiti per usufruire di cariche e finanziamenti a livello nazionale e locale.
Se non si esce da questa ipocrisia, ogni gaudio per qualsiasi vittoria elettorale è assolutamente privo di valore: il prossimo governo cadrà comunque a breve.
Andrea B. Nardi
Andrea B. Nardi
22 ottobre 2010
Una legge ad personam

Diciamolo subito! Così sgombriamo il campo da ogni infingimento, dalle tante ipocrisie e da tutti le possibili accuse di giustificazionismo. Diciamolo! Così ci spogliamo anche dalla tentazione del politichese, dai “ma anche” e da tutti quei ragionamenti che suonano un po’ come l’Alice nel paese delle meraviglie. Il cosiddetto “Lodo Alfano”, finalmente per legge costituzionale, servirà a cautelare il Premier dalla reiterata tentazione della magistratura politicizzata di trascinarlo dinanzi ad una sentenza di condanna penale da parte di un Tribunale della Repubblica. Più chiaro di così!
E’ una legge, quindi, che ha un chiaro riferimento “ad personam”.
Ed ora che l’abbiamo detto possiamo anche ragionarci sopra. Sosteniamo subito che è una legge con un forte imprimatur politico e che è fondamentale in un Paese così poco normale come l’Italia. E diciamo, anche, che è un provvedimento costituzionale che recepisce la volontà dei costituenti di tutelare l’agibilità politica nel Paese dalle possibili tentazioni autoritarie di corporazioni giudiziarie.
La legge recepisce sostanzialmente ciò che nel 1947 era stata la preoccupazione dell’Assemblea Costituente. Con l’art 68 della Costituzione si intendeva infatti stabilire, nell’Italia democratica e postfascista, il primato della politica. La modifica nel 1993 dell’art 68, troppo frettolosa e con la pressione del clima giustizialista e forcaiolo alimentato dalla stagione di “tangentopoli” - di cui la storia si dovrà occupare per comprenderne anche gli aspetti eversivi – ha finito con l’avvelenare il confronto tra i partiti. L’uso politico della Giustizia ha leso la sovranità popolare, contrapponendogli la cultura del sospetto e la prevalenza dei poteri burocratici e giudiziari. Sono figlie di questo clima le stagioni dei complotti e dei ribaltoni, le congetture e le trappole televisive, i tentativi di spallata extraparlamentare, le fabbriche delle calunnie e persino il gossip.
Se continuassimo a ragionare, ci sembrerebbe più grave ciò che fa richiedere la presenza di una legge che tuteli dall’aggressione giudiziaria le alte cariche dello Stato, piuttosto che la “personalizzazione” della legge. Anche la lamentela sulla retroattività apparirebbe come un mero esercizio di ipocrisia. La legge, infatti, serve a tutelare le alte cariche dello Stato dalle aggressioni giudiziarie, e non dalla responsabilità dei reati commessi. Non serve affatto a cancellare i reati!
Senza retroattività non si risolverebbe nulla. Alla magistratura anti Premier non interessa il reato, e tanto meno il momento della sua realizzazione, ma solo il Premier e la sua eventuale condanna. Un Lodo Alfano che decorra da oggi non servirebbe a risolvere i problemi del presente. Non servirebbe a consentire al centrodestra di portare avanti la legislatura senza doversi occupare dei procedimenti a carico del Premier.
Ma è persino opportuno che si prenda atto che questa legge è anche oggettiva: varrà, infatti, per tutti coloro che potranno trovarsi nelle stesse condizioni dell’attuale Premier. Con la legge approvata, nessun magistrato potrà stabilire la legittimità o meno di una coalizione o di un leader a governare. Solo Il Parlamento potrà esercitare il diritto-dovere di togliere o confermare la fiducia al Presidente del Consiglio dei Ministri.
La legge, inoltre, si riflette con le legislazioni di altri paesi democratici, europei e non. E nei paesi dove la tutela per legge non esiste, di massima accade o che la magistratura sia espressione essa stessa di democrazia, cioè è eletta dal popolo, o che sia il governo ad esercitare un controllo diretto sulla magistratura. In Italia, invece, la magistratura è autonoma ed indipendente ed è governata da un organismo di autogestione, il CSM, in cui prevale la componente togata.
Il Lodo Alfano (Lodo è un termine improprio che si riferisce ad un accordo tra le parti che, come è invece evidente, non c’è) non è che l’ultima rielaborazione di quello che partì già nel 2002 come Lodo Maccanico e che nel 2003 il parlamentare della Margherita sconfessò quando, presentato come Lodo Schifani, trovò l’opposizione pregiudizialmente schierata. La motivazione della marcia indietro, sostanzialmente politica ed ispirata dalla stessa magistratura, fu data dalla modifica dell’art 1 che prevedeva la tutela temporanea delle alte cariche dello Stato per tutta la durata della legislatura, anziché per solo 6 mesi.
La legge, approvata dal Parlamento come legge ordinaria due volte, e con la seconda dopo aver recepito le motivazione della prima sentenza della Corte Costituzionale, è stata bocciata da quest’ultima per ben due volte: l’ultima sostenendo che fosse necessaria una legge costituzionale. Eccola!
Vito Schepisi
13 settembre 2010
Bersani ed il ritorno della partitocrazia

Bersani insiste per un ribaltone di maggioranza parlamentare che serva a modificare la legge elettorale, per poi andare ad elezioni anticipate. La soppressione della legge “porcata”, come la definì il suo estensore Calderoli, si presta, però, solo a distogliere l’attenzione dalle vere finalità delle modifiche richieste dal leader del PD. Appare difatti persino virtuosa la contrarietà ad un metodo che non dà la possibilità di esprimere le preferenze e che invece consente ai partiti di indicare nell’ordine i candidati chiamati a sedere in Parlamento.
A poco varrebbe l’obiezione che i partiti non avrebbero interesse ad inserire in lista candidati poco rappresentativi della società. Ma non solo. Le cose possono essere viste anche diversamente. Togliamoci subito un sassolino per sostenere che tantissimi parlamentari che sono stati eletti con l’attuale sistema sarebbero stati ugualmente eletti con le preferenze, perché rappresentativi della parte politica che li ha candidati, o perché sostenuti dai partiti e posti in lista in un ordine (capilista) di gradimento, ovvero per dar risalto alla lista in virtù di un ruolo politico o istituzionale ricoperto. I partiti comunque mirano a far eleggere i loro candidati di punta. I lavori parlamentari sono complessi e richiedono esperienza e preparazione.
Anche col maggioritario, misto ad una parte di proporzionale, come il Mattarellum, detto anche “minotauro” per indicare la sua ambivalenza, i partiti blindavano i loro uomini di spicco. Destarono attenzione nel 2001, a Gallipoli, le candidature contrapposte di Mantovano e D’Alema. Fece discutere l’eccezionalità della rinuncia dei due a blindare il proprio seggio parlamentare con l’inserimento anche nella lista proporzionale.
Bersani, Letta, Franceschini, Bindi ed i vari Fassino, D’Alema, Veltroni e Finocchiaro, come Di Pietro e Casini o Donadi e Cesa, se non Bellisario e Buttiglione, con il sistema delle preferenze andrebbero ugualmente in testa alle liste e dietro di loro nell’ordine, a seconda dei titoli e meriti che possano far valere, tutti gli altri in rigoroso ordine di gradimento. C’è di comico che a ricorrere ad osservazioni del tipo “Parlamento di eletti e non di nominati” ci siano molti abituati a prendersi per il naso da soli. Molti che in perfetta malafede si preoccupano del pericolo di un ritorno della partitocrazia, mentre nei fatti e nei propositi ne fanno una ragione di sopravvivenza politica.
Le preferenze, per chi non lo ricordasse, sono state all’origine della corruzione politica, del voto di scambio, dell’investimento di cordate finanziarie ed imprenditoriali negli “affari” della politica. La gestione e lo smistamento delle preferenze, in alcune zone del Paese, erano sotto il controllo della mafia. Con le preferenze, oltre ai candidati indicati dal partito, vinceva chi aveva più soldi da investire, più cene da offrire, più voti da comprare, più regali da fare, più promesse elettorali da avanzare, più clientele da accontentare o più minacce e ricatti da far valere. Le preferenze hanno sempre selezionato, al sud in particolare, la peggior classe politica. Chi non aveva soldi, benché avesse invece contributi di ingegno e di buonsenso da offrire al Paese, restava al palo. Vincevano quasi sempre i ricchi e spesso i disonesti.
La vera nuova “porcata”, pertanto, sarebbe proprio il ritorno al voto di preferenza. Si può discutere sui sistemi di selezione della classe politica, ma puntare sulle preferenze sarebbe un ritorno al passato. Sarebbe la restaurazione dei partiti come comitati di affari. Non va, non può andare, e sarebbe folle riprovarci.
Gargamella (Bersani) la finisca di concepire l’inganno: la finisca di perseguitare i poveri puffi!
Fatte le necessarie osservazioni che misurano la quantità di ipocrisia e di furbizia che c’è in Bersani ed in tutti i protagonisti dei colpi di coda della partitocrazia, cerchiamo anche di capire perché si vorrebbe modificare la legge elettorale. Il segretario del PD non si limita, infatti, solo a porre l’accento sulle preferenze, ma va oltre e mira all’abbattimento degli sbarramenti e del premio di maggioranza. Il PD sa che con un sistema bipolare resterebbe all’opposizione a vita. Ma non lo può dire! Non può dirlo per non perdere in popolarità. E siccome in Parlamento, da solo, non ha la forza per cambiare nulla, ha bisogno del sostegno dei partiti minori. Ha bisogno di Rutelli, Casini, Di Pietro e dei parlamentari del gruppo misto, tra cui ci sono alcuni rappresentanti di gruppi minori, ed infine ha bisogno di Fini. Saranno i partiti minori che chiederanno a Bersani ciò che invece fa comodo al leader PD. E cosa se non il ritorno alla partitocrazia togliendo il premio di maggioranza e gli sbarramenti? Cosa se non il ritorno al mercato della politica, su cui le caste potranno nuovamente esercitare pressioni per affossare le riforme ed i provvedimenti scomodi per i loro interessi finanziari, economici, professionali ed industriali? La doppiezza della scuola leninista continua!
Sarebbe utile, invece, pensare alle riforme ed alle modifiche da apportare alla seconda parte della Costituzione, per stabilizzare il sistema bipolare e per ricercare più equilibrio nelle funzioni dello Stato. Non si può, infatti, pensare ad una democrazia consolidata che viva nella conflittualità dei suoi ordinamenti. Occorrerebbe che i compiti di ciascun organo dello Stato siano più chiari e legittimi. Occorrerebbe attribuire responsabilità certe e controlli oggettivi. Occorrerebbe, infine, garantire maggiore autorevolezza alla sovranità popolare. La democrazia ha regole e tempi che vanno rispettati, senza che ogni cosa sia messa in discussione solo un momento dopo.
Vito Schepisi
22 agosto 2010
Quando viene meno la fiducia, dimettersi è un atto di dignità

Le vicende recenti che hanno coinvolto il Presidente della Camera richiederebbero una consapevole responsabilità che, invece, il Presidente Fini tarda a manifestare. Questi ha dapprima svilito l'istituzione parlamentare, spendendo il ruolo di arbitro e di garante a tutto vantaggio del suo nuovo profilo di giocatore attivo e falloso e poi, come se tutto questo non fosse già sufficiente, lo si è trovato coinvolto in più vicende di cui ancora non si comprende appieno la portata complessiva.
Dai lavori in Rai di una famiglia molto intraprendente, ai metodi censurabili per lealtà e trasparenza verso i militanti del suo ex partito della destra missina; da case monegasche nella misteriosa disponibilità del cognato, ad improvvise fortune economico-finanziarie dell'intera famiglia della sua nuova compagna.
Penso che le dimissioni di Fini siano, a questo punto, un atto dovuto e penso che debba essere nostro dovere di uomini liberi e liberali sollecitarne l'inoltro.
Vito Schepisi
Dai lavori in Rai di una famiglia molto intraprendente, ai metodi censurabili per lealtà e trasparenza verso i militanti del suo ex partito della destra missina; da case monegasche nella misteriosa disponibilità del cognato, ad improvvise fortune economico-finanziarie dell'intera famiglia della sua nuova compagna.
Penso che le dimissioni di Fini siano, a questo punto, un atto dovuto e penso che debba essere nostro dovere di uomini liberi e liberali sollecitarne l'inoltro.
Vito Schepisi
21 gennaio 2010
Processo breve ed opposizione catastrofista

Il confronto politico, in Italia, per cattiva abitudine dei partiti, stravolge abitualmente la realtà delle cose. Su certe materie, per giunta, si preferisce andare avanti per slogan, anziché attraverso ponderati ragionamenti nel merito dei provvedimenti. Procedere per slogan è più paradossale, è più catastrofista. Come se sia possibile, sia pure per paradossi, pensare ad una giustizia più catastrofica di quella italiana. Qualche dato: 9 milioni circa di processi pendenti tra penale e civile, 170.000 processi prescritti nell’ultimo anno per decorrenza nei termini (Il 12% dei processi penali viene rinviato per omessa o irregolare notifica), 30mila richieste di indennizzo per l’irragionevole durata del processo, con una tendenza annuale di crescita del 40% di spesa per i risarcimenti. Costo totale della (in)giustizia italiana pari ad 8 miliardi l’anno.
In questo quadro sconfortante non è solo strano, ma anche criminoso, sollevare gli scudi ogni qualvolta si parla di interventi legislativi nel campo della giustizia. Per soffermarsi su quella penale, ad esempio, è evidente che nella trattazione e nella modifica di alcune norme inserite nei codici di procedura, non si possa pensare di dover fare la disamina delle singole situazioni e dei possibili vantaggi per qualcuno. Qualsiasi intervento, infatti, non può che recare misure che modificano gli effetti sui processi, sulle pene, sugli interessi delle parti, su tutti i soggetti interessati.
Chi è coinvolto in un processo penale finisce sempre con essere o meno agevolato dalle modifiche legislative che intervengono. Eccetto alcuni reati aberranti, di particolare preoccupazione sociale, su cui è possibile che il legislatore possa chiedere inasprimenti, l’orientamento garantista tende più a ridurre il rigore delle pene e, come dottrina giuridica emergente, si avvia anche a consentire la riduzione del divario tra accusa e difesa nel dibattimento. Se gli interventi di moderazione e di garanzia intervengono a favore di qualcuno, non possono e non devono essere intesi come privilegi concessi ai soggetti fruitori delle modifiche, soprattutto se i provvedimenti addottati hanno poi carattere generale.
A maggior ragione, non è ammissibile pensare che gli interventi legislativi si ritengano necessari o meno a seconda delle circostanze o delle opportunità, come sembra che spesso in Parlamento emerga. E’ più facile strumentalizzare che ragionare, tanto che, ad onta della responsabilità, tra gli schieramenti politici si fa prevalere più l’aspetto disfattista e provocatorio, che quello di ragionare su di un insieme di circostanze, di esperienze e di effetti.
Nel caso, ad esempio, della legge sul processo breve, appena varata al Senato, è emersa più la volontà di ricorrere alla strumentalizzazione sul Premier che alla ragionevole comprensione della realtà. L’opposizione ha privilegiato il ricorso agli slogan ed alla caciara, invece di focalizzare la questione giustizia in Italia, invece di pensare alle sanzioni comminate dalla Corte Europea per la insostenibile lunghezza dei processi, invece di prendere atto dell’intasamento delle procure italiane e del fiume delle prescrizioni per superamento dei tempi utili per celebrare i tre gradi di processo previsti dal nostro ordinamento giudiziario. Il ministero della Giustizia ha calcolato nell’1% l’incidenza della prescrizione sui processi in corso. E’ una percentuale di gran lunga inferiore alla giustizia negata per la decorrenza dei termini prevista dalla legge.
L’azione strumentale dell’opposizione parlamentare sul provvedimento “processo breve” è apparsa ancora più evidente per essere stata la stessa opposizione già proponitrice al Senato di un analogo disegno di legge, il n.2699 del 22 gennaio 2004 “Disposizioni in materia di prescrizione del reato alla luce del principio di ragionevole durata del processo”.
Nella procedura penale, nel giusto processo e nella sua ragionevole durata si radica la maturità giuridica di un Paese e si misura il tasso di civiltà delle istituzioni democratiche. La Giustizia è il valore stesso della democrazia. Alla base di tutti i principi sociali c’è infatti la Giustizia, che è tale solo quando fa chiarezza di tutto e su tutto. Libertà e Giustizia sono gli aspetti imprescindibili della democrazia liberale. Sono due condizioni complementari tra loro, perché non c’è l’una in mancanza dell’altra, e sono speculari e fungibili perché sia l’una che l’altra si avvertono soprattutto per la loro mancanza.
Libertà e Giustizia sono necessarie quando servono. In momenti doversi appaiono persino superflui quando vogliano esser da riparo ai danni già subiti. Un carcerato innocente, poi liberato, ad esempio, ha già subito un danno così enorme che la libertà successiva non ripara affatto. Libertà e Giustizia sono come i due motori di un aereo in volo che, ingrippandosi, provocano danni definitivi alla vita delle persone trasportate. A nulla serve riparare i motori dopo che l’aereo è già caduto.
In questa ottica, i tempi ragionevoli sono necessari alla Giustizia: perché non sia intesa come persecuzione; perché intervenga senza modificare il contesto in cui il supposto reato abbia o meno motivato la domanda di giustizia.
Vito Schepisi
28 dicembre 2009
L'uso politico della giustizia

Se una parte consistente della magistratura, da oltre 15 anni, ha sotto tiro il capo del Governo o il capo dell’opposizione a seconda del ruolo svolto, e lo fa ricorrendo ad ogni espediente giudiziario, spesso rasentando i limiti della correttezza giuridica, vuol dire che in Italia c’è qualcosa che non funziona a dovere. E non è solo la magistratura!
Non è solo l’ordinamento giurisdizionale del Paese ad avere responsabilità se si trova ad esercitare un potere che, per le modifiche intervenute all’Impianto costituzionale, alimenta le sue facoltà di intervento-interdizione sull’esercizio legittimo del potere legislativo e di quello esecutivo.
E’ come l’inverso dell’esempio della bicicletta: se la si dà, non ci si può lamentare che la si usi pedalando. La magistratura ha voluto la bicicletta, e gli è stata data. Ora la usa e pedala. Resta da sapere se sia legittimo che la usi su tutti i percorsi, e se possa invadere spazi occupati da altri poteri. Se ci chiedessimo: la magistratura, e con essa il suo organo di autogoverno, è lo Stato o è solo una funzione dello Stato? La risposta l’avremmo nel testo stesso della Costituzione. Per la nostra Carta fondamentale, infatti, non ci sarebbero dubbi: lo Stato è espressione dalla volontà del popolo.
Una democrazia ha nella sua organizzazione politico-istituzionale gli anticorpi per impedire che le funzioni dello Stato si rivoltino contro le scelte del popolo. Ma se questi anticorpi non reggono più vuol dire che si sono indeboliti col tempo o che siano stati aggrediti dalla trasformazione genetica dei virus che, invadendo gli spazi della democrazia, ne hanno deformato le funzioni. Anche il vaccino, come per le malattie influenzali, va così modificato ed adeguato alle necessità perché sconfigga gli assalti e non metta a rischio la salute dell’intero Paese.
La politica ha così il dovere di difendere il suo primato di dispensatore di strumenti di democrazia, soprattutto se le difese sono state aggredite e se le forze di garanzia mostrano d’essere state invase dagli assalti virulenti di germi. L’inerzia della politica, alla lunga, finirebbero con indebolire le certezze dei cittadini, col rendere inutile persino l’esercizio del voto e col far prevalere la cultura dell’antipolitica, già purtroppo ampiamente diffusa.
Il primato della politica si difende in un solo modo, ed in due tempi. Il modo è solo quello ineludibile delle riforme. I due tempi sono relativi al rispetto delle regole della democrazia. Il primo è rappresentato dalla ricerca del dialogo e del pluralismo delle proposte, per ricercare le più ampie convergenze possibili. Il secondo, superato il confronto con l’opposizione e con le parti rappresentative della società, stabilisce l’immediato passaggio alle scelte attraverso l’attività del Parlamento. E’ così, e solo così, che prevale la sovranità popolare.
In nessun caso si deve, invece, lasciar spazio alla pressione dei media, a quella delle caste, delle corporazioni, ed alle spinte di quei poteri che pretendono di intervenire per stabilire le loro regole di gestione della cosa pubblica.
Le Istituzioni di un Paese sono come un mezzo meccanico dove ogni strumento ha la sua funzione. Non si può sottrarre una parte e pretendere che funzioni anche meglio, come in un’automobile non si può sottrarre un pistone e pretendere che la macchina cammini più spedita. E, come per un mezzo meccanico, anche le Istituzioni hanno bisogno di manutenzione. Come le auto, anch’esse subiscono nel tempo il peso dell’obsolescenza. Se si tolgono dalle auto pezzi di motore, questi vanno sostituiti, e se non regge più il suo uso, il motore va anche cambiato e le tecnologie vanno aggiornate.
Il motore dello Stato è La Costituzione ed il suo meccanismo ruota intorno ai tre poteri previsti. Ma come la camera di scoppio in un auto non può esercitare la funzione del cambio, nello Stato il potere giurisdizionale non può esercitare quello legislativo, né impedire che la macchina cammini, imbrigliando il potere esecutivo. La Giustizia non può esercitare il ruolo della politica.
Vito Schepisi
Non è solo l’ordinamento giurisdizionale del Paese ad avere responsabilità se si trova ad esercitare un potere che, per le modifiche intervenute all’Impianto costituzionale, alimenta le sue facoltà di intervento-interdizione sull’esercizio legittimo del potere legislativo e di quello esecutivo.
E’ come l’inverso dell’esempio della bicicletta: se la si dà, non ci si può lamentare che la si usi pedalando. La magistratura ha voluto la bicicletta, e gli è stata data. Ora la usa e pedala. Resta da sapere se sia legittimo che la usi su tutti i percorsi, e se possa invadere spazi occupati da altri poteri. Se ci chiedessimo: la magistratura, e con essa il suo organo di autogoverno, è lo Stato o è solo una funzione dello Stato? La risposta l’avremmo nel testo stesso della Costituzione. Per la nostra Carta fondamentale, infatti, non ci sarebbero dubbi: lo Stato è espressione dalla volontà del popolo.
Una democrazia ha nella sua organizzazione politico-istituzionale gli anticorpi per impedire che le funzioni dello Stato si rivoltino contro le scelte del popolo. Ma se questi anticorpi non reggono più vuol dire che si sono indeboliti col tempo o che siano stati aggrediti dalla trasformazione genetica dei virus che, invadendo gli spazi della democrazia, ne hanno deformato le funzioni. Anche il vaccino, come per le malattie influenzali, va così modificato ed adeguato alle necessità perché sconfigga gli assalti e non metta a rischio la salute dell’intero Paese.
La politica ha così il dovere di difendere il suo primato di dispensatore di strumenti di democrazia, soprattutto se le difese sono state aggredite e se le forze di garanzia mostrano d’essere state invase dagli assalti virulenti di germi. L’inerzia della politica, alla lunga, finirebbero con indebolire le certezze dei cittadini, col rendere inutile persino l’esercizio del voto e col far prevalere la cultura dell’antipolitica, già purtroppo ampiamente diffusa.
Il primato della politica si difende in un solo modo, ed in due tempi. Il modo è solo quello ineludibile delle riforme. I due tempi sono relativi al rispetto delle regole della democrazia. Il primo è rappresentato dalla ricerca del dialogo e del pluralismo delle proposte, per ricercare le più ampie convergenze possibili. Il secondo, superato il confronto con l’opposizione e con le parti rappresentative della società, stabilisce l’immediato passaggio alle scelte attraverso l’attività del Parlamento. E’ così, e solo così, che prevale la sovranità popolare.
In nessun caso si deve, invece, lasciar spazio alla pressione dei media, a quella delle caste, delle corporazioni, ed alle spinte di quei poteri che pretendono di intervenire per stabilire le loro regole di gestione della cosa pubblica.
Le Istituzioni di un Paese sono come un mezzo meccanico dove ogni strumento ha la sua funzione. Non si può sottrarre una parte e pretendere che funzioni anche meglio, come in un’automobile non si può sottrarre un pistone e pretendere che la macchina cammini più spedita. E, come per un mezzo meccanico, anche le Istituzioni hanno bisogno di manutenzione. Come le auto, anch’esse subiscono nel tempo il peso dell’obsolescenza. Se si tolgono dalle auto pezzi di motore, questi vanno sostituiti, e se non regge più il suo uso, il motore va anche cambiato e le tecnologie vanno aggiornate.
Il motore dello Stato è La Costituzione ed il suo meccanismo ruota intorno ai tre poteri previsti. Ma come la camera di scoppio in un auto non può esercitare la funzione del cambio, nello Stato il potere giurisdizionale non può esercitare quello legislativo, né impedire che la macchina cammini, imbrigliando il potere esecutivo. La Giustizia non può esercitare il ruolo della politica.
Vito Schepisi
21 dicembre 2009
Le riforme

Da qualche anno, la parola magica della politica è “riforme”. E’ come per il Barbiere di Siviglia … tutti le vogliono, tutti le cercano … purché siano di qualità. E’ dal 1983, con la Commissione Bicamerale di Aldo Bozzi, che provano in Italia a farle queste benedette riforme costituzionali e legislative dello Stato. Fino ad ora è stato un inutile processo di ipocrisia politica, un tentativo reiterato e dispendioso, nebuloso, dispersivo e senza senso. Tutti, a parole, le riforme le vogliono, ma tutti purché non siano un qualcosa. E ciascuno fa un elenco di ciò che non devono essere. Nella perizia di fare elenchi di ciò che non devono essere, va sempre a finire che non lo sono affatto: cioè che non si facciano. Non devono servire a questo, non devono favorire quello, così stranamente sfugge la percezione di ciò che invece dovrebbero essere.
La verità è ben diversa. Appare un gioco ostruzionistico, una melina politica. Sembra, infatti, che sia come se ben si sapesse che le riforme servano a chi ha un modello sociale da proporre, ma che, allo stesso tempo, sia anche consapevole di non avere nell’area di riferimento una larga coesione su una strategia politica, costruita questa su un nuovo modello di società da rilanciare. Va a finire che ci si preoccupi solo che non siano altri a prendere l’iniziativa, ed in questo caso a stroncarla.
Sembra la politica degli interessi conservatori degli strati più retrivi e corporativi del Paese. Uomini che spacciano la distruzione dei valori tradizionali di un popolo per nuovo progresso. Soggetti che fomentano lo scontro etico ed i dubbi sui valori della nostra civiltà e che si attrezzano a porre steccati di incomprensione, per trascinare alla reazione contro uno sviluppo ordinato del Paese. Una classe conservatrice e reazionaria dove il dividere serve per imprimere una precisa ragione di casta e di controllo. Parrucconi e sepolcri imbiancati che si nascondono dietro le contrapposizioni pregiudiziali, che fomentano odio, che diffondono le parole d’ordine del disfattismo, per nascondere i successi, come è capitato nel periodo più nero dei mercati mondiali dal 1929, quando si è usato anche il gossip per celare i successi del Paese. E’ emersa persino la volontà di infangare l’Italia. Un rancore che sembra il frutto non solo dell’invidia, ma del calcolo. C’è una commistione tra poteri e partiti preoccupata ad impedire che l’azione dell’esecutivo riesca efficacemente ad incidere, perché ciò li metterebbe definitivamente fuori gioco per “impotentia generandi”o addirittura “coeundi”.
Non si capisce, però, come si faccia a fare le riforme senza cambiare qualcosa. Tutti le vorrebbero purché non favoriscano qualcuno. Ma le riforme in democrazia favoriscono tutti. Bisognerebbe che sia ben chiaro ai competitori della politica che prima di essere premier, in democrazia, si compete per esserlo. Se volessimo trovare una riforma democratica che impedisca per legge che il governo del Paese sia presieduto da chi vince le elezioni, bisognerebbe rivolgersi ad un altro sistema. Di Pietro ed i suoi modi, pertanto, non sono un esempio di democrazia, ma di reazione squadrista. Il neo fascismo violento è reazione. E tra le riforme non rientra.
Bisogna aumentare i poteri dell’esecutivo, ma senza con questo favorire Berlusconi. Bisogna riequilibrare i poteri costituzionali ma senza favorire Berlusconi. Bisogna riformare la Giustizia ma senza favorire Berlusconi. Bisogna riformare la funzione del Parlamento ma senza favorire Berlusconi. In questo modo, però, non si può che vedere una vita dura per le riforme. In definitiva alcuni, forse troppi, vorrebbero solo mettere in un angolo Berlusconi, non fare le riforme.
La verità è che in Italia ci sono larghi strati di burocrati e di detentori di poteri di casta che le riforme invece non le vogliono affatto e che si servono dei politici compiacenti per affossare ogni tentativo. E lo fanno ponendosi strumentalmente sempre dietro l’ipotetico paravento del “cui prodest?” Naturalmente tutti dicono che sia sempre e solo Berlusconi.
Vito Schepisi
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05 novembre 2009
Nel PD tutto cambia, perchè nulla cambi

Tutto si va a chiudere com’era previsto. Dopo le primarie nel PD, i capogruppo alla Camera ed al Senato hanno rassegnato le dimissioni per consentire al nuovo segretario di organizzare la sua squadra politica. E’ giusto che sia così: è il segretario che deve proporre ai gruppi le ipotesi di cambiamento. Meno giusto ci sembra che alla Presidenza del gruppo parlamentare alla Camera sia chiamato il suo più agguerrito concorrente alla segreteria del partito. Non so se sia mai accaduto nella storia politica italiana che il leader della mozione opposta assuma la direzione del gruppo parlamentare. Il sospetto di una nuova finzione, o di una mera lotta di potere con un accordo di spartizione, induce a chiedere se ci siano state reali diversità nelle proposte politiche dei concorrenti alla segreteria PD, o se sia stata la solita commedia a cui questo partito, per quanto nuovo, ripetutamente ricorre. Fingere anziché fungere.
A parte il programma del chirurgo Ignazio Marino, che più che un articolato percorso di attività e scelte programmatiche del complesso partito che ha ereditato esperienze politiche e civili molto diverse, è stato generalmente percepito come una volontà monotematica di trasformare il PD in un movimento di lotta su ben precise scelte etiche, a parte Marino, quindi, non c’è stata una diversità che sia stata percepita netta tra i due principali concorrenti.
Marino è stato anche l’unico che ha saputo accendere i riflettori dell’attenzione su di un’area esterna al PD, allargando la base di un consenso che, più che per uno schieramento politico, è apparso di precise finalità laiche. Il medico, infatti, ha saputo coinvolgere anche porzioni di area radical-liberale nei suoi richiami alle scelte di vita e soprattutto nel suo approccio filosofico al voler dare una ragione (di vita) alla morte.
Tra Bersani e Franceschini cosa c’era invece di così radicalmente diverso? E’ arcinoto che il primo proviene dalle fila dell’ortodossia comunista, in cui prevaleva la ragione di partito sull’intelligenza e sull’originalità del pensiero, e che il secondo proviene invece dalle sacrestie democristiane - che tanto hanno influenzato anche Veltroni - cultrici del principio che tutto si possa fare: anche mettere sulla tavola del diavolo un boccale di acquasanta, perché lo beva assieme al sangue dei suoi oppressi.
Dopo un Congresso, di regola, chi prevale imposta la sua squadra e lo fa sui suoi progetti. E cosa c’è di programmaticamente più pregnante e simbolicamente più squisitamente politico che l’attività parlamentare? Come farebbe un oppositore, teoricamente portatore di una diversa idea di gestione e di contenuti, a poter così fungere da capogruppo parlamentare? Le strategie operative di un partito si concretizzano proprio in Parlamento che è il luogo in cui si formano le leggi e da cui si anima la discussione sulle iniziative politiche per il governo del Paese. Franceschini, se diverrà capogruppo del PD alla Camera, che farà? Interpreterà Bersani? O sarà quest’ultimo che andrà in coda alle scelte ed alle iniziative di Franceschini?
Se tutto questo può apparire di poca importanza in realtà non lo è. Il PD in due anni ha già cambiato tre segretari. I precedenti sono partiti con diversi e virtuosi propositi ma sia l’uno che l’altro hanno finito per fare le sole cose che gli sono state consentite: esasperare i rapporti con la maggioranza; esaltare l’informazione faziosa; assecondare l’invadenza della magistratura.
L’unica apparente diversità è stata invece solo una finzione. Veltroni voleva attestare il PD in un’area di sinistra moderata autosufficiente, svincolata dai piccoli partiti della sinistra alternativa. Subito, però, si è smentito da solo ed ha imbarcato Di Pietro. E la sua è apparsa più un’operazione di cannibalismo parlamentare, verso i piccoli gruppi neo comunisti, che una vera scelta bipolare. Franceschini da segretario si era attestato sulla linea di Veltroni e blandiva e condannava l’alleato Di Pietro a giorni alterni. Diversa sembra ora la posizione di Bersani. Il neo segretario vuole aprire alle alleanze e lo fa richiamando il principio del centralismo democratico, arcinoto ai suoi possibili futuri alleati, tutti di estrazione comunista, per informarli di volerne adottare lo spirito, per evitare la confusione di voci mostrata ai tempi di Prodi.
Ma alleanze per cosa? Il problema è tutto lì. Con il gossip, con la giustizia, con gli insulti, con le delegittimazioni, con la disinformazione, con le minacce ed anche con l’omicidio, se fosse possibile, tutto a sinistra è indirizzato solo a spodestare Berlusconi, anche contro la volontà popolare.
La questione in sostanza resta sempre negli stessi termini, come descritto da Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo, solo un grande cambiamento che permetta di lasciare tutto come prima, perché nulla cambi.
Vito Schepisi
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04 agosto 2009
Parlamento, Costituzione, Democrazia

La questione sollevata dal Presidente della Camera Fini non è nuova. A parti invertite ricompare di legislatura in legislatura, allorquando il governo, attraverso la facoltà della decretazione e della richiesta della fiducia, riduce la partecipazione al dibattito e rende inemendabili le leggi presentate.
Il Governo ricorre ai decreti ed al voto di fiducia sostanzialmente per due ragioni. La prima è quella del carattere di urgenza dei provvedimenti (la decretazione d’urgenza). La seconda (la richiesta della fiducia) è per evitare di far snaturare, attraverso la votazione degli emendamenti, la portata delle leggi proposte. Quest’ultima ragione è unita all’esigenza di voler accelerare i tempi di conversione che per i decreti devono improrogabilmente avvenire entro i 60 giorni dal varo, pena la decadenza. Ci sarebbe una terza ragione, la più maliziosa, che attiene alla preoccupazione del governo di subire imboscate attraverso l’azione dei “franchi tiratori”, le assenze dei parlamentari, o le stesse manovre interne dei partiti di maggioranza. Una terza ragione, però, che renderebbe meno lustro alla “sacralità” democratica della funzione parlamentare. Rientrerebbe, infatti, tra le patologie di un Parlamento che non sempre è espressione della volontà politica del Paese, non sempre ne rispetta il mandato e che è incline, invece, a trasformare la funzione della rappresentanza democratica in quella delle opportunità personali o in quella di cedimento alle lobbies economico-affaristiche che premono per sostenere interessi, non sempre apertamente legittimi.
Su questa questione di esercizio democratico della funzione parlamentare, a parti sempre invertite di legislatura in legislatura, si gioca una partita dai toni piuttosto alti che vanno dall’allarme sociale, per un Parlamento esautorato dalle sue funzioni, all’allarme giuridico-costituzionale, per la presunta mancanza di rispetto per l’Istituzione parlamentare, a quello, infine, dell’accusa di svilimento della funzione del confronto democratico per l’impossibilità dell’opposizione di contribuire a migliorare le leggi.
Non mancano, però, i toni esasperati, provenienti da alcuni settori del Parlamento. C’è, infatti, una parte dell’opposizione che non fa mistero di respingere il risultato elettorale e che contesta alla maggioranza il diritto-dovere di esercitare la sua funzione costituzionale di governo. E’ questo un fronte parlamentare incline a tentazioni autoritarie, alimentato dall’indifferente silenzio del PD, con cui si è proposto alleato alle politiche dello scorso anno e nelle recenti amministrative. Un fronte che sempre più spesso fa da traino all’ondivaga rotta dell’intera minoranza incapace di indicare, con trasparenza, una propria strategia politica. Un’opposizione in cui emerge la voce di chi, per scarsa cultura democratica, ed a volte per scarsa cultura tout court, soffia sul fuoco dell’intolleranza e del pregiudizio politico, paventando rischi di “dittature”, nonostante applauda le iniziative di compagni di strada che parlano apertamente di “dittature dal basso”.
"Nessuno da parte del governo può pensare di non doversi confrontare con il Parlamento” – sostiene Fini – e né di poter "esautorare il Parlamento dal diritto-dovere di controllare".
E’ giustissimo! Ma lo è altrettanto sostenere che nessuno possa e debba fermare il processo democratico di cambiamento del Paese. Non può essere consentito ancor più che lo si faccia attraverso i giochi dei regolamenti parlamentari. Deve, pertanto, essere respinto il reiterato tentativo di immobilizzare il Paese. Non si può far appello all’uso delle funzioni democratiche dello Stato per far prevalere le caste conservatrici e la “dittatura” della burocrazia. E’ necessario, invece, riflettere sulla inadeguatezza, nel tempo reale di internet, di procedure politico-amministrative che rendano inutili e/o tardivi gli interventi o che snaturino lo spirito dei provvedimenti o addirittura che allarghino la spesa a favore delle lobbies o dei campanili.
La riforma dei regolamenti parlamentari sarà al centro della riapertura dei lavori parlamentari di settembre, come si sostiene da più parti, ma per poter sortire un esito condiviso, dovrà garantire l’adempimento delle responsabilità di chi governa, assegnando tempi certi per la discussione dei decreti e delle leggi di iniziativa governativa, utilizzando le commissioni per alleggerire i lavori dell’Aula, in cambio di più spazio alle minoranze per far conoscere le proprie proposte e per esercitare il legittimo diritto di chiedere modifiche.
Se il Parlamento è il luogo, assegnato dalla Costituzione, per lo svolgimento della vita democratica del Paese, è opportuno che sia messo in grado di garantire l’esercizio del mandato di responsabilità di governo, assegnato alla maggioranza parlamentare, attraverso l’espressione del voto popolare.
Il Governo ricorre ai decreti ed al voto di fiducia sostanzialmente per due ragioni. La prima è quella del carattere di urgenza dei provvedimenti (la decretazione d’urgenza). La seconda (la richiesta della fiducia) è per evitare di far snaturare, attraverso la votazione degli emendamenti, la portata delle leggi proposte. Quest’ultima ragione è unita all’esigenza di voler accelerare i tempi di conversione che per i decreti devono improrogabilmente avvenire entro i 60 giorni dal varo, pena la decadenza. Ci sarebbe una terza ragione, la più maliziosa, che attiene alla preoccupazione del governo di subire imboscate attraverso l’azione dei “franchi tiratori”, le assenze dei parlamentari, o le stesse manovre interne dei partiti di maggioranza. Una terza ragione, però, che renderebbe meno lustro alla “sacralità” democratica della funzione parlamentare. Rientrerebbe, infatti, tra le patologie di un Parlamento che non sempre è espressione della volontà politica del Paese, non sempre ne rispetta il mandato e che è incline, invece, a trasformare la funzione della rappresentanza democratica in quella delle opportunità personali o in quella di cedimento alle lobbies economico-affaristiche che premono per sostenere interessi, non sempre apertamente legittimi.
Su questa questione di esercizio democratico della funzione parlamentare, a parti sempre invertite di legislatura in legislatura, si gioca una partita dai toni piuttosto alti che vanno dall’allarme sociale, per un Parlamento esautorato dalle sue funzioni, all’allarme giuridico-costituzionale, per la presunta mancanza di rispetto per l’Istituzione parlamentare, a quello, infine, dell’accusa di svilimento della funzione del confronto democratico per l’impossibilità dell’opposizione di contribuire a migliorare le leggi.
Non mancano, però, i toni esasperati, provenienti da alcuni settori del Parlamento. C’è, infatti, una parte dell’opposizione che non fa mistero di respingere il risultato elettorale e che contesta alla maggioranza il diritto-dovere di esercitare la sua funzione costituzionale di governo. E’ questo un fronte parlamentare incline a tentazioni autoritarie, alimentato dall’indifferente silenzio del PD, con cui si è proposto alleato alle politiche dello scorso anno e nelle recenti amministrative. Un fronte che sempre più spesso fa da traino all’ondivaga rotta dell’intera minoranza incapace di indicare, con trasparenza, una propria strategia politica. Un’opposizione in cui emerge la voce di chi, per scarsa cultura democratica, ed a volte per scarsa cultura tout court, soffia sul fuoco dell’intolleranza e del pregiudizio politico, paventando rischi di “dittature”, nonostante applauda le iniziative di compagni di strada che parlano apertamente di “dittature dal basso”.
"Nessuno da parte del governo può pensare di non doversi confrontare con il Parlamento” – sostiene Fini – e né di poter "esautorare il Parlamento dal diritto-dovere di controllare".
E’ giustissimo! Ma lo è altrettanto sostenere che nessuno possa e debba fermare il processo democratico di cambiamento del Paese. Non può essere consentito ancor più che lo si faccia attraverso i giochi dei regolamenti parlamentari. Deve, pertanto, essere respinto il reiterato tentativo di immobilizzare il Paese. Non si può far appello all’uso delle funzioni democratiche dello Stato per far prevalere le caste conservatrici e la “dittatura” della burocrazia. E’ necessario, invece, riflettere sulla inadeguatezza, nel tempo reale di internet, di procedure politico-amministrative che rendano inutili e/o tardivi gli interventi o che snaturino lo spirito dei provvedimenti o addirittura che allarghino la spesa a favore delle lobbies o dei campanili.
La riforma dei regolamenti parlamentari sarà al centro della riapertura dei lavori parlamentari di settembre, come si sostiene da più parti, ma per poter sortire un esito condiviso, dovrà garantire l’adempimento delle responsabilità di chi governa, assegnando tempi certi per la discussione dei decreti e delle leggi di iniziativa governativa, utilizzando le commissioni per alleggerire i lavori dell’Aula, in cambio di più spazio alle minoranze per far conoscere le proprie proposte e per esercitare il legittimo diritto di chiedere modifiche.
Se il Parlamento è il luogo, assegnato dalla Costituzione, per lo svolgimento della vita democratica del Paese, è opportuno che sia messo in grado di garantire l’esercizio del mandato di responsabilità di governo, assegnato alla maggioranza parlamentare, attraverso l’espressione del voto popolare.
Vito Schepisi su Il Legno Sorto
05 maggio 2009
Il Referendum e le geometrie vriabili
L’annuncio di Calderoli della Lega di voler predisporre una nuova legge elettorale da presentare in Parlamento, per raccogliere i voti di chi tra i partiti rappresentati vorrà sostenerla, riapre i giochi della politica dei misteri e delle geometrie variabili. Conosciamo questo gioco nelle sue regole elementari. Per la sinistra, secondo la tradizione post comunista, sono criminali, rozzi, brutti e cretini tutti coloro che si pongono di mezzo ai loro progetti, mentre diventano bravi, lucidi, intelligenti ed onesti coloro che invece contribuiscono al raggiungimento dei loro obiettivi.Il fine è, e resta sempre quello, il potere. Per raggiungerlo va bene tutto, anche allearsi con coloro che un minuto prima hanno definito razzisti e xenofobi. Le geometrie variabili fanno si che non esista una maggioranza strategica, ma una che si formi a secondo delle opportunità, specie se la sinistra nel complesso è minoranza. Chi ci casca, però, nello stesso modo in cui è accettato, dopo l’utilizzo, come un vuoto a perdere, viene subito scaricato.
Questa volta l’attenzione del PD verso la Lega non è rimasta solo un intimo e contorto pensiero dei suoi leader. Si è subito concretizzata in un segnale preciso su come scavalcare l’eventuale esito positivo del referendum del 21 giugno. Si è materializzata in un calcolo aritmetico di Franceschini nel ricordare al premier che il Pdl ha soltanto 271 deputati su 630, non la maggioranza assoluta, e che in Parlamento ci sarebbe una maggioranza diversa per una nuova legge elettorale. Se Udc, Lega, Idv e PD concordassero una nuova legge, l’eventuale esito positivo del referendum verrebbe annullato. Franceschini, però, continua a sostenere il voto favorevole del PD al quesito referendario.
La chiarezza è così labile, rispetto alla confusione del segretario PD, da porre a tanti più di un problema di comprensione.
Dalle contraddizioni di Franceschini emerge immutabile l’unica strategia di questa sinistra, benché perdente, di voler considerare Berlusconi il problema, il solo. A nessuno sembra interessare della coerenza, del Paese e delle difficoltà. Nel PD c’è indifferenza per la crisi economica, per i disastri naturali, per la logica, per i numeri, per la volontà degli elettori, per la popolarità di un Presidente impegnato a trarre l’Italia fuori dalla crisi. Al PD oggi interessa più il gossip e l’intrigo, domani troverà forse un altro spunto polemico. Franceschini ed i suoi compagni di strada sanno solo creare confusione, come se le soluzioni ai problemi fossero quelle di crearne altri.
Si aveva la sensazione che bastasse un parere favorevole o un’iniziativa del Cavaliere per vedere il PD e Franceschini schierarsi a muso duro dall’altra parte, ma, ora che Berlusconi ha annunciato il suo voto favorevole al referendum, Franceschini ha cambiato tattica. Non lo contraddice. Conferma il suo parere favorevole. Si mostra, però, pronto a schierarsi con la Lega e con gli altri partiti minori per mutare la legge. Sono i misteri della politica!
Ma questo referendum, se poi si vuole cambiare la legge, perché lo si deve necessariamente fare? Non si poteva cambiare la legge prima, ed evitare di spendere soldi inutili per celebrarlo? Ma – ed è la domanda più misteriosa - Franceschini perché dice di volere modificare la legge elettorale, sostenendo il si al referendum, e poi si dispone a volerne cambiare l’esito attraverso una legge del Parlamento? E’ un mistero anche questo!
L’esito del referendum spaventa più di un partito, ma l’unica formazione politica ad uscire allo scoperto è stata la Lega: ha chiesto ed ottenuto di evitare di far coincidere la data del 7 giugno, per scongiurare la certezza del quorum; minaccia la crisi di governo, in caso di esito favorevole e senza l’impegno del Pdl a mutare la legge.
Franceschini gli tiene la corda, nascondendosi. La rottura della Lega col Pdl, con 15 punti percentuali di differenza dal partito di Berlusconi, sarebbe già un grosso risultato per un PD in profonda crisi e senza strategie di riferimento per una proposta politica di governo.
Invece di minacciare crisi di governo, impopolari e forse inutili, la Lega dovrebbe mutare la sua alleanza con il Pdl, da tattica a strategica. Il Popolo delle Libertà, forte del 40% elettorale, non può rinunciare al suo ruolo di responsabile riferimento nella conduzione politica del Paese, dalle Alpi alla Sicilia, per sottostare alle pressioni di chi stringe alleanze politiche per tatticismo, senza la pronuncia di un comune sentire di orientamento politico e di obiettivi.
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29 gennaio 2009
Di Pietro è un uomo contro il Paese
Questa volta il forcaiolo d’Italia ha valicato una punta ancora più alta del suo reiterato delirio. Nell’attacco di Antonio Di Pietro e dei suoi amici alle istituzioni è coinvolta la funzione del Parlamento, la legittimità del Governo e l’onorabilità del Presidente della Repubblica. Si avverte un’offesa al Paese, alla maggioranza dei suoi cittadini, alla democrazia ed alla dignità del confronto politico. Si ha l’impressione che l’alzo del tiro sia conseguenza del basso livello di popolarità che Di Pietro e l’intero movimento dell’antipolitica stia registrando e che si usino, ancora una volta, le espressioni più colorite ed irriguardose verso le istituzioni per riscaldare le piazze, come usano fare i dittatori che hanno bisogno d’inventarsi un nemico per soddisfare la rabbia del popolo.E’in atto con Di Pietro, col suo partito e con la compagnia dell’antipolitica, una vera deriva sfascista dell’opposizione politica. Una deriva a cui presta il fianco Veltroni ed il Partito Democratico, incapaci di scrollarsi di dosso la stretta mortale dell’ex magistrato. C’è la percezione di un attacco forsennato, irrazionale, viscerale e violento alla democrazia, alla libertà, alla serietà, alla governabilità del Paese, oltre che alla legittimità istituzionale dei suoi rappresentanti.
Il giorno dopo della Giornata della Memoria, per meditare sull’Olocausto, il metodo Di Pietro, fatto d’odio e di condanne sommarie e pregiudiziali, induce ancor più a riflettere.
La ferocia e le espressioni più atroci dell’animo umano covano sempre nell’intolleranza e nell’ignoranza di quegli uomini che adottano le teorie giustizialiste e fondamentaliste per esercitare le proprie vendette, per appagare le proprie frustrazioni o ancor più semplicemente per arricchire il bottino delle invasioni nei luoghi della discussione e della rituale dialettica politica, saccheggiando le coscienze ed inficiando le conquiste di spazi di civiltà e di democrazia.
Nessuna attenuante, nessuna giustificazione politica, può essere concessa a chi non ha mai proposte da avanzare ma solo dosi di veleno da somministrare al Paese.
Quello del percorso disfattista e reazionario è un indirizzo che accomuna tutti gli uomini impulsivi ed autoritari e tutti i demagoghi, anche se nel caso in questione si tratta solo di un furbo ex magistrato che non ha ancora spiegato al Paese i veri motivi del suo abbandono della magistratura per abbracciare, sull’onda della notorietà per le sue prestazioni eterodosse nelle istruttorie processuali, la carriera politica.
Gli spunti vengono dai provvedimenti di questo Governo in tema di Giustizia, dalla legge nota come “Lodo Alfano” mirante ad impedire che le quattro più alte cariche dello Stato, nel corso del mandato, possano essere sottoposte a processo penale, dalle iniziative per le limitazioni alle intercettazioni telefoniche e, ancor più a valle, dalla riforma dell’Ordinamento Giudiziario.
C’è una crisi della giustizia che è tangibile e che è avvertita dai cittadini e dalle istituzioni. La Corte di Giustizia Europea sottopone a più riprese l'Italia a formale condanna con le conseguenti sanzioni per i casi di giustizia negata, per i casi di giustizia deviata e per i casi di giustizia male erogata. Prendere atto della necessità di cambiare le cose e prendere l’iniziativa di modificare l’ordinamento giudiziario diventa indifferibile ed urgente, mentre, al contrario, ostacolare e difendere nel complesso l’esistente diventa colpevole ed omertoso.
C’è inoltre la necessità di rasserenare il confronto politico e sociale nel Paese, e non solo per poter tranquillamente analizzare e risolvere le questioni della giustizia, ma anche perché c’è una crisi difficile da cui è possibile poter uscire senza grossi traumi, ma con il sostegno, l’aiuto e, laddove possibile, con la fiducia di tutti, ad iniziare dalle forze politiche e dalle rappresentanze sociali.
I tentativi reiterati di Di Pietro di avvelenare i pozzi del confronto, per raggiungere fini politici di parte, devono preoccupare. Si constata l’incapacità dell’opposizione di isolare la deriva illiberale e frenante del leader dell’Idv, mentre occorrerebbe che si faccia interprete della necessità delle riforme. La questione morale passa anche attraverso la capacità di rinnovare le funzioni dello Stato, di responsabilizzare la politica, di riformare la giustizia e di fornire sistemi elettorali che, assieme alle possibilità di scelta degli elettori, assicurino la governabilità.
L’Italia non ha bisogno di odio e di giustizialismo, ma di giustizia e di riforme.
Vito Schepisi
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vito schepisi
23 giugno 2008
L'opposizione dei magistrati
Le democrazie si reggono su regole condivise. Quando le regole non lo sono accade che diventi difficile assolvere a tutti i compiti di uno Stato democratico senza fermenti e senza che vi siano disconoscimenti e riserve di legittimità.Che ci sia una parte del Paese incline ad andare fuori delle regole e che le reclama solo per garantire le prerogative della propria parte politica è evidente. Ma ciò che preoccupa è che non sia rappresentata esclusivamente dai movimenti massimalisti ed ideologicizzati. Altra parte, infatti, è costituita da gruppi politici che hanno raccolto sia il malessere antisistema di stampo “fascista” o “marxista” (che poi sono la stessa cosa) dell’intolleranza e sia quello dell’antipolitica furba di una certa sinistra, per intendersi alla Grillo ed alla Santoro.
Quest’ultima corrente fa breccia nel PD per condurlo alla lotta cieca ad oltranza su una presunta illegittimità del leader del PDL che ha raccolto, come è normale in una democrazia, la maggioranza dei voti nel Paese. Normale sarebbe pure che fosse messo in grado di governare e rispettare il mandato che il popolo ha voluto affidargli. Anormale sarebbe, invece, l’intervento di ordinamenti dello Stato scesi in campo, ostentatamente, a dar man forte all’opposizione contro iniziative che sono avvertite forse più dalla popolazione che dalla politica.
La sicurezza, l’efficienza dei servizi, la certezza della pena, la riduzione dei tempi dei processi, come le questioni fiscali, salariali, la sanità, le regole sull’immigrazione, la soppressione di quella clandestina, sono, ad esempio, problemi che gli italiani vivono sulla propria pelle da tanto tempo, per poter comprendere e condividere gli interventi di coloro che sulla base della lettura, spesso faziosa, degli articoli della Costituzione o di altri principi europei o internazionali vanno alla ricerca di ragioni di ogni tipo per bloccare il processo di cambiamento del Paese.
Inutile dire che questo cambiamento è richiesto a gran voce da coloro che sono sovrani anche dei loro ordinamenti e delle regole per la loro attuazione. Si dice sempre, infatti, che il popolo sia sovrano ma quando si tratta di rispettarne i voleri c’è sempre chi è disposto a dimenticarsene. Anche la Giustizia si pretende sia resa in nome del Popolo e non dei magistrati o tanto peggio dei loro referenti politici. Ma non sempre è così!
I magistrati che firmano appelli, che prendono cappello e lo posano su scanni impropri, che ritengono di dover essere garanti delle istituzioni e che si azzardano in deliranti proclami, scendano in politica, se ritengono di poter e dover offrire il loro “esclusivo” contributo, e si confrontino sui problemi del Paese, magari in modo diverso da Di Pietro, che fa solo ciò che può e sa fare: il torvo inquisitore.
L’opposizione avrebbe il compito di pungolare, osservare, proporre alternative. Tutto dovrebbe essere finalizzato a risolvere le questioni. In un modo o nell’altro, ma a risolverle. Non sempre, però, si ha l’impressione che sia così ed a chi non è abituato a presupporre che il “fattore B” sia inadeguato per principio e senza alcun beneficio di controprova, accade di restare allibito nell’osservare quanto cinica e sconclusionata sia un’opposizione che concorra unicamente a rendere il Paese ingovernabile.
Ma il popolo è davvero stanco d’essere preso per il “lato B”! Perché l’alternativa è l’immobilismo in cui le caste bivaccano allegramente a spese ed a danno del Paese e della sua immagine.
Far ricorso, come abbondantemente faceva un grande giornalista scomparso di recente, all’episodio del marito che per far dispetto alla moglie si evirava, può sembrare ormai superato per quanto sia oramai diffusa l’opinione che le mogli d’oggi, coi liberi costumi, abbiano ampie possibilità di cercare fuori di casa ciò che non arrivassero a ricevere dal marito, ma ricordare il metodo togliattiano del “tanto peggio tanto meglio” può assolvere egregiamente l’immagine di un’opposizione trascinata per convenienza politica, per ridicola concorrenza, per timore d’essere scavalcata a coltivare l’istinto canaglia di far del male al Paese.
La madre di tutte le questioni, come sempre, è la giustizia. E’ dal 1994 con l’avvio di garanzia a Napoli al leader del centrodestra, vincitore a sorpresa delle elezioni politiche di quell’anno, che una parte della magistratura italiana ha sotto mira chi ha impedito alla sinistra post comunista di occupare il Paese. Vanamente sotto mira perché 14 anni di accuse lo vedono ancora a quel posto e più determinato di prima.
Il Presidente Cossiga è una persona estremamente intelligente e straordinariamente incorreggibile, ed è colui che ha detto, senza peli sulla lingua, come è sua abitudine, che oggi il Ministero della Giustizia è il luogo più a rischio d’Italia. Se non t’allinei alla casta dei magistrati t’arrestano la moglie. Figuriamoci, ci mettono davvero poco! L’hanno fatto con Mastella che a molti è sembrato sufficientemente allineato!
E’ necessario, invece, restituire agli italiani l’autorevolezza delle scelte indicate. La Magistratura da ordinamento della Repubblica non può trasformarsi in controparte del potere esecutivo. Deve essere, invece, uno strumento delle Istituzioni per offrire certezze e garanzie a tutti i cittadini, senza distinzioni di censo, di origine, di religione, di militanza politica.
La magistratura deve essere indipendente soprattutto dall’influenza degli altri poteri dello Stato e tenersi fuori, in quanto a presidio di un diverso ed autonomo ordinamento, dagli strumenti democratici che concorrono alla formazione del potere politico e legislativo. Quest’ultimo, infatti, grazie al mandato popolare, è il solo che è investito del diritto-dovere di formulare ed emanare i provvedimenti che attengono la gestione, le regole e le scelte che approvate in Parlamento diventano l’insieme di leggi che l’intero Paese ha l’obbligo di rispettare ed il cui esercizio è disposto, come nelle aule dei tribunali, in nome del popolo italiano.
Vito Schepisi
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21 gennaio 2008
L'Italia da rifare

Cosa pensano di fare? Cosa pensa la sinistra italiana di ricavare dal clima di rissa che fomenta? La consapevolezza di essere minoranza nel Paese deve averli portati alla follia.
Hanno fallito i loro obiettivi. A loro discolpa solo il dubbio, e neppure generale, che sia più il risultato della loro incapacità che della loro volontà. Danno l’idea d’essere maldestri pachidermi in un labirinto di cristalliere. Distruggono tutto ciò che toccano. Hanno deluso le aspettative che, speranzosi, milioni di italiani avevano loro affidato di rendere “felice” il Paese, come affermava l’imbroglione politico più recidivo della nostra Italia repubblicana..il p deluso le aspettative i più per incapacità che per volontàane.e coinvolga anche e soprattutto la parte politica che nel Pa Si muovono tra le barriere di un furore ideologico e gli ostacoli della loro supponenza d’esser portatori di uguaglianza e giustizia. Travolgono, come fossero inermi birilli, i margini del buon senso, della tolleranza e persino dell’interesse sociale delle fasce più deboli del Paese.
La constatazione di aver prodotto un mostro incomprensibile in cui anche la tradizione italiana di correttezza istituzionale veniva meno; il loro modo piuttosto singolare di creare spazi di sensazioni odiose di regime e di intolleranza, deve averli portati a sragionare.
Mai esistito nel Paese un clima di così odiosa ostinazione nel non prendere atto che persino nel Parlamento, non solo la maggioranza politica, che non è mai esistita, ma ora anche la maggioranza numerica non esista più.
Non si possono ignorare, soprattutto per correttezza democratica, le dichiarazioni esplicite di senatori e componenti parlamentari che hanno denunciato la fine di una stagione politica. Non si può sorvolare sulle dichiarazioni di un Ministro della Giustizia, dimessosi, che ha posto all’attenzione del Parlamento uno stato inquietante di una parte della magistratura Italiana. Se c’è una situazione che la democrazia liberale non può ignorare e soprattutto tollerare è l’esistenza di una giustizia partigiana, specialmente se la questione è stata posta nelle aule parlamentari.
Ora si beccano tra di loro e sguinzagliano i canali della mestazione politica e giudiziaria. Vogliono intorpidire il clima nella speranza che la sfiducia della gente coinvolga, anche e soprattutto, la parte politica che nel Paese è già consolidata maggioranza.
Ecco così muoversi la macchina da guerra di occhettiana memoria. E scatenano tutte le guerre possibili. Se devono perire sommersi dal letame che hanno sparso stabiliscono che lo facciano come Sansone con tutti i filistei. Prendono corpo contemporaneamente il conflitto di religione, quello giudiziario, la guerriglia dell’antipolitica, la battaglia dell’immondizia, la guerra di tutti contro tutti.
Si scatena lo scontro parlamentare e si tenta con artifizi e sollecitando astensioni, per strumentalizzare persino il regolamento del Senato dove, su un voto di sfiducia l’astensione torna a favore del no, di mantenere in vita il Governo di Prodi, il più indegno e discusso che ha mortificato il Paese e messo a dura prova la tolleranza e la sopportazione degli italiani.
Vorrebbero continuare a mantenere i loro sederi ben saldi sulla seduta e le loro mani ben strette intorno ai braccioli delle loro traballanti poltrone, avvinti, contorti e diramati come l’edera, pur navigando nella melma di una maleodorante generale immondizia che parte dalla Napoli e dalla Campania della Jervolino, di Pecoraro, Mastella e Bassolino per arrivare sui colli di Roma.
Vogliono continuare a fare mercato di nomine e di abusi. Come la stomachevole nomina alla presidenza dell’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente) del capo di gabinetto del sottoposto a sfiducia Ministro per l’Ambiente in carica. Il braccio destro del ministro che si trova ad assumere nello stesso tempo il ruolo di controllore e controllato. Altro che sospetti e accuse di conflitto di interessi rivolte verso altri!
Ed è proprio il Ministro dell’Ambiente, restio a dimettersi, che è nell’occhio del ciclone per aver ridotto l’Italia ad un cumulo di spazzatura e non solo quella fisica di Napoli e della Campania, ma anche quella delle scorie strutturali di un Paese oramai vecchio ed obsoleto. Un Paese che tarda a rinnovarsi e fornirsi di strutture all’altezza dei tempi e del suo ruolo in Europa. Un paese che manca persino di seri piani energetici sufficienti a garantire sicurezza e continuità alla nostra principale fonte di ricchezza costituita dalle reti produttive e di trasformazione in campo manifatturiero ed industriale.
La vera guerra in corso però è quella alla ragione! C’è un esercito sgangherato che assomiglia tanto al Capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere in cui configgono almeno due diverse pulsioni. Da una parta quella della riservatezza e dell’apparenza di serietà e dall’altra la voglia di essere protagonista. Per un verso il desiderio di spiegare e dar coerenza alle sue iniziative giudiziarie e dall’altra il mostrarsi indignato per la denigrazione personale riscossa dalla parte politica sottoposta alle sue diverse iniziative cautelari.
Un modo oramai classico di dire e poi minacciare di smentire e negare ciò che si è detto. Un esempio di sottocultura del diritto e delle garanzie di riservatezza e di cautela laddove, invece, si richiedono comportamenti che non solo devono essere, ma soprattutto devono apparire d’essere, specchiato esempio di professionalità e di equilibrio e non sgangherate rappresentazioni da commedia dell’arte.
La sinistra Italiana ci restituisce un’Italia allo sfascio, in crisi di valori, tartassata di balzelli fiscali, ridotta alla fame nelle fasce più deboli ed al grigiore di vita nelle fasce intermedie. Un’Italia insicura, tormentata dai dubbi sul futuro e dall’insicurezza del presente, ai margini dell’Europa, indicata nel mondo come cattivo esempio, con servizi da terzo mondo e persino senza più una compagnia aerea di bandiera. Un’Italia dispersa nella sua identità, senza valori di riferimento, involuta nella difesa dei principi dove persino il “laicismo” diventa una gabbia ideologica. Un’immagine dell’Italia che si spera di cambiare al più presto!
Vito Schepisi
Hanno fallito i loro obiettivi. A loro discolpa solo il dubbio, e neppure generale, che sia più il risultato della loro incapacità che della loro volontà. Danno l’idea d’essere maldestri pachidermi in un labirinto di cristalliere. Distruggono tutto ciò che toccano. Hanno deluso le aspettative che, speranzosi, milioni di italiani avevano loro affidato di rendere “felice” il Paese, come affermava l’imbroglione politico più recidivo della nostra Italia repubblicana..il p deluso le aspettative i più per incapacità che per volontàane.e coinvolga anche e soprattutto la parte politica che nel Pa Si muovono tra le barriere di un furore ideologico e gli ostacoli della loro supponenza d’esser portatori di uguaglianza e giustizia. Travolgono, come fossero inermi birilli, i margini del buon senso, della tolleranza e persino dell’interesse sociale delle fasce più deboli del Paese.
La constatazione di aver prodotto un mostro incomprensibile in cui anche la tradizione italiana di correttezza istituzionale veniva meno; il loro modo piuttosto singolare di creare spazi di sensazioni odiose di regime e di intolleranza, deve averli portati a sragionare.
Mai esistito nel Paese un clima di così odiosa ostinazione nel non prendere atto che persino nel Parlamento, non solo la maggioranza politica, che non è mai esistita, ma ora anche la maggioranza numerica non esista più.
Non si possono ignorare, soprattutto per correttezza democratica, le dichiarazioni esplicite di senatori e componenti parlamentari che hanno denunciato la fine di una stagione politica. Non si può sorvolare sulle dichiarazioni di un Ministro della Giustizia, dimessosi, che ha posto all’attenzione del Parlamento uno stato inquietante di una parte della magistratura Italiana. Se c’è una situazione che la democrazia liberale non può ignorare e soprattutto tollerare è l’esistenza di una giustizia partigiana, specialmente se la questione è stata posta nelle aule parlamentari.
Ora si beccano tra di loro e sguinzagliano i canali della mestazione politica e giudiziaria. Vogliono intorpidire il clima nella speranza che la sfiducia della gente coinvolga, anche e soprattutto, la parte politica che nel Paese è già consolidata maggioranza.
Ecco così muoversi la macchina da guerra di occhettiana memoria. E scatenano tutte le guerre possibili. Se devono perire sommersi dal letame che hanno sparso stabiliscono che lo facciano come Sansone con tutti i filistei. Prendono corpo contemporaneamente il conflitto di religione, quello giudiziario, la guerriglia dell’antipolitica, la battaglia dell’immondizia, la guerra di tutti contro tutti.
Si scatena lo scontro parlamentare e si tenta con artifizi e sollecitando astensioni, per strumentalizzare persino il regolamento del Senato dove, su un voto di sfiducia l’astensione torna a favore del no, di mantenere in vita il Governo di Prodi, il più indegno e discusso che ha mortificato il Paese e messo a dura prova la tolleranza e la sopportazione degli italiani.
Vorrebbero continuare a mantenere i loro sederi ben saldi sulla seduta e le loro mani ben strette intorno ai braccioli delle loro traballanti poltrone, avvinti, contorti e diramati come l’edera, pur navigando nella melma di una maleodorante generale immondizia che parte dalla Napoli e dalla Campania della Jervolino, di Pecoraro, Mastella e Bassolino per arrivare sui colli di Roma.
Vogliono continuare a fare mercato di nomine e di abusi. Come la stomachevole nomina alla presidenza dell’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente) del capo di gabinetto del sottoposto a sfiducia Ministro per l’Ambiente in carica. Il braccio destro del ministro che si trova ad assumere nello stesso tempo il ruolo di controllore e controllato. Altro che sospetti e accuse di conflitto di interessi rivolte verso altri!
Ed è proprio il Ministro dell’Ambiente, restio a dimettersi, che è nell’occhio del ciclone per aver ridotto l’Italia ad un cumulo di spazzatura e non solo quella fisica di Napoli e della Campania, ma anche quella delle scorie strutturali di un Paese oramai vecchio ed obsoleto. Un Paese che tarda a rinnovarsi e fornirsi di strutture all’altezza dei tempi e del suo ruolo in Europa. Un paese che manca persino di seri piani energetici sufficienti a garantire sicurezza e continuità alla nostra principale fonte di ricchezza costituita dalle reti produttive e di trasformazione in campo manifatturiero ed industriale.
La vera guerra in corso però è quella alla ragione! C’è un esercito sgangherato che assomiglia tanto al Capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere in cui configgono almeno due diverse pulsioni. Da una parta quella della riservatezza e dell’apparenza di serietà e dall’altra la voglia di essere protagonista. Per un verso il desiderio di spiegare e dar coerenza alle sue iniziative giudiziarie e dall’altra il mostrarsi indignato per la denigrazione personale riscossa dalla parte politica sottoposta alle sue diverse iniziative cautelari.
Un modo oramai classico di dire e poi minacciare di smentire e negare ciò che si è detto. Un esempio di sottocultura del diritto e delle garanzie di riservatezza e di cautela laddove, invece, si richiedono comportamenti che non solo devono essere, ma soprattutto devono apparire d’essere, specchiato esempio di professionalità e di equilibrio e non sgangherate rappresentazioni da commedia dell’arte.
La sinistra Italiana ci restituisce un’Italia allo sfascio, in crisi di valori, tartassata di balzelli fiscali, ridotta alla fame nelle fasce più deboli ed al grigiore di vita nelle fasce intermedie. Un’Italia insicura, tormentata dai dubbi sul futuro e dall’insicurezza del presente, ai margini dell’Europa, indicata nel mondo come cattivo esempio, con servizi da terzo mondo e persino senza più una compagnia aerea di bandiera. Un’Italia dispersa nella sua identità, senza valori di riferimento, involuta nella difesa dei principi dove persino il “laicismo” diventa una gabbia ideologica. Un’immagine dell’Italia che si spera di cambiare al più presto!
Vito Schepisi
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05 gennaio 2008
Il Caos Elettorale

È bastata una nuova proposta di Franceschini sulla riforma della legge elettorale per ripiombare nel caos dei veti incrociati. Ma questi non è il vice di Veltroni nel PD? I due non si potevano parlare prima? E gli incontri di Veltroni con i leader del centrodestra che significato avevano? Si ha il sospetto che a sinistra il caos regni sovrano.
Prima della nascita del PD c’erano tante voci in disputa di visibilità e di tatticismi, ma dopo la nascita del PD niente sembra cambiato. Veltroni era uscito allo scoperto e si era fatto sentire per la riforma delle legge elettorale. Aveva portato la questione al centro dell’attenzione politica e la sua proposta aveva anche assunto i connotati di una vera e coerente volontà, condivisa dal maggior partito dell’opposizione, di risolvere le criticità relative alla frammentazione dei partiti ed all’immobilismo dei veti e delle pressioni. Sembra, però, che l’illusione sia svanita e che il tutto sia durato veramente poco.
Veltroni è sempre lo stesso: più scena che sostanza. Anche il decreto sulla sicurezza, caparbiamente voluto dal Sindaco di Roma dopo l’uccisione a Roma di una donna ad opera di un immigrato rumeno, è stato prima svuotato, poi modificato e snaturato con l’assurda norma illiberale, limitativa del diritto di opinione sulla avversione alla omosessualità. Votato al Senato per il rotto della cuffia, con un voto di scarto e la presenza massiccia e determinante dei senatori a vita, è stato poi alla fine ritirato alla Camera per errori nel testo della sciagurata norma contro l’omofobia. Cancellato dopo il tentativo di un ulteriore pastrocchio, abbandonato dopo che il Presidente della Repubblica aveva fatto sapere che non si sarebbe prestato al gioco.
Ci chiediamo a questo punto Veltroni che cosa ci sta a fare? Se non riesce ad essere sintesi del Partito democratico, qual è il suo ruolo? Se Veltroni deve essere la faccia nuova di Prodi, ormai inviso agli italiani, è meglio che rimanga a fare il sindaco di Roma e poi scaduto il suo mandato, come si era impegnato a fare, se ne vada in Africa ad occuparsi dei problemi di quel continente. Danni da quelle parti ne può fare pochi, hanno troppo poco da perdere in Africa! E poi più che qualche fotografia ed un libro di buoni propositi cosa ci aspettiamo che faccia?
Non si può pensare che oggi si proponga una cosa con la riserva mentale di modificarla domani. Se Veltroni, come sembra, ha in mente il modello francese, proposto dal suo vice Franceschini, dopo che lui aveva parlato d’altro, perché non l’ha detto? Perché non si è battuto, anche forte del suo ruolo di leader del maggior partito della sinistra per condurre il confronto sull’opzione francese? Qual è il gioco dei leader del PD? E sembra sia questo il momento di giocare?
D’Alema, dopo i guai che sta passando la Forleo, ora si sente più libero. Esce persino rafforzato. Chi altri, infatti, oserà sfidarlo dopo l’esempio dato nel saper scuotere la pigrizia del CSM nell’intervenire a rimuovere magistrati fuori dalle righe? Grazie a Repubblica ed alla Procura di Napoli, è pure calato il sipario e l’indignazione sulle sue chiacchierate telefoniche con Consorte. E dopo la delusione per essersi disperso nel sogno dell’ex Presidente di Unipol, che gli è costato il dover cedere il passo alla elezione (o nomina?) di Veltroni alla guida del PD, riemerge nella lotta a sinistra per occupare spazi di potere, influenzare le scelte ed indebolire il ruolo politico dei competitori. E’ proprio strano che ora D’Alema sostenga il modello tedesco, in precedenza osteggiato, e si spinga a respingere quello francese di cui una volta era convinto sostenitore. L’ambizione ed il potere sono forze che sospingono. Sono come tornadi che devastano e mescolano nell’aria ogni cosa nel raggio della loro azione.
In tutto questo chi manca è sempre Prodi. L’unico che per il suo ruolo poteva porre un punto fermo sulla questione. Quando la lotta si fa dura, l’uomo vero si mostra in tutto il suo coraggio. Dinanzi al pericolo, invece, è il codardo che si defila. Sulla questione elettorale la voce assente è solo quella del Presidente del Consiglio che, come al solito, per mancanza di coraggio politico, si defila.
Quella di un sistema elettorale efficace, non è una questione che riguarda solo il Parlamento, come afferma il capo del Governo, ma la continuità e la coerenza programmatica del Paese. E già che a questi piacerebbe solo un Parlamento che gli votasse la fiducia! E quale altro Parlamento continuerebbe a sostenerlo, se non uno in cui si componga una maggioranza di partiti tanto diversi, ma uniti dalla consapevolezza che l’unione della loro diversità è la stessa che li mantiene al potere e che il loro leader sia conformabile, a seconda dei gusti e delle circostanze?
Il 16 gennaio è ormai vicino, ed è la data in cui la Corte Costituzionale si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum elettorale. Come fare così a non ricordare le dimissione del Giudice Vaccarella motivate dalla protesta per le pressioni politiche sulla Consulta?
Si apre un ciclo terribile per il governo e la maggioranza di sinistra, anche perché dietro le iniziative di alcuni aleggia il sospetto che si nasconda il reale scopo di ciascuno. C’è il sospetto che a sinistra ci siano componenti strategiche diverse e che Prodi sposi solo quella di restare seduto sulla poltrona del Presidente del Consiglio. Il Paese, nel frattempo, resta a guardare: e non è un bello spettacolo!
Prima della nascita del PD c’erano tante voci in disputa di visibilità e di tatticismi, ma dopo la nascita del PD niente sembra cambiato. Veltroni era uscito allo scoperto e si era fatto sentire per la riforma delle legge elettorale. Aveva portato la questione al centro dell’attenzione politica e la sua proposta aveva anche assunto i connotati di una vera e coerente volontà, condivisa dal maggior partito dell’opposizione, di risolvere le criticità relative alla frammentazione dei partiti ed all’immobilismo dei veti e delle pressioni. Sembra, però, che l’illusione sia svanita e che il tutto sia durato veramente poco.
Veltroni è sempre lo stesso: più scena che sostanza. Anche il decreto sulla sicurezza, caparbiamente voluto dal Sindaco di Roma dopo l’uccisione a Roma di una donna ad opera di un immigrato rumeno, è stato prima svuotato, poi modificato e snaturato con l’assurda norma illiberale, limitativa del diritto di opinione sulla avversione alla omosessualità. Votato al Senato per il rotto della cuffia, con un voto di scarto e la presenza massiccia e determinante dei senatori a vita, è stato poi alla fine ritirato alla Camera per errori nel testo della sciagurata norma contro l’omofobia. Cancellato dopo il tentativo di un ulteriore pastrocchio, abbandonato dopo che il Presidente della Repubblica aveva fatto sapere che non si sarebbe prestato al gioco.
Ci chiediamo a questo punto Veltroni che cosa ci sta a fare? Se non riesce ad essere sintesi del Partito democratico, qual è il suo ruolo? Se Veltroni deve essere la faccia nuova di Prodi, ormai inviso agli italiani, è meglio che rimanga a fare il sindaco di Roma e poi scaduto il suo mandato, come si era impegnato a fare, se ne vada in Africa ad occuparsi dei problemi di quel continente. Danni da quelle parti ne può fare pochi, hanno troppo poco da perdere in Africa! E poi più che qualche fotografia ed un libro di buoni propositi cosa ci aspettiamo che faccia?
Non si può pensare che oggi si proponga una cosa con la riserva mentale di modificarla domani. Se Veltroni, come sembra, ha in mente il modello francese, proposto dal suo vice Franceschini, dopo che lui aveva parlato d’altro, perché non l’ha detto? Perché non si è battuto, anche forte del suo ruolo di leader del maggior partito della sinistra per condurre il confronto sull’opzione francese? Qual è il gioco dei leader del PD? E sembra sia questo il momento di giocare?
D’Alema, dopo i guai che sta passando la Forleo, ora si sente più libero. Esce persino rafforzato. Chi altri, infatti, oserà sfidarlo dopo l’esempio dato nel saper scuotere la pigrizia del CSM nell’intervenire a rimuovere magistrati fuori dalle righe? Grazie a Repubblica ed alla Procura di Napoli, è pure calato il sipario e l’indignazione sulle sue chiacchierate telefoniche con Consorte. E dopo la delusione per essersi disperso nel sogno dell’ex Presidente di Unipol, che gli è costato il dover cedere il passo alla elezione (o nomina?) di Veltroni alla guida del PD, riemerge nella lotta a sinistra per occupare spazi di potere, influenzare le scelte ed indebolire il ruolo politico dei competitori. E’ proprio strano che ora D’Alema sostenga il modello tedesco, in precedenza osteggiato, e si spinga a respingere quello francese di cui una volta era convinto sostenitore. L’ambizione ed il potere sono forze che sospingono. Sono come tornadi che devastano e mescolano nell’aria ogni cosa nel raggio della loro azione.
In tutto questo chi manca è sempre Prodi. L’unico che per il suo ruolo poteva porre un punto fermo sulla questione. Quando la lotta si fa dura, l’uomo vero si mostra in tutto il suo coraggio. Dinanzi al pericolo, invece, è il codardo che si defila. Sulla questione elettorale la voce assente è solo quella del Presidente del Consiglio che, come al solito, per mancanza di coraggio politico, si defila.
Quella di un sistema elettorale efficace, non è una questione che riguarda solo il Parlamento, come afferma il capo del Governo, ma la continuità e la coerenza programmatica del Paese. E già che a questi piacerebbe solo un Parlamento che gli votasse la fiducia! E quale altro Parlamento continuerebbe a sostenerlo, se non uno in cui si componga una maggioranza di partiti tanto diversi, ma uniti dalla consapevolezza che l’unione della loro diversità è la stessa che li mantiene al potere e che il loro leader sia conformabile, a seconda dei gusti e delle circostanze?
Il 16 gennaio è ormai vicino, ed è la data in cui la Corte Costituzionale si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum elettorale. Come fare così a non ricordare le dimissione del Giudice Vaccarella motivate dalla protesta per le pressioni politiche sulla Consulta?
Si apre un ciclo terribile per il governo e la maggioranza di sinistra, anche perché dietro le iniziative di alcuni aleggia il sospetto che si nasconda il reale scopo di ciascuno. C’è il sospetto che a sinistra ci siano componenti strategiche diverse e che Prodi sposi solo quella di restare seduto sulla poltrona del Presidente del Consiglio. Il Paese, nel frattempo, resta a guardare: e non è un bello spettacolo!
Vito Schepisi
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