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14 novembre 2008

No ad Orlando. Per la Vigilanza Rai una persona di buonsenso

Era dal 30 aprile del 2007 che la Corte Costituzionale, per le dimissioni del Professor Romano Vaccarella, era rimasta priva del suo plenum. E solo poche settimane fa a completare la Consulta è stato eletto l’Avvocato Giuseppe Frigo. Il Professor Vaccarella aveva rassegnato le dimissioni, che ha reso poi irrevocabili dinanzi all’inerzia di Prodi e delle Istituzioni, per la pressione di membri del Governo sulla Consulta perchè respingesse la richiesta di referendum abrogativo di alcune norme della legge elettorale. La designazione del nuovo componente, come per prassi, nella circostanza era su indicazione della componente di centrodestra. Ci sono però voluti 20 mesi, e c’è voluta la sostituzione da parte del centrodestra dell’iniziale indicazione dell’Avvocato Gaetano Pecorella con quella dell’Avvocato Giuseppe Frigo, per consentire alla Corte Costituzionale di rientrare nel pieno della sua collegialità.
La sinistra lamenta ora la indisponibilità dichiarata dal centrodestra a votare l’onorevole Leoluda Orlando alla Presidenza della Commissione Interparlamentare di Vigilanza della Rai, e considera un affronto l’elezione con i voti della maggioranza del senatore Riccardo Villari del PD. Ma Orlando non era persona gradita al centrodestra, come non era gradita alla sinistra la persona di Gaetano Pecorella. Erano mesi oramai che la maggioranza chiedeva all’opposizione di cambiare nome perché sul candidato da loro designato persistevano più ragioni di perplessità.
La Vigilanza è un organismo di controllo e garanzia e richiede serenità di giudizio e capacità di comprendere le ragioni di tutti. Ma quali giudizi sereni ed interpretazioni di equilibrio possono venire da chi fino a qualche giorno prima, senza motivo che non fosse il normale confronto politico, definiva il Presidente del Consiglio ed il Governo italiano una banda di dittatori sudamericani?
Se la commissione è preposta a garantire il pluralismo della informazione, prerogativa indifferibile in una democrazia parlamentare, quale garanzia di imparzialità può venire da coloro che nonostante il responso del corpo elettorale non ritengono legittima questa maggioranza ed il loro leader, come accade di sentire da Di Pietro, leader del partito in cui milita Orlando?
Se per prassi l’incarico di presiedere la Commissione di Vigilanza Rai spetta all’opposizione è solo per garantire il pluralismo ed eventualmente far da contrappeso all’assetto del Consiglio di Amministrazione (attualmente presieduto da Claudio Petruccioli, già deputato dei democratici di sinistra). Ma il candidato a questa funzione non può essere interprete di un pensiero pregiudizialmente ostile e risultare persino privo della fiducia dei parlamentari. La ricerca di una personalità che abbia il gradimento e la stima di una larga parte dei parlamentari non deve essere considerata una necessità irrituale, ma al contrario un’opportunità utile al corretto svolgimento dei lavori della stessa commissione.
Non si vuole avere il sospetto che la nomina di Orlando dovesse servire a rendere ingovernabile la Rai ed alimentare il clima di rissa in cui la sinistra sta conducendo il Paese.
Personaggi come Di Pietro che soffiano sul fuoco del pregiudizio per ricercare consenso e spazio politico nell’area della protesta e della lotta al sistema sono solo epigoni di già trascorse follie reazionarie che non è opportuno incoraggiare e sostenere.
Sarebbe stato persino difficile consentire sulla nomina di Orlando alla Presidenza della Vigilanza anche per l’uso che l’ex sindaco di Palermo, già acerrimo nemico di Giovanni Falcone, ha fatto della tv pubblica quando nel 1995 in una delle trasmissioni di Santoro accusò il maresciallo dei CC Antonino Lombardo, artefice dell’arresto di Totò Riina, d’essere colluso con la mafia, causandone il suicidio qualche giorno dopo. E’ triste ed inquietante ma anche utile ricordare che Santoro in quella occasione impedì l’intervento in diretta del Generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri che, resosi conto della gravità delle accuse, aveva chiesto alla Rai di poter intervenire. E’ anche bene ricordare, infine, che la presunta collusione del Maresciallo Lombardo con la mafia non è mai emersa in nessuna delle indagini successive.
Non ci resta che augurare buon lavoro al senatore Villari.
Vito Schepisi

06 ottobre 2008

Consulta e Vigilanza Rai sullo stesso piano?

L’iniziativa dei radicali, con i digiuni e gli scioperi della sete di Pannella, come anche quella strumentale di Di Pietro, l’intervento dei Presidenti delle Camere e finanche quello del Presidente della Repubblica, non possono porre sullo stesso piano le questioni del plenum dei componenti della Corte Costituzionale con la nomina del Presidente della Commissione di Vigilanza della Rai.
Sono due cose ben diverse che devono restare anche ben separate.
Dall’aprile del 2007 non è stato possibile alle Camere, riunite in seduta congiunta, integrare la Consulta con l’elezione del quindicesimo Giudice della Corte Costituzionale. La motivazione conduce ad una sola responsabilità: l’ostruzionismo della sinistra.
Il Plenum della Corte era venuto meno per le dimissioni del 30 aprile 2007 (18 mesi fa) del Professor Romano Vaccarella. Questi le aveva rassegnate per protesta contro il Governo. Prodi, a suo dire, era rimasto sordo e muto per le pressioni dei suoi ministri sulla Consulta, perché si esprimesse contro l’ammissibilità costituzionale del referendum di iniziativa popolare proposto sulla abrogazione di alcuni articoli della vigente legge elettorale. Leggendo dalla lettera del Professore Vaccarella, le dimissioni, divenute poi irrevocabili, venivano, infatti, proposte «sia con riferimento a dichiarazioni in materia di ammissibilità di referendum elettorali attribuite da organi di stampa ad alcuni Ministri e ad un Sottosegretario offensive della dignità e della indipendenza della Corte stessa, sia con riferimento all’assenza di smentite ed al silenzio delle Istituzioni». Una motivazione molto pesante accolta con inspiegabile indifferenza da Prodi.
La nomina del Professor Vaccarella rientrava tra le cinque previste, su quindici, per indicazione parlamentare. Nel 2002 il Professore era stato eletto in quanto designato dalla Casa delle Libertà Ora PDL. Quella, infatti, della designazione di un terzo dei componenti la Consulta - gli altri due terzi sono nominati per un terzo dal Capo dello Stato e per l’altro terzo dalle tre Magistrature superiori (3 Cassazione ed uno ciascuno Corte dei Conti e Consiglio di Stato) – avviene attraverso l’indicazione delle forze politiche. L’uscita, quindi, di un componente, per prassi, motiva la designazione da parte dello stesso gruppo che già aveva designato l’uscente. Questo metodo, utilizzato anche nel passato, è servito ad evitare la paralisi dell’Organo preposto alla verifica costituzionale di norme e leggi.
Se il metodo vale per tutti, un po’ meno sembra che valga quando la designazione non sia in quota alla sinistra ed in particolare se debba provenire dal partito di Berlusconi.
Il metodo adottato per la formazione della Consulta è brutto, è squilibrato, e può condurre alla creazione di fazioni, ma è quello previsto dall’art. 135 della Costituzione e si deve rispettare così com’è, e si ravvisano come necessari anche i criteri che evitino contrapposizioni paralizzanti.
Da questo braccio di ferro non si riuscirà a venir fuori se non con il riconoscimento al Pdl, nel frattempo diventato anche maggioranza nel Paese, del suo diritto di designare un componente. Una soluzione diversa andrebbe a rompere la consuetudine raggiunta per le designazioni di provenienza parlamentare e sarebbe motivo di ulteriore squilibrio all’interno della stessa Consulta, sia per il dilagante prevalere di un area politica e sia per l’innesto di ulteriori contrapposizioni in futuro.
E’ diversa, invece, la questione della Commissione di Vigilanza Rai, e non solo perché di diversissimo spessore. E’ differente perché in questo caso nessuno sostiene che la designazione non debba essere espressa dall’attuale opposizione, come è prassi consolidata.
Una commissione di garanzia, come quella della Vigilanza Rai, però, necessita che abbia nella sua figura più responsabile, cioè nel Presidente, l’autorevolezza di una scelta improntata al massimo dell’equilibrio e della correttezza. Nessuna squadra accetterebbe che ad arbitrare la partita ci sia una delle espressioni più esagitate della squadra avversaria. Se il candidato deve essere scelto per la garanzia di tutti, non può esserci una parte che dubita che il candidato risponda a questi requisiti.
Leoluca Orlando Cascio ha trascorsi molto intensi e coloriti per essere una garanzia per tutti. In passato ha persino fatto uso della tv pubblica per infangare, senza contraddittorio, onesti servitori dello Stato: in particolare un maresciallo dei CC che per le sue parole si è tolto la vita per il disonore.
Sono precedenti inquietanti, e non si possono ignorare.
Vito Schepisi

05 gennaio 2008

Il Caos Elettorale


È bastata una nuova proposta di Franceschini sulla riforma della legge elettorale per ripiombare nel caos dei veti incrociati. Ma questi non è il vice di Veltroni nel PD? I due non si potevano parlare prima? E gli incontri di Veltroni con i leader del centrodestra che significato avevano? Si ha il sospetto che a sinistra il caos regni sovrano.
Prima della nascita del PD c’erano tante voci in disputa di visibilità e di tatticismi, ma dopo la nascita del PD niente sembra cambiato. Veltroni era uscito allo scoperto e si era fatto sentire per la riforma delle legge elettorale. Aveva portato la questione al centro dell’attenzione politica e la sua proposta aveva anche assunto i connotati di una vera e coerente volontà, condivisa dal maggior partito dell’opposizione, di risolvere le criticità relative alla frammentazione dei partiti ed all’immobilismo dei veti e delle pressioni. Sembra, però, che l’illusione sia svanita e che il tutto sia durato veramente poco.
Veltroni è sempre lo stesso: più scena che sostanza. Anche il decreto sulla sicurezza, caparbiamente voluto dal Sindaco di Roma dopo l’uccisione a Roma di una donna ad opera di un immigrato rumeno, è stato prima svuotato, poi modificato e snaturato con l’assurda norma illiberale, limitativa del diritto di opinione sulla avversione alla omosessualità. Votato al Senato per il rotto della cuffia, con un voto di scarto e la presenza massiccia e determinante dei senatori a vita, è stato poi alla fine ritirato alla Camera per errori nel testo della sciagurata norma contro l’omofobia. Cancellato dopo il tentativo di un ulteriore pastrocchio, abbandonato dopo che il Presidente della Repubblica aveva fatto sapere che non si sarebbe prestato al gioco.
Ci chiediamo a questo punto Veltroni che cosa ci sta a fare? Se non riesce ad essere sintesi del Partito democratico, qual è il suo ruolo? Se Veltroni deve essere la faccia nuova di Prodi, ormai inviso agli italiani, è meglio che rimanga a fare il sindaco di Roma e poi scaduto il suo mandato, come si era impegnato a fare, se ne vada in Africa ad occuparsi dei problemi di quel continente. Danni da quelle parti ne può fare pochi, hanno troppo poco da perdere in Africa! E poi più che qualche fotografia ed un libro di buoni propositi cosa ci aspettiamo che faccia?
Non si può pensare che oggi si proponga una cosa con la riserva mentale di modificarla domani. Se Veltroni, come sembra, ha in mente il modello francese, proposto dal suo vice Franceschini, dopo che lui aveva parlato d’altro, perché non l’ha detto? Perché non si è battuto, anche forte del suo ruolo di leader del maggior partito della sinistra per condurre il confronto sull’opzione francese? Qual è il gioco dei leader del PD? E sembra sia questo il momento di giocare?
D’Alema, dopo i guai che sta passando la Forleo, ora si sente più libero. Esce persino rafforzato. Chi altri, infatti, oserà sfidarlo dopo l’esempio dato nel saper scuotere la pigrizia del CSM nell’intervenire a rimuovere magistrati fuori dalle righe? Grazie a Repubblica ed alla Procura di Napoli, è pure calato il sipario e l’indignazione sulle sue chiacchierate telefoniche con Consorte. E dopo la delusione per essersi disperso nel sogno dell’ex Presidente di Unipol, che gli è costato il dover cedere il passo alla elezione (o nomina?) di Veltroni alla guida del PD, riemerge nella lotta a sinistra per occupare spazi di potere, influenzare le scelte ed indebolire il ruolo politico dei competitori. E’ proprio strano che ora D’Alema sostenga il modello tedesco, in precedenza osteggiato, e si spinga a respingere quello francese di cui una volta era convinto sostenitore. L’ambizione ed il potere sono forze che sospingono. Sono come tornadi che devastano e mescolano nell’aria ogni cosa nel raggio della loro azione.
In tutto questo chi manca è sempre Prodi. L’unico che per il suo ruolo poteva porre un punto fermo sulla questione. Quando la lotta si fa dura, l’uomo vero si mostra in tutto il suo coraggio. Dinanzi al pericolo, invece, è il codardo che si defila. Sulla questione elettorale la voce assente è solo quella del Presidente del Consiglio che, come al solito, per mancanza di coraggio politico, si defila.
Quella di un sistema elettorale efficace, non è una questione che riguarda solo il Parlamento, come afferma il capo del Governo, ma la continuità e la coerenza programmatica del Paese. E già che a questi piacerebbe solo un Parlamento che gli votasse la fiducia! E quale altro Parlamento continuerebbe a sostenerlo, se non uno in cui si componga una maggioranza di partiti tanto diversi, ma uniti dalla consapevolezza che l’unione della loro diversità è la stessa che li mantiene al potere e che il loro leader sia conformabile, a seconda dei gusti e delle circostanze?
Il 16 gennaio è ormai vicino, ed è la data in cui la Corte Costituzionale si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum elettorale. Come fare così a non ricordare le dimissione del Giudice Vaccarella motivate dalla protesta per le pressioni politiche sulla Consulta?
Si apre un ciclo terribile per il governo e la maggioranza di sinistra, anche perché dietro le iniziative di alcuni aleggia il sospetto che si nasconda il reale scopo di ciascuno. C’è il sospetto che a sinistra ci siano componenti strategiche diverse e che Prodi sposi solo quella di restare seduto sulla poltrona del Presidente del Consiglio. Il Paese, nel frattempo, resta a guardare: e non è un bello spettacolo!
Vito Schepisi