Visualizzazione post con etichetta Corte Costituzionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Corte Costituzionale. Mostra tutti i post

06 dicembre 2012

Giustizia e percorsi politici



Che la Corte Costituzionale sia competente ad esprimersi sul  conflitto di attribuzioni per le indagini della Procura di Palermo, sulle intercettazioni telefoniche tra Il Presidente Napolitano ed il Senatore Mancino, appare chiaro ai sensi dell'art.134 della Costituzione.
La questione, però, è sulle intercettazioni e sul loro uso nelle indagini giudiziarie. E’ qui che si avvertono carenze di normativa. Non doveva essere, ad esempio, consentito di intercettare il Presidente della Repubblica, come non si deve per alcun vertice istituzionale.
Quando, però, il magistrato Ingroia parla di “brusco arretramento rispetto al principio di uguaglianza e all’equilibrio fra i poteri dello Stato” ha le sue ragioni. Appare evidente che ci sia stata una diversa valutazione della Consulta. Ciò che stride, infatti, e su questo punto avrebbe ragione Ingroia a parlare di “arretramento”, è il diverso peso che si è andato a formare tra le differenti figure istituzionali.
Questa è la solita Italia manichea dove da una parte ci sono i buoni, verso cui nulla si può, e dall’altra i cattivi, verso cui, invece, si può tutto. Solo su questo ha ragione il PM Ingroia, non invece sull’uguaglianza dei poteri dello Stato. Perché non può essere: in democrazia prevale l’espressione del popolo sulle attività dei dipendenti pubblici. Semmai parlerei di equilibrio.
L’assunto del Procuratore Ingroia, infatti, parte dalla convinzione che non debba esserci alcun primato, per responsabilità e per interesse collettivo, tra l’esercizio della democrazia e le funzioni di un pubblico servizio. Questo assunto non è condivisibile perché non si può consentire che il rigore degli atti di natura giudiziaria intimidiscano e riducano le capacità di scelta della democrazia e che mettano a rischio quanto previsto nel secondo capoverso dell’art. 1 della Costituzione a riguardo della sovranità popolare.
La Carta Costituzionale nella sua formulazione originaria, prima di definire l'autonomia e l’indipendenza, non l’uguaglianza, dell’Ordinamento Giurisdizionale, con l’art 68, aveva voluto cautelare anche il Parlamento dell'uso strumentale dell’azione giudiziaria. La modifica dell’art.68, nel 1993, quasi imposta al Parlamento dal clima di esaltazione del pool di mani pulite, ha inferto un vulnus che rischia di diventare mortale per la democrazia italiana.
L’Italia perde colpi in credibilità e diritti. L’arresto di Sallusti, infatti, benché rientri in una casistica differente da quella che stiamo trattando, è un sintomo grave di questo “vulnus”.
Il timore è che si alzi sempre più l’asticella dell’arbitrio e dell’abuso.
L’assunto del Dr. Ingroia non appare affatto accettabile: porrebbe la sostanza democratica dello Stato in subordine alle funzioni di alcuni pubblici uffici. L’Italia si configurerebbe come un Paese burocratico e statalista, come un regime autoritario e di rigore giustizialista, tutt’altro che una democrazia liberale.
Appare evidente che le Istituzioni, per le attività di competenza, compiano atti riservati e intesi all'interesse comune. In tutte le democrazie la segretezza di questi atti non viene, non può  e non deve essere violata.
Sulla trattativa tra Stato e mafia è stata montata una strumentalizzazione politica ad ampio spettro. Indagini e sprechi che non porteranno a niente. E’ stato un correre dietro e collaboratori di giustizia che in più occasioni non sono stati ritenuti credibili.  Falsificazioni d’indizi, coinvolgimenti improbabili, scoop mediatici. Tutto questo modo deve avere nel suo articolarsi una strategia complessiva? E se non politica di che tipo?
Questa presunta trattativa ha coinvolto tutti, persino figure che all'epoca dei fatti non avevano espressione istituzionale e nessuna rilevanza politica che potesse motivare un particolare interesse per la creazione di un clima d’inquietudine sociale.
Un accanimento giudiziario che appare più un qualcosa che guarda al dopo, mettendo nel presente quanta più confusione possibile: un po’ come fanno alcuni politici d’opposizione che si attivano a sfasciare il presente in vista di più favorevoli opportunità per il loro futuro.

Vito Schepisi

22 ottobre 2010

Una legge ad personam



Diciamolo subito! Così sgombriamo il campo da ogni infingimento, dalle tante ipocrisie e da tutti le possibili accuse di giustificazionismo. Diciamolo! Così ci spogliamo anche dalla tentazione del politichese, dai “ma anche” e da tutti quei ragionamenti che suonano un po’ come l’Alice nel paese delle meraviglie. Il cosiddetto “Lodo Alfano”, finalmente per legge costituzionale, servirà a cautelare il Premier dalla reiterata tentazione della magistratura politicizzata di trascinarlo dinanzi ad una sentenza di condanna penale da parte di un Tribunale della Repubblica. Più chiaro di così!
E’ una legge, quindi, che ha un chiaro riferimento “ad personam”.
Ed ora che l’abbiamo detto possiamo anche ragionarci sopra. Sosteniamo subito che è una legge con un forte imprimatur politico e che è fondamentale in un Paese così poco normale come l’Italia. E diciamo, anche, che è un provvedimento costituzionale che recepisce la volontà dei costituenti di tutelare l’agibilità politica nel Paese dalle possibili tentazioni autoritarie di corporazioni giudiziarie.
La legge recepisce sostanzialmente ciò che nel 1947 era stata la preoccupazione dell’Assemblea Costituente. Con l’art 68 della Costituzione si intendeva infatti stabilire, nell’Italia democratica e postfascista, il primato della politica. La modifica nel 1993 dell’art 68, troppo frettolosa e con la pressione del clima giustizialista e forcaiolo alimentato dalla stagione di “tangentopoli” - di cui la storia si dovrà occupare per comprenderne anche gli aspetti eversivi – ha finito con l’avvelenare il confronto tra i partiti. L’uso politico della Giustizia ha leso la sovranità popolare, contrapponendogli la cultura del sospetto e la prevalenza dei poteri burocratici e giudiziari. Sono figlie di questo clima le stagioni dei complotti e dei ribaltoni, le congetture e le trappole televisive, i tentativi di spallata extraparlamentare, le fabbriche delle calunnie e persino il gossip.
Se continuassimo a ragionare, ci sembrerebbe più grave ciò che fa richiedere la presenza di una legge che tuteli dall’aggressione giudiziaria le alte cariche dello Stato, piuttosto che la “personalizzazione” della legge. Anche la lamentela sulla retroattività apparirebbe come un mero esercizio di ipocrisia. La legge, infatti, serve a tutelare le alte cariche dello Stato dalle aggressioni giudiziarie, e non dalla responsabilità dei reati commessi. Non serve affatto a cancellare i reati!
Senza retroattività non si risolverebbe nulla. Alla magistratura anti Premier non interessa il reato, e tanto meno il momento della sua realizzazione, ma solo il Premier e la sua eventuale condanna. Un Lodo Alfano che decorra da oggi non servirebbe a risolvere i problemi del presente. Non servirebbe a consentire al centrodestra di portare avanti la legislatura senza doversi occupare dei procedimenti a carico del Premier.
Ma è persino opportuno che si prenda atto che questa legge è anche oggettiva: varrà, infatti, per tutti coloro che potranno trovarsi nelle stesse condizioni dell’attuale Premier. Con la legge approvata, nessun magistrato potrà stabilire la legittimità o meno di una coalizione o di un leader a governare. Solo Il Parlamento potrà esercitare il diritto-dovere di togliere o confermare la fiducia al Presidente del Consiglio dei Ministri.
La legge, inoltre, si riflette con le legislazioni di altri paesi democratici, europei e non. E nei paesi dove la tutela per legge non esiste, di massima accade o che la magistratura sia espressione essa stessa di democrazia, cioè è eletta dal popolo, o che sia il governo ad esercitare un controllo diretto sulla magistratura. In Italia, invece, la magistratura è autonoma ed indipendente ed è governata da un organismo di autogestione, il CSM, in cui prevale la componente togata.
Il Lodo Alfano (Lodo è un termine improprio che si riferisce ad un accordo tra le parti che, come è invece evidente, non c’è) non è che l’ultima rielaborazione di quello che partì già nel 2002 come Lodo Maccanico e che nel 2003 il parlamentare della Margherita sconfessò quando, presentato come Lodo Schifani, trovò l’opposizione pregiudizialmente schierata. La motivazione della marcia indietro, sostanzialmente politica ed ispirata dalla stessa magistratura, fu data dalla modifica dell’art 1 che prevedeva la tutela temporanea delle alte cariche dello Stato per tutta la durata della legislatura, anziché per solo 6 mesi.
La legge, approvata dal Parlamento come legge ordinaria due volte, e con la seconda dopo aver recepito le motivazione della prima sentenza della Corte Costituzionale, è stata bocciata da quest’ultima per ben due volte: l’ultima sostenendo che fosse necessaria una legge costituzionale. Eccola!
Vito Schepisi

07 ottobre 2009

Il Lodo Alfano e la Consulta


Se passasse la tesi di incostituzionalità del Lodo Alfano sarebbe una sentenza politica, priva pertanto di qualsivoglia sostanza giuridica. La Consulta non è un tribunale dove sia possibile far prevalere un teorema accusatorio: deve stabilire il rispetto della Costituzione ed il funzionamento dei poteri dello Stato. Il ricorso alla Corte Costituzionale è l'extrema ratio della correttezza istituzionale. Ha funzione di cautela e di controllo sulla democraticità di tutto il sistema legislativo. Una sentenza, inoltre, deve essere motivata con argomentazioni giuridiche. Deve anche tener conto della storicità delle sue sentenze. La sola contraddizione, rispetto all'evoluzione storica delle sentenze già emesse, potrebbe esser di per se una grave deriva ideologica.Se la Corte Costituzionale, infatti, non riuscisse a spogliarsi dalle incrostazioni ideologiche dello scontro politico in atto, e dalle stesse contingenze partitiche, mortificherebbe gravemente il suo ruolo. Se si dividesse, come nel Paese, come i tifosi di squadre concorrenti, senza entrare nel merito solo del principio costituzionale sollevato, e storicamente già affrontato con una sentenza motivata già emessa, verrebbe meno l'indifferibile ruolo di garante della democrazia rappresentativa incardinata sul ruolo della sovranità popolare. Se accadesse si renderebbe responsabile del possibile impedimento all'esercizio del mandato popolare, stabilendo altresì la possibilità per una magistratura militante di impedire le funzioni di Governo del Paese ai soggetti politici indicati dal popolo.
Vito Schepisi

04 dicembre 2008

Dichiarazioni destabilizzanti di un magistrato

Ci sarebbe da non crederci. Un PM di Milano rivolge apprezzamenti pesanti contro il Premier in carica, ed il suo predecessore Prodi, per aver posto il segreto di stato su questioni di interesse nazionale che si intrecciavano con le indagine sul rapimento, da parte di agenti dell’intelligence statunitense, dell’egiziano Abu Omar, Imam di Milano, indagato per terrorismo.
“Gli ultimi due presidenti del Consiglio hanno utilizzato in modo strumentale il segreto di Stato per impedire all'autorità giudiziaria l'accertamento della verità" è quanto ha sostenuto il PM Armando Spataro. La dichiarazione è grave per la forma ed anche per il luogo in cui è stata formulata. E’ avvenuta, infatti, nell’aula del tribunale, durante l’udienza fissata per decidere sull’istanza, presentata dai difensori di un agente dei servizi, di annullamento delle testimonianze sottoposte al segreto, di rinvio del processo a data successiva a quella in cui la Corte Costituzionale deciderà sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, a suo tempo sollevato da Prodi, ed in subordine di proscioglimento dell’imputato. Il Giudice ha poi deciso di sospendere il processo fino al 18 marzo prossimo, in attesa della pronuncia della Consulta sul conflitto di attribuzione ravvisato.
Per il PM Spataro, sia Prodi che Berlusconi avrebbero fatto “un uso del segreto di Stato che ostacola la giustizia e l'accertamento della verità”, trasformando il conflitto giuridico citato, in gravi accuse sull’esercizio delle funzioni di Capo del Governo. Viene da chiedersi se le garanzie, sempre sbandierate dai magistrati, in difesa della loro dignità e della loro funzione giurisdizionale, trovino, anche per questo caso, nel Consiglio Superiore della Magistratura, l’attenzione richiesta per riportare alla cautela ed al rispetto per le istituzioni e per le funzioni dello Stato gli atti e le parole dei magistrati. Gli atti pubblici assumono valenza di liceità e devono, pertanto, essere valutati per responsabilità e per prudenza, e ricondotti al rispetto del sistema della democrazia.
Si ha l’impressione, invece, d’essere dinanzi ad un uso improprio della funzione requirente. La giustizia in democrazia regola di norma i comportamenti pubblici e privati, per ricondurli ai principi sanciti dai codici che stabiliscono gli equilibri tra i diritti ed i doveri di tutti.
La funzione giurisdizionale contiene, però, dei limiti che attengono alla sicurezza dello Stato ed alla conseguente tutela del cittadino. Sono limiti posti per scoraggiare l’uso improprio della legge: perché questa, in sostanza, non finisca per tutelare coloro che minano la sicurezza nazionale, limitando così di fatto la difesa di inermi cittadini dinanzi al pericolo del terrorismo. Per il diritto alla sicurezza lo Stato ha il dovere di prevenire le azioni di coloro che col terrore vogliano minare la fiducia nelle istituzioni e destabilizzare il Paese. Per queste funzioni, delicate e particolari, ma fondamentali e necessarie, agiscono i servizi segreti cautelati per l’appunto dal segreto di stato.
Le attività dei servizi sono in relazione a circostanze in cui i rapporti con uomini e paesi non vengono affrontati né in via riservata, tra le diplomazie, e né in rapporti diretti tra i governi dei paesi interessati. Attengono soprattutto alla creazione di una rete informativa sulle questioni di sicurezza nazionale, utili a prevenire attentati, trame ed atti contro uomini e beni nel nostro Paese.
La segretezza viene resa necessaria dall’interesse nazionale e non dal capriccio o dall’interesse personale di alcuni. Anche i limiti della legalità eventualmente violata nel merito è direttamente proporzionale alla pericolosità dei soggetti coinvolti ed alle circostanze ravvisate.
Il controllo delle finalità dei servizi è lasciato di norma alla responsabilità degli uomini indicati dai governi ed ad un Comitato di controllo che per prassi è presieduto da un rappresentante dell’opposizione per garantire l’uso democratico e non politico degli interventi.
Le notizie di cronaca sulle intercettazioni a Milano di fanatici fondamentalisti che progettavano attentati appartiene, ad esempio, ad un’azione di prevenzione quantomai necessaria e tempestiva. Sarebbe, invece, un bel danno se in nome del protagonismo giudiziario, ora di questo, ora di quel magistrato, venisse meno la fiducia nell’azione informativa e preventiva della nostra “intelligence”.
Vito Schepisi su l' Occidentale

14 novembre 2008

No ad Orlando. Per la Vigilanza Rai una persona di buonsenso

Era dal 30 aprile del 2007 che la Corte Costituzionale, per le dimissioni del Professor Romano Vaccarella, era rimasta priva del suo plenum. E solo poche settimane fa a completare la Consulta è stato eletto l’Avvocato Giuseppe Frigo. Il Professor Vaccarella aveva rassegnato le dimissioni, che ha reso poi irrevocabili dinanzi all’inerzia di Prodi e delle Istituzioni, per la pressione di membri del Governo sulla Consulta perchè respingesse la richiesta di referendum abrogativo di alcune norme della legge elettorale. La designazione del nuovo componente, come per prassi, nella circostanza era su indicazione della componente di centrodestra. Ci sono però voluti 20 mesi, e c’è voluta la sostituzione da parte del centrodestra dell’iniziale indicazione dell’Avvocato Gaetano Pecorella con quella dell’Avvocato Giuseppe Frigo, per consentire alla Corte Costituzionale di rientrare nel pieno della sua collegialità.
La sinistra lamenta ora la indisponibilità dichiarata dal centrodestra a votare l’onorevole Leoluda Orlando alla Presidenza della Commissione Interparlamentare di Vigilanza della Rai, e considera un affronto l’elezione con i voti della maggioranza del senatore Riccardo Villari del PD. Ma Orlando non era persona gradita al centrodestra, come non era gradita alla sinistra la persona di Gaetano Pecorella. Erano mesi oramai che la maggioranza chiedeva all’opposizione di cambiare nome perché sul candidato da loro designato persistevano più ragioni di perplessità.
La Vigilanza è un organismo di controllo e garanzia e richiede serenità di giudizio e capacità di comprendere le ragioni di tutti. Ma quali giudizi sereni ed interpretazioni di equilibrio possono venire da chi fino a qualche giorno prima, senza motivo che non fosse il normale confronto politico, definiva il Presidente del Consiglio ed il Governo italiano una banda di dittatori sudamericani?
Se la commissione è preposta a garantire il pluralismo della informazione, prerogativa indifferibile in una democrazia parlamentare, quale garanzia di imparzialità può venire da coloro che nonostante il responso del corpo elettorale non ritengono legittima questa maggioranza ed il loro leader, come accade di sentire da Di Pietro, leader del partito in cui milita Orlando?
Se per prassi l’incarico di presiedere la Commissione di Vigilanza Rai spetta all’opposizione è solo per garantire il pluralismo ed eventualmente far da contrappeso all’assetto del Consiglio di Amministrazione (attualmente presieduto da Claudio Petruccioli, già deputato dei democratici di sinistra). Ma il candidato a questa funzione non può essere interprete di un pensiero pregiudizialmente ostile e risultare persino privo della fiducia dei parlamentari. La ricerca di una personalità che abbia il gradimento e la stima di una larga parte dei parlamentari non deve essere considerata una necessità irrituale, ma al contrario un’opportunità utile al corretto svolgimento dei lavori della stessa commissione.
Non si vuole avere il sospetto che la nomina di Orlando dovesse servire a rendere ingovernabile la Rai ed alimentare il clima di rissa in cui la sinistra sta conducendo il Paese.
Personaggi come Di Pietro che soffiano sul fuoco del pregiudizio per ricercare consenso e spazio politico nell’area della protesta e della lotta al sistema sono solo epigoni di già trascorse follie reazionarie che non è opportuno incoraggiare e sostenere.
Sarebbe stato persino difficile consentire sulla nomina di Orlando alla Presidenza della Vigilanza anche per l’uso che l’ex sindaco di Palermo, già acerrimo nemico di Giovanni Falcone, ha fatto della tv pubblica quando nel 1995 in una delle trasmissioni di Santoro accusò il maresciallo dei CC Antonino Lombardo, artefice dell’arresto di Totò Riina, d’essere colluso con la mafia, causandone il suicidio qualche giorno dopo. E’ triste ed inquietante ma anche utile ricordare che Santoro in quella occasione impedì l’intervento in diretta del Generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri che, resosi conto della gravità delle accuse, aveva chiesto alla Rai di poter intervenire. E’ anche bene ricordare, infine, che la presunta collusione del Maresciallo Lombardo con la mafia non è mai emersa in nessuna delle indagini successive.
Non ci resta che augurare buon lavoro al senatore Villari.
Vito Schepisi

06 ottobre 2008

Consulta e Vigilanza Rai sullo stesso piano?

L’iniziativa dei radicali, con i digiuni e gli scioperi della sete di Pannella, come anche quella strumentale di Di Pietro, l’intervento dei Presidenti delle Camere e finanche quello del Presidente della Repubblica, non possono porre sullo stesso piano le questioni del plenum dei componenti della Corte Costituzionale con la nomina del Presidente della Commissione di Vigilanza della Rai.
Sono due cose ben diverse che devono restare anche ben separate.
Dall’aprile del 2007 non è stato possibile alle Camere, riunite in seduta congiunta, integrare la Consulta con l’elezione del quindicesimo Giudice della Corte Costituzionale. La motivazione conduce ad una sola responsabilità: l’ostruzionismo della sinistra.
Il Plenum della Corte era venuto meno per le dimissioni del 30 aprile 2007 (18 mesi fa) del Professor Romano Vaccarella. Questi le aveva rassegnate per protesta contro il Governo. Prodi, a suo dire, era rimasto sordo e muto per le pressioni dei suoi ministri sulla Consulta, perché si esprimesse contro l’ammissibilità costituzionale del referendum di iniziativa popolare proposto sulla abrogazione di alcuni articoli della vigente legge elettorale. Leggendo dalla lettera del Professore Vaccarella, le dimissioni, divenute poi irrevocabili, venivano, infatti, proposte «sia con riferimento a dichiarazioni in materia di ammissibilità di referendum elettorali attribuite da organi di stampa ad alcuni Ministri e ad un Sottosegretario offensive della dignità e della indipendenza della Corte stessa, sia con riferimento all’assenza di smentite ed al silenzio delle Istituzioni». Una motivazione molto pesante accolta con inspiegabile indifferenza da Prodi.
La nomina del Professor Vaccarella rientrava tra le cinque previste, su quindici, per indicazione parlamentare. Nel 2002 il Professore era stato eletto in quanto designato dalla Casa delle Libertà Ora PDL. Quella, infatti, della designazione di un terzo dei componenti la Consulta - gli altri due terzi sono nominati per un terzo dal Capo dello Stato e per l’altro terzo dalle tre Magistrature superiori (3 Cassazione ed uno ciascuno Corte dei Conti e Consiglio di Stato) – avviene attraverso l’indicazione delle forze politiche. L’uscita, quindi, di un componente, per prassi, motiva la designazione da parte dello stesso gruppo che già aveva designato l’uscente. Questo metodo, utilizzato anche nel passato, è servito ad evitare la paralisi dell’Organo preposto alla verifica costituzionale di norme e leggi.
Se il metodo vale per tutti, un po’ meno sembra che valga quando la designazione non sia in quota alla sinistra ed in particolare se debba provenire dal partito di Berlusconi.
Il metodo adottato per la formazione della Consulta è brutto, è squilibrato, e può condurre alla creazione di fazioni, ma è quello previsto dall’art. 135 della Costituzione e si deve rispettare così com’è, e si ravvisano come necessari anche i criteri che evitino contrapposizioni paralizzanti.
Da questo braccio di ferro non si riuscirà a venir fuori se non con il riconoscimento al Pdl, nel frattempo diventato anche maggioranza nel Paese, del suo diritto di designare un componente. Una soluzione diversa andrebbe a rompere la consuetudine raggiunta per le designazioni di provenienza parlamentare e sarebbe motivo di ulteriore squilibrio all’interno della stessa Consulta, sia per il dilagante prevalere di un area politica e sia per l’innesto di ulteriori contrapposizioni in futuro.
E diversa, invece, la questione della Commissione di Vigilanza Rai, e non solo perché di diversissimo spessore. E’ differente perché in questo caso nessuno sostiene che la designazione non debba essere espressa dall’attuale opposizione, come è prassi consolidata.
Una commissione di garanzia, come quella della Vigilanza Rai, però, necessita che abbia nella sua figura più responsabile, cioè nel Presidente, l’autorevolezza di una scelta improntata al massimo dell’equilibrio e della correttezza. Nessuna squadra accetterebbe che ad arbitrare la partita ci sia una delle espressioni più esagitate della squadra avversaria. Se il candidato deve essere scelto per la garanzia di tutti, non può esserci una parte che dubita che il candidato risponda a questi requisiti.
Leoluca Orlando Cascio ha trascorsi molto intensi e coloriti per essere una garanzia per tutti. In passato ha persino fatto uso della tv pubblica per infangare, senza contraddittorio, onesti servitori dello Stato: in particolare un maresciallo dei CC che per le sue parole si è tolto la vita per il disonore.
Sono precedenti inquietanti, e non si possono ignorare.
Vito Schepisi