Che la Corte
Costituzionale sia competente ad esprimersi sul conflitto di attribuzioni per le indagini della Procura di
Palermo, sulle intercettazioni telefoniche tra Il Presidente Napolitano ed il
Senatore Mancino, appare chiaro ai sensi dell'art.134 della Costituzione.
La questione,
però, è sulle intercettazioni e sul loro uso nelle indagini giudiziarie. E’ qui
che si avvertono carenze di normativa. Non doveva essere, ad esempio,
consentito di intercettare il Presidente della Repubblica, come non si deve per
alcun vertice istituzionale.
Quando, però, il magistrato Ingroia parla di “brusco arretramento rispetto al principio di uguaglianza e all’equilibrio fra i poteri dello Stato” ha le sue ragioni. Appare evidente che ci sia stata una diversa valutazione della Consulta. Ciò che stride, infatti, e su questo punto avrebbe ragione Ingroia a parlare di “arretramento”, è il diverso peso che si è andato a formare tra le differenti figure istituzionali.
Questa è la solita Italia manichea dove da una parte ci sono i buoni, verso cui nulla si può, e dall’altra i cattivi, verso cui, invece, si può tutto. Solo su questo ha ragione il PM Ingroia, non invece sull’uguaglianza dei poteri dello Stato. Perché non può essere: in democrazia prevale l’espressione del popolo sulle attività dei dipendenti pubblici. Semmai parlerei di equilibrio.
L’assunto del Procuratore Ingroia, infatti, parte dalla convinzione che non debba esserci alcun primato, per responsabilità e per interesse collettivo, tra l’esercizio della democrazia e le funzioni di un pubblico servizio. Questo assunto non è condivisibile perché non si può consentire che il rigore degli atti di natura giudiziaria intimidiscano e riducano le capacità di scelta della democrazia e che mettano a rischio quanto previsto nel secondo capoverso dell’art. 1 della Costituzione a riguardo della sovranità popolare.
La Carta Costituzionale nella sua formulazione originaria, prima di definire l'autonomia e l’indipendenza, non l’uguaglianza, dell’Ordinamento Giurisdizionale, con l’art 68, aveva voluto cautelare anche il Parlamento dell'uso strumentale dell’azione giudiziaria. La modifica dell’art.68, nel 1993, quasi imposta al Parlamento dal clima di esaltazione del pool di mani pulite, ha inferto un vulnus che rischia di diventare mortale per la democrazia italiana.
L’Italia perde colpi in credibilità e diritti. L’arresto di Sallusti, infatti, benché rientri in una casistica differente da quella che stiamo trattando, è un sintomo grave di questo “vulnus”.
Il timore è che si alzi sempre più l’asticella dell’arbitrio e dell’abuso.
L’assunto del Dr. Ingroia non appare affatto accettabile: porrebbe la sostanza democratica dello Stato in subordine alle funzioni di alcuni pubblici uffici. L’Italia si configurerebbe come un Paese burocratico e statalista, come un regime autoritario e di rigore giustizialista, tutt’altro che una democrazia liberale.
Appare evidente che le Istituzioni, per le attività di competenza, compiano atti riservati e intesi all'interesse comune. In tutte le democrazie la segretezza di questi atti non viene, non può e non deve essere violata.
Sulla trattativa tra Stato e mafia è stata montata una
strumentalizzazione politica ad ampio spettro. Indagini e sprechi che non
porteranno a niente. E’ stato un correre dietro e collaboratori di giustizia
che in più occasioni non sono stati ritenuti credibili. Falsificazioni d’indizi, coinvolgimenti
improbabili, scoop mediatici. Tutto questo modo deve avere nel suo articolarsi
una strategia complessiva? E se non politica di che tipo?Quando, però, il magistrato Ingroia parla di “brusco arretramento rispetto al principio di uguaglianza e all’equilibrio fra i poteri dello Stato” ha le sue ragioni. Appare evidente che ci sia stata una diversa valutazione della Consulta. Ciò che stride, infatti, e su questo punto avrebbe ragione Ingroia a parlare di “arretramento”, è il diverso peso che si è andato a formare tra le differenti figure istituzionali.
Questa è la solita Italia manichea dove da una parte ci sono i buoni, verso cui nulla si può, e dall’altra i cattivi, verso cui, invece, si può tutto. Solo su questo ha ragione il PM Ingroia, non invece sull’uguaglianza dei poteri dello Stato. Perché non può essere: in democrazia prevale l’espressione del popolo sulle attività dei dipendenti pubblici. Semmai parlerei di equilibrio.
L’assunto del Procuratore Ingroia, infatti, parte dalla convinzione che non debba esserci alcun primato, per responsabilità e per interesse collettivo, tra l’esercizio della democrazia e le funzioni di un pubblico servizio. Questo assunto non è condivisibile perché non si può consentire che il rigore degli atti di natura giudiziaria intimidiscano e riducano le capacità di scelta della democrazia e che mettano a rischio quanto previsto nel secondo capoverso dell’art. 1 della Costituzione a riguardo della sovranità popolare.
La Carta Costituzionale nella sua formulazione originaria, prima di definire l'autonomia e l’indipendenza, non l’uguaglianza, dell’Ordinamento Giurisdizionale, con l’art 68, aveva voluto cautelare anche il Parlamento dell'uso strumentale dell’azione giudiziaria. La modifica dell’art.68, nel 1993, quasi imposta al Parlamento dal clima di esaltazione del pool di mani pulite, ha inferto un vulnus che rischia di diventare mortale per la democrazia italiana.
L’Italia perde colpi in credibilità e diritti. L’arresto di Sallusti, infatti, benché rientri in una casistica differente da quella che stiamo trattando, è un sintomo grave di questo “vulnus”.
Il timore è che si alzi sempre più l’asticella dell’arbitrio e dell’abuso.
L’assunto del Dr. Ingroia non appare affatto accettabile: porrebbe la sostanza democratica dello Stato in subordine alle funzioni di alcuni pubblici uffici. L’Italia si configurerebbe come un Paese burocratico e statalista, come un regime autoritario e di rigore giustizialista, tutt’altro che una democrazia liberale.
Appare evidente che le Istituzioni, per le attività di competenza, compiano atti riservati e intesi all'interesse comune. In tutte le democrazie la segretezza di questi atti non viene, non può e non deve essere violata.
Questa presunta trattativa ha coinvolto tutti, persino figure che all'epoca dei fatti non avevano espressione istituzionale e nessuna rilevanza politica che potesse motivare un particolare interesse per la creazione di un clima d’inquietudine sociale.
Un accanimento giudiziario che appare più un qualcosa che guarda al dopo, mettendo nel presente quanta più confusione possibile: un po’ come fanno alcuni politici d’opposizione che si attivano a sfasciare il presente in vista di più favorevoli opportunità per il loro futuro.
Vito Schepisi





