Visualizzazione post con etichetta Ingroia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ingroia. Mostra tutti i post

26 marzo 2013

Gli impresentabili


Si può essere impresentabili per tante ragioni.  C’è chi lo è per pregiudizio, cioè per quella cattiva abitudine che ha chi presume d’essere migliore degli altri.
E, di solito, il pregiudizio non porta niente di buono.
C’è chi è impresentabile perché è fuori dalla cerchia di quella casta che controlla i media e la finanza e non appartiene a quella congrega d’individui, già abituali frequentatori dei salotti buoni dell’alta borghesia italiana, che rientra, invece, nel cerchio magico del pensiero politicamente corretto.
E’ impresentabile chi non è radical-chic e chi è fuori da quell’aristocrazia intellettuale che antepone il pensiero unico al pluralismo e che interpreta la democrazia come un cortile chiuso, frequentato solo da persone ben formate e soprattutto ossequiose verso i possessori delle quote azionarie dell’unico pensiero ritenuto possibile. 

Democrazia zero. Spocchia tanta.
C’è chi, invece, è impresentabile perché pensa, e lo dice, che l’Italia sia un paese d’ipocriti, nella cui classe dirigente abbondano più i difetti, che le virtù.
Contro gli impresentabili l’ipocrisia gioca la sua carta migliore. I difetti e le virtù, infatti, non sono sempre attribuiti in modo uguale per tutti, ma subiscono variazioni da soggetto a soggetto. Gli avversari politici diventano, così, impresentabili per definizione, come se ci fosse un principio antropologico per cui non possa essere altrimenti, ed i difetti sono appiccicati addosso come etichette.
E’ strano, però, che per costoro tutti i difetti appartengano ai nemici e le virtù, invece, agli amici.  Chi ha l’etichetta di “impresentabile” entra in Wikipedia, enciclopedia fai da te, e i curricula di impresentabilità si estendono senza alcuna contenzione.
Il metodo ha trovato adepti. Per alcuni sarebbe la nuova democrazia. Poi ci si meraviglia se spunta qualche dittatorello che, più avvezzo alle platee poco raffinate dell’avanspettacolo, sale in cattedra e grida contro tutti, e alzando la voce chiede il 100% di tutto. 

E poi ci si lamenta se il dittatorello, con al seguito un guru, rifiuta il confronto, dice di voler spazzare i partiti e riduce il metodo delle scelte politiche alle invettive sul suo blog  - in cui ogni clic fa scattare un guadagno - in cui si sbizzarriscono moltissimi esaltati e frustrati, tutti rigorosamente allineati e pronti a bloccare ed insultare chi la pensa in modo diverso.
Se l’Italia con le sue istituzioni consente che la televisione di Stato, pagata con i soldi dei contribuenti, discrimini ciò tra chi è sotto il controllo del cerchio magico del “politicamente corretto” e chi non lo è, ad esempio la sovranità popolare, consentendo che sia calpestata e definita impresentabile quella parte che non è gradita alla casta, è facile darsi spiegazioni sulle difficoltà del Paese e sul pericolo di svolta reazionaria dopo solo 65 anni di democrazia.
O si pensa che sia sufficiente difendere in modo retorico la Costituzione, ritenendola un valore eterno da preservare nella sua assoluta integrità, per esorcizzare l’orrore dell’intolleranza e della violenza?
Si ha l’impressione che tutto ciò che è calunnia, denigrazione e offesa, tutto ciò che è pregiudizio, anche se privo di ragionate argomentazioni, se serve allo scopo di respingere idee e di trovare soluzioni, per lasciare tutto come prima, per i nuovi filosofi dell’impresentabilità diventi legittimo e necessario.
Il PM Ingroia ha associato chi sostiene il Pdl alla mafia e Lucia Annunziata ha definito impresentabili gli uomini del Pdl. Non sarebbero impresentabili, invece, quelli che indossando la toga fanno politica o quelli che a spese degli italiani, pontificano in tv, spacciandosi per giornalisti democratici, invece che servi di regime, o per artisti raffinati e geniali, invece che per guitti parcellizzati a prestazione e usati come armi improprie. 

Gira e rigira sono sempre gli stessi. E sono quelli che pensano che le virtù appartengano a quella parte politica che li riempie di soldi. 
Nei regimi è così!
Vito Schepisi

04 marzo 2013

Bersani è un perdente


E’ evidente che Bersani si debba togliere di mezzo. Le motivazioni sono tantissime, ma ne basterebbe solo una per comprenderne le ragioni.
Il leader della sinistra è un perdente. Non lo è per natura, non si nasce semplicemente perdenti. Lo è per un limite. E’ perdente perché non è capace di fare le scelte giuste e perché non ha l’elasticità per comprendere le situazioni e tradurle a proprio vantaggio.
Un leader deve essere prudente ed avere buon senso. Deve saper capire quando fermarsi. Bersani, invece, è un umorale per indole. Ha quei modi da retrobottega di bar, dove è più facile lasciarsi andare nei detti popolari, tra un bicchiere di birra e l’altro.
Voleva fare il premier ad ogni costo. Pensava d’aver le carte buone, e le ha giocate sbattendole sul tavolo con beffarda arroganza, come nei retrobottega di un bar della sua natia Bettola.
Cinico. Tra le sue colpe c’è anche quella di aver soffiato sul fuoco della crisi recessiva mondiale. Ha provato, riuscendoci, a mettere in difficoltà il Paese quando, per superare le turbolenze, l’Italia, con le sue difficoltà finanziarie, aveva bisogno di fiducia e di compattezza.
L’obiettivo era di far cadere il governo in carica, costasse quel che poi è costato all’Italia.
Ha bucato. Una legge elettorale, però, ora gli consente di far valere l’ultima occasione che ha. Messo da parte per lui tutto finirebbe qui: un altro arnese politico da rottamare.
E’ un politico al capolinea, però, incapace d’essere vincente. E’ l’uomo che ha perduto ciò che sembrava avesse già vinto. Un dramma per l’uomo Bersani, ma si è cacciato dentro da solo.
Alzare la voce ora, con lo 0,36% di voti in più sul suo avversario Berlusconi, dopo essere stato in vantaggio di oltre 20 punti nei sondaggi, rasenta il ridicolo. In un paio di mesi, Bersani ha perso dal 10 al 12% di voti, mentre il suo avversario ne ha guadagnati altrettanti. Una disfatta.
Ora corre come un disperato dietro a Grillo che, invece si fa beffe di lui.
Un giorno si e l’altro ancora Bersani chiedeva a Berlusconi di dimettersi, facendone un tormentone, quasi fosse un mantra del suo pensiero.  Si sentiva vincente sui problemi degli altri, confortato dai sondaggi che vedevano il Pdl, dopo lo strappo di Fini, dilaniato ed in caduta libera. Troppo poco per chi pretende d’essere premier. Bisogna avere idee per farlo.
Gli elettori di centrodestra non sono militanti da zoccolo duro, come quello che mantiene il PD fermo al suo 25%. Dinanzi alle buffonate e ai litigi, a destra non si soffermano a pensare di chi sia la colpa. S’incazzano e basta e, per bene che vada, non vanno a votare. Quando va male, invece, riversano i loro consensi sui partiti che più alzano la voce e che fanno casino.
Ne ha beneficiato Grillo. Il comico ha raccolto la reazione di chi si è sentito tradito e di chi pensa che il modo migliore sia quello di mandare tutto in malora, come se in questo bistrattato Paese non si debba realizzare il loro futuro e quello dei figli e nipoti.
Sulla disfatta del Pdl, Bersani aveva programmato la vittoria. Senza idee, ha fatto campagna elettorale solo sulla “guerra” al Pdl.  Appiattito sul disastro di Monti, benché con il PD diviso nelle primarie con Renzi, Bersani pensava di vincere facile.
Non aveva più bisogno dell’inaffidabile Di Pietro, fatto dissolvere in tv sulla storia delle case già nota da anni. Anche il traballante livello morale dell’Idv era noto prima del caso Maruccio.  Bersani non voleva altri gruppi della sinistra. Per assicurarsi il Senato aveva provato accordi sottobanco con Ingroia, senza riuscirci. Si sentiva vincente e voleva il controllo di tutto, premio di maggioranza compreso, dopo aver impedito ogni modifica del “porcellum”.
Senza fare i conti con gli elettori, Bersani, aveva programmato le cose, come le campagne del grano russo durante il regime sovietico. Teneva aperto il dialogo con Monti, per legittimare il suo Governo. Teneva a distanza Fini e Casini, due volpi, già usate contro Berlusconi.
Li ha trascinati tutti nel baratro, però. Il terzo polo ha rischiato di scomparire. Il solo Monti si è salvato per il rotto della cuffia, sostenuto dall’Europa, dalle banche, dalla finanza e dai media, a spese dei suoi compagni di viaggio cancellati o quasi dal palcoscenico politico.
Vito Schepisi

27 febbraio 2013

I giudizi degli elettori



Alcune riflessioni vanno fatte.
Queste elezioni, se è vero che destano inquietudine per la mancanza di una soluzione politica che impatti contro la crisi economica e sociale dell’Italia, è vero anche che hanno fatto un po’ di chiarezza.
I risultati elettorali hanno, infatti, ridimensionato le smisurate esposizioni di alcuni politici sempre in primo piano e hanno sfrondato quelle foglie del fico che nascondevano i presunti attributi di alcuni assieme alle ipocrisie e ai falsi pudori di un esercito di finte verginelle.
Qualche risposta queste elezioni l’hanno si data.
Hanno ridimensionato pesi e valori, hanno segnalato le contraddizioni ed hanno condannato uomini e partiti.
In fondo in fondo c’è sempre un giudice fuori dall’Ordinamento Giudiziario italiano.
Gli elettori, quando è stato il loro turno, hanno emesso anche qualche inappellabile giudizio. Ed è proprio sui giudizi, questa volta, più che sui contenuti e sulle scelte, è sugli uomini, che appare ora opportuno soffermarci.
Sui personaggi, sui loro pregi, sulle loro virtù - se ce ne sono – e, soprattutto, sui loro difetti che non mancano mai in nessuno. A volte le caratteristiche umane possono aver origine persino dai nomi. Perché i nomi sono spesso la conseguenza delle cose, com’è scritto nelle “Istituzioni” di Giustiniano. Così la pensavano i nostri antenati. La commedia degli equivoci, che è buona parte della commedia italiana, riviene proprio dalla nostra antica cultura latina.
Da dove iniziare?
Iniziamo dalla tavola da cui, spesso, passano i destini del mondo. E dove lo metteremmo, infatti, un Buttiglione, se non sulla tavola? Tra qualche tempo, ad esempio, quando si parlerà di Buttiglione, qualcuno penserà ad una grossa bottiglia con dentro vino di cantina. Non è che la cosa abbia troppa importanza, ma un buon vino di cantina sulla tavola ci fa la sua onesta e bella figura, Buttiglione sulla tavola invece non faceva pensare a niente di buono.
Oltre che dalla tavola, i destini del mondo passano da un arredo della casa, il letto, che non serve solo al riposo, ma anche a battaglie di grande impegno. Cosa, allora, tra qualche tempo, la gente potrà pensare di un Italo Bocchino? Per tutti, resterà sempre quella parola che non è elegante far passare sulla bocca delle signore, ma che nella pratica crea immenso piacere e nei pensieri di letto stimola indicibili sensazioni morbose.
Fini, invece, sarà ricordato per quel politico “Che fece per viltade il gran rifiuto”, ma all’incontrario. Non come Dante Alighieri disse di Celestino V, che rinunciò al trono pontificio per mancanza di coraggio, ma per chi, in mancanza di altre qualità, restò attaccato alla sedia più alta di Montecitorio, senza possederne meriti e legittimità morale, contraddicendo persino i suoi impegni assunti pubblicamente in video con gli italiani, oltre che gli impegni politici assunti con gli elettori.
L’ironia fa la sua parte e se fini sono i pensieri di chi ha ambizioni, fini-ti diventano i sogni di chi vuol troppo.
Di Granata e Briguglio cosa dire se non che il nulla si elide come lo zero non preceduto da numeri? Di doppio zero che servano a qualcosa si conoscono solo i cessi e la farina.
Ora mi tocca parlare di Di Pietro e di Ingroia, cercando di non beccarmi la querela. Il primo si è trascinato tutta una catena d’orrore parlamentare. Il suo Mariuccio si è giocato al video poker anche il partito, il resto l’ha fatto la gestione immobiliare della Srl con cui gestiva i rimborsi elettorali, l’opacità di una gestione familistica e la smascherata ondivaga furbizia levantina. Non gli mancheranno 4 mura ed un tetto sotto cui dimorare.
Ingroia, invece, deve avere pensato che l’attacco tentato al cuore dello Stato, respinto dalla Consulta, potesse essere sufficiente per farlo passare per un’eroica vittima di un sistema di potere, e così riscuotere crediti sufficienti tra chi mira a colpire il cuore dello stato per far precipitare il sistema di democrazia liberale. C’è stato, però, chi l’ha preceduto: Grillo.
La differenza tra i due è che Grillo fa ridere, Ingroia, invece, fa piangere.
Devo scusarmi con le altre inutilità non citate. E’ evidente che la storia non parlerà mai di loro.
Vito Schepisi

14 febbraio 2013

L'Italia che ci aspetta



L’Italia è diventata una casa circondariale a cielo aperto.
Più precisamente in Italia si ha la sensazione di stare in un luogo a metà strada tra un carcere ed una discarica pubblica.
Nella casa circondariale con le sbarre virtuali vivono a piede libero i cittadini con i loro problemi quotidiani che non interessano a nessuno.
C’è persino il timore di parlarne per evitare la possibile accusa di disfattismo che, come nel ventennio, di fatto è diventato reato.
Oggi sono finiti i colpi di testa, le grillate, le manifestazioni di piazza, i cortei.
Non ci vuole più di tanto per trovarsi nei guai. La libertà di parola è garantita dalla Costituzione, all’art. 21, ma “come ogni libertà ha i suoi costi”. L’ha detto il Presidente del Consiglio Bersani e l’ha confermato l’ex Presidente della Repubblica Napolitano: “bisogna parlare, ed in modo rispettoso, solo se invitati”.
Persino il nuovo Capo dello Stato, Romano Prodi, ha detto qualcosa a riguardo, ma nessuno l’ha capito. E non è servito il ricorso a Sircana per la traduzione, questi è impegnato in misteriose ricerche per strada, nelle periferie di Roma. Sollecitato dalla stampa, ha interrotto per un attimo le sue ricerche per consultare il Bignami del buon presidente, ma non ci ha trovato niente di simile.
Per timore di rappresaglie i cittadini non si sentono più liberi di esprimersi e sono costretti a subire; si sentono privati dei loro diritti, vessati dallo Stato con l’imposizione d’imposte e gabelle e sono alla mercé di una classe dirigente burocratico-politica che stabilisce tutto per loro.
Ogni giorno passano sulle tv pubbliche (quelle private sono state abolite col dpr sul riordino delle frequenze) i consigli sugli acquisti. Sono diversi da prima, ora sono disposizioni perentorie su cosa mangiare, su che film vedere, su che giornale leggere, su quali contenuti televisivi orientarsi, sugli atteggiamenti considerati corretti, se andare in vacanza e dove, sulla formazione dei figli. Da qualche giorno, suggeriscono anche quali opinioni si possano esprimere liberamente.
Si sente dire in giro, ma non ci sono conferme ufficiali, che sia stato messo insieme un pool di scienziati per fare ricerche sulla lettura del pensiero con lo scopo di realizzazione un congegno capace di leggere ciò che pensiamo.
Sono molto preoccupato sapeste quanti cattivi pensieri che ho!
In Italia, è così che si precorre il futuro e si coltiva la ricerca scientifica.
Lo Stato stabilisce anche quali aziende devono produrre e quali no, decide chi può andare in pensione, mentre è ancora in vita, e chi no. Per non incidere sulla spesa, la consulente del ministero del Welfare, Elsa Fornero, in uno studio elaborato con il senatore a vita Monti, ha redatto una nuova proposta di riforma delle pensioni.
La proposta si apre con la seguente premessa: “Sarebbe auspicabile che i lavoratori italiani andassero in pensione come atto conclusivo della propria esistenza”. Dai sindacati un silenzio tombale.
Un Paese regolato, insomma, senza che niente sia lasciato al caso. Uno Stato che ci fa nascere e ci fa morire quando vuole. Il costo della sanità, infatti, non è economicamente sostenibile, e le cure mediche sono riservate solo a chi è utile.
Chissà perché utili sono sempre loro!?
Gli abitanti vivono intimiditi dai poteri, sono spiati, con i telefoni sotto controllo, ma ci stanno facendo l’abitudine. Il tecnico bocconiano Mario Monti, braccio destro di Bersani, sostiene che sia “meglio vivere cento giorni da pecora anziché solo uno per non viverne più”. L’aforisma non è suo, glielo ha suggerito Angela Merkel. Si lei la Kulona!
Sul decreto sulle intercettazioni è stata posta la fiducia ed è legge dello Stato già in vigore da tempo. Stabilisce, come suggerito da Fini, che sia nella discrezione del giudice intercettare chi vuole, senza dar conto a nessuno.
Subito dopo la pubblicazione del Decreto sulla G.U., con un tempismo senza precedenti, tutti i telefoni in uso al Cavalier Berlusconi ed alle persone a lui vicine, contemporaneamente per iniziativa di tutte le procure d’Italia, sono stati messi sotto controllo.
Ora capita che anche gli intercettatori s’intercettino tra loro.
“Sulla legalità - ha sostenuto l’ex PM Ingroia - non si può pensare a risparmi, e due orecchie ascoltano meglio di uno”.
“L’autonomia dei magistrati è una cosa seria. O c’è o non c’è, e se c’è deve essere rispettata”. Anche questo è un pensiero profondo. Non è mio. L’ha espresso il nuovo ministro della Giustizia, con l’interim agli Interni, Antonio Di Pietro.
C’è chi dice che in Italia sia stato instaurato uno stato di polizia. Grillo è in galera da tempo, come è in galera Sallusti (gli hanno prorogato di 48 mesi il soggiorno in galera, come se fosse l’ammortamento di un mutuo) e come lo è, in carcere, anche Giulianone Ferrara.
Feltri è in clinica psichiatrica, invece, dopo che gli è venuto lo schiribizzo di capire dove sono finiti i duemila miliardi di debito dello Stato. Belpietro è emigrato. Di lui non si hanno più notizie. C’è un mandato di cattura internazionale spiccato contro di lui: è accusato d’istigazione alla disobbedienza civile.
Travaglio dirige il carcere di Regina Coeli a Roma. Santoro, tornato alla Rai, è stato inviato in Uruguay per un’inchiesta sui Tupamaros.
Oscar Giannino, invece, vestito da giullare, assieme ai suoi tre gatti, intrattiene, e l’aiuta a fare i compiti, il bimbo adottato da Vendola assieme al consorte, (o alla consorte?). Moglie? Marito? … diamine, questa nuova legge sui matrimoni omosessuali non l’ho ancora capita!
C’è chi mi chiede … e Pannella dov’è? L’ultima segnalazione è di qualche mese fa. Era in sciopero della fame, dinanzi a Montecitorio: protestava contro la fame in Italia. La polizia l’ha arrestato e portato a Rebibbia. Dicono che per qualche giorno dalla sua cella si siano sentite le sue grida di protesta. Poi ha scioperato anche la sua voce.

Anche l’attività sessuale è monitorata. Da qualche tempo è stato istituito per legge il conta scopate. E’ un “cip” - è scritto così nella versione ufficiale del decreto del Governo - che viene inserito nei genitali per conteggiare la frequenza dell’attività sessuale dei cittadini. Ma, come accade di solito in questo campo, la malizia fa circolare voci che non si sa quanto siano o non fantasiose.
I sussurri sostengono che serva alla tracciabilità delle scopate: per poter poi introdurre una nuova tassa, variabile a seconda se il rapporto viene consumato nell’ambito familiare o fuori.
A proposito di tracciabilità, è stato abolito il denaro ed è stato sostituito dalle carte di credito e dal pago bancomat. Monti, Bersani e i banchieri gongolano. Dall’espressione del volto e dai rumori che gli sono usciti dalla bocca, invece, non si è capito come la pensi il Capo dello Stato. Quando parla il Presidente Prodi non si capisce mai niente e Sircana, il suo portavoce, è sempre impegnato nelle periferie di Roma. Chi l’ha incontrato racconta che si ferma ripetutamente vicino a soggetti di colore con atteggiamenti e abbigliamento femminile, ma con tratti un po’ mascolini.
I vertici dello Stato con i loro “entourage” oggi in Italia godono di uno “status” diverso dai comuni mortali. Appartengono ad una classe sociale che chiamano “Politburo social finanziario”. Hanno l’immunità e possono scopare e trafficare alla grande. E Berlusconi si morde le mani.
Per la gioia di Casini si sono ricompattate molte famiglie: per timore d’essere tracciati, sono diminuite di molto le corna. Senza denaro a nero, è diventato anche difficile mantenere le amanti.
In serie difficoltà sono le donne: devono prestare attenzione a mantenersi distanti dalle residenze dell’ex Premier Berlusconi. Tutte quelle, infatti, che capitano nel suo raggio di azione sono fermate e interrogate dalla polizia perché si ha il sospetto che Berlusconi si sia procurato all’estero un congegno per falsificare il “cip” della tracciabilità e della conta delle scopate.
Sembra che funzioni allo stesso modo del congegno che hanno utilizzato gli amici di Prodi alle politiche del 2006, per ribaltare la conta dei risultati elettorali che li vedevano perdenti, e che poi hanno vinto per 24 mila voti.
Si ha voce che si stia organizzando un comitato femminile di protesta clandestino chiamato “Se non la do ora, non la darò mai più”, capeggiato da Nicole Minetti.
Ci sono già alcuni arresti fra le attiviste più combattive, mentre l’eroina Nicole si è data alla clandestinità.
La polizia sta fermando, per l’identificazione, tutte le donne con le tette fuori misura. Figurarsi che la polizia è così pignola e le maglie sono così strette che hanno fermato anche la rosibindi.
La combattiva parlamentare si è sbottonata la camicia, tra il terrore dei poliziotti, e sotto aveva ancora la maglietta con su scritto “non sono una donna a sua disposizione”.
Le hanno subito creduto! Nessuno ci teneva a fare ulteriori controlli su di lei!
In questi giorni, il Parlamento, dopo la recente sentenza della Consulta, che ha giudicato la legge conta scopate lesiva della libertà sessuale dei praticanti il “sesso progressista”, su proposta del deputato Vendola, sta discutendo la modifica della legge.
La nuova formulazione, in discussione presso la commissione per le pari opportunità della Camera, escluderebbe (si usa il condizionale perché nel testo è comparsa, per caso, una postilla per escludere dai controlli anche la pedofilia, ed è bloccata in commissione in attesa di una relazione tecnica) dall’obbligo della conta tutto il mondo alternativo, cioè quello definito sessualmente corretto, come stabilito dalla recente riformulazione degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione Italiana.
L’obbligo previsto dalla legge, infatti, era stato ritenuto lesivo della libertà privata, art. 13 della Costituzione, e in conflitto con la legge Concia-Vendola-Grillini sull’omofobia.
In Italia è cambiato tutto. Dicono che è in atto la rivoluzione “liberale”, per liberare l’Italia da chi si mette di traverso e dà fastidio.
Come per tutte le rivoluzioni, il processo è lungo e la strada è piena d’insidie e di ostacoli. Qualche problema lo sta creando, ad esempio, Giuliano Ferrara.
La cella assegnata gli sta stretta ed ha problemi ad entrare nel vano adibito a bagno. Non ci passa e non si trova un vasino alternativo di misura adeguata. Sta facendo lo sciopero della fame. E’ al quinto giorno.
I funzionari pubblici italiani, però, sono l’eccellenza del Paese. L’ha dichiarato il nuovo ministro della Funzione Pubblica Matteo Renzi, nell’annunciare che il direttore del carcere s’è rivelato geniale, trovando subito la soluzione: Ferrara dovrà mettersi a dieta.
I problemi dell’Italia erano tutti qui!
Come abbiamo fatto a non capirlo da subito?
Vito Schepisi

06 dicembre 2012

Giustizia e percorsi politici



Che la Corte Costituzionale sia competente ad esprimersi sul  conflitto di attribuzioni per le indagini della Procura di Palermo, sulle intercettazioni telefoniche tra Il Presidente Napolitano ed il Senatore Mancino, appare chiaro ai sensi dell'art.134 della Costituzione.
La questione, però, è sulle intercettazioni e sul loro uso nelle indagini giudiziarie. E’ qui che si avvertono carenze di normativa. Non doveva essere, ad esempio, consentito di intercettare il Presidente della Repubblica, come non si deve per alcun vertice istituzionale.
Quando, però, il magistrato Ingroia parla di “brusco arretramento rispetto al principio di uguaglianza e all’equilibrio fra i poteri dello Stato” ha le sue ragioni. Appare evidente che ci sia stata una diversa valutazione della Consulta. Ciò che stride, infatti, e su questo punto avrebbe ragione Ingroia a parlare di “arretramento”, è il diverso peso che si è andato a formare tra le differenti figure istituzionali.
Questa è la solita Italia manichea dove da una parte ci sono i buoni, verso cui nulla si può, e dall’altra i cattivi, verso cui, invece, si può tutto. Solo su questo ha ragione il PM Ingroia, non invece sull’uguaglianza dei poteri dello Stato. Perché non può essere: in democrazia prevale l’espressione del popolo sulle attività dei dipendenti pubblici. Semmai parlerei di equilibrio.
L’assunto del Procuratore Ingroia, infatti, parte dalla convinzione che non debba esserci alcun primato, per responsabilità e per interesse collettivo, tra l’esercizio della democrazia e le funzioni di un pubblico servizio. Questo assunto non è condivisibile perché non si può consentire che il rigore degli atti di natura giudiziaria intimidiscano e riducano le capacità di scelta della democrazia e che mettano a rischio quanto previsto nel secondo capoverso dell’art. 1 della Costituzione a riguardo della sovranità popolare.
La Carta Costituzionale nella sua formulazione originaria, prima di definire l'autonomia e l’indipendenza, non l’uguaglianza, dell’Ordinamento Giurisdizionale, con l’art 68, aveva voluto cautelare anche il Parlamento dell'uso strumentale dell’azione giudiziaria. La modifica dell’art.68, nel 1993, quasi imposta al Parlamento dal clima di esaltazione del pool di mani pulite, ha inferto un vulnus che rischia di diventare mortale per la democrazia italiana.
L’Italia perde colpi in credibilità e diritti. L’arresto di Sallusti, infatti, benché rientri in una casistica differente da quella che stiamo trattando, è un sintomo grave di questo “vulnus”.
Il timore è che si alzi sempre più l’asticella dell’arbitrio e dell’abuso.
L’assunto del Dr. Ingroia non appare affatto accettabile: porrebbe la sostanza democratica dello Stato in subordine alle funzioni di alcuni pubblici uffici. L’Italia si configurerebbe come un Paese burocratico e statalista, come un regime autoritario e di rigore giustizialista, tutt’altro che una democrazia liberale.
Appare evidente che le Istituzioni, per le attività di competenza, compiano atti riservati e intesi all'interesse comune. In tutte le democrazie la segretezza di questi atti non viene, non può  e non deve essere violata.
Sulla trattativa tra Stato e mafia è stata montata una strumentalizzazione politica ad ampio spettro. Indagini e sprechi che non porteranno a niente. E’ stato un correre dietro e collaboratori di giustizia che in più occasioni non sono stati ritenuti credibili.  Falsificazioni d’indizi, coinvolgimenti improbabili, scoop mediatici. Tutto questo modo deve avere nel suo articolarsi una strategia complessiva? E se non politica di che tipo?
Questa presunta trattativa ha coinvolto tutti, persino figure che all'epoca dei fatti non avevano espressione istituzionale e nessuna rilevanza politica che potesse motivare un particolare interesse per la creazione di un clima d’inquietudine sociale.
Un accanimento giudiziario che appare più un qualcosa che guarda al dopo, mettendo nel presente quanta più confusione possibile: un po’ come fanno alcuni politici d’opposizione che si attivano a sfasciare il presente in vista di più favorevoli opportunità per il loro futuro.

Vito Schepisi