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11 settembre 2013

Il PD sta facendo di tutto per far cadere il Governo Letta



Il governo Letta è nato tra mille difficoltà. Il Pd con lo 0,3% di voti in più del Pdl alla Camera, in accordo con il Sel di Vendola e con le pattuglie dei principianti allo sbaraglio di Grillo, aveva già occupato tutte le Istituzioni.
Bersani aveva cercato invano, e insistendo, una maggioranza con il M5S, respingendo invece le offerte di disponibilità del Pdl ad una maggioranza dalle larghe intese. L’aggravamento della crisi, innescato dalle misure fiscali di Monti, consigliava, però, di mettere in piedi, con premura e per responsabilità, un governo solido, con una larga maggioranza in Parlamento, per fronteggiare le serie difficoltà del Paese (recessione e disoccupazione).
Trovatosi dinanzi ad una strada chiusa che portava direttamente verso un nuovo test elettorale che l’avrebbe visto perdente, Il PD, dopo oltre due mesi dall’esito elettorale, cedeva, finalmente, alle insistenze del Presidente della Repubblica.
E’ nato così il Governo Letta. Il Capo dello Stato, mostrando più lucidità, nonostante l'età, dei suoi vecchi compagni di partito, aveva indicato il tragitto delle larghe intese, ritenendole, a ragione, più che un percorso politico, una necessità di responsabilità democratica, resa inevitabile dall'esito delle elezioni che avevano visto i due principali protagonisti, PD e Pdl, attestarsi sullo stesso livello di voti, con solo una leggera preferenza per i primi.
Anche in questa fase, con il Paese in difficoltà, gli uomini nel PD avevano continuato a fare solo ciò che hanno sempre mostrato di saper ben fare (sin da quando militavano nella Dc e nel Pci): occupare poltrone. Facendo valere la legge dei numeri, gonfiati dal premio di maggioranza, il PD si allargava nei ministeri, mentre il Pdl si concentrava sugli aspetti programmatici su cui intervenire. Bisognava dare risposte alle domande di crescita e alle difficoltà delle famiglie: il Pdl si batteva così per l'abolizione dell'IMU sulla prima casa e si predisponeva a battersi per lo stop all’aumento dell’IVA. Se il Pdl mostrava coi fatti di credere nella riduzione della pressione fiscale in Italia, per rendere competitive le nostre aziende e per mirare alla crescita ed all’occupazione, il PD si mostrava, invece, impegnato ad ostacolare la riduzione delle tasse e gli alleggerimenti fiscali sulle famiglie, sostituendoli con la consueta retorica sul lavoro o sullo “ius soli” della Kyenge.
Sta ora assumendo precisi contorni politici il muro contro muro, nella Giunta per le elezioni e per le immunità del Senato, sulla decadenza di Berlusconi. Il PD si rifiuta di valutare il ricorso alla Corte Costituzionale, come sarebbe nelle prerogative della Giunta, si rifiuta di attendere l’esito del ricorso in Europea, e tanto meno sembra disposto a discutere sulla pregiudiziale di non retroattività della legge Severino.
Se il PD mostra la volontà di eliminare il suo avversario di sempre, cavalcando una sentenza giudiziaria che ha destato molta sorpresa e tantissimi dubbi, il Pdl e Berlusconi non ci stanno ad assecondare il percorso extra-elettorale e giustizialista del PD. Il Pdl non ci sta a soddisfare la voglia di conquista del potere (assoluto) di quel partito che ha ancora al suo interno, e tra i suoi alleati, gli eredi del comunismo italiano, e che, soprattutto, ancor oggi, non mostra di volersi discostare dai metodi tipici dei regimi totalitari.
Se, sempre il PD, mostra rabbia e vendetta verso chi non gli ha mai consentito di (con)vincere, né ha mai reso possibile, smascherandoli nelle furbizie e nelle ipocrisie, una loro ben precisa gestazione identitaria, nella chiarezza degli ideali e della collocazione politica, il Pdl non ci sta a subire ed a far da comparsa. Se l’identità politica del PD è stata sempre incerta e mutevole, e se lo stesso PD non ha mai avuto una leadership credibile e condivisa da mostrare con orgoglio al Paese, facendo di volta in volta ricorso a leader di apparato, o a consumati gestori del potere economico-finanziario, mandatari e garanti delle caste, il Pdl non ci sta a consentire che la maggioranza di larghe intese a guida PD prosegua, come se niente fosse successo.
Non sarebbe serio, né responsabile, governare fianco a fianco con chi si attiva per la scomparsa politica degli alleati di governo, né con chi non mostra di porsi dubbi e non si fa domande sulla persecuzione giudiziaria di venti anni contro il leader dello schieramento alleato.
Vito Schepisi

04 giugno 2013

Burocrazia amica



Lo statalismo e la burocrazia snaturano lo spirito di competizione, mortificano il merito e sottraggono le risorse da destinare ai servizi e alla perequazione sociale.
Chi pensa in Italia, e lo fa fuori dal sistema partitocratico, non ha difficoltà a individuare nell’oppressione burocratica i limiti alla crescita.
Il sistema dei controlli preventivi e quello delle istanze per autorizzazioni e licenze paralizza, infatti, ogni buona volontà.
Il sistema sanzionatorio, usato spesso - anche se indirettamente - contro il lavoro, per la sua potenzialità di mettere in pericolo la continuità operativa delle imprese, è diventato un ostacolo agli investimenti e alla nascita delle attività produttive. E’ diventato uno strumento punitivo, dagli esiti incerti per la presenza di un sistema giudiziario costoso e inefficiente: un vero pericolo per chi rischia e intraprende.
Il taglio dei posti di lavoro non può essere la conseguenza dell’inosservanza di una procedura, né il mancato pagamento di un tributo. E non è possibile che l’impresa debba sopportare i tempi autorizzativi degli apparati amministrativi preposti.
La burocrazia è già grigia e insensibile per proprio conto, ma, se usata, può diventare uno strumento del potere politico. Riconduce al sistema della corruzione e del controllo delle libertà individuali.
L’alternativa alla “inconcludenza” della politica, come paventa il Presidente Napolitano, è ritrovare lo spirito della “Rivoluzione liberale”. E se il Capo dello Stato si riferiva alle “Riforme”, c’è da osservare che senza impresa e lavoro vengono meno anche le motivazioni costituzionali di una comunità nazionale.
Bisogna far ripartire la nostra economia ad ogni costo.
Se c’è un merito da attribuire al centrodestra è quello d’aver proposto per venti anni l’unica ricetta possibile per far ripartire le nostre Città, le nostre Regioni e l’intera Nazione. La "Rivoluzione Liberale" annunciata da Berlusconi nel 1994 si poneva l'obiettivo di spronare le risorse d’idee, d’ingegno e di iniziative per cambiare l'Italia. Lo si ripete da tempo: è l’Italia che deve essere cambiata.
Di liberalizzazioni se ne è parlato da sempre, ma è dal 1994 che si sono create le condizioni politiche per parlarne. E' da quella data che si è posto l'obiettivo di far ripartire il Paese. Le precedenti politiche consociative e assistenziali, invece, non l’avevano mai consentito.
Le liberalizzazioni, però, non sono quelle che servono a introdurre nuove lobby e nuovo controllo politico. Non sono né quelle di Bersani e né quelle di Monti. Sono quelle in cui non si tolgono diritti ma se ne aggiungono altri. Ma è anche dal 1994 che la reazione conservatrice dei burocrati, sodale con la parte politica più populista e immaginifica del Paese, inseguendo i miti di una mal interpretata uguaglianza sociale, o rappresentando conseguenze dagli effetti disastrosi ha impedito che si cambiasse.
La crisi che nei due anni più recenti ha fatto seguito all'indotto recessivo di quelle esasperate politiche finanziarie internazionali - cavalcate dalle lobby speculative - hanno invece messo a nudo la debolezza di un sistema eccessivamente rigido.
Non è possibile frenare più di tanto - anche se ve ne fosse la volontà in sede europea - l'attività speculativa delle multinazionali finanziarie che, per realizzare utili a beneficio della loro esigente clientela, speculano sulle economie più deboli (indebitate), sottraendo le residue energie e riducendo la vitalità produttiva dei Paesi.
Siamo alla strategia delineata nel 1992 a bordo della nave Britannia in cui "si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane“(R. Brunetta).
L’idea di "burocrazia amica" si muove su percorsi di libertà: l’obiettivo deve essere quello di trovare la sintesi politico-amministrativa tra civiltà sociale e libertà economica in cui far maturare lo sviluppo produttivo, il lavoro e gli uomini liberi.
La vitalità economica è l’unico ostacolo capace di frenare la speculazione e di scongiurare disegni monopolistici multinazionali.
“La via del declino – come si legge nella presentazione di Stefania Fuscagni, Presidente di Società Libera, dell’XI Rapporto sulle liberalizzazioni - si vince e s’inverte se sapremo trovare la giusta formula tra concorrenza, liberalizzazioni, rispetto delle regole e prima ancora delle persone".
Vito Schepisi

14 maggio 2013

I rimborsi elettorali, le diarie, le indennità



Se la politica ha provato di tutto per utilizzare i soldi pubblici per intessere una rete di gestione in cui coinvolgere i militanti attivi, gli eletti non si sono lasciati sfuggire le opportunità per migliorare nel presente le proprie condizioni di vita e per assicurarsi i vitalizi per il futuro.
Il ragionamento è stato semplice. Con l’accordo di tutti, si poteva disporre di somme importanti che, utilizzate per la macchina propagandistica e le campagne elettorali, rendeva molto di più di un programma politico da sottoporre all’attenzione degli elettori.
La logica è di quelle che fanno inorridire i puristi: con i soldi si allarga il consenso e si vincono le elezioni.
La politica è così diventata una questione di marketing, come un detersivo, o ancor peggio una questione di controllo e gestione di un territorio, per soddisfare certi interessi, come fa la mafia.
I pullman, i camper, i treni, le navi, ad esempio, sono diventate immagini di attenzione, come per le tappe del giro d’Italia. Con i politici che si muovono in percorsi studiati. I mezzi popolari sono solo finzioni. L’effetto marketing è di dare un’idea parsimoniosa, con un percorso da fare assieme agli elettori. Un tragitto che, con la compiacenza dei mezzi d’informazione, è seguito, tappa per tappa.
La verità, però, è sempre diversa. Dietro a certe campagne ci sono costi mostruosi.
“I care”, “yes, we can”, o più modestamente “io centro” hanno solo fatto da apripista all’american style.
Anche in Italia è diventato di moda lo “spin doctor” che, tradotto nel nostro modo, è quel signore che con i sondaggi alla mano vorrebbe prendere per i fondelli gli elettori, facendo acquistare loro ciò che normalmente non acquisterebbero mai. Non sempre ci riescono, però. Nessuno può pretendere che si acquistino oggetti inservibili. Per Monti e Bersani è stato così.
I politici trovano sempre una spiegazione alle cose: è un po’ il loro mestiere.
La democrazia ha un costo. Ci hanno detto sempre così. Mai, però, ci hanno spiegato perché questi costi debbano servire per mantenere nel lusso i politici o per pagare questi semidei chiaroscuri, come appunto gli spin doctors che fanno vincere Obama negli USA e che tentano in Italia la “ mission impossible” coi nostri politici impresentabili per somma di spocchia e d’inganno.
Un capitolo a parte meriterebbero quei cartelloni lunghi un Km. e alti mezzo, spesso con stampate le facce da lancio delle freccette nei momenti di ozio, che prima delle elezioni circondano le città o che ricoprono le pareti di interi palazzi. Il costo al metro quadro di questi cartelloni è pari al costo, sempre a metro quadro, di una casa, come quella su cui il cittadino è chiamato a pagare l’IMU.
E’ facile però far leva sui sentimenti popolari e indignarsi sui costi della politica, ma il timore che si faccia facile demagogia o che possa diventare un metodo di scelta tra un’idea politica e l’altra, tra un sistema e l’altro, anche tra un politico e l’altro, c’è tutto.
Gli imbecilli sono sempre in agguato. C’è da diffidare.
La scena di questi giorni degli eletti del M5S è deprimente. Ci sono costi della politica che non è possibile tagliare. Vivere fuori di casa costa. Se si fa il proprio dovere, si ha diritto a vivere dignitosamente. I costi vanno si tagliati, meglio però iniziare dai privilegi e dal numero di parlamentari e consiglieri, per poi arrivare alle esagerazioni su indennità e rimborsi.
Ci hanno provato in tanti a far leva sul risentimento popolare. Di Pietro, ad esempio, l’ha fatto, unendolo ad un furore giustizialista applicato solo ai suoi avversari. E’ bastata una trasmissione televisiva, e un consigliere regionale col vizio dei videopoker, per mettere in discussione i suoi metodi e per far dubitare sull’uso che ha fatto dei fondi pubblici, sempre puntualmente incassati senza avvertire troppo fastidio, e qualche volta pur usando qualche furbizia a danno di altri.
La palla di grandine, ritenuta per troppo tempo una stella, si è così sciolta nel nulla. Non s’avverte la mancanza dell’uso improprio del suo congiuntivo: l’Italia poteva tranquillamente farne a meno.
Ci prova ora una compagine commerciale. E’ priva d’idee, è destinata a fallire. Ha giocato d’astuzia sulle difficoltà del Paese, sulla rabbia dei giovani, sulla confusione. L’ha fatto servendosi d’internet, una platea che va in tempo reale e che si diffonde tra i giovani.
Su Internet ogni parola d’ordine trova la sua cassa di risonanza. Il Web è un grande spazio vuoto. E’ deprimente che si riempia spesso d’ingiurie, di diffamazioni, d’incitazione all’odio, di turpiloquio e di falsità.
E’ un peccato! Non c’è niente di buono in tutto questo. E’ la parte meno affascinante del Web.
Vito Schepisi
 

02 maggio 2013

L'auspicio della svolta liberale



Se non ci fosse stata la legge dei numeri preponderanti, il governo Letta – Alfano sarebbe apparso come un governo a guida Pdl.
Basterebbe soffermarsi sulla sostanza del discorso pronunciato da Letta in Parlamento.
Se si ripulissero le sue parole dalla retorica dell’occasione, dalla difesa degli atteggiamenti del suo partito, dal richiamo ad una identità politica da rivendicare e da tutte le cose che doveva necessariamente dire, per il modo della sinistra di voler apparire sempre più “politicamente corretto”, Il discorso di Letta potrebbe anche sembrar scritto dal Cavalier Berlusconi.
La guida di questo governo è, però, del PD.
Il partito della sinistra ha anche la maggioranza assoluta dei ministri. Il Pdl ne ha solo 5 su ventidue, 3 sono di Scelta Civica di Mario Monti, un radicale e 4 tecnici, ma di area naturalmente vicina alla sinistra.
Sembra che il Pdl non abbia posto nessun ostacolo sui numeri e sui nomi, al contrario del PD che ne ha bocciati alcuni del centrodestra. Tutta roba di lana caprina per soddisfare la sete di astio di una base eccitata dai capipopolo, avvezzi a scaldare le piazze e le tribune televisive indicando i nemici da abbattere. Gli idioti non mancano mai e serviva anche questo per celare il carattere pretestuoso degli atteggiamenti già visti con Bersani.
E’ facile fare i prepotenti con un sistema elettorale che, pensato per un confronto bipolare, ha consentito al PD, con solo lo 0,36% dei voti in più del Pdl, di avere alla Camera invece del 30%, il 55% dei seggi, con un premio di maggioranza del 25% di seggi in più. Per questo Bersani aveva ostacolato, negli sgoccioli della passata legislatura, ogni tentativo di modifica della legge elettorale, compresa la soglia per accedere al premio di maggioranza.
In virtù di questo vantaggio la sinistra ha provato a fare il pieno occupando il 100% delle istituzioni. Voleva fare così anche con il Governo, ma il grande slam a Bersani non è riuscito.
E’ stato varato, invece, un Governo dalle larghe intese.
Ha vinto il buon senso.
E’ prevalso l’invito di Napolitano ai partiti di ricercare la pacificazione nazionale e di assumersi le responsabilità verso il Paese.
L’Italia non si poteva ancora permettere di proseguire con i pregiudizi ideologici. L’alternativa alle larghe intese, dopo che il Capo dello Stato aveva respinto ogni soluzione pasticciata e confusa, sarebbero state solo le nuove elezioni. Ma con il Pdl decisamente in testa nei sondaggi, per la sinistra un nuovo ricorso alle urne sarebbe stato un massacro, dopo 60 giorni di impasse, senza idee, sfiancato dall’antipolitica e con un partito diviso, e incapace di fare sintesi su scelte condivise.
L’antiberlusconismo non è un programma di governo, né dà soluzioni alla crisi del Paese. Anche le iniziative, comuni con il M5S, di liberarsi per legge dell’avversario politico, sono apparse deliranti e tali da inquietare gli elettori moderati del centrosinistra per il riemergere della sinistra post-comunista che cambia pelle ma che resta legata ai metodi illiberali.
Il Governo Letta ha, invece, un programma di governo.
Il PD non l’aveva.
Solo il Pdl in campagna elettorale ha proposto un programma per cambiare il Paese senza avventure. E l’ha fatto con l’indicazione di provvedimenti su questioni vere.
Enrico Letta ha recepito le indicazioni del Popolo della Libertà. C’è la cancellazione dell’IMU sulla prima casa che fa da apripista alla questione fiscale ed ai problemi delle famiglie.
C’è lo stop all’aumento, previsto per luglio, di un punto dell’Iva, poi gli sgravi fiscali per le imprese che assumono.
La rivisitazione della riforma Fornero, per rivederne le rigidità, accoglie le perplessità del Pdl. Il programma del Pdl chiedeva la cancellazione dei rimborsi elettorali e la riduzione dei costi della politica, recepite da Letta, e poi c’è l’idea della “Convenzione” per le riforme, per cambiare la seconda parte della Costituzione e riportare la centralità della nostra democrazia sulla sovranità popolare.
Ce n’è in abbondanza per comprendere che c’è condivisione sulla ricetta liberale per uscire dalla crisi economica, strutturale e politica e l’Italia.
Vito Schepisi
 

15 aprile 2013

Pericolo autoritario


Se per il cambiamento si pensasse a Prodi, non vorrei neanche pensare a cosa accadrebbe se Bersani pensasse invece ad una stagione di continuità con la tradizione passata.
Ritornerebbero gli “zombie” del pci (li chiamava così il Presidente Francesco Cossiga).
Bersani chiede il cambiamento. Il suo leitmotiv è “cambiare si può”. 
Anche l’igiene pubblica lo richiederebbe, e non solo quella personale. 
Dopo tanto mescolare sui nomi, con i soliti personaggi gettati nella mischia, tutti rigorosamente giustizialisti e tutti ben contraddistinti per i modi sbrigativi con cui si adatterebbero a rimuovere l’ingombro scomodo di una parte politica, emerge anche una candidatura Prodi. 
Guarda, guarda che gran bel cambiamento! 
L’idea è che possa essere una prepotenza, cioè una provocazione buttata là perché arrivi il messaggio che al peggio non c’è limite. Un modo per dire che è meglio accontentarsi di arbitri di parte, anziché di arbitri venduti, che è come dire: se non è zuppa è pan bagnato. Si vorrebbe forzare la mano. 
Ci provano con le intimidazioni, ma non bisogna cedere alle provocazioni. Il no di Berlusconi su Prodi al Quirinale è così più che motivato. 
Prodi non è al di sopra delle parti e porta con se rancori personali, legati a episodi politici italiani. Non è l’uomo adatto a rappresentare con distacco e serenità l’unità Nazionale e il ruolo di garanzia previsto dalla Costituzione. Proporlo appare un’indecente provocazione.
Vendola, ridimensionato nelle elezioni del 24 e 25 febbraio, defilatosi dal precario Parlamento per restare attaccato alla poltrona di Governatore della Puglia, ora nel ruolo di spavaldo alfiere del PD e di testa d’ariete di Bersani, giudica "intollerabile l'esclusione di Prodi dai nomi in corsa per il Quirinale". 
Nessuna meraviglia. Le parole apodittiche di Vendola sono piuttosto la conferma, ove mai servisse, dello strano concetto di cambiamento che anima la sinistra italiana. 
Il cambiamento consisterebbe nell’imporre con il 30% dei voti il controllo sistematico di tutto, come già avviene nella Puglia di Vendola. Lo chiamano cambiamento ma, come si è già visto nei quattro lati del mondo, è dogma, è dittatura, è arroganza. 
Si è detto tanto di Prodi in Italia. La stampa per anni si è divisa nell’illustrarne il bene ed il male. I suoi governi sono stati definiti a trazione fiscale. I suoi conti “pubblici” si sono rivelati manipolati e discutibili, tra poste nascoste e giochetti contabili. Anche il suo ruolo di Presidente della Commissione Europea, tra scandali e spese fuori controllo, ha destato molte perplessità e non pochi dubbi. 
La protervia di Prodi si è dimostrata pari alla sua incapacità di unire. Anche il suo passato di boiardo di Stato grida ancora vendetta: non può, infatti, essere cancellato con un tratto di penna il saccheggio sistematico dei beni pubblici. Le difficoltà di oggi dell’Italia sono anche le conseguenze di quei saccheggi. A conti fatti, però, nessuno dei protagonisti ha pagato, neanche politicamente. La stagione di “mani pulite” appare ancora densa di ombre. E’ arrivata in modo affrettato - ora o mai più - rilasciando la sensazione che si volesse solo imprimere una svolta politica all’Italia. C’era fretta in un momento in cui il mondo intero cambiava. 
C’è chi ricorda Prodi per la seduta spiritica nel mezzo del rapimento di Aldo Moro e chi strattonato dai magistrati di mani pulite. Per togliersi Di Pietro di dosso, Prodi si rivolse a Oscar Luigi Scalfaro, il peggiore dei presidenti dell’Italia repubblicana. 
Sono note le sue amicizie con la finanza “coraggiosa”, note le sue contraddizioni e altrettanto noti i modi che gli hanno valso gli appellativi di “mortadella” e di “Pinocchio”.
Romano Prodi ha, inoltre, difetti di chiarezza e di comunicazione. 
La sua candidatura a Capo dello Stato avrebbe il sapore di un brutto passato, non del cambiamento. Sarebbe una provocazione e costituirebbe un pericolo autoritario. 
Gli italiani, invece, invocano la coesione nazionale ed il recupero del senso dello Stato. Sono stanchi degli eccessi della contrapposizione politica. 
Servirebbe un Presidente della Repubblica che fosse davvero al di sopra delle parti. 
Vito Schepisi

29 marzo 2013

Modi da prima repubblica


Le fasi di questo incarico esplorativo che il Presidente della Repubblica aveva affidato a Bersani e che si è concluso in modo “non risolutivo”, con la temporanea “rinuncia” del leader del PD, sa tanto di prima repubblica. 
Ricorda le formule astruse che i cittadini non riuscivano a comprendere, e che poi hanno capito sin troppo bene. 
Questa volta, però, non funziona. 
Il fallimento di Bersani oggi si capisce con sufficiente chiarezza. E’ il tentativo di un imbroglio. 
Nel 2006, Prodi vinse per 24 mila voti alla Camera e, nonostante i 250.000 voti in meno al Senato, grazie ai senatori a vita ed a Follini, occupò l’Italia con grande protervia. 
Bersani vorrebbe fare altrettanto. 
La sinistra nel 2006 occupò di tutto e di più: Presidenza della Repubblica, Camera, Senato, CSM, Corte Costituzionale, Rai, Polizia, sostituì persino il Comandante della Guardia di Finanza che si era messo di traverso alla richiesta del Vice Ministro Visco di trasferimento dei vertici della GdF della Lombardia che avevano indagato su Unipol e sulla questione Consorte, d’Alema e Fassino. 
Una brutta esperienza che sappiamo com’è andata a finire. Da non ripetere. 
Questa volta avrebbero la questione del MPS da insabbiare. Dovremmo chiederci da subito, cosa accadrà quando i 3,9 miliardi che sono andati a coprire le falle della truffa del secolo, sottratti ai contribuenti italiani, non dovessero essere restituiti. 
In questa legislatura al PD non basteranno i senatori a vita. 
Il PD non ha vinto niente. Se il Presidente Napolitano lo facesse capire anche a Bersani, che ha difficoltà a comprenderlo, se gli dicesse sul muso che ha perso, sarebbe utile e meritorio.
Il PD che fa la voce grossa, e che gioca all’asso piglia tutto, ha perso le elezioni o, se si preferisce, non le ha vinte. Le ha perse perché le proposte di Bersani sono apparse confuse e contraddittorie. Non si salva, infatti, il Paese senza intervenire sul costo del lavoro, senza ridurre le tasse, senza allentare la stretta creditizia, senza snellire la burocrazia, senza ridurre le spese dello Stato, senza tagliare gli abusi e i privilegi della politica, senza ridimensionare gli sperperi degli enti locali, senza mettere a disposizione delle famiglie le risorse per i consumi necessari, senza un sistema giudiziario che non scoraggi gli investimenti e non renda precaria la Giustizia. 
Non fidarsi di questo PD è cosa buona e il Pdl fa bene a non fidarsi ad occhi chiusi. 
Il Paese è diviso e, purtroppo, non è nelle condizioni di poterselo permettere. Servirebbe una tregua, un momento di pacificazione nazionale. Per la tregua, però, sono necessarie reciproche garanzie e la lealtà di aprirsi al confronto: è necessario riconoscere a tutti gli spazi di responsabilità, di partecipazione e di controllo. 
Non si può pensare di usare gli altri, né che siano stupidi. L’Italia val bene un sacrificio da parte di tutti, ma il suicidio di alcuni, no! Senza garanzie, no! 
Chi può pensare che si possa lasciare a Bersani, a D’Alema, alla Bindi e a Franceschini, con Vendola e la Camusso, la guida incontrollata del Paese con il 30% dei voti? 
E quale forza rappresentativa di un terzo degli elettori può essere così sprovveduta da consentire la nascita di un governo senza neanche chiedere una garanzia istituzionale? 
Ha fatto male il PD ad usare “la forza” per prendersi le Presidenze della Camera e del Senato, senza neanche tentare di instaurare un dialogo, se non con il M5S che è un gruppo reazionario e che si sta mostrando del tutto confuso.
L’ostentazione dei muscoli non risolve niente. Non si può continuare a pensare d’essere al centro di tutto e a criminalizzare che la pensa in modo diverso! E basta! 
Il PD ha preso lo 0,36% dei voti in più del Pdl, ma continua a sostenere che il centrodestra sia impresentabile e dice di non voler governare con loro. 
Vogliono i loro voti, però! 
Vogliono trattare sotto banco, però! 
Non si può pretendere la responsabilità a senso unico, né che il Pdl, con tatticismi parlamentari, faccia governare Bersani per senso di responsabilità verso l’Italia. 
Sarebbe invece irresponsabile lasciare che Bersani occupi il Paese. Basterebbe dare un’occhiata ai suoi 8 punti per capirlo. 
Gli elettori non hanno stabilito così. 
Meglio, molto meglio, fare tutto alla luce del sole. 
Se Bersani non ha la capacità di mettersi al servizio del Paese, si faccia da parte. E se nessuno sarà in grado di avere un po’ di umiltà e di pensare all’Italia, meglio nuove elezioni e fare chiarezza.
Vito Schepisi

28 marzo 2013

Si continua a ... emaculare maculatos



Non è sufficiente chiamarsi Migliore per capire le cose. 
Il capogruppo del Sel di Vendola, sentito da Bersani nella sua veste di incaricato a sondare la possibilità di un suo ministero, lamenta che il Pdl vincoli il sostegno ad un governo Bersani alla possibilità del Pdl di scegliere il prossimo Presidente della Repubblica. 
Migliore dovrebbe fermarsi a riflettere. 
Bersani chiede il sostegno, ma non un governo di coalizione con il Pdl. 
Vuole solo i voti! Per capirci ... ha ancora voglia di ... pectere pupas. 
Poverino! da questa esperienza deve esserne uscito frustrato! 
La coalizione PD-Sel ha già eletto un Presidente della Camera (Sel) ed un Presidente del Senato (PD). 
Vorrebbe la Presidenza del Consiglio con i voti del Pdl. 
Vorrebbe tutti i ministri ... e vorrebbero pure il Presidente della Repubblica. 
In cambio Bersani cederebbe la presidenza della Commissione per le riforme. 
Capirai! Con il premio di maggioranza alla Camera e la composizione percentuale rispetto ai gruppi parlamentari, sarebbe solo un ostaggio. 
Ma che voto a San Pietro e San luigi messi assieme ha fatto il Pdl per doversi sottoporre a tanta penitenza? 
E che garanzie avrebbe su un programma di governo condiviso? 
Quali sulla trasparenza? 
Quali sui controlli? 
Quali sulle riforme? 
Quali garanzie su un leale percorso parlamentare nell'interesse dell'Italia, compresa la gestione corretta della Giustizia? 
Il PD e la sinistra controllano già il CSM, controllano la Tv di Stato, hanno i giornali dalla loro parte per il 90%. 
Ma Bersani la finisca di ... emaculare maculatos! 
Si accontenti che i Pdl sono cosa diversa dai grillini e che non lo abbiano ancora mandato a fanc... 
Allora caro Migliore o si fa un governo politico in cui responsabilmente si affrontino i problemi del Paese, un governo che sia creato sull'equilibrio delle responsabilità e della pari dignità o andiamo dinanzi agli elettori a dire che a sinistra voi non siete stati capaci di uscire dagli steccati ideologici e dalla vostra prepotente presunzione. 
Tutto deve avvenire alla luce del sole. Senza buffonate...di uscire dall'aula per far calare il quorum. Forse non l'ha capito che è tempo di responsabilità e non di furbate. 
Naturalmente se si fa un governo politico di responsabilità si devono rilasciare garanzie. E quale garanzia più naturale che quella di una responsabilità istituzionale da affiancare ad una altrettanto esecutiva? 
La soluzione, tra l'altro, garantirebbe una giusta alternanza, dopo 21 anni di gestione di parte della Presidenza della Repubblica. 
Migliore se vuole ... mi dica lei la lingua perché riesca a capirlo meglio. 
Posso anche dirglielo in dialetto barese così il suo capo lo capisce meglio. 
Vito Schepisi

27 marzo 2013

Eutanasia politica



Direi che la farsa sia durata anche troppo. Non abbiamo un governo da 3 anni, da quando Fini ha rotto gli indugi ed è passato dal sabotaggio mascherato, lento e continuo (il controcanto quotidiano) al sabotaggio evidente (la creazione di Fli ed il passaggio all’opposizione).
Gli storici ci faranno capire, se ci riusciranno per quanto è incredibile, come un uomo che aveva avuto successo, e che ne avrebbe beneficiato ancora per lungo, si sia potuto suicidare politicamente in questo modo così indecoroso e banale. Resta e forse rimarrà un mistero capire come sia stato possibile ribaltare le radici, la storia, i riferimenti e persino i debiti di gratitudine per chi era stato tratto fuori dall’emarginazione politica.
Il suicidio politico è una costante in Italia.
In questa fase, l’attualità si sofferma sul suicidio politico di super Mario Monti, colui che, a suo dire, è stato il “salvatore” dell’Italia. “Mario Monti politiquement mort pour l'Europe” è il titolo di ieri dell’autorevole giornale francese “Le Monde”.
La premessa è doverosa: il bocconiano ha un “ego” accentuato. Anche in questo caso ha fatto tutto da solo. Si può solo dire che sia stato aiutato da chi l’ha lasciato fare. La sua è stata un’eutanasia assistita, perché nessuno in democrazia può fare tutto da solo. Non sarebbe stato possibile senza il consenso del Parlamento e delle Istituzioni. I suoi errori, tutti, hanno trovato un colpevole sostegno. A volte anche largo. Per colpa, per dolo, per necessità, per responsabilità, per convenienza, per opportunità, per mancanza di coraggio, per nobili o meno motivi, in troppi e per troppo l’hanno lasciato fare e in troppi e in troppe circostanze l’hanno usato.
La fine di Monti è incominciata da subito. E’ iniziata da quando, con il suo piglio eurocrate, ha pensato di far pagare alla povera gente il conto dell’incapacità della politica italiana di governare l’Italia con il necessario rigore. Il Professore, cavalcando ciò che ha di suo, il suo freddo cinismo, ha fatto ciò che ha ritenuto più facile fare. Come l’uovo di Colombo. Ha colpito le famiglie. Ha colpito gli italiani con l’IMU sulla prima casa ed i lavoratori dipendenti con l’allungamento a 70 anni per l’età pensionabile, invece che colpire gli sprechi, i privilegi, gli abusi e la spesa pubblica.
L’altro suicidio annunciato è quello di Pierluigi Bersani che, esaurita la sua scorta di espressioni gergali sui leopardi e sulle bambole, senza una maggioranza, per averla persa per strada in una competizione elettorale surreale, condotta sul vuoto assoluto di proposte e d’idee, si è trovato dinanzi alla necessità di dover ragionare e magari di dover trarre qualche idea, possibilmente lontano da un boccale di birra. Non c’è verso, però, per Bersani! E’ come pretendere di far volare un asino o di far dire qualcosa d’intelligente a Buttiglione. Troppo difficile! Diceva di se d’essere l’usato sicuro, ma sarà quanto prima rottamato anche lui come un vecchio e inaffidabile catorcio.
C’è da essere preoccupati, però, perché l’Italia avrebbe bisogno di un governo solido e stabile in una fase molto difficile. La recessione che nelle previsioni ufficiali per l’anno in corso è data all’1,7%, viaggia invece verso il 2,9%. Il debito pubblico aumenta. La disoccupazione cresce. Al sud la ricerca di lavoro dei giovani ha assunto le stesse percentuali di successo di un terno al Lotto. La crisi si fa sentire. Le famiglie sono in difficoltà.
Nei paesi di civiltà democratica le forze politiche più responsabili avrebbero fatto prevalere il senso di responsabilità, trovando un largo accordo di governo per superare le emergenze, ma in Italia siamo in crisi politica anche per incapacità d’essere responsabili. C’è chi si crede furbo. Si sentono tutti Cavour. Bersani vorrebbe andare in Parlamento, senza una maggioranza, in balia degli umori.
Tutti superuomini in Italia! Basti dire che sono bastati 16 mesi di Monti per metterci contro tutti. Mentre il bocconiano si metteva sull’attenti dinanzi alla Merkel, tutti dall’India, agli Usa, ad Israele, alla Russia scrivevano il nome dell’Italia nel loro libro nero.
Abbiamo perso in un attimo i vantaggi di una diplomazia fatta di sorrisi, di buon senso, di strette di mano, di buoni contatti, di continuità e di reciproci impegni.
Stanno suicidando l’Italia.
Vito Schepisi 

16 marzo 2013

Il Bersani furioso


L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere “Contro un muro (ben segnalato)” traccia un quadro impietoso di Bersani e del suo PD, genuflessi dinanzi a Grillo. 
“I danni che il Pd ha inflitto a se stesso, per non parlare del Paese – sostiene Panebianco - sono già tanti. Nei giorni e nelle settimane che hanno seguito la «non vittoria» elettorale, il Pd è apparso preda di una sorta di cupio dissolvi”. 
Bersani e il PD sono perdenti per vocazione. Privi d’idee, vivono di fantasie e di rancori.
Bersani, per fumosità, assomiglia sempre più alla brutta copia di Vendola. E’ come l’uomo che deve dire “qualcosa di sinistra”, per forza, come nell’arcinota paranoia morettiana. 
Fatti loro? Si ma anche fatti nostri. 
In questa confusione, non si sa se sia di sinistra smacchiare giaguari e pettinare bambole, ma è l’unica cosa comprensibile che Bersani il furioso è riuscito a dire sinora. 
Il leader del PD è l’uomo che si attorciglia attorno agli assiomi, è l’uomo che, mentre parla di discriminazione di genere e dei diritti dei meno fortunati, cittadinanze e unioni civili sopra ogni cosa, si arruffiana con collaudati finanzieri, con saccheggiatori di banche e con sperperatori di pubblico denaro. 
Il PD è un’associazione nata per la gestione del potere (la tessera numero uno è di De Benedetti) che, avvolta nelle sue contraddizioni, si mostra incapace di rappresentare una scelta di governo. 
Chiamati ad assumere un’iniziativa, forti di uno 0,36% di voti in più alla Camera, sufficienti ad ottenere un consistente premio di maggioranza alla Camera (26% di seggi in più), tale da far raddoppiare la loro rappresentanza parlamentare, Bersani e il PD si trascinano sulla eco di una campagna elettorale nervosa, in bilico tra l’usato sicuro ed il timbro d’autenticità della matrice antiberlusconiana. 
Troppo poco per dire qualcosa di nuovo, ma tanto per essere fuori dai tempi. 
Oltre al solito pregiudizio contro Berlusconi, hanno solo saputo annunciare, sicuri della vittoria, tra i primi provvedimenti parlamentari, gli interventi a favore dei “diversi” e la cittadinanza agli extracomunitari dopo 5 anni. Anche sul ruolo svolto da Monti, e sulle scelte del suo governo, le contraddizioni del PD non sono mancate. I primi apprezzamenti si sono subito trasformati in critiche, puntualizzazioni e carenze. 
Per il PD, Monti ha fatto bene solo perché ha disarcionato Berlusconi. E poi basta. Hanno chiesto voti agli elettori per proseguire direttamente la guida politica del governo e per porre rimedio all’allarme sociale che loro stessi, in silenzio, avevano consentito che si alimentasse.
Poco credibile, quasi scontato. 
I PD sembrano giocatori delle tre carte: Vendola di qua, Monti di là. Carta che vince e carta che perde. Monti che sostiene di aver salvato l’Italia, Vendola che l’accusa d’averla affossata. Perse e vinte nello stesso tempo le elezioni, cosa che può riuscire solo a politici e partiti come Bersani ed il PD, il premier azzoppato rincorre Grillo, l’antieuropeo, l’antisistema, l’anti tutto, l’anticamera di un nuovo orrore. 
Monti invece ora si propone, sua sponte, per la Presidenza del Senato. 
Senatore a vita per nomina, senza neanche essersi messo in discussione e con il suo scarso consenso elettorale. Da non credere: un “ego” incredibile! 
Non siamo messi bene in Italia! 
Bersani e Monti, insieme, con cinismo, hanno mortificato la povera gente, hanno prodotto disoccupazione, incentivato la recessione, creato disagi sociali, bloccato lo sviluppo e messo in ginocchio il Paese. 
Sia l’uno, che l’altro sono ancora là ad indignare il Paese. 
Meriterebbero un “Vaffa” grande quanto tutta la voragine dei conti del Monte de Paschi di Siena. 
Vito Schepisi

04 marzo 2013

Bersani è un perdente


E’ evidente che Bersani si debba togliere di mezzo. Le motivazioni sono tantissime, ma ne basterebbe solo una per comprenderne le ragioni.
Il leader della sinistra è un perdente. Non lo è per natura, non si nasce semplicemente perdenti. Lo è per un limite. E’ perdente perché non è capace di fare le scelte giuste e perché non ha l’elasticità per comprendere le situazioni e tradurle a proprio vantaggio.
Un leader deve essere prudente ed avere buon senso. Deve saper capire quando fermarsi. Bersani, invece, è un umorale per indole. Ha quei modi da retrobottega di bar, dove è più facile lasciarsi andare nei detti popolari, tra un bicchiere di birra e l’altro.
Voleva fare il premier ad ogni costo. Pensava d’aver le carte buone, e le ha giocate sbattendole sul tavolo con beffarda arroganza, come nei retrobottega di un bar della sua natia Bettola.
Cinico. Tra le sue colpe c’è anche quella di aver soffiato sul fuoco della crisi recessiva mondiale. Ha provato, riuscendoci, a mettere in difficoltà il Paese quando, per superare le turbolenze, l’Italia, con le sue difficoltà finanziarie, aveva bisogno di fiducia e di compattezza.
L’obiettivo era di far cadere il governo in carica, costasse quel che poi è costato all’Italia.
Ha bucato. Una legge elettorale, però, ora gli consente di far valere l’ultima occasione che ha. Messo da parte per lui tutto finirebbe qui: un altro arnese politico da rottamare.
E’ un politico al capolinea, però, incapace d’essere vincente. E’ l’uomo che ha perduto ciò che sembrava avesse già vinto. Un dramma per l’uomo Bersani, ma si è cacciato dentro da solo.
Alzare la voce ora, con lo 0,36% di voti in più sul suo avversario Berlusconi, dopo essere stato in vantaggio di oltre 20 punti nei sondaggi, rasenta il ridicolo. In un paio di mesi, Bersani ha perso dal 10 al 12% di voti, mentre il suo avversario ne ha guadagnati altrettanti. Una disfatta.
Ora corre come un disperato dietro a Grillo che, invece si fa beffe di lui.
Un giorno si e l’altro ancora Bersani chiedeva a Berlusconi di dimettersi, facendone un tormentone, quasi fosse un mantra del suo pensiero.  Si sentiva vincente sui problemi degli altri, confortato dai sondaggi che vedevano il Pdl, dopo lo strappo di Fini, dilaniato ed in caduta libera. Troppo poco per chi pretende d’essere premier. Bisogna avere idee per farlo.
Gli elettori di centrodestra non sono militanti da zoccolo duro, come quello che mantiene il PD fermo al suo 25%. Dinanzi alle buffonate e ai litigi, a destra non si soffermano a pensare di chi sia la colpa. S’incazzano e basta e, per bene che vada, non vanno a votare. Quando va male, invece, riversano i loro consensi sui partiti che più alzano la voce e che fanno casino.
Ne ha beneficiato Grillo. Il comico ha raccolto la reazione di chi si è sentito tradito e di chi pensa che il modo migliore sia quello di mandare tutto in malora, come se in questo bistrattato Paese non si debba realizzare il loro futuro e quello dei figli e nipoti.
Sulla disfatta del Pdl, Bersani aveva programmato la vittoria. Senza idee, ha fatto campagna elettorale solo sulla “guerra” al Pdl.  Appiattito sul disastro di Monti, benché con il PD diviso nelle primarie con Renzi, Bersani pensava di vincere facile.
Non aveva più bisogno dell’inaffidabile Di Pietro, fatto dissolvere in tv sulla storia delle case già nota da anni. Anche il traballante livello morale dell’Idv era noto prima del caso Maruccio.  Bersani non voleva altri gruppi della sinistra. Per assicurarsi il Senato aveva provato accordi sottobanco con Ingroia, senza riuscirci. Si sentiva vincente e voleva il controllo di tutto, premio di maggioranza compreso, dopo aver impedito ogni modifica del “porcellum”.
Senza fare i conti con gli elettori, Bersani, aveva programmato le cose, come le campagne del grano russo durante il regime sovietico. Teneva aperto il dialogo con Monti, per legittimare il suo Governo. Teneva a distanza Fini e Casini, due volpi, già usate contro Berlusconi.
Li ha trascinati tutti nel baratro, però. Il terzo polo ha rischiato di scomparire. Il solo Monti si è salvato per il rotto della cuffia, sostenuto dall’Europa, dalle banche, dalla finanza e dai media, a spese dei suoi compagni di viaggio cancellati o quasi dal palcoscenico politico.
Vito Schepisi

26 febbraio 2013

Niente giochi. Si faccia ciò che vuole il Paese



Ora non si facciano giochi.
Il PD ha avuto un vantaggio sul Pdl dello 0,36% alla Camera.
Ha 340 deputati, come aveva sperato ostacolando la riforma del “porcellum”.
Alla Camera ha il 55% dei seggi.
Al Senato, però, il gioco non gli è riuscito ed è minoranza.
Sono dati di cui Bersani deve tener conto. Sappia, però che oltre il 70% degli elettori italiani non ha fiducia nel PD.
Bersani è ben lontano dal 50% più un voto che in democrazia legittima.
Il porcellum, pensato per un sistema bipolare, diventa perverso in un quadro politico frastagliato.
Fatte queste premesse bisogna riflettere sull'incarico.
Due le scuole di pensiero:
- incarico al partito più votato (vigeva con il sistema proporzionale);
- incarico alla coalizione più votata (più consono al sistema bipolare).
Prevarrà l'incarico a Bersani. E forse è bene che sia così. Potrà scegliere per una soluzione di pacificazione nazionale. Non venga, però, a dire che ha vinto qualcosa, perché non ha vinto niente. Vedremo se il PD saprà uscire dall’idea della catena di montaggio che si snoda sul territorio nazionale e che produce appalti, posti di comando e gestione del potere.
La cosa più importante è il programma di governo. Butti quello farlocco che ha. Per avere i voti del Parlamento deve partire dalle riforme condivise: la riforma dello Stato, ad esempio.
La seconda parte della nostra Costituzione non consente la governabilità e mortifica il principio costituzionale della sovranità popolare. Perché non pensare di far lavorare il Parlamento alle modifiche dell'assetto rappresentativo dello Stato? Magari non proprio democrazia diretta, come vorrebbe Grillo, ma sistemi che rendano attuabili le indicazioni degli elettori.
Il taglio dei parlamentari farebbe felice tutti gli italiani. Ed ancor di più lo sarebbero se si tagliasse una camera, cosa che potrebbe trovare attuazione con la riforma delle autonomie locali, creando un consiglio nazionale delle autonomie composto dalle rappresentanze degli eletti nelle regioni. Anche le prerogative della Presidenza del Consiglio, per rendere più snelli i provvedimenti del Governo, senza ridurre i rapporti di fiducia con il Parlamento, andrebbero riviste.
Tutti lamentano il peso della burocrazia sui cittadini e sulle attività economiche. Se il limite è la legalità, è anche possibile farla rispettare, senza vessazioni e senza atteggiamenti da stato di polizia.
I privilegi e gli abusi sono le cose che più irritano. Bisogna tagliare e stroncare le caste. Non si possono vedere, mentre il popolo è in difficoltà, doppi stipendi, doppie pensioni e vitalizi ottenuti senza contribuzione.
L’ordinamento giudiziario italiano è fanalino di coda nel mondo per efficienza. Bisogna riformarlo. Non è giusto, però, che quando se ne parla provino ad arrestare qualcuno per strozzargli la voce.
Trovare su queste cose in Parlamento una maggioranza che s’impegni a risolverle in 6 mesi non dovrebbe essere difficile. Subito, invece, sarebbe da ricercare una maggioranza che abbatta l'IMU sulla prima casa. Le risorse siano ricercate nel taglio delle spese dello Stato. Di economie ce ne sarebbero tantissime da fare. E’ più giusto tagliare privilegi, ritrovare la fiducia delle famiglie, spingere sui consumi con l’allargamento dei redditi, frenare la chiusura delle piccole attività commerciali, anziché tutelare redditi e spese improponibili di manager e di alti funzionari dello Stato, senza dimenticare la RAI, le cui spese sono un pugno sugli occhi della povera gente.
Si provveda ad aumentare con urgenza le pensioni minime, oggi al di sotto di 500 euro.
Anche nelle imprese commerciali i privilegi non devono più esistere. Si pensi alle cooperative che svolgono attività d’impresa e che godono di privilegi fiscali. E che dire della pressione fiscale? Con il carico di tasse che si ha in Italia non ci può essere impresa e sviluppo.
L’Italia, infine, deve ritornare ad essere una parte importante dell’Europa, senza che sul suo territorio sconfinino i moralismi interessati di burocrati senz’anima.
Il Parlamento ritrovi la sua unità per guidare la resistenza dei paesi dell’area mediterranea contro la politica del rigore che sta distruggendo il bel “sogno” liberale dell’Europa unita.
Bersani si faccia avere l’incarico e vada in Parlamento per parlare agli italiani. Se sarà sincero e se parlerà puntando al cuore dell’Italia potrà governare.
In caso contrario tutto sarà molto difficile.
Vito Schepisi