Visualizzazione post con etichetta europa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta europa. Mostra tutti i post

29 aprile 2017

Messi male, anzi malissimo



Cinque regioni italiane, tutte del mezzogiorno (nell'ordine: Calabria col 23,2%; Sicilia, col 22,1%; Campania, col 20,4%; Puglia, col 19,4%; Sardegna, col 17,3%) hanno fatto registrare nel 2016 un tasso di disoccupazione superiore al doppio della media europea dell' 8,6%.

Strano che questa notizia - così rilevante per le riflessioni su quanto siano state fallaci le politiche per lo sviluppo economico, da Monti in su, e quanto siano stati mal utilizzati gli incentivi dei fondi europei per riequilibrare alle medie dell'Unione le aeree disagiate - non sia stata diffusa con la dovuta rilevanza sui giornali e nei TG, così attenti invece a registrare ogni fil d'alito che passa dalle bocche del serraglio PD.
Si parla sempre di colmare il divario Nord Sud, ma con questi dati, il divario cresce.
Si continua, invece, a pagare a peso d'oro manager pubblici, iperburocrati, pensionati stellari, intoccabili in toga, servi e guitti televisivi.

Non è che le altre regioni italiane stiano tanto meglio, cosa che si percepisce anche a vista, nonostante i proclami del raggiunto benessere della flottiglia dei traghettatori di chiacchiere, che ci ritroviamo in contemporanea alla flottiglia dei traghettatori di immigrati che fanno la spola dall'Africa all'Italia, arricchendo le mafie e le organizzazioni che gestiscono l'accoglienza.
Gli extracomunitari cercano lavoro in Italia (negli altri paesi europei hanno chiuso le frontiere ed eretto muri). Un lavoro che invece non c'è.

L'Italia è in gravi difficoltà.
Non solo il debito pubblico aumenta, ma sono le imprese italiane che sono in difficoltà: non assumono, licenziano. Gli investimenti sono fermi e tutto ciò che una volta era l'orgoglio del Paese, i suoi marchi e la sua qualità, è passato in altre mani. La grande industria ha delocalizzato la produzione, tra qualche giorno anche l'Alitalia rischierà di saltare, e nel contempo le città si popolano di immigrati che si arrangiano in tante maniere, non sempre lecite e non sempre tollerabili.

Siamo messi mali.
Aumenta tutto: il debito, la disoccupazione, le tasse, gli immigrati da mantenere, i disagi, il degrado, la sporcizia, il costo della vita, le tariffe. Diminuiscono invece le imprese, gli investimenti, i servizi ai cittadini, i redditi, la spesa sociale, il lavoro e il tasso di natalità degli italiani.

Tra le regioni con la disoccupazione che supera il doppio della media europea c'è anche la Puglia, una volta la California del sud. La Puglia "migliore" di Niki Vendola e di Emiliano, piegata sui suoi fallimenti, con il 19,4% di disoccupazione generale e con quella giovanile che supera il 60%.
Una catastrofe!
Un fallimento costruito su scandali, abusi, miopie e altre narrazioni, ma la Puglia in compenso (sic!) ha un festival del Cinema (a spese dei pugliesi) che non si fila nessuno, lasciato in eredità da Vendola, assieme ad una foresta di pale eoliche su cui mai nessuno (per sapere quanto sono costate, chi ha pagato e chi guadagna) ha messo il naso, tanto meno sui business che ha sviluppato.
La Calabria, la Sicilia, la Campania e la Sardegna, tutte con un tasso di disoccupazione che ha doppiato la media europea, hanno altri problemi che girano attorno alle stesse questioni e agli stessi profili politici.

In Italia si è persino scoperto che sono le ONG, finanziate anche dal Governo, che fanno la spola per trasportare sempre più immigrati in Italia.
Tutto a spese del contribuente.
Santo lo devono fare! Santo subito! San Contribuente, con una manifestazione religiosa alla presenza di Papa Francesco in Piazza San Pietro, e una manifestazione civile in Piazza Colonna con l’intitolazione di una statua da porre dinanzi a Palazzo Chigi, con Matteo Renzi padrino e Maria Elena Boschi madrina che tirano giù il drappo tricolore, scoprendo la statua del contribuente italiano, nudo, come l'Aretino Pietro, con una mano davanti e l'altra dietro.

Nel 2017 sono previsti 250.000 nuovi immigrati in Italia.
E' come se alle città italiane se ne aggiungesse un'altra della grandezza di Verona che è la dodicesima per numero di abitanti.

Per il futuro che sta diventando sempre più presente, c'è chi avrà pensato all'Italia come ad un enorme campo profughi europeo. Una nuova lucida follia neonazista, con la regia dei flaccidi euroburocrati, deve aver pensato all’Italia come al Paese ideale per un grande ghetto: di fronte ai luoghi di partenza dell'Africa; circondato dal mare e chiuso da una fitta catena montuosa. Ci sarà anche chi attingerà per la manodopera a basso costo.
E un domani, se dovessero sorgere problemi, la Germania per tutti penserà al da farsi, ha esperienza, forse suggerirà la decimazione, l'asfissia col gas, l'annientamento, italiani sopravvissuti compresi.
 Vito Schepisi

08 luglio 2015

Europa, Grecia, Italia ... un'Unione senza ideali


Troppi entusiasmi, troppi equivoci, troppa confusione. Il referendum di domenica in Grecia è stato un inutile passaggio. Ci ha rilasciato un responso scontato. Non ha risolto niente. E’ servito solo a Tsipras e al suo funambolico ex ministro dell’Economia Varoufakis per dribblare l’ostacolo della scelta. Una furbizia, insomma.
Nessuno, neanche a referendum passato, ci ha saputo dire contro cosa o per che cosa si votava. Le cose sono rimaste esattamente come prima, con in più qualche miliardo di Euro sprecato in perdite di capitalizzazione dei mercati azionari, con qualche miliardo ancora di Euro persi per l’aumento dei costi degli interessi sui debiti sovrani (della Grecia compresi). 
Dicono che Tsipras (la sinistra) abbia vinto perché si è schierato per il “NO” (61% dei voti).
La stessa cosa, però, ha fatto l’estrema destra di Alba Dorata.
Ma ha vinto cosa? Ma per cosa si votata? Non lo sappiamo in Italia, e ci può anche stare, ma non lo sapevano neanche gli elettori e non lo rivelavano gli organi d’informazione della Grecia. Si sapeva che il premier greco si era schierato per il “NO” e che dalla sua parte stavano tutti i movimenti della sinistra e della destra alternativa in Grecia ed in Europa (Grillo, Salvini e Meloni compresi), mentre per il SI era schierata la Merkel e un po’ tutti i governi ed i partiti di maggioranza d’Europa (Renzi e PD compresi).
Al “NO” o al “SI” non era collegata, però, nessuna precisa scelta.  Non c’era la bocciatura o l’approvazione di una precisa proposta.
In soldoni, il quesito referendario greco poneva agli elettori la seguente domanda: siete d’accordo a pagare i debiti del vostro paese?
La risposta è sembrata persino scontata. I greci, infatti, in gran quantità hanno risposto di no.
Questa vicenda nel suo insieme, però, deve far riflettere. Questa Europa è rimasta senza idee. Un progetto di unione che ha perso per strada la coscienza d’esser stato pensato e voluto per i popoli liberi europei. L’Europa che passa dall’unione dei popoli a quella burocratica delle banche e dei “club” riservati ha clamorosamente fallito il suo scopo.
La Comunità Europea non fa naufragio solo nel Mediterraneo, facendo prevalere gli egoismi e le furbizie di quanti, elargendo qualche elemosina, si lavano le mani dai problemi dell’accoglienza e della solidarietà. Sta naufragando nel suo significato politico. Si è disperso il sogno di quanti pensavano al coronamento di una storia di sofferenze e di sacrifici per quei popoli che avevano lottato per la libertà, per l’indipendenza e per la democrazia. 
L’oppressione dei regimi autoritari, sostituita dall’oppressione delle lobbies finanziarie non è la soluzione per  il futuro di una società  libera che sottoscrive il trattato di Schengen.
Ha fallito l’Europa dei popoli che voleva vincere i bisogni, che voleva affrontare questioni importanti come l’alimentazione e l’ambiente, che voleva esportare cultura e solidarietà, dialogare con civiltà differenti, affermare i valori della libertà e della dignità umana, assicurare benessere, tutele e sicurezza, impegnarsi a stabilire con responsabilità e autonomia le scelte politiche del mondo.

La fierezza di far parte del popolo europeo al momento non esiste. Forse non è mai esistita, perché in Europa sono emerse mentalità e sensibilità diverse, perché sono comparsi interessi diversi. Forse anche culture diverse. Non esiste un riferimento a una comune radice, per quanto si sia provato nell’atto costitutivo europeo a farla risalire a quella giudaico-cristiana.
Se si pensasse agli USA e alla sua moneta, Il Dollaro, su cui domina la scritta “In God We Trust” forse la risposta arriva da sola.

Vito Schepisi
EPolis 8 luglio 2015

08 luglio 2014

La nostra flessibilità sono le riforme



Si discute tantissimo, anche in Europa, di cosa abbia bisogno l'Italia. Naturalmente ci vogliono le riforme, perché un Paese vecchio che gira attorno alle mura altissime del fortilizio della burocrazia non aiuta la ripresa. 
Le “riforme” sono come il toccasana che risolve tutto. I politici quando non hanno niente da dire parlano genericamente delle riforme da fare.  Ma queste riforme che tutti vogliono e che tutti chiedono poi si insabbiano nella cenere degli incendi che le bruciano. Basterebbe osservare chi appicca il fuoco per capire chi non le vuole. Ma non è neanche così facile.
Incendiando la politica si favoriscono le lobbies e si sostengono le caste e si creano  i nuovi strumenti in mano ai  gattopardi della politica. L’araba fenice in Italia nasce proprio dalle ceneri di una “guerra tra bande” che dura ormai da troppo tempo. Le conseguenze sono che la brutta politica ci restituisce solo l’Italia che non ci piace.
Se l’Europa da una parte ci nega la flessibilità, ci suggerisce dall’altra che basterebbe inoltrarsi sulla strada delle riforme per rendere meno rigido il “nein” della Merkel o i moniti del Presidente della Bundesbank Weidemann che, come una eco al Capogruppo del PPE Weber, ha sostenuto che “fare più debiti non è il presupposto della crescita”.
E come dargli torto!?
Il fatto è che le riforme che contano possono avere effetto strutturale sui conti dell’Italia in tempi medio lunghi, diciamo 36 mesi. Nel frattempo occorre quella flessibilità che consenta al Paese di portare a termine il ciclo dei cambiamenti senza troppi ostacoli. Purché sia questo il percorso e purché si facciamo le vere riforme.
Si prenda quella del sistema fiscale. Perché sia rivoluzionaria e perché garantisca la riduzione delle aliquote, e affinché serva ad abbattere l’evasione, occorre poter mettere in preventivo un minor gettito iniziale. 
Pagare le tasse deve essere un dovere sentito da tutti. Ma deve venir meno l’idea che le tasse siano una ingiusta rapina. Le analisi della CGIA di Mestre hanno calcolato in 140/150 miliardi di Euro il mancato gettito dovuto all’evasione. E’ una cifra enorme. 
La disoccupazione giovanile sta diventando un dramma italiano. E’ una mina sociale che può esplodere da un momento all’altro. L’intervento sulle pensioni Monti-Fornero del 2012 è stato un modo cinico e selvaggio di affrontare il debito previdenziale del Paese. La questione ora andrebbe di nuovo affrontata. Occorre un patto sociale tra generazioni, cominciando col mettere un po’ di naftalina sull’inasprimento delle anzianità pensionabili. Non si può ritardare ancora l’ingresso nel mondo del lavoro delle nuove generazioni. Se si sostituissero i più anziani con i giovani, oltre ad assicurare benefici produttivi, si scongiurerebbe il pericolo di una involuzione sociale perché i giovani che non trovano lavoro non possono mettere su nuove famiglie. Il 43% della disoccupazione giovanile non può essere più tollerabile: costituisce una potenzialità inespressa. Tener fuori una forza lavoro di queste dimensioni, con le implicazioni che si hanno sulla domanda, sta trascinando l’italia  in una spirale recessiva senza fine. 
Le riforme da fare sono tante e sono tutte urgenti: si pensi a quella dello Stato, a quella della Giustizia, oltre a quelle che abbiamo citato del fisco e del welfare. La modernizzazione del Paese e la velocità delle realizzazioni possono essere il punto di partenza per ottenere: il taglio della burocrazia parassitaria; la diminuzione dei costi di esercizio della spesa pubblica; la velocità di circolazione delle risorse economiche. 
Anche il tempo è danaro, la velocità  delle decisioni e delle realizzazioni crea di per se ricchezza. Mentre negli altri paesi la velocità è diventata una condizione di competitività,  l’Italia è lenta e resta indietro.
Vito Schepisi

Su EPolis dell'8 luglio 2014

26 febbraio 2013

Niente giochi. Si faccia ciò che vuole il Paese



Ora non si facciano giochi.
Il PD ha avuto un vantaggio sul Pdl dello 0,36% alla Camera.
Ha 340 deputati, come aveva sperato ostacolando la riforma del “porcellum”.
Alla Camera ha il 55% dei seggi.
Al Senato, però, il gioco non gli è riuscito ed è minoranza.
Sono dati di cui Bersani deve tener conto. Sappia, però che oltre il 70% degli elettori italiani non ha fiducia nel PD.
Bersani è ben lontano dal 50% più un voto che in democrazia legittima.
Il porcellum, pensato per un sistema bipolare, diventa perverso in un quadro politico frastagliato.
Fatte queste premesse bisogna riflettere sull'incarico.
Due le scuole di pensiero:
- incarico al partito più votato (vigeva con il sistema proporzionale);
- incarico alla coalizione più votata (più consono al sistema bipolare).
Prevarrà l'incarico a Bersani. E forse è bene che sia così. Potrà scegliere per una soluzione di pacificazione nazionale. Non venga, però, a dire che ha vinto qualcosa, perché non ha vinto niente. Vedremo se il PD saprà uscire dall’idea della catena di montaggio che si snoda sul territorio nazionale e che produce appalti, posti di comando e gestione del potere.
La cosa più importante è il programma di governo. Butti quello farlocco che ha. Per avere i voti del Parlamento deve partire dalle riforme condivise: la riforma dello Stato, ad esempio.
La seconda parte della nostra Costituzione non consente la governabilità e mortifica il principio costituzionale della sovranità popolare. Perché non pensare di far lavorare il Parlamento alle modifiche dell'assetto rappresentativo dello Stato? Magari non proprio democrazia diretta, come vorrebbe Grillo, ma sistemi che rendano attuabili le indicazioni degli elettori.
Il taglio dei parlamentari farebbe felice tutti gli italiani. Ed ancor di più lo sarebbero se si tagliasse una camera, cosa che potrebbe trovare attuazione con la riforma delle autonomie locali, creando un consiglio nazionale delle autonomie composto dalle rappresentanze degli eletti nelle regioni. Anche le prerogative della Presidenza del Consiglio, per rendere più snelli i provvedimenti del Governo, senza ridurre i rapporti di fiducia con il Parlamento, andrebbero riviste.
Tutti lamentano il peso della burocrazia sui cittadini e sulle attività economiche. Se il limite è la legalità, è anche possibile farla rispettare, senza vessazioni e senza atteggiamenti da stato di polizia.
I privilegi e gli abusi sono le cose che più irritano. Bisogna tagliare e stroncare le caste. Non si possono vedere, mentre il popolo è in difficoltà, doppi stipendi, doppie pensioni e vitalizi ottenuti senza contribuzione.
L’ordinamento giudiziario italiano è fanalino di coda nel mondo per efficienza. Bisogna riformarlo. Non è giusto, però, che quando se ne parla provino ad arrestare qualcuno per strozzargli la voce.
Trovare su queste cose in Parlamento una maggioranza che s’impegni a risolverle in 6 mesi non dovrebbe essere difficile. Subito, invece, sarebbe da ricercare una maggioranza che abbatta l'IMU sulla prima casa. Le risorse siano ricercate nel taglio delle spese dello Stato. Di economie ce ne sarebbero tantissime da fare. E’ più giusto tagliare privilegi, ritrovare la fiducia delle famiglie, spingere sui consumi con l’allargamento dei redditi, frenare la chiusura delle piccole attività commerciali, anziché tutelare redditi e spese improponibili di manager e di alti funzionari dello Stato, senza dimenticare la RAI, le cui spese sono un pugno sugli occhi della povera gente.
Si provveda ad aumentare con urgenza le pensioni minime, oggi al di sotto di 500 euro.
Anche nelle imprese commerciali i privilegi non devono più esistere. Si pensi alle cooperative che svolgono attività d’impresa e che godono di privilegi fiscali. E che dire della pressione fiscale? Con il carico di tasse che si ha in Italia non ci può essere impresa e sviluppo.
L’Italia, infine, deve ritornare ad essere una parte importante dell’Europa, senza che sul suo territorio sconfinino i moralismi interessati di burocrati senz’anima.
Il Parlamento ritrovi la sua unità per guidare la resistenza dei paesi dell’area mediterranea contro la politica del rigore che sta distruggendo il bel “sogno” liberale dell’Europa unita.
Bersani si faccia avere l’incarico e vada in Parlamento per parlare agli italiani. Se sarà sincero e se parlerà puntando al cuore dell’Italia potrà governare.
In caso contrario tutto sarà molto difficile.
Vito Schepisi



18 gennaio 2013

Europa senz'anima

Finalmente c’è chi si dice disposto a ridiscutere le regole dell’Unione Europea. Non è l’Italia di Monti, ma l’Inghilterra di Cameron. 
I britannici, fuori dall’Euro, mantengono una loro stabilità politica, con le istituzioni ben radicate, con saldi principi liberali sui diritti e le libertà, persino conservando il tipico conformismo dei popoli anglosassoni, con un’economia che non ne ha affatto risentito.
L'Inghilterra ha da sempre mal sopportato l'idea di sostituire il suo pragmatismo con la tipica e arcigna tecnocrazia europea, quella dei Monti, della Merkel e dei Van Rompuy, per capirci. Il Regno Unito non ha rinunciato alla sua sovranità in nome di propositi retorici e astratti. Non è, così, mai entrata nell’Europa dell’Euro, preferendo dal primo momento mantenere integra la sua autonomia dalle regole calate dall’alto da chi ha poi mostrato interesse a imporle a proprio vantaggio. Ed ha fatto bene! 
L’Italia avrebbe dovuto ritrovarsi sulla stessa lunghezza d’onda, ma aveva altri problemi. Non aveva una vera economia di mercato. C’era molto dirigismo e molto assistenzialismo e nessuna regola sulla spesa pubblica. 
L’Italia di oggi, però, dopo le esperienze fatte, moltissime negative per i nostri interessi, non mostra alcuna volontà di battersi per rifondare le ragioni e lo spirito dell’Unione Europea.
Quella inglese è un po’ l'idea dell'Europa dei popoli, quella che emerge dalla cultura illuminista di paesi che si ritrovano uniti attorno ai bisogni degli individui e della Nazione, piuttosto che a quelli dei poteri. 
E' questa l'Europa che anche l'Italia dovrebbe proporre e discutere, anziché quella della finanza e dei banchieri. Dovremmo volere un'Europa in cui ogni cittadino si senta protagonista di una storia comune: una Comunità in cui l'insieme sia la somma di tanti diritti e doveri divisi in modo equo tra tutti. Dovremmo volere un'Europa in cui i popoli si sentano parte di uno stesso progetto socio-politico da proporre agli altri paesi della Terra.
Quando è partito il comune disegno europeo – giova ricordare la Conferenza di Messina del 1955, voluta e sostenuta da Gaetano Martino – l’Italia, attestata sui principi liberali del tempo, aveva questo pensiero. 
In quegli anni, al sogno degli Stati Uniti d'Europa, si contrapponeva pregiudizialmente chi preferiva aggregazioni diverse, magari fatte di blocchi militari contrapposti. I fautori dell’europeismo retorico di oggi provengono dalla stessa area culturale che una volta puntava sull'internazionalismo popolare, credendo e battendosi arcignamente in e per questa scelta fino a un minuto prima della certificazione politica del suo fallimento. Sono gli stessi uomini - c’è chi è ancora in vita, come il nostro Presidente della Repubblica - sostenitori, un tempo, della visione squisitamente ideologica che voleva il mondo diviso in blocchi militarizzati contrapposti. 
La politica, purtroppo, non è fatta solo di grandi ideali e di progetti per le generazioni a venire, con lo sguardo diretto, principalmente, ai popoli, alle condizioni di vita futura, alle prospettive di pace e di crescita, alla conservazione del patrimonio di arte, di cultura e di tradizioni, all’identità e al sentimento nazionale, ma è fatta anche di calcoli meschini. C’è anche chi la politica la fa per mestiere e chi se ne fotte delle scelte libere dei popoli. 
E’ difficile, però, riconoscersi a lungo in questa Europa senza anima, tecnocratica, senza trasparenza e democrazia. Non può resistere a lungo una Comunità senza identità, senza un Atto costitutivo fondato sui principi della dignità e della libertà delle persone, sulla scelta della pace, su quella dell'integrazione dei popoli, delle lingue e delle tradizioni e sui diritti e doveri di tutti i cittadini europei. 
Vito Schepisi

01 dicembre 2011

L'Italia autocratica

Sta cambiando qualcosa, e ciò che appare non è confortante. La svolta voluta dal Presidente Napolitano, prima che i redditi, gli stipendi e le pensioni dei lavoratori, taglia qualcosa di più importante.
Agli occhi interessati di finanza e mercati, le fondamenta di un Paese appaiono meno fungibili, ma per i cittadini che non giocano in borsa e che non speculano sulle valute e sui titoli del debito pubblico ci sono principi molto più importanti, come quelli di libertà e di democrazia che restano ancora impressi nella nostra Costituzione.
Non si conoscono ancora nei dettagli i contenuti della manovra annunciata per il 5 dicembre prossimo dal nuovo Presidente del Consiglio Monti, ma si sa già che qualcosa sta cambiando. Ciò che appare chiaro è che, da qualche giorno, le decisioni prendono forma in luoghi del tutto diversi da quelli tipici di un sistema democratico. Da Bruxelles, ad esempio, non si arriva più con una valigia piena di impegni e di opportunità, ma con una cartellina che, come intestazione, porta scritto “prendere o lasciare” ed in cui è contenuta una lista di diktat.
Siamo dinanzi ad una svolta epocale. E’ doveroso, pertanto, rifletterci sopra. Dobbiamo farlo per registrare questa visibile nuova realtà, senza ignorare quanto sia altrettanto visibilmente pericolosa, come quella in cui le scelte per gli italiani le stanno facendo i burocrati ed i banchieri europei, non più i cittadini in libere elezioni.
Non c’è più neanche il confronto tra le diverse opzioni politiche. Questo Governo ha avuto la fiducia di quasi tutto il Parlamento, alla Camera e al Senato. Eccetto alcuni parlamentari che hanno dissentito a titolo personale, soprattutto per esprimere un malessere, e della Lega Nord che è passata all’opposizione, il Governo Monti ha avuto una fiducia larghissima ed è stato votato dalla destra, dal centro e dalla sinistra. Sulla carta gode di una maggioranza bulgara.
Ad occhio, c’è puzza di imbroglio!
Se la Conferenza di Messina del 1955 si fermò alla CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) con l’auspicio di voler camminare tanto per raggiungere quella comunione di intenti che aveva animato lo spirito europeista di uomini come De Gasperi, Einaudi, Gaetano Martino, Adenauer, senza dimenticare Giuseppe Mazzini, oggi quelli che sembrano esser stati alcuni pur timidi passi avanti in senso europeista, in verità si rivelano come il tipico procedere incerto di un passo avanti e due indietro.
E’ il fallimento dell’immagine di un’Europa che si voleva unita nelle decisioni importanti. Viene meno un Comunità che si auspicava adottasse una politica comune improntata al rilancio della plurimillenaria civiltà del Vecchio Continente. Manca, purtroppo, la consapevolezza di un ruolo. Nessuna comunità cresce senza che abbia uno scopo e senza un coincidente obiettivo di diffusa equità sociale. Dalle piccole alle grandi comunità è sempre così.
L’Europa è, se si prefigge di diventare un faro di civiltà, un riferimento per la pacifica convivenza civile, un modello di democrazia. Il vecchio Continente avrebbe da porsi come riferimento per tutti quegli uomini e quei popoli che mirano alla pace, alla solidarietà e alla cooperazione.
Come gli USA che, a torto o ragione, rappresentano nel mondo l’idea della libertà della gente oppressa, l’Europa doveva rappresentare, per i popoli che vanno dall’area mediterranea fino all’oriente, la nuova frontiera dell’equità sociale e dell’umanesimo. Doveva essere la traccia di un multiculturalismo che si apriva alla comprensione e alla solidarietà, in cui ogni paese si attribuiva il suo fardello di impegni.
E’ emersa, invece, l’Europa degli egoisti e dei furbi.
Sembriamo dei pazzi, vandali ed ubriachi che si divertono a distruggere tutto ciò che capita a tiro.
Questa che c’è, è l’Europa delle mezze tacche, degli uomini piccoli che con veti, spocchia, presunzione e prepotenza mettono con le spalle al muro gli stati che ne fanno parte, e piegano le ginocchia dei più deboli.
E’ la stessa Europa che finisce con il non avere più una sua moneta credibile. Una finta unione di paesi diversi per lingua e storia, permeabile agli spifferi della speculazione e cagionevole, tanto da costiparsi a tal punto da dover ricorrere a terapie d’urto, dinanzi alla poca avvedutezza di una protagonista che un giorno ebbe la brillante idea di disfarsi dei titoli di debito pubblico italiano dal portafoglio del suo Paese.
E l’Italia è la terza grandezza economica dell’Europa dell’Euro.
Questa è l’Europa che perde prestigio internazionale, mentre si piega dinanzi alla bolla speculativa di mercati e di banchieri, senza registrare alcuna lodevole e coraggiosa reazione dei suoi governanti. Questi sono uomini che si credono statisti e che si piegano agli eventi della speculazione, senza la capacità di reagire e di riprendere in mano il timone di comando per rimettere la nave in acque più navigabili.
La finanziaria italiana ora la faranno la speculazione ed i diktat della Bce, della Merkel e dell’Amministratore Delegato dell’autocratico primo Uomo del Quirinale.
La cura da cavallo ridurrà certamente l’affanno del Paese.
Ma a che prezzo?
Vito Schepisi

07 gennaio 2011

L'Europa e la nuova crisi del debito

L’economia è una scienza concreta che non può reggere dinanzi a banali e semplicistiche dinamiche ideologiche. Al contrario si può sostenere che siano proprio le ideologie che, scontrandosi con il realismo dei conti e dei mercati, mostrano la loro inutile rigidità.

Fatta questa premessa è bene che si provi a capire se sia possibile che le politiche economiche possano, invece, reggere, a diverse dinamiche sociali e politiche. All’uopo è opportuno immaginare sia i mutamenti dei riferimenti dei modelli sociali nelle dimensioni, nelle criticità e nelle finalità, e sia quelli di più ampio riferimento politico, nei termini, ad esempio, d’identità europea, e di univocità d’indirizzo (alleanze, patti, cooperazione).

Innanzitutto, possiamo provare a comprendere se una moneta unica per più paesi abbia anche riferimenti unici nei mercati, e verificare, altresì, se i singoli paesi europei abbiano politiche monetarie e finanziarie fungibili o, ancora, se alcuni ricorrano, ad artifizi di bilancio per rientrare nei confini di stabilità concordati.

In quest’ottica non possono che sorgere dubbi sul fatto che il Trattato di Maastricht sia solo una linea immaginaria il cui vero confine appare spesso sbiadito.

Nel nostro principale interesse conviene restringere il campo all’Europa, evitando di pensare all’inarrestabile globalismo dei mercati, spettro oramai di un prossimo conflitto economico-industriale che andrà a scuotere l’organizzazione sociale dei paesi più industrializzati. La questione Fiat e gli accordi di Pomigliano d’Arco e di Mirafiori sono solo le prime avvisaglie di una rivoluzione produttiva che interesserà ben presto tutti i paesi europei e tutti i settori industriali.

Il profilo del mondo, quanto prima, cambierà per la diversa velocità di penetrazione commerciale che si sta sviluppando tra un mondo, quello di cultura europea, spesso anche eccessivamente garantito, e un altro privo di stabilizzata cultura industriale che, orientato al bisogno, invece, contro ogni immaginazione, appare sempre più libero e sempre più svincolato da regole. Senza un cambio di rotta, la legge del contrappasso non risparmierà nessuno, e l’Europa, è bene ricordarlo, è il continente più esposto. Senza nuove misure, dovremmo preoccuparci sin da ora del ribaltamento tra la vecchia povertà e la nuova ricchezza. Gli strumenti della vecchia ricchezza, i pacchetti azionari, sono destinati a cambiare i riferimenti del loro possesso.

Per tornare all’Europa, chi ha pensato, come Prodi all’epoca della sua Presidenza della Commissione europea, che l’espansione territoriale dell’Europa potesse essere un segno di maggior peso e di più marcata influenza, l’ha fatto solo per accrescere il suo ruolo politico. Non tutti, infatti, hanno la statura di Khol e non tutti possono permettersi la sfida economica della Repubblica Federale Tedesca, nel 1990, di sobbarcarsi gli oneri economici della riunificazione delle due Germanie. Ciò che resta è che è stato consentito l’ingresso in Europa a una molteplicità di paesi più per ragioni ideologiche o per obiettivi strumentali, che non per accrescere la funzione e il peso politico della Comunità.

In Europa sono entrati paesi che, lenti nei processi di crescita, avevano bisogno di tutto e che, investiti dall’Euro, moneta strutturata su economie a ben diversa velocità, hanno trasferito, sulle popolazioni, i maggiori costi delle necessità di vita, e, sulla moneta europea, le debolezze delle loro traballanti strutture economiche. Per alcuni di questi paesi, la fine del capitalismo di stato, invece di aprire a nuove speranze, ha contribuito a porre dubbi e incertezze sul futuro, coinvolgendo nel pericolo l’intera Europa.

L’Europa mostra dunque tutte quelle debolezze che la rendono vulnerabile. Le ricette varate sono un po’ come l’aspirina che fa passare solo momentaneamente il dolore, senza incidere invece sulla malattia. Le economie industriali, chi più e chi meno, hanno puntato sul debito per accelerare lo sviluppo e per migliorare le strutture sociali. Le economie meno competitive hanno anch’esse puntato sul debito per alleviare il bisogno e ridurre il divario. Il debito è la costante, pertanto, ma è anche come la colonna di mercurio che misura la febbre, ed il grafico della temperatura è monitorato costantemente dalla speculazione finanziaria.

Se c’è un batterio che colpisce i diversi pazienti, è intelligente pensare di unire gli sforzi per trovare una cura comune. Se, ad esempio, per le infezioni servono gli antibiotici, anche per curare il debito serve la sua specifica medicina. In materia economica, per giunta, non c’è da inventarsi niente: la medicina è l’emissione di titoli di debito. C’è, allo scopo, una proposta italiana lanciata dal Ministro Tremonti consistente in uno strumento unico per tutti i paesi europei: gli Eurobond. Questi sarebbero titoli garantiti da tutti gli stati della Comunità, e strumenti con i quali fronteggiare tutti i tentativi di speculazione contro i paesi in difficoltà: non più, pertanto, l’uso di diversi provvedimenti, spesso tardivi, ma un solo strumento immediato valido per tutti.

Non ci sarebbe tempo da perdere!

Vito Schepisi

25 giugno 2010

Il miracolo italiano


Sottrarre risorse alla spesa, finanche per pagare i debiti contratti, produce inevitabilmente un effetto negativo sull’economia. I tagli vanno sempre fatti in modo progressivo e quando il traino della crescita assorbe, senza impatti improvvisi, la riduzione delle disponibilità. Non è un mistero che, riducendo le risorse da destinare ai consumi, si generi una contrazione della domanda e quindi minore sviluppo.
Ma se la Corte dei Conti rileva che sottrarre risorse da destinare ai consumi rallenta la crescita, lo fa perché svolge la sua funzione di controllo e di monitoraggio, ma occorre sempre che si crei l’equilibrio tra le entrate e le uscite dello Stato. E se il decreto finanziario del Governo serve per ricondurre il disavanzo d’esercizio nei limiti del dal Patto di Stabilità e Crescita di Maastricht, non ci possono essere ripensamenti. E’ necessario che i tagli si facciano, non ignorando finanche che debba esserci una doppia lettura per comprenderne l’utilità. I paesi europei, tutti, sono chiamati a ridurre il debito per rispondere all’aggressione speculativa sull’Euro e sulle borse europee. In questo contesto anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte.
L’Italia nel 2009 ha gestito la crisi in modo intelligente. Mentre la domanda subiva una brusca frenata, la produzione ristagnava, emergevano i licenziamenti e le famiglie avevano difficoltà a rifornirsi dei beni primari, ha evitato i tagli ed ha destinato più risorse alla spesa sociale, finanziando la cassa integrazione ed introducendo la sua estensione. Ha anche provato ad introdurre politiche di investimento e di crescita, come il Piano Casa, ad esempio, frenato dalla miopia politica della Conferenza delle Regioni.
Il ministro dell’Economia non si è mai affannato a rispondere alla obiezione, più polemica che concreta, dell’opposizione quando sosteneva che il Governo volesse nascondere la crisi. La crisi non è un oggetto che si può nascondere. Trae la sua sostanza sui dati. Le fonti dei dati sono diverse. Alcune sono orientate e di parte, ma le più sono puntuali ed oggettive e vanno dagli organismi internazionali agli uffici studi dei sindacati e della Confindustria. Ma se non si poteva nascondere la crisi, si poteva evitare di piangerci sopra. Il governo ha evitato di restare inerme o di inventarsi soluzioni demagogiche che avrebbero potuto condurre allo sfascio, come chiedeva Franceschini, ad esempio con il salario garantito a tutti i disoccupati.
Cosa valeva allora gridare alla crisi, se non per far crescere più panico di quello creatosi?
La recessione è una congiuntura che si sviluppa sulla sfiducia per il futuro. I consumatori rinviano o annullano le spese, le famiglie accantonano risorse augurandosi tempi migliori. Chi ha un bene da vendere deve ridurre le sue pretese. Chi ha scorte deve fare saldi o svenderle. Chi ha il magazzino vuoto riduce la quantità consueta negli ordinativi, privilegiando la politica della prudenza nella formazione delle scorte. Se cala la domanda, si verifica l’inverso del normale ciclo commerciale, quando le imprese riempiono i magazzini con l’intento sia di spuntare prezzi d’acquisto migliori e sia, per effetto degli aumenti di listino, di ricavare margini maggiori dalle vendite. Con la recessione emerge, invece, il timore di non vender, o di essere costretti a svendere il magazzino per rientrare dagli immobilizzi commerciali.
L’Italia è rimasta coinvolta dal fenomeno recessivo internazionale. Il nostro sistema bancario, infatti, aveva retto al crollo, partito negli USA, che aveva dato origine al panico. Tra i risparmiatori italiani e nei portafogli delle nostre banche non c’erano massicce presenze di quei titoli tossici che, altrove, avevano indotto i governi ad intervenire con massicci stanziamenti per evitare il tracollo di tutto il sistema.
Nessuna sottovalutazione della crisi, pertanto, e tanta attenzione che si è dimostrata ben posta, tanto che l’economia italiana già dai primi mesi del 2010 ha mostrato sintomi di crescita maggiori degli altri paesi europei e se le ultime stime vedono il Pil italiano ancora in ulteriore incremento.
E sempre l’Italia, nei giorni scorsi, con grande successo, ha insistito in Europa nel sostenere che per valutare l’esposizione debitoria di uno Stato debba essere considerato l’indebitamento complessivo di tutto il Paese. Sulla base di questo principio, si è stabilito che il debito pubblico italiano, sommato con il debito delle imprese e delle famiglie, non raggiungeva quelle punte di maggiore criticità nel confronto con gli altri paesi europei. Un successo non da poco se questa rivalutazione contribuirà ad innalzare gli indici di solvibilità del debito (rating), riducendo così il costo degli interessi per il collocamento dei titoli pubblici. Solo una riduzione del costo degli interessi dello 0, 50% , ad esempio, ci farebbe pagare circa 9 miliardi di Euro all’anno, un risparmio pari a più di un terzo della manovra e che non va ad incidere sui consumi.
Da Berlusconi e da questo Governo, l’Italia, però, si aspetta ancora di più. L’alta pressione fiscale frena gli investimenti e riduce le risorse delle famiglie. Il debito pubblico nel 2009 ci è costato circa 76 miliardi di interessi, tre volte la manovra su cui si discute. L’evasione fiscale pesa, secondo le ultime stime, per circa 125 miliardi di Euro. C’è una voragine di sprechi, fatti di lussi, abusi ed eccessi, che parte dal centro e si sviluppa nelle regioni e negli enti locali. Se Berlusconi e Tremonti riusciranno a fare anche questo miracolo, un domani la storia italiana ne imporrà la beatificazione.
Vito Schepisi

15 giugno 2010

Incontrarsi tra cent'anni


Tempo l’Occidente ce ne sta mettendo, ma lentamente scopre che il proprio sistema economico rischia di piegarsi e cadere a causa del dinamismo produttivo e delle iniziative commerciali di quei paesi che al loro interno sostengono tuttora il collettivismo economico. Cede per iniziativa di quei regimi che ancora guardano alle politiche di mercato come si guarderebbe alla bestia nera che può mettere a rischio il rigore marxista del capitalismo di stato.
I nuovi scenari coinvolgono da est, ad ovest, da sud a nord, nei due emisferi, l’intero pianeta. Limitiamoci, però, al destino del nostro Vecchio Continente.
Con il globalismo, tutta l’Europa è a rischio default. Se guardassimo alle delocalizzazioni delle produzioni, ci accorgeremmo che sono diventate il nuovo strumento delle economie aziendali. La Fiat con Pomigliano d’Arco, per l’Italia, ha lanciato alle controparti sociali la sua sfida alternativa. Il messaggio è chiaro: per investire servono impegno e certezze e se non è possibile trovarli in Italia, ci sono paesi che non aspettano altro. Quella dell’intesa su Pomigliano è la stessa Fiat che ha già delocalizzato impianti, operai, produzioni. Altre imprese italiane hanno già fatto la stessa cosa.
Gli altri aspetti delle criticità sono rappresentati dalla contraffazione sistematica dei prodotti di eccellenza che invadono gli stessi mercati d’origine. Non è più la questione del laboratorio clandestino in un sottoscala campano a falsificare design ed etichette, ma ci sono interi paesi che inondano i mercati e lo fanno in modo troppo spesso sommerso, senza regole e senza oneri. Anche i costi delle materie prime sono sottoposti al condizionamento dei cartelli delle multinazionali e dei paesi estrattori e sono in grado di sconvolgere il sistema di vita dei paesi con alti consumi.
L’economia europea è a rischio. Se le diverse tessere del puzzle trovassero chi fosse capace di comporle, e se questi s’accorgesse d’aver già acquisito il “know how” e d’essere in grado di sferrare un attacco massiccio ai mercati, inondandoli di prodotti a basso costo, già salterebbe tutta l’architettura economica dell’Europa. Salterebbe lo stato sociale, l’occupazione e tutta la filiera di trasformazione. Salterebbe, però, assieme al sistema industriale europeo, anche la democrazia.
Se non è ancora accaduto, è perché, fino ad ora, non conveniva a nessuno. I paesi della nuova economia globale non si sentono sufficientemente forti “politicamente”. La loro organizzazione industriale non esiste. Non è calcolabile l’impatto sociale: oggi, infatti, i loro popoli subiscono lo sfruttamento del capitalismo, in quanto il profitto sottrae l’intero valore aggiunto del sistema produttivo. A governare il globalismo c’è poi la mafia internazionale. Sono tutti questi gli elementi di valutazione che frenano la soluzione finale.
Tutti i fenomeni economico-produttivi, e non solo, hanno una ragione, un’origine ed una convenienza. Basterebbero quelle citate, ma c’è ancora una ragione su tutte: questi popoli non hanno i consumatori. Se non ci sono i consumatori, cioè le masse che hanno la possibilità economica di acquistare, saltano anche i presupposti del mercato. Questa può essere la vera ragione che frena il cambiamento. L’economia è una scienza fondamentalmente conservatrice e pone resistenza ai cambiamenti laddove c’è già un margine sufficiente di guadagno. Ed in questa avventura ci guadagnano già assai bene le multinazionali, i governi, gli apparati mafiosi e la finanza internazionale. Ci perdono solo i più deboli, paesi o cittadini che siano.
Le leggi di mercato sono inesorabili: quando c’è l’offerta, c’è bisogno che ci sia la domanda. Serve chi apre il portafoglio per acquistare. Servono quei paesi che hanno i supermercati pieni di massaie. Servono i popoli che hanno le case piene di oggetti. Serve chi è abituato a bere le bibite fresche, chi ha il telefonino di ultima generazione, chi compra la televisione a schermo piatto da 50 pollici per guardare le partite di calcio. Serve chi mette il condizionatore, chi usa i pannelli fotovoltaici, chi guarda i film seduto in poltrona dinanzi ad un impianto “Home Theatre”, chi cambia la macchina invece di fare il tagliando. Servono insomma gli acquirenti: servono quelli che alimentano le transazioni terminali dei cicli commerciali per mantenere l’equilibrio della filiera tra chi produce e chi acquista. L’economia globale di mercato, in questo, non è affatto diversa da quella che alimenta nei singoli paesi la produzione, i prezzi ed i consumi.
Nessuno inventa niente in questo campo. I cambiamenti sono dovuti essenzialmente ai costi. Se mancano regole comuni e se lo stato sociale incide in modo profondamente diverso sui costi, accade che gli investimenti si faranno dove questi sono sensibilmente inferiori. E’ tutto così logico!
Finché i mercanti non troveranno come contraffare anche i consumatori, l’occidente sarà ancora salvo.
Ma se l’Europa ed i paesi occidentali hanno ancora del tempo per pensare ai rimedi, non possono concedersi il lusso di sprecarlo. I politici, assieme agli economisti, assieme ai sindacati, ai sociologi, agli imprenditori, devono capire cosa c’è che non va e come si possa correre ai ripari per evitare guai peggiori.
“Vorrei incontrarti tra cent’anni”, cantavano Ron e Tosca, ma se per ritrovarsi in una colonia della Cina o della Corea del Nord? Varrebbe ancora la pena d’incontrarsi?
Vito Schepisi

31 maggio 2010

Metà manovra ce la siamo giocata



In tanti avevamo sperato che i provvedimenti per limare gli eccessi di spesa dei conti pubblici, anche se non risolutivi, non sarebbero stati l’ennesimo atto della solita commedia italiana. La stessa che, per opportunismo o per troppa mollezza, se non per furbizia, ci ha portati ad essere un esempio negativo nel mondo. Ce lo diciamo da troppo tempo che per impegno, determinazione, coraggio, lungimiranza e chiarezza avremmo bisogno di più estesa tensione morale, di più responsabilità politica e di maggiore spirito nazionale.
E’ accaduto che le manovre di macelleria sociale, anche nel recente passato, con Prodi, sono state adottate nell’indifferenza del Capo dello Stato. Ma se si tagliano gli stipendi, ai magistrati ed ai burocrati, da 80 mila Euro l’anno in su, sembra che per firmare a qualcuno tremi la mano.
Quando la barca rischia di affondare per troppo peso, si getta a mare la zavorra e tutto quanto sia di poca utilità o che renda instabile e non più manovrabile l’intera imbarcazione. Meglio perdere il carico, fosse anche costituito da lingotti d’oro e da oggetti preziosi, che perdere, con lo stesso carico, la nave e la vita. Meglio le rinunce di oggi che il rischio di pagare domani un prezzo ancor più insopportabile. E se si parla di zavorra o di “gemme” e di oggetti “preziosi” inutili, e poi di magistrati e burocrati, l’accostamento non deve mai considerarsi solo e sempre casuale.
Il Governo, le parti sociali, i vari ministeri, i magistrati, i partiti, i gruppi interni ed il Presidente della Repubblica diventano troppi filtri per un provvedimento di sacrifici e di responsabilità politica. Troppi per un intervento con le cesoie che doveva scontentare un po’ tutti, ma che dovrà anche servire a raccogliere risorse certe e visibili.
Tutti hanno le loro ricette, spesso fumose. Tutti rimandano, però, la palla nel campo avversario. Idee concrete? Nessuna! Tra i suggerimenti, solo i soliti: il primo è la lotta all’evasione fiscale, che è un coro di tutti, di politici e di gente comune; il secondo è il taglio ai costi della politica, che è invece un coro della sola gente comune. Ma quando occorre realizzare non valgono i buoni propositi e gli impegni a lungo termine. Gli effetti dei tagli devono essere, invece, immediati. L’effetto della riduzione della spesa deve essere più a portata di mano ed immediatamente percettibile.
Un intervento finanziario di un Paese della Comunità Europea, oltre che produrre effetti pratici sui conti, contribuisce a riflettere la fotografia politica dello stesso Paese, e serve anche a ridare slancio e fiducia alle istituzioni monetarie della Comunità. Con l’immagine e con gli atteggiamenti delle diverse parti (maggioranza, opposizione, istituzioni, parti sociali, funzioni dello Stato etc.), benché nei ruoli e con i toni diversi, l’Italia fornisce, pertanto, un quadro complessivo di maggiore o minore coesione nazionale, oltre che di complessiva responsabilità politica ed istituzionale.
Un Paese non sta in Europa, e non adotta la sua moneta unica, perché è governato dalla destra o dalla sinistra, o perché ha un sistema di democrazia rappresentativa di un tipo anziché di un altro, ma perché vuole concorrere ad una politica di stabilità e di crescita comune. In caso contrario sarebbe incoerente. Ma per stare seriamente in Europa è opportuno che nei paesi della Comunità si formi una coscienza complessiva che vada oltre il confronto politico interno. E’ indispensabile l’impegno di tutti i soggetti interessati perché si rispettino i trattati e le regole comuni adottate. Le tensioni politiche vanno, invece, lasciate a casa.
Ciò che sta succedendo in Italia, invece, per una manovra ritenuta da tutti indispensabile, non è affatto una buona risposta ai mercati, né alla credibilità del Paese e neanche ai partner europei. Non rende affatto l’idea di voler fare sul serio. A parità di flussi economici realizzabili per il riequilibrio dei conti italiani, una metà manovra ce la siamo già giocata come effetto e come barriera psicologica da opporre alla speculazione. Continuiamo, cioè, a farci del male da soli. C’è purtroppo ancora un’Italia masochista. Permane la vecchia cultura ideologica del tanto peggio, tanto meglio. Viene da pensare che chi lo fa stia troppo bene! Nevvero Epifani, Palamara, Bersani, Napolitano, Di Pietro?
La Grecia, Il Portogallo, la Spagna non sono solo paesi vicini all’Italia nell’area mediterranea dell’Europa, ma sono vicini al nostro Paese per l’uso che è stato fatto in passato della spesa pubblica: un serbatoio a cui attingere per risolvere le tensioni sociali, un fondo senza fine che hanno sempre pagato le famiglie dei lavoratori ed i risparmiatori con l’inflazione e che salderanno le generazioni future.
Ora, però, questo giochetto è finito. I consociati di una volta (partiti, parti sociali, istituzioni, burocrati, banche, finanza e caste), per evitare il fallimento del Paese devono essere fermati. In Italia, come e forse più che in Grecia, Spagna e Portogallo il debito pubblico ha finanziato gli abusi, i partiti, la corruzione, i privilegi e le mafie. Nessuno, a questo punto, può pensare di farla franca dinanzi a 1800 miliardi di debito pubblico. E la sinistra ha le responsabilità maggiori, e non ha alcun titolo per chiamarsi fuori.
Vito Schepisi

26 maggio 2010

Manovra necessaria ma non coraggiosa



Sulle reazioni alla manovra, niente di nuovo. Epifani ha detto ciò che si pensava che dicesse, Il Presidente della Conferenza delle Regioni Errani, altrettanto, Di Pietro ha aperto la bocca per chiedere, anche ieri, le dimissioni di Berlusconi e Bersani sembra tanto Gino Bartali col suo “è tutto da rifare”. Casini, invece, sospende il giudizio, richiama le parole del Presidente Napolitano e chiede di pensare alle famiglie.
Tutto come da copione!
Cerchiamo d’esser seri, però, se ci riesce. La manovra da 24 miliardi di Euro in due anni contiene cose scontate. I provvedimenti approvati dal CdM, per lo più, erano già sulla bocca di tutti da qualche settimana. Lo erano almeno da quando la speculazione, traendo spunto dalle difficoltà dei conti pubblici della Grecia, ha preso d’assalto l’Euro e le borse dei paesi che adottano la moneta europea.
Gli interventi della Commissione Europea, quali il sostegno alla Grecia con l’erogazione di un prestito che consentisse al paese di Socrate e Platone (come è stato rilevato da Prodi e compagni in occasione del suo ingresso tra i paesi dell’Euro) di onorare gli impegni finanziari in scadenza, e la costituzione di un fondo che servisse a fronteggiare l’urto speculativo degli “squali” dei mercati, si sono mostrati utili, anzi utilissimi, ma non sufficienti.
Gli altri provvedimenti di singoli paesi, come quello solitario della Germania di impedire la trattazione dei titoli allo scoperto, sono risultati inefficaci, se non dannosi. E’ buona, invece, l’idea di un’agenzia di valutazione del debito di matrice europea, fuori dal controllo della speculazione, ma sarebbe inefficace se il debito pubblico in Europa, nella sua globalità, non dovesse scendere. Meglio, infatti, intervenire sulle cause che mitigarne gli effetti.
Ogni Stato europeo, per fronteggiare l’assalto, deve fare la sua parte. E deve farla subito, prima che gli attacchi speculativi, come è successo per la Grecia, uniscano al danno altro danno.
Da questa crisi emergono almeno due segnali di criticità per la moneta unica europea e per riflesso per i mercati finanziari. Una può essere risolta con un coraggioso impegno politico e coi sacrifici dei cittadini, ma l’altra, al momento irrisolvibile, non è meno importante.
E’ evidente che la prima delle criticità, la risolvibile, è quella che mette in discussione il ricorso al debito pubblico per finanziare sia gli investimenti che il sistema sociale degli stati europei. Va bene il debito utilizzato per gli investimenti, quando funge da leva per produrre ricchezza, meno bene, invece, quello contratto per sostenere l’onere dei servizi e della spesa sociale. Sotto la lente d’ingrandimento per il debito pubblico, ora, sono quasi tutti i paesi europei, anche quelli politicamente ed economicamente più solidi. La recessione ha messo a dura prova il sistema finanziario di molti paesi. Molte banche hanno rischiato la chiusura. L’Italia, per fortuna, è rimasta quasi indenne da questo pericolo, ma sul fronte del debito aveva già problemi di suo.
L’altra criticità riviene dal fatto che alla moneta europea manca un riferimento diretto coi mercati mondiali delle materie prime. Per intenderci manca quell’aggancio, come l’ha il dollaro, al mercato internazionale dei rifornimenti primari al sistema produttivo, come il petrolio, ad esempio.
Se l’Euro fluttua la partita è tutta finanziaria. Se la moneta europea perde valore rispetto al dollaro, serviranno più Euro per l’acquisto della materie prime. E qualora, per effetto dei cambi, si creino vantaggi per la collocazione dei prodotti europei sui mercati, succede che i paesi coinvolti adottano misure protezionistiche, come accade spesso negli Usa. In teoria la fluttuazione dell’Euro può essere utilizzata producendo enormi guadagni speculativi, pur mantenendo invariati i flussi di mercato sulle materie prime. Che pacchia, ad esempio, per gli sceicchi, padroni del petrolio, che ricavano dollari che utilizzano sui mercati europei per comprare, a prezzi stracciati, pezzi di territorio e partecipazioni industriali!
Ma torniamo all’Italia ed alla manovra. C’è da rilevare che, rispetto alle dimensioni degli interventi di altri paesi europei, e se rapportato al debito pubblico estremamente elevato, il coraggio italiano si è rivelato abbastanza timido. La manovra risente di un clima politico difficile, ma soprattutto di molta preoccupazione per la coda della crisi recessiva. In una fase di lenta crescita della produzione industriale è, infatti, da evitare che la riduzione della spesa finisca col comprimere la possibilità di dar respiro ai consumi, penalizzando così la stessa ripresa e l’occupazione.
Ciò che manca nel piano del Governo è un taglio più deciso delle spese e soprattutto appare carente lo spessore strutturale delle misure. Se analizziamo la manovra, consistente in tagli, risparmi ed entrate per 12 miliardi ad anno per i prossimi due, e se dall’altra parte, ad esempio, ci si sofferma sul costo per interessi del debito pubblico pari a circa 70 miliardi di Euro ad anno, si capisce che il discorso sul debito pubblico e sui tagli non si chiuderà qui. Se non arriverà la ripresa, e se non aumenteranno le entrate, sarà sempre più difficile contenere la spesa senza adottare ulteriori tagli. Molto difficile!
Vito Schepisi

10 maggio 2010

Ripensare l'Europa


Tremonti l’aveva detto dal primo momento, ma ogni volta che si è soffermato su questo argomento, giù critiche, giù accuse di raccontare panzane, giù un coro di invettive dal versante sinistro. L’economista del governo Berlusconi è stato accusato di strumentalizzare a fini politici l’eccesso di remissività di Prodi. L’attuale Ministro dell’Economia, infatti, all’epoca aveva mosso obiezioni sull’operato dell’ex Premier dell’Ulivo nel gestire l’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo e poi, da Presidente della Commissione europea, nel gestire l’allargamento agli altri paesi nell’area dell’Euro.
Troppa retorica a buon mercato. Romano Prodi si è mostrato troppo interessato ad esaltare il suo ruolo. Ha collezionato troppi cedimenti al suo solo protagonismo trionfalistico, entrando in palese conflitto con la realtà e finendo con l’agire anche a discapito dello spirito europeista.
Sta di fatto che l’Europa di Prodi mal ha potuto reggere, come si è visto, a tanta leggerezza.
Tutti, però, nell’Ulivo, poi nell’Unione e poi infine nel PD a difendere Prodi. Tutti a lodare i meriti del Professore, come Marcantonio dopo l’uccisione di Cesare. Ma come si spiega, di contro, tanta fretta, ogni volta, nel volersene liberare? Perché tanti Marcantonio ad arringare i romani in difesa dell’onore di Cesare, ma solo dopo averlo lasciato assassinare?
“Due volte nella polvere, due volte sull'altar”. Fu vera gloria la sua? Quello del Manzoni, però, era ben altro uomo e ben altra tempra. I posteri in questo caso sembra che dicano di no!
Tremonti nel 2001 è stato accusato, dalla sinistra che aveva perso le elezioni, di voler nascondere le insicurezze del centrodestra, e di voler precostituire le motivazioni delle difficoltà nella gestione dei conti. La sinistra si difendeva così dalle accuse del ministro berlusconiano che sosteneva, anche, che il governo Amato uscente avesse falsificato i conti e nascosto il disavanzo reale del bilancio dello Stato. Cosa che Eurostat in effetti accertò. Le sue accuse a Prodi ed alla sinistra, ed ai governi succedutisi in quella legislatura e diretti, oltre che dallo stesso Prodi, anche da D’Alema e da Amato, era di aver svenduto gli interessi nazionali e, nella fase della negoziazione dell’ingresso italiano nel sistema monetario europeo, di aver negoziato un rapporto di cambio a netto svantaggio del Paese. Giulio Tremonti al contrario, era stato accusato a sinistra di volersi nascondere dalle proprie responsabilità addossandole preventivamente sugli altri, e di aver mal gestito il passaggio dalla Lira all’Euro, consentendo l’aumento dei prezzi al consumo, come se in Italia ci fosse il modo, al di fuori delle regole di mercato, di congelare i prezzi delle merci.
Il rapporto Euro-Lira, secondo Tremonti, ma anche ad avviso di milioni di italiani che, benché a crudo di economia, ne subivano l’esperienza diretta, grazie a Prodi, aveva invece profondamente penalizzato il nostro Paese, dimezzando il potere di acquisto dei salari e riducendo alla metà il valore dei loro risparmi.
Tutte le vecchie certezze degli ex euro-euforici ora, però, vacillano. Adesso sembra che non sia stato davvero tutto così perfetto, se persino Il Presidente Ciampi mostra un certo ravvedimento e se, dinanzi a fatti incontrovertibili, vengono recuperate oggi alcune vecchie obiezioni degli euro-scettici di ieri.
Fino al 2000, per ironia della sorte, chi nutriva perplessità veniva additato come colui che agiva contro gli interessi dell’Italia. Chi sollevava obiezioni appariva come un nemico del nobile intuito politico, emerso nel dopoguerra per iniziativa di uomini moderati e liberali come Gaetano Martino, mirante alla realizzazione dell’Unione Europa. Quella stessa che con volontà decisamente politica, prima che economica, con visione autonoma e con collocazione politico-culturale essenzialmente occidentale, prima della caduta del Muro a Berlino, veniva invece osteggiata dalla sinistra social-comunista.
C’era qualcosa di sbagliato, invece, non nell’idea che resta nobile dell’unione degli Stati europei, ma solo in quella tronfia e bofonchiosa retorica prodiana!
Tremonti accusava Prodi di troppa rassegnazione e di assoluta inerzia nel sostenere le ragioni dell’Italia, nel negoziato con gli altri stati europei, per l’avvio della moneta unica. Prodi confermava, infatti, l’impressione, in altre occasioni già emersa, d’avere una visione negativa del Paese, come quella a lui più confacente del liquidatore che si presta a compiacere gli amici potenti. Senza determinazione, privo di coraggio, rassegnato, come se la missione d’assolvere fosse quella di non disturbare la volontà dei più forti. Come se pensasse che subire sia bello: come per Padoa Schioppa pagare le tasse!
La stessa rassegnazione che con il centrosinistra abbiamo imparato a conoscere nelle fasi più delicate della politica italiana. Un’inerzia che si è manifestata anche nei rapporti coi poteri e con le caste: dall’industria alla finanza, dalla magistratura ai sindacati, dall’editoria alle banche. Un inspiegabile ma reiterato complesso di inferiorità. Un umiliante mettersi in riga che ferisce l’orgoglio del Paese.
Da oggi, però, l’Europa cambia. Il pericolo e le troppe incomprensioni, le diverse realtà sociali, le aggressioni speculative, il debito dei Paesi, la spesa, le diverse velocità dell’economia e le tattiche politiche nazionali, hanno fatto emergere molte contraddizioni. Ora occorre ripensare l’Europa.
Vito Schepisi

07 maggio 2010

La Grecia fa paura



L’altalena delle borse ed i nuovi venti di panico, innescati dal tracollo del sistema economico della Grecia, sono altre tegole che si fiondano sui mercati, sul sistema finanziario, sulle economie dei Paesi industrializzati, sulla debolezza dei governi europei. E’ un'altra tessera del puzzle delle incertezze e delle incomprensioni politico-economiche dell’Europa, ma anche un altro mix di polvere pirica in cui si dimenano due scuole di pensiero formatesi sul debito, sugli investimenti, sulla spesa.
Il crollo dell’economia greca è scaturito dal dilatarsi del debito pubblico e dall’uso della spesa statale per tamponare gli effetti negativi della crisi recessiva dei mercati e per difendere l’occupazione e la stabilità sociale del paese ellenico. Il risultato è stato inversamente proporzionale alle speranze. E’ stato dirompente e rischia di trascinare nel vortice del panico finanziario mezzo mondo.
Da una parte, in Grecia, il crollo del prodotto interno ha favorito il rafforzarsi di un rapporto insostenibile col debito pubblico, che ha raggiunto il 180% del Pil stesso. Vale a dire un euro e ottanta centesimi di debito per ogni euro prodotto nel Paese. Dall’altra parte, l’aumento della spesa ha reso ancora più drammatico il disavanzo statale nel 2009, arrivando a superare il 10% sempre del Pil, e con previsioni ancora più catastrofiche per il 2010.
La crisi, partita dalla bolla finanziaria statunitense, la stessa che ha mietuto vittime in tutto il mondo e che ha svuotato i portafogli di milioni di risparmiatori mettendo alle strette paesi forti e stabili, ad Atene ha attivato una spirale così perversa da condurre la Grecia sulla soglia del “default” (fallimento) economico.
L’intervento delle agenzie di rating, che hanno definito "junk bonds” (spazzatura) le obbligazioni del debito pubblico greco, sarà stato pure un passo obbligato, ma anche il colpo finale. Con il giudizio negativo sul debito, e con le scadenze imminenti, la domanda dei titoli del debito pubblico greco sarebbe crollata, mentre l’aumento dei tassi per il collocamento avrebbe ancor più aggravato il costo del debito.
L’esperienza che si sta vivendo ripropone così la questione sui meccanismi della finanza, su quelli degli interventi della Comunità Europea, sulla speculazione e sui comportamenti dei Paesi dinanzi ai segnali di congiunture economiche. Limitandosi all’analisi di quest’ultimo aspetto, anche per le analogie con l’Italia, si rileva che se da una parte si sostiene che la crisi dei mercati si risolva aumentando la spesa pubblica, dall’altra, invece, attraverso i tagli ed il rigore.
Aumentando la spesa pubblica si mette in circolazione più denaro, si tamponano i pericoli di crisi sociale, aumenta la domanda interna, si rallenta il calo del pil, si contiene il calo delle entrate fiscali. Dall’altra parte, però, aumenta il disavanzo finanziario, si alimenta il debito pubblico, aumentano i tassi sui titoli di stato e si rischia il giudizio negativo sul debito delle società di rating, com’è accaduto per la Grecia. Ma ciò che è ancora più preoccupante, è che, seguendo la politica dell’aumento della spesa, si possa iniziare a percorrere una strada irreversibilmente in discesa per l’economia dei paesi coinvolti, e che debba servire sempre più spesa, e quindi più debito, per sostenere gli impegni finanziari e la stabilità sociale, e che quello intrapreso si trasformi in un percorso che abbia, come unico sbocco, il fallimento dell’economia.
Tagliando la spesa pubblica, invece, in periodo di crisi e con i mercati in sofferenza, si accentuano le questioni sociali, si riduce la circolazione del denaro, diminuisce la domanda interna, cala il gettito fiscale, si riduce il pil. Ma, d’altra parte, si riduce sia il disavanzo finanziario che l’ammontare del debito pubblico e si riducono i tassi sui titoli di Stato, ed il debito costa meno.
Naturalmente la strada da scegliere non può essere, sic et simpliciter, né l’una e né l’altra. Troppe criticità in un caso e nell’altro. Gli aspetti positivi non riescono a bilanciare quelli negativi. E se la prudenza deve essere sempre accompagnata da una più larga visione politica, per poter favorire la mediazione tra questioni ed interessi spesso diversi e contrapposti, l’azzardo, al contrario, non può mai restare privo dei margini di compatibilità, senza compromettere non solo la gallina di domani ma anche l’uovo di oggi.
Rimane da pensare, allora, ad una politica che sia prudente, ma nello stesso tempo avanzata e sociale. Si provi così ad immaginare un Paese in cui la spesa non sia soltanto ridotta, ma contenuta e riqualificata, ad esempio. E si provi a pensare ad un Paese in cui la pressione fiscale sia ben distribuita, ma anche compatibile con quella curva (curva di Laffer) che dimostra che le aliquote fiscali non siano affatto direttamente proporzionali al gettito.
Lavorare e produrre di più non deve essere controproducente e quasi antieconomico, ed il prelievo fiscale non deve essere considerato come un’indebita ed esosa partecipazione dello Stato al capitale di rischio, invece solo aziendale. Sarebbe persino bello pensare ad un Paese in cui il rischio economico e penale dell’evasione fiscale sia meno allettante, rispetto all’onere del proprio contributo erariale da sborsare per la qualità e la quantità dei servizi che lo Stato offre ai cittadini ed alle imprese.
Se ciò che sta accadendo in Grecia fa paura all’Italia, è forse giunto il momento di prenderne atto e di darsi da fare.
Vito Schepisi

27 aprile 2010

Le riforme possono cambiare la politica



Si è in una fase politica in cui tutto ciò che si dice serve solo per testimoniare la propria presenza. Provare ad interpretare le idee ed i propositi dietro le parole di uomini e gruppi, assume più il valore dell’esercitazione giornalistica che non la sintesi storica delle vicende. Prevalgono, al più, i tentativi di rendere visibili le ipotesi di distinzione anziché, al contrario, l’effettiva comunicazione delle strategie politiche.
Fughe in avanti e repentine marce indietro rafforzano la confusione e marcano le contraddizioni tra il pensiero e la storia di uomini e fazioni, come se la propria storia possa mutarsi cambiando l’abito da indossare. Cambiare idea può essere anche un atto di lealtà. Si possono sempre fare i conti con il proprio passato, ma serve la chiarezza del proprio presente e la lealtà verso chi ne ha condiviso il percorso politico.
In questo caotico correre all’avventura, la politica si trasforma in una lotta tattica di posizionamento, senza stimoli di riflessione, senza proposte e senza idee. Più simile all’arena di una competizione per vincere, ad esempio, la coppa in palio del torneo di quartiere di “chi gioca meglio a scopone”, che non lo spazio per formulare le sintesi di pensiero con cui si sviluppa, tra i partiti, il confronto democratico e si formano le ipotesi di governo e le strategie del futuro.
Maggioranze, opposizioni, fronde, primi attori, comparse e ballerini sono tutti coinvolti in questa inenarrabile lotta. E tutti sono là con la presunzione di recitare un ruolo, alcuni sognano di passare alla storia, e tutti che parlano per frasi fatte, come gli allenatori di pallone prima e dopo le partite, per schemi tattici, sostenendo animatamente più ciò che non pensano, ma che più conviene.
Si trascurano, invece, gli errori e le carenze e, nell’angoscia esistenziale della ragione politica della loro presenza, sfugge ciò che invece servirebbe: l’interesse per il Paese. Se si preoccupassero, infatti, di sfornare proposte realizzabili, o di spingere per le riforme che facciano uscire l’Italia dalla sua confusione, forse gli italiani potrebbero persino perdonare tanti abusi e difetti.
La nostra Costituzione, ad esempio, ha bisogno di essere riposizionata ai tempi. Oggi il mondo è cambiato. L’Italia ha trasferito in Europa ampi poteri: si pensi alla politica monetaria ed a quella economica e commerciale. La Commissione Europea si interessa di questioni come l’ambiente, la concorrenza o la gestione dei servizi. Ci sono vincoli per i bilanci ed il debito pubblico dei paesi della Comunità: si pensi a Maastricht. Anche il dopoguerra è lontano. Il pericolo comunista ha perso buona parte delle ragioni delle vecchie inquietudini. Di una Costituzione che si presta all’immobilismo non se ne ha più bisogno.
Dalla consapevolezza dei mutamenti occorrerebbe trarne affinità politiche ed anche costituzionali, e realizzare continuità e coerenza con la nuova realtà. Occorrerebbe adeguare e recepire alcuni principi di garanzia: si pensi, ad esempio, all’istituto dell’immunità parlamentare con cui, a seguito dell’improvvida modifica dell’art. 68 nel 1993, i parlamentari italiani, al contrario di quelli europei, sono stati lasciati alla mercé di alcuni procuratori politicizzati. Occorrerebbe trovare gli strumenti legislativi che impediscano a funzioni dello Stato d’agire in stridore tra loro ed impedire che, ad esempio, attraverso l’uso della giustizia, si possa provare a ribaltare la scelta degli elettori. Occorrerebbe, infine, dar sostanza alla volontà popolare attraverso la definizione dei poteri dell’esecutivo.
L’assente nel confronto politico sembra essere proprio l’interesse generale. Nella ricerca dei modi per vincere o per uscirne con il minor danno possibile, pensando ora al vantaggio del partito, ora alle ambizioni personali, ovvero alle rivincite, o alle vendette politiche, c’è chi perde coerenza e senso della misura.
L’Italia si è così trasformata in un laboratorio teatrale permanente, dove gli attori, consumano il loro tempo ad imparare la parte ed a fare le prove e, indossati i vestiti di scena, rappresentano, una dietro l’altra, tutte le commedie del nostro stupido provincialismo. I pericoli, come quelli della Grecia, ad esempio, non spaventano. Per fortuna che in questo marasma c’è un governo che mostra qualità ed impegno e ci sono ministri, Tremonti ad esempio, che pensa ai conti del Paese, a governare la crisi, a tamponare le questioni sociali, a contenere la rincorsa alla spesa. Non basta, però, solo l’azione positiva del Governo per recuperare spazio alla fiducia e trasformare in opportunità le potenzialità del Paese, occorrono anche stabilità, determinazione e trasparenza e, in una parola, le riforme.
Vito Schepisi

20 ottobre 2008

Il Paese dei provinciali e dei complessati

Se in Europa si parla dell’Italia, nel nostro Paese c’è sempre un megafono pronto ad ampliare e strumentalizzare ciò che si dice. Se in Europa si eleva un appunto al governo italiano, il megafono diventa uno stereo assordante e la voglia di sceneggiare preoccupazione, sdegno ed incredulità raggiunge toni da melodramma. Accade anche se l’Italia, esercita il diritto di far valere le sue ragioni nell’interesse del Paese e si preoccupa del contenimento della spesa.
Lascia interdetti il ripetersi di una sceneggiata che serve più a ledere l’immagine italiana che a concedere attenzione e serietà all’opposizione. C’è un provincialismo becero che emerge puntualmente, come un modo di sentirsi figli di un dio minore. E’ presente nell’Italia politica un diffuso complesso di inferiorità nei confronti degli altri paesi europei, come se gli altri fossero tutti più belli, più bravi e più buoni. Per fortuna che l’Italia dei cittadini, invece, di questo complesso non soffre. C’è l’intelligenza del fare che impone la sua presenza con le opere e l’ingegno di cui è capace, anche in conflitto con chi vorrebbe invece imporre un ruolo secondario alla Nazione.
Per l’Italia dei complessati non si potrebbe mai dire niente in Europa, se non rimetterci alle idee degli altri, e mai sarebbe possibile far prevalere le opinioni o suggerire le proposte italiane.
Contraddire la Francia, la Germania, l’Inghilterra e persino la Spagna e la Grecia si trasforma sempre in colpa grave e fa muovere un insieme di accuse che vanno dal presunto sentimento antieuropeo, all’isolamento dell’Italia o alla più generica accusa di brutta figura. Questa è la sinistra italiana, se non fa ancora di peggio organizzando imboscate o gazzarre antinazionali.
Si ha l’impressione, a volte, che sia preallestita un’orchestra già pronta a partire. Le prese di posizione del nostro governo servono a far partire il concerto, ci si preoccupa solo dell’effetto annuncio della notizia, naturalmente segnalando le apparenze negative, mentre nessuno sembra disposto ad approfondirne i contenuti. Nessuno ha voglia di valutare l’opportunità e la qualità della proposta. A malapena si verifica che la notizia sia vera. E poi via e parte la banda.
Tutti parlano perché la stampa ne amplifichi la portata. Le notizie hanno l’effetto di colpire l’immaginazione della gente. Chi più, o chi meno, fra gli operatori dell’informazione ci mette qualcosa di proprio per ottenere l’effetto che si prefigge. Il mestiere e la correttezza professionale intervengono solo perché la notizia sia almeno vera ed il margine dell’agire si deve così limitare solo alle sensazioni che si vogliono trasmettere.
Il mestiere è difficile ed i confini dell’etica e della correttezza sono spesso impercettibili e lo sconfino dal principio della deontologia è sempre in agguato, anche per coloro che si prefiggono di fornire sempre con correttezza la notizia prima del messaggio da diffondere.
Fa naturalmente bene la stampa a diffondere tutte le notizie, anche quelle che agiscono contro gli interessi nazionali, o che diffondono comportamenti censurabili del governo del Paese. E si deve sostenere che sia anche un buon metodo quello di far seguire alle notizie gli approfondimenti ed i messaggi delle opinioni e delle scelte diverse rispetto a quelle rispettivamente proposte o adottate. La democrazia si regge, infatti sul pluralismo delle opinioni. Quello dell’informazione è un potere, ed esercitare questo potere non è solo un diritto ma anche un preciso dovere. E’ un potere che muove le opinioni, informa su vizi e virtù, stabilisce scelte, esalta uomini ed idee e stabilisce anche le sfortune degli uni e delle altre. Nell’era della velocità delle conoscenze, non può che essere così: l’informazione è il veicolo che anticipa il destino; è il giudice che irrora le sentenze della storia; è la scure del boia o l’aureola del paradiso.
E così la posizione dell’Italia sulla questione della difesa dell’ambiente ha avuto l’effetto della amplificazione della notizia, ha fatto partire le polemiche tra maggioranza ed opposizione, ma non ha trovato gli approfondimenti che servano a sostenerne o meno la portata, e solo pochi organi di informazione hanno tratto la dimensione delle obiezioni italiane. Tutto il resto solo per la polemica e per piangerci addosso. Ed è così che anche in questa circostanza è emerso il consueto provincialismo, è apparso l’atavico complesso d’inferiorità e si è manifestata la tafazziana predisposizione dell’opposizione di sinistra nel volersi far del male.
Vito Schepisi