Visualizzazione post con etichetta Euro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Euro. Mostra tutti i post

08 luglio 2015

Europa, Grecia, Italia ... un'Unione senza ideali


Troppi entusiasmi, troppi equivoci, troppa confusione. Il referendum di domenica in Grecia è stato un inutile passaggio. Ci ha rilasciato un responso scontato. Non ha risolto niente. E’ servito solo a Tsipras e al suo funambolico ex ministro dell’Economia Varoufakis per dribblare l’ostacolo della scelta. Una furbizia, insomma.
Nessuno, neanche a referendum passato, ci ha saputo dire contro cosa o per che cosa si votava. Le cose sono rimaste esattamente come prima, con in più qualche miliardo di Euro sprecato in perdite di capitalizzazione dei mercati azionari, con qualche miliardo ancora di Euro persi per l’aumento dei costi degli interessi sui debiti sovrani (della Grecia compresi). 
Dicono che Tsipras (la sinistra) abbia vinto perché si è schierato per il “NO” (61% dei voti).
La stessa cosa, però, ha fatto l’estrema destra di Alba Dorata.
Ma ha vinto cosa? Ma per cosa si votata? Non lo sappiamo in Italia, e ci può anche stare, ma non lo sapevano neanche gli elettori e non lo rivelavano gli organi d’informazione della Grecia. Si sapeva che il premier greco si era schierato per il “NO” e che dalla sua parte stavano tutti i movimenti della sinistra e della destra alternativa in Grecia ed in Europa (Grillo, Salvini e Meloni compresi), mentre per il SI era schierata la Merkel e un po’ tutti i governi ed i partiti di maggioranza d’Europa (Renzi e PD compresi).
Al “NO” o al “SI” non era collegata, però, nessuna precisa scelta.  Non c’era la bocciatura o l’approvazione di una precisa proposta.
In soldoni, il quesito referendario greco poneva agli elettori la seguente domanda: siete d’accordo a pagare i debiti del vostro paese?
La risposta è sembrata persino scontata. I greci, infatti, in gran quantità hanno risposto di no.
Questa vicenda nel suo insieme, però, deve far riflettere. Questa Europa è rimasta senza idee. Un progetto di unione che ha perso per strada la coscienza d’esser stato pensato e voluto per i popoli liberi europei. L’Europa che passa dall’unione dei popoli a quella burocratica delle banche e dei “club” riservati ha clamorosamente fallito il suo scopo.
La Comunità Europea non fa naufragio solo nel Mediterraneo, facendo prevalere gli egoismi e le furbizie di quanti, elargendo qualche elemosina, si lavano le mani dai problemi dell’accoglienza e della solidarietà. Sta naufragando nel suo significato politico. Si è disperso il sogno di quanti pensavano al coronamento di una storia di sofferenze e di sacrifici per quei popoli che avevano lottato per la libertà, per l’indipendenza e per la democrazia. 
L’oppressione dei regimi autoritari, sostituita dall’oppressione delle lobbies finanziarie non è la soluzione per  il futuro di una società  libera che sottoscrive il trattato di Schengen.
Ha fallito l’Europa dei popoli che voleva vincere i bisogni, che voleva affrontare questioni importanti come l’alimentazione e l’ambiente, che voleva esportare cultura e solidarietà, dialogare con civiltà differenti, affermare i valori della libertà e della dignità umana, assicurare benessere, tutele e sicurezza, impegnarsi a stabilire con responsabilità e autonomia le scelte politiche del mondo.

La fierezza di far parte del popolo europeo al momento non esiste. Forse non è mai esistita, perché in Europa sono emerse mentalità e sensibilità diverse, perché sono comparsi interessi diversi. Forse anche culture diverse. Non esiste un riferimento a una comune radice, per quanto si sia provato nell’atto costitutivo europeo a farla risalire a quella giudaico-cristiana.
Se si pensasse agli USA e alla sua moneta, Il Dollaro, su cui domina la scritta “In God We Trust” forse la risposta arriva da sola.

Vito Schepisi
EPolis 8 luglio 2015

01 dicembre 2011

L'Italia autocratica

Sta cambiando qualcosa, e ciò che appare non è confortante. La svolta voluta dal Presidente Napolitano, prima che i redditi, gli stipendi e le pensioni dei lavoratori, taglia qualcosa di più importante.
Agli occhi interessati di finanza e mercati, le fondamenta di un Paese appaiono meno fungibili, ma per i cittadini che non giocano in borsa e che non speculano sulle valute e sui titoli del debito pubblico ci sono principi molto più importanti, come quelli di libertà e di democrazia che restano ancora impressi nella nostra Costituzione.
Non si conoscono ancora nei dettagli i contenuti della manovra annunciata per il 5 dicembre prossimo dal nuovo Presidente del Consiglio Monti, ma si sa già che qualcosa sta cambiando. Ciò che appare chiaro è che, da qualche giorno, le decisioni prendono forma in luoghi del tutto diversi da quelli tipici di un sistema democratico. Da Bruxelles, ad esempio, non si arriva più con una valigia piena di impegni e di opportunità, ma con una cartellina che, come intestazione, porta scritto “prendere o lasciare” ed in cui è contenuta una lista di diktat.
Siamo dinanzi ad una svolta epocale. E’ doveroso, pertanto, rifletterci sopra. Dobbiamo farlo per registrare questa visibile nuova realtà, senza ignorare quanto sia altrettanto visibilmente pericolosa, come quella in cui le scelte per gli italiani le stanno facendo i burocrati ed i banchieri europei, non più i cittadini in libere elezioni.
Non c’è più neanche il confronto tra le diverse opzioni politiche. Questo Governo ha avuto la fiducia di quasi tutto il Parlamento, alla Camera e al Senato. Eccetto alcuni parlamentari che hanno dissentito a titolo personale, soprattutto per esprimere un malessere, e della Lega Nord che è passata all’opposizione, il Governo Monti ha avuto una fiducia larghissima ed è stato votato dalla destra, dal centro e dalla sinistra. Sulla carta gode di una maggioranza bulgara.
Ad occhio, c’è puzza di imbroglio!
Se la Conferenza di Messina del 1955 si fermò alla CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) con l’auspicio di voler camminare tanto per raggiungere quella comunione di intenti che aveva animato lo spirito europeista di uomini come De Gasperi, Einaudi, Gaetano Martino, Adenauer, senza dimenticare Giuseppe Mazzini, oggi quelli che sembrano esser stati alcuni pur timidi passi avanti in senso europeista, in verità si rivelano come il tipico procedere incerto di un passo avanti e due indietro.
E’ il fallimento dell’immagine di un’Europa che si voleva unita nelle decisioni importanti. Viene meno un Comunità che si auspicava adottasse una politica comune improntata al rilancio della plurimillenaria civiltà del Vecchio Continente. Manca, purtroppo, la consapevolezza di un ruolo. Nessuna comunità cresce senza che abbia uno scopo e senza un coincidente obiettivo di diffusa equità sociale. Dalle piccole alle grandi comunità è sempre così.
L’Europa è, se si prefigge di diventare un faro di civiltà, un riferimento per la pacifica convivenza civile, un modello di democrazia. Il vecchio Continente avrebbe da porsi come riferimento per tutti quegli uomini e quei popoli che mirano alla pace, alla solidarietà e alla cooperazione.
Come gli USA che, a torto o ragione, rappresentano nel mondo l’idea della libertà della gente oppressa, l’Europa doveva rappresentare, per i popoli che vanno dall’area mediterranea fino all’oriente, la nuova frontiera dell’equità sociale e dell’umanesimo. Doveva essere la traccia di un multiculturalismo che si apriva alla comprensione e alla solidarietà, in cui ogni paese si attribuiva il suo fardello di impegni.
E’ emersa, invece, l’Europa degli egoisti e dei furbi.
Sembriamo dei pazzi, vandali ed ubriachi che si divertono a distruggere tutto ciò che capita a tiro.
Questa che c’è, è l’Europa delle mezze tacche, degli uomini piccoli che con veti, spocchia, presunzione e prepotenza mettono con le spalle al muro gli stati che ne fanno parte, e piegano le ginocchia dei più deboli.
E’ la stessa Europa che finisce con il non avere più una sua moneta credibile. Una finta unione di paesi diversi per lingua e storia, permeabile agli spifferi della speculazione e cagionevole, tanto da costiparsi a tal punto da dover ricorrere a terapie d’urto, dinanzi alla poca avvedutezza di una protagonista che un giorno ebbe la brillante idea di disfarsi dei titoli di debito pubblico italiano dal portafoglio del suo Paese.
E l’Italia è la terza grandezza economica dell’Europa dell’Euro.
Questa è l’Europa che perde prestigio internazionale, mentre si piega dinanzi alla bolla speculativa di mercati e di banchieri, senza registrare alcuna lodevole e coraggiosa reazione dei suoi governanti. Questi sono uomini che si credono statisti e che si piegano agli eventi della speculazione, senza la capacità di reagire e di riprendere in mano il timone di comando per rimettere la nave in acque più navigabili.
La finanziaria italiana ora la faranno la speculazione ed i diktat della Bce, della Merkel e dell’Amministratore Delegato dell’autocratico primo Uomo del Quirinale.
La cura da cavallo ridurrà certamente l’affanno del Paese.
Ma a che prezzo?
Vito Schepisi

17 maggio 2010

Idee, determinazione e coraggio


Dopo l’intervento per salvare dal fallimento la Grecia, e dopo il piano di stabilizzazione contro la speculazione varato dalla Commissione Europea, la speculazione torna all’attacco dei mercati della zona dell’Euro. Sotto l’occhio del ciclone, come per la Grecia, finiscono le previsioni di aumento del debito pubblico dei paesi europei. Tutto come da copione della serie: i nodi tornano sempre al pettine.
La crisi economica, partita da oltreoceano, e legata alle bolle finanziarie dei mercati derivati, non soltanto ha fatto emergere la fallace illusione della ricchezza fittizia di una finanza che si avvolgeva come una spirale intorno al denaro virtuale, ma ha anche evidenziato la gracilità di un sistema che si becca la polmonite al primo accenno di vento.
Ora in quasi tutti i paesi europei e non solo, Italia compresa, si parla insistentemente di interventi e manovre per tagliare le spese e gli eccessi. Il debito pubblico in molti Stati è diventato una palla al piede e svilisce sia le politiche di sviluppo, che le politiche sociali, mentre favorisce le aggressioni speculative ai mercati. Si vive quasi dappertutto al di sopra delle possibilità. E c’è chi non può permetterselo. C’è un’abitudine allo spreco e lo si fa con le risorse energetiche, economiche, alimentari ed ambientali. Gli sperperi, invece, vanno recisi ad ogni costo. In Italia, ad esempio, anche a costo di una crisi di governo e di elezioni anticipate.
Il debito pubblico italiano al 31 dicembre 2009 è salito a 1.760.765 milioni di euro, pari al 115,8% del prodotto interno lordo. Una cifra enorme! E non si ferma, va avanti.
Se gli italiani, tutti insieme, per ipotesi, lo scorso anno avessero deciso di saldare tutto il debito, destinando a questo fine tutte le attività del Paese, non ci sarebbero riusciti. Lavorando e devolvendo tutto il salario, rinunciando agli utili e restituendo ogni ricavo, gli italiani avrebbero coperto solo l’86,37 dell’intero debito. Il PIL nel 2009 è stato, infatti, pari a 1.520.870 milioni di euro.
Con la previsione di un rientro graduale, o se si consolidasse l’esposizione, mantenendo invariata la sua incidenza, l’impegno, seppur gravoso, potrebbe anche andar bene, ma non è così. Nel 2009 il debito è cresciuto del 5,2% del PIL e per l’anno in corso le previsioni indicano sempre un disavanzo. L’inversione di tendenza viene, invece, rinviata di anno in anno.
Per capire, si pensi ad una famiglia che ha comprato la casa, gli arredi, l’automobile e tutto quanto necessario per una vita dignitosa. Bene! Ma si pensi che questa decisione, pur ponderata con sofferenza e presa con consulto di famiglia, con carta e penna, estratto conto bancario, buste paga e preventivi, la famiglia l’abbia presa non disponendo di mezzi propri, ma contraendo debiti, e che si sia illusa che così facendo potesse essere tutto più facile.
Un mutuo a lungo termine per la casa. Un prestito a medio termine per l’automobile e per gli arredi. Lo scoperto di conto corrente per pagare le rate dei prestiti e mutui, le spese di condominio e le utenze. La carta di credito revolving per le spese correnti, la continuità della vita sociale, l’abbigliamento ed i piccoli oggetti di “cult”. Il bancomat per disporre del contante per il bar, la paghetta ai ragazzi, la benzina alla macchina, il superenalotto (sperando nel colpo di fortuna), lo stadio, il parcheggio, i fiori alla moglie ed il cinema.
Se non vince al superenalotto, questa famiglia, prima o poi, si trova con il conto in banca bloccato e senza più gli arredi e l’automobile, pignorati dai creditori. E si trova senza più la casa, dopo l’attivazione della garanzia ipotecaria della banca.
Il debito se contratto con responsabilità può avere una virtuosa funzione di crescita, e può favorire la convenienza economica di un investimento. E’ così quando favorisce l’acquisto di un bene duraturo, mettendo subito a disposizione le risorse economiche necessarie, mentre ne scagliona nel tempo la restituzione. Quando consente di incrementare la consistenza patrimoniale o , per un’azienda, di dotarsi degli strumenti per la produzione, ovvero dell’elasticità di cassa necessaria per il ciclo produttivo. Ma un debito esercita questa funzione virtuosa, quando il suo costo non mette in discussione il fruire di ciò che è necessario per la vita di una famiglia o, nel caso di un’azienda, quando consente alla stessa di essere puntuale e corretta nei rapporti coi fornitori e con le maestranze.
Perché il debito sia una vera opportunità di crescita, e non una diminuzione della soddisfazione di vita di una famiglia, o un immobilizzo finanziario per un’azienda, è indispensabile la rinuncia al superfluo.
Ma è stato così in Italia? Il Paese ha mai rinunciato al superfluo per onorare i suoi impegni? Si direbbe di no! Per farlo si dovrebbero tagliare le spese, iniziando dai privilegi e dagli sprechi. Ma non è stato mai fatto.
Dai costi della politica a quelli delle caste, dalle spese delle consulenze a quelle della burocrazia, dagli stipendi ai burocrati a quelli dei manager pubblici, e poi l’incuria e l’improduttività del patrimonio pubblico, gli abusi ed i piccoli e grandi furti, i benefit, le agevolazioni ed i fannulloni che rubano lo stipendio. Le doppie e triple pensioni e persino la cresta a piè di lista. C’è una giungla di costi inutili ed esagerati e di sprechi. Ci vorrebbe una scure!
Tagliare diventa una necessità, prima che ce lo impongano gli altri. Serve responsabilità, ora. Si venga fuori dalle diatribe ideologiche: non c’è centrodestra o centrosinistra che tenga. Conta la volontà politica di chi ha le idee chiare, la determinazione necessaria e soprattutto il coraggio.
Vito Schepisi

10 maggio 2010

Ripensare l'Europa


Tremonti l’aveva detto dal primo momento, ma ogni volta che si è soffermato su questo argomento, giù critiche, giù accuse di raccontare panzane, giù un coro di invettive dal versante sinistro. L’economista del governo Berlusconi è stato accusato di strumentalizzare a fini politici l’eccesso di remissività di Prodi. L’attuale Ministro dell’Economia, infatti, all’epoca aveva mosso obiezioni sull’operato dell’ex Premier dell’Ulivo nel gestire l’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo e poi, da Presidente della Commissione europea, nel gestire l’allargamento agli altri paesi nell’area dell’Euro.
Troppa retorica a buon mercato. Romano Prodi si è mostrato troppo interessato ad esaltare il suo ruolo. Ha collezionato troppi cedimenti al suo solo protagonismo trionfalistico, entrando in palese conflitto con la realtà e finendo con l’agire anche a discapito dello spirito europeista.
Sta di fatto che l’Europa di Prodi mal ha potuto reggere, come si è visto, a tanta leggerezza.
Tutti, però, nell’Ulivo, poi nell’Unione e poi infine nel PD a difendere Prodi. Tutti a lodare i meriti del Professore, come Marcantonio dopo l’uccisione di Cesare. Ma come si spiega, di contro, tanta fretta, ogni volta, nel volersene liberare? Perché tanti Marcantonio ad arringare i romani in difesa dell’onore di Cesare, ma solo dopo averlo lasciato assassinare?
“Due volte nella polvere, due volte sull'altar”. Fu vera gloria la sua? Quello del Manzoni, però, era ben altro uomo e ben altra tempra. I posteri in questo caso sembra che dicano di no!
Tremonti nel 2001 è stato accusato, dalla sinistra che aveva perso le elezioni, di voler nascondere le insicurezze del centrodestra, e di voler precostituire le motivazioni delle difficoltà nella gestione dei conti. La sinistra si difendeva così dalle accuse del ministro berlusconiano che sosteneva, anche, che il governo Amato uscente avesse falsificato i conti e nascosto il disavanzo reale del bilancio dello Stato. Cosa che Eurostat in effetti accertò. Le sue accuse a Prodi ed alla sinistra, ed ai governi succedutisi in quella legislatura e diretti, oltre che dallo stesso Prodi, anche da D’Alema e da Amato, era di aver svenduto gli interessi nazionali e, nella fase della negoziazione dell’ingresso italiano nel sistema monetario europeo, di aver negoziato un rapporto di cambio a netto svantaggio del Paese. Giulio Tremonti al contrario, era stato accusato a sinistra di volersi nascondere dalle proprie responsabilità addossandole preventivamente sugli altri, e di aver mal gestito il passaggio dalla Lira all’Euro, consentendo l’aumento dei prezzi al consumo, come se in Italia ci fosse il modo, al di fuori delle regole di mercato, di congelare i prezzi delle merci.
Il rapporto Euro-Lira, secondo Tremonti, ma anche ad avviso di milioni di italiani che, benché a crudo di economia, ne subivano l’esperienza diretta, grazie a Prodi, aveva invece profondamente penalizzato il nostro Paese, dimezzando il potere di acquisto dei salari e riducendo alla metà il valore dei loro risparmi.
Tutte le vecchie certezze degli ex euro-euforici ora, però, vacillano. Adesso sembra che non sia stato davvero tutto così perfetto, se persino Il Presidente Ciampi mostra un certo ravvedimento e se, dinanzi a fatti incontrovertibili, vengono recuperate oggi alcune vecchie obiezioni degli euro-scettici di ieri.
Fino al 2000, per ironia della sorte, chi nutriva perplessità veniva additato come colui che agiva contro gli interessi dell’Italia. Chi sollevava obiezioni appariva come un nemico del nobile intuito politico, emerso nel dopoguerra per iniziativa di uomini moderati e liberali come Gaetano Martino, mirante alla realizzazione dell’Unione Europa. Quella stessa che con volontà decisamente politica, prima che economica, con visione autonoma e con collocazione politico-culturale essenzialmente occidentale, prima della caduta del Muro a Berlino, veniva invece osteggiata dalla sinistra social-comunista.
C’era qualcosa di sbagliato, invece, non nell’idea che resta nobile dell’unione degli Stati europei, ma solo in quella tronfia e bofonchiosa retorica prodiana!
Tremonti accusava Prodi di troppa rassegnazione e di assoluta inerzia nel sostenere le ragioni dell’Italia, nel negoziato con gli altri stati europei, per l’avvio della moneta unica. Prodi confermava, infatti, l’impressione, in altre occasioni già emersa, d’avere una visione negativa del Paese, come quella a lui più confacente del liquidatore che si presta a compiacere gli amici potenti. Senza determinazione, privo di coraggio, rassegnato, come se la missione d’assolvere fosse quella di non disturbare la volontà dei più forti. Come se pensasse che subire sia bello: come per Padoa Schioppa pagare le tasse!
La stessa rassegnazione che con il centrosinistra abbiamo imparato a conoscere nelle fasi più delicate della politica italiana. Un’inerzia che si è manifestata anche nei rapporti coi poteri e con le caste: dall’industria alla finanza, dalla magistratura ai sindacati, dall’editoria alle banche. Un inspiegabile ma reiterato complesso di inferiorità. Un umiliante mettersi in riga che ferisce l’orgoglio del Paese.
Da oggi, però, l’Europa cambia. Il pericolo e le troppe incomprensioni, le diverse realtà sociali, le aggressioni speculative, il debito dei Paesi, la spesa, le diverse velocità dell’economia e le tattiche politiche nazionali, hanno fatto emergere molte contraddizioni. Ora occorre ripensare l’Europa.
Vito Schepisi

29 aprile 2010

Stabilità politica e tagli alle spese



Una volta in Italia c’era l’inflazione a due cifre che dimezzava rapidamente l’incidenza del debito pubblico. Una volta, per contenere gli effetti dell’esposizione del Paese, si svalutava progressivamente la lira. Una volta c’era di fatto un accordo consociativo tra politica, sindacato ed impresa.
La tacita intesa consisteva nel dare a tutti qualcosa, a chi più ed a chi meno, nel tollerare ogni eccesso, nel garantire il salario a prescindere dalle prestazioni, nel lottizzare gli appalti ed i posti di lavoro in modo da ritagliare ampi margini per i costi della politica e per coltivare le clientele ed, infine, nel socializzare le perdite delle grandi famiglie industriali a spese dei lavoratori e dei risparmiatori.
Oggi tutto questo non è più possibile, almeno non lo è più come prima. Non è più possibile accumulare debito pubblico a dismisura. La politica monetaria, infatti, non è più gestita dalle autorità economiche e finanziarie nazionali, ma dalla Banca Centrale Europea. Il danaro, così, mantiene buona parte del suo potere d’acquisto ed il debito pesa per quello che è. Se poi è già alto, e cresce ancora, diventa un cattivo segnale.
A fiutare l’odore dei guai ci sono le agenzie che valutano il merito creditizio dei Paesi e lo fanno assegnando, in una scala di indici, la collocazione della fiducia sul debito. Le agenzie di rating sono come gli avvoltoi, che ruotano inesorabili e spietati attorno agli animali feriti, e sono pronte a declassare, senza preavviso ed al minimo segnale di criticità, il giudizio sul debito degli stati, rendendo più problematico, e soprattutto più costoso, il suo collocamento. La Grecia, il Portogallo e la Spagna in questi giorni ne sanno qualcosa.
L’economia somiglia un po’ al principio fisico della distribuzione dei pesi che regolano gli equilibri delle masse. Se si perde l’equilibrio si cade, e spesso, cadendo, ci si fa male. In economia il paese che fa debordare le spese, ovvero che non provvede ad assicurarne la copertura con le entrate, e che infrange il giusto equilibrio tra le poste finanziarie e si indebita eccessivamente, ne paga le conseguenze.
Un paese è come una grande famiglia. Ha le sue entrate, i suoi costi fissi, le spese correnti, i risparmi, gli imprevisti, gli investimenti, i debiti. Come una famiglia, deve usare prudenza, evitando di muovere passi più lunghi della gamba, cioè di spendere più di quanto guadagna, indebitandosi eccessivamente. Una famiglia, inoltre, deve mantenere margini di riserva per gli imprevisti e saper programmare le necessità future.
Con l’Euro sono venute meno le speculazioni sulle monete ed anche l’uso di far pagare il debito pubblico, come accadeva in Italia, ai risparmiatori. I paesi dell’Euro hanno scommesso sulla stabilità monetaria. Per garantirla è stato stipulato un patto che serve ad imporre il contenimento del ricorso all’indebitamento. Il Trattato del 1992, stipulato nella città olandese di Maastricht, ha così posto un argine al ricorso al debito, limitandolo, nell’esercizio finanziario, alla soglia del 3% del PIL.
Da quel momento le cose si sono fatte più serie anche in Italia. Non è stato più possibile, ad esempio, consentire il pensionamento del personale della scuola dopo 15 anni, 6 mesi ed 1giorno, né rinnovare i contratti del pubblico impiego con percentuali d’aumento a due cifre, né assumere personale alle dipendenze dello Stato solo per risolvere le tensioni sociali del Paese. Non è più possibile rilasciare pensioni d’invalidità con la benevolenza di medici compiacenti, né nascondersi con facilità al fisco. Non dovrà essere più possibile disgiungere il salario dal rendimento e dalla produttività. Anche gli enti locali, e tutti gli enti pubblici, dovrebbero fare più economie e tagliare gli sperperi e, se al momento non è affatto così, occorre lavorare perché il pubblico danaro serva a coprire i costi di servizi efficienti, ovvero perché sia investito per obiettivi di crescita, di redditività, d’occupazione e di riduzione della spesa sociale.
Il debito pubblico italiano è altissimo: ha raggiunto il 115% del PIL. Il nostro Paese, anche se ha una situazione generale di maggior stabilità economica, se è tra le 8 potenze economiche mondiali, se ha un basso ricorso al debito ed un’alta propensione al risparmio delle famiglie, ha comunque la necessità di ridurre il suo debito.
La riduzione dei costi della politica, il recupero dell’evasione fiscale, la regolarizzazione dell’economia sommersa, la lotta alle attività mafiose e la confisca dei beni rivenienti dalle attività illecite, ma anche il controllo sulle false pensioni di invalidità, i tagli del personale e delle spese della pubblica amministrazione, i tagli della burocrazia, la razionalizzazione dei compensi erogati alla dirigenza statale e l’abbattimento dei privilegi corporativi e di casta devono tutti contribuire ad abbattere il debito.
E’ sempre meglio pensarci per tempo. Se non lo faremo, la prossima campana potrebbe suonare per noi.
L’Italia ha un impellente bisogno, infatti, oltre che di riforme, di stabilità politica e di tagli alle spese.
Vito Schepisi