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21 maggio 2015

Senza speranze

Ai burocrati europei interessa solo un'Italia che si piega

In questi anni sono aumentate tantissimo le tasse locali e di pari passo sono diminuiti i trasferimenti dello Stato alle amministrazioni del Territorio. Il risultato è stato che i servizi sono diventati più scadenti, o tagliati del tutto, e lo Stato come o più di prima non garantisce nulla di efficiente: né lavoro, né sicurezza, né servizi, né coperture previdenziali ai lavoratori in quiescenza.
Da questa mannaia pubblica che si abbatte sulla testa dei più deboli (lavoratori, pensionati, commercianti e piccole imprese) si tirano fuori solo le caste che non pagano mai (magistrati, politici, burocrati, manager pubblici e tutto quell'esercito di figli, nipoti, amichette e amici inseriti (dire che lavorano sarebbe dir troppo) nei carrozzoni degli enti pubblici e delle Istituzioni.
Tutto ciò che incassa lo Stato sembra che vada a finire in un buco nero senza fondo da cui esce solo un nauseabondo puzzo di corruzione e di sperperi.
In queste condizioni aumentano tutti i fattori negativi legati all’economia e alla finanza. Il debito pubblico sale. La disoccupazione crea disagio sociale. La pressione fiscale scoraggia l’iniziativa.
Una volta c'era l'avanzo primario, ora neanche più quello.
E dire che l’Italia, grazie ai vari interventi delle BCE sul costo del denaro e soprattutto grazie all’alleggerimento quantitativo (Quantitative Easing) di Draghi, può giovarsi di una fase finanziaria positiva per il costo basissimo degli interessi sul debito pubblico ma, con la spesa pubblica che aumenta, anche questi vantaggi finanziari servono a poco.
Con le politiche correnti non ne usciremo mai per due ragioni:
1) l'aumento della pressione fiscale drena risorse che altrimenti impiegate favorirebbero l'aumento dei consumi e quindi della domanda interna, trasformandosi in maggior produzione, in investimenti e quindi in occupazione. Gli investimenti, la produzione e l'occupazione consentirebbero, infatti, allo Stato di incassare più tasse senza il ricorso al maggior prelievo fiscale sui contribuenti. A parità di gettito si potrebbero ottenere maggior occupazione e meno carico fiscale, quindi minori disagi e meno spesa sociale.
Bisognerebbe, però, capirlo e forse soprattutto volerlo. Oggi, al contrario, prevale più l’idea punitiva della ricchezza che la lotta al bisogno. Viene in mente l’aforisma di Montanelli: “i comunisti amano così tanto i poveri, che quando vanno al governo li aumentano”;
2) è evidente che la spesa pubblica in Italia sia eccessiva e mal riposta.  Mentre si parla, ad esempio, di perequazione al costo della vita per i pensionati da 3 volte in su il minimo sociale, c'è chi percepisce o percepirà pensioni che non hanno nessun rapporto con i contributi versati. C'è chi percepisce 2 o 3 o 4 assegni di quiescenza come se la sua vita abbia avuto 2 o 3 o 4 interi cicli di lavoro. Ci sono manager, dirigenti, burocrati e membri delle Istituzioni che percepiscono in un mese quanto un professore di scuola in 3 anni. E poi ci sono i costi di gestione dei ministeri, degli uffici pubblici, degli enti, ci sono le manutenzioni, gli appalti, le forniture, i consumi. Ci sono i lavori pubblici in cui assistiamo a filiere intere di taglieggiamenti e di “mance” a spese della collettività.
Si vuole parlare anche di chi percepisce uno stipendio senza prestare alcun servizio utile? Ma se parlassimo di tutto, non basterebbero i forestali della Regione Siciliana per trarci fuori dalla giungla di fitta vegetazione che si andrebbe ad intrecciare.
Servirebbe prendere atto che l’Italia così non ha speranze. Se si potesse si dovrebbe ricominciare tutto da capo. Non è, però, possibile e stando così le cose, con questa Italia, senza una classe dirigente con le idee chiare, con questo governo, con questa opposizione e con questi italiani non abbiamo speranze.
Vito Schepisi
su EPolis Bari del 21 maggio 2015

04 febbraio 2013

Coraggio e iniziativa per vincere la rassegnazione



Berlusconi ha appena finito di dire che «anche un imbecille è in grado di inventare nuove tasse, soltanto chi è intelligente sa ridurre le spese» e subito, a uno a uno, invece di pensare e di capire che l’Italia ha bisogno di recuperare la fiducia della sua gente, hanno reagito tutti, mostrandosi con le loro facce di tolla, a dire che Berlusconi fa promesse che non può mantenere.
Anche l’amico della Merkel e dei poteri finanziari internazionali, colui che aveva promesso di salvare l’Italia e che, fra gaffes e predicozzi, ci ha ridotti letteralmente alle pezze, si trova a dire che Berlusconi le sue promesse non le mantiene.
Come se si potessero accettare lezioni da chi con i prelievi fiscali del 2012 ha depresso i consumi, facendo avvitare il Paese attorno alla recessione, debilitandone il corpo, col pericolo che i virus della crisi sfondino le resistenze nel 2013.
Siamo in pericolo.
Continuando con una politica recessiva, quando gli altri stati sono usciti dalla fase critica della crisi e parlano già di sviluppo, l’Italia non se ne uscirà bene. Ciò che resta incomprensibile è che un professore della portata di Monti dovrebbe ben saperlo.
Tra gli osservatori e gli economisti si dice che il panettone del prossimo Natale possa essere davvero indigesto per gli italiani.
In Italia, però, stampa e poteri forti si guardano bene dal dirlo.
Quando la Banca d’Italia qualche settimana fa ha lanciato messaggi di pericolo è stata subito indotta a fare una mezza marcia indietro.
Sono tutti colpevoli. Le nostre istituzioni o sono schierate o sono tenute sotto schiaffo: è un tradimento alle spalle della parte più umile del popolo che, già chiamata a pagare pesantemente, pagherà ancora.
Tutti questi mestieranti, tutti i ladroni di Stato, tutti gli impuniti, tutti i quaquaraquà della politica italiana si sentono impegnati a difendere il fallimento di Monti, per difendere se stessi. In questo fallimento c’è tutta la loro responsabilità e la loro inadeguatezza: c’è la viltà d’aver danneggiato il Paese, creando ostacoli con le politiche dei “no” su tutto, per aver montato un clima da guerra civile e per aver creato difficoltà di governo in presenza di una crisi internazionale in cui l’Italia aveva già una debolezza strutturale che tutti conoscevano.
Come potevano non sapere che in Italia c’era un debito pubblico pari al 120% del Pil?
Chi non sapeva che il lavoro in Italia aveva una struttura così rigida da non consentire l’uso flessibile del mercato del lavoro quando, in un momento di visibile difficoltà, per mancanza di commesse, non era possibile mantenere gli organici di lavoro?
Chi non poteva immaginare che l’uso progressivo delle tasse avrebbe ridotto le disponibilità dei consumatori, avrebbe contratto i margini per gli investimenti e bloccato l’innovazione tecnologica nei circuiti della produzione?
Chi non sapeva, infine, che intervenendo sul mercato edilizio si bloccava una parte così consistente dell’economia italiana?
L’edilizia è il volano di un mercato che in Italia ha un indotto notevole, perché è un mercato che ruota attorno al bene primario delle famiglie. Sarebbe bastato al distratto(?) Monti chiedere le tabelle per sapere e per impegnarsi a capire. C’è stato nel 2012 un calo del 30% delle compravendite immobiliari. Quanti posti di lavoro, quanto reddito e quanto gettito fiscale è stato perso? Quanto indotto, dai materiali per la casa a quelli per gli arredi è venuto meno? Quante nuove famiglie non si sono potute costituire? E quanta ricchezza è stata sprecata, svalutata per effetto del precipizio della domanda e per la mancanza di convenienza negli investimenti immobiliari?
Sono colpevoli tutti perché, invece di chinare il capo a Monti e ai suoi tecnocrati senza idee, dovevano tutti mandarlo dove vorrebbe mandarlo Grillo. Il comico per molte cose ha ragione, ma ha anche molte idee sbagliate e nessuna proposta ragionevole.
Bisogna, invece, vincere la rassegnazione. Non è facile, ma ci vuole coraggio.
Vito Schepisi
 

17 settembre 2012

Rien ne va plus



La spesa pubblica è arrivata al 60% del Pil. Il Pil come sappiamo è l'intero fatturato italiano.
Per capirci meglio bisogna pensare che se in questo momento comprassimo un chilo di pane, pagando 3 euro, nello stesso momento, in termini teorici, ma con effetti pratici, lo Stato spenderebbe 1,80 Euro.
Vale a dire, ancora, che tutto ciò che si fattura in Italia, compresi i salari, trova una spesa corrispondente per 3 quinti di costi pubblici.
E parliamo sempre di costi primari, cioè non teniamo conto dei costi degli interessi sul debito che al momento s’attestano sugli 80 miliardi di euro l'anno.
Questo concetto deve essere chiaro, se si vuole capire cosa ci troveremo dinanzi dopo le elezioni politiche di primavera.
Il rapporto spesa pubblica/Pil è insostenibile e, infatti, l'Italia non riesce a bloccare la dinamica del debito sovrano.
Il debito per suo conto è insostenibile perché ci espone ai venti della speculazione. A giugno di quest'anno, nonostante la cura da cavallo di Monti, ha raggiunto il record di 1.972, 900 miliardi di euro. Non si può pensare di continuare così. Bisogna bloccarlo. Per bloccare il formarsi del nuovo debito sono note solo due strade: 1) abbassare le spese; 2) aumentare le entrate. Non se ne conoscono altre, tutt’al più la combinazione tra le due azioni. La terza, invece, sarebbe il fallimento.
Spero che tutto questo sia chiaro. E spero che sia chiaro che nonostante il recupero record del 2011 dell'evasione fiscale il debito sia aumentato ugualmente. Così si risponde in anticipo ai molti imbecilli che dicono di avere, beati loro, la soluzione in tasca.
Spiegare perché, a volte, se si spreme il contribuente e si contesta il sommerso, si finisce col contrarre le entrate fiscali, anziché aumentarle, può apparire complesso, ma non è così. Facciamo un esempio. Se una piccola impresa riuscisse a sopravvivere e a pagare i salari alle maestranze, lavorando nel sommerso - nel mezzogiorno ci sono migliaia di piccole imprese che lo fanno - creerebbe ricchezza e metterebbe in circolazione risorse per i consumi. Se chiudesse, invece, creerebbe disoccupazione e bisogno sociale, e sottrarrebbe risorse alla domanda.
Il saldo tra le due cose è positivo nella prima ipotesi ma negativo nella seconda. E' per questa ragione che l'alta pressione fiscale crea povertà al Paese e finisce col criminalizzare i piccoli lavoratori autonomi che dinanzi alla scelta tra sopravvivere o capitolare scelgono la prima.
Da questo ragionamento, per concretezza, proviamo a trarre delle conclusioni.
In primavera si vota. C'è chi è incazzato e a votare non ci andrà. C'è chi è anche lui incazzato e, per protesta, andrà a votare i comici che s’improvvisano politici - sarebbe come se, per curare un dente, si andasse dal ciabattino - c'è, invece, chi andrà a votare e farà le sue scelte.
Dico subito che sono contro la protesta sterile. Il voto è un diritto, ma anche un dovere. La democrazia si forma attraverso il consenso e, se la politica per alcuni è diventata un espediente per vivere bene alle spalle di altri, la colpa è anche di chi non sa fare le scelte.
Le scelte!
Destra, sinistra, centro, francamente, sono tutte sciocchezze. Gli imbecilli e le persone per bene ci sono dappertutto. Non c’è il partito degli onesti o quello dei disonesti. E spesso quelli che si dicono onesti si organizzano per il consenso in modo “mafioso”, ma questa sarebbe già un’altra storia! Le etichette sono arnesi della vecchia politica e servono per alimentare le polemiche, distraendo i cittadini dalle scelte da cui dipendono la nostra vita quotidiana e il futuro delle giovani generazioni: ciò che la partitocrazia, per il proprio vantaggio, sta distruggendo.
E’ da premettere che tutto si può dire, anche garantire un salario a tutti, dare una casa a chi non l'ha, ed anche far sposare Vendola con il suo amichetto. Le parole non costano!
La scelta fondamentale da fare, però, è tra il tagliare la spesa o aumentare le entrate (tasse), perché è necessario scegliere ciò che ci serve per essere liberi di realizzare ciò che vogliamo.
A tal fine, il quadro è più chiaro di quanto non si pensi. Possiamo dire che i due schieramenti, anche se divisi all’interno, sono perfettamente rappresentativi di queste due strade.
Quella, infatti, che si definisce sinistra, centrosinistra, movimenti di protesta o partito delle manette (Grillo e Di Pietro) prevalentemente va verso la strada dell’aumento delle entrate (le tasse), per sostenere la spesa.
Quella che si definisce destra, centrodestra e altri movimenti nascenti (Giannino e Montezemolo) punta invece a contenere la spesa e ridurre le tasse.
Quando si ragiona, si capisce cosa serve all’Italia, altrimenti, se si vota per istinto e pregiudizio, è un po’ come andare a puntare al casinò.
Fate il vostro gioco! Rien ne va plus!
Vito Schepisi

14 luglio 2011

E alla fine prevalse il buon senso

C’è voluta una pericolosa aggressione speculativa sui mercati finanziari per recuperare in Italia una parte del buonsenso perduto. La globalizzazione e la velocità delle comunicazioni oggi non concedono pause. Le economie dei paesi industriali e delle aree di grande interesse economico-monetario sono passate al microscopio e pesate sulle bilance della speculazione finanziaria.
E’ per questa ragione che le “narrazioni” di alcuni soggetti politici oggi fanno ridere. Le favole possono solo eccitare la fantasia, ma poi arriva la cruda realtà delle cose, ed è solo con questa che bisogna poi fare i conti.
In economia non c’è spazio, ad esempio, per la poesia e la fantasia vale sino a un certo punto. I costi, il welfare, la produttività, l’equilibrio dei bilanci, gli utili, le economie aziendali, l’efficienza produttiva, la concorrenza, l’elasticità dei mezzi finanziari, sono questioni che non fanno dormire la notte a chi ha sulle proprie spalle responsabilità aziendali, a chi tiene al futuro delle maestranze e delle loro famiglie e, nel caso più ampio, a chi tiene all’interesse nazionale. La fantasia in economia può servire a presentare bene un progetto aziendale e farlo adottare o per vincere un concorso di idee e acquisire commesse e lavori, ovvero per promuovere la vendita di beni e per far convogliare investimenti e finanziamenti.
Le parole d’ordine dei mercati sono stabilità politica e conti in ordine. Una maggioranza esposta ai condizionamenti delle opposizioni, e che non sia in grado di assicurare il necessario rigore sui conti, provoca turbamenti sui mercati, di solito in modo proporzionato alla sua tenuta complessiva. Più la maggioranza cede alle soluzioni demagogiche e più cresce il divario sulla fiducia del suo debito. Per uno Stato come l’Italia che ha il rapporto tra il debito pubblico ed il Pil più alto d’Europa, e secondo nel mondo industriale, la fiducia sul debito è una cosa importante. Basti pensare che lo Stato italiano, oggi, paga per gli interessi sul debito il 3% in più della vicina Germania. Questo divario si chiama fiducia. Il mercato stima la Germania più solvibile dell’Italia e per la legge della finanza, che vuole che al minor rischio corrisponda un minor rendimento, si può permettere di pagare molto meno il costo dei suoi titoli pubblici. Nel 2010 l’Italia, solo per gli interessi sulle obbligazioni rappresentative del suo debito, ha pagato oltre 70 miliardi di Euro. Un punto di differenza su 1890 miliardi di debito pubblico vale 18,9 miliardi di euro in più in un anno. Tre punti equivalgono all’intera manovra in corso.
I governi per tenere sotto controllo i conti pubblici hanno un solo mezzo: le leggi finanziarie. Le manovre di bilancio servono per assolvere gli impegni di contenimento assunti, e vanno fatte nei tempi previsti. Nessuno può fare il furbo senza pagarne le conseguenze. Truccare i conti o rimandare nel tempo gli impegni è un’esperienza che ha messo in ginocchio alcuni paesi europei. I conti in disordine non hanno scampo. Se una volta nelle città medioevali esisteva una colonna, chiamata di solito colonna infame, a cui venivano legati, ed esposti al pubblico ludibrio, i debitori, ora ci sono le agenzie di rating che assolvono lo scopo.
L’economia, come si è detto, non è una materia che impegna più di tanto la fantasia. Le fonti dei mezzi finanziari da acquisire sono, infatti, sempre le stesse: tagli alle spese, aumento della pressione fiscale e, in ultima analisi, la dismissioni di beni. Tremonti l’aveva detto già dal momento in cui si è insediato questo Governo, nel 2008: le finanziarie che si trasformavano in un assalto alla diligenza hanno fatto il loro tempo. Con il suo debito pubblico l’Italia può solo invertire il rapporto tra le entrate e le spese. Le formule magiche le hanno solo i pifferai e i maghetti delle illusioni. Ma i sogni, come si sa, si spengono sempre all’alba.
Vito Schepisi su DailyBlog

25 giugno 2010

Il miracolo italiano


Sottrarre risorse alla spesa, finanche per pagare i debiti contratti, produce inevitabilmente un effetto negativo sull’economia. I tagli vanno sempre fatti in modo progressivo e quando il traino della crescita assorbe, senza impatti improvvisi, la riduzione delle disponibilità. Non è un mistero che, riducendo le risorse da destinare ai consumi, si generi una contrazione della domanda e quindi minore sviluppo.
Ma se la Corte dei Conti rileva che sottrarre risorse da destinare ai consumi rallenta la crescita, lo fa perché svolge la sua funzione di controllo e di monitoraggio, ma occorre sempre che si crei l’equilibrio tra le entrate e le uscite dello Stato. E se il decreto finanziario del Governo serve per ricondurre il disavanzo d’esercizio nei limiti del dal Patto di Stabilità e Crescita di Maastricht, non ci possono essere ripensamenti. E’ necessario che i tagli si facciano, non ignorando finanche che debba esserci una doppia lettura per comprenderne l’utilità. I paesi europei, tutti, sono chiamati a ridurre il debito per rispondere all’aggressione speculativa sull’Euro e sulle borse europee. In questo contesto anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte.
L’Italia nel 2009 ha gestito la crisi in modo intelligente. Mentre la domanda subiva una brusca frenata, la produzione ristagnava, emergevano i licenziamenti e le famiglie avevano difficoltà a rifornirsi dei beni primari, ha evitato i tagli ed ha destinato più risorse alla spesa sociale, finanziando la cassa integrazione ed introducendo la sua estensione. Ha anche provato ad introdurre politiche di investimento e di crescita, come il Piano Casa, ad esempio, frenato dalla miopia politica della Conferenza delle Regioni.
Il ministro dell’Economia non si è mai affannato a rispondere alla obiezione, più polemica che concreta, dell’opposizione quando sosteneva che il Governo volesse nascondere la crisi. La crisi non è un oggetto che si può nascondere. Trae la sua sostanza sui dati. Le fonti dei dati sono diverse. Alcune sono orientate e di parte, ma le più sono puntuali ed oggettive e vanno dagli organismi internazionali agli uffici studi dei sindacati e della Confindustria. Ma se non si poteva nascondere la crisi, si poteva evitare di piangerci sopra. Il governo ha evitato di restare inerme o di inventarsi soluzioni demagogiche che avrebbero potuto condurre allo sfascio, come chiedeva Franceschini, ad esempio con il salario garantito a tutti i disoccupati.
Cosa valeva allora gridare alla crisi, se non per far crescere più panico di quello creatosi?
La recessione è una congiuntura che si sviluppa sulla sfiducia per il futuro. I consumatori rinviano o annullano le spese, le famiglie accantonano risorse augurandosi tempi migliori. Chi ha un bene da vendere deve ridurre le sue pretese. Chi ha scorte deve fare saldi o svenderle. Chi ha il magazzino vuoto riduce la quantità consueta negli ordinativi, privilegiando la politica della prudenza nella formazione delle scorte. Se cala la domanda, si verifica l’inverso del normale ciclo commerciale, quando le imprese riempiono i magazzini con l’intento sia di spuntare prezzi d’acquisto migliori e sia, per effetto degli aumenti di listino, di ricavare margini maggiori dalle vendite. Con la recessione emerge, invece, il timore di non vender, o di essere costretti a svendere il magazzino per rientrare dagli immobilizzi commerciali.
L’Italia è rimasta coinvolta dal fenomeno recessivo internazionale. Il nostro sistema bancario, infatti, aveva retto al crollo, partito negli USA, che aveva dato origine al panico. Tra i risparmiatori italiani e nei portafogli delle nostre banche non c’erano massicce presenze di quei titoli tossici che, altrove, avevano indotto i governi ad intervenire con massicci stanziamenti per evitare il tracollo di tutto il sistema.
Nessuna sottovalutazione della crisi, pertanto, e tanta attenzione che si è dimostrata ben posta, tanto che l’economia italiana già dai primi mesi del 2010 ha mostrato sintomi di crescita maggiori degli altri paesi europei e se le ultime stime vedono il Pil italiano ancora in ulteriore incremento.
E sempre l’Italia, nei giorni scorsi, con grande successo, ha insistito in Europa nel sostenere che per valutare l’esposizione debitoria di uno Stato debba essere considerato l’indebitamento complessivo di tutto il Paese. Sulla base di questo principio, si è stabilito che il debito pubblico italiano, sommato con il debito delle imprese e delle famiglie, non raggiungeva quelle punte di maggiore criticità nel confronto con gli altri paesi europei. Un successo non da poco se questa rivalutazione contribuirà ad innalzare gli indici di solvibilità del debito (rating), riducendo così il costo degli interessi per il collocamento dei titoli pubblici. Solo una riduzione del costo degli interessi dello 0, 50% , ad esempio, ci farebbe pagare circa 9 miliardi di Euro all’anno, un risparmio pari a più di un terzo della manovra e che non va ad incidere sui consumi.
Da Berlusconi e da questo Governo, l’Italia, però, si aspetta ancora di più. L’alta pressione fiscale frena gli investimenti e riduce le risorse delle famiglie. Il debito pubblico nel 2009 ci è costato circa 76 miliardi di interessi, tre volte la manovra su cui si discute. L’evasione fiscale pesa, secondo le ultime stime, per circa 125 miliardi di Euro. C’è una voragine di sprechi, fatti di lussi, abusi ed eccessi, che parte dal centro e si sviluppa nelle regioni e negli enti locali. Se Berlusconi e Tremonti riusciranno a fare anche questo miracolo, un domani la storia italiana ne imporrà la beatificazione.
Vito Schepisi

31 maggio 2010

Metà manovra ce la siamo giocata



In tanti avevamo sperato che i provvedimenti per limare gli eccessi di spesa dei conti pubblici, anche se non risolutivi, non sarebbero stati l’ennesimo atto della solita commedia italiana. La stessa che, per opportunismo o per troppa mollezza, se non per furbizia, ci ha portati ad essere un esempio negativo nel mondo. Ce lo diciamo da troppo tempo che per impegno, determinazione, coraggio, lungimiranza e chiarezza avremmo bisogno di più estesa tensione morale, di più responsabilità politica e di maggiore spirito nazionale.
E’ accaduto che le manovre di macelleria sociale, anche nel recente passato, con Prodi, sono state adottate nell’indifferenza del Capo dello Stato. Ma se si tagliano gli stipendi, ai magistrati ed ai burocrati, da 80 mila Euro l’anno in su, sembra che per firmare a qualcuno tremi la mano.
Quando la barca rischia di affondare per troppo peso, si getta a mare la zavorra e tutto quanto sia di poca utilità o che renda instabile e non più manovrabile l’intera imbarcazione. Meglio perdere il carico, fosse anche costituito da lingotti d’oro e da oggetti preziosi, che perdere, con lo stesso carico, la nave e la vita. Meglio le rinunce di oggi che il rischio di pagare domani un prezzo ancor più insopportabile. E se si parla di zavorra o di “gemme” e di oggetti “preziosi” inutili, e poi di magistrati e burocrati, l’accostamento non deve mai considerarsi solo e sempre casuale.
Il Governo, le parti sociali, i vari ministeri, i magistrati, i partiti, i gruppi interni ed il Presidente della Repubblica diventano troppi filtri per un provvedimento di sacrifici e di responsabilità politica. Troppi per un intervento con le cesoie che doveva scontentare un po’ tutti, ma che dovrà anche servire a raccogliere risorse certe e visibili.
Tutti hanno le loro ricette, spesso fumose. Tutti rimandano, però, la palla nel campo avversario. Idee concrete? Nessuna! Tra i suggerimenti, solo i soliti: il primo è la lotta all’evasione fiscale, che è un coro di tutti, di politici e di gente comune; il secondo è il taglio ai costi della politica, che è invece un coro della sola gente comune. Ma quando occorre realizzare non valgono i buoni propositi e gli impegni a lungo termine. Gli effetti dei tagli devono essere, invece, immediati. L’effetto della riduzione della spesa deve essere più a portata di mano ed immediatamente percettibile.
Un intervento finanziario di un Paese della Comunità Europea, oltre che produrre effetti pratici sui conti, contribuisce a riflettere la fotografia politica dello stesso Paese, e serve anche a ridare slancio e fiducia alle istituzioni monetarie della Comunità. Con l’immagine e con gli atteggiamenti delle diverse parti (maggioranza, opposizione, istituzioni, parti sociali, funzioni dello Stato etc.), benché nei ruoli e con i toni diversi, l’Italia fornisce, pertanto, un quadro complessivo di maggiore o minore coesione nazionale, oltre che di complessiva responsabilità politica ed istituzionale.
Un Paese non sta in Europa, e non adotta la sua moneta unica, perché è governato dalla destra o dalla sinistra, o perché ha un sistema di democrazia rappresentativa di un tipo anziché di un altro, ma perché vuole concorrere ad una politica di stabilità e di crescita comune. In caso contrario sarebbe incoerente. Ma per stare seriamente in Europa è opportuno che nei paesi della Comunità si formi una coscienza complessiva che vada oltre il confronto politico interno. E’ indispensabile l’impegno di tutti i soggetti interessati perché si rispettino i trattati e le regole comuni adottate. Le tensioni politiche vanno, invece, lasciate a casa.
Ciò che sta succedendo in Italia, invece, per una manovra ritenuta da tutti indispensabile, non è affatto una buona risposta ai mercati, né alla credibilità del Paese e neanche ai partner europei. Non rende affatto l’idea di voler fare sul serio. A parità di flussi economici realizzabili per il riequilibrio dei conti italiani, una metà manovra ce la siamo già giocata come effetto e come barriera psicologica da opporre alla speculazione. Continuiamo, cioè, a farci del male da soli. C’è purtroppo ancora un’Italia masochista. Permane la vecchia cultura ideologica del tanto peggio, tanto meglio. Viene da pensare che chi lo fa stia troppo bene! Nevvero Epifani, Palamara, Bersani, Napolitano, Di Pietro?
La Grecia, Il Portogallo, la Spagna non sono solo paesi vicini all’Italia nell’area mediterranea dell’Europa, ma sono vicini al nostro Paese per l’uso che è stato fatto in passato della spesa pubblica: un serbatoio a cui attingere per risolvere le tensioni sociali, un fondo senza fine che hanno sempre pagato le famiglie dei lavoratori ed i risparmiatori con l’inflazione e che salderanno le generazioni future.
Ora, però, questo giochetto è finito. I consociati di una volta (partiti, parti sociali, istituzioni, burocrati, banche, finanza e caste), per evitare il fallimento del Paese devono essere fermati. In Italia, come e forse più che in Grecia, Spagna e Portogallo il debito pubblico ha finanziato gli abusi, i partiti, la corruzione, i privilegi e le mafie. Nessuno, a questo punto, può pensare di farla franca dinanzi a 1800 miliardi di debito pubblico. E la sinistra ha le responsabilità maggiori, e non ha alcun titolo per chiamarsi fuori.
Vito Schepisi

26 maggio 2010

Manovra necessaria ma non coraggiosa



Sulle reazioni alla manovra, niente di nuovo. Epifani ha detto ciò che si pensava che dicesse, Il Presidente della Conferenza delle Regioni Errani, altrettanto, Di Pietro ha aperto la bocca per chiedere, anche ieri, le dimissioni di Berlusconi e Bersani sembra tanto Gino Bartali col suo “è tutto da rifare”. Casini, invece, sospende il giudizio, richiama le parole del Presidente Napolitano e chiede di pensare alle famiglie.
Tutto come da copione!
Cerchiamo d’esser seri, però, se ci riesce. La manovra da 24 miliardi di Euro in due anni contiene cose scontate. I provvedimenti approvati dal CdM, per lo più, erano già sulla bocca di tutti da qualche settimana. Lo erano almeno da quando la speculazione, traendo spunto dalle difficoltà dei conti pubblici della Grecia, ha preso d’assalto l’Euro e le borse dei paesi che adottano la moneta europea.
Gli interventi della Commissione Europea, quali il sostegno alla Grecia con l’erogazione di un prestito che consentisse al paese di Socrate e Platone (come è stato rilevato da Prodi e compagni in occasione del suo ingresso tra i paesi dell’Euro) di onorare gli impegni finanziari in scadenza, e la costituzione di un fondo che servisse a fronteggiare l’urto speculativo degli “squali” dei mercati, si sono mostrati utili, anzi utilissimi, ma non sufficienti.
Gli altri provvedimenti di singoli paesi, come quello solitario della Germania di impedire la trattazione dei titoli allo scoperto, sono risultati inefficaci, se non dannosi. E’ buona, invece, l’idea di un’agenzia di valutazione del debito di matrice europea, fuori dal controllo della speculazione, ma sarebbe inefficace se il debito pubblico in Europa, nella sua globalità, non dovesse scendere. Meglio, infatti, intervenire sulle cause che mitigarne gli effetti.
Ogni Stato europeo, per fronteggiare l’assalto, deve fare la sua parte. E deve farla subito, prima che gli attacchi speculativi, come è successo per la Grecia, uniscano al danno altro danno.
Da questa crisi emergono almeno due segnali di criticità per la moneta unica europea e per riflesso per i mercati finanziari. Una può essere risolta con un coraggioso impegno politico e coi sacrifici dei cittadini, ma l’altra, al momento irrisolvibile, non è meno importante.
E’ evidente che la prima delle criticità, la risolvibile, è quella che mette in discussione il ricorso al debito pubblico per finanziare sia gli investimenti che il sistema sociale degli stati europei. Va bene il debito utilizzato per gli investimenti, quando funge da leva per produrre ricchezza, meno bene, invece, quello contratto per sostenere l’onere dei servizi e della spesa sociale. Sotto la lente d’ingrandimento per il debito pubblico, ora, sono quasi tutti i paesi europei, anche quelli politicamente ed economicamente più solidi. La recessione ha messo a dura prova il sistema finanziario di molti paesi. Molte banche hanno rischiato la chiusura. L’Italia, per fortuna, è rimasta quasi indenne da questo pericolo, ma sul fronte del debito aveva già problemi di suo.
L’altra criticità riviene dal fatto che alla moneta europea manca un riferimento diretto coi mercati mondiali delle materie prime. Per intenderci manca quell’aggancio, come l’ha il dollaro, al mercato internazionale dei rifornimenti primari al sistema produttivo, come il petrolio, ad esempio.
Se l’Euro fluttua la partita è tutta finanziaria. Se la moneta europea perde valore rispetto al dollaro, serviranno più Euro per l’acquisto della materie prime. E qualora, per effetto dei cambi, si creino vantaggi per la collocazione dei prodotti europei sui mercati, succede che i paesi coinvolti adottano misure protezionistiche, come accade spesso negli Usa. In teoria la fluttuazione dell’Euro può essere utilizzata producendo enormi guadagni speculativi, pur mantenendo invariati i flussi di mercato sulle materie prime. Che pacchia, ad esempio, per gli sceicchi, padroni del petrolio, che ricavano dollari che utilizzano sui mercati europei per comprare, a prezzi stracciati, pezzi di territorio e partecipazioni industriali!
Ma torniamo all’Italia ed alla manovra. C’è da rilevare che, rispetto alle dimensioni degli interventi di altri paesi europei, e se rapportato al debito pubblico estremamente elevato, il coraggio italiano si è rivelato abbastanza timido. La manovra risente di un clima politico difficile, ma soprattutto di molta preoccupazione per la coda della crisi recessiva. In una fase di lenta crescita della produzione industriale è, infatti, da evitare che la riduzione della spesa finisca col comprimere la possibilità di dar respiro ai consumi, penalizzando così la stessa ripresa e l’occupazione.
Ciò che manca nel piano del Governo è un taglio più deciso delle spese e soprattutto appare carente lo spessore strutturale delle misure. Se analizziamo la manovra, consistente in tagli, risparmi ed entrate per 12 miliardi ad anno per i prossimi due, e se dall’altra parte, ad esempio, ci si sofferma sul costo per interessi del debito pubblico pari a circa 70 miliardi di Euro ad anno, si capisce che il discorso sul debito pubblico e sui tagli non si chiuderà qui. Se non arriverà la ripresa, e se non aumenteranno le entrate, sarà sempre più difficile contenere la spesa senza adottare ulteriori tagli. Molto difficile!
Vito Schepisi

17 maggio 2010

Idee, determinazione e coraggio


Dopo l’intervento per salvare dal fallimento la Grecia, e dopo il piano di stabilizzazione contro la speculazione varato dalla Commissione Europea, la speculazione torna all’attacco dei mercati della zona dell’Euro. Sotto l’occhio del ciclone, come per la Grecia, finiscono le previsioni di aumento del debito pubblico dei paesi europei. Tutto come da copione della serie: i nodi tornano sempre al pettine.
La crisi economica, partita da oltreoceano, e legata alle bolle finanziarie dei mercati derivati, non soltanto ha fatto emergere la fallace illusione della ricchezza fittizia di una finanza che si avvolgeva come una spirale intorno al denaro virtuale, ma ha anche evidenziato la gracilità di un sistema che si becca la polmonite al primo accenno di vento.
Ora in quasi tutti i paesi europei e non solo, Italia compresa, si parla insistentemente di interventi e manovre per tagliare le spese e gli eccessi. Il debito pubblico in molti Stati è diventato una palla al piede e svilisce sia le politiche di sviluppo, che le politiche sociali, mentre favorisce le aggressioni speculative ai mercati. Si vive quasi dappertutto al di sopra delle possibilità. E c’è chi non può permetterselo. C’è un’abitudine allo spreco e lo si fa con le risorse energetiche, economiche, alimentari ed ambientali. Gli sperperi, invece, vanno recisi ad ogni costo. In Italia, ad esempio, anche a costo di una crisi di governo e di elezioni anticipate.
Il debito pubblico italiano al 31 dicembre 2009 è salito a 1.760.765 milioni di euro, pari al 115,8% del prodotto interno lordo. Una cifra enorme! E non si ferma, va avanti.
Se gli italiani, tutti insieme, per ipotesi, lo scorso anno avessero deciso di saldare tutto il debito, destinando a questo fine tutte le attività del Paese, non ci sarebbero riusciti. Lavorando e devolvendo tutto il salario, rinunciando agli utili e restituendo ogni ricavo, gli italiani avrebbero coperto solo l’86,37 dell’intero debito. Il PIL nel 2009 è stato, infatti, pari a 1.520.870 milioni di euro.
Con la previsione di un rientro graduale, o se si consolidasse l’esposizione, mantenendo invariata la sua incidenza, l’impegno, seppur gravoso, potrebbe anche andar bene, ma non è così. Nel 2009 il debito è cresciuto del 5,2% del PIL e per l’anno in corso le previsioni indicano sempre un disavanzo. L’inversione di tendenza viene, invece, rinviata di anno in anno.
Per capire, si pensi ad una famiglia che ha comprato la casa, gli arredi, l’automobile e tutto quanto necessario per una vita dignitosa. Bene! Ma si pensi che questa decisione, pur ponderata con sofferenza e presa con consulto di famiglia, con carta e penna, estratto conto bancario, buste paga e preventivi, la famiglia l’abbia presa non disponendo di mezzi propri, ma contraendo debiti, e che si sia illusa che così facendo potesse essere tutto più facile.
Un mutuo a lungo termine per la casa. Un prestito a medio termine per l’automobile e per gli arredi. Lo scoperto di conto corrente per pagare le rate dei prestiti e mutui, le spese di condominio e le utenze. La carta di credito revolving per le spese correnti, la continuità della vita sociale, l’abbigliamento ed i piccoli oggetti di “cult”. Il bancomat per disporre del contante per il bar, la paghetta ai ragazzi, la benzina alla macchina, il superenalotto (sperando nel colpo di fortuna), lo stadio, il parcheggio, i fiori alla moglie ed il cinema.
Se non vince al superenalotto, questa famiglia, prima o poi, si trova con il conto in banca bloccato e senza più gli arredi e l’automobile, pignorati dai creditori. E si trova senza più la casa, dopo l’attivazione della garanzia ipotecaria della banca.
Il debito se contratto con responsabilità può avere una virtuosa funzione di crescita, e può favorire la convenienza economica di un investimento. E’ così quando favorisce l’acquisto di un bene duraturo, mettendo subito a disposizione le risorse economiche necessarie, mentre ne scagliona nel tempo la restituzione. Quando consente di incrementare la consistenza patrimoniale o , per un’azienda, di dotarsi degli strumenti per la produzione, ovvero dell’elasticità di cassa necessaria per il ciclo produttivo. Ma un debito esercita questa funzione virtuosa, quando il suo costo non mette in discussione il fruire di ciò che è necessario per la vita di una famiglia o, nel caso di un’azienda, quando consente alla stessa di essere puntuale e corretta nei rapporti coi fornitori e con le maestranze.
Perché il debito sia una vera opportunità di crescita, e non una diminuzione della soddisfazione di vita di una famiglia, o un immobilizzo finanziario per un’azienda, è indispensabile la rinuncia al superfluo.
Ma è stato così in Italia? Il Paese ha mai rinunciato al superfluo per onorare i suoi impegni? Si direbbe di no! Per farlo si dovrebbero tagliare le spese, iniziando dai privilegi e dagli sprechi. Ma non è stato mai fatto.
Dai costi della politica a quelli delle caste, dalle spese delle consulenze a quelle della burocrazia, dagli stipendi ai burocrati a quelli dei manager pubblici, e poi l’incuria e l’improduttività del patrimonio pubblico, gli abusi ed i piccoli e grandi furti, i benefit, le agevolazioni ed i fannulloni che rubano lo stipendio. Le doppie e triple pensioni e persino la cresta a piè di lista. C’è una giungla di costi inutili ed esagerati e di sprechi. Ci vorrebbe una scure!
Tagliare diventa una necessità, prima che ce lo impongano gli altri. Serve responsabilità, ora. Si venga fuori dalle diatribe ideologiche: non c’è centrodestra o centrosinistra che tenga. Conta la volontà politica di chi ha le idee chiare, la determinazione necessaria e soprattutto il coraggio.
Vito Schepisi

29 aprile 2010

Stabilità politica e tagli alle spese



Una volta in Italia c’era l’inflazione a due cifre che dimezzava rapidamente l’incidenza del debito pubblico. Una volta, per contenere gli effetti dell’esposizione del Paese, si svalutava progressivamente la lira. Una volta c’era di fatto un accordo consociativo tra politica, sindacato ed impresa.
La tacita intesa consisteva nel dare a tutti qualcosa, a chi più ed a chi meno, nel tollerare ogni eccesso, nel garantire il salario a prescindere dalle prestazioni, nel lottizzare gli appalti ed i posti di lavoro in modo da ritagliare ampi margini per i costi della politica e per coltivare le clientele ed, infine, nel socializzare le perdite delle grandi famiglie industriali a spese dei lavoratori e dei risparmiatori.
Oggi tutto questo non è più possibile, almeno non lo è più come prima. Non è più possibile accumulare debito pubblico a dismisura. La politica monetaria, infatti, non è più gestita dalle autorità economiche e finanziarie nazionali, ma dalla Banca Centrale Europea. Il danaro, così, mantiene buona parte del suo potere d’acquisto ed il debito pesa per quello che è. Se poi è già alto, e cresce ancora, diventa un cattivo segnale.
A fiutare l’odore dei guai ci sono le agenzie che valutano il merito creditizio dei Paesi e lo fanno assegnando, in una scala di indici, la collocazione della fiducia sul debito. Le agenzie di rating sono come gli avvoltoi, che ruotano inesorabili e spietati attorno agli animali feriti, e sono pronte a declassare, senza preavviso ed al minimo segnale di criticità, il giudizio sul debito degli stati, rendendo più problematico, e soprattutto più costoso, il suo collocamento. La Grecia, il Portogallo e la Spagna in questi giorni ne sanno qualcosa.
L’economia somiglia un po’ al principio fisico della distribuzione dei pesi che regolano gli equilibri delle masse. Se si perde l’equilibrio si cade, e spesso, cadendo, ci si fa male. In economia il paese che fa debordare le spese, ovvero che non provvede ad assicurarne la copertura con le entrate, e che infrange il giusto equilibrio tra le poste finanziarie e si indebita eccessivamente, ne paga le conseguenze.
Un paese è come una grande famiglia. Ha le sue entrate, i suoi costi fissi, le spese correnti, i risparmi, gli imprevisti, gli investimenti, i debiti. Come una famiglia, deve usare prudenza, evitando di muovere passi più lunghi della gamba, cioè di spendere più di quanto guadagna, indebitandosi eccessivamente. Una famiglia, inoltre, deve mantenere margini di riserva per gli imprevisti e saper programmare le necessità future.
Con l’Euro sono venute meno le speculazioni sulle monete ed anche l’uso di far pagare il debito pubblico, come accadeva in Italia, ai risparmiatori. I paesi dell’Euro hanno scommesso sulla stabilità monetaria. Per garantirla è stato stipulato un patto che serve ad imporre il contenimento del ricorso all’indebitamento. Il Trattato del 1992, stipulato nella città olandese di Maastricht, ha così posto un argine al ricorso al debito, limitandolo, nell’esercizio finanziario, alla soglia del 3% del PIL.
Da quel momento le cose si sono fatte più serie anche in Italia. Non è stato più possibile, ad esempio, consentire il pensionamento del personale della scuola dopo 15 anni, 6 mesi ed 1giorno, né rinnovare i contratti del pubblico impiego con percentuali d’aumento a due cifre, né assumere personale alle dipendenze dello Stato solo per risolvere le tensioni sociali del Paese. Non è più possibile rilasciare pensioni d’invalidità con la benevolenza di medici compiacenti, né nascondersi con facilità al fisco. Non dovrà essere più possibile disgiungere il salario dal rendimento e dalla produttività. Anche gli enti locali, e tutti gli enti pubblici, dovrebbero fare più economie e tagliare gli sperperi e, se al momento non è affatto così, occorre lavorare perché il pubblico danaro serva a coprire i costi di servizi efficienti, ovvero perché sia investito per obiettivi di crescita, di redditività, d’occupazione e di riduzione della spesa sociale.
Il debito pubblico italiano è altissimo: ha raggiunto il 115% del PIL. Il nostro Paese, anche se ha una situazione generale di maggior stabilità economica, se è tra le 8 potenze economiche mondiali, se ha un basso ricorso al debito ed un’alta propensione al risparmio delle famiglie, ha comunque la necessità di ridurre il suo debito.
La riduzione dei costi della politica, il recupero dell’evasione fiscale, la regolarizzazione dell’economia sommersa, la lotta alle attività mafiose e la confisca dei beni rivenienti dalle attività illecite, ma anche il controllo sulle false pensioni di invalidità, i tagli del personale e delle spese della pubblica amministrazione, i tagli della burocrazia, la razionalizzazione dei compensi erogati alla dirigenza statale e l’abbattimento dei privilegi corporativi e di casta devono tutti contribuire ad abbattere il debito.
E’ sempre meglio pensarci per tempo. Se non lo faremo, la prossima campana potrebbe suonare per noi.
L’Italia ha un impellente bisogno, infatti, oltre che di riforme, di stabilità politica e di tagli alle spese.
Vito Schepisi