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14 luglio 2011

E alla fine prevalse il buon senso

C’è voluta una pericolosa aggressione speculativa sui mercati finanziari per recuperare in Italia una parte del buonsenso perduto. La globalizzazione e la velocità delle comunicazioni oggi non concedono pause. Le economie dei paesi industriali e delle aree di grande interesse economico-monetario sono passate al microscopio e pesate sulle bilance della speculazione finanziaria.
E’ per questa ragione che le “narrazioni” di alcuni soggetti politici oggi fanno ridere. Le favole possono solo eccitare la fantasia, ma poi arriva la cruda realtà delle cose, ed è solo con questa che bisogna poi fare i conti.
In economia non c’è spazio, ad esempio, per la poesia e la fantasia vale sino a un certo punto. I costi, il welfare, la produttività, l’equilibrio dei bilanci, gli utili, le economie aziendali, l’efficienza produttiva, la concorrenza, l’elasticità dei mezzi finanziari, sono questioni che non fanno dormire la notte a chi ha sulle proprie spalle responsabilità aziendali, a chi tiene al futuro delle maestranze e delle loro famiglie e, nel caso più ampio, a chi tiene all’interesse nazionale. La fantasia in economia può servire a presentare bene un progetto aziendale e farlo adottare o per vincere un concorso di idee e acquisire commesse e lavori, ovvero per promuovere la vendita di beni e per far convogliare investimenti e finanziamenti.
Le parole d’ordine dei mercati sono stabilità politica e conti in ordine. Una maggioranza esposta ai condizionamenti delle opposizioni, e che non sia in grado di assicurare il necessario rigore sui conti, provoca turbamenti sui mercati, di solito in modo proporzionato alla sua tenuta complessiva. Più la maggioranza cede alle soluzioni demagogiche e più cresce il divario sulla fiducia del suo debito. Per uno Stato come l’Italia che ha il rapporto tra il debito pubblico ed il Pil più alto d’Europa, e secondo nel mondo industriale, la fiducia sul debito è una cosa importante. Basti pensare che lo Stato italiano, oggi, paga per gli interessi sul debito il 3% in più della vicina Germania. Questo divario si chiama fiducia. Il mercato stima la Germania più solvibile dell’Italia e per la legge della finanza, che vuole che al minor rischio corrisponda un minor rendimento, si può permettere di pagare molto meno il costo dei suoi titoli pubblici. Nel 2010 l’Italia, solo per gli interessi sulle obbligazioni rappresentative del suo debito, ha pagato oltre 70 miliardi di Euro. Un punto di differenza su 1890 miliardi di debito pubblico vale 18,9 miliardi di euro in più in un anno. Tre punti equivalgono all’intera manovra in corso.
I governi per tenere sotto controllo i conti pubblici hanno un solo mezzo: le leggi finanziarie. Le manovre di bilancio servono per assolvere gli impegni di contenimento assunti, e vanno fatte nei tempi previsti. Nessuno può fare il furbo senza pagarne le conseguenze. Truccare i conti o rimandare nel tempo gli impegni è un’esperienza che ha messo in ginocchio alcuni paesi europei. I conti in disordine non hanno scampo. Se una volta nelle città medioevali esisteva una colonna, chiamata di solito colonna infame, a cui venivano legati, ed esposti al pubblico ludibrio, i debitori, ora ci sono le agenzie di rating che assolvono lo scopo.
L’economia, come si è detto, non è una materia che impegna più di tanto la fantasia. Le fonti dei mezzi finanziari da acquisire sono, infatti, sempre le stesse: tagli alle spese, aumento della pressione fiscale e, in ultima analisi, la dismissioni di beni. Tremonti l’aveva detto già dal momento in cui si è insediato questo Governo, nel 2008: le finanziarie che si trasformavano in un assalto alla diligenza hanno fatto il loro tempo. Con il suo debito pubblico l’Italia può solo invertire il rapporto tra le entrate e le spese. Le formule magiche le hanno solo i pifferai e i maghetti delle illusioni. Ma i sogni, come si sa, si spengono sempre all’alba.
Vito Schepisi su DailyBlog

05 febbraio 2010

Vendola e Zapatero


Forse non tutti ricorderanno quando la Spagna di Zapatero nel dicembre del 2007 gareggiava con l’Italia sul Pil, vantando di aver ingranato la marcia giusta e di essere in corsia di sorpasso. Anche quella era una bufala, esattamente come quella di Prodi che diceva di aver sistemato i conti in Italia.
L’Italia nel 2006, dopo che il centrosinistra, per 24.000 voti in più, aveva vinto (?) le elezioni, governava il Paese e dominava la scena, occupandola dalla platea al loggione, sistemava i conti solo grazie alla finanziaria 2006 di Tremonti. L’Italia era, infatti, sufficientemente rientrata nei parametri di Maastricht. La maggior incidenza della spesa era dovuta solo al rimborso iva sulle vetture aziendali, per decisione della Corte europea, e riferito agli accumuli negli esercizi precedenti.
Il salasso fiscale del duo Padoa Schioppa - Visco, nella finanziaria 2006, era servito, invece, a finanziare le clientele, a dare soldi alla Fiat ed al capitalismo amico, ad accontentare i pensionati di Bertinotti che potettero uscire dal lavoro un anno e mezzo prima (costo 10 miliardi di Euro).
A sinistra la sindrome dell’autoesaltazione è una patologia comune e diffusa. Anche le bufale sono ben contraffatte, come spesso accade per le famose mozzarelle campane.
La Spagna di Zapatero, nel 2007, era, invece, ben lontana dal Pil italiano e, come quella sinistra fanfarona, demagogica e mistificatrice, che ben conosciamo in Italia, puntava all’effetto annuncio. Un po’ come, con tutto il rispetto per Zapatero, fa Vendola in Puglia, i cui discorsi sono del tutto fumosi, privi di proposte ed effetti concreti, spesso limitati a sollevare polveroni ed a dar corso a battaglie ideologiche.
La Spagna di Zapatero è infatti allo sfascio, almeno quanto lo è la Puglia di Vendola. La bolla immobiliare, che già nel 2007 aveva manifestato i suoi sintomi, è ora deflagrata e la disoccupazione supera il 20%.
Anche in Puglia ci sono i sintomi della sfascio produttivo - industriale e la disoccupazione ha superato il livello di guardia. I servizi sociali sono al collasso, l’economia è ferma, le aziende chiudono, il territorio è in degrado, mentre la sanità macina debiti e brilla per episodi di malcostume e di cattiva gestione.
A quei tempi, nel 2007, in Spagna il filo, neanche troppo sottile, che separava la realtà dall’effetto annuncio, era stato il raffronto del Pil pro capite, ipotizzando la parità del potere di acquisto calcolato sul livello generale dei prezzi delle due economie. Come dire che il Pil pro capite di un paese della Lucania o della Calabria, ad esempio, sia superiore a quello di Milano. E solo perché i prezzi, dagli immobili ai prodotti agricoli e alimentari; dall’abbigliamento a quelli strumentali ed artigianali, in molti paesi del sud sono più contenuti di quelli delle grandi città del nord.
Quanto siano effimere le esaltazioni populiste di certi capipopolo di sinistra le valutiamo ora. C’era stato in Spagna un grande impegno, ai tempi di Aznar, per recuperare terreno nei confronti degli altri paesi europei. Erano state adottate politiche di buona visione prospettica, coerenti nel favorire la produzione e, attraverso questa, l’occupazione, e nell’usare la leva fiscale. Erano stati realizzati piani di infrastrutture logistiche e strumentali per poter uscire dallo stato di economia preindustriale ed affacciarsi a quello di società europea, con aree di mercato conquistate e con l’allargamento dell’offerta concorrenziale delle merci.
In Spagna questo processo è stato interrotto con Zapatero. E’ stato interrotto con l'inaspettato prevalere della sinistra nelle elezioni spagnole del marzo del 2004. Il successo elettorale era maturato dopo una gestione problematica, da parte del Governo di Aznar, del violento attacco terroristico dell’11 marzo 2004 a Madrid, 3 giorni prima delle elezioni, con circa 200 morti ed oltre 2000 feriti. Si può affermare che Zapatero abbia interrotto un ciclo virtuoso, ed è facile dirlo ora che in Spagna prevalgono sintomi di profonda crisi economica ed i pericoli di un grave collasso sociale.
Si può, ora, con facilità sostenere che in Spagna, più che i matrimoni gay, il governo avrebbe dovuto seguire la crescita dell’economia con politiche di rafforzamento della produzione e di allargamento dei mercati. Alla prima crisi mondiale, infatti, il paese iberico non ha retto. Zapataero e la sinistra spagnola hanno così disilluso quanti avevano ritenuto che si potessero introdurre politiche sociali di spesa, senza il sostegno di una forte economia. La logica dell’economia non può, però, solo appartenere alla retorica delle recriminazioni, ma deve anche avere un valore propositivo, soprattutto dovrebbe servire ad ammonire quanti ritengono che di certi principi se ne possa fare a meno. Questo vale in Spagna, come in Italia, e nel caso anche in Puglia, dove s’avverte la presenza di una sinistra ideologica e populista.
In Puglia sembra che permanga invece il senso di una illusione messianica: ed è l’esatta sensazione che prevaleva nella Spagna di Zapatero. In Puglia c’è chi pensa che tutto debba avvenire per obbligo del destino. Ma non è così! Attenzione che non è così! Le conseguenze poi le pagano le generazioni future: abbiamo già sottratto tantissimo ai nostri figli, più di quanto fosse necessario e sostenibile.
In Puglia si prova a far pensare che persino il malaffare debba essere visto con occhio diverso, e debba essere considerato persino virtuoso. Lo stesso metodo che abbiamo visto a Napoli, nel Lazio, a Bologna dove la morale prova sempre a sdoppiarsi. Ma attenzione che non è così! Si sdoppia solo l’ipocrisia e la faziosità!
Non vale per tutti a Bari, ad esempio, come accade invece a Milano, il “non poteva non sapere”, ed in Puglia la giustizia non è detto che debba necessariamente fare il suo corso e che sia insindacabile. Se entra nei santuari del “politicamente corretto”, la reazione si sente. Eccome!
Nella Puglia di Vendola si avverte la presenza di una rete che occupa il territorio. Una rete che illude, che spende, che promette, che alimenta le clientele e sistema gli amici. L’ha rilevato la magistratura che ha parlato di cupole di controllo del territorio, eppure sembra che la furbizia prevalga attraverso apparati ben oleati (terra di ulivi e di olio la Puglia!) che travolgono il senso delle cose e che travisano la realtà. Tutto continua come prima, la macchina è in moto da tempo, almeno da 5 anni e non accenna a fermarsi. C’è, nell’apparato di Vendola, una macchina elettorale che mantiene accesi i motori in eterno, un congegno prospettico che macina voti, che se ne infischia della magistratura e che travolge tutto. Anche le coscienze!
Attenzione, però, perché le illusioni si pagano, come sta accadendo alla Spagna di Zapatero!
Vito Schepisi

16 novembre 2007

Presidente Prodi ha capito che la sua maggioranza non esiste più?

Prodi sorride e si mostra soddisfatto. Ma non ha capito che la sua maggioranza è finita?
Non è una spallata e neanche un incidente di percorso: è una volontà politica del Paese, prima che delle forze politiche della sua maggioranza parlamentare.
Il Presidente del Consiglio più caparbio e restio a scendere dalla sella della sua bicicletta, oramai con le ruote forate, si rende conto che è diabolico e persino immorale governare contro il Paese? Persino larghi settori della componente centrista e della sinistra moderata della sua maggioranza lo considerano responsabile del malessere diffuso. Tra questi in buona parte anche tra coloro che sono confluiti nel Partito Democratico che è ritenuto, persino a ragione, sua creatura politica.
Con il suo linguaggio dislalico, le sue bugie e l’ostinata presunzione nel ritenere di poter mischiare gli opposti è il responsabile della crisi emersa con la debolezza della proposta politica della sinistra.
E’ un ostacolo a tutto: al dialogo, alla pacificazione, alle riforme, persino al buonsenso.
Le dichiarazione al Senato di Dini “ Va superato questo quadro politico, poiché il governo che ne è espressione non appare adatto a realizzare le politiche necessarie per invertire la tendenza al declino economico e civile del Paese” e l’avviso così lapidario nelle sue conclusioni di Bordon “voto si, ma la maggioranza non c’è più” fanno parte degli atti parlamentari del Senato della Repubblica e non dell’annuario del circolo bocciofili di Scandiano, il comune nella provincia di Reggio Emilia che dette i natali a Romano Prodi.
Un qualsiasi uomo politico responsabile ne avrebbe preso atto e sarebbe andato dal Presidente della Repubblica per concordare i tempi della crisi. Uno statista avrebbe dato seguito alle dichiarazioni dei dissidenti della sua maggioranza per dirsi disposto a portare a termine l’approvazione della legge finanziaria ma solo per senso di responsabilità, premettendo che alla fine dell’iter parlamentare della legge di bilancio avrebbe ritenuto conclusa la sua esperienza di governo. Un politico responsabile, ma a quanto sembra non Prodi, avrebbe dichiarato, senza mezzi termini, di voler rassegnare, al più presto possibile, nelle mani del Presidente della Repubblica il mandato ricevuto, perché questi possa ottemperare alle sue prerogative di indicare per il prosieguo della legislatura le decisioni ritenute più idonee. Tra queste, ad esempio, se opzione largamente condivisa dal Parlamento, far proseguire la legislatura per una strada diversa, ovvero in caso contrario indire nuove elezioni politiche.
Prodi invece non ci pensa neanche. Resta attaccato a Palazzo Chigi come una mosca a quella striscia impregnata di collante che si usava verso la seconda metà del secolo scorso, appesa al candelabro delle stanze in cui le famiglie cosuetudinalmente si riunivano, per bloccare la libera circolazione delle mosche.
Invece che l’insetto, però, in questo caso si costringe all’immobilità il Paese e si impone, ai tanti italiani che nei sondaggi mostrano insofferenza e fastidio, la presenza sgradita di un Governo in crisi di credibilità politica. Ci sono regole scritte, principi costituzionali, persino aspetti di regolarità democratica che possono avallare la caparbietà di Prodi nel non voler prendere atto di un’intesa difficile con il sentimento popolare. Su queste basi il Presidente del Consiglio continua ad affermare che fino a quando non riceverà la sfiducia formale del Parlamento si riterrà legittimato a presiedere il Consiglio dei Ministri e rappresentare l’indirizzo politico del Paese.
Ci sono però anche sensazioni non scritte e senso di responsabilità che non sono formalmente, civilmente o penalmente rilevabili. E’ possibile che un Capo del Governo non debba avvertire l’obbligo morale di prendere atto di situazioni di oggettivo fastidio che la sua gestione politica sta alimentando tra i cittadini italiani?
Ci sono pezzi di consenso politico che hanno abbandonato l’Unione, di gran lunga più rappresentativi dei 24mila voti in più guadagnati alla Camera nelle ultime elezioni. Si sono sfilati dalla coalizione di maggioranza sia il partito dei pensionati (333.000 voti) sia Capezzone, allora leader della componente radicale della Rosa nel Pugno (990.000 voti). Al Senato l’Unione ha persino avuto ben 428.000 voti in meno della Cdl.
Ora si aggiungono al Senato almeno 5 senatori tra i liberaldemocratici di Dini, Bordon e Manzione e già si parla di ulteriori confluenze provenienti dal centrosinistra.
Sono tutti segnali politici che già per loro conto, senza ricorrere ai sondaggi rilevati da più fonti e convergenti, avrebbero dovuto consigliare al Presidente Prodi di mettersi da parte. Uomini più attenti e sensibili avrebbero persino mutato i contenuti dell’azione politica e soprattutto evitato di adottare scelte mirate a ribaltare le riforme adottate dal precedente governo ed apprezzate da larghi settori del Paese. La furbizia e l’intelligenza politica avrebbero dovuto far emergere l’umiltà di chiedere persino il sostegno dell’opposizione per migliorare, sia negli effetti che nell’impatto sociale, riforme come la Biagi o la Maroni.
Si sono invece percorse strade diverse, più dure ed orientate allo scontro, persino dissolti equilibri di rappresentatività come con la rimozione del consigliere Petroni dal Cda della Rai (ritenuta ora illegittima dal Tar) .
La maggioranza di Prodi è finita perché rappresentava un sofisma, perché ha voluto realizzare sulle finzioni una proposta politica inesistente. E’ giunto ora il momento di staccare la spina: le medicine somministrate non sono in grado di ristabilire regolari funzioni di vita, risultano persino tossiche per il Paese. L’accanimento terapeutico non serve: è necessaria una guida forte e coerente.
Possibile che sia rimasto solo Prodi a non aver ancora realizzato che il tempo è ormai abbondantemente scaduto?
Vito Schepisi

14 novembre 2007

E' stato un errore

Nel 1995 a Lamberto Dini, già Ministro del Tesoro del Governo Berlusconi, non gli sembrò di star nella pelle per l’opportunità offertagli dal Presidente della Repubblica del tempo, Oscar Luigi Scalfaro, di sostituire Berlusconi alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Fu così che l’ex Direttore Generale della Banca d’Italia, senza porsi problemi di legittimità, formò il suo governo, coi ministri suggeriti da Scalfaro e sostenuto da coloro che erano usciti perdenti dalle consultazioni elettorali dell’anno precedente, dando così vita al “ribaltone” più famoso della storia della Repubblica Italiana.
Se il leader di Forza Italia ritiene ora di poter contare su chi già una volta ha dato esempio di privilegiare l’ambizione personale alla legittimità degli atti, commette almeno due errori.
Il primo dei due è il rischio di trovarsi con un pugno di mosche in mano per la scarsa fiducia che il leader di Forza Italia dovrebbe avere verso chi già in precedenza non si è creato scrupolo alcuno. Se nelle scelte di Dini ci fossero ragioni politiche, piuttosto che ambizioni personali, non si capisce perché questi scrupoli giungano ora. L’ex ministro, prima di Berlusconi e poi di Prodi, era già pronto ad entrare nel PD e se ne è mantenuto fuori solo quando è stato reso evidente che il suo ruolo futuro sarebbe stato del tutto secondario se non marginale o nullo. Se l’ispirazione liberaldemocratica, che Dini sembra ora voler rappresentare, fosse stata sincera, non si capisce perché portare le cose alla lunga: non sono mancate nei 18 mesi trascorsi di governo di sinistra-centro sia le circostanze, sia le scelte di spessore squisitamente politico in cui le istanze di scelte di rigore e di valenza prevalentemente liberale sarebbero dovute emergere con chiarezza.
Il secondo errore di Berlusconi è di non considerare che contro lo scioglimento delle Camere esista un partito trasversale motivato dal timore di perdere l’indennità previdenziale per la mancanza del requisito della durata della legislatura. Cosa che invece Prodi sa bene tant’è che annuncia, come se fosse una minaccia, che la caduta del suo Governo porta dritto alle elezioni anticipate in primavera e cioè prima della maturazione del requisito richiesto. Non a caso Mastella, molto attento alle debolezze dei parlamentari, sembra essere diventato il più energico protagonista della compattezza della maggioranza. Ha sotterrato, per il momento, la sua ascia di guerra in attesa di circostanze migliori ed anche di cause più redditizie.
Non si sa se sia vero ciò che Berlusconi ha lasciato pensare per giorni. Ha fatto credere di disporre di un gruppo di senatori, delusi dall’immobilismo e dalla confusione della sinistra e persino spiazzati dalla nascita del Partito Democratico, pronti a passare dall’altra parte. E’ anche possibile che possa effettivamente accadere ma è stato un errore aver consentito ai media, sempre pronti ad enfatizzare i termini delle sue dichiarazioni, e senza immediate smentite, di far passare la data del 14 novembre come quella della caduta quasi certa di Romano Prodi. Se accadesse apparirebbe più una congiura di palazzo che l’implosione della maggioranza parlamentare. E’stato uno sbaglio che potrebbe rafforzare persino Prodi e la credibilità del suo governo, se invece non accadesse niente ed il voto finale sulla finanziaria passasse.
La caduta di Prodi non dipende dalle scelte di Berlusconi o di altri leader del centrodestra ma solo dalla eventuale sfiducia di una parte della sua maggioranza, ovvero da eventuali incidenti di percorso. Neanche le contraddizioni, a volte sopra le righe, tra i partiti ed i ministri riescono a dissolvere un Governo di così limitato spessore, e nonostante il precipizio della popolarità e la inconsistenza di una proposta politica credibile.
La maggioranza e la compagine ministeriale hanno dimostrato di saper inghiottire ogni rospo ed ogni pietanza indigesta. L’impressione che si ha è che sia l’ultima spiaggia per la sinistra italiana. Il collante sta nel loro timore d’avere la difficoltà d’esser credibili. Sembrano invisi a tanti e considerati generalmente incapaci ed inadeguati, e soprattutto imborghesiti e privilegiati, componenti a vario titoli delle cosiddette “caste”. Questa consapevolezza rende concreta l’ipotesi che se questa classe dirigente di oggi, sia politica che di gestione, va a casa poi ci rimane per sempre.
La sinistra, infatti, oltre a dover scontare il prezzo della incapacità dimostrata, confina con larghi settori dell’antipolitica e le invasioni di campo, che si verificano, sono ora considerate non più solo fenomeni da mettere in conto quanto, invece, realtà quotidiana con cui fare i conti. Le manifestazioni organizzate dalle sinistre contro le scelte del governo non sono solo sintomi di un disagio di militanti, quanto prove dell’emigrazione a sinistra di fette di organizzazioni sociali e di espressioni politiche alternative della sinistra più radicale.
Il rafforzamento della maggioranza potrebbe coincidere sull’altro versante con l’indebolimento di Berlusconi. Le ripetute aspettative deluse di coloro che confidano nella possibilità di vedere soccombere questo governo rischiano di trasformarsi in disillusioni e criticità nella leadership dell’ex Presidente del Consiglio.
Per queste ragioni è stato un errore.
Vito Schepisi

11 ottobre 2007

Tutti bocciano Prodi

Dalle bocciature plurime che provengono da ogni parte, non si può certo pensare che la manovra finanziaria trovi soltanto i consueti commenti negativi dell’opposizione. E’ un coro di tante voci che si diffonde, tutte a ripetere le stesse note, come un rindondare di campane con il loro suono cupo e monotono. Dalla Corte dei Conti, alla Banca D’Italia, dalla Commissione Europea, alla Associazione degli Industriali, alla Confcommercio, tutti a sollevare obiezioni, a segnalare carenze, a denunciare l’inadeguatezza e l’inconsistenza delle linee economiche del Governo per il prossimo esercizio finanziario.
Come si fa ad ignorare e liquidare con spallucce seccate un grido di allarme che proviene da organismi neutrali, a volte e spesso persino indulgenti con questo governo e la sua maggioranza? E’ come se all’esame per la maturità il docente interno sollecitasse i candidati ad approfondire la letteratura italiana del 900 ed i candidati facendo spallucce si limitassero ad approfondire il solito Leopardi. Ebbene è questo ciò che fa il nostro Presidente del Consiglio, ricorre alla spesa, non taglia le tasse e fa lievitare il debito pubblico e poi mostra fastidio per le critiche ed i suggerimenti, anche se provenienti da fonti amiche.
Veltroni, prossimo leader del PD e azionista di maggioranza della coalizione di governo, sostiene che ci sia una sorta di sfiducia nel Paese. In più occasioni ha rilevato i limiti assai vessatori della pressione fiscale, la mancanza delle riforme, la carenza di segnali di discontinuità con l’andazzo intrapreso, nonostante la crescita di sentimenti di antipolitica. Di recente il Sindaco di Roma ha chiesto persino un rimpasto di Governo e la riduzione di ministri e sottosegretari, ricevendo risposte seccate. Ha persino suggerito iniziative per ridurre il debito pubblico attraverso l’alienazione di beni demaniali inutilizzati.
Tutti i suggerimenti sono risultati però “di corto respiro” per Prodi.
C’è chi sostiene, come il commissario europeo Almunia, che l’Italia abbia perso un’occasione per riprendere il controllo dell’economia del Paese, e c’è chi, come Prodi, ha persino perso l’occasione per poter dire che in fin dei conti le sue ricette danno i frutti auspicati. Aveva un extragettito che poteva essere destinato a realizzare due obiettivi considerati da tutti primari: ridurre le tasse e ridurre il debito. Non ha fatto né una cosa e neanche l’altra. Anzi, il contrario!
Per inseguire le pressioni ed i ricatti della sinistra radicale “il tesoretto” è andato a finanziare la nuova spesa corrente. Anche la rivisitazione della Maroni che ha modificato lo scalone in scalini, posticipando di 18 mesi l’entrata a regime dell’aumento dell’età pensionabile, comporterà una spesa di 10 miliardi di euro nei prossimi tre anni, costi che andranno ad aggiungersi alla spesa corrente.
Per avere un’idea di ciò che sta facendo Prodi con i conti dello Stato, si potrebbe pensare all’immagine di un paziente bisognoso di trasfusioni, a cui gli si andasse a chiedere di donare il suo sangue.
L’Italia è in procedura di infrazione per deficit eccessivo e se non riuscissimo ad uscire da questa morsa l’esazione da pagare per l’infrazione ci sarebbe fatale. Nonostante questo pericolo, però, si ha l’impressione che l’interesse maggiore sia quello di tenere legata la maggioranza per sostenere il governo, costi quel che costi. Ed i costi ci sono!
Il rischio Italia viene avvertito nei mercati finanziari globali. I titoli pubblici italiani hanno, pertanto, tassi più alti e gli interessi sul debito pubblico crescono e costituiscono ulteriore spesa che va ad alimentare inesorabilmente il nostro debito.
La Banca d’Italia, col Governatore Draghi, avverte che il buon andamento delle entrate potrebbe anche fermarsi, come potrebbe fermarsi o rallentare la crescita, e che l’Italia col debito record in Europa avrebbe fatto meglio ad approfittare del tempo buono per le entrate e la crescita per alleggerire i suoi conti. Prodi però, stizzito a Bruxelles sostiene che “la politica economica del mio governo, la decide il mio governo!”.
Gli italiani da qualche tempo hanno stabilito che questo governo non li rappresenti più. L’hanno reso evidente nel corso delle ultime amministrative, lo hanno dimostrato fischiando Prodi dappertutto. Nei sondaggi rilevati da più fonti, Prodi ed il suo governo sono in discesa libera, ed anche al Senato sulla sfiducia a Visco la sua maggioranza ha retto grazie ai voti dei senatori a vita.
Perché gli italiani non dovrebbero poter dire: il governo del nostro Paese lo decidiamo noi?
Per coerenza con quanto sostiene sulle legittimità nel decidere, si faccia da parte e sia chiamato il Paese a decidere.
Vito Schepisi
http://blog.libero.it/vitoschepisi/
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26 settembre 2007

L'autunno che non scalda il cuore del Paese

Tempi difficili per il Governo. La stretta politica si fa più vicina. E’ l’ora delle scelte e Prodi si contorce tra le opzioni della sua coalizione.
A rendere più incandescente la scena, si riapre l’affare Visco. La coerenza e l’esigenza di legittimità dell’esecutivo vorrebbero che la sua rimozione fosse imprescindibile. Salvato dal rinvio a giudizio (per tentato abuso di ufficio continuato e minaccia aggravata a pubblico ufficiale) dai PM che hanno definito solo illegittima la condotta del vice ministro, anche se non illecita per mancanza di prove sui motivi del comportamento illegittimo, ora al Senato l'iniziativa della Cdl ne richiede la rimozione dalle deleghe e dal ministero.
La maggioranza, anche per ragioni di opportunità, dovrebbe evitare di andar sotto al Senato: dovrebbe sollecitare le dimissioni spontanee del signor Visco. Sulla carta la maggioranza non c’è per far quadrato intorno al parlamentare diessino. La posizione di Di Pietro e dell’Idv offre, infatti, all’opposizione l’opportunità di prevalere nella richiesta delle dimissioni del vice di Padoa Schioppa.
Prodi, se potesse, dovrebbe disinnescare l’ordigno, chiedendo al vice ministro di fare un passo indietro e farsi quindi da parte. La sfiducia a Visco, a dispetto del sostegno della maggioranza, infatti, porrebbe il Governo in grave imbarazzo. La ragionevolezza dovrebbe consigliare di evitare la deflagrazione della sfiducia parlamentare ad un rappresentante del Governo: sarebbe più dignitoso. Ma non è semplice e per questa maggioranza sembra cosa impensabile!
E’ difficile che la componente diessina abbandoni il suo uomo (agente?), anche se la saggezza e la gravità dei comportamenti vorrebbero che sia la stessa maggioranza a prendere le distanze da un uomo che ha mostrato protervia ed arroganza. Indurre Visco a rassegnare le dimissioni potrebbe essere un'occasione per ritrovare la compattezza; ed è importante, per coloro che sono chiamati ad amministrare il Paese, convergere sulle questioni che richiamano l’esigenza di comportamenti leali ed irreprensibili . La rimozione di Visco sarebbe un atto di dignità e coerenza: una buona carta da giocare dopo aver rimosso, dal suo incarico di Comandante della Gdf, ed in modo indecente, il Generale Speciale.
Le dimissioni del responsabile delle manovre fiscali della passata legge finanziaria, legge considerata da tanti inutile e dannosa per aver frenato la crescita del Paese e portato la pressione fiscale ai limiti del tollerabile, sarebbe anche un segnale di discontinuità, utile persino a frenare la caduta della popolarità di Prodi e del suo Governo. Ma è così poco stabile l’equilibrio del centrosinistra da rendere preoccupante anche un atto dovuto per mera decenza.
Presentando i contenuti della finanziaria 2008 Padoa Schioppa non ha nascosto che a fronte di 5 miliardi di tagli i ministri hanno richiesto 20 miliardi di maggiori spese. Ferrero ancor oggi dichiara in termini ultimativi che il Governo con la prossima finanziaria non possa esimersi da provvedimenti a favore dei settori più deboli. Il senatore Dini, che ha appena formato un nuovo gruppo, dopo essere stato tra i 45 saggi del PD, ed esserne uscito denunciando comportamenti egemonici in conflitto tra Ds e Margherita, ha condizionato il suo futuro sostegno a Prodi all’adozione di misure funzionali alla ripresa, ed in controtendenza con l’ultima finanziaria . Il pacchetto di parlamentari che rappresenta, tra cui due senatori, condizionano, infatti, il voto favorevole alla presentazione di una legge finanziaria che miri al recupero della produttività, al rilancio dell’economia ed all’assoluto divieto di ulteriori aumenti della pressione fiscale, ritocco della tassazione sulle rendite finanziarie comprese.
“…I governi non sono eterni, si vedrà” ha sostenuto l’ex ministro del tesoro del primo Governo Berlusconi, dopo aver ammonito che se sarà cambiato l’accordo sul welfare, i parlamentari del suo nuovo gruppo voteranno contro la finanziaria. Non sembra neanche rassicurante per la coalizione governativa la sua dichiarazione densa di significati “noi ci riteniamo liberi di votare le modifiche che riterremo necessarie” sull’iter parlamentare della legge di bilancio dello Stato.
La Tav nel frattempo è diventata un ricordo lontano e scaduti i tempi per presentare il progetto all’Unione Europea, i fondi destinati sono al momento definitivamente persi. Le possibilità di recupero negli anni futuri imporrebbero comportamenti diversi e generale condivisione che allo stato delle cose sembra una vera chimera. Se far viaggiare su rotaie merci e persone era considerato un contributo importante all’inquinamento ed al contenimento delle risorse energetiche, questo Governo smentisce del tutto questo principio. Con la complicità del suo ministro per l’ambiente Pecoraro Scanio che anche in questo caso, come sul clima, prende lucciole per lanterne, la sinistra alternativa, guidata dall’ex leader del Social Forum, Agnoletto, frena la modernizzazione del Paese ed il suo sviluppo nel contesto europeo.
Il no alla Tav impedisce all’Italia di dotarsi di una delle infrastrutture ritenute, a ragione, utili anche a risolvere i gravi problemi della congestione del traffico sulle strade del nord dell’Italia. Impedisce a merci e persone un transito diretto e veloce per lo scambio commerciale, turistico e culturale soprattutto con l’est dell’Europa. Con buona pace della coerenza, quando si impone di fatto di privilegiare il traffico su ruote e la dipendenza da fonti energetiche non rinnovabili. Per un ecologista, come si ritiene il ministro dell’ambiente, è proprio un buon risultato!
Con Prodi emergono contraddizioni politiche molto evidenti. Vengono rappresentate istanze tanto diverse e tali da far pensare che la maggioranza voglia occupare anche lo spazio dell’opposizione. Nella confusione si compromettono i presupposti della democrazia parlamentare. Si svilisce il dibattito sulle istanze delle diverse anime del Paese e si inserisce l’antipolitica che, come abbiamo visto, si accende come una miccia da un giorno all’altro.
L’agonia non giova a nessuno e logora ancora di più la credibilità del sistema: sarebbe ora che per responsabilità se ne prenda atto e si adempiano i conseguenti comportamenti.
Sarà un autunno caldo, ma anche un autunno che non riscalda il cuore del nostro magnifico e generoso Paese.
Vito Schepisi