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02 dicembre 2010

L'ipocrisia italiana della governabilità

Il seguente è un articolo del mio carissimo amico Andrea B.Nardi, giornalista, scrittore ed osservatore di politica estera. Andrea, usando la sua prosa semplice ed efficace, ci fa capire come una Costituzione che ha fatto cambiare 62 governi, in quasi 65 anni di Repubblica, non sia poi quel mostro sacro che tanti difensori opportunisti vorrebbero far credere.

Dal 1945 a oggi in Italia abbiamo avuto 62 governi in 65 anni. La media di governo/anno è di 0.98. La durata media del governo italiano è di 340 giorni. Il dato più assurdo, però, è il seguente: governi in carica per l’intera legislatura: zero. NON C'È MAI STATO UN GOVERNO ITALIANO CHE SIA DURATO PER L'INTERA LEGISLATURA, iindipendentemente dalla legge elettorale in vigore.
Possibile che nessuno si renda conto di come ci sia qualcosa di palesemente malfunzionante in tutto ciò, della stortura evidente presente nel nostro sistema costituzionale?
Il presidente statunitense ha ricevuto il proprio mandato da un'elezione popolare, e governa in onore di questa, esattamente come il nostro. Tuttavia – ne abbiamo un esempio evidente oggi –, la sua elezione non ha nulla a che fare con quella del Congresso, infatti quest'ultima avviene a metà del mandato del presidente e può far risultare una maggioranza tutt'affatto diversa. Eppure il presidente non rinuncia al suo mandato governativo, non compare nessuna crisi di governo, non si deve cercare un altro Governo, e il Paese continua a essere governato.
In Italia, di contro, è solo la maggioranza parlamentare a conferire dignità d'esistenza all'esecutivo, il quale ne è l'espressione grazie alle elezioni nazionali. Qualora questa maggioranza parlamentare cambiasse – cosa che capita continuamente nel nostro Paese – il Governo è destinato a perderne la fiducia e a dimettersi. Siccome questa situazione non è l'eccezione, come credevano i padri costituzionalisti, bensì la regola italiana, il Paese vive in costante crisi di governo, e, cosa assai più grave, l'esecutivo invece di governare la nazione è costretto a sprecare tutto il suo tempo nelle manovre intestine per non perdere la propria maggioranza parlamentare. I nostri politici, dunque, vivono non per governare ma per cercare le proprie alleanze elettorali.
Allora il problema è questo: bisogna svincolare il Governo dalla maggioranza parlamentare, interrompendo il meccanismo della fiducia.
I metodi possono essere due:
1) O si stabilisce che i parlamentari italiani eletti in un partito non possono dimettersi da quel partito pena la propria personale fuoriuscita dal Parlamento e decadimento della carica, in onore al mandato ricevuto dagli elettori;
2) Oppure si separano i due poteri istituzionali del Governo e del Parlamento con elezioni separate e non direttamente e reciprocamente vincolanti.
Nel primo caso si tratterebbe di rendere finalmente attiva la responsabilità personale dell'eletto che deve rispondere ai propri elettori, pertanto se una volta eletto cambia partito deve dimettersi e far subentrare al suo posto il secondo della propria lista, senza quindi modificare la composizione parlamentare.
Nel secondo caso si avvierebbe invece una procedura di controllo indipendente dei due organi istituzionali.
In entrambi i casi si interromperebbe l'assurda e ridicola sceneggiata delle elezioni italiane, per cui qualsiasi governo eletto verrà comunque sfiduciato dall'ambiguità dei nostri parlamentari, dediti solo al proprio interesse, al trasformismo, alla ricerca di nuovi partiti per usufruire di cariche e finanziamenti a livello nazionale e locale.
Se non si esce da questa ipocrisia, ogni gaudio per qualsiasi vittoria elettorale è assolutamente privo di valore: il prossimo governo cadrà comunque a breve.
Andrea B. Nardi

08 settembre 2010

La maggioranza confusa


“Fini a Mirabello ha parlato come un rappresentante dell’Idv”. Questa è la sintesi delle dichiarazioni di Di Pietro a cui il Fini di Mirabello però è piaciuto solo a metà. Per il “Saint-Just” molisano, il Presidente della Camera poi trae conclusioni sbagliate. L’ex PM è andato in visibilio per la tenace retorica e l’aggressività dell’ex leader del Msi e per i suoi toni di neo antiberlusconismo, ma è rimasto deluso per la sua scelta di voler restare nella maggioranza e di voler continuare a sostenere il Governo. Di Pietro, preoccupato dalla concorrenza, da “squadrista” a “squadrista” (come direbbe Giampaolo Pansa), ritiene incoerenti le conclusioni di Fini e nutre il naturale sospetto che il cofondatore pentito del Pdl sia un furbastro e che voglia mantenere due piedi in una staffa. E come dargli torto?
Ma il discorso di Fini piace invece al PD ed a Bersani. L’opposizione di sinistra rispolvera tutti gli arnesi del mestiere per impedire il ricorso alle elezioni anticipate: la Costituzione, le prerogative del Capo dello Stato, il Parlamento, il carattere rappresentativo della nostra democrazia e la mancanza di vincoli parlamentari. Il PD è tanto terrorizzato dal pericolo della fine prematura della legislatura che terrebbe in piedi il Governo anche con la bombola di ossigeno. Non può, però, sbracciarsi più di tanto e, per non darlo a vedere, preferirebbe che lo facessero altri. E se vede quindi in Fini la classica figura dell’utile idiota, nello stesso tempo Bersani è preoccupato che la corda si tenda fino al punto di potersi spezzare e di accelerare un processo che potrebbe portare alla fine anticipata della legislatura.
Un gioco di ambiguità a cui la sinistra ci ha abituati da tempo. Il PD prende le distanze dal governo e dalla maggioranza, non lesinando gli inviti a Berlusconi a dimettersi, ma strizza l’occhio a Fini che mantiene in vita il Governo e avanza proposte di maggioranze diverse ed ipotesi di improponibili ed antistorici cartelli elettorali. Una scena grottesca che difficilmente ci si aspettava di dover osservare.
Bersani non può che vedere con soddisfazione una stagione di confusione parlamentare con il governo incapace d’esprimersi con compattezza ed operosità. Il cruccio che assilla il PD è, infatti, proprio l’operosità del Governo. Non paga criminalizzare ogni proposta e risoluzione. L’elettorato ha scoperto il gioco al ribasso e lo considera come un tradimento al Paese. L’impatto con la realtà, come si è visto, finisce col dare ragione a Berlusconi, come con la gestione della crisi recessiva e con la recente manovra finanziaria. Gli italiani apprezzano i fatti e sempre meno sopportano le caciare, le polemiche ed i piagnistei.
L’opposizione finisce così con il dover sostenere, in silenzio, la strategia di Fini che mira ad indebolire progressivamente l’immagine che il popolo ha di Berlusconi di leader concreto e diretto. Il PD non potendo battere il Cavaliere con la proposta politica, non riuscendoci ad eliminarlo con la magistratura, ora confida nel vecchio nemico “fascista”. Da Rosy Bindi a Franceschini pensano di poter dissipare, attraverso il logoramento finiano, l’immagine di una maggioranza che sa andare avanti come un treno.
Il PD, con l’aiuto di Fini, pensa di ribaltare il consenso popolare verso il premier, stringendolo proprio su quegli argomenti per i quali Berlusconi mostra più fastidio come, ad esempio, l’attuale sistema di confronto parlamentare tra maggioranza ed opposizione. Il Parlamento è diventato solo un sistema di barricate che si innalzano dinanzi ad ogni provvedimento. Le proposte alternative non esistono e l’opposizione si limita a fare ostruzionismo ed ad impedire che il Parlamento legiferi.
Le insidie parlamentari con una maggioranza incerta finirebbero così per frenare le riforme e per provocare il fastidio degli italiani verso un Governo ed una maggioranza non più capaci di esprimersi con determinazione e senza inciuci. Berlusconi senza una maggioranza capace di legiferare perderebbe il suo carisma e la sua presa sugli elettori. Un leader moderno non può, infatti, ridursi nel gestire un perverso sistema di burocrazia legislativa. Se si riducesse a farlo, crollerebbe nell’immaginario collettivo la sua immagine di uomo concreto. Con un Parlamento incapace di adottare, con determinazione e rapidità, provvedimenti ritenuti urgenti ed importanti finirebbe il belusconismo. Del Cavaliere gli elettori apprezzano, infatti, il decisionismo ed il fastidio per tutti gli arcaici riti dei professionisti della politica. E si sentirebbero traditi dal Berlusconi che non si mostrasse capace di mantenere le promesse elettorali o che si disponga all’inciucio, alla mediazione, alla concertazione, al compromesso ed a tutti quegli strumenti utili a snaturare i provvedimenti e che sono considerati come i vecchi arnesi della vecchia politica.
Vito Schepisi

11 dicembre 2009

Un Paese strano



E’ uno strano Paese l’Italia. Non me ne vogliano i connazionali, anche perché parlo dell’Italia che appare, non di quella della gente umile che lavora, che si impegna, che si batte, che fa sacrifici. Sembra persino strano che ci sia ancora gente che si dà da fare, che ci siano uomini che ci provano, che a volte riescono ed altre no, come è dappertutto nel resto del mondo. Parlo dell’Italia che è sui giornali, di quella che parla, di quella che grida, di quella che accusa, di quella che finge, di quella che non mostra d’avere grandi problemi di vita, di quella che appartiene per un verso o per l’altro al mondo dell’informazione, della cultura, del gossip e della politica. Sono questi i quattro filoni portanti della notorietà che una volta erano, salvo eccezioni, attività ben distaccate e che oggi, invece, si intrecciano, come accade in un circo, dove dal ruggito di leoni e tigri si passa al trapezio, e dai giochi di prestigio ai clowns.
E così che capita che un paparazzo dica che l’Italia gli faccia schifo, solo perché è stata ritenuta illegale la sua abitudine di chiedere alle vittime, colte in immagini fotografiche imbarazzanti, spesso ricorrendo a stratagemmi e violazioni della privacy, di pagare per togliere le immagini dal mercato, prima che fossero vendute ai giornali di gossip. E così che capita che ad alcuni politici venga in mente di pubblicare a pagamento su giornali stranieri pagine di ingiurie verso il Presidente del Consiglio, leader di una maggioranza eletta democraticamente dal popolo italiano, a cui, stranamente, il politico in questione chiede ancora voti elettorali. E così capita anche che in un pomeriggio romano vengano organizzate manifestazioni a favore della libertà di stampa, perché un Presidente del Consiglio, ritenutosi diffamato da alcuni giornali, si è rivolto alla giustizia. Tra loro uomini dalle facce di bronzo che contestano ad altri di fare né più e né meno di quanto loro hanno già fatto, spesso intervenendo con richieste risarcitorie non sulle ingiurie, ma sulle opinioni; non sulle insinuazione disgustose, ma sulla satira. E capita che ad organizzare la manifestazione ci sia la Federazione della stampa, la Fnsi, sempre assente invece quando l’arroganza della politica è stata davvero intimidatoria nei confronti di alcuni giornalisti. E così che capita anche che il Parlamento europeo sia stato investito dal compito di stabilire se in Italia ci sia o meno agibilità per la libera informazione o se ci siano motivi di preoccupazione per le stesse istituzioni democratiche. Ed è stano che tutto questo accada mentre una gran parte degli italiani avverte un’aggressione quotidiana verso la maggioranza ed il Governo e verso il Presidente del Consiglio Berlusconi.
Ma non è anche strano un Paese dove il Presidente del Consiglio, investito più volte dal consenso e dalla fiducia degli elettori, venga ripetutamente chiamato in causa dalla magistratura per 15 anni, senza soluzione di continuità e per le vicende più disparate? Non è strano che dinanzi ai successi interni ed internazionali di questo governo si intensifichino gli attacchi come in una escalation dove si punta sempre più in alto fino ad accuse di reati più turpi e richieste risarcitorie di cifre “lunari”?
In un Paese strano come l’Italia non potevano mancare le censure, se Berlusconi parla al Congresso del PPE. Il premier è anche uomo di partito. E’ tra i leader del Partito Popolare Europeo. Nelle assise di partito di solito si parla in casa, si delineano i confini dei quadri politici in cui si opera, si focalizzano le difficoltà, si denunciano i comportamenti difformi, si focalizzano gli ostacoli. In un Congresso come quello del PPE si parla dinanzi ad un uditorio di uomini che hanno fatto le stesse esperienze politiche e si parla anche di percorsi personali e, trattandosi di assisi multinazionali, anche i percorsi personali coincidono o si sovrappongono con quelli delle realtà dei propri paesi di origine. Berlusconi ha parlato dell’Italia. Ha parlato di quelli che a suo avviso sono i problemi del Paese, di motivi per i quali la sovranità popolare è spesso compromessa e minacciata. Ha parlato di un’Italia in cui non sempre coincidono rappresentanza democratica ed indipendenza delle Istituzioni. Ha parlato di una giustizia che ripetutamente sconfina dal suo ruolo di funzione giurisdizionale per occupare gli spazi della politica, ha parlato di organi di garanzia usati politicamente perché infiltrati da uomini che rispondono più agli impulsi dei partiti, che alla imparzialità dell’azione di sereno giudizio sulla legittimità costituzionale delle leggi. Ma in un Paese strano come l’Italia non sembra sia possibile farlo , c’è chi è pronto a giocare la carta della difesa della democrazia, anche se la calpesta abitualmente o l’ha calpestata in passato. Uomini senza ritegno. E tra questi, anche Gianfranco Fini.
Vito Schepisi su il legno storto

12 settembre 2009

Fini fornisce all'opposizione le catene e le mazze

Ci sono alcune questioni che il centrodestra non può liquidare senza un confronto tra le diverse anime interne, senza un’analisi dei fenomeni, senza entrare nel merito delle proposte e senza respingere l’idea che possano apparire come se fossero diktat della Lega Nord.
Il Pdl più degli altri partner (Lega ed MPA) ha una sua responsabilità nei confronti di tutto il Paese: ha una sua posizione riportata nei documenti esposti sia in sede congressuale di costituzione del Pdl e sia, ancor prima e più vincolanti, esposti nelle linee programmatiche dei documenti elettorali siglati coi partner.
Ogni programma è un impegno con l’elettorato da rispettare. Guai a dimenticarselo! Ma un programma elettorale è anche un linea di orientamento da integrare con le proposte di tutti, perché la trasformazione in leggi ed in atti di governo sia il più possibile condivisa.
In una maggioranza il contenuto di questi atti deve essere visibile come un prodotto d’insieme e, come tale, difeso e sostenuto da tutti, anche dal Presidente della Camera nella sua veste di figura autorevole dello schieramento di centrodestra.
La valutazione dei contributi offerti, anche in Parlamento dall’opposizione, è un’ulteriore offerta di pluralismo e di metodo. L’importante non è varare comunque una legge, ma darne la forma e la sostanza giusta perché sia compatibile con le esigenze e con le risorse, perché sia civile, perché sia efficace. E’ anche importante nel confronto che si faccia attenzione a non consentire che si creino quei lacci con cui spesso si finisce con imprigionare il buon senso.
Se vale come principio generale di democrazia, tanto più ha la sua efficacia di metodo all’interno di una maggioranza. Se il Presidente Fini intende indicare questa necessità di pluralismo all’interno del Pdl può avere le sue ragioni, ma ha sbagliato i modi per farlo. L’ex leader AN si è esposto a valutazioni critiche, piuttosto diffuse persino tra coloro che gli sono stati sempre vicini. La sua successiva irritazione può essere comprensibile, ma non affatto pertinente e condivisibile.
E’ giusto sostenere che sia necessario il contributo di tutti i protagonisti politici della maggioranza per elaborare le iniziative e per concordare i passi da compiere perché soddisfino la strategia politica complessiva. Le ragioni della volontà di stare e decidere insieme è la ragione stessa di un’alleanza. E’ altresì giusto che ci sia la dovuta attenzione nel controllo degli eccessi degli alleati, perché la traduzione in norme esecutive non tracimi dagli argini di una strategia d’insieme.
All’origine di ogni alleanza si individua la presenza di un collante che unisce. E’ avvenuto anche per il PD laddove, contrariamente ai discorsi “stars and stripes” di Veltroni, il collante era e rimane l’antiberlusconismo. Il collante del centrodestra è l’insieme dei valori del moderatismo. Guardano al centrodestra coloro che ritengono che i sentimenti del riformismo democratico, dell’umanesimo liberale e del solidarismo cattolico, siano un riferimento importante per tutto il Paese. E questa visione di appartenenza ideale ha finito con essere riconosciuta anche da coloro che focalizzano istanze locali e che radicano la propria ragione politica nell’attenzione verso il proprio territorio d’azione. Ed è per questa ragione che Bossi e Berlusconi parlano di un patto di lealtà tra di loro.
Nel paese c’è un corto circuito che passa attraverso quattro direttrici: la sicurezza, l’immigrazione, la giustizia a cui si è aggiunto il gossip. In ciascuna si immettono gli affluenti dirompenti della polemica politica: fascismo, razzismo, mafia e moralismo. L’opposizione corre dietro allo scatenato Di Pietro ed usa questi strumenti per fomentare la rissa contro Berlusconi, invocando le “scosse” ed usando lo scontro per distogliere l’attenzione degli italiani dai successi del governo. E che fa il numero due del Pdl e della maggioranza? Fornisce all’opposizione le catene e le mazze?
Vito Schepisi

12 gennaio 2009

La Lega, la civiltà e la responsabilità

Un Partito di Governo ha maggiori responsabilità verso i cittadini di una componente politica di opposizione. L’immagine e la coerenza, oltre alla serietà ed alla imparzialità verso tutti, sono i requisiti essenziali perché appaia indiscutibile che non si sta al governo contro qualcosa, ma per realizzare la volontà degli elettori su programmi chiari e trasparenti.
A volte, però, si ha idea che sia noioso e stancante avere l’onore di rappresentare la maggioranza degli italiani. Non è sempre facile e usuale in Italia, infatti, avere la possibilità di impostare un programma politico e portarlo a compimento, assumendo nel contempo comportamenti piuttosto omogenei che siano sintesi delle diverse sensibilità del Paese.
Non si capisce perché ci sia sempre la voglia di introdurre alcune proposte che creino una serie di oggettive difficoltà e che, se ponderate, e con un po’di doverosa intelligenza politica, potrebbero essere facilmente evitate. Ci sono iniziative, infatti, che sembrano assolutamente prive di valore e tali da far pensare che siano concepite per ragioni di visibilità politica, e non per l’effettiva stupidità dei proponenti. Alcune, in particolare, sarebbero di così insulsa valenza da non poterle comprendere in un partito che è maggioritario nel nord del Paese e che ha importanti responsabilità di governo.
E’ davvero difficile capire, infatti, quale sarebbe il senso positivo dell’emendamento della Lega di Bossi al decreto anticrisi, mirante ad introdurre il pagamento di 50 euro per i permessi di soggiorno agli extracomunitari. Appare evidente che questo emendamento sia stato dettato solo da ragioni di propaganda verso l’elettorato del nord e per soddisfare la pancia pelosa della base più estremista ed intollerante della Lega.
Quello della visibilità degli schieramenti minori, come accadeva nel governo di Prodi con le schermaglie tra Di Pietro e Mastella, è un comportamento che non è affatto opportuno imitare, soprattutto se si ha l’intenzione di voler determinare una svolta storica per il Paese e se si ha la virtuosa ambizione di essere protagonisti di un’intensa stagione di riforme.
E’ ancora più difficile pensare che possa essere serio e persino costituzionale anche l’altro emendamento, sempre della Lega, sempre al medesimo decreto, e sempre concepito contro gli extracomunitari, tendente a discriminare gli immigrati nell’apertura di una partita IVA, per la qual cosa sarebbero stati costretti al rilascio di una fideiussione bancaria di 10.000 euro.
I due emendamenti, come appare ragionevole comprendere, sono stati bloccati dal governo con un deciso quanto immediato parere negativo, ma non hanno impedito all’opposizione di ricamare la solita tela dell’accusa di discriminazione del centro-destra verso i cittadini stranieri e di ergersi quindi a maestri (sic!)di tolleranza e di umanità.
Questi comportamenti (della Lega Nord), senza alcun senso pratico, finiscono per sminuire la serietà delle questioni legate all’immigrazione, alla clandestinità ed alla sicurezza. Il problema immigrati, infatti, esiste ma è limitato principalmente alla clandestinità (i clandestini non chiedono permessi di soggiorno e non aprono partita Iva) e tutt’al più alla legalità, posto che le percentuali di criminalità sono altissime tra la popolazione immigrata.
Riesce anche difficile comprendere altre iniziative, in alcune regioni del nord, che vorrebbero impedire agli immigrati (questa volta) clandestini, se bisognosi, l’erogazione della necessaria assistenza sanitaria nelle strutture pubbliche.
Non si può fare appello alla civiltà, anche quando si stigmatizza il comportamento aggressivo e violento di alcuni immigrati, e consentire che le istituzioni si comportino nello stesso modo incivile. Il diritto alla salute prescinde da ogni considerazione d’ordine sociale o di merito. Il dovere di offrire le cure necessarie a chi ne abbia bisogno sospende ogni aspetto relativo alla condizione legale dell’ammalato. E’ come per la giustizia, dove appare evidente che i metodi della tortura e della pressione psicologica sull’imputato, si guardi ad esempio al metodo Di Pietro ai tempi di mani pulite, non siano compatibili con il senso di giustizia e la stessa prevenzione del crimine.
La ragione di un senso civile si dimostra, invece, rilasciando sempre esempi di comprensione e di umanità, e non usando il potere e la forza in modo vendicativo e gratuito.
Vito Schepisi

19 novembre 2008

Cosa ha detto il Capo dello Stato a Veltroni

Non so cosa possa aver detto il Presidente della Repubblica a Veltroni ed alla delegazione del PD in pellegrinaggio al Quirinale. Si sa grosso modo cosa sia andato a dire Veltroni, almeno nell’ufficialità dei comunicati e nella interpretazione dello spirito della missione da svolgere.
Veltroni sostiene che ci sia una maggioranza che mortifichi l’opposizione, escludendola dalle decisioni, e che provi costantemente a delegittimarla. Il leader del PD gli avrà ribadito la sua tesi che vi sia il Capo del Governo, cioè Berlusconi, che si rivolge in modo offensivo nei confronti del leader dell’opposizione, mancandogli persino di rispetto.
Anche l’episodio della Commissione di Vigilanza ed i voti dei componenti del Pdl su Villari saranno stati presi ad esempio per giustificare i presunti atteggiamenti prevaricatori della maggioranza. Sarà stato rispolverato il ritornello, caro soprattutto a Di Pietro, che la maggioranza voglia scegliere anche i candidati dell’opposizione nelle commissioni di garanzia. L’ex sindaco della Capitale deve avergli anche detto che il PD stava facendo pressioni su Di Pietro per un suo passo indietro, magari presentando una rosa di nomi di componenti dell’Idv nella commissione, per poter così superare l’ostacolo dell’ostinazione del Pdl a non voler votare Orlando, considerato inadeguato per un ruolo di garanzia.
Chissà se il presidente si sia soffermato sulla indisponibilità di Di Pietro a fare un passo indietro? Se l’avesse fatto avrebbe scoperto che l’altro componente della Commissione di Vigilanza in quota Idv era il senatore Francesco “Pancho” Pardi, certamente impresentabile più che Orlando, ex dirigente di Potere Operaio, lanciatore di molotov ai tempi della sua vita universitaria e già fautore della lotta armata ai tempi della sua militanza in P.O.: “Noi pensiamo che la caratterizzazione della figura generale dell’organizzazione oggi, compagni, sia l’organizzazione armata”.
Com’era possibile che Di Pietro potesse fare un passo indietro presentando una rosa di nomi del suo gruppo se l’unica alternativa era il “Pancho”? Non aveva una rosa l’ex PM, ma una pianta di ortiche!
Penso che il Presidente, dopo un primo momento di accoglienza con un piglio un po’ paternalista, ma con lo stile irreprensibile, quasi anglosassone, di benevola comprensione per un team di “sfigati” per scelta, abbia dovuto per necessità cacciare le unghie per segnalare ai convenuti che con i loro comportamenti aggiungevano solo un errore ad un altro.
Il vecchio militante “migliorista” del pci deve aver spiegato quanto fosse tutto da rivedere il loro modo di rappresentare l’alternativa a questa maggioranza. Deve aver ricordato che per poter “comandare” dovevano prima vincere le elezioni e che, all’uopo, era necessario ottenere i voti. Walter caro - deve aver detto Napolitano - il clima è cambiato, così si è soliti fare in democrazia.
Non può essere sfuggito al Presidente che c’è oggi un’opposizione pregiudiziale e rancorosa, isterica e priva di proposte, poco costruttiva, un po’ demagogica, catastrofista e pesantemente offensiva, soprattutto nel suo continuo evocare disegni e volontà autoritarie altrui.
Il Capo dello Stato deve aver ricordato ai convenuti che il Paese ha votato una maggioranza che ora ha il diritto di realizzare il suo programma, senza che si debba assistere alle stucchevoli sceneggiate di Veltroni e compagni, e senza l’istigazione a cavalcare la piazza con proteste irrazionali.
A Veltroni deve essersi persino bloccato il respiro quando il Presidente deve avergli anche detto che c’è un clima di scontro che non approva, e che sono i comportamenti dell’opposizione che motivano quegli atteggiamenti della maggioranza che la delegazione del PD ora denunciava.
Il Presidente della Repubblica deve aver ricordato ai vertici del PD che il momento è difficile, che prende corpo il pericolo della recessione in un contesto di crisi mondiale dei paesi produttori e che, in casi come questi, le forze politiche di maggioranza e di opposizione devono trovare convergenze su provvedimenti che aiutino a superare senza eccessivi danni le difficoltà.
Il Presidente Napolitano avrà detto loro che le Istituzioni ed i partiti rappresentati in Parlamento hanno il dovere di tranquillizzare gli italiani perchè dalla crisi si esce solo se c’è comprensione, consapevolezza e rigore, avvertendo che è necessario un clima positivo in Parlamento, fra le organizzazioni sociali, sui media e tra le realtà produttive del Paese.
Vito Schepisi

21 ottobre 2008

Ma l'opposizione è costruttiva?

Ci sono accuse che vengono mosse verso chi sostiene questa maggioranza. Le accuse si sostanziano pressappoco in queste osservazioni:
- parlate sempre dei limiti democratici dell’opposizione, ma un osservatore obiettivo non deve prendersela con chi fa opposizione ma deve pungolare il Governo;
- parlate sempre di Veltroni e Di Pietro come se fossero loro a fornirci questo schifo di governo;
- avanza nel Paese l’intolleranza verso ogni voce dell’opposizione e voi state a criticare chi lancia segnali di allarme;
- c’è una istigazione al razzismo, viene fatta l’apologia del fascismo e voi continuate con la critica al comunismo che non esiste più.
Capita che ognuna di queste obiezioni possa lasciare perplessi chi si ostina a raccontare la politica con la pretesa di saperne leggere i motivi di fondo.
C’è in verità la prevalenza di un orientamento e di una provenienza culturale in cui le opzioni del pensiero si formano. Ma è normale che sia così! Esiste un nocciolo duro del pensiero che è anche sede di pregiudizio e di convinzioni così radicate da riuscire a mescolare con facilità torto e ragione. Ma non sembra che sia questo il caso! Non si può nascondere che ci sia comunque la presenza di un paletto nella coscienza di ciascuno che stabilisce la misura di ciò che sia tollerabile, separandolo da ciò che invece non si può accettare.
Per un liberale, ad esempio, è accettabile tutto meno ciò che causa la perdita della facoltà di pensare in libertà, nello stesso modo che per un socialista marxista non sia accettabile la teoria del salario come variabile dipendente, al contrario di un liberista, ovvero per un cattolico non sia accettabile una politica che confligga con l’etica cristiana. Sono convinzioni che se radicate in una forma di stabilizzazione culturale sono difficili da superare. Ma non siamo a questo punto!
Il programma presentato dal PD, e accettato dall’Idv di Di Pietro sulle politiche del controllo del territorio, della sicurezza, dello sviluppo economico e del sostegno alle famiglie non si distingueva in modo radicale da quello del Pdl. Anche le questioni del federalismo fiscale, della necessità della riforma costituzionale, degli interventi sulla giustizia hanno trovato spazio per una base di comune intento riformista. E’ vero che c’erano segnali preoccupanti come la mortificazione della sinistra riformista di Boselli, per privilegiare il rozzo antagonismo di Di Pietro, ma come per una rondine non si può dire che sia primavera, per un rumoroso arruffapopoli non si può dire che siano tutti arruffapopoli, che poi è come dire che per un imbecille non si può dire che siano tutti imbecilli.
I fatti però hanno smentito le speranze. La delusione dei democratici moderati è arrivata quando il PD ha preso la strada del pregiudizio verso la maggioranza ed ha cavalcato il giustizialismo di Di Pietro. E’ capitato che con l’intento di promuovere lo stile ed il metodo delle democrazie europee, nel confronto tra maggioranza ed opposizione, invece di omologare al dialogo ed alla moderazione Di Pietro ed il suo partito personale, siano prevalsi i toni dell’antagonismo e del pregiudizio, tali da far omologare alla rozzezza di Di Pietro i toni del confronto politico del PD.
Si fa, pertanto, un bel dire quando si afferma che negli interventi degli osservatori politici di certi ambienti liberali prevalgano le critiche all’opposizione anziché al governo. Quando accade non è per pregiudizio ma per l’osservazione razionale di ciò che accade.
C’è da osservare che il governo alle parole privilegia i fatti, come è giusto che sia, e che i fatti siano graditi agli elettori e che, invece, sembra piuttosto sbracata, se non incoerente, parolaia e strumentale, l’azione dell’opposizione. È l’esatto contrario di ciò che accadeva con Prodi.
Non si rendono contributi alla chiarezza ed alla funzione costruttiva, propria dell’opposizione, quando si diffondono notizie false o si lanciano allarmi irrazionali nel paese su questioni delicate come l’educazione dei giovani ed il razzismo.
Come poi si può pretendere un’azione di critica e di stimolo al Governo quando c’è un’opposizione che inquieta per i suoi toni e le sue posizioni? Preoccupa persino la cinica indifferenza con cui ora Veltroni, ora Di Pietro ricorrono a metodi ed azioni che nuocciono al Paese.
Vito Schepisi

03 marzo 2008

Il PD di Veltroni ... ma anche di Prodi

Se un assassino volesse riesumare la vittima del suo misfatto per tentare di farlo rivivere, mascherando così il suo delitto, diremmo che il suo è un macabro tentativo di reiterare un crimine già commesso.
E macabro allora deve essere considerato il tentativo di Veltroni di far rivivere una politica e quegli uomini che del delitto perpetrato ai danni del Paese sono impenitenti colpevoli.
L’Italia era il Paese uscito senza troppi danni da un periodo di difficoltà dei mercati. Era stata adottata una politica di rilancio che puntualmente si è resa sobria e proficua già dalla fine del 2005, per poi manifestarsi in pieno nel corso del 2006.
Solo la perfidia politica di Prodi, e la fatuità programmatica della sinistra, potevano ingrippare il motore già avviato per la crescita e per nuovi obiettivi di modernizzazione del Paese.
Gli indicatori dello sviluppo erano già pronti a mettere in moto la nostra economia. Era sufficiente completare il programma di riduzione della pressione fiscale e completare, soprattutto in periodo di ripresa dei mercati, la politica degli investimenti per dare slancio alla crescita ed all’occupazione. Erano sufficienti misure di riduzione del costo del lavoro e di incentivazione al rilancio della piccola e media impresa per riportare l’Italia ad un grado di tollerabilità e sostenibilità economica in tempi di crisi.
Sono arrivate, invece, le tasse e gli aumenti delle aliquote previdenziali proprio alla piccola e media impresa. Era, per ironia della sorte, sufficiente fare tutto il contrario di ciò che ha fatto Prodi per poter affrontare oggi l’aumento dei costi delle materie prime e le difficoltà dei mercati.
Cosa si vorrebbe fare ora? Reiterare il delitto?
In una associazione a delinquere non è colpevole solo chi materialmente si rende responsabile dell’esecuzione materiale del crimine, ma ogni componente della società del malaffare. Non è che cambiando la cupola dell’associazione malavitosa si cambiano le responsabilità dei suoi componenti. Non è quindi cambiando il personaggio politico, che del delitto commesso a danno dei cittadini si è reso colpevole, che si possa oggi aver fiducia della stessa associazione e della sua nuova cupola, e ritenerne utile e virtuosa la futura condotta,
In alcune circostanze la colpa riviene dall’ignoranza o dalla presunzione di fare del bene. Quante volte accade che nel tentativo di mutare una situazione sfavorevole ci si impegni a trovare soluzioni che alla fine si dimostrano peggiori del male? Accade perché la buona fede conduce a considerare utile ciò che si fa e gli errori sono solo frutto o di ignoranza o di casualità.
Non è questo, però, il caso di Veltroni e del PD. Già ai tempi della costituzione del nuovo partito, cioè durante la ricerca dell’individuazione teorica di un percorso comune dei ministri e dei leader dei partiti che componevano per il 70% il governo, Veltroni sosteneva soluzioni differenti rispetto a quelle adottate da Prodi. Era perciò consapevole che la ricetta del Presidente del Consiglio e della maggioranza dell’Unione era sbagliata. Ma questo non gli ha impedito di pensare soltanto a promuovere la sua persona e disinteressarsi dei danni al Paese.
Si è avuta la netta sensazione che la nascita del PD sia stata solo una soluzione improntata a creare discontinuità apparente con Prodi e la vecchia sinistra, in visibile difficoltà di immagine e credibilità. La nuova realtà, o come piace dire, il nuovo soggetto politico è stato poi la somma dei vecchi partiti di provenienza, un tempo persino poli dell’antagonismo sui valori.
L’unione di DS e Margherita è sembrata in funzione di un disegno politico di conservazione del potere, e senza che fossero chiarite le storie, gli ideali, i percorsi storici e le strategie politiche delle due anime che oggi la compongono. Le stesse che nella vecchia prima repubblica avevano spesso monopolizzato i ruoli sia di maggioranza che d’opposizione.
Le tensioni e gli ideali si sono diluiti nell’unico obiettivo della conquista della maggioranza parlamentare, in qualsiasi condizione, e solo per l’esercizio del potere. E’, infatti, difficile oggi identificare una diversa e precisa strategia politica.
Che cosa sia il PD non c’è nessuno oggi capace di dirlo chiaro!
Altro che il manifesto di Veltroni ”non pensate a quale partito pensate a quale Paese” !
Ma se non lo sa neanche lui quale Paese vuole, di chi e di che cosa dovremmo fidarci?
Non si leggono affatto tensioni ideali alla base della proposta politica del PD!
Se Veltroni è conscio che Prodi stava conducendo il Paese al declino, è lecito pensare che non ci sia stata buona fede nel suo comportamento: l’inerzia equivale alla complicità. Ma nel caso invece che non sia consapevole dei danni di Prodi è ulteriormente poco credibile ed inaffidabile.
E’ tempo di accantonare l’ipocrisia e la furbizia: uniche doti che gli riconosciamo.
E’ la stessa furbizia che si manifesta allorquando mister “si può fare” dichiara di rappresentare il nuovo. Vada per la falsità del concetto, si sa che in campagna elettorale si diffonde un overdose di mera propaganda, ma come fa Veltroni a dichiararsi nuovo quando nei due anni di scellerata gestione del governo non c’è stata occasione che sia valsa per inchiodare Prodi alle sue responsabilità verso il Paese?
Non può dirsi nuovo Veltroni sia per la sua storia che per il riciclaggio dei contenuti che esprime, ma soprattutto per essere il leader di un Partito che ha poi come Presidente lo stesso Prodi.

Vito Schepisi

06 febbraio 2008

Sciupone l'Emiliano, ovvero: la moltiplicazione dei pani del paramessianico Prodi

Se c’è una soddisfazione abbastanza avvertita dagli elettori italiani è quella di pensare che con la caduta della legislatura vengono meno tanti vantaggi concessi al personale della politica. In particolare è un gran piacere pensare che tutti coloro, e sono tanti, che sono stati chiamati ad assumere ruoli di governo, molti dimessisi dal ruolo di parlamentari, non percepiranno più non soltanto l’indennità ministeriale, cosa che è persino ovvia, ma soprattutto l’indennità, parificata a quella dei parlamentari, di ben 140.000 euro lordi l’anno, grazie alla magnanimità di Prodi e della sua maggioranza di centrosinistra.
E’ stato questo, infatti, il regalo che Prodi ha elargito, a spese dei contribuenti, per consentire che i parlamentari, in particolare senatori, chiamati ad assumere funzioni di governo cedessero il passo in Parlamento ai primi dei non eletti, senza che, appunto, perdessero l’indennità parlamentare.
Cosa non abbia fatto “Sciupone l’Emiliano” per mantenersi stretta la poltrona conquistata con un pugno di voti! Cosa non abbia fatto a spese della serietà, della tasca degli italiani e del buonsenso!
Con questo espediente, elaborato dallo staff politico della sinistra arroccata al potere, si volevano ridurre le difficoltà di una maggioranza precaria al Senato, consentendo ai membri del governo di assolvere al loro ruolo, senza preoccuparsi dei numeri ristretti in Parlamento. Un ulteriore regalo annuo di poco meno di 10 milioni di Euro alla politica ed agli uomini del centrosinistra: la meno biblica e più profana moltiplicazione dei pani del “paramessianico” Prodi.
Sono ben 68, infatti, tra ministri, vice ministri e sottosegretari gli uomini di governo non parlamentari che tornano a casa ed alle loro abituali attività. Se ne hanno! Considerata la quantità dei professionisti a tempo pieno della politica. Tanti su un totale complessivo, compreso il Presidente del Consiglio Prodi, di 103 componenti l’intera compagine ministeriale: un esercito! Tanti che hanno contraccambiato con risultati davvero deludenti la spesa sostenuta dall’Italia, con la contribuzione di chi lavora e produce, per il loro mantenimento al Governo.
Ma non sono solo questi i risparmi dei costi della politica che si realizzano con la caduta di questo Governo e la fine della legislatura. Viene meno per 379 parlamentari di prima nomina il diritto al vitalizio. La legislatura con lo scioglimento anticipato delle Camere - prima del tempo utile di 2 anni, sei mesi ed un giorno - non è valida ai fini del vitalizio sia per i citati 379 parlamentari di prima nomina, sia per quelli con più legislature all’attivo. Viene meno per 1.014 parlamentari. E non è una cifra da poco che si risparmia!
In Italia in tanti hanno tifato perché ciò accedesse. In molti hanno ritenuto che questo personale politico parlamentare non meritasse assolutamente il diritto al vitalizio. In molti hanno pensato che se il Governo, com’è stato, fosse effettivamente destinato a cadere, trascinandosi appresso la legislatura, sarebbe stato più opportuno che fosse caduto prima d’aver fatto maturare il vitalizio ai parlamentari. In caso contrario, sarebbe stato ancor più reale e giustificato il sospetto di una politica finalizzata solo al loro tornaconto.
Nel sostenere ciò che è sulla bocca di tutti, come spazio comune di biasimo e di disprezzo, a volte si ha il timore di alimentare il sentimento dell’antipolitica, già corposo e diffuso in Italia, e forse anche per buona ragione. Ma non è questa contrarietà alla furbizia ed ai costi della politica, non è la nausea contro l’utilizzo della democrazia per distribuire i privilegi alle caste, non la rassegnazione nel veder respingere il necessario confronto sulle esigenze quotidiane dei cittadini, non l’atteggiamento, spesso conflittuale, tra i poteri dello stato e le esigenze di rispetto e libertà degli italiani, non le contraddizioni tra le necessità del Paese e le scelte di governo, non è così la voglia di dignità e di correttezza che deve alimentare l’antipolitica. Quest’ultima non è la soluzione al deficit di credibilità che oggi i partiti e la classe politica riscuotono nel Paese.
La spacciata democrazia diretta, quella senza mediazioni, senza verifiche, senza controllo, spesso occasionale, può essere peggiore del male. Le soluzioni suggestive non sono altro che una forma immaginifica di presumere d’avere la soluzione di ogni problema a portata di mano.
Una politica arrogante ed incapace è comunque sempre da preferire a soluzioni sbrigative. Persino Prodi è meglio del caos e delle soluzioni sommarie invocate dai “guru” dell’antipolitica. Ed anche questa dispendiosa, invadente e sconclusionata maggioranza uscente, per quanto scaturita dal legittimo mandato elettorale, in un sistema di rappresentatività popolare, è preferibile alle forme anarchiche e populiste, spesso anticamere di pericolose dittature.
In Italia non mancano né guitti di piazza, né comunicatori illusionisti che spacciano moralismo a buon prezzo. Non mancano, appollaiati come avvoltoi, giustizialisti e forcaioli di mestiere, pronti a piombare addosso alla preda di turno, purché funzionale all’odio ideologico che desiderano diffondere. Non mancano coloro che indirizzano gli sguardi su visioni prospettiche fuorvianti e faziose con l’intento di rappresentare una società malata dove i cattivi sono sempre da una sola parte. Non manca l’antipolitica militante, che poi antipolitica non è perché alla fine va sempre in soccorso della sinistra più estrema.
Ma non è più il tempo dello spettacolo e della teatralità. Le suggestioni sono solo facili richiami, i più pericolosi, quelli che si devono respingere. Ora è il momento di far pressione perché il confronto elettorale si attui sulle scelte. Bisogna scegliere perché finisca il tempo delle guerre di legittimità, all’ombra delle quali è cresciuta la più inconcludente classe politica della nostra storia repubblicana.
L’odio profuso ed i richiami contro qualcosa alla fine, come abbiamo visto con Prodi, nascondono insidie alla democrazia ed alla legittima scelta degli elettori, nascondono incertezze e confusioni programmatiche, nascondono conflitti politici di maggioranze numeriche poi incapaci di esprimere coerenti azioni di governo.
Vito Schepisi

21 gennaio 2008

L'Italia da rifare


Cosa pensano di fare? Cosa pensa la sinistra italiana di ricavare dal clima di rissa che fomenta? La consapevolezza di essere minoranza nel Paese deve averli portati alla follia.
Hanno fallito i loro obiettivi. A loro discolpa solo il dubbio, e neppure generale, che sia più il risultato della loro incapacità che della loro volontà. Danno l’idea d’essere maldestri pachidermi in un labirinto di cristalliere. Distruggono tutto ciò che toccano. Hanno deluso le aspettative che, speranzosi, milioni di italiani avevano loro affidato di rendere “felice” il Paese, come affermava l’imbroglione politico più recidivo della nostra Italia repubblicana..il p deluso le aspettative i più per incapacità che per volontàane.e coinvolga anche e soprattutto la parte politica che nel Pa Si muovono tra le barriere di un furore ideologico e gli ostacoli della loro supponenza d’esser portatori di uguaglianza e giustizia. Travolgono, come fossero inermi birilli, i margini del buon senso, della tolleranza e persino dell’interesse sociale delle fasce più deboli del Paese.
La constatazione di aver prodotto un mostro incomprensibile in cui anche la tradizione italiana di correttezza istituzionale veniva meno; il loro modo piuttosto singolare di creare spazi di sensazioni odiose di regime e di intolleranza, deve averli portati a sragionare.
Mai esistito nel Paese un clima di così odiosa ostinazione nel non prendere atto che persino nel Parlamento, non solo la maggioranza politica, che non è mai esistita, ma ora anche la maggioranza numerica non esista più.
Non si possono ignorare, soprattutto per correttezza democratica, le dichiarazioni esplicite di senatori e componenti parlamentari che hanno denunciato la fine di una stagione politica. Non si può sorvolare sulle dichiarazioni di un Ministro della Giustizia, dimessosi, che ha posto all’attenzione del Parlamento uno stato inquietante di una parte della magistratura Italiana. Se c’è una situazione che la democrazia liberale non può ignorare e soprattutto tollerare è l’esistenza di una giustizia partigiana, specialmente se la questione è stata posta nelle aule parlamentari.
Ora si beccano tra di loro e sguinzagliano i canali della mestazione politica e giudiziaria. Vogliono intorpidire il clima nella speranza che la sfiducia della gente coinvolga, anche e soprattutto, la parte politica che nel Paese è già consolidata maggioranza.
Ecco così muoversi la macchina da guerra di occhettiana memoria. E scatenano tutte le guerre possibili. Se devono perire sommersi dal letame che hanno sparso stabiliscono che lo facciano come Sansone con tutti i filistei. Prendono corpo contemporaneamente il conflitto di religione, quello giudiziario, la guerriglia dell’antipolitica, la battaglia dell’immondizia, la guerra di tutti contro tutti.
Si scatena lo scontro parlamentare e si tenta con artifizi e sollecitando astensioni, per strumentalizzare persino il regolamento del Senato dove, su un voto di sfiducia l’astensione torna a favore del no, di mantenere in vita il Governo di Prodi, il più indegno e discusso che ha mortificato il Paese e messo a dura prova la tolleranza e la sopportazione degli italiani.
Vorrebbero continuare a mantenere i loro sederi ben saldi sulla seduta e le loro mani ben strette intorno ai braccioli delle loro traballanti poltrone, avvinti, contorti e diramati come l’edera, pur navigando nella melma di una maleodorante generale immondizia che parte dalla Napoli e dalla Campania della Jervolino, di Pecoraro, Mastella e Bassolino per arrivare sui colli di Roma.
Vogliono continuare a fare mercato di nomine e di abusi. Come la stomachevole nomina alla presidenza dell’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente) del capo di gabinetto del sottoposto a sfiducia Ministro per l’Ambiente in carica. Il braccio destro del ministro che si trova ad assumere nello stesso tempo il ruolo di controllore e controllato. Altro che sospetti e accuse di conflitto di interessi rivolte verso altri!
Ed è proprio il Ministro dell’Ambiente, restio a dimettersi, che è nell’occhio del ciclone per aver ridotto l’Italia ad un cumulo di spazzatura e non solo quella fisica di Napoli e della Campania, ma anche quella delle scorie strutturali di un Paese oramai vecchio ed obsoleto. Un Paese che tarda a rinnovarsi e fornirsi di strutture all’altezza dei tempi e del suo ruolo in Europa. Un paese che manca persino di seri piani energetici sufficienti a garantire sicurezza e continuità alla nostra principale fonte di ricchezza costituita dalle reti produttive e di trasformazione in campo manifatturiero ed industriale.
La vera guerra in corso però è quella alla ragione! C’è un esercito sgangherato che assomiglia tanto al Capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere in cui configgono almeno due diverse pulsioni. Da una parta quella della riservatezza e dell’apparenza di serietà e dall’altra la voglia di essere protagonista. Per un verso il desiderio di spiegare e dar coerenza alle sue iniziative giudiziarie e dall’altra il mostrarsi indignato per la denigrazione personale riscossa dalla parte politica sottoposta alle sue diverse iniziative cautelari.
Un modo oramai classico di dire e poi minacciare di smentire e negare ciò che si è detto. Un esempio di sottocultura del diritto e delle garanzie di riservatezza e di cautela laddove, invece, si richiedono comportamenti che non solo devono essere, ma soprattutto devono apparire d’essere, specchiato esempio di professionalità e di equilibrio e non sgangherate rappresentazioni da commedia dell’arte.
La sinistra Italiana ci restituisce un’Italia allo sfascio, in crisi di valori, tartassata di balzelli fiscali, ridotta alla fame nelle fasce più deboli ed al grigiore di vita nelle fasce intermedie. Un’Italia insicura, tormentata dai dubbi sul futuro e dall’insicurezza del presente, ai margini dell’Europa, indicata nel mondo come cattivo esempio, con servizi da terzo mondo e persino senza più una compagnia aerea di bandiera. Un’Italia dispersa nella sua identità, senza valori di riferimento, involuta nella difesa dei principi dove persino il “laicismo” diventa una gabbia ideologica. Un’immagine dell’Italia che si spera di cambiare al più presto!
Vito Schepisi

20 dicembre 2007

Un 2007 da dimenticare

A sinistra non sanno che pesci pigliare! La maggioranza ed il Governo, i partiti ed il Parlamento sono imbrigliati in una morsa stringente. Si muovono in affanno alla ricerca di soluzioni per uscire dall’impasse in cui si sono addentrati. Osservano impotenti le sorti dell’Italia che per la loro insipienza scivola verso un inesorabile declino. Hanno impantanato il Paese in una palude di sabbie mobili, con l’economia che perde colpi, il debito pubblico che cresce ed i redditi dei lavoratori insufficienti a star dietro al crescente costo della vita reale. Uno Stato che perde competitività ed indietreggia ed è risucchiato sempre più giù in Europa. Un’Italia che s’intristisce e che con collaudata pazienza aspetta che passi anche quest’ondata di pessimo tempo.
Nelle stanze del centrosinistra hanno tutti gli occhi fissi nel vuoto. Guardano con sadica rassegnazione l’inevitabile procedere di questo Governo in bilico su di un sentiero buio e senza via d’uscita. Sono impotenti a tracciare margini ad un declino inesorabile, persino inermi e arresi nella rassegnazione fatalistica dell’inevitabile, convinti che rimediare sia impossibile, specialmente quando si ritiene che non esista la necessaria coesione nelle possibili soluzioni da adottare.
Ora la maggioranza sa solo farsi del male da sola: ma causa malanni anche ai cittadini italiani. Il Governo, tra le sue contraddizioni e le sue velleità, è in completa balia delle onde: ma ciò che è più grave è che trascina nella sofferenza tutto il Paese. La sinistra italiana è insicura ed incerta come un soggetto infantile che stenta a sollevarsi, e che non è in grado di mantenersi sulle proprie gambe. La sua crisi per ignoranza, demagogia ed infingarda supponenza trascina tutto: è come un fiume in piena che tracima e che, impetuoso, scorre e travolge tutto ciò che incontra sulla sua strada.
Il Governo di Prodi vive ormai alla giornata. Non può fare programmi, non ha una linea politica, non un percorso condiviso, non ha un’anima che s’ispiri ai bisogni del Paese: è la lotta di tutti contro tutti.
Dopo le preoccupazioni dello scorso anno, dopo l’emergere delle falsità dette agli italiani in campagna elettorale, dopo aver torchiato i contribuenti con una pressione fiscale da spavento, all’inizio del 2007 si era riunita a Caserta, in conclave, per consentire a Prodi di dettare le sue 10 regole. Doveva essere il programma del 2007 per rilanciare l’iniziativa politica. Mai lancio, però, fu più effimero, debole e di basso profilo, e sui risultati è meglio stendere un velo pietoso.
Alla reggia, il Prodi, imperatore della sinistra italiana, si era rivolto ai sudditi convenuti imponendo i suoi editti, a cui tutti si dovevano strettamente attenere. La confusione, infatti, era già tale da far paventare, già allora, un repentino crollo dell’impero Romano. A porte chiuse aveva detto che gli dovevano obbedienza, come si conviene ad un condottiero di nome Romano. Aveva alzato la voce e gridato che, senza la sua guida, per la sinistra c’era solo la sconfitta e lo sfaldamento della maggioranza: c’erano, insomma, le elezioni anticipate e Berlusconi.
Era un insieme quello di Caserta, animato da un’unione di partiti delle sinistre italiane, senza respiro politico, disperso nei protagonismi. Un’Unione che trovava coesione solo nel timore di perdere le poltrone e di dover dar ragione al “nemico” di Arcore. E così, mentre si elevava ancora forte il richiamo alla coesione, già i suoi sottoposti interpretavano con diversa misura e tensione il significato dei comandamenti del prode Romano. L’eco era ancora nell’aria, quando il suo imperativo categorico si sfaldava ed il diluvio evocato travolgeva illusioni e speranze.
Le sue 10 tavole sono state spazzate, arse dal fuoco della follia di ritenere che si possa governare contro il popolo e malgrado l’indignazione degli uomini. Aveva proprio ragione Boselli, dopo Caserta, a sostenere che “non c’è stato un briciolo di coraggio per affrontare i nodi che vanno sciolti. Si è imboccata solo la strada del rinvio”. E come dar torto, così, al segretario di Rifondazione Comunista Giordano quando, dopo la gita a Caserta, trionfante affermava: "Li abbiamo fermati. Partita chiusa."?
Con quello che va a chiudersi sarà passato un anno dal conclave nella reggia vanvitelliana dove, non il re borbone, ma il principe imbroglione si impegnava al rilancio dell’iniziativa di governo. E se gli italiani nelle piazze reclamavano meno tasse e più sicurezza, Prodi con la sua corte di cortigiani e ministri ci ha offerto più insicurezza e più tasse. Se il popolo chiedeva chiarezza e trasparenza, la sinistra si è invece distinta prima con un golpe alla Rai, sostituendo il Consigliere Petroni, e poi con la rimozione del Generale Speciale dal comando della Gdf, “colpevole” di aver ostacolato la rimozione di ufficiali integerrimi e capaci che indagavano sulle scalate bancarie, dove erano coinvolti uomini di punta dei DS. Provvedimenti che il Tar del Lazio ha giudicato illegittimi, quindi autoritari ed illeciti.
I cittadini hanno quindi chiesto risparmi e rigore e la risposta del Governo è stata quella di dilatare la spesa e di mercificare persino il voto sulla fiducia al Senato, concedendo a uomini e gruppi politici ingenti risorse sottratte ai contribuenti.
E’ stata invocata più giustizia e imparzialità e, mentre si infanga il leader dell’opposizione con accuse infondate e senza rilevanza penale, sono posti sotto procedimento disciplinare i magistrati che hanno indagato su episodi di malcostume in cui sono coinvolti uomini di governo.
Traendo un bilancio dell’anno trascorso, a Prodi non gli rimarrebbe così niente di più dignitoso che rassegnare le dimissioni, per il rispetto che deve al popolo Italiano.

05 dicembre 2007

Un Governo fallito

Ci sono molte differenze tra la crisi del primo governo Prodi nel 1998 e la recente dichiarazione di Bertinotti sul fallimento del governo in carica, sempre condotto da Romano Prodi. Tra le tante, una differenza di significato consiste proprio nelle finalità.
Se nell’ottobre del 1998 Bertinotti si sfilò nella convinzione di dare significato e sostanza ad un progetto politico di rottura ed alternativo all’Ulivo, questa volta la denuncia del fallimento serve a porre fine all’agonia di una maggioranza scollacciata ed incapace di assumere iniziative condivise.
Nel 1998, con lo strappo, Bertinotti ed il suo partito della rifondazione comunista reagivano al pericolo di restare schiacciati nello sviluppo di un programma riformista di impronta essenzialmente eurocratica che si andava delineando. Un’azione di governo con prevalenza di indirizzi su scelte finanziarie e di mercato, con l’attenzione ai conti ed alle compatibilità della spesa. I comunisti di Bertinotti allora reagirono al pericolo di doversi misurare con interventi di tagli alla spesa e di macelleria sociale che sarebbero serviti a preparare il Paese alla svolta europea. La mossa dell’attuale Presidente della Camera, nel 1998 emerse dalla convinzione che la base comunista non avrebbe compreso né l’adozione di parametri rigidi per l’introduzione della nuova moneta e neanche i prevedibili controlli sulle politiche della spesa.
Questa volta, dopo le difficoltà create al Senato dalla pattuglia di Dini e dai dissidenti Manzione e Bordon, è sopraggiunta invece la convinzione che niente potrà più essere come prima nell’Unione.
Avvertendo i mugugni della base, Bertinotti trae così la consapevolezza che restare fermi può solo portare al massacro da parte dall’antagonismo militante e può favorire il disperdersi, a vantaggio dei movimenti dell’antipolitica, della primogenitura del dissenso e della lotta al sistema.
Chiudersi a difesa del governo di Prodi, soprattutto nella prospettiva del consolidamento dell’identificazione del governo nel progetto del PD, per il capo storico dei neo comunisti comporta il pericolo di non poter più esser credibile come leader di un movimento di lotta e di governo, e di rendere altresì non credibile la stessa Rifondazione Comunista come partito di confine e fabbrica attiva per l’elaborazione delle proposte per le diversità. Il Partito di Bertinotti ha l’esigenza di mantenere il suo protagonismo e di riposizionarsi nel suo spazio di funzione critica ed alternativa alle globalizzazioni ed alle strategie diplomatiche sugli scenari internazionali.
Come allora Bertinotti ed il Partito della Rifondazione Comunista poteva rinunciare a ritenere fallito il progetto dell’Unione?
La nascita del Partito Democratico, in verità, ha contribuito a creare ulteriori scompensi nel centrosinistra. Molte più difficoltà: più di quelle già presenti per la mancanza di coesione programmatica. Se alla criticità delle convergenze sulle scelte, soprattutto in campo sociale ma anche sugli obiettivi per la crescita e lo sviluppo, legati alle politiche fiscali ed agli interventi sulla competitività, una volta si contrapponevano le ragioni dello stare insieme, come spesso si andava sostenendo, per battere Berlusconi e scongiurare il suo ritorno al Governo, la nascita del PD ha creato una reazione a catena e molte fibrillazioni nei piccoli partiti.
La maggior parte delle formazioni minori, senza marcata identità, prive persino di radici storiche nella tradizione popolare, senza precisi riferimenti territoriali, rischiano ora di veder dissipare l’appeal più squisitamente personale che politico. E’ opinione diffusa, infatti, che possa prevalere l’attrazione dell’elettorato alla logica dei grandi numeri ed esiste nel Paese una sensibile voglia di semplificazione della politica.
Bertinotti, da politico astuto, ha avvertito questa difficoltà. Ha meditato sull’immagine del suo partito appiattito sul Governo ed apparso spesso moderato e prudente nel sopportare sacrifici e rinunce per non farlo cadere, ed è ora convinto che Prodi abbia ormai vita breve.
Ma più che rendersi responsabile ancora una volta della caduta di Prodi, togliendo la fiducia all’unica maggioranza parlamentare che potesse scongiurare il ritorno alle urne con la conseguente vittoria certa del centrodestra e di Berlusconi, quale modo migliore aveva Bertinotti per prendere le distanze da questo esecutivo? La risposta è: dichiararlo fallito e proporre la disponibilità ad un diverso esecutivo, d’impronta istituzionale, che possa traghettare il Parlamento all’approvazione della riforma della legge elettorale ed alle modifiche costituzionali. Tutto concorda!
Dal suo punto di vista è la cosa più intelligente che il Presidente della Camera potesse fare. La sinistra ha da intraprendere un percorso di unificazione. E’un tragitto che si presume lento e complesso. L’obiettivo di Bertinotti è una riforma elettorale sul modello tedesco, con sbarramento al 5%: una soluzione che rende inevitabile la convergenza sulla “cosa rossa”.
Il nuovo soggetto politico potrebbe così presentarsi alle elezioni in modo autonomo e giocarsi la possibile partecipazione ad alleanze, su programmi concordati, dopo le elezioni.
Vito Schepisi

30 novembre 2007

La spallata del Cavaliere

A Piazza San Babila a Milano il cavalier Berlusconi la spallata l’ha data. L’annuncio del nuovo partito del popolo delle libertà ha avuto l’effetto di una spinta politica, almeno pari ad una vittoria parlamentare sulla maggioranza.
Per prevalere in Parlamento servono intese, spesso trattative e rigida gestione dei gruppi: a volte veri compromessi. In Parlamento con l’azione delle caste, e tra gli interessi particolari, può passare di tutto e persino il suo contrario. Anche il voto di scambio non ha ostacoli di valenza penale. Per prevalere nel Paese, invece, servono chiarezza, decisione e coraggio. Fuori dai palazzi della politica, infatti, servono parole chiare e saper interpretare i sentimenti del popolo.
Prodi fino ad oggi ha mostrato la capacità di prevalere in Parlamento dove agita la clava del dopo di me il v(u)oto, ed infila un voto dopo l’altro utilizzando di tutto: dai senatori a vita precettati, persino bloccati per votare, nonostante i loro impegni scientifici in giro per il mondo, agli avvertimenti minacciosi ed alle costanti pressioni. Tra il popolo, invece, Prodi trova fischi, proteste e tanto sconforto.
Berlusconi, lasciato solo dai suoi alleati, deluso dai “parrucconi” della politica, ha provato invece a confrontarsi direttamente con gli elettori: ed il popolo della libertà ha risposto compatto. Sono state, infatti, otto milioni le firme raccolte contro questo Governo, ritenuto inadeguato e dannoso e privo del consenso politico dei cittadini.
E mentre il popolo firma in massa, fa la fila ai gazebo, sottoscrive gli appelli su internet per chiedere a Prodi ed alla sua maggioranza di togliere il disturbo, Fini e Casini, sollecitati persino dalla stampa sempre critica, se non proprio avversaria, spinti a voler essere protagonisti contro la strategia di Berlusconi, covano l’idea di mettere nell’angolo l’ex premier. Azzardano una spallata al contrario, all’interno dell’opposizione, per assumere protagonismo e visibilità, per aumentare il peso politico ed elettorale dei loro partiti.
Dopo il voto favorevole al Senato, sul testo finale della finanziaria, incassato da Prodi, è emerso il significato dell’enfasi che giornali e persino gli alleati del centrodestra hanno voluto dare al voto. La crisi interna nella maggioranza, con alcuni gruppi che hanno dichiarato di votare a favore solo per senso di responsabilità, anche se non è sfociata nella caduta del Governo, è stata comunque una vittoria politica dell’opposizione. La presa d’atto nell’aula parlamentare dell’implosione della maggioranza di centrosinistra, è stata l’affermazione delle ragioni di una minoranza parlamentare che ritiene dissolta ed esaurita questa maggioranza politica.
Per alcuni non è stato così! Ed invece che esibire la vittoria per il cedimento della credibilità della sinistra di governo, per alcuni Berlusconi ha sbagliato ad annunciare e denunciarne l’implosione. Persino il difficile percorso della maggioranza, in piedi ancora una volta per il rotto della cuffia, viene così imputato a carico del leader di Forza Italia. Qualcuno tra i suoi ex alleati ha parlato persino di fallimento di una strategia politica.
Le mani libere! Ma libere da cosa? Quando si è all’opposizione, in particolare, le mani si liberano solo quando si è concordi nel contrastare le iniziative ritenute sbagliate. Se la maggioranza, come quella di Prodi, ha occupato il potere con sofismi e contraddizioni, facendo ritenere un’unione che nella sostanza non è mai esistita, avere le mani libere significa contrastarla con ogni mezzo.
Cosa vuole Casini o Fini che interessi al popolo delle libertà, arricchito da tanti ex elettori del centrosinistra, la loro necessità di visibilità politica? Mentre il popolo in massa firma, e firma anche a sostegno della loro opposizione, non è corretto rilasciare interviste con cui si prendono le distanze dalle strategie adottate e se ne annunciano nuove e divergenti, con l’evidente intenzione di isolare la leadership dell’opposizione e, soprattutto, con l’idea di rendersi protagonisti di stagioni politiche diverse.
Ciò che non si capisce è cosa, a loro avviso, dovesse fare invece l’opposizione? Forse augurarsi che la maggioranza fosse compatta ed a ranghi pieni, e votare contro solo per un esercizio formale? Nessuno si chiede ma scusate il Paese che dice? Il Paese che pensa? Il Paese che vuole?
C’è stato un voto circa 20 mesi fa in cui l’elettorato s’è diviso in due. Da quel momento i rappresentanti del 50% del paese, ignorando le promesse fatte agli elettori, e tra queste persino quelle della serietà, hanno ritenuto di governare contro il Paese . Alcuni, ispirati dal desiderio di vendetta sociale “anche i ricchi piangano”, hanno premuto per sommergere di tasse i contribuenti, col risultato contrario di far continuare a gioire l’alta finanza ed i capitali e far piangere ancora di più la povera gente.
Ora tocca al popolo delle libertà esprimersi, e Berlusconi non dia l’impressione di far marcia indietro. Il popolo è unito nel chiedere compattezza e coerenza e soprattutto la caduta di questo governo. ”La situazione dell’Italia non è buona”: sicurezza, giustizia, pressione fiscale, debito pubblico, sanità, servizi, infrastrutture, occupazione giovanile, precariato sono come tante ferite che se non curate diventano piaghe. E’ populismo volerle porle all’attenzione dei cittadini e provvedere a risolverle con il consenso dei diretti interessati? Sia populismo allora!
Al popolo non interessano i giochi della politica, ma le questioni di tutti i giorni, quelle che vive sulla propria pelle, interessa la forza e la coerenza dell’azione, senza i giochi ed i tatticismi della visibilità politica.
Vito Schepisi

28 novembre 2007

La riforma elettorale tra alchimie e furbizie

E’ opinione comune che le alchimie elettorali, più che essere un modo per assicurare al Paese governabilità e maggioranze omogenee e coese, servano ai partiti per tentare di assestare meglio la propria consistenza parlamentare e per poter esercitare pressioni politiche ben oltre il proprio peso specifico, anche contro il mandato della maggioranza del corpo elettorale.
Tra le scelte, alla base c’è già un intreccio iniziale da sciogliere: se optare per un sistema maggioritario o per un sistema proporzionale.
Mentre il primo, senza correzione proporzionale, favorisce prevalentemente il bipolarismo, rendendo necessario l’accordo tra partiti collocati in aree larghe (centrodestra, ovvero centrosinistra), pena il rischio di restare fuori dalla rappresentanza parlamentare; il secondo, quello proporzionale, favorisce la frammentazione e persino la convenienza a porre motivi di divisione.
Tra le opportunità del proporzionale per i gruppi minori, oltre ad esserci quella della possibilità di esercitare pressioni sulla maggioranza o sulle scelte del Governo, persino al limite di ogni decenza, c’è la possibilità di favorire di volta in volta l’adeguamento dei regolamenti parlamentari, anche attraverso deroghe di cui è divenuto costume l’abuso, onde creare diversi gruppi con tanto di sedi e rappresentanze, con costi sempre a carico dei contribuenti, ed ancora, fatto ritenuto di grande importanza, la possibilità di poter accedere al finanziamento pubblico.
Sia il maggioritario che il proporzionale sono scelte che rispettano in pieno i principi della democrazia: sono ambedue legittime espressioni del popolo. Appare però evidente che l’opzione proporzionale sia quella che più possa riflettere compiutamente le diverse anime del Paese e che più possa essere legittimata a sostenerne le istanze. Se si potesse trarre un giudizio di merito sulle regole di una democrazia parlamentare, si potrebbe affermare che il proporzionale puro possa essere la scelta più equa. La suddivisione in perfetta percentuale riflette, infatti, i limiti ed i confini di ciascuna forza ed offre l’immagine precisa del Paese.
Tutto questo in teoria ma, come si è detto, e soprattutto si è visto dal vero, la realtà è purtroppo diversa. L’obiettivo non deve essere, allora, quello di comprendere cosa ci sia di diverso, ad esempio, tra Casini e Mastella, o tra questi e Dini, o ancora tra Diliberto e Giordano. Una volta compresa la ragione del loro diverso sentire, se mai si possa comprendere, resta il fatto che ove l’uno, o l’altro prenda un “piccio”, se il loro apporto di voti parlamentari dovesse essere indispensabile, il Paese si troverà a dover attendere i comodi loro per poter adottare provvedimenti o varare riforme.
Ma la democrazia non può essere questa! Non si può ridurre il mandato popolare all’esercizio delle schermaglie di nicchia o agli interessi particolari e neanche, come abbiamo visto di recente tra Di Pietro e Mastella, alle rivalità personali. Se la civiltà del confronto richiede il massimo rispetto per le istanze delle minoranze e per il pluralismo delle posizioni, è vero anche che si debba prendere atto che c’è una maggioranza che ha un diverso sentire e che ha diritto di prevalere, laddove il suo diritto non sia lesivo di quello degli altri. Ed inoltre, se c’è una maggioranza nel Paese sugli indirizzi generali, non la si può ricercare continuamente persino sulle istanze particolari. Niente funziona in questo modo. Se si pigia sul freno, e si ferma la macchina che procede ad andatura continua e costante, a conti fatti, si rischia di consumare più energie e di arrivare in ritardo agli appuntamenti che nel caso di un governo sono quasi sempre i bisogni.
Tra i principi delle democrazie elettorali, per ovviare alle tante questioni, ce ne sarebbero alcuni abbastanza validi, sperimentati con successo in altri paesi. Ma non è detto che si possa importare un sistema che altrove funziona e presumere di farlo funzionare anche da noi. Le realtà sono diverse e sono differenti persino i profili costitutivi dei diversi stati. In Spagna ed Inghilterra, ad esempio, c’è la monarchia. In Francia e negli USA il presidente è eletto dal popolo ed ha ampi poteri. Sarà per questa ragione che l’occhio è continuamente puntato sul sistema tedesco dove il Cancelliere è espressione della maggioranza parlamentare.
Quello della Germania è un sistema elettorale misto: i parlamentari sono eletti metà col maggioritario e metà col proporzionale. Su questa seconda metà, però, c’è una soglia di sbarramento: i partiti che non raggiungono il 5% restano fuori dal parlamento. Non è detto, però, che col sistema tedesco si garantisca la governabilità: dopo le ultime elezioni, vinte di misura dalla Merkel, si è fatto ricorso alla grande coalizione per consentire la governabilità. In Italia. Invece, pur non avendo vinto le elezioni in entrambi i rami del Parlamento, Prodi ha respinto la proposta di un esecutivo dalle larghe intese. E’ interessante osservare, però, che in Germania non si può con un colpo di mano sfiduciare il governo in carica. Esiste, infatti, l’istituto della sfiducia costruttiva che prevede la proposta di un diverso premier e di una diversa maggioranza con cui sostituire il cancelliere e la maggioranza già in carica.
E’ opinione comune, come si diceva all’inizio, che le alchimie elettorali servano anche ad altri fini. Sono in molti, infatti, oggi in Italia a chiedersi se l’iniziativa del centrosinistra sia ispirata dai buoni propositi di dotare il Paese di una efficiente riforma elettorale più idonea alla governabilità e non, come da più parti si sospetta, per prendere tempo e superare le difficoltà di una maggioranza senza una vera e credibile proposta politica.
Sarà per questo che Berlusconi ha deciso di sedersi al tavolo per vedere le carte ed eventualmente smascherare il bluff di Veltroni.
Vito Schepisi

21 novembre 2007

Ognuno ora si assuma le sue responsabilità

Il più delle volte i percorsi più difficili si dimostrano i più facili e viceversa. Quante volte tra gli elettori del centrodestra si è diffusa rabbia e delusione nel vedere annacquare la forza d’urto dell’opposizione per la corsa verso la visibilità di leader molto ambiziosi ma confusionari, incoerenti e senza il necessario consenso popolare?
Dalla scorsa legislatura c’è ancora chi si chiede cosa avesse voluto dire Follini, ad esempio, quando parlava di “soluzione di continuità” ogni qualvolta il Presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, lanciava una nuova iniziativa politica. La forza di coesione del centrodestra aveva rappresentato uno dei pilastri su cui si era radicato il consenso politico del 2001. Ed è bastato un Follini che si fregiava del riparo di un Presidente della Camera, collocato in quel posto per grazia ricevuta, per disperdere credibilità e coesione e diradare altresì un patrimonio di voti che ha poi consentito al centro sinistra di vincere le elezioni politiche del 2006.
Sono bastati solo 24mila voti all’armata politica di Prodi, la più sgangherata dal dopoguerra ad oggi, per occupare ogni spazio del Paese. Ed è bastata una possibile difficoltà di Prodi al Senato per vedere Follini, senza indugio, saltare dall’altra parte della barricata.
I percorsi più difficili si mostrano invece i più facili quando si ha la percezione d’esser dalla parte del popolo e di interpretarne gli umori. E’ così che Berlusconi, frenato dai suoi alleati nel condurre un’opposizione decisa al Governo del declino, si è smarcato da coloro che spesso si sono dimostrati più palle al piede, o politicanti di un sacco ed una sporta anziché coerenti alleati. L’ha fatto alla sua maniera, dimostrando che il suo rapporto con pezzi della maggioranza non può che essere privilegiato, rispetto ai goffi tentativi dei “furbetti” di turno di scavalcare la sua leadership.
Anche Fini, sdoganato assieme al suo vecchio partito, il vecchio movimento sociale italiano, ritenuto più a ragione che a torto erede dei principi e delle simpatie del ventennio fascista, si è lasciato prendere da eccessi di ambizioni. Ha ritenuto di dover rilasciare interviste in cui si discostava dalle iniziative dell’opposizione, rilanciando persino la disponibilità a dialoghi separati con la maggioranza su riforma elettorale, sconfessando di fatto la richiesta di nuove elezioni su cui Berlusconi aveva investito impegni organizzativi e credibilità politica e per la quale milioni di italiani avevano appena posto la firma.
Cosa crede Fini che senza il sostegno e la copertura politica delle componenti liberali e democratiche del Paese il suo passato non gli sarebbe stato rinfacciato ad ogni piè sospinto? I voti alla destra missina erano considerati una volta “voti a perdere”, senza peso politico. Per espressa volontà di una consistente parte di quello che si definiva “arco costituzionale” il Msi era stato espressamente estromesso dal gioco del governo e delle maggioranze. Fini questo non dovrebbe dimenticarlo.
Alleanza Nazionale, dopo la caduta dei partiti tradizionali, nella cosiddetta seconda repubblica, ha potuto realizzare la sua evoluzione democratica tanto che ad oggi Fini ed AN si sono spinti fino a voler ricercare spazi in famiglie di più vasto respiro europeo, come il PPE. I novi tragitti sono il frutto del lavoro e del sostegno di forze politiche che si sono impegnate a far girare le pagine della storia sviluppando nuove strategie politiche che, nonostante le canee retoriche, chiudevano le pagine ed i capitoli della vecchia politica. Si è sviluppato un contesto in cui le vecchie ideologie totalitarie, in un’accezione larga e condivisa, venivano definitivamente condannate come crimini contro l’umanità, liberando così alle regole della democrazie espressioni più conservatrici che reazionarie
Le vecchie chiusure venivano così superate dalle fasi nuove dei rapporti tra i popoli dove i principi della democrazia e del pluralismo si costituivano come basi irrinunciabili di un lavoro e di un impegno comune. Su questa nuova prospettiva i componenti della vecchia Cdl hanno lavorato gomito a gomito, come sinceri alleati, per aprire nuove pagine e scrivere nuovi capitoli della storia d’Italia. Sono stati così dischiusi nuovi orizzonti e realtà diverse si sono affacciate ai nuovi contenuti e, slegate dai vecchi principi limitativi, si sono potute rivolgere ai concetti ed alle strategie delle forze politiche moderne.
Di chi è stato il merito di questa evoluzione, se non di una strategia di alleanze che toglieva ad ogni forza politica pezzi di passato stantio per unificare valori, come è emerso, negli spazi comuni di principi di libertà in cui il cittadino potesse sviluppare il suo ruolo di individuo responsabile?
Se questa strategia subisce una frenata perché sulle idee e sulla spinta propulsiva qualcuno si sfila, per ricercare collocazioni diverse, non si può poi pretendere che gli altri aspettino immobili che si facciano esperimenti, o si prendano iniziative divergenti, senza che di contro vengano percorse strade alternative, ritenute persino cautelative rispetto alle iniziative di altri.
Vito Schepisi

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16 novembre 2007

Presidente Prodi ha capito che la sua maggioranza non esiste più?

Prodi sorride e si mostra soddisfatto. Ma non ha capito che la sua maggioranza è finita?
Non è una spallata e neanche un incidente di percorso: è una volontà politica del Paese, prima che delle forze politiche della sua maggioranza parlamentare.
Il Presidente del Consiglio più caparbio e restio a scendere dalla sella della sua bicicletta, oramai con le ruote forate, si rende conto che è diabolico e persino immorale governare contro il Paese? Persino larghi settori della componente centrista e della sinistra moderata della sua maggioranza lo considerano responsabile del malessere diffuso. Tra questi in buona parte anche tra coloro che sono confluiti nel Partito Democratico che è ritenuto, persino a ragione, sua creatura politica.
Con il suo linguaggio dislalico, le sue bugie e l’ostinata presunzione nel ritenere di poter mischiare gli opposti è il responsabile della crisi emersa con la debolezza della proposta politica della sinistra.
E’ un ostacolo a tutto: al dialogo, alla pacificazione, alle riforme, persino al buonsenso.
Le dichiarazione al Senato di Dini “ Va superato questo quadro politico, poiché il governo che ne è espressione non appare adatto a realizzare le politiche necessarie per invertire la tendenza al declino economico e civile del Paese” e l’avviso così lapidario nelle sue conclusioni di Bordon “voto si, ma la maggioranza non c’è più” fanno parte degli atti parlamentari del Senato della Repubblica e non dell’annuario del circolo bocciofili di Scandiano, il comune nella provincia di Reggio Emilia che dette i natali a Romano Prodi.
Un qualsiasi uomo politico responsabile ne avrebbe preso atto e sarebbe andato dal Presidente della Repubblica per concordare i tempi della crisi. Uno statista avrebbe dato seguito alle dichiarazioni dei dissidenti della sua maggioranza per dirsi disposto a portare a termine l’approvazione della legge finanziaria ma solo per senso di responsabilità, premettendo che alla fine dell’iter parlamentare della legge di bilancio avrebbe ritenuto conclusa la sua esperienza di governo. Un politico responsabile, ma a quanto sembra non Prodi, avrebbe dichiarato, senza mezzi termini, di voler rassegnare, al più presto possibile, nelle mani del Presidente della Repubblica il mandato ricevuto, perché questi possa ottemperare alle sue prerogative di indicare per il prosieguo della legislatura le decisioni ritenute più idonee. Tra queste, ad esempio, se opzione largamente condivisa dal Parlamento, far proseguire la legislatura per una strada diversa, ovvero in caso contrario indire nuove elezioni politiche.
Prodi invece non ci pensa neanche. Resta attaccato a Palazzo Chigi come una mosca a quella striscia impregnata di collante che si usava verso la seconda metà del secolo scorso, appesa al candelabro delle stanze in cui le famiglie cosuetudinalmente si riunivano, per bloccare la libera circolazione delle mosche.
Invece che l’insetto, però, in questo caso si costringe all’immobilità il Paese e si impone, ai tanti italiani che nei sondaggi mostrano insofferenza e fastidio, la presenza sgradita di un Governo in crisi di credibilità politica. Ci sono regole scritte, principi costituzionali, persino aspetti di regolarità democratica che possono avallare la caparbietà di Prodi nel non voler prendere atto di un’intesa difficile con il sentimento popolare. Su queste basi il Presidente del Consiglio continua ad affermare che fino a quando non riceverà la sfiducia formale del Parlamento si riterrà legittimato a presiedere il Consiglio dei Ministri e rappresentare l’indirizzo politico del Paese.
Ci sono però anche sensazioni non scritte e senso di responsabilità che non sono formalmente, civilmente o penalmente rilevabili. E’ possibile che un Capo del Governo non debba avvertire l’obbligo morale di prendere atto di situazioni di oggettivo fastidio che la sua gestione politica sta alimentando tra i cittadini italiani?
Ci sono pezzi di consenso politico che hanno abbandonato l’Unione, di gran lunga più rappresentativi dei 24mila voti in più guadagnati alla Camera nelle ultime elezioni. Si sono sfilati dalla coalizione di maggioranza sia il partito dei pensionati (333.000 voti) sia Capezzone, allora leader della componente radicale della Rosa nel Pugno (990.000 voti). Al Senato l’Unione ha persino avuto ben 428.000 voti in meno della Cdl.
Ora si aggiungono al Senato almeno 5 senatori tra i liberaldemocratici di Dini, Bordon e Manzione e già si parla di ulteriori confluenze provenienti dal centrosinistra.
Sono tutti segnali politici che già per loro conto, senza ricorrere ai sondaggi rilevati da più fonti e convergenti, avrebbero dovuto consigliare al Presidente Prodi di mettersi da parte. Uomini più attenti e sensibili avrebbero persino mutato i contenuti dell’azione politica e soprattutto evitato di adottare scelte mirate a ribaltare le riforme adottate dal precedente governo ed apprezzate da larghi settori del Paese. La furbizia e l’intelligenza politica avrebbero dovuto far emergere l’umiltà di chiedere persino il sostegno dell’opposizione per migliorare, sia negli effetti che nell’impatto sociale, riforme come la Biagi o la Maroni.
Si sono invece percorse strade diverse, più dure ed orientate allo scontro, persino dissolti equilibri di rappresentatività come con la rimozione del consigliere Petroni dal Cda della Rai (ritenuta ora illegittima dal Tar) .
La maggioranza di Prodi è finita perché rappresentava un sofisma, perché ha voluto realizzare sulle finzioni una proposta politica inesistente. E’ giunto ora il momento di staccare la spina: le medicine somministrate non sono in grado di ristabilire regolari funzioni di vita, risultano persino tossiche per il Paese. L’accanimento terapeutico non serve: è necessaria una guida forte e coerente.
Possibile che sia rimasto solo Prodi a non aver ancora realizzato che il tempo è ormai abbondantemente scaduto?
Vito Schepisi

24 ottobre 2007

Con toni pacati

Anche questa volta il Presidente Prodi è riuscito a salvare il suo Governo. L’ha salvato nelle forme costituzionali, con un voto di scarto al Senato e grazie ai soliti senatori a vita. Quello che conta però, più dei numeri e della legittimità etica di utilizzare i voti di senatori “non eletti”, per superare l’ostacolo di una maggioranza che al Senato non c’è, è il clima politico che si è andato creando.
Oramai il 2007 volge al termine. E’stato un anno pieno di fatti da ricordare, alcuni straordinari, come le anomalie atmosferiche, il gran caldo, un’estate meteorologica lunghissima ma anche vissuto in un clima politico che si è fatto rovente.
Tra le tante questioni che dividono il mondo politico, come è giusto che sia nella dialettica maggioranza/opposizione, ve ne sono ancora di più all’interno dello schieramento di maggioranza. Lo scontro che puntualmente si accende, spesso in termini e modi dirompenti tra le componenti politiche e gli uomini di questo governo, finisce col svilire la serietà e l’autorevolezza di tutte le Istituzioni.
Anche gli interventi tardivi del Presidente della Repubblica, e persino quelli che sono venuti a mancare, non giovano a ripristinare il rispetto delle forme che, come si afferma nelle questioni giuridiche, sono spesso sostanza nel perseguire i fini di una entità nazionale democratica dove la civiltà del confronto prevalga sui modi barbari ed arroganti.
Una preoccupazione in più, in Italia, è la litigiosità e le divergenze programmatiche all’interno della maggioranza. Criticità che si intersecano con le altre questioni irrisolte, anzi aggravate proprio dall’immobilismo di questo governo: si aggiungono così al debito pubblico record ed alla obsolescenza delle strutture istituzionali, oltre che alla ricerca da tempo di un sistema elettorale che assicuri governabilità e responsabilità.
Chissà quanti italiani lucidi e riflessivi rimpiangono ora la riforma costituzionale bocciata lo scorso anno da una consultazione referendaria in cui i vinti, come sempre accade, sono saliti sul carro dei vincitori, all’insegna della discontinuità con Berlusconi, per respingere proprio quella riforma della politica invocata da sempre dagli italiani!
Sin dalla realizzazione di questo Governo, tra Mastella e Di Pietro s’è creata una conflittualità che è andata oltre la politica e le scelte. L’ultima diatriba, che li ha visti coinvolti sulla questione del PM De Magistris e della Procura di Catanzaro, è stata stoppata con l’intervento diretto di Prodi. Ma la disistima reciproca continua a covare, esiste un’evidente incompatibilità tra i due, e spesso si ha l’impressione che la lotta sia principalmente rivolta alla ricerca di visibilità, a discapito del raziocinio e della tolleranza.
La situazione conflittuale richiamata è la cartina di tornasole della fragilità di questa maggioranza, e stabilisce per di più che non si vedono sintomi del ripristino del confronto, seppur serrato, ma civile e pacato tra le forze politiche che danno vita alla coalizione del centrosinistra. Anche la fiducia di Prodi al Guardasigilli viene letta come l’obbligo del Presidente del Consiglio a non volgere le spalle a colui che gli ha tolto le castagne dal fuoco giudiziario, per il suo coinvolgimento nella questione degli affari poco chiari in Calabria con i fondi europei, su cui De Magistris stava indagando.
Sulle questioni del lavoro e sugli “scalini” della riforma delle pensioni le divergenze, tra sinistra radicale, ancorata a vecchi schemi ideologici, e le forze della sinistra moderata, esistono e rappresentano rotture reali, sebbene camuffate. Si sono viste centinaia di migliaia di persone scendere in piazza a Roma sotto i vessilli di forze politiche con responsabilità di governo a manifestare contro le scelte dello stesso governo.
Il clima non è dei migliori e nessuno sembra disposto a fare un passo indietro. La confusione rischia di accendere gli animi più dirompenti, alimenta l’antipolitica, crea disorientamento e preoccupa perché allontana la capacità di lavoro dell’esecutivo e non pone soluzione alla crisi della politica, richiamata da D’Alema appena qualche mese fa, anzi l‘aggrava.
Se si va diffondendo la sensazione d’aver vissuto un anno particolare che a memoria d’uomo non si ricorda, è anche vero che si stenta a ricordare un disfacimento così pesante della stima dei cittadini verso la nostra classe dirigente. C’è la sensazione che la vecchia politica s’aggrappi alle maniglie dell’omertà, come gli anziani ai maniglioni nella vasca da bagno per non scivolare.
E’ in questo clima che le persone responsabili, consapevoli d’essere motivo di scontro e d’aver fallito nell’impresa di costruire un cartello elettorale contro una persona, ma senza una vera e credibile proposta politica, avrebbero tutto da guadagnare prendendo atto d’aver sbagliato e lasciando le redini di un Governo ormai in balia delle beghe personali tra ministri. L’Italia democratica, i cittadini con le loro idee anche differenti, il buonsenso vorrebbero che si passasse la mano.
Le stagioni della politica sono come quelle meteorologiche: a volte sono anomale. Alla fine, però, la natura, che è “la ragione” della metafisica, prevale: all’estate segue l’autunno e poi l’inverno per arrivare alla primavera ed al ripristino della buona stagione.
Presidente Prodi, ci consenta un appello con toni pacati. Iniziano i primi freddi, è arrivato l’autunno, ed è arrivato anche il suo, l’Italia le chiede di mettersi da parte: ora c’è anche Veltroni, il nuovo. Lasci a quest’ultimo, se capace, il compito di affrontare l’inverno e ricondurre la politica al tepore della primavera. Lo lasci provare! Per farlo, però, coerentemente e senza condizionamenti, c’è bisogno che lei si metta da parte: l’Italia ha anche bisogno di una sinistra che sia presentabile!


Vito Schepisi

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