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19 luglio 2014

Gli assassini della democrazia


E' difficile immaginare cosa sia diventata davvero la magistratura italiana. Per capirlo dovremmo ascoltare con più attenzione gli stessi magistrati che non sopportano più che la loro funzione, nell'interesse dello Stato e della Democrazia, continui ad essere così calpestata a causa di politicanti che hanno sbagliato mestiere, finendo col fare i magistrati, mentre usano gli stessi strumenti della più spregiudicata ed intollerante lotta politica.
Oramai l'emulazione o addirittura l'incapacità di assumersi la responsabilità di poter fare il proprio mestiere, senza lasciarsi condizionare dal "giudizio" dei colleghi, o dal timore di non fare carriera, lascia poco spazio all'autonomia e alla indipendenza della magistratura.
In Italia sono caduti più governi a causa del tentativo di fare una incisiva riforma della magistratura, che non per il cinismo di far pagare ai lavoratori i costi degli abusi e della progressive difficoltà economiche, dovute agli sperperi, alle politiche clientelari, agli abusi e alla prepotenza di chi ha inteso far pagare alle future generazioni la voracità di una classe dirigente inadeguata.
Berlusconi è il primo contribuente italiano. Lui le tasse, al contrario di altri che pure hanno vissuto e speculato alle spalle dei lavoratori italiani, le paga in Italia. E' un imprenditore, e come tutti quelli che sono cresciuti nella prima repubblica non sarà stato proprio uno stinco di santo, ma non ha mai rubato un centesimo ai contribuenti. Non è mai stato al centro di intrighi e di mazzette, né in proprio e né con i suoi più stretti collaboratori. Non si è arricchito facendo politica ed ha sempre pagato dal suo portafoglio anche i costi della sua attività politica. Nessuna indagine l'ha visto coinvolto per fatti di tangenti e di spartizione di bottini. Eppure è l'uomo politico al mondo con la più persistente attenzione giudiziaria.
Ha vinto più elezioni e ne avrebbe vinto ancora di più, senza l'aggressione giudiziaria. E' stato sempre assolto, meno che in una sentenza che ha lasciato molti dubbi su una presunta frode fiscale di pochi milioni di Euro che per il leader di F.I. varrebbero quanto una pizza e birra con la famiglia per un medio impiegato italiano.
Tutto questo dura dal 1994, da quando con F.I., e parlando di Rivoluzione Liberale, ha vinto le elezioni contro gli eredi del vecchio PCI (per pudore dopo la caduta del Muro aveva cambiato nome in PDS).
Nei paesi democratici e liberi le elezioni si vincono nelle urne e non nelle aule dei tribunali.
Se l'Italia non consentirà alle forze politiche democratiche di poter contendere il governo del Paese agli eredi del PCI con i suoi alleati, questo Paese non sarà mai un paese normale.
Se gli italiani non si accorgeranno che tengono a libro paga tutti quei personaggi che si prestano a fare il gioco della rete (sindacale, cooperativa, finanziaria, imprenditoriale, associazionistica) che ruota attorno alla sinistra, e non realizzeranno che il conto lo pagano i contribuenti, questo Paese non sarà mai democratico e libero.
Chi ci taglieggia ogni giorno non è Berlusconi, ma i politici di mestiere, i burocrati, gli affaristi, le cupole, i comitati di affari, i centri di spesa, le caste, i guitti della televisione di Stato, le caste e chi percepisce doppie e triple pensioni, mantenendo persino incarichi pubblici retribuiti.
C'è tanta di quella gente inutile che succhia danaro in eterno ed a volte ancora di più con le reversibilità. Sono parte del potere autoritario che ci opprime. Sono parte delle sventure di questa nostra sventurata Nazione. Sono i sempreverdi, politicamente corretti, buoni per ogni stagione. Sono i parrucconi, i sepolcri imbiancati. Sono gli assassini della nostra democrazia.
La nuova impresa è svenderci alla Merkel, a Schulz, a Juncker ... mentre un pupazzo fiorentino ci riempie di chiacchiere.

Vito Schepisi

24 agosto 2013

Gli assassini della Libertà e della Democrazia



Li vedo là, allineati come un plotone di esecuzione, armati chi di penna, chi di sentenze e chi di voto. 

Li riconosco tutti, ad uno ad uno, sempre confusi e differenti tra loro, ma per l’occasione, ora uniti e compatti, addobbati diversamente, con toghe, parrucche e orecchini. 

Un insieme grigio, tenebroso, quasi disgustoso. Inguardabile. 
Donne, uomini, altri diversi: seri, scherzosi, preoccupati, beffardi, pensierosi come i personaggi di un film sugli alieni, uomini e donne che tra loro si consultano, si osservano, ridono, si salutano con atteggiamenti da persone sconfortate; alcuni si danno il cinque, come nello sport. 

Tutti recitano la loro parte migliore. Recitano se stessi: si nasce, si vive e si muore conservando sempre se stessi. 

Solo alcuni sono assenti, non possono più partecipare alle parate: sono quelli chiamati a miglior vita.
Ma certamente ci sono anche loro. 
Sembra di vederli mentre assistono dall’alto, come dai loggioni di un teatro, senza perdersi una battuta di ciò che avviene sul palco sottostante.
Altri, per un pudore ipocrita, uomini abituati a tradire, restano coperti dal solito vile riserbo, non hanno neanche più la faccia di esporsi, ma sono presenti, nascosti dietro le quinte, come tutti i traditori, come tutti i falsi e gli ipocriti, e stanno anche loro in trepida attesa.

Non è una festa strapaesana, non ciò che resta del pur genuino provincialismo italiano: mancano i banchi con i pop-corn e le noccioline, mancano le salamelle e le birre. 

E questa volta i "lor signori" non sono là schierati per farsi applaudire dalla gente a cui elargiscono promesse e favori, traendone linfa e vita, ma sottraendo loro il futuro. 

Sono là in urlato silenzio, nella sintesi delle contraddizioni di una vita consumata nell’odio e nella furbizia. 

Sono là nella piazza del Paese per godersi l’esecuzione. 

Sono là gonfi di suspense, con l’adrenalina in circolo, pregustando lo spettacolo indecoroso.

Sono là, assetati del "sangue dei vinti” come nella tradizione della storia, sono gli ignavi, gli ipocriti, i falsi, i mistificatori, i traditori, i violenti, i ladri di speranza e di ricchezze, gli imbroglioni, i truffatori, i sabotatori, gli abusivi, i servi, i mafiosi, i saccheggiatori, gli uomini tronfi di potere, i cinici, gli intolleranti ed i violenti. 

Sono là, tutti insieme e tutti accecati dall’orrore. 
Sono là tutti insieme, in collettivo, a compiere il delitto di massa della libertà e della democrazia.
Anche in questa circostanza, però,  non potrà mancare chi si porrà il pensiero se la propria assenza potrà notarsi di più della propria presenza. 

Un dilemma vero per ogni imbecille, un dubbio che tormenta da sempre la sinistra italiana.
Perché tutto per loro resti. Come era prima. 

Vito Schepisi

13 agosto 2013

Osservatori Internazionali in Italia



Senza garanzie di agibilità democratica e di lealtà politica, non si può pensare che questo Governo resti in carica, e che il Parlamento continui a far finta che in Italia ci sia democrazia.
C'é un golpe strisciante che in Italia dura da 20 anni.
Di fatto, Parlamento e Governo non contano più nulla. Contano solo quando acconsentono il gioco dei poteri forti locali ed europei.
Le lobbies dei poteri agiscono e funzionano a legislature alternate, per bloccare le riforme e per imbalsamare il Paese (la sinistra va al potere, blocca le iniziative riformiste e tartassa i cittadini; alle successive elezioni gli elettori “incazzati”, alla sinistra supina, sostituiscono la destra, contro cui “i poteri” sollevano una barriera di pregiudizi e sguinzagliano ogni strumento - da quello giudiziario, a quello mediatico e di piazza - che paralizza e blocca ogni iniziativa).
In Italia non c'è continuità e stabilità nell’azione legislativa ed esecutiva e, per la mancanza delle riforme, si insedia l'opacità degli apparati burocratici e si moltiplicano gli abusi.
Contano solo le caste e gli apparati del controllo e della gestione pubblica, con le istituzioni schierate, i sindacati compiacenti, la magistratura in deriva politica, l’euro-tecnocrazia ed i poteri economico-finanziari.
I partiti e gli uomini di governo rinnegano senza vergogna gli impegni presi con gli elettori e con gli alleati di governo.
La Corte Costituzionale cassa a ripetizione le leggi scomode ai burocrati ed ai poteri dello Stato, come è stato per i tagli a chi percepisce stipendi esagerati.
Le elezioni sono diventate farse e i cittadini sono solo comparse di una commedia che ha una trama sempre uguale.
I contribuenti italiani sono spremuti come limoni, a beneficio di chi vive negli agi e di chi delinque nei modi e negli spazi del "politicamente corretto".
Accade così, ad esempio, che un manipolo di pensionati - uomini ancora attivi che continuano a lavorare e ad incassare danaro per consulenze, collaborazioni e consigli di amministrazione - costi 13 miliardi l'anno dei contributi dei nostri lavoratori.
Se questo non è un Paese criminale! C'è chi arriva a percepire 91.000 euro AL MESE di pensione INPS e chi si suicida perché non ha mezzi economici per mantenere la propria famiglia o non può pagare una cartella esattoriale e l'erario gli pignora la casa.
In Italia, oggi più che mai dalla caduta del fascismo, è in discussione l'agibilità politica: è la magistratura che, spesso, stabilisce chi può candidarsi e chi può governare il Paese; ad ogni elezione si parla di brogli; il sistema del voto è da terzo mondo e si annullano i voti soprattutto di una sola parte politica.
Siamo messi davvero male!
Siamo alla fase dei prigionieri politici, come a Cuba o in Iran, come nei regimi autoritari, totalitari e repressivi. La situazione sta assumendo connotati così gravi da dover ipotizzare l’opportunità della presenza di OSSERVATORI INTERNAZIONALI, per garantire i cittadini italiani dalle manipolazioni e dai brogli.
C’è stanchezza per la politica e i pronunciamenti di democrazia e di legalità non fanno più presa, gli italiani sono così confusi e irritati da rigettarsi, senza riflettere, nelle furbizie dialettiche di un comico irriverente.  Mancano programmi precisi, corredati da provvedimenti legislativi a prova di parrucconi e di manipolatori.
Dietro chi si strappa i capelli per l'inviolabilità della nostra Costituzione, si nasconde spesso l'ipocrisia di chi continua a saccheggiarci ed a prendersi gioco di noi, e chi non vorrebbe cambiare nulla per il timore di perdere i propri vantaggi e di non poter continuare ad esercitare i propri abusi. Cambiare la seconda parte della Costituzione, invece, significherebbe solo cambiare l'architettura dei poteri e delle funzioni dello Stato, non mutarne i principi.
Senza le riforme, invece, continueranno ad imperversare quei grigi burocrati dediti solo ai propri interessi ed a trattare i cittadini italiani da sudditi idioti.
Vito Schepisi 

19 luglio 2013

Democrazia e società civile


E' attiva una campagna di gruppi che si richiamano alla "società civile" che spingono per una candidatura a Sindaco di Bari del PM Desirèe Digeronimo, chiedendo ai grillini del M5S di unirsi a loro. 
Requisito essenziale è di non essere iscritti a partiti. 
Pur non essendo iscritto a nessun partito e pur con tantissime riserve che ho sull'attuale organizzazione partitocratica del Paese, non penso che una democrazia liberale possa prescindere dal pluralismo e dal confronto tra i partiti. 
Senza i partiti non c'è democrazia. 
E' in crisi il sistema della delega. Si vorrebbe un sistema che dia agli elettori un potere più ampio, come, ad esempio, quello di indicare un premier, un governo, un rappresentante e garante dello stato, togliendo ai partiti l'arte del compromesso e dell'accomodamento.
Quando il popolo stabilisce, fino a nuove elezioni, si devono aver chiari ruoli e programmi.
Questo sarebbe accettabile e condivisibile, ma pensare che si possa governare anche un piccolo comune con gli umori discordanti della così detta "società civile" - in cui spesso prevale chi si organizza e chi grida di più, o chi interrompe un tratto di strada, occupa una sede istituzionale o si stende sui binari della ferrovia - sarebbe impensabile. 
In questo modo non si rende un'immagine di trasparenza e di trasversalità a Desirèe Digeronimo. 
C'è un'area di opposizione al "sistema" Emiliano che è di gran lunga più largo. Io penso a questa area che è larga, larghissima. Che è maggioranza! 
Altrimenti è tutto inutile ... consegniamo la città al designato di Emiliano. 
Assisteremo ai colpi di teatro da qui alle elezioni! I professionisti della politica dell'inciucio stanno in agguato. Stanno già prendendo le misure a questo nuovo fenomeno. Repubblica che fa l'occhiolino a questa iniziativa, in verità, con l'articolo della scorsa settimana, le ha già tagliato un pezzo di gamba. 
O si crede di avere a che fare con armate leggere? 
Quando si metterà in moto l'artiglieria pesante, anche questa sarà stata solo una bella avventura. L'opportunità, invece, andrebbe utilizzata con trasparenza. Ci si può provare. Io direi che per il bene di Bari ci dobbiamo provare. 
UNITI SI PUO' VINCERE AL PRIMO TURNO. 
Agli amici di questo movimento l'ho detto in modo molto chiaro: per Bari voglio vincere. Abbiamo il dovere di liberare Bari dalle caste e dagli apparati, dai sistemi della parcellizzazione, dall'immobilismo amministrativo, dal degrado e dall'agonia lenta della nostra Città. 
In quest'area di opposizione ci sono i partiti ed i valori fondanti della democrazia che restano. Ci sono le idee, i modelli, i sentimenti, la cultura di appartenenza ed anche quella visione d'insieme di un sistema sociale che è il nucleo propulsivo del confronto tra i partiti. 
I sentimenti, le idee, i principi, le scelte di fondo restano anche se sono fuori dai partiti, ma per la coerenza del pensiero politico non si possono porre contro il sistema della democrazia rappresentativa. 
Questo modo non sarebbe rivoluzionario, ma reazionario. Avrebbe come sbocco solo un'immagine eversiva. 
Nella tradizione dei partiti c'è la democrazia, la libertà, il confronto, il pluralismo, la giustizia, le pari opportunità, il rispetto, la cultura, la legalità, i giovani, il lavoro, la qualità della vita e poi gli aspetti fondamentali di ogni comunità che si stringe attorno ai suoi simboli ed ai suoi colori per realizzare accoglienza, benessere, civiltà, aggregazione, servizi. 
Tutto questo è un patrimonio che si realizza nel tempo attraverso le aperture ai contributi di tutti, non chiudendosi nell'autoreferenzialità esclusiva di associazioni che si richiamano alla "società civile". 
Non fa poi parte della società civile anche chi è iscritto ai partiti? 
Vito Schepisi

20 ottobre 2012

Nessuno tocchi Sallusti



Il carcere può essere il luogo in cui si sconta una pena per un crimine commesso, ma può anche essere il luogo che separa con le sbarre, la luce del sole dalla libertà di godere sia della luce, che del sole.
Il carcere non interrompe ciò che è fuori, non separa il processo costante della natura dalla vita in ogni luogo, impedisce invece di vivere con la gente con cui si vuole farlo, nel luogo, tra le intimità e nella sfera privata che ciascuno è libero di scegliere. 
Il carcere interrompe la gioia, smorza il sorriso, separa la libertà dei pensieri dalla forzata costrizione del corpo. Mortifica la dignità dell’individuo, per chi la possiede e per chi opera e vive nel giusto.
Il carcere senza una colpa è un abuso, è esso stesso un crimine.  
C’è un’opinione di quei democratici e liberali, che per formazione sono garantisti, che asserisce che sia preferibile avere 100 colpevoli in libertà che un uomo innocente in carcere.
Se s’incatena, invece, un innocente per le sue idee, e se ciò avviene con pervicace consapevolezza e con cinica indifferenza, sono in pericolo le garanzie della democrazia.
Traballa, così, ancor più la Giustizia del nostro Paese, già messa male di suo, e con essa tutti i principi fondamentali della democrazia, e quindi la libertà stessa del nostro popolo.
Dove sono i democratici?
Dove gli antifascisti in attività professionale che, nostro malgrado, per dire sciocchezze e per asserire ovvietà, abbiamo coltivato e nutrito per anni?
Trovarsi privati della libertà, per gli innocenti, è la cosa più drammatica che ci sia: è una violenza contro l’onestà; è la contraddizione di ogni radicato principio di lealtà.
Se tra i valori degli uomini c’è anche quello di esprimere serenamente le proprie opinioni, giuste o sbagliate che siano, l’ingiustizia annulla d’un colpo tutti i valori con cui gli uomini onesti hanno regolato la propria vita
Quanti non hanno mai citato Voltaire che sosteneva “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”?
Per Alexis de Tocqueville la stampa era la garanzia stessa della libertà: “Amo la libertà della stampa più in considerazione dei mali che previene che per il bene che essa fa”.
Ed infine Luigi Einaudi che a difesa del pluralismo delle opinioni diceva che “il solo fondamento della verità è la possibilità di negarla”.
La libertà è soprattutto pluralismo, garanzie, opinioni diverse. E’ vero che è anche responsabilità, è lecito che si paghi per i propri errori, per i danni che si provocano agli altri, ma non si può pagare col carcere un’opinione, né si può pensare che, per quanto esagerata e paradossale possa essere un’opinione, costituisca un danno così irreparabile per chi la subisce.
Quattordici mesi di carcere per un’opinione che non ha fatto del male nessuno, non è solo un’esagerazione ma un’ingiustizia: non è accettabile.
Non lo sarebbe un sol giorno di carcere, ma subirlo perché si ha solo la responsabilità oggettiva dell’opinione di una terza persona è da regime autoritario: è fuori dal mondo civile.
Chi tocca Sallusti, ci toglie 65 anni di democrazia, ed è una nuova  vergogna che vorremmo che sia risparmiata a questo nostro già sventurato Paese.
Vito Schepisi

13 febbraio 2012

la soluzione è nella democrazia


La soluzione è nella democrazia. Non ci si può più nascondere. I cittadini oramai sanno bene con chi hanno a che fare. I partiti tutti insieme, nessuno escluso, sono la casta e siccome in termini teorici non amministrerebbero alcuno strumento di persuasione economica - vera leva del dominio - si servono di altre corporazioni che agiscono compiacenti, ricevendo dall’organizzazione partitocratica una distribuzione di poteri che, per cooptazione, sono esercitati in modo esclusivo.

L’effetto della rivoluzione mediatica, invece di portare trasparenza, diffondendo le informazioni, e, invece che fungere da cassa di risonanza degli effetti distorti e corruttivi del potere, ha moltiplicato, dandone più visibilità, il sistema dei partiti, richiamando una pluralità di soggetti che hanno visto, nell’esercizio della politica e nella partitocrazia, uno spazio in cui infilarsi per trarne vantaggi. In alcuni casi, anche quello dei contratti di lavoro a più zeri, per rappresentare sui media il populismo qualunquista o, per colmo della beffa, la demonizzazione ipocrita della stessa partitocrazia alla quale devono la parcellizzazione del loro lavoro.

Dai comici che attraverso il paradosso - energia atomica del facile consenso - aizzano le folle, al sagrestano dei templi giudiziari, che mette in piega le toghe e che sbroglia le cordoniere dei pubblici ministeri, con quel cinismo beffardo degno d’un boia dell’Inquisizione.

La soluzione, non facile, è nelle regole che sono contemporaneamente garanzia di certezza e fenomeno di trasparenza. Solo col riscrivere tutto - dalla Costituzione ai regolamenti di Camera e Senato, all’organizzazione dello Stato, ai sistemi rappresentativi, alle scelte istituzionali, alla gestione di ordinamenti e funzioni, alla trasparenza dei controlli – sarà forse possibile uscire dal guado, prima di incontrare le sabbie mobili della rivolta civile.

La soluzione è così nel riscrivere tutto per il funzionamento della pubblica amministrazione, per la gestione del territorio, per il controllo tecnico-giuridico dei provvedimenti, per le regole e i controlli nelle fasi esecutive, per la giustizia amministrativa e per quella civile e penale, per gli organismi della rappresentanza popolare, per lo studio e per la ricerca, per il lavoro, per l’assistenza sanitaria, per l’uso delle risorse (idriche, energetiche, minerarie), per il sistema fiscale.

E’ da riscrivere un testo unico, inoltre, per le pensioni, laddove le modalità di accesso e di prestazioni siano uguali per tutti, senza privilegi ed arroganti distinzioni, soprattutto se destinate a chi ha avuto più fortuna degli altri, e senza ipocrite motivazioni di diversa opportunità. Non ne esistono! Chi lavora ha diritto alla pensione per la parte e per gli anni in cui ha concorso ad accantonarla, secondo i più asettici criteri statistico-matematici. Chi fa il politico, ad esempio, non lo fa su prescrizione medica. Nessuno poi è indispensabile. L’accesso alla politica deve essere libero e garantito a tutti, perché non sia inteso come un mestiere, ma come un impegno volontario che coinvolga l’onorabilità di un cittadino responsabile. Anche le funzioni di governo, inoltre, non devono aggiungere ulteriori diritti che vadano oltre la retribuzione di un lavoro svolto con competenza e responsabilità, senza alcun cumulo con compensi di altri lavori lasciati.

Si parla tanto di far uscire dal sommerso una parte dell’economia italiana, con tutto quel lavoro, che sfugge al pagamento degli oneri fiscali e previdenziali, ma dal sommerso deve uscire anche il riconoscimento giuridico di tutte quelle funzioni di rappresentanza politica e sindacale che, benché riconosciute e consolidate nella prassi, siano in contrasto con la democrazia, prima che con quanto previsto dalla Legge fondamentale dello Stato. Partiti e sindacati devono essere case di vetro. Per esserlo devono rispettare norme di trasparenza e di democrazia.

La Costituzione, inoltre, non può essere un elastico che si estende e si comprime a piacimento, com’è oggi in Italia. Non può essere funzionale a quell’apparato, racchiuso nel rapporto d’interdipendenza di corporazioni consolidate che s’intrecciano tra istituzioni, politica, burocrazia, impresa e finanza, che, con l’apporto di tutte, forma e sostiene la Casta, “monade” dell’organizzazione affaristico-mafiosa del Paese.

Se sin dal primo articolo della nostra Costituzione, si pone al centro il metodo democratico, perché esso sia alla base di ogni rapporto funzionale, economico e sociale. La prima azione per chi tiene alla Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla lotta all’autoritarismo, senza con questo voler comprendere la stuccosa retorica antifascista dei suoi custodi più “incredibili”, apparsi, invece, nella sostanza, persino ad essa meno fedeli, è ripristinare, appunto, la democrazia. E la democrazia, nei paesi pluralisti di tradizione occidentale, è rispetto delle scelte degli elettori, garanzie e libertà.

Il funzionamento civile del nostro sistema, il recupero della fiducia, per allontanare il pericolo dello scontro sociale, passa attraverso la rivisitazione di tutto ciò che trasforma in tecnocratico, in oligarchico, in autoreferenziale, in abusivo, cioè in casta, l’organizzazione politica e sociale dello Stato. Il popolo è stanco di essere preso in considerazione solo quando è chiamato alle urne per conferire agli eletti un mandato in bianco che il più delle volte è utilizzato per tutt’altro, compreso il tornaconto e le opportunità dei mandatari, a dispetto della volontà dei conferenti.

L’art. 67 della Costituzione, da essere a garanzia dell’autonomia dei parlamentari, per difenderli dalle pressioni di lobbies e partiti, funge da copertura a chi si mette sul mercato. C’è chi, per tutta la durata del mandato, s’impegna solo a studiare il modo per far rendere al massimo la propria condizione di eletto, senza interessarsi alle scelte degli elettori. I più pensano ad assicurarsi solo la ricandidatura e la rielezione.

La democrazia è sovranità popolare. E’ il popolo che deve scegliere. E deve farlo in sicurezza vincolando moralmente i suoi delegati. Le scelte non possono essere mortificate da interessi personali e tantomeno da quelli di apparati funzionali e burocratici dello Stato. Anche l’azione penale, ad esempio, a volte condiziona le scelte. In Italia si è anche avuta la sensazione che sia più vantaggiosa una collocazione politica, anziché un’altra, per farla franca.

Il popolo è in se democrazia. Il resto sono solo funzioni dello Stato che, perché siano giuste e democratiche, devono essere esercitate in modo uguale per tutti, senza distinzioni di niente. Il resto, in se, non è mai democrazia e, se esercitato contro i cittadini, o contro una parte di questi, il più delle volte è autoritarismo. E’ prepotenza.

Vito Schepisi

11 dicembre 2011

Shut down Minzolini

Ancora una volta la "presunta giustizia" interviene per rimuovere chi è sgradito. In questo caso un Direttore di testata che in Rai non ha accettato compromessi e "veline" di gruppi e partiti.

La magistratura, da tempo, gli ronzava intorno. 
Sin dai tempi della convocazione del giornalista, per sentirlo, come persona informata sui fatti, sulle truffe sulle carte di credito a Trani. 


Quell’inchiesta, in cui Minzolini era del tutto estraneo, è anche servita a giustificare le intercettazioni telefoniche sul premier Berlusconi (un membro del Parlamento, per giunta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la legge italiana, non può essere intercettato) che discuteva al telefono con un consigliere dell'Agcom.
Uno sfogo, contenente la denuncia dell'uso improprio della Rai contro una parte politica, è stato trasformato dal PM di Trani in un'ipotesi di reato. Già questo sarebbe “lunare”, incredibile e grave, ma se fosse servito per formulare ipotesi di reato inesistenti e comunque, come si è visto, fuori della competenza del magistrato tranese, anche questa questione non potrebbe che destare inquietudine sull’agibilità politica e sulla libertà di esporre in privato le proprie ragioni su questioni che appartengono al dibattito politico in Italia.

C'è sempre una trama?

C’è sempre un teorema diabolico in tutto?

Sono le domande che in tanti si pongono. Non arrivano risposte, però, né si vedono prese di responsabilità delle Istituzioni. Nessuna via di uscita.

Ma l’Italia è destinata a essere un Paese governato dai poteri giudiziari?


Il protagonismo giudiziario s’è sparso a macchia d’olio: è diventato infettivo come la febbre gialla!


Il direttore del Tg1 è stato rinviato a giudizio per un uso "illecito" della carta di credito aziendale. 
Tanto basterà per motivarne, nella riunione del 13 dicembre prossimo del C. di A. della Rai, l'allontanamento dalla Direzione del telegiornale.


Minzolini ha già interamente rimborsato l'importo all'azienda, senza neanche contestare la legittimità o meno dell'utilizzo totale o parziale delle somme spese.


E' un episodio inquietante. Lo è a prescindere dal torto o dalla ragione del Direttore Minzolini.

Come si farebbe, infatti, a rimuovere l’opinione di tanti che sia stato fatto ad arte?

Interviene, in questo momento politico, come la riprova dell'esistenza di una reazione massimalista e ideologica che utilizza tutti i mezzi per abbattere il "nemico".


La sinistra italiana, bisogna pur dirlo, non cambia mai. E' rimasta al sogno del regime. Come nel passato, non intende confrontarsi con il metodo della democrazia pluralista. Predilige e vuole solo militanti. 


L’area della sinistra ideologica sa che solo discutere di soluzioni e metodi è partita persa per chi ha una formazione incentrata sul "centralismo democratico", sulla piramide del controllo e sul servilismo dei militanti. 


Quest’area, in Italia, usando la lealtà e la ragione non potrà mai essere vincente.
 La sinistra l’ha saputo da sempre, sin dai tempi del consociativismo e della concertazione, sin dai tempi della sua opposizione ipocrita e lottizzata quando era in piedi la Prima Repubblica.

Tutto ciò che riguarda l'informazione, come accadeva negli anni '70 e '80, per questa cultura, o è fazione schierata da una precisa parte politica o è da abbattere.


Allora c'erano i gruppi terroristi che sparavano, i famosi “compagni che sbagliano”, ora che c'é la magistratura che fa per loro il lavoro “sporco”?

Come si fa a vincere questa convinzione che si radica?

E come la sfiducia di tantissimi pensieri liberi?

Nella magistratura, nel giornalismo, in politica, nella società, chi non si schiera contro i suoi "nemici" per la sinistra è già un "nemico".


Tutto questo non è concepibile in democrazia.


E' vergognoso che si arrivi a tanto!

Vito Schepisi

04 maggio 2010

Per fare futuro non ignoriamo il presente



Subito una domanda: un partito che dell’opzione per un sistema bipolare ha fatto una ben precisa scelta politica, e che su questa scelta ha chiesto ed ottenuto la fiducia degli elettori, può riconvertire il suo metodo e le sue scelte e consentire che si sviluppi al suo interno un sistema che voglia rilanciare le correnti come metodo sistemico di opposizione interna?
Le correnti sono state indicate da tutti come l’origine della degenerazione della politica negli anni antecedenti a tangentopoli. Hanno contribuito, fino agli inizi degli anni ‘90, a creare le condizioni per il dilagare del malcostume (clientele, tangenti, sprechi) da cui si è consolidata la motivata sfiducia dei cittadini nei confronti della politica. Le correnti, per logica, finiscono sempre col privilegiare le ragioni delle lobby politico-affaristiche rispetto agli interessi del Paese, tendono ad anteporre i motivi dei distinguo a quelli delle sintesi, favoriscono nei partiti la presenza di caste autoreferenziali e si trasformano in strumenti di occupazione e gestione del potere. Non a caso lo stesso Fini, che favorisce oggi nel Pdl la creazione di un gruppo che fa riferimento alla sua persona in controcanto alla maggioranza berlusconiana, nel 2004, da segretario di AN, nella relazione pronunciata dinanzi all’assemblea nazionale del suo partito, intrisa di richiami ai valori comuni, con l’intento di riportare la calma e la concordia tra i suoi scalpitanti colonnelli, definì le correnti: ''Una metastasi che rischia di distruggere il corpo del partito''.
Il pluralismo e l’agibilità per il confronto interno sulle posizioni da assumere, assieme all’elaborazione democratica delle iniziative ed alle discussioni serrate sulle scelte, fanno parte del metodo democratico a cui oggi, anche volendo, per tutti i partiti che confidano nel consenso popolare, è persino difficile sottrarsi.
Internet è diventato un estroverso e paradossale “Parlamento” mediatico per tutti. Il Web è oramai una platea molto variegata di discussione in cui l’informazione e le idee trovano sia lo spazio che truppe di sostenitori. Il virtuale, come luogo di comunicazione interattiva, è talmente sfaccettato da rappresentare un ventaglio molto ampio di umori, di protesta e di istanze, ed è tale da comprendere, nel dissenso e nella proposta, l’intero confronto e l’intera trasversalità del corpo elettorale. E’ persino impossibile oggi per i partiti potersi sottrarre dal confronto con ciò che emerge da internet, senza doverne pagare un prezzo in termini di appeal popolare e di consensi elettorali.
Le discussioni su temi come la riforma della giustizia, il federalismo fiscale e l’assetto istituzionale dello Stato, come quelle sulle questioni della sicurezza e dell’immigrazione o dell’insostenibilità della pressione fiscale, o dell’occupazione e delle questioni sociali, sono diventate su internet il leitmotiv di ogni confronto. Ma questi temi sono anche gli stessi che hanno fatto parte del programma elettorale di questa maggioranza, a dimostrazione della concordanza con i sostenitori internauti del centrodestra.
Questi stessi argomenti, inoltre, esplicitati attraverso provvedimenti e proposte di legge, sono stati preventivamente concordati con la Lega Nord, quale unico alleato di coalizione del Pdl, ed hanno trovato unanime condivisione tra le anime interne dello stesso Pdl. Ora solo dinanzi a fatti nuovi si possono ridiscutere, ma sempre comunque nel rispetto dei principi generali concordati.
Non si può far ricorso a suggestioni, come ad esempio quella della presunta sovraesposizione della Lega Nord, o quella evergreen dell’immagine di un sud penalizzato rispetto al nord. E neanche si può stravolgere il senso dei contenuti che hanno fatto parte dell’impegno preso con il corpo elettorale. Se si chiede un cambio di indirizzo, perché qualcuno ha cambiato idea, il nuovo percorso, per rispetto della sovranità popolare, dovrà essere legittimato da un nuovo responso elettorale. In questa eventualità, chi è abituato a cambiare idea in corso d’opera farebbe bene a cambiare anche partito.
Non è in discussione, anzi ben venga il dibattito interno, e ben vengano interlocutori capaci di interpretare le diverse anime della realtà italiana, cioè di un Paese plurale per tradizione, cultura, economia, livelli di sviluppo e propensione territoriale, ma restino fuori da questo confronto i furbi, i provocatori, i professionisti della finzione, gli imbroglioni, i politicanti, gli avventurieri, i mistificatori, i tribuni. Sarebbe grave se, per fare futuro, si ignorasse il presente e si perdesse ancora una volta l’appuntamento con il consolidamento della democrazia e con le riforme.
Vito Schepisi

28 dicembre 2009

L'uso politico della giustizia


Se una parte consistente della magistratura, da oltre 15 anni, ha sotto tiro il capo del Governo o il capo dell’opposizione a seconda del ruolo svolto, e lo fa ricorrendo ad ogni espediente giudiziario, spesso rasentando i limiti della correttezza giuridica, vuol dire che in Italia c’è qualcosa che non funziona a dovere. E non è solo la magistratura!
Non è solo l’ordinamento giurisdizionale del Paese ad avere responsabilità se si trova ad esercitare un potere che, per le modifiche intervenute all’Impianto costituzionale, alimenta le sue facoltà di intervento-interdizione sull’esercizio legittimo del potere legislativo e di quello esecutivo.
E’ come l’inverso dell’esempio della bicicletta: se la si dà, non ci si può lamentare che la si usi pedalando. La magistratura ha voluto la bicicletta, e gli è stata data. Ora la usa e pedala. Resta da sapere se sia legittimo che la usi su tutti i percorsi, e se possa invadere spazi occupati da altri poteri. Se ci chiedessimo: la magistratura, e con essa il suo organo di autogoverno, è lo Stato o è solo una funzione dello Stato? La risposta l’avremmo nel testo stesso della Costituzione. Per la nostra Carta fondamentale, infatti, non ci sarebbero dubbi: lo Stato è espressione dalla volontà del popolo.
Una democrazia ha nella sua organizzazione politico-istituzionale gli anticorpi per impedire che le funzioni dello Stato si rivoltino contro le scelte del popolo. Ma se questi anticorpi non reggono più vuol dire che si sono indeboliti col tempo o che siano stati aggrediti dalla trasformazione genetica dei virus che, invadendo gli spazi della democrazia, ne hanno deformato le funzioni. Anche il vaccino, come per le malattie influenzali, va così modificato ed adeguato alle necessità perché sconfigga gli assalti e non metta a rischio la salute dell’intero Paese.
La politica ha così il dovere di difendere il suo primato di dispensatore di strumenti di democrazia, soprattutto se le difese sono state aggredite e se le forze di garanzia mostrano d’essere state invase dagli assalti virulenti di germi. L’inerzia della politica, alla lunga, finirebbero con indebolire le certezze dei cittadini, col rendere inutile persino l’esercizio del voto e col far prevalere la cultura dell’antipolitica, già purtroppo ampiamente diffusa.
Il primato della politica si difende in un solo modo, ed in due tempi. Il modo è solo quello ineludibile delle riforme. I due tempi sono relativi al rispetto delle regole della democrazia. Il primo è rappresentato dalla ricerca del dialogo e del pluralismo delle proposte, per ricercare le più ampie convergenze possibili. Il secondo, superato il confronto con l’opposizione e con le parti rappresentative della società, stabilisce l’immediato passaggio alle scelte attraverso l’attività del Parlamento. E’ così, e solo così, che prevale la sovranità popolare.
In nessun caso si deve, invece, lasciar spazio alla pressione dei media, a quella delle caste, delle corporazioni, ed alle spinte di quei poteri che pretendono di intervenire per stabilire le loro regole di gestione della cosa pubblica.
Le Istituzioni di un Paese sono come un mezzo meccanico dove ogni strumento ha la sua funzione. Non si può sottrarre una parte e pretendere che funzioni anche meglio, come in un’automobile non si può sottrarre un pistone e pretendere che la macchina cammini più spedita. E, come per un mezzo meccanico, anche le Istituzioni hanno bisogno di manutenzione. Come le auto, anch’esse subiscono nel tempo il peso dell’obsolescenza. Se si tolgono dalle auto pezzi di motore, questi vanno sostituiti, e se non regge più il suo uso, il motore va anche cambiato e le tecnologie vanno aggiornate.
Il motore dello Stato è La Costituzione ed il suo meccanismo ruota intorno ai tre poteri previsti. Ma come la camera di scoppio in un auto non può esercitare la funzione del cambio, nello Stato il potere giurisdizionale non può esercitare quello legislativo, né impedire che la macchina cammini, imbrigliando il potere esecutivo. La Giustizia non può esercitare il ruolo della politica.
Vito Schepisi

11 dicembre 2009

Un Paese strano



E’ uno strano Paese l’Italia. Non me ne vogliano i connazionali, anche perché parlo dell’Italia che appare, non di quella della gente umile che lavora, che si impegna, che si batte, che fa sacrifici. Sembra persino strano che ci sia ancora gente che si dà da fare, che ci siano uomini che ci provano, che a volte riescono ed altre no, come è dappertutto nel resto del mondo. Parlo dell’Italia che è sui giornali, di quella che parla, di quella che grida, di quella che accusa, di quella che finge, di quella che non mostra d’avere grandi problemi di vita, di quella che appartiene per un verso o per l’altro al mondo dell’informazione, della cultura, del gossip e della politica. Sono questi i quattro filoni portanti della notorietà che una volta erano, salvo eccezioni, attività ben distaccate e che oggi, invece, si intrecciano, come accade in un circo, dove dal ruggito di leoni e tigri si passa al trapezio, e dai giochi di prestigio ai clowns.
E così che capita che un paparazzo dica che l’Italia gli faccia schifo, solo perché è stata ritenuta illegale la sua abitudine di chiedere alle vittime, colte in immagini fotografiche imbarazzanti, spesso ricorrendo a stratagemmi e violazioni della privacy, di pagare per togliere le immagini dal mercato, prima che fossero vendute ai giornali di gossip. E così che capita che ad alcuni politici venga in mente di pubblicare a pagamento su giornali stranieri pagine di ingiurie verso il Presidente del Consiglio, leader di una maggioranza eletta democraticamente dal popolo italiano, a cui, stranamente, il politico in questione chiede ancora voti elettorali. E così capita anche che in un pomeriggio romano vengano organizzate manifestazioni a favore della libertà di stampa, perché un Presidente del Consiglio, ritenutosi diffamato da alcuni giornali, si è rivolto alla giustizia. Tra loro uomini dalle facce di bronzo che contestano ad altri di fare né più e né meno di quanto loro hanno già fatto, spesso intervenendo con richieste risarcitorie non sulle ingiurie, ma sulle opinioni; non sulle insinuazione disgustose, ma sulla satira. E capita che ad organizzare la manifestazione ci sia la Federazione della stampa, la Fnsi, sempre assente invece quando l’arroganza della politica è stata davvero intimidatoria nei confronti di alcuni giornalisti. E così che capita anche che il Parlamento europeo sia stato investito dal compito di stabilire se in Italia ci sia o meno agibilità per la libera informazione o se ci siano motivi di preoccupazione per le stesse istituzioni democratiche. Ed è stano che tutto questo accada mentre una gran parte degli italiani avverte un’aggressione quotidiana verso la maggioranza ed il Governo e verso il Presidente del Consiglio Berlusconi.
Ma non è anche strano un Paese dove il Presidente del Consiglio, investito più volte dal consenso e dalla fiducia degli elettori, venga ripetutamente chiamato in causa dalla magistratura per 15 anni, senza soluzione di continuità e per le vicende più disparate? Non è strano che dinanzi ai successi interni ed internazionali di questo governo si intensifichino gli attacchi come in una escalation dove si punta sempre più in alto fino ad accuse di reati più turpi e richieste risarcitorie di cifre “lunari”?
In un Paese strano come l’Italia non potevano mancare le censure, se Berlusconi parla al Congresso del PPE. Il premier è anche uomo di partito. E’ tra i leader del Partito Popolare Europeo. Nelle assise di partito di solito si parla in casa, si delineano i confini dei quadri politici in cui si opera, si focalizzano le difficoltà, si denunciano i comportamenti difformi, si focalizzano gli ostacoli. In un Congresso come quello del PPE si parla dinanzi ad un uditorio di uomini che hanno fatto le stesse esperienze politiche e si parla anche di percorsi personali e, trattandosi di assisi multinazionali, anche i percorsi personali coincidono o si sovrappongono con quelli delle realtà dei propri paesi di origine. Berlusconi ha parlato dell’Italia. Ha parlato di quelli che a suo avviso sono i problemi del Paese, di motivi per i quali la sovranità popolare è spesso compromessa e minacciata. Ha parlato di un’Italia in cui non sempre coincidono rappresentanza democratica ed indipendenza delle Istituzioni. Ha parlato di una giustizia che ripetutamente sconfina dal suo ruolo di funzione giurisdizionale per occupare gli spazi della politica, ha parlato di organi di garanzia usati politicamente perché infiltrati da uomini che rispondono più agli impulsi dei partiti, che alla imparzialità dell’azione di sereno giudizio sulla legittimità costituzionale delle leggi. Ma in un Paese strano come l’Italia non sembra sia possibile farlo , c’è chi è pronto a giocare la carta della difesa della democrazia, anche se la calpesta abitualmente o l’ha calpestata in passato. Uomini senza ritegno. E tra questi, anche Gianfranco Fini.
Vito Schepisi su il legno storto

04 agosto 2009

Parlamento, Costituzione, Democrazia


La questione sollevata dal Presidente della Camera Fini non è nuova. A parti invertite ricompare di legislatura in legislatura, allorquando il governo, attraverso la facoltà della decretazione e della richiesta della fiducia, riduce la partecipazione al dibattito e rende inemendabili le leggi presentate.
Il Governo ricorre ai decreti ed al voto di fiducia sostanzialmente per due ragioni. La prima è quella del carattere di urgenza dei provvedimenti (la decretazione d’urgenza). La seconda (la richiesta della fiducia) è per evitare di far snaturare, attraverso la votazione degli emendamenti, la portata delle leggi proposte. Quest’ultima ragione è unita all’esigenza di voler accelerare i tempi di conversione che per i decreti devono improrogabilmente avvenire entro i 60 giorni dal varo, pena la decadenza. Ci sarebbe una terza ragione, la più maliziosa, che attiene alla preoccupazione del governo di subire imboscate attraverso l’azione dei “franchi tiratori”, le assenze dei parlamentari, o le stesse manovre interne dei partiti di maggioranza. Una terza ragione, però, che renderebbe meno lustro alla “sacralità” democratica della funzione parlamentare. Rientrerebbe, infatti, tra le patologie di un Parlamento che non sempre è espressione della volontà politica del Paese, non sempre ne rispetta il mandato e che è incline, invece, a trasformare la funzione della rappresentanza democratica in quella delle opportunità personali o in quella di cedimento alle lobbies economico-affaristiche che premono per sostenere interessi, non sempre apertamente legittimi.
Su questa questione di esercizio democratico della funzione parlamentare, a parti sempre invertite di legislatura in legislatura, si gioca una partita dai toni piuttosto alti che vanno dall’allarme sociale, per un Parlamento esautorato dalle sue funzioni, all’allarme giuridico-costituzionale, per la presunta mancanza di rispetto per l’Istituzione parlamentare, a quello, infine, dell’accusa di svilimento della funzione del confronto democratico per l’impossibilità dell’opposizione di contribuire a migliorare le leggi.
Non mancano, però, i toni esasperati, provenienti da alcuni settori del Parlamento. C’è, infatti, una parte dell’opposizione che non fa mistero di respingere il risultato elettorale e che contesta alla maggioranza il diritto-dovere di esercitare la sua funzione costituzionale di governo. E’ questo un fronte parlamentare incline a tentazioni autoritarie, alimentato dall’indifferente silenzio del PD, con cui si è proposto alleato alle politiche dello scorso anno e nelle recenti amministrative. Un fronte che sempre più spesso fa da traino all’ondivaga rotta dell’intera minoranza incapace di indicare, con trasparenza, una propria strategia politica. Un’opposizione in cui emerge la voce di chi, per scarsa cultura democratica, ed a volte per scarsa cultura tout court, soffia sul fuoco dell’intolleranza e del pregiudizio politico, paventando rischi di “dittature”, nonostante applauda le iniziative di compagni di strada che parlano apertamente di “dittature dal basso”.
"Nessuno da parte del governo può pensare di non doversi confrontare con il Parlamento” – sostiene Fini – e né di poter "esautorare il Parlamento dal diritto-dovere di controllare".
E’ giustissimo! Ma lo è altrettanto sostenere che nessuno possa e debba fermare il processo democratico di cambiamento del Paese. Non può essere consentito ancor più che lo si faccia attraverso i giochi dei regolamenti parlamentari. Deve, pertanto, essere respinto il reiterato tentativo di immobilizzare il Paese. Non si può far appello all’uso delle funzioni democratiche dello Stato per far prevalere le caste conservatrici e la “dittatura” della burocrazia. E’ necessario, invece, riflettere sulla inadeguatezza, nel tempo reale di internet, di procedure politico-amministrative che rendano inutili e/o tardivi gli interventi o che snaturino lo spirito dei provvedimenti o addirittura che allarghino la spesa a favore delle lobbies o dei campanili.
La riforma dei regolamenti parlamentari sarà al centro della riapertura dei lavori parlamentari di settembre, come si sostiene da più parti, ma per poter sortire un esito condiviso, dovrà garantire l’adempimento delle responsabilità di chi governa, assegnando tempi certi per la discussione dei decreti e delle leggi di iniziativa governativa, utilizzando le commissioni per alleggerire i lavori dell’Aula, in cambio di più spazio alle minoranze per far conoscere le proprie proposte e per esercitare il legittimo diritto di chiedere modifiche.
Se il Parlamento è il luogo, assegnato dalla Costituzione, per lo svolgimento della vita democratica del Paese, è opportuno che sia messo in grado di garantire l’esercizio del mandato di responsabilità di governo, assegnato alla maggioranza parlamentare, attraverso l’espressione del voto popolare.


Vito Schepisi su Il Legno Sorto

23 luglio 2009

Qualcosa di serio


Se c’è qualcosa dei vecchi partiti che andrebbe conservato questo è il regolamento delle assemblee e dei congressi. Il momento congressuale di un partito è tra i più importanti della sua storia ma anche il più delicato. Attraverso i congressi, infatti, si delineano gli assetti politici, le strategie, le alleanze, le ragioni dello stare insieme di una formazione politica.
Un partito si forma per qualcosa, per realizzare un modello di società, per far sviluppare una serie di iniziative nella vita civile e sociale del Paese. Una formazione politica propone una strategia in cui gli individui o le popolazioni possano meglio ritagliarsi gli spazi della propria soddisfazione.
Un partito, per definizione, rappresenta una parte più o meno vasta di popolazione che indica un modello di società e che privilegia una progetto di forme di rapporti tra cittadino e Stato. Più un partito incarna gli umori e la forza del sentimento comune e più si afferma attraverso l’espressione democratica del consenso.
Questo modo di regolare i rapporti tra stato e cittadino, questa facoltà di libertà associativa, di pluralismo delle idee e delle forme, di rispetto delle regole e delle leggi e di partecipazione alla vita politica si chiama democrazia. Per inciso andrebbe sempre ricordato che nella sostanza la democrazia è questa e niente altro.
Non esiste una dittatura democratica e neanche una dittatura dal basso del popolo del web (Grillo) che possa sostituire le regole di civiltà di una democrazia rappresentativa. E’ la democrazia dei partiti che, organizzata nelle sue diverse forme istituzionali, ha consentito nel mondo occidentale di far sviluppare condizioni di civiltà e di benessere diffuse tra le popolazioni. Ogni partito ha la sua storia, anche quelli che, di nuova formazione, assimilano culture ed origini diverse o integrano i valori essenziali dei più importanti comuni ideali per essere riferimento di un’area di proposta più vasta per il governo del Paese.
Il dibattito politico avrebbe dunque la funzione del confronto tra le diverse istanze sociali e le diverse prerogative dei valori che emergono dai bisogni della popolazione, dalla sua emotività ideale, dalla sua tradizione e memoria storica, dalla sua esigenza di crescita culturale, ed ancora dai rapporti economico-sociali tra il mondo della produzione e quello del lavoro e dagli impegni di natura finanziaria, fiscale, diplomatica e/o istituzionale dello Stato.
Non sempre, però, questo dibattito riesce a svilupparsi compiutamente. C’è una sorta di disconoscimento reciproco della legittimità di rappresentare il Paese. Il tatticismo finisce per coinvolgere un po’ tutti. Ci sono, inoltre, anche elementi estranei alla democrazia che si assumono il compito di ostacolare tutto: dal dialogo, alle riforme; dai provvedimenti legislativi, ai corretti rapporti istituzionali. Ci sono protagonisti che si intromettono nel dibattito interno di un partito, in modo invasivo e spesso mortificante, falsandone i contenuti e rendendo ancor più complesso il travaglio di una scelta ragionata.
Accade anche questo! Ed è la ragione per la quale i regolamenti delle assemblee e dei congressi, che hanno sempre stabilito le modalità per le iscrizioni e per le candidature ed i termini del tesseramento per la partecipazione attiva e passiva ai lavori congressuali, devono essere conservati. Qualcuno nel PD ha detto, giustamente, che un partito non è un tram o un taxi o un qualsiasi mezzo di trasporto. Un partito, e la sua conduzione, in tutta onestà, non può essere lasciato agli umori di avventurieri dell’ultima ora.
Questi uomini contro, protagonisti di politiche dai tratti sommari, estranei alla democrazia, si sono assunti la responsabilità di ostacolare quel proposito, che in certi momenti è sembrato condiviso, di rendere normale la vita politica del Paese. L’antipolitica, benché inserita nel sistema dei partiti, impedisce l’abbattimento dei vecchi steccati ed ostacola l’avvio di un corretto confronto tra maggioranza ed opposizione.
Se la mancanza di un leale rapporto democratico tra gli opposti schieramenti politici rappresenta un grosso ostacolo nel rendere, anche il nostro, un paese normale, la reazione dell’antipolitica fomenta forme di pericoloso dissenso. I toni e gli atteggiamenti dirompenti e le campagne di stampa diffamanti, benché prive di contenuti politici, ma miranti alla delegittimazione del Governo, invece suffragato dal consenso popolare, costituiscono un serio pericolo per la democrazia.
Dal Congresso del PD, pertanto, è doveroso aspettarsi qualcosa di serio: una strategia politica più visibile, più autonoma e meno confusa. Le comiche le abbiamo già viste!
Vito Schepisi su il legno storto

24 giugno 2009

Una risposta politica



Una risposta politica bisogna pur darla. L’Italia non può porsi alla stregua di un paese del terzo mondo dove la politica è condizionata da congiure di gruppi di potere che sovvertono con campagne diffamatorie la reputazione degli uomini e le scelte politiche del Paese. Di certo non sembra possibile che si possa parlare di democrazia e di libero scambio di opinioni, e né di libertà di informazione, laddove non ci siano regole deontologiche di correttezza e di rispetto della privacy delle persone.
Non è pensabile che sia opportuno continuare con metodi invasivi e trappole, con manipolazioni e strumentalizzazioni della vita privata, quantunque di un personaggio pubblico come il Presidente del Consiglio.
Questa è la mortificazione del confronto delle idee e dei progetti che sono il pane ed il companatico della libertà politica. Questa è la giungla! Così si va verso la barbarie, questa è inciviltà, è invadenza. Così si incentivano l’odio e l’intolleranza, così si perpetra un delitto contro la democrazia e la sovranità degli elettori che, circondati da dubbi ed incertezze, finiscono per allontanarsi sempre più dalla partecipazione alla vita politica. Nessuno, se pone la pubblica opinione dinanzi all’espressione di un giudizio sommario, sicuro indice d’inciviltà, può essere fiero della sua azione. Nessuno può esserlo nello spingere gli elettori italiani verso l’astensione dal voto, inculcando loro perplessità e timori, attraverso puntuali e ripetute campagne di diffamazione personale.
Non si possono mortificare le scelte degli elettori con congiure di potentati e con l’intervento mediatico – giudiziario delle caste.
Le scosse che si sviluppano con l’obiettivo d’indebolire l’esecutivo e sventare l’avvio delle riforme sono movimenti tellurici contro il Paese. C’è un’ invadenza dei poteri forti nel confronto politico. Questi poteri, non tanto occulti, sono preoccupati del possibile ridimensionamento dell’esercizio della loro influenza economico-finanziaria e politica. Sono gli stessi poteri che da sempre stritolano il Paese impoverendolo nel suo sviluppo democratico e costringendolo all’immobilismo. E’ l’Italia conservatrice della finanza e dell’editoria alleata ora all’opposizione, ora al governo, che si allea ed utilizza la magistratura per avvisare, frenare, impedire, ammonire ed infine deviare la forza di un sentimento di cambiamento avvertito dagli italiani che lavorano e si impegnano. C’è una casta reazionaria che si oppone in ogni modo ad ogni tentativo di ridimensionamento di quel parallelo regime ufficioso che controlla e manipola la politica, la finanza e l’economia. Uomini e gruppi che esercitano da anni, con metodi vendicativi e violenti, attraverso governi e uomini amici, il diritto di veto ed il controllo politico dell’intero Paese.
Un grande vecchio che alternativamente fa leva ora sul bigottismo e sui giudizi etici, ovvero sulla rivoluzione dei valori in altro momento, per costringere l’Italia in una stretta conservatrice che garantisca la secolarizzazione del potere delle caste e/o del proprio pregiudizio politico. Spesso anche una vanità da soddisfare a spese del Paese che viene così saccheggiato due volte: una volta per interessi economici di pochi e l’altra per mancanza di sviluppo e di civiltà democratica.
Una prima risposta politica dovrà esserci proprio col dar corso all’avvio di quelle riforme rivolte a riportare in equilibrio le funzioni dello Stato. I poteri esercitati risultano troppo invadenti e gli interventi della funzione giurisdizionale, ad esempio, da esser legittimi per un paese democratico, finiscono per essere orientati, invece, al condizionamento della politica ed al pregiudizio ideologico.
In democrazia è l’espressione del popolo ad esser preminente sui poteri esercitati da altre funzioni. Questo è sacrosanto soprattutto quando queste funzioni sono esercitate senza effettivo controllo, se non quello delle stesse corporazioni di gestione degli stessi organismi - ed è evidente il conflitto - e senza alcuna legittimità popolare, ma solo per facoltà di un concorso sulla cui trasparenza nessuno sarebbe disposto a giurarci.
Le deviazioni e l’invadenza in ruoli impropri sviliscono la portata dalla sovranità popolare, unica e legittima garanzia invece della supremazia democratica, in quanto espressione di scelta diretta dei cittadini. Nessuna funzione dello Stato dovrebbe invece aver modo di esercitare poteri in modo eccessivo rispetto ai valori indifferibili della democrazia quali la partecipazione e la condivisione del popolo.
Vito Schepisi

15 aprile 2009

Il pluralismo che manca


L’Italia, come tutte le democrazie, si avvale di una grande diversità di opinioni. I cittadini italiani sono da sempre abituati a dividersi su tutto. La storia ci rimanda a vicende di contese, di rivalità, di famiglie, di faide e di campanilismi esasperati. L’Italia si spacca per lo sport e la politica, si spacca tra laici e cattolici e sulle scelte istituzionali, come con il referendum su Repubblica e Monarchia del 1946, si spacca persino sulle regole dell’informazione, o sull’informazione senza regole, in cui emergono enormi contraddizioni tra libertà ed arbitrio.
Le divisioni ci sono, ma la rappresentazione del pluralismo, invece, appare molto compressa, o sembra mancare del tutto. Si ha la sensazione che non ci sia un ragionevole rapporto tra il Paese reale, con le sue ansie e le sue aspirazioni, e la quantità della diffusione plurale delle istanze culturali e sociali dei cittadini italiani. Lo si avverte, in particolare, in alcuni settori come quello, non a caso parlando di pluralismo, della formazione e dell’informazione.
Si ha l’idea che emerga una parte, sempre la stessa, negativa per pregiudizio ed un’altra, invece, per definizione giusta o potenzialmente tale, e sembra che ogni questione possa essere risolvibile soltanto in un’area politica, tanto da far sembrare persino superfluo il confronto con l’altra.
Soffermandosi principalmente sull’informazione, non si può tralasciare un giudizio di merito sulla formazione, per ricordare che gli attori, in gran parte, sono rappresentati dagli ex giovani della cosiddetta rivoluzione culturale, a cavallo tra la fine degli anni sessanta del secolo scorso e l’inizio degli anni 70. E’ una fascia di società medio - alta che ha goduto della garanzia del voto politico, della promozione e della laurea. L’hanno spacciata per conquista della parte debole della società (gli studenti) che solidarizzava con gli operai delle fabbriche. Basterebbe solo ricordare che questi studenti, al contrario degli operai e dei proletari dell’epoca, hanno continuato a mantenere gli agi delle famiglie di provenienza, i lussi, i modi chic e l’elitario privilegio di avere le carriere e gli spazi assicurati nella società benestante, tra cattedre universitarie “ereditate”, studi professionali già avviati ed inserimento nel mondo del lavoro. L’affermazione nella società che conta gli è stata garantita, in larga parte, dalla rete delle conoscenze delle famiglie, delle caste, del clero, e delle massonerie politiche. E’ bene anche ricordare, per chiudere sulla formazione, che nella scuola e nelle università questa nuova classe padrona ha mantenuto la stessa intolleranza e lo stesso pregiudizio intellettuale e sociale che aveva coltivato negli anni della sua formazione, sia per l’indirizzo culturale che per il rispetto del pluralismo politico.
E’interessante soffermarsi sull’informazione perché si ha l’impressione che non sia soltanto l’eccesso di predisposizione ideologica ad animare la preponderanza della faziosità politica, ma anche l’interpretazione zoppa della deontologia professionale. C’è una visione classista dell’informazione che vorrebbe giustificare il divario quantitativo con il Paese reale. Per la democrazia liberale, invece, l’informazione deve articolarsi per comprendere l’interpretazione plurale della società. Nei paesi liberi, la cultura non deve essere una gabbia in cui far pavoneggiare i mentori, ma deve essere lo specchio della società e deve poter animare il confronto tra le ragioni diverse di una pluralità d’ispirazioni e d’esperienze.
Sarebbe preoccupante pensare ad una cultura di Stato che renda monca la rappresentazione degli stati emotivi del popolo. La diffusione della coscienza popolare è il tributo della democrazia agli uomini che sono i reali protagonisti della storia. Ed è attraverso il confronto politico plurale che il popolo partecipa alle scelte politiche del Paese e realizza il sistema del metodo democratico.
Se queste premesse sono autentiche, se sono sintesi della democrazia e se sono accettate dalle parti politiche che si richiamano alla Costituzione, ci sarebbe da chiedersi perché non si dovrebbe definire autoritaria e totalizzante quella mancanza di pluralismo politico che aleggia in alcuni spazi dell’informazione pubblica. Perché è consentito ad un signore di appaltare ad una parte politica, la più intollerante e discutibile, di offendere il nostro popolo e la sua grande umanità dal video di una tv pagata dai contribuenti italiani?
Vito Schepisi