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13 febbraio 2012

la soluzione è nella democrazia


La soluzione è nella democrazia. Non ci si può più nascondere. I cittadini oramai sanno bene con chi hanno a che fare. I partiti tutti insieme, nessuno escluso, sono la casta e siccome in termini teorici non amministrerebbero alcuno strumento di persuasione economica - vera leva del dominio - si servono di altre corporazioni che agiscono compiacenti, ricevendo dall’organizzazione partitocratica una distribuzione di poteri che, per cooptazione, sono esercitati in modo esclusivo.

L’effetto della rivoluzione mediatica, invece di portare trasparenza, diffondendo le informazioni, e, invece che fungere da cassa di risonanza degli effetti distorti e corruttivi del potere, ha moltiplicato, dandone più visibilità, il sistema dei partiti, richiamando una pluralità di soggetti che hanno visto, nell’esercizio della politica e nella partitocrazia, uno spazio in cui infilarsi per trarne vantaggi. In alcuni casi, anche quello dei contratti di lavoro a più zeri, per rappresentare sui media il populismo qualunquista o, per colmo della beffa, la demonizzazione ipocrita della stessa partitocrazia alla quale devono la parcellizzazione del loro lavoro.

Dai comici che attraverso il paradosso - energia atomica del facile consenso - aizzano le folle, al sagrestano dei templi giudiziari, che mette in piega le toghe e che sbroglia le cordoniere dei pubblici ministeri, con quel cinismo beffardo degno d’un boia dell’Inquisizione.

La soluzione, non facile, è nelle regole che sono contemporaneamente garanzia di certezza e fenomeno di trasparenza. Solo col riscrivere tutto - dalla Costituzione ai regolamenti di Camera e Senato, all’organizzazione dello Stato, ai sistemi rappresentativi, alle scelte istituzionali, alla gestione di ordinamenti e funzioni, alla trasparenza dei controlli – sarà forse possibile uscire dal guado, prima di incontrare le sabbie mobili della rivolta civile.

La soluzione è così nel riscrivere tutto per il funzionamento della pubblica amministrazione, per la gestione del territorio, per il controllo tecnico-giuridico dei provvedimenti, per le regole e i controlli nelle fasi esecutive, per la giustizia amministrativa e per quella civile e penale, per gli organismi della rappresentanza popolare, per lo studio e per la ricerca, per il lavoro, per l’assistenza sanitaria, per l’uso delle risorse (idriche, energetiche, minerarie), per il sistema fiscale.

E’ da riscrivere un testo unico, inoltre, per le pensioni, laddove le modalità di accesso e di prestazioni siano uguali per tutti, senza privilegi ed arroganti distinzioni, soprattutto se destinate a chi ha avuto più fortuna degli altri, e senza ipocrite motivazioni di diversa opportunità. Non ne esistono! Chi lavora ha diritto alla pensione per la parte e per gli anni in cui ha concorso ad accantonarla, secondo i più asettici criteri statistico-matematici. Chi fa il politico, ad esempio, non lo fa su prescrizione medica. Nessuno poi è indispensabile. L’accesso alla politica deve essere libero e garantito a tutti, perché non sia inteso come un mestiere, ma come un impegno volontario che coinvolga l’onorabilità di un cittadino responsabile. Anche le funzioni di governo, inoltre, non devono aggiungere ulteriori diritti che vadano oltre la retribuzione di un lavoro svolto con competenza e responsabilità, senza alcun cumulo con compensi di altri lavori lasciati.

Si parla tanto di far uscire dal sommerso una parte dell’economia italiana, con tutto quel lavoro, che sfugge al pagamento degli oneri fiscali e previdenziali, ma dal sommerso deve uscire anche il riconoscimento giuridico di tutte quelle funzioni di rappresentanza politica e sindacale che, benché riconosciute e consolidate nella prassi, siano in contrasto con la democrazia, prima che con quanto previsto dalla Legge fondamentale dello Stato. Partiti e sindacati devono essere case di vetro. Per esserlo devono rispettare norme di trasparenza e di democrazia.

La Costituzione, inoltre, non può essere un elastico che si estende e si comprime a piacimento, com’è oggi in Italia. Non può essere funzionale a quell’apparato, racchiuso nel rapporto d’interdipendenza di corporazioni consolidate che s’intrecciano tra istituzioni, politica, burocrazia, impresa e finanza, che, con l’apporto di tutte, forma e sostiene la Casta, “monade” dell’organizzazione affaristico-mafiosa del Paese.

Se sin dal primo articolo della nostra Costituzione, si pone al centro il metodo democratico, perché esso sia alla base di ogni rapporto funzionale, economico e sociale. La prima azione per chi tiene alla Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla lotta all’autoritarismo, senza con questo voler comprendere la stuccosa retorica antifascista dei suoi custodi più “incredibili”, apparsi, invece, nella sostanza, persino ad essa meno fedeli, è ripristinare, appunto, la democrazia. E la democrazia, nei paesi pluralisti di tradizione occidentale, è rispetto delle scelte degli elettori, garanzie e libertà.

Il funzionamento civile del nostro sistema, il recupero della fiducia, per allontanare il pericolo dello scontro sociale, passa attraverso la rivisitazione di tutto ciò che trasforma in tecnocratico, in oligarchico, in autoreferenziale, in abusivo, cioè in casta, l’organizzazione politica e sociale dello Stato. Il popolo è stanco di essere preso in considerazione solo quando è chiamato alle urne per conferire agli eletti un mandato in bianco che il più delle volte è utilizzato per tutt’altro, compreso il tornaconto e le opportunità dei mandatari, a dispetto della volontà dei conferenti.

L’art. 67 della Costituzione, da essere a garanzia dell’autonomia dei parlamentari, per difenderli dalle pressioni di lobbies e partiti, funge da copertura a chi si mette sul mercato. C’è chi, per tutta la durata del mandato, s’impegna solo a studiare il modo per far rendere al massimo la propria condizione di eletto, senza interessarsi alle scelte degli elettori. I più pensano ad assicurarsi solo la ricandidatura e la rielezione.

La democrazia è sovranità popolare. E’ il popolo che deve scegliere. E deve farlo in sicurezza vincolando moralmente i suoi delegati. Le scelte non possono essere mortificate da interessi personali e tantomeno da quelli di apparati funzionali e burocratici dello Stato. Anche l’azione penale, ad esempio, a volte condiziona le scelte. In Italia si è anche avuta la sensazione che sia più vantaggiosa una collocazione politica, anziché un’altra, per farla franca.

Il popolo è in se democrazia. Il resto sono solo funzioni dello Stato che, perché siano giuste e democratiche, devono essere esercitate in modo uguale per tutti, senza distinzioni di niente. Il resto, in se, non è mai democrazia e, se esercitato contro i cittadini, o contro una parte di questi, il più delle volte è autoritarismo. E’ prepotenza.

Vito Schepisi

25 gennaio 2011

La Signora di Confindustria


La leader di Confindustria, Emma Marcegaglia, sostiene che da circa sei mesi l’attività di Governo abbia subito un rallentamento, mentre, per consentire alla ripresa in atto di trovare un terreno più fertile per radicarsi ed espandersi, occorrerebbe dare impulso ad interventi strutturali. Sollecita così l’avvio d’interventi di liberalizzazioni, in tema di lavoro e produzione, e di un programma di riforme.

Per il Presidente di Confindustria, non predisporsi strutturalmente ai segnali di crescita, limiterebbe le potenzialità d’assorbire occupazione, per recuperare le quote perse con la recessione, e penalizzerebbe la formazione di quelle risorse finanziarie da destinare alla spesa sociale.

Sulle riforme e sulle liberalizzazioni non si può dar torto alla Signora Marcegaglia, anche se non ci sembrava difficile arrivare alle stesse conclusioni senza il suo autorevole monito!

Per portare a compimento un virtuoso piano di riforme ci vorrebbe in Italia un quadro politico più sereno e la ricerca della più ampia condivisione politica. Ma l’oracolo confindustriale, da qualche tempo, fa più pensare che contribuisca a provocare più confusione, e che parli seguendo uno schema politico e che esterni nei momenti in cui la tensione nel Paese appare più vigorosa.

E’ in atto uno scontro politico che, per il suo tracimare in rivoli etici e giudiziari, non ha precedenti. Una parte della maggioranza parlamentare, con una rappresentanza molto inferiore alla sua esposizione mediatica e istituzionale, da alcuni mesi cavalca un ronzino che si è messo in testa una “idea meravigliosa”. E non è il parrucchino di Cesare Ragazzi! Il ronzino si ostina a credere di poter fare il cavallo da corsa e di vincere senza passare dal via. Deve aver pensato che, non avendo grandi qualità ideali, né grandi progetti politici, né tradizioni storiche e neanche doti carismatiche, di poter vincere ugualmente sfruttando il lavoro e il carisma degli altri. Forse è mal consigliato da spavaldi scudieri, di cui uno in particolare mostra d’avere la stessa pochezza di Sancio Panza, e che, anche per immagine, avvicina il suo padrone all’idea che si ha di Don Chisciotte della Mancia.

Il ronzino che, fuori dalla metafora, è Fini, Presidente della Camera con i (soli) voti di una maggioranza che oggi invece disconosce e che, contraddicendo tutte le consuetudini formali che caratterizzano gli incarichi istituzionali, oggi apertamente contrasta. Questi, incurante di trascinare il Paese nell’immobilismo, si è proposto di logorare il premier, ponendosi anche in discontinuità con le scelte programmatiche che assieme ai suoi seguaci ha preso con gli elettori.

E’ la seconda volta che la Marcegaglia, durante l’infuriare di una tempesta provocata da un’iniziativa giudiziaria, e che trova ringalluzziti vecchi e nuovi oppositori, dà calci agli stinchi del governo.

Il Paese è bombardato da notizie e teatrini tra l’indecente e la persecuzione giudiziaria. L’iniziativa della Procura di Milano, con l’impiego massiccio di tempo e risorse, è vista come l’ennesimo tentativo di mettere fuori gioco Silvio Berlusconi. La tv di stato diffonde moralismo a buon prezzo e coinvolge persone completamente estranee e altre che fanno le loro scelte di vita, senza per questo rendersi responsabili di reati.

Mentre, così, si fanno i processi mediatici, si muovono accuse senza una traccia di prova e si diffondono incredibili testimonianze di fantasiose mitomani, la signora di Confindustria non trova di meglio che sparare sull’esecutivo. “Sulla crescita - sostiene - il Paese tutto si deve concentrare: tornare a produrre benessere per le persone. Invece c’è una totale disattenzione. Si parla di tutto, ovviamente i temi di questi giorni, tranne che di questo. Ma questo è il tema che interessa ai lavoratori, ai cittadini, alle imprese”.

Si fa presto, però, a parlare di governo immobile, mentre si contribuisce a far salire il termometro delle polemiche. L’industria italiana è parte attiva della nostra politica economica. E se il treno della ripresa passa attraverso le riforme se la prenda con chi le ostacola. Le relazioni sindacali, ad esempio, dal nuovo modello contrattuale agli accordi in Fiat, hanno visto il governo impegnato, assieme alle parti sociali più moderate, per un diverso modo di risolvere i conflitti sindacali, senza alterare il sistema delle garanzie. Ed anche le mutate condizioni dei mercati, hanno visto il governo lavorare per richiamare l’attenzione di tutte le parti sociali sul pericolo che si riflettano in modo traumatico sull’occupazione e sui lavoratori. Il governo c’era, e si è fatto sentire, anzi è stato anche accusato di esserci.

In politica non esiste la riconoscenza: l’abbiamo visto con così tanta evidenza! Si deve sempre andare avanti, e non si può pretendere di adagiarsi sulle rendite del passato, ma c’è un limite a tutto! Il governo lavorava e s’impegnava in Parlamento sulla riforma universitaria, quando gli altri salivano sui tetti. Berlusconi, Tremonti e tutto il governo si preoccupavano dei conti, dei lavoratori, delle aziende, delle famiglie, mentre gli altri gufavano contro il Paese. E allora viene anche spontaneo chiedersi: ma se invece che strizzare l’occhio a chi si batte contro il Governo e le riforme, la Marcegaglia si occupasse di più del suo mestiere?

Vito Schepisi

30 giugno 2009

La manovra d'estate


La manovra d’estate, com’è stata definita, ha avuto buona accoglienza da più parti dei settori interessati al rilancio degli investimenti ed alla ripresa economica. Quando si parla di misure economiche e di parti sociali e si parla di buona accoglienza bisogna intendersi. Come per tutti i provvedimenti che hanno più parti interessate, ed a volte contrapposte, per gradimento si intende soprattutto mancanza di risoluto contrasto. L’apprezzamento moderato è arrivato anche da alcune organizzazioni sindacali, quelle più preoccupate al mantenimento dell’occupazione, mentre quella parte dei rappresentanti del mondo del lavoro, interessata invece a porre ostacoli ideologici al governo “delle destre” e di “Berlusconi”, come sempre, ne ha assunto una scontata e poco costruttiva posizione critica.
In nessuna parte del mondo c’è tanta acredine da parte dell’opposizione contro un governo democratico, impegnato ad affrontare la tempesta del crollo di un sistema finanziario e produttivo globale. L’Italia, come gli altri paesi , subisce per effetto stesso della crisi un minor gettito fiscale per 37 miliardi di euro, mentre ha di converso maggiori esigenze di risorse finanziarie per rilanciare gli investimenti e ridar slancio all’economia, oltre che per far fronte alle ulteriori emergenze finanziarie per la ricostruzione dell’Aquila e dei paesi colpiti dal terremoto in Abruzzo. Le difficoltà dell’Italia, come tutti sanno, sono poi aggravate dalla presenza di una voragine di debito pubblico pregresso. In questo quadro di oggettiva difficoltà, solo sostenere posizioni pregiudiziali, e non avere il buon senso di collaborare per sostenere il Paese, è già segno di grande malessere ideale. Aprire poi campagne di delegittimazione, montate sulla sabbia e sul gossip, non è solo schizofrenico ed immorale, ma è anche violento e meschino.
Le difficoltà italiane sono radicate in un sistema stantio, in infrastrutture obsolete, in carenze di servizi essenziali, specie al sud, in mancanza di trasparenza amministrativa in cui si annidano il malaffare e gli sprechi, in un pubblico impiego elefantiaco, burocratico e molto costoso, in una giustizia lenta e parziale, in una stampa spesso asservita alle caste ed alle lobbies del potere finanziario – editoriale – politico, fino a costituirne preoccupazione per forme tumorali invasive con pericoli di metastasi.
L’equilibrio ed il buon senso consiglierebbero collaborazione per superare la recessione produttiva. Sarebbe serio trasmettere fiducia alle famiglie ed assicurare, come il Presidente del Consiglio ripete in ogni circostanza, che nessuno sarà lasciato solo. Quella italiana è la stessa crisi che nel resto del mondo industrializzato, più che in Italia, si manifesta con effetti devastanti che si riverberano a catena in una visione di caduta precipitosa del mercato globale. L’Italia ne subisce solo il riflesso che condiziona anche e soprattutto la fiducia dei consumatori. Le preoccupazioni per il futuro, il richiamo alla prudenza, la propensione al risparmio sono tutte sensazioni vere e comprensibili. Meno invece la sfiducia, il catastrofismo ed i richiami all’insostenibilità del sistema Italia. Ed è invece su questa parte del Paese e con queste forme di terrorismo psicologico che viene condotta la lotta che mira a rendere vani gli sforzi di questo governo.
Non si è mai visto altrove tanto pregiudizio ideologico. L’opposizione politica, la sua cinghia di trasmissione nel mondo del lavoro, l’opposizione intellettuale e mediatica, le caste finanziarie e giudiziarie, sono invece tutte impegnate ad aumentare la portata psicologica della crisi ed a contenere la forza propulsiva del governo, con lo scopo di poter speculare sui suoi presunti insuccessi politici.
Ma il muro di Berlino è caduto anche in Italia? Assistiamo alla reiterazione della politica del “tanto peggio tanto meglio”. Come nel dopoguerra di Togliatti e della guerra fredda! Tramare contro il proprio Paese, per opportunismo, reitera perfettamente la logica della priorità del partito sulla condizione del popolo.
La crisi non tocca le fasce garantite, non tocca i salariati ed i pensionati che paradossalmente ne ricevono vantaggi per la stabilizzazione dei costi, la riduzione delle tariffe e le occasioni per gli acquisti, ad esempio di immobili, auto ed elettrodomestici. La crisi però tocca le famiglie per le difficoltà di trovare occupazione, specialmente al sud, per i precari che rischiano di vedersi tagliato il lavoro, per chi va in cassa integrazione dovuta alle aziende che riconvertono la produzione, la riducono, ovvero cessano le attività.
Soffiare sulla crisi è così lottare contro il lavoro, contro il popolo, contro l’Italia.
Vito Schepisi

15 ottobre 2008

La scuola in Italia non funziona

Non c’è niente di più facile che strumentalizzare gli studenti quando li si invita a far “sega” a scuola. Le difficoltà che sono state incontrate da ogni ministro della pubblica istruzione in Italia - di ogni colore politico - per attuare una riforma organica e seria della scuola, sono consistite sempre nella facilità con cui si riesce a strumentalizzare i giovani e spingerli verso la protesta.
Se la reazione alle modifiche richieste coinvolge anche gli insegnanti e se i sindacati mobilitano gli iscritti e diffondono bollettini di guerra, strumentalizzando ora un passo, ora l’altro dei provvedimenti, inserendo persino ipotesi strumentali che non esistono, diviene ancora più facile.
Negli studenti si scatena la sindrome di Stoccolma, quando si trovano a supportare le proteste dei docenti: sono portati persino a solidarizzare con il “nemico”. Per lo studente, infatti, il docente è sempre, scherzosamente o meno, la controparte.
Anche l’azione degli insegnanti molto spesso giova a facilitare il progressivo sfilacciarsi della funzione didattica e formativa della scuola. C’è nei docenti uno spirito conservatore che non agevola il coraggio di riprendere le redini dell’autorevolezza della loro funzione. Sembra che ci sia uno spirito di corpo che li spinge più a sottostare ad un ruolo di presenza passiva, che ad imporre comportamenti adeguati e dignitosi.
Non c’è proprio bisogno di leggere i dati dell’OCSE per capire che in Italia la scuola non funziona! E’, persino, ridicolo leggere che il Ministro Gelmini, e coloro che sostengono la necessità della riforma della pubblica istruzione, partendo dal ripristino di strumenti di valutazione tradizionali e seri, siano accusati di sottrarsi al confronto con il personale della scuola. L’attuale pubblico servizio educativo è quello che si arrocca dietro la conservazione di strumenti e metodi già ritenuti di cinica ed irresponsabile insensibilità.
La scuola di oggi ha la presunzione dell’autoreferenza e quella spocchia che deriva dallo status di insegnanti. Sono difetti che disperdono la sensazione della realtà, rendono endemiche le carenze del corpo docente e controproducenti le loro prestazioni.
La gestione per certi versi burocratica e per altri sindacale della scuola italiana è il perfetto contrario della funzione educativa. Nelle scuole tutto è finalizzato, ad esempio, a trarre profitto dalle attività e tutto senza il coinvolgimento, se non secondario, relativo e piuttosto indifferente, dei soggetti principali della istituzione scolastica. Si sposta così la centralità dagli studenti al personale. La funzione didattica si trasforma in “postificio” dove conta più il numero degli occupati che, appunto, le finalità dell’istituzione. Sarebbe necessario invece riqualificare la spesa e la qualità dell’istruzione, tenendo conto sia della finalità didattica che della qualificazione del personale, con un dignitoso trattamento economico ed un sistema premiante in funzione di comprovate capacità.
Da qualche anno si è scatenata la corsa ai progetti che consente a chi li appronta ed a chi partecipa benefici economici, spesso anche esagerati, nella completa assenza della partecipazione degli studenti, cioè in assenza dei veri protagonisti della scuola. Non sono, infatti, i maestri, i professori, il personale, le forze del futuro che il sistema dell’insegnamento si prefigge di promuovere, ma sono invece quei giovani a cui si presta attenzione oggi solo per strumentalizzarli. Nella scuola, come nel pubblico impiego, il personale (mi scuso per la generalizzazione - ndr) si prefigge due soli risultati: maggior guadagno e minor impegno.
Si vuole un esempio? Dopo il provvedimento del Ministro Brunetta sulle assenze per malattie nel pubblico impiego, c’è stata la corsa ad informarsi su cosa si perde se ci si assenta per malattia e su come si possono evitare le decurtazioni. La preoccupazione degli impiegati del pubblico impiego è stata quella di trovare, se possibile, il modo per aggirare l’ostacolo. Nelle scuole le segreterie sono state assalite dai docenti che si informavano. E non ci sarebbe da meravigliarsi se si arrivasse ad ascoltare il disappunto degli studenti per le minori assenze dei loro docenti.
Si parla di tagli. Ma come si possono nascondere le difficoltà economiche del Paese? I tagli sono necessari perché senza la riduzione della spesa non si può contenere la pressione fiscale e non si possono adottare provvedimenti di sostegno alle famiglie, al lavoro ed alle fasce più disagiate. Un’azione di governo responsabile ha così il dovere di tagliare gli sprechi, anche nella scuola.
Vito Schepisi

23 settembre 2008

L'Italia delle follie

E’ un Paese da cambiare l’Italia. Troppi riti che sono durati troppo tempo e che sono diventati troppo stantii. C’è un troppo in tutto che finisce per paralizzare, ingannare e sopprimere sia le risorse che le iniziative, benché ispirate a realizzare qualcosa di più di ciò che esiste, benché siano un valore aggiunto per le opportunità di tutti.
Ci sono organismi che pensati per cautelare i cittadini, si ritorcono contro i più deboli come micidiali boomerang. Le organizzazioni sociali, non meno di quelle politiche, si impegnano in continui confronti di forza, spesso più per la ricerca di nicchie di potere da occupare che per soluzioni condivise dai cittadini e dai lavoratori. E partoriscono soluzioni a volte ben lontane dalle istanze reali delle parti interessate.
Si sviluppa così un continuo braccio di ferro in cui viene stritolato l’interesse comune e la responsabilità dei soggetti. E’ un tiro alla fune dove si finisce solo col paralizzare e distruggere ciò che c’è senza, al contrario, fornire un servizio alla collettività, senza mai la condivisione di un vantaggio da rendere a tutti.
Sembra un Paese alle prese di una guerra civile dove le bombe a grappolo della ferocia irrazionale mietono vittime innocenti tra coloro che non hanno i mezzi per farsi valere. Milioni di italiani finiscono così per subire passivamente la prepotenza di uomini e di organizzazioni che, senza legittimazione giuridica, si sono inseriti con la forza del ricatto nei centri delle decisioni e del controllo delle aziende, degli enti e nelle Istituzioni.
Nei cieli finirà che non voleranno gli aerei con la bandiera tricolore, ma in compenso si vuole che nell’aria il suono dei tam tam dei messaggi di odio e di rancore non si fermino mai. L’intolleranza trova sempre nuova linfa fatta da avventurieri e da azioni politiche più da guerra civile che da libero e democratico confronto.
Il “cupio dissolvi”anima persino gli uomini nuovi che si affacciano alla politica, come Di Pietro ad esempio. Questi dall’alto della sua nota sapienza si è rivelato pronto a soffiare sul fuoco della protesta tra coloro che hanno applaudito al fallimento di una trattativa ed a quello forse definitivo di un’azienda. Non è possibile che l’ex magistrato possa ignorare che Alitalia ha dato - e non si sa fino a quando darà ancora - lavoro a ventimila persone e sostegno ad altrettante famiglie.
Tutto questo è davvero penoso!
Prevale un odio ed un gusto revanscista che riesce a sollevare con incredibile cinismo solo un monumento celebrativo alla stupidità ed all’intolleranza.
Ora ha persino le sembianze del vezzo quell’abuso che si è protratto per troppo tempo a danno di coloro che quotidianamente si impegnano a sostenere le ragioni del convivere nel lavoro e nel sacrificio e che ancora si sentono orgogliosi di essere italiani.
Il richiamo all’assunzione delle proprie responsabilità, ed alla razionale concezione di un doveroso comportamento di lealtà verso il prossimo, viene oggi inteso come un messaggio negativo da parte di coloro che hanno sempre inteso garantire il salario più che il lavoro e che oggi, cedendo alla demagogia più di basso profilo, non sono neanche più capaci di adoperarsi per garantire i posti di lavoro e che tra contraddizioni ed incomprensioni tattiche rifiutano l’adesione a soluzioni che erano già condivise. Tutto questo è emerso chiaro, ed in tutto il suo perverso cinismo, dalla lettera di Epifani a Colaninno e contraddetta solo pochi minuti dopo.
C’è chi come il Professor Pietro Ichino, parlamentare del PD, sostiene che le garanzie democratiche siano troppo sbilanciate e così sul Corriere di domenica 21 settembre, a proposito della questione Alitalia, ha scritto: “Quelli che hanno applaudito fanno conto sull' intervento di una Cassa integrazione guadagni o su di un trattamento di disoccupazione speciale erogato proprio per consentire loro di attendere con calma il nuovo lavoro”. Una riflessione per la quale il parlamentare del PD ha dovuto porsi la domanda sulla esistenza di una logica per questo atteggiamento dei lavoratori di Alitalia. La risposta che si è data è stata molto esplicita: “No, per nulla. – scrive, infatti, Ichino - Perché in nessun Paese serio si erogano trattamenti di disoccupazione o integrazione salariale, neppure per pochi mesi, a chi rifiuta l'offerta di un rapporto di lavoro regolare, confacente alla sua professionalità, come certamente era l'offerta di Cai”.
I contribuenti italiani non possono continuare a sobbarcarsi gli oneri di azioni sindacali che, contrarie a soluzioni di maggiore produttività e/o di rinunce, spesso solo ai privilegi, costringono al fallimento le imprese.
C’è tutto un sistema di vincoli sindacali e di sentenze dei tribunali del lavoro, per lo più favorevoli alla parte considerata più debole, cioè ai sindacati ed ai lavoratori, che invece di costituire una garanzia per il mantenimento dei posti di lavoro si trasforma in un cappio per le aziende costrette a fallire ed a chiudere definitivamente i battenti.
Come sta accadendo per Alitalia.
Vito Schepisi


12 settembre 2008

Tutti aspettano che prenda il volo

Su di una cosa sono tutti d’accordo. Anche se è solo un’espressione verbale a cui dopo ciascuno attribuisce un significato diverso, ma è già qualcosa. Si lo è, perché è una questione che necessita di un punto fermo. Parliamo di Alitalia e dell’attesa di tutti che prenda finalmente il volo.
Il fatto è che mentre c’è una parte del Paese che vorrebbe veder volare gli aerei con la bandiera tricolore, ce n’è un’altra che vorrebbe veder volare l’accordo.
In Italia si chiamano “gufi”, come coloro che fanno gli scongiuri contro qualcosa. Sappiamo che sono sparsi dappertutto. Sono negli stadi, nelle tv, nei giornali, nella politica. I gufi sono né più né meno che gli iettatori, termine italiano carico di storia popolare che ci ricorda Napoli ed i suoi grandi personaggi del teatro popolare.
La trattativa è difficile perché le criticità sono tante. In passato si è pensato che la festa durasse per sempre e che gli aeroplani fossero come i maestri alle elementari. E così per assicurare lavoro a tutti, e distribuirne ancora altro, si sarà pensato di far volare il modulo di tre aerei, al posto di uno, con gli stessi passeggeri. E’ infatti possibile che tra i consulenti, che in Italia si sprecano su tutto, ne abbiano cooptati alcuni che potessero studiare la realizzazione dell’idea di far volare più aerei contemporaneamente per lo stesso volo.
Gli esuberi, gli stipendi, l’orario di lavoro, la flessibilità, i benefit, il piano industriale, i debiti, gli azionisti della vecchia compagnia e poi gli scali, le ambizioni territoriali, i capitali, gli ammortizzatori sociali, la vendita delle singole attività alla nuova Alitalia, i sindacati, la cordata industriale, i politici sono soltanto una ricognizione per difetto delle parti in causa. Ci sono anche gli enti locali, i sindaci di importanti comuni, i presidenti delle regioni, gli interessi delle società che gestiscono gli aeroporti sul territorio nazionale e persino tecnici e personale di terra dei diversi aeroporti italiani.
Dietro tutto questo c’è ancora l’interesse del Paese, del suo turismo, del suo ruolo strategico in Europa e nel mondo. L’Italia non è la Svizzera che se è priva della Swissair non se ne accorge nessuno: è un Paese del G7 ed ambisce a giocare il suo ruolo nel contesto internazionale. Ed a giusta ragione, perché è centro di interesse mondiale per patrimonio naturale, arte e cultura.
Se tutti si aspettano che il rilancio di Alitalia prenda il volo, si deve però essere preoccupati per quelli che tifano perché prenda il volo sbagliato.
Si resta allibiti se si pensa che fa scalpore il taglio di 87.000 lavoratori nella scuola, da distribuire in un largo arco di tempo, senza licenziare nessuno, ma solo non sostituendo coloro che vanno in quiescenza e riducendo il ricorso ai supplenti, ed invece si vorrebbe far saltare il piano per il salvataggio di Alitalia lasciando definitamene a terra 20.000 lavoratori diretti e non si sa quanti ancora nelle attività che al trasporto aereo nazionale sono collegati.
Eppure se si va su internet c’è una quantità notevole di bloggers e commentatori che sostengono che il piano Fenice non debba decollare. Sono tutti quelli che vedono nel fallimento di Alitalia l’opportunità per mettere in difficoltà Berlusconi e la sua maggioranza di centrodestra. Il classico dispetto del marito stupido e sprovveduto alla moglie.
Non resta che aspettare. Ora è dovere di tutti cercare di smussare le spigolosità di una trattativa complicata dove sono certamente sul tavolo richieste ed offerte legittime da una parte e dall’altra. Nessuno deve pensare, fino a prova del contrario, che manchi il senso della responsabilità delle parti che discutono. Le rinunce sono amare ed è sempre facile giudicarle dal di fuori. Ma anche i cedimenti sono pericolosi se non riescono a centrare l’obiettivo della redditività e della collocazione sul mercato. Gli investimenti accorrono laddove c’è convenienza e scappano dalle imprese che non offrono prospettive, per un elementare principio economico basato sulla ricerca del profitto.
Il rilancio va bene se si parte con il piede giusto. Pensare, invece, di andare avanti per prendere tempo e disperdere risorse sarebbe inutile. Se questa Italia intesa come Istituzioni, forze politiche e rappresentanze sociali non è in grado di sollevarsi, di decollare sulle ali di una Compagnia di Bandiera nel segno della responsabilità di tutti, è destinata purtroppo ad altri insuccessi ed ad altre avventure che spero nessuno osi augurarsi.
Vito Schepisi

20 ottobre 2007

Le due sinistre italiane


Ma questa sinistra ha proprio una vocazione masochista! In una fase politica molto delicata per le sorti di un governo frastornato dall’antipolitica e dall’immobilismo, indeboliscono consapevolmente la credibilità, già seriamente compromessa, di Prodi e della sua maggioranza.
Nelle coalizioni di governo le espressioni più marginali e minoritarie sostengono soluzioni di bandiera, compatibili però con un indirizzo più largo, ma non possono pretendere, come è accaduto, d’essere partecipi in modo prevalente nella proposizione di scelte politiche. Ed è proprio questa pretesa che è alla base della crisi propositiva di Prodi e del governo di centrosinistra.
C’è una parte del Paese che ha perso la fiducia verso questo esecutivo proprio per le accentuazioni su scelte contraddittorie e senza senso e per indirizzi, in economia, miranti all’aumento della spesa ed alla maggiore pressione fiscale. Un percorso quest’ultimo che ha moltiplicato le difficoltà senza aver risolto alcuno dei problemi sul tappeto. Le scelte volute prepotentemente dalla sinistra radicale favoriscono prevalentemente gli effetti dell’incremento esponenziale del fabbisogno, mentre riducono le potenzialità produttive per la contrazione degli investimenti, rischiando così di creare effetti dirompenti sugli equilibri economici del Paese.
Una maggioranza credibile, di solito, perfeziona nel confronto interno quegli accenti sulle opzioni politiche delle espressioni minoritarie che, il più delle volte, sono dettate da esigenze di visibilità miranti a soddisfare il proprio elettorato di nicchia. Nei tempi passati il dissenso minoritario alzava la voce e chiedeva la verifica sull’attuazione del programma, oppure vertici sulla sua nuova definizione, non scendeva nelle piazze come se fosse opposizione.
Si ha idea che la sinistra radicale per costituzione non si senta mai forza di governo ma sempre e comunque di opposizione. La formazione culturale e le opzioni ideologiche condizionano lo sviluppo dei metodi e delle scelte verso soluzioni piuttosto singolari in cui prevale l’assolutismo proprio del pensiero marxista nell’ottica, per fortuna remota, di un potere gestito nelle forme chiuse di principi precostituiti, e senza margini per il confronto ed il pluralismo.
La manifestazione di oggi sul “protocollo welfare” non ha senso ed è contraddittoria persino con i principi di democrazia diretta, tanto sbandierati dalla stessa sinistra radicale. Fino a qualche tempo fa, infatti, era la stessa area politica che riteneva necessaria la partecipazione di pensionati e lavoratori alle scelte nel mondo del lavoro. I sindacati hanno promosso un referendum a cui hanno partecipato col voto milioni di lavoratori e la scelta è stata massiccia a favore del protocollo già siglato tra governo e parti sociali.
In sede di trattative nello scorso luglio il confronto è stato serrato. Tra le diverse sigle sindacali, e nella maggioranza di governo, si sono rischiate persino clamorose rotture per le diverse accentuazioni sulle questioni del precariato e sulle modifiche alla legge Biagi sul lavoro. Per alcuni è stata certamente una soluzione sofferta, una scelta, però, che i lavoratori alla fine hanno accettato. L’iter percorso, per il rispetto della democrazia diretta, sarebbe già più che sufficiente. Ora quello che emerge è solo la prepotenza della sinistra più estrema perché si vuole che al 19% dei voti contrari sia riconosciuto una sorta di diritto di veto, tale da rimettere in discussione gli accordi già sottoscritti.
Si ha l’impressione che la sinistra di piazza di oggi sia alla prova dei muscoli contro quella sinistra di gestione che domenica scorsa aveva celebrato la sua enfatica prova di democrazia partecipata, aprendo nelle città italiane le urne del PD e di Veltroni a quanti volessero dar prova di fiducia al nascente nuovo soggetto politico di centrosinistra. A stretto giro di posta, infatti, a Veltroni arriva la risposta del leader di Rifondazione Comunista Giordano, che invece sostiene che quella di oggi sia “una giornata decisiva per scuotere il Governo e dimostrare il peso della sinistra”. Una prova di forza tutta a sinistra nel principio, tutto marxista, dell’egemonia.
La sovraesposizione mediatica del successo nei numeri della nascita del nuovo Partito Democratico aveva ottenuto l’effetto di smorzare il clamore dell’antipolitica di Grillo e della contestazione al sistema. Lo stato maggiore dei costituenti il PD aveva organizzato l’evento con l’idea di rilanciare la sinistra moderata, in crisi di identità e di consensi. L’aspirazione di Veltroni e compagni era rivolta a far emergere che la crisi della politica potesse risolversi con la nuova proposta di una forza politica moderna ed europea. Si voleva far emergere la rappresentazione di una credibile sinistra di governo che avesse finalmente messo da parte le spinte massimaliste. Una forza riformatrice rivolta al futuro e che fosse riuscita ad accantonare le utopie di forme di società che si reggessero senza l’impegno delle diverse componenti sociali, e che avesse assimilato la necessità del rispetto delle regole economiche, oltre all’ esigenza di regole di mercato nel mondo della produzione e del lavoro.
La manifestazione di oggi ci riporta però alla realtà di una sinistra di lotta, spesso irrazionale, contraddittoria ed all’occasione esacerbata e violenta. “E’ giusto scendere in piazza – sostiene ancora Giordano - perché altrimenti la sinistra scompare” e Sgobio dei Comunisti Italiani sostiene che "la manifestazione di oggi non è contro il governo: stimolarlo a fare di più e meglio significa rafforzarlo. Chi dice il contrario è in malafede”. Si ripresenta così una sinistra alternativa che rincorre la contestazione al sistema, che si smarca dalle responsabilità per inseguire la piazza e la gestisce caricandola di tensioni. Si sceglie così la strada della piazza in cui prevalgono le forme gridate della proposta politica. Si dà vita ad una kermesse in cui si sviluppano componenti diverse che si spiegano tra lo spettacolo e la contestazione animata, tra satira e rabbia, tra parole d’ordine ed illusioni. Una sinistra senza un visione d’insieme, inattendibile e confusionaria, più incline al folcrore che alla serietà di governo: inaffidabile e politicamente senza futuro.

Vito Schepisi