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12 settembre 2009

Fini fornisce all'opposizione le catene e le mazze

Ci sono alcune questioni che il centrodestra non può liquidare senza un confronto tra le diverse anime interne, senza un’analisi dei fenomeni, senza entrare nel merito delle proposte e senza respingere l’idea che possano apparire come se fossero diktat della Lega Nord.
Il Pdl più degli altri partner (Lega ed MPA) ha una sua responsabilità nei confronti di tutto il Paese: ha una sua posizione riportata nei documenti esposti sia in sede congressuale di costituzione del Pdl e sia, ancor prima e più vincolanti, esposti nelle linee programmatiche dei documenti elettorali siglati coi partner.
Ogni programma è un impegno con l’elettorato da rispettare. Guai a dimenticarselo! Ma un programma elettorale è anche un linea di orientamento da integrare con le proposte di tutti, perché la trasformazione in leggi ed in atti di governo sia il più possibile condivisa.
In una maggioranza il contenuto di questi atti deve essere visibile come un prodotto d’insieme e, come tale, difeso e sostenuto da tutti, anche dal Presidente della Camera nella sua veste di figura autorevole dello schieramento di centrodestra.
La valutazione dei contributi offerti, anche in Parlamento dall’opposizione, è un’ulteriore offerta di pluralismo e di metodo. L’importante non è varare comunque una legge, ma darne la forma e la sostanza giusta perché sia compatibile con le esigenze e con le risorse, perché sia civile, perché sia efficace. E’ anche importante nel confronto che si faccia attenzione a non consentire che si creino quei lacci con cui spesso si finisce con imprigionare il buon senso.
Se vale come principio generale di democrazia, tanto più ha la sua efficacia di metodo all’interno di una maggioranza. Se il Presidente Fini intende indicare questa necessità di pluralismo all’interno del Pdl può avere le sue ragioni, ma ha sbagliato i modi per farlo. L’ex leader AN si è esposto a valutazioni critiche, piuttosto diffuse persino tra coloro che gli sono stati sempre vicini. La sua successiva irritazione può essere comprensibile, ma non affatto pertinente e condivisibile.
E’ giusto sostenere che sia necessario il contributo di tutti i protagonisti politici della maggioranza per elaborare le iniziative e per concordare i passi da compiere perché soddisfino la strategia politica complessiva. Le ragioni della volontà di stare e decidere insieme è la ragione stessa di un’alleanza. E’ altresì giusto che ci sia la dovuta attenzione nel controllo degli eccessi degli alleati, perché la traduzione in norme esecutive non tracimi dagli argini di una strategia d’insieme.
All’origine di ogni alleanza si individua la presenza di un collante che unisce. E’ avvenuto anche per il PD laddove, contrariamente ai discorsi “stars and stripes” di Veltroni, il collante era e rimane l’antiberlusconismo. Il collante del centrodestra è l’insieme dei valori del moderatismo. Guardano al centrodestra coloro che ritengono che i sentimenti del riformismo democratico, dell’umanesimo liberale e del solidarismo cattolico, siano un riferimento importante per tutto il Paese. E questa visione di appartenenza ideale ha finito con essere riconosciuta anche da coloro che focalizzano istanze locali e che radicano la propria ragione politica nell’attenzione verso il proprio territorio d’azione. Ed è per questa ragione che Bossi e Berlusconi parlano di un patto di lealtà tra di loro.
Nel paese c’è un corto circuito che passa attraverso quattro direttrici: la sicurezza, l’immigrazione, la giustizia a cui si è aggiunto il gossip. In ciascuna si immettono gli affluenti dirompenti della polemica politica: fascismo, razzismo, mafia e moralismo. L’opposizione corre dietro allo scatenato Di Pietro ed usa questi strumenti per fomentare la rissa contro Berlusconi, invocando le “scosse” ed usando lo scontro per distogliere l’attenzione degli italiani dai successi del governo. E che fa il numero due del Pdl e della maggioranza? Fornisce all’opposizione le catene e le mazze?
Vito Schepisi

30 giugno 2009

La manovra d'estate


La manovra d’estate, com’è stata definita, ha avuto buona accoglienza da più parti dei settori interessati al rilancio degli investimenti ed alla ripresa economica. Quando si parla di misure economiche e di parti sociali e si parla di buona accoglienza bisogna intendersi. Come per tutti i provvedimenti che hanno più parti interessate, ed a volte contrapposte, per gradimento si intende soprattutto mancanza di risoluto contrasto. L’apprezzamento moderato è arrivato anche da alcune organizzazioni sindacali, quelle più preoccupate al mantenimento dell’occupazione, mentre quella parte dei rappresentanti del mondo del lavoro, interessata invece a porre ostacoli ideologici al governo “delle destre” e di “Berlusconi”, come sempre, ne ha assunto una scontata e poco costruttiva posizione critica.
In nessuna parte del mondo c’è tanta acredine da parte dell’opposizione contro un governo democratico, impegnato ad affrontare la tempesta del crollo di un sistema finanziario e produttivo globale. L’Italia, come gli altri paesi , subisce per effetto stesso della crisi un minor gettito fiscale per 37 miliardi di euro, mentre ha di converso maggiori esigenze di risorse finanziarie per rilanciare gli investimenti e ridar slancio all’economia, oltre che per far fronte alle ulteriori emergenze finanziarie per la ricostruzione dell’Aquila e dei paesi colpiti dal terremoto in Abruzzo. Le difficoltà dell’Italia, come tutti sanno, sono poi aggravate dalla presenza di una voragine di debito pubblico pregresso. In questo quadro di oggettiva difficoltà, solo sostenere posizioni pregiudiziali, e non avere il buon senso di collaborare per sostenere il Paese, è già segno di grande malessere ideale. Aprire poi campagne di delegittimazione, montate sulla sabbia e sul gossip, non è solo schizofrenico ed immorale, ma è anche violento e meschino.
Le difficoltà italiane sono radicate in un sistema stantio, in infrastrutture obsolete, in carenze di servizi essenziali, specie al sud, in mancanza di trasparenza amministrativa in cui si annidano il malaffare e gli sprechi, in un pubblico impiego elefantiaco, burocratico e molto costoso, in una giustizia lenta e parziale, in una stampa spesso asservita alle caste ed alle lobbies del potere finanziario – editoriale – politico, fino a costituirne preoccupazione per forme tumorali invasive con pericoli di metastasi.
L’equilibrio ed il buon senso consiglierebbero collaborazione per superare la recessione produttiva. Sarebbe serio trasmettere fiducia alle famiglie ed assicurare, come il Presidente del Consiglio ripete in ogni circostanza, che nessuno sarà lasciato solo. Quella italiana è la stessa crisi che nel resto del mondo industrializzato, più che in Italia, si manifesta con effetti devastanti che si riverberano a catena in una visione di caduta precipitosa del mercato globale. L’Italia ne subisce solo il riflesso che condiziona anche e soprattutto la fiducia dei consumatori. Le preoccupazioni per il futuro, il richiamo alla prudenza, la propensione al risparmio sono tutte sensazioni vere e comprensibili. Meno invece la sfiducia, il catastrofismo ed i richiami all’insostenibilità del sistema Italia. Ed è invece su questa parte del Paese e con queste forme di terrorismo psicologico che viene condotta la lotta che mira a rendere vani gli sforzi di questo governo.
Non si è mai visto altrove tanto pregiudizio ideologico. L’opposizione politica, la sua cinghia di trasmissione nel mondo del lavoro, l’opposizione intellettuale e mediatica, le caste finanziarie e giudiziarie, sono invece tutte impegnate ad aumentare la portata psicologica della crisi ed a contenere la forza propulsiva del governo, con lo scopo di poter speculare sui suoi presunti insuccessi politici.
Ma il muro di Berlino è caduto anche in Italia? Assistiamo alla reiterazione della politica del “tanto peggio tanto meglio”. Come nel dopoguerra di Togliatti e della guerra fredda! Tramare contro il proprio Paese, per opportunismo, reitera perfettamente la logica della priorità del partito sulla condizione del popolo.
La crisi non tocca le fasce garantite, non tocca i salariati ed i pensionati che paradossalmente ne ricevono vantaggi per la stabilizzazione dei costi, la riduzione delle tariffe e le occasioni per gli acquisti, ad esempio di immobili, auto ed elettrodomestici. La crisi però tocca le famiglie per le difficoltà di trovare occupazione, specialmente al sud, per i precari che rischiano di vedersi tagliato il lavoro, per chi va in cassa integrazione dovuta alle aziende che riconvertono la produzione, la riducono, ovvero cessano le attività.
Soffiare sulla crisi è così lottare contro il lavoro, contro il popolo, contro l’Italia.
Vito Schepisi

02 aprile 2009

Piano casa ed opposizione confusa


C’è una novità nell’accordo tra Governo e Regioni per il rilancio dell’edilizia privata, ma è una novità di cui si poteva anche fare a meno. Saranno i consigli regionali sulla base di un decreto quadro del Governo, da emanare entro una decina di giorni, ad approntare regione per regione, entro e non oltre 90 giorni dall’emissione del decreto stesso, le leggi attuative. Solo in caso di inadempienza nell’adozione del provvedimento legislativo interverrebbe un commissario ad acta nominato dall’esecutivo.
Se ne poteva fare a meno! Si poteva evitare, soprattutto qualora il decreto emanato dal Consiglio dei Ministri fosse già comprensivo delle norme di cautela ambientale, di salvaguardia dei centri storici e delle elementari norme urbanistiche e se, ugualmente in intesa con la Conferenza delle Regioni, avesse potuto superare ogni ostacolo relativo alle competenze in materia.
La volontà del Governo era questa! Nessuna prevaricazione e nessuna volontà di sottrarre competenze: solo la consapevolezza dell’urgenza.
Il decreto che si voleva emettere, già da primo momento, intendeva introdurre tutte le cautele possibili e gli organi di gestione locale del territorio avrebbero dovuto introdurre, come nel caso dell’apposita legge regionale, i regolamenti, i controlli, i limiti e le tutele.
Cosa sarebbe cambiato in sostanza rispetto ad ora?
Ma l’Italia è il Paese del diritto formale! E’ un vero peccato, però, che questo diritto venga meno, e spesso, quando invece è sostanziale, soprattutto se in relazione alle libertà ed alla dignità del cittadino. Non sono opinioni, ma statistiche, quelle che certificano che il cittadino italiano sia vessato per il godimento di ogni suo diritto e che venga scoraggiato dalle lungaggini e dagli impedimenti burocratici allorquando dia corso ad ogni sua richiesta rivolta alla pubblica amministrazione, locale e nazionale, soprattutto in campo urbanistico.
L’attuale formulazione dell’accordo tra Governo e regioni si traduce soltanto in una evidente e quantomai incomprensibile - se non per astio politico ed ideologico - perdita di tempo.
Le regioni hanno competenza sul territorio per i piani e gli interventi urbanistici? Sacrosanto! Ma cosa avrebbe impedito alle stesse di adottare un testo unico approntato dal Governo, discusso con le regioni, comprensivo di tutele e di divieti? In presenza di preoccupazione occupazionale e di crisi recessiva, la collaborazione degli italiani con l’Italia, per abbreviare i tempi degli interventi, sarebbe un’azione virtuosa ed un grande esempio di responsabilità.
Non si può scendere nelle piazze per l’occupazione per poi ritardare di circa 120 giorni un provvedimento che secondo le previsioni più prudenti avrà la capacità di mettere in campo circa 750.000 posti di lavoro su tutto il territorio nazionale.
Sorge il sospetto che gli enti locali mal digeriscano interventi in settori che da sempre, gestiti dalla politica e dalle caste tecnico-burocratiche sottraggano potere ai soliti noti. Un diritto che si ottiene con una semplice formalità si trasforma in un potere perduto. Si può interpretare così la vischiosità degli atteggiamenti posti in ostacolo.
L’opposizione esulta. Franceschini e Di Pietro cantano vittoria, ma riesce difficile capire per cosa. Sono venuti meno gli allarmi per la presunta devastazione del territorio? E sono venuti meno solo perché all’esercizio di un regolamento attuativo con controlli urbanistici ed ambientali, previsti già dalla bozza del governo, si sostituiranno una ventina di leggi regionali? Cosa cambierà se non a ritardare i tempi, il voler continuamente porre ostacoli di indecorosa “gelosia” politica per poi ottenere gli stessi interventi edificatori, invece che in vigore da subito, per bene che vada, solo tra tre mesi? Sembra un film già visto. La spazzatura di Napoli, l’Alitalia, l’astio antisociale della Cgil.
Erano stati diffusi studi sulla quantità di cemento sul territorio nazionale e c’è stato persino chi in televisione, da Fazio, ha sostenuto che l’architettura degradata delle nostre periferie sia la testimonianza del nostro passato e che per tale ragione andrebbe lasciata integra in quanto parte del nostro patrimonio culturale. Ci sarebbe da scommettere che tra un po’ si tornerà a dire che gli autori dello scempio edilizio del passato andrebbero invece arrestati. C’è tanta confusione, come sempre, specialmente a sinistra!
Vito Schepisi

12 dicembre 2008

Il dialogo con la Sinistra in Italia

Non c’è dubbio che se c’è chi si aspetta una mano da questa opposizione per le riforme, ed in particolare per quelle che per anni hanno visto contrapporsi con durezza maggioranza ed opposizione, questi viva fuori dal mondo.
Piacerebbe a molti, ad esempio sulla giustizia, osservare che la sinistra, dopo aver affermato per anni che i provvedimenti chiesti da Berlusconi fossero voluti per crearsi leggi “ad personam”, possa poi condividere con la maggioranza la separazione delle carriere dei magistrati o possa accettare di regolamentare l’ipocrisia della obbligatorietà della azione penale, o riformare l’Oracolo di Delphi costituito dal Consiglio Superiore della Magistratura.
A sinistra c’è un’abitudine oramai collaudata che rende lecita e virtuosa ogni loro proposta e densa di opacità ogni iniziativa presa da altri. Sembra che la stessa spocchia della spacciata superiorità antropologica per le scelte di linearità morale, di supremazia culturale e di spessore umanitario, sia alla base di una diversità metodologica che li guida verso scelte politicamente corrette.
Le scorie classiste della sinistra post comunista suggeriscono, per i provvedimenti da adottare, risvolti di presunta finalità sociale. Anche le leggi, secondo certa teoria, non servono a regolare i doveri di tutti, per poter garantire i diritti di ciascuno, ma diventano strumenti di un’ipotetica regola sociale che sostiene più doveri da una parte e più diritti dall’altra.
Peccato che quando la sinistra sia al potere le realtà si mostrano ben più complesse e le azioni si riducono a provvedimenti vessatori per i cittadini e di privilegio, invece, per caste e corporazioni!
A sinistra chi non è allineato è un nemico sociale. Chi è di destra è per definizione un cretino con l’unica alternativa d’essere invece un criminale.
Ma a volte è necessario lasciarli gingillare nelle loro contraddizioni. Sono come coloro che non ci arrivano con il cervello, e che si buttano avanti a testa bassa, ed a furia di sbattere contro gli ostacoli prima o poi capiscono che bisogna usare anche il cervello. Se la sinistra è ancora immatura, sorda alle regole della democrazia, supponente, offensiva, vendicativa e incosciente, non bisogna dargli corda. Fornendo una giustificazione per questi atteggiamenti, la sinistra non maturerà mai.
E’ sbagliato, pertanto, sostenere, come fa Berlusconi, che con questa sinistra non ci sia possibilità di dialogo. Se ne comprendono le ragioni, ma è sbagliato perché si fornisce un alibi per la loro opposizione pregiudiziale. Veltroni e compagni devono invece rispondere al Paese, giorno per giorno, della loro intollerante animosità e devono, giorno per giorno, far sapere agli italiani quali siano le loro proposte. Non bisogna dar loro l’alibi di non averne. I no si devono spiegare. E neanche l’abilità di creare il caos e di sollevare le piazze militanti, alla lunga, può prevalere.
Ieri Berlusconi ha parlato di modifiche alla Costituzione, per la giustizia, anche senza il concorso dell’opposizione, e subito si è levata a sinistra un coro tra l’ironia e la sfida epocale. C’è chi ha ribadito che la Costituzione sia intoccabile e chi ha sostenuto che non sia questo il momento a causa della recessione in atto. Sono tutte fregnacce perché tra Camera e Senato ci sono oltre mille parlamentari che lavorando alle modifiche non inciderebbero in nessun modo sulle questioni economiche e sulla crisi recessiva. Uscire dal guado della ingovernabilità della Giustizia potrebbe invece giovare all’economia del Paese. Nel mezzogiorno, in particolare l’impresa per investire ha bisogno di fiducia, chiede il rispetto e la certezza delle leggi per sentirsi garantita dalle organizzazioni mafiose che strozzano i margini della convenienza economica.
E’ stato un errore di Berlusconi sostenere che con questa sinistra non si siederà mai intorno ad un tavolo perché è proprio ciò che la sinistra non è disposta a fare. Non ha nessuna voglia di sedersi intorno al tavolo con Berlusconi e non ha nessuna voglia di sostenere una riforma seria della Giustizia, ma vuole invece far da sponda ancora una volta alla magistratura per due chiari obiettivi: utilizzarla sempre contro Berlusconi e recuperarne la vecchia benevolenza.
A Veltroni, stretta la mano a D’Alema, senza un orientamento riformista, ora conviene solo inseguire Di Pietro che di dialogo e di riforma della giustizia non ne vuol sentir affatto parlare.
Berlusconi avrebbe, invece, dovuto dire che il tavolo del confronto è aperto e che si discuta senza perdersi in chiacchiere, e porre un termine per evitare di lasciarsi imbrigliare dai fannulloni politici.
Vito Schepisi

19 novembre 2008

Cosa ha detto il Capo dello Stato a Veltroni

Non so cosa possa aver detto il Presidente della Repubblica a Veltroni ed alla delegazione del PD in pellegrinaggio al Quirinale. Si sa grosso modo cosa sia andato a dire Veltroni, almeno nell’ufficialità dei comunicati e nella interpretazione dello spirito della missione da svolgere.
Veltroni sostiene che ci sia una maggioranza che mortifichi l’opposizione, escludendola dalle decisioni, e che provi costantemente a delegittimarla. Il leader del PD gli avrà ribadito la sua tesi che vi sia il Capo del Governo, cioè Berlusconi, che si rivolge in modo offensivo nei confronti del leader dell’opposizione, mancandogli persino di rispetto.
Anche l’episodio della Commissione di Vigilanza ed i voti dei componenti del Pdl su Villari saranno stati presi ad esempio per giustificare i presunti atteggiamenti prevaricatori della maggioranza. Sarà stato rispolverato il ritornello, caro soprattutto a Di Pietro, che la maggioranza voglia scegliere anche i candidati dell’opposizione nelle commissioni di garanzia. L’ex sindaco della Capitale deve avergli anche detto che il PD stava facendo pressioni su Di Pietro per un suo passo indietro, magari presentando una rosa di nomi di componenti dell’Idv nella commissione, per poter così superare l’ostacolo dell’ostinazione del Pdl a non voler votare Orlando, considerato inadeguato per un ruolo di garanzia.
Chissà se il presidente si sia soffermato sulla indisponibilità di Di Pietro a fare un passo indietro? Se l’avesse fatto avrebbe scoperto che l’altro componente della Commissione di Vigilanza in quota Idv era il senatore Francesco “Pancho” Pardi, certamente impresentabile più che Orlando, ex dirigente di Potere Operaio, lanciatore di molotov ai tempi della sua vita universitaria e già fautore della lotta armata ai tempi della sua militanza in P.O.: “Noi pensiamo che la caratterizzazione della figura generale dell’organizzazione oggi, compagni, sia l’organizzazione armata”.
Com’era possibile che Di Pietro potesse fare un passo indietro presentando una rosa di nomi del suo gruppo se l’unica alternativa era il “Pancho”? Non aveva una rosa l’ex PM, ma una pianta di ortiche!
Penso che il Presidente, dopo un primo momento di accoglienza con un piglio un po’ paternalista, ma con lo stile irreprensibile, quasi anglosassone, di benevola comprensione per un team di “sfigati” per scelta, abbia dovuto per necessità cacciare le unghie per segnalare ai convenuti che con i loro comportamenti aggiungevano solo un errore ad un altro.
Il vecchio militante “migliorista” del pci deve aver spiegato quanto fosse tutto da rivedere il loro modo di rappresentare l’alternativa a questa maggioranza. Deve aver ricordato che per poter “comandare” dovevano prima vincere le elezioni e che, all’uopo, era necessario ottenere i voti. Walter caro - deve aver detto Napolitano - il clima è cambiato, così si è soliti fare in democrazia.
Non può essere sfuggito al Presidente che c’è oggi un’opposizione pregiudiziale e rancorosa, isterica e priva di proposte, poco costruttiva, un po’ demagogica, catastrofista e pesantemente offensiva, soprattutto nel suo continuo evocare disegni e volontà autoritarie altrui.
Il Capo dello Stato deve aver ricordato ai convenuti che il Paese ha votato una maggioranza che ora ha il diritto di realizzare il suo programma, senza che si debba assistere alle stucchevoli sceneggiate di Veltroni e compagni, e senza l’istigazione a cavalcare la piazza con proteste irrazionali.
A Veltroni deve essersi persino bloccato il respiro quando il Presidente deve avergli anche detto che c’è un clima di scontro che non approva, e che sono i comportamenti dell’opposizione che motivano quegli atteggiamenti della maggioranza che la delegazione del PD ora denunciava.
Il Presidente della Repubblica deve aver ricordato ai vertici del PD che il momento è difficile, che prende corpo il pericolo della recessione in un contesto di crisi mondiale dei paesi produttori e che, in casi come questi, le forze politiche di maggioranza e di opposizione devono trovare convergenze su provvedimenti che aiutino a superare senza eccessivi danni le difficoltà.
Il Presidente Napolitano avrà detto loro che le Istituzioni ed i partiti rappresentati in Parlamento hanno il dovere di tranquillizzare gli italiani perchè dalla crisi si esce solo se c’è comprensione, consapevolezza e rigore, avvertendo che è necessario un clima positivo in Parlamento, fra le organizzazioni sociali, sui media e tra le realtà produttive del Paese.
Vito Schepisi

18 novembre 2008

L'opposizione cavalca anche la recessione

In una azienda, se ci sono criticità, il personale si adopera a comprenderne la portata ed ad offrire il suo contributo per superare senza eccessivi danni la temporanea congiuntura. C’è di norma la collaborazione di tutti e non è importante stabilire se l’impegno sia per sostenere la propria occupazione o per sostenere l’azienda. Anche i rappresentanti dei lavoratori hanno il dovere di tranquillizzare le maestranze e di mediare con l’azienda i provvedimenti ritenuti utili per ridurre eventuali difficoltà produttive, ovvero spiegare ai lavoratori eventuali contrazioni di mercato o ancora la presenza di spirali di aumenti dei costi che frenano l’economicità dell’impresa.
Sarebbe stupido pensare che sindacati e lavoratori si possano disinteressare e costringere l’azienda ad adottare provvedimenti socialmente preoccupanti come, ad esempio, in presenza di difficoltà nel pagare sia i fornitori che i salari ai dipendenti, far ricorso ai licenziamenti o più ancora fallire.
La gestione di un paese è per molti aspetti simile a quella di una grossa impresa. I prodotti aziendali sono grosso modo i servizi che eroga ai suoi cittadini. In cambio della fornitura dei servizi lo Stato acquisisce una contribuzione in misura progressiva e proporzionale ed una imposta sui consumi. La raccolta delle risorse è definita con la locuzione di prelievo fiscale. Normalmente lo Stato utilizza le entrate fiscali come cassa per la spesa corrente e impegna le risorse economiche, poste nel bilancio preventivo con la legge finanziaria, per gli investimenti. Sulla base delle ipotesi di entrata, lo Stato stabilisce le sue attività, dà corso ai suoi investimenti e contrae anche debiti, facendo ricorso all’immissione sul mercato di prodotti finanziari che vengono acquistati dai risparmiatori italiani ed esteri.
In tutti i paesi civili del mondo, con l’economia in difficoltà per ragioni attinenti ai venti di crisi che soffiano sulle economie di tutti i paesi produttori, la politica e le parti sociali si stringono attorno agli interessi nazionali e ciascuno per la propria parte si rende disponibile a non far mancare collaborazione e responsabilità. Un paese destabilizzato, senza una politica economica supportata da strategie di contenimento della spesa corrente, ad esempio, per gli effetti negativi della recessione, andrebbe incontro a difficoltà ancora più pesanti come, ad esempio, la contrazione del potere d’acquisto dei salari e l’aumento del “prelievo fiscale”.
In Italia, gravata da un debito pubblico eccessivo, basterebbe anche uno scivolone in Parlamento sulla spesa e sui conti per creare enormi difficoltà. In tempi di recessione, infatti, tra le preoccupazioni c’è anche quella di stabilizzare il costo del debito finanziario. Questo costo è valutato, periodo per periodo, dalle società di rating attraverso indici di affidabilità da assegnare all’impresa paese. In un stato responsabile, pertanto, tutti sarebbero seriamente consapevoli che il deprezzamento del Paese renderebbe più acuta la crisi perché inciderebbe sul costo del debito. Tutti dovrebbero essere consapevoli che il maggior costo andrebbe a ridurre le risorse correnti e che, quindi, per finanziare la spesa, si dovrebbe far ricorso alla maggiore pressione fiscale e/o all’espansione del debito, tenendo però conto dei vincoli europei, come Maastricht, ad esempio.
Perché in tutti i paesi c’è consapevolezza e responsabilità, ed in Italia questo non accade?
Nel nostro Paese mentre la recessione preoccupa, oltre che il Governo, le famiglie, le aziende, ed i risparmiatori, sembra che invece lasci indifferente l’opposizione e quella fetta di sindacato che in questa opposizione si rispecchia.
Indire scioperi generali e contestare le riforme del Governo, anche per il taglio alla spesa, sembra la strada più irresponsabile che si possa seguire. Ad iniziare dal rischio di lasciare a terra la nuova Alitalia, solo per far dispetto a Berlusconi, nel riprovevole gioco del duo Epifani-Veltroni, per poi passare a tutta una serie di tensioni che vengono innescate nel mondo della scuola e dell’università, come nel pubblico impiego, a volte su questioni del tutto inesistenti o sulla base di provvedimenti di riqualificazione della spesa da cui non si può derogare, se si vuole offrire al Paese un quadro di efficienza e di lotta agli sprechi ed agli abusi, l’opposizione appare poco seria ed irresponsabile.
Mentre, negli USA, Obama e McCain si incontrano per concordare politiche di collaborazione per superare le difficoltà della recessione in atto, in Italia, invece, da aprile Veltroni continua la sua campagna elettorale fatta di piazzate e di pesanti accuse al Governo ed ai suoi rappresentanti.
Vito Schepisi su l'Occidentale

13 novembre 2008

L'opposizione extraparlamentare della Cgil

La Cgil prima esce sbattendo la porta e poi si lamenta perché l’accesso al tavolo della discussione è consentito a chi ritiene che la trasparenza, il dialogo e le buone maniere siano più utili al Paese che non il pregiudizio e la faziosità. E’ una cattiva abitudine in uso in Italia quella di interessarsi di lavoro, contratti, diritti e garanzie guardando alla propria carriera politica ed alle convenienze partitiche dei gruppi politici a cui si è legati.
Quando il Costituente ha pensato alla funzione del sindacato è stato per dotare i lavoratori di strumenti organizzativi di lotta che garantissero la difesa della loro dignità e la negoziazione di un’equa retribuzione, funzione legittima in uno stato democratico; non ha certo inteso pensare ai sindacati quali strumenti di supporto alla lotta politica. Per quest’ultima ha sancito la libertà di costituire i partiti e tutta una serie di libertà e garanzie per lo svolgimento delle attività relative al consenso democratico ed alle elaborazioni delle soluzioni di gestione dello Stato.
E’ troppo importante, in un Paese libero, la funzione autonoma del sindacato per immaginarlo interessato ai processi politici, e partitici. Non è pensabile infatti che il sindacato, in democrazia, faccia mancare del tutto la propria azione con i governi amici ed accentui invece la propria contrapposizione con i governi ritenuti politicamente nemici. Ed è ancora più difficile da comprendere se la differenza tra gli atteggiamenti adottati è inversamente proporzionale agli interessi dei lavoratori ed alle difficoltà delle fasce più deboli del Paese.
Abbiamo assistito, con il precedente governo, ad un sindacato complice e silente, in particolare quando, caricando di tasse le retribuzioni ed i consumi, ha ottenuto che fosse drasticamente ridotto il potere di acquisto dei salari e quando, intervenendo sulla previdenza, ha consentito che fossero favoriti quei lavoratori già più garantiti rispetto ai più giovani.
Ora se le altre sigle sindacali revocano lo sciopero generale, indetto per domani, per protestare contro la riforma della suola del Ministro Gelmini, non si può pensare che sia la sola Cgil di Epifani a presumere che la disponibilità a discutere del Ministro non sia sufficiente a ricercare le soluzioni per provvedimenti di riforma nell’ambito dell’università e della ricerca. Provvedimenti che, è bene chiarirlo, dovrebbero essere tali da riscuotere un vasto consenso, non solo delle parti in causa ma anche e soprattutto del Paese. Lo Stato democratico, fa sempre bene ribadirlo, dovrebbe respingere il corporativismo delle categorie e privilegiare l’insieme. Non c’è solo Alitalia a dar prova di immaturità sindacale e di egoismo corporativo.
La cultura dei diritti dell’insieme dei lavoratori è inviolabile, come sono sacrosante le prerogative dell’istruzione e della ricerca per le necessità dell’umanità e per lo sviluppo scientifico e culturale del Paese. Detto questo, però, i sindacati e l’opposizione dovrebbero anche spiegare in che modo ritengono di poter ridurre gli abusi, promuovere il merito e tagliare gli sprechi. Non si possono consentire a taluni agi eccessivi e carriere fulminee, specialmente laddove la centralità non sia la diffusione della conoscenza, ma il proprio tornaconto. L’Italia non si può permettere i costi dei numerosi rivoli di spesa inutili. Sono note le situazioni persino ridicole, per corsi e discipline senza senso concreto, e soprattutto senza l’effettiva partecipazione degli studenti. Esistono, inoltre, casi di nepotismo che andrebbero contrastati ed eliminati.
Quello indetto per domani, oramai dalla sola Cgil, è uno sciopero inutile e dannoso. L’impressione è che serva sola a rafforzare la protesta dell’opposizione nelle piazze, servendosi anche degli studenti a cui sono state raccontate cumuli di menzogne e falsità. L’azione dell’opposizione, allargata al sindacato, sta diventando tanto più scellerata perché favorisce la strumentalizzazione dei giovani da parte di gruppi violenti, mai sopiti, che emergono sempre nel reiterare la lotta al confronto civile ed al sistema democratico. Alla viltà di strumentalizzare i giovani, anche a discapito della loro integrità fisica, si unisce anche la stupidità di non capire che se si interrompe il percorso della democrazia e del reciproco rispetto diventa difficile riprenderlo anche quando un domani, che si spera lontano, la sinistra dovesse rappresentare la maggioranza del Paese.
Vito Schepisi su l'Occidentale

21 ottobre 2008

Ma l'opposizione è costruttiva?

Ci sono accuse che vengono mosse verso chi sostiene questa maggioranza. Le accuse si sostanziano pressappoco in queste osservazioni:
- parlate sempre dei limiti democratici dell’opposizione, ma un osservatore obiettivo non deve prendersela con chi fa opposizione ma deve pungolare il Governo;
- parlate sempre di Veltroni e Di Pietro come se fossero loro a fornirci questo schifo di governo;
- avanza nel Paese l’intolleranza verso ogni voce dell’opposizione e voi state a criticare chi lancia segnali di allarme;
- c’è una istigazione al razzismo, viene fatta l’apologia del fascismo e voi continuate con la critica al comunismo che non esiste più.
Capita che ognuna di queste obiezioni possa lasciare perplessi chi si ostina a raccontare la politica con la pretesa di saperne leggere i motivi di fondo.
C’è in verità la prevalenza di un orientamento e di una provenienza culturale in cui le opzioni del pensiero si formano. Ma è normale che sia così! Esiste un nocciolo duro del pensiero che è anche sede di pregiudizio e di convinzioni così radicate da riuscire a mescolare con facilità torto e ragione. Ma non sembra che sia questo il caso! Non si può nascondere che ci sia comunque la presenza di un paletto nella coscienza di ciascuno che stabilisce la misura di ciò che sia tollerabile, separandolo da ciò che invece non si può accettare.
Per un liberale, ad esempio, è accettabile tutto meno ciò che causa la perdita della facoltà di pensare in libertà, nello stesso modo che per un socialista marxista non sia accettabile la teoria del salario come variabile dipendente, al contrario di un liberista, ovvero per un cattolico non sia accettabile una politica che confligga con l’etica cristiana. Sono convinzioni che se radicate in una forma di stabilizzazione culturale sono difficili da superare. Ma non siamo a questo punto!
Il programma presentato dal PD, e accettato dall’Idv di Di Pietro sulle politiche del controllo del territorio, della sicurezza, dello sviluppo economico e del sostegno alle famiglie non si distingueva in modo radicale da quello del Pdl. Anche le questioni del federalismo fiscale, della necessità della riforma costituzionale, degli interventi sulla giustizia hanno trovato spazio per una base di comune intento riformista. E’ vero che c’erano segnali preoccupanti come la mortificazione della sinistra riformista di Boselli, per privilegiare il rozzo antagonismo di Di Pietro, ma come per una rondine non si può dire che sia primavera, per un rumoroso arruffapopoli non si può dire che siano tutti arruffapopoli, che poi è come dire che per un imbecille non si può dire che siano tutti imbecilli.
I fatti però hanno smentito le speranze. La delusione dei democratici moderati è arrivata quando il PD ha preso la strada del pregiudizio verso la maggioranza ed ha cavalcato il giustizialismo di Di Pietro. E’ capitato che con l’intento di promuovere lo stile ed il metodo delle democrazie europee, nel confronto tra maggioranza ed opposizione, invece di omologare al dialogo ed alla moderazione Di Pietro ed il suo partito personale, siano prevalsi i toni dell’antagonismo e del pregiudizio, tali da far omologare alla rozzezza di Di Pietro i toni del confronto politico del PD.
Si fa, pertanto, un bel dire quando si afferma che negli interventi degli osservatori politici di certi ambienti liberali prevalgano le critiche all’opposizione anziché al governo. Quando accade non è per pregiudizio ma per l’osservazione razionale di ciò che accade.
C’è da osservare che il governo alle parole privilegia i fatti, come è giusto che sia, e che i fatti siano graditi agli elettori e che, invece, sembra piuttosto sbracata, se non incoerente, parolaia e strumentale, l’azione dell’opposizione. È l’esatto contrario di ciò che accadeva con Prodi.
Non si rendono contributi alla chiarezza ed alla funzione costruttiva, propria dell’opposizione, quando si diffondono notizie false o si lanciano allarmi irrazionali nel paese su questioni delicate come l’educazione dei giovani ed il razzismo.
Come poi si può pretendere un’azione di critica e di stimolo al Governo quando c’è un’opposizione che inquieta per i suoi toni e le sue posizioni? Preoccupa persino la cinica indifferenza con cui ora Veltroni, ora Di Pietro ricorrono a metodi ed azioni che nuocciono al Paese.
Vito Schepisi

13 ottobre 2008

Di Pietro, il torturatore dolce

Gli argomenti che usa Di Pietro per motivare la sua opposizione in Parlamento e nelle piazze non sono dissimili da quelli che vengono usati per i consigli per gli acquisti. Il suo fustino, infatti, lo spaccia come migliore di quello che offre la concorrenza.
Se la politica, però, è generalmente ritenuta arrogante e impunita, non sembra che quella dell’ex magistrato sia da meno. Le vicende in cui i suoi ex compagni di storie politiche lo coinvolgono mostrano un usuale comportamento dell’attività politica usata come mezzo. Il suo protagonismo risulta persino più professionale ed attento nell’assicurarsi i vantaggi economici e le opportunità che gli strumenti della democrazia offrono al partitismo ed alle attività delle forze rappresentative della volontà popolare.
Il suo bucato è dunque solo unilateralmente ritenuto più bianco di quello della maggioranza ed è senza un vero confronto alla luce del sole. Non può esserci, infatti, democrazia del confronto quando ci si limita a criminalizzare l’espressione politica votata dalla maggioranza degli elettori. Quando, come fa Di Pietro, non si riconosce la legittimità di una proposta politica, ci si esime persino dal dovere di attivare un’opposizione costruttiva o di confrontarsi sulla base di un diverso programma. L’opposizione dell’Idv non è per niente costruttiva, anche perché è priva di un visibile programma diverso: l’opposizione di Di Pietro è, infatti, solo pregiudiziale.
Il trebbiatore molisano era al governo fino a pochi mesi fa e non sembra che abbia agito per rendere più pulita la vita politica italiana. Più che una continua e poco dignitosa litigiosità con Mastella, reo d’avergli precluso la strada al ministero della giustizia a cui ardentemente aspirava, di tracce della sua presenza non se ne ricordano e tanto meno si rammenta l’efficacia della sua azione.
Sappiamo che ogni pacchetto pubblicitario viene predisposto per colpire la fantasia dei consumatori. I consigli per gli acquisti sortiscono così l’effetto dell’illusione: i denti più bianchi, lo sguardo ammaliante, il corpo più snello, il profumo più giovane. Si cerca di solito con la pubblicità di offrire un’immagine di efficienza e di qualità immediata. Sappiamo però che non sempre ciò che si propone corrisponde alla sostanza, e non sempre ha un miglior effetto pratico.
Di Pietro è così da tempo. E’così sin da quando faceva il PM e da quando misteriosamente ha riposto in soffitta la toga per vestire panni diversi. Ha avuto sempre un atteggiamento molto opportunistico nel percorrere trasversalmente la scena, come il famoso fustino della pubblicità.
Lo si ricorda in televisione a respingere una legge improntata alla civiltà giuridica e tesa a limitare l’uso del rigore carcerario come mezzo di tortura “dolce”. Nel delirio della sua sensazione di onnipotenza aveva persino immaginato un golpe giudiziario con riferimento planetario in cui le toghe, quasi ispirate da una sommità giustizialista e ritenute supreme regolatrici degli egoismi terreni, potessero deporre i governi degli uomini, in quanto banali espressioni della democrazia, per uniformarsi ai supremi codici dell’ordinamento giudiziario.
Quando qualcuno gli ha fatto rilevare che con gli stessi codici poteva dover rispondere del suo operato come magistrato e come uomo, ha invece dovuto necessariamente rimettere i piedi per terra.
Ha dato di sé prove diverse di attenzione alla vita sociale ma univoche nella direzione di porsi dinanzi al suo competitore, anziché come leale avversario ed efficiente interlocutore politico, per svolgere una funzione di stimolo e di controllo, come, invece, un feroce ed aggressivo molosso, esaltato nei toni e violento nei propositi. Si ha l’impressione che tutti coloro che osino passare dinanzi alla sua strada e che gli contendano la scena siano meritevoli almeno di 20 fustigate alla schiena, a guisa del rigore della legge coranica.
Ma se il Corano ha una sua dottrina di fondo che richiama i musulmani fedeli ad uniformarsi, il dipietrismo in fondo, invece, non ha niente. Il dipietrismo è solo odiosa visceralità e violenza allo stato potenziale, come quella in cui si distingueva Di Pietro come magistrato quando alzava la voce coi deboli ed usava, con minacce e torture psicologiche, gli indagati come megafoni dell’inquisizione.
Se il capo dell’Idv definisce il Governo Berlusconi una “dittatura dolce” chi ci impedisce allora di poter definire Di Pietro come un torturatore dolce.
Vito Schepisi

26 settembre 2008

C'è nel Paese una opposizione democratica?


Ci sono due modi per far politica e non è importante se si sia al governo o all’opposizione. Uno dei modi è fare come fa Di Pietro in modo pregiudiziale, strumentale e sguaiato.
Un’opposizione allarmistica da ultima spiaggia, in cui si catalizza l’odio di provenienza diversa. Una scelta di lotta politica intollerante, populista e sommaria. Un modo pericoloso che può farci ritrovare, prima o poi, con le piazze in tumulto e con bande di esaltati che si cimentano a lanciare biglie di ferro e bottiglie molotov, se non di peggio ancora. E’ il modo, appunto, scelto da Di Pietro che, in mancanza di altre capacità per far valere le ragioni di un pensiero, e del tutto carente nella elaborazione di precise scelte programmatiche, si limita a far da collettore della ferocia giustizialista e forcaiola.
L’Altro modo è quello di accettare la democrazia e le sue regole.
Non ci sono altre alternative nell’ interpretare i modi e le azioni della lotta politica. Se non è, infatti, confronto, è molto semplicisticamente scontro.
Quello che ora interessa sapere non è da quale delle due parti stia l’ex magistrato di mani pulite ed il suo partito che ha voluto con molta presunzione chiamare “Italia dei Valori”. Da che parte stia Di Pietro si è capito abbastanza bene. Interessa sapere da che parte invece stia Veltroni ed il PD.
Se si dovesse forzare l’interpretazione su ciò che ha saputo fare in 4 mesi di opposizione dovremmo collocarlo più o meno dalla parte di coloro che non sanno accettare i principi della democrazia e le sue regole. Più o meno dalle stesse parti di Di Pietro.
Il Partito Democratico col suo leader ha la stessa fisionomia figurativa della repubblica democratica tedesca ai tempi del muro, dove di democratico c’era solo l’aggettivo nel nome.
Dalla questione Alitalia in poi le cose non possono ancora restare nell’equivoco. E’, infatti, doveroso sapere se gli interessi della Nazione, e nel caso in questione di ben 20.000 famiglie italiane, vengano prima o dopo gli interessi di Veltroni e del PD. Questi, al pari del suo antagonista interno di sempre, D’Alema, si spertica solo nel darsi merito di cose di cui invece dovrebbe fare ammenda. D’Alema è arrivato addirittura ad attribuire al governo Prodi, di cui era ministro, il merito della soluzione dell’immondizia di Napoli, Veltroni di far volare Alitalia, benché non sia sfuggito a nessuno il suo tentativo di far fallire l’impresa pur di far dispetto al Governo.
L’intervento di Epifani nella trattativa è stato goffo, impacciato ed indisponente. E’ apparso del tutto chiaro che aveva l’imprimatur di un Partito Democratico che soffiava sul fuoco della rottura. E solo dinanzi alla sensazione che il gioco fosse stato smascherato e che gli italiani avessero acquisito il sospetto del malanimo dei due, sia l’uno che l’altro, Veltroni ed Epifani, hanno dovuto cambiare il loro atteggiamento, ed ancora una volta servendosi di mistificazione e goffa furbizia.
Si va incontro a tempi difficili per l’economia. Si teme una stagione di sacrifici per tutti. C’è la debolezza delle aziende per la crisi della domanda. Si paventano possibili contrazioni nel mercato del lavoro. In questa ottica sarebbe auspicabile un’ampia convergenza sulle scelte e sugli interventi da operare. Nei tempi difficili i paesi civili e democratici fanno così!
L’Italia è di tutti gli italiani a prescindere dalle maggioranze e dalle opposizioni che si alternano, ed è giusto che dinanzi alle situazioni di emergenza ci sia il massimo della consapevolezza e della lealtà da parte di tutti.
Ma ciò che si è visto per Alitalia preoccupa, sa di parossistico, di taffaziano, di cattiveria oltre che di molta stupidità.
Il leader del PD era a New York tra gli appartamenti di Manhattan ed una libreria nella stessa zona a presentare “La scoperta dell’alba”, il suo libro tra l’autobiografico ed il romanzo. “Sogno ad occhi aperti - ha sostenuto il lombrico di Forattini - come dovrebbe fare ogni carica pubblica. Il mio lavoro è interpretare le aspirazioni dei cittadini che rappresento". Accipicchia! A Roma, da sindaco, ha lasciato degrado e poco meno di 10 miliardi di debiti. Se queste sono le aspirazioni dei cittadini!
Era a New York e tra un brindisi e l’altro inviava i suoi strali contro il governo per la questione Alitalia. Tanto che quando tutto sembrava definito, nella notte di domenica 14 settembre, con gli accordi sul piano di tutte le sigle sindacali, Cgil compresa, doveva intervenire direttamente Epifani per far saltare il banco e rimettere tutto in discussione e poter far dire a Veltroni che per Alitalia c’era stata una gestione dilettantesca del Presidente del Consiglio.
Non contento l’uomo del “ma anche”, appena rimesso piede in Italia, si scagliava contro il Governo per la strage di camorra nel casertano e per la sospetta partecipazione di un detenuto agli arresti domiciliari, chiedendosi come sia possibile che un detenuto per camorra possa ottenere i domiciliari. Ancora una volta, come per il caso delle violenze dei tifosi napoletani di qualche settimana fa, attribuisce al governo responsabilità per decisioni di competenza della magistratura.
Dulcis in fundo, la letterina buonista al Signor Presidente del Consiglio che è stata ribattezzata “la scoperta dell’acqua fresca” e la sua trionfale dichiarazione di aver sbloccato la trattativa tra Cai e Cgil. Tutto merito suo! Che faccia!
Sembra un automa replicante Veltroni e diventa persino patetico, come ci è sembrato ieri da Vespa a “Porta a Porta”.
Diviene un’esigenza, quindi, sapere se nel Paese ci sia un’opposizione democratica o solo un gruppo di uomini rancorosi e vendicativi pronti all’imboscata anche a danno del Paese.
Già al tempo del precedente governo Berlusconi l’aria di intolleranza si avvertiva a fiuto. Ma allora il Parlamento era più variegato. C’era una sinistra dura e pura ed orgogliosa della sua intolleranza, e tra le due coalizioni in confronto non c’era mai stata una dichiarazione di riconoscimento reciproco di legittimità. A quei tempi, dalle file più oltranziste si arrivava persino a teorizzare la sospensione della democrazia per abbattere Berlusconi considerato il male assoluto.
Ma ora che cosa è cambiato? Dove sono andati a finire gli inviti al dialogo ed al confronto? Dove sono finiti il rispetto della democrazia a la legittimazione dell’avversario? Dove i buoni propositi di Veltroni di voler favorire il dialogo sulle regole comuni? Dove le prediche sulla necessità di guardare all’avversario politico non più come ad un nemico ma come ad un competitore? Dove le belle parole nel considerare chi sostiene l’altra parte non più come un pericolo per le istituzioni e per la libertà ma solo come un portatore legittimo di idee diverse?
Stiamo tornando ad un modo in cui solo affermare di essere moderati può rappresentare un pericolo, come negli anni di piombo, come ai tempi in cui le BR ed altri gruppi della criminalità politica spargevano sangue per il Paese. E questo modo, per molti di coloro che ancora oggi siedono in Parlamento tra le fila del PD, non è mai stato condannato come concezione criminale del confronto politico, ma solo come una sinistra che sbagliava.
Ma questa sinistra non ha già commesso molti sbagli in questo Paese?
Vito Schepisi su l'Occidentale

22 agosto 2008

Legalità e Giustizia

C’è chi si ostina a ritenere che ai primi posti delle questioni da risolvere in Italia non vi sia quella della giustizia. L’assunto poi è sempre seguito da una serie di considerazioni che finiscono col porre la questione della legalità come fondamentale principio da cui derivano una serie di provvedimenti da assumere nell’interesse delle popolazioni.
Ci sarebbe così da chiedersi come possa porsi una questione disgiunta dall’altra?
Ma si dovrebbe anche chiedere, a coloro che oggi focalizzano l’attenzione sulla legalità, dove fossero quando, nei due anni di governo Prodi, questa legalità non solo non era considerata degna di eccessiva attenzione, ma la sua mancanza, per ignoranza o calcolo, registrava persino episodi di rilevante gravità.
Grave, infatti, dovrebbe essere considerata l’offesa alla responsabilità ed alla dignità delle persone che, come per il caso Speciale, su nomina del potere esecutivo dello Stato, svolgevano servizi di grande importanza e delicatezza nell’interesse, appunto, del controllo della legalità.
L’interferenza nell’autonomia, nello specifico con protervia, del Ministero del Tesoro, nella persona del Vice Ministro Visco, senza giustificato lecito motivo, non è stato certo un grande esempio di attaccamento alla legalità, soprattutto per il significato che la questione assumeva per essere stata proprio la Guardia di Finanza di Milano, i cui vertici si volevano rimuovere, a porre sotto osservazione giudiziaria la scalata di Unipol alla Bnl ed i rapporti dei leader dei democratici di sinistra Fassino, D’Alema e La Torre con l’allora Presidente di Unipol Consorte, tutti uomini appartenenti alla stessa area politica del Vice Ministro Visco.
E neanche deve essere stata orientata al rispetto della legalità la goffa attività dell’esecutivo di Prodi, prima impegnato nel classico “promoveatur ut amoveatur” del generale Speciale con la proposta di nomina al Consiglio di Stato, e poi con l’attacco in Parlamento, all’onorabilità dello stesso Generale, pronunciato dal Ministro Padoa Schioppa, attacco ritenuto platealmente illogico in quanto in stridente contrasto con l’importante nomina prima proposta.
Ed affermare che le funzioni dello Stato devono trarre la loro legittimazione dai reciproci comportamenti rispettosi ed integerrimi non vuole forse dire che questi rapporti debbano rappresentare esempi di correttezza e legalità?
Lo stesso valga per il caso del consigliere Rai Petroni rimosso, sempre dall’allora Ministro Padoa Schioppa, senza motivo che non fosse altro che quello di avvicendarlo con un uomo politicamente vicino all’allora Presidente Prodi ed, anche in questo caso, in modo controverso ed illegittimo.
I casi Speciale e Petroni, prima di altri, costituirono i più eclatanti di un clima di “illegalità” che allora sono stati ignorati dagli odierni benpensanti della legalità, casi per i quali gli organi di giustizia competenti, Consiglio di Stato e Tar, hanno espresso giudizi di illiceità e disposto provvedimenti di reintegro nelle funzioni, sconfessando così le goffe, arbitrarie ed autoritarie iniziative di quel governo.
C’è da intendersi innanzitutto cosa si voglia intendere con “legalità”, perché non si faccia confusione. Le parole oggi vengono spesso pronunciate più per rendere immagini suggestive che per dar corpo a provvedimenti da adottare. Per alcuni sembra che legalità voglia dire semplicemente rimuovere il Presidente Berlusconi dall’incarico in cui, in virtù della maggioranza dei seggi conquistati in Parlamento alle ultime elezioni politiche di appena 4 mesi fa, è stato insediato dal corpo elettorale. Questo, però, sarebbe invece un atto illegale perché solo il Parlamento avrebbe la legittimazione per poterlo fare, con la sfiducia. E non sembra, al momento, che la maggioranza del Parlamento italiano sia orientata a questa soluzione, anche perché l’attività di questo governo pare sia sostenuta saldamente dal consenso degli italiani.
Battersi per la legalità deve invece essere inteso come un impegno costante su diversi fronti come, ad esempio: ripristinare la vivibilità delle città oggi rese insicure dal diffondersi della criminalità; prestare attenzione alla salute pubblica (sanità, smaltimento dei rifiuti, ecologia); offrire servizi efficienti ai cittadini; assistere malati, anziani, ed indigenti; proteggere la maternità e l’infanzia; garantire il diritto all’istruzione in modo diffuso e pluralista; prevenire e reprimere tutti i reati.
Ci sarebbe poi da intendersi su alcune altre questioni. E’ importante, infatti, stabilire che come non è lecita l’evasione fiscale, non è neanche lecita l’immigrazione clandestina. Non è giusto sottrarsi alla giustizia, o al giudice naturale, se non nei casi previsti dai codici, ma non deve essere inteso giusto neanche far politica attraverso la giustizia.
Una giustizia politicizzata finisce sempre con essere la negazione stessa della giustizia.
Dovrebbe essere immorale rimuovere i magistrati scomodi, com’è accaduto per De Magistris e la Forleo, solo quando i loro presunti comportamenti scorretti siano indirizzati verso una parte politica, ignorando invece i casi di altri, con atteggiamenti anche più eclatanti, che si distinguono nei loro atti per accanimento politico verso la parte avversa.
Non sono giusti i condoni fiscali ma neanche gli indulti, sebbene sia gli uni che gli altri devono a volte rispondere anche a criteri di opportunità ed a carenze della pubblica amministrazione. Non è onesto far pagare alle classi più bisognose le difficoltà delle imprese, ma neanche sottrarre al contributo fiscale, come tutte le attività produttive e commerciali, le catene di cooperative operanti nei settori più diversi dell’economia del Paese. Soprattutto se i loro ricavi finiscono per finanziare scalate bancarie o campagne elettorali.
La questione Giustizia, inoltre, non è solo questione di legalità ma anche di legittimità. Nessun potere, infatti, può essere esercitato senza adeguato controllo. I costi elevati, ancora, non consentono il dispendio di ingenti energie alla ricerca di argomenti più da gossip che da rilevanza penale. Se oggi tutto è spettacolo non vuol dire che si possa tollerare che anche la giustizia lo sia, e richiedere riservatezza e prudenza non deve essere inteso solo per rispetto della privacy e della dignità dell’uomo, ma soprattutto per una chiara scelta di civiltà.
La giustizia deve essere esercitata realmente in nome del popolo.
Ci sarà, pertanto, un modo di amministrarla tale da rendere la sua attività in empatia con le ansie e le preoccupazioni dei cittadini, magari in simbiosi con la richiesta popolare della prevenzione e repressione dei reati di più rilevante pericolosità sociale!
L’autonomia dei magistrati, inoltre, dovrebbe riguardare più l’esercizio della funzione che la sua libera interpretazione.
La legalità, infine, si può sviluppare e diffondere attraverso una profonda riforma dell’ordinamento giudiziario in cui centrale deve apparire la questione della separazione delle carriere, tra magistratura requirente e magistratura giudicante, soluzione che deve essere considerata alla base del giusto processo.
Non si può, infatti, pretendere legalità dove non si diffonde giustizia.
La magistratura ed i magistrati devono acquisire la cultura di considerare la funzione giurisdizionale come un servizio da rendere alla società ed alla democrazia e non come strumento per la propria scalata sociale e/o per la crescita del potere della “casta” in cui finiscono per arroccarsi.
Vito Schepisi

20 agosto 2008

Un Partito schizofrenico e depresso



E’ serrato il dibattito nel PD sulla fisionomia del Partito, sulla collocazione nelle grandi famiglie della democrazia europea, sulle scelte strategiche dell’opposizione e sugli uomini.
In un anno sono successe tante cose ed il quadro si è modificato completamente. Resta però uguale la grande confusione della scorsa estate, quando non esisteva ancora il PD e le componenti maggioritarie dell’Unione si apprestavano a fondare il nuovo soggetto politico. Si ebbe allora l’impressione che sorgesse, non per un comune sentire e per l’individuazione di una matrice politica in cui riconoscersi, ma solo per l’ambizione di creare un grande partito unico della sinistra e, per interessati calcoli elettorali, il primo partito italiano per consistenza numerica.
Per questa ragione il PD è parso più come una somma di influenze correntizie che come un grande partito riformista. Più uno strumento elettorale compromissorio tra cattolici di sinistra e post comunisti che una svolta matura di matrice liberale e progressista.
L’operazione che si voleva che emergesse dalla base per un nuovo modo d’essere sinistra moderna e democratica, sul solco dell’omonimo Partito Democratico degli Stati Uniti, naufragava di fatto nel più tipico dei verticismi. Si misuravano col bilancino ruoli e poltrone e si creava un apparente investitura democratica intorno alla figura del leader indicato dai vertici, Walter Veltroni. Con l’espediente delle primarie, con Prodi oramai fuori gioco e con assoluta mancanza di diverse alternative possibili, Veltroni veniva “nominato” segretario del PD. Persino Bersani era stato invitato a non presentare la sua candidatura. Una democrazia apparente. Le primarie si celebravano così, come una mera formalità, per mancanza di credibili candidature contrapposte.
Non è in questo modo che si forma un leader politico. Anche un brocco prevale in una competizione con i cavalli da traino. In questo modo si finisce invece col bruciare i potenziali leader politici, facendo perdere loro la necessaria autorevolezza.
Per la seconda volta, dopo l’investitura di Prodi, la sinistra aveva ripercorso la stessa strada di far calare dall’alto il leader designato dai potentati politici con lo scopo di vincolarlo alle macchine dei partiti e delle lobbies di riferimento.
Come allora, quando grande assente era la politica, mentre si diffondeva la crisi della sinistra riformista con la sua incapacità di elaborare proposte per affrontare le difficoltà del Paese, anche oggi grande assente a sinistra è sempre la politica.
C’è una manifesta incapacità di svolgere opposizione propositiva. La sinistra italiana non riesce ad uscire dall’abitudine al no pregiudiziale e rivela la sua incapacità di trovare spazi di confronto e di dialogo sulle iniziative del Governo e del Parlamento. Sembra che ci sia una barriera ideologica eretta per mancanza di cultura pluralista. In larghi strati della sinistra si manifesta una sorta di complesso di inferiorità verso coloro che sposano le soluzioni sbrigative ed autoritarie. Quasi una sindrome Di Pietro.
Sono due le cose che in questa realtà preoccupano:
la prima fa riferimento alla mancanza di una opposizione in grado di essere credibile come alternativa - cosa che deve essere considerata essenziale per una democrazia liberale compiuta;
la seconda attiene, invece, al dialogo sulle riforme dello Stato e della Costituzione.
E’ diventata, infatti, indifferibile l’esigenze di procedere alla scrittura delle nuove regole che sanciscano i principi della democrazia, della sovranità popolare, dell’esercizio e del controllo dei poteri. E’ improcrastinabile l’esigenza di adeguare la Costituzione Italiana sia ai mutati scenari proposti da una democrazia parlamentare consolidata, che alla necessaria velocità dei percorsi decisionali nell’era del “tempo reale” e della “globalizzazione” che coinvolge informazione, produzione, mercati e fenomeni economico-sociali in genere.
Il tempo del "ma anche" è scaduto” - afferma Arturo Parisi - unico che nel PD non mostra ritrosia nella critica a Veltroni. Ma non è solo questione del “ma anche” perché mancano persino i concetti da accomunare, manca del tutto una linea politica ed uno spazio su cui muovere i passi della proposta politica alternativa. E senza una proposta politica, cioè senza un indirizzo verso cui dirigersi si cammina a vuoto e si sprecano inutilmente energie.
E’ il caso della campagna della raccolta di cinque milioni di firme per “salvare l’Italia”. Un’iniziativa contestata da diverse personalità del PD e che non ha senso perché l’opposizione, che è parsa pregiudiziale, alle iniziative di questo governo è intesa invece dagli italiani, come indicano i sondaggi di diversa provenienza, come una incomposta reazione tesa ad impedire che l’identità e l’autorevolezza del Paese vengano recuperate. Quasi il volere un’immagine irrimediabilmente compromessa della Nazione. C’è una immaturità democratica ed una mancanza di spirito nazionale che spinge a compromettere gli interessi dell’Italia pur di far prevalere un giudizio negativo sulle azioni di governo.
Salvare l’Italia! Ma salvarla da cosa? Gli italiani nella scorsa primavera hanno votato per la coalizione di centrodestra per salvare il Paese dal declino in cui Prodi lo stava conducendo.
I “ma anche” di Veltroni non sono stati ritenuti credibili dalla maggioranza degli elettori. E non è stata ritenuta credibile una sinistra riformista che, con i suoi ministri e sottosegretari e con i suoi leaders, non si era mostrata capace di varare riforme ma, al contrario, era parsa impegnata solo ad ostacolarne il percorso. Non è stato ritenuto credibile questo PD che ripresentava i volti arcigni ed intolleranti di biechi conservatori appartenenti ad una casta impegnata nella gestione dei poteri che in Italia si annida imperturbabile da decenni e che svilisce l’operosità ed il coraggio di lavoratori ed imprese.
Invece di raccogliere le firme per “salvare l’Italia” il PD potrebbe impegnarsi a capire le ragioni della sua sconfitta.
Ha ragione Arturo Parisi quando afferma che “il PD da schizofrenico sta diventando depresso”!
Vito Schepisi


30 novembre 2007

La spallata del Cavaliere

A Piazza San Babila a Milano il cavalier Berlusconi la spallata l’ha data. L’annuncio del nuovo partito del popolo delle libertà ha avuto l’effetto di una spinta politica, almeno pari ad una vittoria parlamentare sulla maggioranza.
Per prevalere in Parlamento servono intese, spesso trattative e rigida gestione dei gruppi: a volte veri compromessi. In Parlamento con l’azione delle caste, e tra gli interessi particolari, può passare di tutto e persino il suo contrario. Anche il voto di scambio non ha ostacoli di valenza penale. Per prevalere nel Paese, invece, servono chiarezza, decisione e coraggio. Fuori dai palazzi della politica, infatti, servono parole chiare e saper interpretare i sentimenti del popolo.
Prodi fino ad oggi ha mostrato la capacità di prevalere in Parlamento dove agita la clava del dopo di me il v(u)oto, ed infila un voto dopo l’altro utilizzando di tutto: dai senatori a vita precettati, persino bloccati per votare, nonostante i loro impegni scientifici in giro per il mondo, agli avvertimenti minacciosi ed alle costanti pressioni. Tra il popolo, invece, Prodi trova fischi, proteste e tanto sconforto.
Berlusconi, lasciato solo dai suoi alleati, deluso dai “parrucconi” della politica, ha provato invece a confrontarsi direttamente con gli elettori: ed il popolo della libertà ha risposto compatto. Sono state, infatti, otto milioni le firme raccolte contro questo Governo, ritenuto inadeguato e dannoso e privo del consenso politico dei cittadini.
E mentre il popolo firma in massa, fa la fila ai gazebo, sottoscrive gli appelli su internet per chiedere a Prodi ed alla sua maggioranza di togliere il disturbo, Fini e Casini, sollecitati persino dalla stampa sempre critica, se non proprio avversaria, spinti a voler essere protagonisti contro la strategia di Berlusconi, covano l’idea di mettere nell’angolo l’ex premier. Azzardano una spallata al contrario, all’interno dell’opposizione, per assumere protagonismo e visibilità, per aumentare il peso politico ed elettorale dei loro partiti.
Dopo il voto favorevole al Senato, sul testo finale della finanziaria, incassato da Prodi, è emerso il significato dell’enfasi che giornali e persino gli alleati del centrodestra hanno voluto dare al voto. La crisi interna nella maggioranza, con alcuni gruppi che hanno dichiarato di votare a favore solo per senso di responsabilità, anche se non è sfociata nella caduta del Governo, è stata comunque una vittoria politica dell’opposizione. La presa d’atto nell’aula parlamentare dell’implosione della maggioranza di centrosinistra, è stata l’affermazione delle ragioni di una minoranza parlamentare che ritiene dissolta ed esaurita questa maggioranza politica.
Per alcuni non è stato così! Ed invece che esibire la vittoria per il cedimento della credibilità della sinistra di governo, per alcuni Berlusconi ha sbagliato ad annunciare e denunciarne l’implosione. Persino il difficile percorso della maggioranza, in piedi ancora una volta per il rotto della cuffia, viene così imputato a carico del leader di Forza Italia. Qualcuno tra i suoi ex alleati ha parlato persino di fallimento di una strategia politica.
Le mani libere! Ma libere da cosa? Quando si è all’opposizione, in particolare, le mani si liberano solo quando si è concordi nel contrastare le iniziative ritenute sbagliate. Se la maggioranza, come quella di Prodi, ha occupato il potere con sofismi e contraddizioni, facendo ritenere un’unione che nella sostanza non è mai esistita, avere le mani libere significa contrastarla con ogni mezzo.
Cosa vuole Casini o Fini che interessi al popolo delle libertà, arricchito da tanti ex elettori del centrosinistra, la loro necessità di visibilità politica? Mentre il popolo in massa firma, e firma anche a sostegno della loro opposizione, non è corretto rilasciare interviste con cui si prendono le distanze dalle strategie adottate e se ne annunciano nuove e divergenti, con l’evidente intenzione di isolare la leadership dell’opposizione e, soprattutto, con l’idea di rendersi protagonisti di stagioni politiche diverse.
Ciò che non si capisce è cosa, a loro avviso, dovesse fare invece l’opposizione? Forse augurarsi che la maggioranza fosse compatta ed a ranghi pieni, e votare contro solo per un esercizio formale? Nessuno si chiede ma scusate il Paese che dice? Il Paese che pensa? Il Paese che vuole?
C’è stato un voto circa 20 mesi fa in cui l’elettorato s’è diviso in due. Da quel momento i rappresentanti del 50% del paese, ignorando le promesse fatte agli elettori, e tra queste persino quelle della serietà, hanno ritenuto di governare contro il Paese . Alcuni, ispirati dal desiderio di vendetta sociale “anche i ricchi piangano”, hanno premuto per sommergere di tasse i contribuenti, col risultato contrario di far continuare a gioire l’alta finanza ed i capitali e far piangere ancora di più la povera gente.
Ora tocca al popolo delle libertà esprimersi, e Berlusconi non dia l’impressione di far marcia indietro. Il popolo è unito nel chiedere compattezza e coerenza e soprattutto la caduta di questo governo. ”La situazione dell’Italia non è buona”: sicurezza, giustizia, pressione fiscale, debito pubblico, sanità, servizi, infrastrutture, occupazione giovanile, precariato sono come tante ferite che se non curate diventano piaghe. E’ populismo volerle porle all’attenzione dei cittadini e provvedere a risolverle con il consenso dei diretti interessati? Sia populismo allora!
Al popolo non interessano i giochi della politica, ma le questioni di tutti i giorni, quelle che vive sulla propria pelle, interessa la forza e la coerenza dell’azione, senza i giochi ed i tatticismi della visibilità politica.
Vito Schepisi

28 novembre 2007

La riforma elettorale tra alchimie e furbizie

E’ opinione comune che le alchimie elettorali, più che essere un modo per assicurare al Paese governabilità e maggioranze omogenee e coese, servano ai partiti per tentare di assestare meglio la propria consistenza parlamentare e per poter esercitare pressioni politiche ben oltre il proprio peso specifico, anche contro il mandato della maggioranza del corpo elettorale.
Tra le scelte, alla base c’è già un intreccio iniziale da sciogliere: se optare per un sistema maggioritario o per un sistema proporzionale.
Mentre il primo, senza correzione proporzionale, favorisce prevalentemente il bipolarismo, rendendo necessario l’accordo tra partiti collocati in aree larghe (centrodestra, ovvero centrosinistra), pena il rischio di restare fuori dalla rappresentanza parlamentare; il secondo, quello proporzionale, favorisce la frammentazione e persino la convenienza a porre motivi di divisione.
Tra le opportunità del proporzionale per i gruppi minori, oltre ad esserci quella della possibilità di esercitare pressioni sulla maggioranza o sulle scelte del Governo, persino al limite di ogni decenza, c’è la possibilità di favorire di volta in volta l’adeguamento dei regolamenti parlamentari, anche attraverso deroghe di cui è divenuto costume l’abuso, onde creare diversi gruppi con tanto di sedi e rappresentanze, con costi sempre a carico dei contribuenti, ed ancora, fatto ritenuto di grande importanza, la possibilità di poter accedere al finanziamento pubblico.
Sia il maggioritario che il proporzionale sono scelte che rispettano in pieno i principi della democrazia: sono ambedue legittime espressioni del popolo. Appare però evidente che l’opzione proporzionale sia quella che più possa riflettere compiutamente le diverse anime del Paese e che più possa essere legittimata a sostenerne le istanze. Se si potesse trarre un giudizio di merito sulle regole di una democrazia parlamentare, si potrebbe affermare che il proporzionale puro possa essere la scelta più equa. La suddivisione in perfetta percentuale riflette, infatti, i limiti ed i confini di ciascuna forza ed offre l’immagine precisa del Paese.
Tutto questo in teoria ma, come si è detto, e soprattutto si è visto dal vero, la realtà è purtroppo diversa. L’obiettivo non deve essere, allora, quello di comprendere cosa ci sia di diverso, ad esempio, tra Casini e Mastella, o tra questi e Dini, o ancora tra Diliberto e Giordano. Una volta compresa la ragione del loro diverso sentire, se mai si possa comprendere, resta il fatto che ove l’uno, o l’altro prenda un “piccio”, se il loro apporto di voti parlamentari dovesse essere indispensabile, il Paese si troverà a dover attendere i comodi loro per poter adottare provvedimenti o varare riforme.
Ma la democrazia non può essere questa! Non si può ridurre il mandato popolare all’esercizio delle schermaglie di nicchia o agli interessi particolari e neanche, come abbiamo visto di recente tra Di Pietro e Mastella, alle rivalità personali. Se la civiltà del confronto richiede il massimo rispetto per le istanze delle minoranze e per il pluralismo delle posizioni, è vero anche che si debba prendere atto che c’è una maggioranza che ha un diverso sentire e che ha diritto di prevalere, laddove il suo diritto non sia lesivo di quello degli altri. Ed inoltre, se c’è una maggioranza nel Paese sugli indirizzi generali, non la si può ricercare continuamente persino sulle istanze particolari. Niente funziona in questo modo. Se si pigia sul freno, e si ferma la macchina che procede ad andatura continua e costante, a conti fatti, si rischia di consumare più energie e di arrivare in ritardo agli appuntamenti che nel caso di un governo sono quasi sempre i bisogni.
Tra i principi delle democrazie elettorali, per ovviare alle tante questioni, ce ne sarebbero alcuni abbastanza validi, sperimentati con successo in altri paesi. Ma non è detto che si possa importare un sistema che altrove funziona e presumere di farlo funzionare anche da noi. Le realtà sono diverse e sono differenti persino i profili costitutivi dei diversi stati. In Spagna ed Inghilterra, ad esempio, c’è la monarchia. In Francia e negli USA il presidente è eletto dal popolo ed ha ampi poteri. Sarà per questa ragione che l’occhio è continuamente puntato sul sistema tedesco dove il Cancelliere è espressione della maggioranza parlamentare.
Quello della Germania è un sistema elettorale misto: i parlamentari sono eletti metà col maggioritario e metà col proporzionale. Su questa seconda metà, però, c’è una soglia di sbarramento: i partiti che non raggiungono il 5% restano fuori dal parlamento. Non è detto, però, che col sistema tedesco si garantisca la governabilità: dopo le ultime elezioni, vinte di misura dalla Merkel, si è fatto ricorso alla grande coalizione per consentire la governabilità. In Italia. Invece, pur non avendo vinto le elezioni in entrambi i rami del Parlamento, Prodi ha respinto la proposta di un esecutivo dalle larghe intese. E’ interessante osservare, però, che in Germania non si può con un colpo di mano sfiduciare il governo in carica. Esiste, infatti, l’istituto della sfiducia costruttiva che prevede la proposta di un diverso premier e di una diversa maggioranza con cui sostituire il cancelliere e la maggioranza già in carica.
E’ opinione comune, come si diceva all’inizio, che le alchimie elettorali servano anche ad altri fini. Sono in molti, infatti, oggi in Italia a chiedersi se l’iniziativa del centrosinistra sia ispirata dai buoni propositi di dotare il Paese di una efficiente riforma elettorale più idonea alla governabilità e non, come da più parti si sospetta, per prendere tempo e superare le difficoltà di una maggioranza senza una vera e credibile proposta politica.
Sarà per questo che Berlusconi ha deciso di sedersi al tavolo per vedere le carte ed eventualmente smascherare il bluff di Veltroni.
Vito Schepisi

21 novembre 2007

Ognuno ora si assuma le sue responsabilità

Il più delle volte i percorsi più difficili si dimostrano i più facili e viceversa. Quante volte tra gli elettori del centrodestra si è diffusa rabbia e delusione nel vedere annacquare la forza d’urto dell’opposizione per la corsa verso la visibilità di leader molto ambiziosi ma confusionari, incoerenti e senza il necessario consenso popolare?
Dalla scorsa legislatura c’è ancora chi si chiede cosa avesse voluto dire Follini, ad esempio, quando parlava di “soluzione di continuità” ogni qualvolta il Presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, lanciava una nuova iniziativa politica. La forza di coesione del centrodestra aveva rappresentato uno dei pilastri su cui si era radicato il consenso politico del 2001. Ed è bastato un Follini che si fregiava del riparo di un Presidente della Camera, collocato in quel posto per grazia ricevuta, per disperdere credibilità e coesione e diradare altresì un patrimonio di voti che ha poi consentito al centro sinistra di vincere le elezioni politiche del 2006.
Sono bastati solo 24mila voti all’armata politica di Prodi, la più sgangherata dal dopoguerra ad oggi, per occupare ogni spazio del Paese. Ed è bastata una possibile difficoltà di Prodi al Senato per vedere Follini, senza indugio, saltare dall’altra parte della barricata.
I percorsi più difficili si mostrano invece i più facili quando si ha la percezione d’esser dalla parte del popolo e di interpretarne gli umori. E’ così che Berlusconi, frenato dai suoi alleati nel condurre un’opposizione decisa al Governo del declino, si è smarcato da coloro che spesso si sono dimostrati più palle al piede, o politicanti di un sacco ed una sporta anziché coerenti alleati. L’ha fatto alla sua maniera, dimostrando che il suo rapporto con pezzi della maggioranza non può che essere privilegiato, rispetto ai goffi tentativi dei “furbetti” di turno di scavalcare la sua leadership.
Anche Fini, sdoganato assieme al suo vecchio partito, il vecchio movimento sociale italiano, ritenuto più a ragione che a torto erede dei principi e delle simpatie del ventennio fascista, si è lasciato prendere da eccessi di ambizioni. Ha ritenuto di dover rilasciare interviste in cui si discostava dalle iniziative dell’opposizione, rilanciando persino la disponibilità a dialoghi separati con la maggioranza su riforma elettorale, sconfessando di fatto la richiesta di nuove elezioni su cui Berlusconi aveva investito impegni organizzativi e credibilità politica e per la quale milioni di italiani avevano appena posto la firma.
Cosa crede Fini che senza il sostegno e la copertura politica delle componenti liberali e democratiche del Paese il suo passato non gli sarebbe stato rinfacciato ad ogni piè sospinto? I voti alla destra missina erano considerati una volta “voti a perdere”, senza peso politico. Per espressa volontà di una consistente parte di quello che si definiva “arco costituzionale” il Msi era stato espressamente estromesso dal gioco del governo e delle maggioranze. Fini questo non dovrebbe dimenticarlo.
Alleanza Nazionale, dopo la caduta dei partiti tradizionali, nella cosiddetta seconda repubblica, ha potuto realizzare la sua evoluzione democratica tanto che ad oggi Fini ed AN si sono spinti fino a voler ricercare spazi in famiglie di più vasto respiro europeo, come il PPE. I novi tragitti sono il frutto del lavoro e del sostegno di forze politiche che si sono impegnate a far girare le pagine della storia sviluppando nuove strategie politiche che, nonostante le canee retoriche, chiudevano le pagine ed i capitoli della vecchia politica. Si è sviluppato un contesto in cui le vecchie ideologie totalitarie, in un’accezione larga e condivisa, venivano definitivamente condannate come crimini contro l’umanità, liberando così alle regole della democrazie espressioni più conservatrici che reazionarie
Le vecchie chiusure venivano così superate dalle fasi nuove dei rapporti tra i popoli dove i principi della democrazia e del pluralismo si costituivano come basi irrinunciabili di un lavoro e di un impegno comune. Su questa nuova prospettiva i componenti della vecchia Cdl hanno lavorato gomito a gomito, come sinceri alleati, per aprire nuove pagine e scrivere nuovi capitoli della storia d’Italia. Sono stati così dischiusi nuovi orizzonti e realtà diverse si sono affacciate ai nuovi contenuti e, slegate dai vecchi principi limitativi, si sono potute rivolgere ai concetti ed alle strategie delle forze politiche moderne.
Di chi è stato il merito di questa evoluzione, se non di una strategia di alleanze che toglieva ad ogni forza politica pezzi di passato stantio per unificare valori, come è emerso, negli spazi comuni di principi di libertà in cui il cittadino potesse sviluppare il suo ruolo di individuo responsabile?
Se questa strategia subisce una frenata perché sulle idee e sulla spinta propulsiva qualcuno si sfila, per ricercare collocazioni diverse, non si può poi pretendere che gli altri aspettino immobili che si facciano esperimenti, o si prendano iniziative divergenti, senza che di contro vengano percorse strade alternative, ritenute persino cautelative rispetto alle iniziative di altri.
Vito Schepisi

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