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20 gennaio 2009

Nell'attesa di vedere all'opera Obama, salutiamo George Bush

Ci sono circostanze in cui ciò che appare è solo un’immagine virtuale e ciò che poi si materializza può essere solo un fantoccio di carta che si infiamma al primo fuoco, per poi disperdersi immediatamente non rilasciando né luce e né calore. Speriamo che non sia questa l’immagine successiva all’evento del giorno in cui il nuovo Presidente degli States si insedia alla Casa Bianca ed assume il ruolo di Leader della potenza economico-politico-militare più potente del mondo.
Per ora, nell’attesa di vederlo impegnato sulle questioni calde della Terra, salutiamo l’uscente Gorge Bush, un amico del nostro Paese.
Molti italiani l’hanno apprezzato per la sua sensibilità e per la sua fermezza e ci piace ricordare, a tal proposito, quella mostrata nel 2007 a Roma nel respingere i tentativi della diplomazia Prodi - D’Alema di assegnare a questa sua visita un basso profilo. Piace ricordarlo soprattutto per la sua indifferibile volontà, nonostante la visibile irritazione di Prodi, d’incontrare l’amico Silvio Berlusconi, minacciando altrimenti di disdettare la visita.
Bisognerebbe prendere atto che un Presidente degli Stati Uniti, fosse solo per la sterile logica statistica, non può essere esente dal commettere errori. E’ l’uomo più potente del mondo con i suoi amici ed i suoi nemici, con le sue simpatie ed antipatie, con i suoi programmi ed i suoi sogni, ma anche con i suoi grandi elettori, le sue lobbies, le sue contraddizioni, le sue debolezze.
E Bush Jr. di errori ne ha commessi tanti, ma non più di altri. Ha ridato, però, un’identità agli USA dopo l’11 settembre, con l’orgoglio maturato nella consapevolezza d’essere l’epicentro dell’odio di quel fondamentalismo odioso che vede nel paese americano la terra del “diavolo” e la centrale dei valori occidentali da cui emerge la cultura dell’uguaglianza e della libertà, o dei diritti fondamentali, come sostiene su “il legno storto” l’amico direttore Marco Cavallotti.
Esce di scena un grande Presidente, nonostante l’odio ideologico neo-comunista di quanti mettono persino in discussione la tragedia delle Twin Towers a New York e parteggiano per Hamas o Hezbollah e sostengono, come l’ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, il diritto alla tecnologia atomica dell’Iran di Ahdaminejad.
Un grande Presidente che nelle difficoltà dei mercati, in quello del sistema economico americano, scosso dalla globalizzazione senza regole, nell’altalena del prezzo del greggio, tra le banche che deflagravano nella bolla della speculazione finanziaria, in piena crisi recessiva mondiale, ha saputo mantenere ferma la rotta, ricercando e trovando le misure più opportune per ridare nuovo impulso all’economia americana, e con esso coraggio e fiducia ai mercati del mondo.
Bush ha attraversato la storia in uno dei periodi più difficili per l’America e per l’intero modello occidentale. La guerra al terrorismo ha riacceso la tensione mondiale. Ma chi può dire oggi che, senza una presa d’atto coraggiosa dell’ardire spietato contro i sentimenti d’umanità propri della civiltà occidentale, le questioni del mondo avrebbero avuto un percorso di maggior sicurezza?
La storia, ma soprattutto gli eventi futuri potranno dare risposte più concrete ai dubbi ed alle preoccupazione di oggi. Resta, però, la convinzione che non si vince niente, neanche la pace, nell’inerzia e nella passiva rassegnazione ai soprusi. E’ come nelle strade delle nostre città in cui non hanno affatto ragione coloro che gridano di più o che occupano gli spazi che simboleggiano le nostre radici e le nostre tradizioni popolari. La tolleranza non può prescindere dalla dignità e dalla fermezza nel non consentire che siano offesi i sentimenti popolari, perché questi sono i valori del nostro comune sentire e le ragioni che uniscono la nostra comunità nazionale.
Arriva Obama, ma chi si aspetta che le questioni si risolvano, come se il nuovo presidente avesse la sua ricetta magica, incorre in più di un errore. Anche l’affermato approccio diverso ai problemi non è di per se una soluzione, ma soltanto un modo diverso di affrontarli. La questione economica e la recessione sono una realtà oggi e lo saranno per l’immediato futuro. La questione mediorientale registra solo una tregua di Israele, si pensa proprio in omaggio ad Obama, nella lotta tutta sua “singolare” contro il terrorismo palestinese che si intreccia con quello fondamentalista islamico, mentre l’Iran continua ancora a lavorare per realizzare la sua bomba atomica.
Auguri Mr. Obama!
Vito Schepisi

05 dicembre 2008

Veltroni e le chiacchiere

Come nei giorni precedenti alla data del 25 ottobre scorso, quella fissata per la manifestazione del PD al Circo Massimo di Roma, quando tra interviste e dichiarazioni sembrava che dovesse conquistare almeno la Florida da assegnare al suo “alter ego” Obama, anche in questo periodo, in previsione della riunione della direzione PD del prossimo 19 dicembre, Veltroni fa autotraining.
“Adesso basta con le confessioni anonime – afferma Veltroni in un’intervista a Repubblica - basta con i retroscena, basta con i veleni". Si carica, s’impone ottimismo, mostra i muscoli, si vuole convincere che sia un vincente, che può farcela, che si può fare. E dichiara d’esser disposto al più banale e ritrito dei modi di dire, mutuato dall’ipocrisia dei tanti manager e dei parolai che vogliono far breccia: Veltroni è pronto a “mettersi in gioco se questa si rivelerà la soluzione più condivisa”.
Nell’intervista rilasciata a Repubblica si attribuisce grandi successi politici, fra questi, naturalmente, anche la vittoria di Obama negli USA, oltre che il successo nel lancio della tv satellitare Youdem, rete televisiva del PD, naturalmente, con assonanza “americana”. Si loda per il successo della manifestazione di Roma e per la conferma del candidato in Trentino, spacciata per conquista elettorale ( è stato rieletto l’uscente, ma con calo dei consensi - ndr).
Omette, però, al contrario di Prodi e D’Alema, di citare tra i suoi successi la rimozione della spazzatura di Napoli, dimostrandosi persino più modesto dei suoi due compagni della sinistra. Non ha parlato neanche delle amministrative di Roma, dove era sindaco uscente, perse in malo modo dal centrosinistra e dal suo predecessore Rutelli. “A Veltrò….te possano” è stato il commento più sereno di un uomo di sinistra romano che mi è capitato di ascoltare e che aveva votato Rutelli, ma solo per “fede a sinistra” come ci ha tenuto a precisare.
Il leader del PD nell’intervista non ha fatto, naturalmente, cenno alla scivolata sulla questione Sky ed ha svicolato sui focolai di difficoltà nelle situazioni locali in cui il PD è presente a livello di gestione amministrativa. Realtà locali che interessano l’Italia in modo trasversale dal sud al nord e viceversa, investite da vicende diverse che vanno da quelle giudiziarie emerse ed emergenti, a quelle di crisi per questioni di lotta nella gestione del potere locale, con ampi dissidi interni al PD, ed anche alle tensioni nei rapporti con le altre formazioni politiche della sinistra.
Sembra che sia come se, dinanzi ad un incendio dirompente che sta distruggendo la casa, ci si compiaccia d’aver salvato l’album delle foto di famiglia. Va bene che è un’importante testimonianza dei tempi della vita, ma diviene difficile compiacersi dinanzi alla distruzione di tutto il resto.
Veltroni, però, è fatto così! Per recuperare risorse, può sempre scrivere un libro, magari questa volta, invece dell’alba, sarebbe bene che scoprisse il tramonto, e ricomprarsela la casa, come per quella per la figlia che studia cinema, non nelle università italiane (quelle sono per il popolo e per l’onda anti-Gelmini - ndr), ma tra i grattacieli di Mahanattan dove vivono i vip di New York.
Arturo Parisi del 2008 del PD ha un’idea differente. Commentando l’intervista di Veltroni a Repubblica, infatti, osserva: “quest'anno io me lo ricordo completamente diverso, ma soprattutto non riesco a dimenticare il disastro delle politiche e la sconfitta di Roma, dove lui era il sindaco uscente. Evidentemente dobbiamo ripassarci il calendario insieme”. Bene! Fatelo!
Leggendo l’intervista del leader del PD si scopre che “Berlusconi è impegnato in un attacco contro di noi che non ha precedenti”. I toni sono apocalittici, ma gli italiani hanno avuto l’impressione che sia accaduto l’esatto contrario e che sia stato invece Veltroni, con Di Pietro, per il gusto di mettere in difficoltà Berlusconi, ad agire cinicamente persino contro il Paese.
C’è uno sciopero generale il 12 dicembre prossimo, indetto dalla Cgil da sola, di cui Veltroni non parla, e che è uno sciopero contro l’Italia. Il leader del PD dovrebbe sapere che la recessione non è altro che la flessione del Prodotto Interno Lordo, e sapere anche che uno sciopero generale incide proprio sul PIL. Tutto il resto “so’ chiacchiere”.
Vito Schepisi

28 novembre 2008

Gli "interventi spot" di Veltroni

Dev’essere la parola d’ordine del momento. La usano oramai in tanti ed ovviamente anche Veltroni: “Domani (oggi per chi scrive - ndr) il governo prenderà delle misure e mi auguro che tengano conto della crisi e non procedano con interventi spot”. Anche in precedenza l’avevamo sentito dire, che l’esecutivo procedeva con “interventi spot”. In verità, abbiamo sentito anche di peggio.
Questa mattina sono così andato sul vocabolario per capire meglio cosa Veltroni volesse dire. La parola viene usata generalmente per due accessi. Uno che esprime un fascio di luce che illumina, tra tanti, un particolare della scena, ed è un termine usato in fotografia e in cinematografia. Ed ho pensato che Veltroni, diplomato in cinema, si riferisse a questo. Un altro, invece, attiene alla pubblicità e cioè a quelle sequenze di immagini sintetiche che si diffondono per promuovere un prodotto di consumo o esaltare l’efficienza di un mezzo. Ho pensato così alla esperienza comunicativa di Berlusconi ed alla idea di Veltroni che per l’attività del Governo il premier si servisse di effetti illusivi.
Se il Governo usasse gli “interventi spot” per mettere in luce le questioni e poterle affrontare con chiarezza, Veltroni darebbe all’esecutivo un giudizio tutto sommato positivo. A questo punto mi è sorto un altro dubbio: com’è possibile che il leader del PD esprima una valutazione positiva su questa maggioranza a cui non perdona il fatto che l’abbia battuto alle elezioni?
Ma Veltroni - mi sono chiesto subito dopo - l’abbiamo mai sentito esprimere un apprezzamento positivo su iniziative dello schieramento avversario?
Sin dal primo giorno il segretario del PD si è distinto nell’inseguire Di Pietro, in fuga verso un’opposizione pregiudiziale. E tutte le dichiarazioni del leader del PD di rottura con l’ex PM contrastano con il sostegno nei fatti ai toni ed al pregiudizio del leader forcaiolo dell’Idv.
Anche per l’immondizia di Napoli, mentre abbiamo sentito D’Alema e Prodi, assegnarsene il merito, Veltroni non ha mai riconosciuto quelli del Governo e né offerto sostegno e collaborazione, tanto da trovarsi persino in contrasto con il Presidente della Campania Bassolino, che invece al tempo mostrò di apprezzare le iniziative governative.
Veltroni si è solo distinto, ad esempio, nel contestare l’abolizione dell’ICI sulla prima casa, anche in modo scorretto, facendo passare l’idea che era una misura che favoriva i ricchi ed i proprietari di immobili, mentre alleggeriva la pressione fiscale solo su coloro che abitano in case di proprietà, alcune gravate da ipoteche e con rate mensili di mutui da pagare.
Non so se le due iniziative menzionate siano considerati “interventi spot” da Veltroni, o se sia considerata tale anche la tenacia del ministro Brunetta nel voler ridurre gli sprechi della Pubblica Amministrazione, e nel voler smascherare i fannulloni.
Prima del Governo di Prodi tra gli slogan della sinistra ce n’era uno relativo alle tasse in cui si sosteneva che pagandole tutti se ne potevano pagare di meno. Ora che ci penso, è strano che durante l’ultima campagna elettorale questo slogan della sinistra sia sparito: sarà stata la vergogna che si è fatta sentire! Perché, di grazia, ora la sinistra e Veltroni non sostengono il ministro Brunetta dicendo che nel pubblico impiego se lavorassero tutti si lavorerebbe di meno?
Ma se Veltroni quando parla di “interventi spot” si riferisse, invece, agli annunci della maggioranza di provvedimenti su questioni avvertite dall’opinione pubblica a cui non farebbero seguito iniziative risolutive ma solo immagini illusive?
Ogni provvedimento perché sia efficace deve tener conto di due necessità. La prima è quella di recare un vantaggio concreto e la seconda è quella di non modificare un quadro complessivo di equilibrio economico finanziario in modo tale da provocare lesioni all’intero impianto.
Nessun intervento di riparazione, infatti, raggiunge il suo fine se incide sulle fondamenta dell’intero edificio provocandone il crollo. Sarebbe il caso che anche Veltroni, che è di suo buon cultore di “spot”, sappia che non proprio tutto “si può fare”. Il Paese ha bisogno di serietà. La smettesse, pertanto, di giocare a fare l’Obama, o il fantasioso sognatore, per assumere atteggiamenti più consoni alle difficoltà del momento.
Vito Schepisi

18 novembre 2008

L'opposizione cavalca anche la recessione

In una azienda, se ci sono criticità, il personale si adopera a comprenderne la portata ed ad offrire il suo contributo per superare senza eccessivi danni la temporanea congiuntura. C’è di norma la collaborazione di tutti e non è importante stabilire se l’impegno sia per sostenere la propria occupazione o per sostenere l’azienda. Anche i rappresentanti dei lavoratori hanno il dovere di tranquillizzare le maestranze e di mediare con l’azienda i provvedimenti ritenuti utili per ridurre eventuali difficoltà produttive, ovvero spiegare ai lavoratori eventuali contrazioni di mercato o ancora la presenza di spirali di aumenti dei costi che frenano l’economicità dell’impresa.
Sarebbe stupido pensare che sindacati e lavoratori si possano disinteressare e costringere l’azienda ad adottare provvedimenti socialmente preoccupanti come, ad esempio, in presenza di difficoltà nel pagare sia i fornitori che i salari ai dipendenti, far ricorso ai licenziamenti o più ancora fallire.
La gestione di un paese è per molti aspetti simile a quella di una grossa impresa. I prodotti aziendali sono grosso modo i servizi che eroga ai suoi cittadini. In cambio della fornitura dei servizi lo Stato acquisisce una contribuzione in misura progressiva e proporzionale ed una imposta sui consumi. La raccolta delle risorse è definita con la locuzione di prelievo fiscale. Normalmente lo Stato utilizza le entrate fiscali come cassa per la spesa corrente e impegna le risorse economiche, poste nel bilancio preventivo con la legge finanziaria, per gli investimenti. Sulla base delle ipotesi di entrata, lo Stato stabilisce le sue attività, dà corso ai suoi investimenti e contrae anche debiti, facendo ricorso all’immissione sul mercato di prodotti finanziari che vengono acquistati dai risparmiatori italiani ed esteri.
In tutti i paesi civili del mondo, con l’economia in difficoltà per ragioni attinenti ai venti di crisi che soffiano sulle economie di tutti i paesi produttori, la politica e le parti sociali si stringono attorno agli interessi nazionali e ciascuno per la propria parte si rende disponibile a non far mancare collaborazione e responsabilità. Un paese destabilizzato, senza una politica economica supportata da strategie di contenimento della spesa corrente, ad esempio, per gli effetti negativi della recessione, andrebbe incontro a difficoltà ancora più pesanti come, ad esempio, la contrazione del potere d’acquisto dei salari e l’aumento del “prelievo fiscale”.
In Italia, gravata da un debito pubblico eccessivo, basterebbe anche uno scivolone in Parlamento sulla spesa e sui conti per creare enormi difficoltà. In tempi di recessione, infatti, tra le preoccupazioni c’è anche quella di stabilizzare il costo del debito finanziario. Questo costo è valutato, periodo per periodo, dalle società di rating attraverso indici di affidabilità da assegnare all’impresa paese. In un stato responsabile, pertanto, tutti sarebbero seriamente consapevoli che il deprezzamento del Paese renderebbe più acuta la crisi perché inciderebbe sul costo del debito. Tutti dovrebbero essere consapevoli che il maggior costo andrebbe a ridurre le risorse correnti e che, quindi, per finanziare la spesa, si dovrebbe far ricorso alla maggiore pressione fiscale e/o all’espansione del debito, tenendo però conto dei vincoli europei, come Maastricht, ad esempio.
Perché in tutti i paesi c’è consapevolezza e responsabilità, ed in Italia questo non accade?
Nel nostro Paese mentre la recessione preoccupa, oltre che il Governo, le famiglie, le aziende, ed i risparmiatori, sembra che invece lasci indifferente l’opposizione e quella fetta di sindacato che in questa opposizione si rispecchia.
Indire scioperi generali e contestare le riforme del Governo, anche per il taglio alla spesa, sembra la strada più irresponsabile che si possa seguire. Ad iniziare dal rischio di lasciare a terra la nuova Alitalia, solo per far dispetto a Berlusconi, nel riprovevole gioco del duo Epifani-Veltroni, per poi passare a tutta una serie di tensioni che vengono innescate nel mondo della scuola e dell’università, come nel pubblico impiego, a volte su questioni del tutto inesistenti o sulla base di provvedimenti di riqualificazione della spesa da cui non si può derogare, se si vuole offrire al Paese un quadro di efficienza e di lotta agli sprechi ed agli abusi, l’opposizione appare poco seria ed irresponsabile.
Mentre, negli USA, Obama e McCain si incontrano per concordare politiche di collaborazione per superare le difficoltà della recessione in atto, in Italia, invece, da aprile Veltroni continua la sua campagna elettorale fatta di piazzate e di pesanti accuse al Governo ed ai suoi rappresentanti.
Vito Schepisi su l'Occidentale

12 novembre 2008

Una Sinistra strana

La sinistra sta attuando il programma che gli riesce meglio. Sta imbrigliando l’iniziativa politica con l’idea di rendere grigia l’iniziativa del governo.
Il ragionamento è molto semplice. Se ci sono due coalizioni politiche di cui una è capace di essere sufficientemente coesa e di poter portare avanti un programma di riforme, mentre l’altra mostra attitudine solo a scontrarsi al suo interno; se una maggioranza non di sinistra riesce a risolvere alcune tra le ataviche emergenze del Paese, mentre l’altra è capace solo di rendere acuti i problemi e di creare nuove emergenze, l’unica cosa da fare per la sinistra è impedire che la coalizione avversa riesca a portare avanti il suo programma. Impedirle di governare, anche aizzandole contro la piazza.
E’ ciò che succede dal 1994 in Italia. E’ ciò che succede da quando la macchina da guerra di Occhetto ha perso a sorpresa le elezioni che riteneva d’aver già vinto.
E se non è stata la piazza ad essere usata, è stata la magistratura.
Quando si parla di lotta senza quartiere in nome di una presunta superiorità etica e di una maggiore sensibilità democratica, e si parla di difesa con tutti i mezzi della pretesa centralità della sinistra nella gestione del Paese, introducendo persino allarmi di pericoli, derive, emergenze, si ha idea di cosa la sinistra abbia fatto e continua a fare per osteggiare tutte le iniziative della maggioranza indicata dagli elettori italiani.
La sua azione è rivolta a contrastare anche le soluzioni che possano recare beneficio al Paese o essere apprezzate dai cittadini come scelte di buonsenso e di responsabilità.
Gli esempi non mancano e tra tutti si potrebbero citare le questioni della spazzatura di Napoli, la lotta alla criminalità ed il dramma dell’immigrazione clandestina. Sono emergenze che non avrebbero colore politico, non di destra o di sinistra, perché solo attinenti la qualità della vita.
Le regole di convivenza sono presenti, infatti, nei paesi con governi di destra e di sinistra e sono patrimonio più delle complessive conquiste civili che dei contenuti politici di un solo partito.
E’ un po’ come il liberalismo per Croce che sosteneva che la dottrina della libertà dovesse essere patrimonio più largo e diffuso tra gli intellettuali, da cui l’ipotesi di un liberalismo pre-partito.
La volontà dei cittadini di richiedere all’amministrazione del Paese di poter vivere con le loro famiglie in sicurezza, in un ambiente decoroso ed igienicamente sicuro, cautelando i simboli delle loro tradizioni e preservando le fondamenta della loro educazione, rappresentano le basi naturali di una ragione costitutiva della propria comunità.
Anche il multilateralismo e la società multietnica di cui si fa un gran parlare, soprattutto in questi giorni per la vittoria di Obama negli USA, hanno bisogno di criteri di guida imprescindibili, perché la cultura non può definirsi tale se demolisce le fondamenta delle tradizioni dei popoli.
Le origini, i costumi, gli usi non sono solo patrimonio materiale e reperti storici da esibire nelle mostre o epigoni culturali da discutere nei convegni, sono invece parte integrante della cultura e del sentimento degli uomini.
Gli individui e le società libere, pertanto, rifuggono il materialismo storico retaggio del marxismo rivoluzionario che annulla le coscienze individuali e si rifugia nella lotta di classe quale superamento dell’individuo e della sua storia.
Ciò che è più strano è che la nuova cultura della destra neo liberale, anche per l’espandersi della globalizzazione, incomincia ad apprezzare sempre più l’introduzione delle regole, anche in antitesi al liberismo economico, e quindi a rivalutare l’intervento dello stato quale soggetto economico che dirime i contrasti, attenua le tensioni e ammortizza i disagi sociali.
L’abbiamo visto con la questione Alitalia in cui è prevalso il senso della opportunità per il Paese, dinanzi persino alle regole di una Europa fondata sui principi della finanza e delle banche.
E’ strano perché la sinistra in sbandata ideale riesce persino a contestare alla destra questa scelta di coscienza solidale, di responsabilità sociale e di maturità democratica del governo.
Questa questione ricorda un po’ Agnelli che sosteneva che siano i governi di sinistra a realizzare i programmi della destra e, viceversa, quelli di destra a condurre le politiche sociali.
Vito Schepisi

07 novembre 2008

Stabiliamo i turni per satira e ironia?

In America tutto è possibile! Ma non è così in Italia! Nel nostro Paese le parole hanno un significato diverso a seconda di chi le pronuncia.
Anche nella nostra penisola incominciavamo a pensare che tutto fosse possibile e che satira, ironia ed humour fossero diventate il viatico per parlare e sparlare di tutto e di tutti. Da qualche giorno ci siamo invece accorti che non è proprio così.
E’ sufficiente gettare allegoricamente dalla torre Veltroni in TV che scoppia il finimondo. E se poi ci si lascia andare a scherzose battute, anche per sdrammatizzare una tensione che si taglia con il coltello, per il tentativo di Veltroni e della sinistra di impossessarsi di Obama, come se fosse il leader della sinistra mondiale, italiana compresa, ecco che iniziano i fuochi di artificio.
Per fortuna Barack Obama non è affatto il leader della sinistra mondiale; mentre di quella italiana, purtroppo, rimane Veltroni con il suo provincialismo e le sue ipocrisie.
Ricordiamo che per Bush il trattamento della sinistra è stato del tutto diverso. Anche lui ancora Presidente del paese più potente del mondo, lo stesso di Obama, è passato dalla bocca di tutti, Veltroni compreso, collegato ad apprezzamenti pesanti sotto il profilo personale, etico e politico.
C’è ancora chi nella sinistra lo collega ad un disegno complottistico per la tragedia delle torri gemelle a new York. La sua visita a Roma nel giugno del 2007 trovò, tra i componenti del governo di Prodi, espressioni di spregio e di malumore.
La sinistra “corretta” deve avere la memoria davvero corta se oggi non ricorda che la visita è stata persino sul punto d’essere annullata per una serie di ostacoli, questi davvero poco corretti. Si voleva che Bush avesse un profilo basso e che la visita seguisse solo un protocollo burocratico. L’impressione tra i liberali ed i (veri) democratici italiani è stata di un formalismo della nomenclatura in cui i protocolli dovessero essere rigidamente controllati e gestiti dall’esecutivo, come in un tipico paese del socialismo reale, o un qualsiasi regime dittatoriale sudamericano.
Il nervosismo e le manovre ostruzionistiche del governo di allora e del comando dei servizi di sicurezza per la volontà di Bush di incontrare Berlusconi, e di visitare la comunità di Sant’Egidio, apparvero fuori luogo ed esagerate, tanto che la diplomazia americana ricordò che incontrare il leader dell’opposizione per Bush era una consuetudine a cui non avrebbe rinunciato in Italia. I diplomatici Usa con questa radicata volontà erano persino pronti a limitare la presenza di Bush in Italia alla sola visita al Papa in Vaticano, se l’incontro con il leader dell’opposizione fosse stato ancora ostacolato. Questo incontro fu addirittura definito dallo staff di Prodi come una iniziativa “inopportuna e sgradita”. Per fortuna che, poco più di sei mesi dopo, “inopportuna e sgradita” fu considerata dagli italiani la permanenza di Prodi a Palazzo Chigi.
Ci hanno abituati a queste strozzature della libertà, datate solo poco più di un anno fa, ed ora si scandalizzano per una battuta scherzosa sul nuovo Presidente degli USA?
“Bello, giovane ed abbronzato” è proprio così dissacrante ed offensivo? Pensiamo che Obama abbia ascoltato di peggio nel suo lungo tour elettorale e che le parole di Berlusconi siano, invece, per lui motivo di un’amicizia che nasce sulla scia di un comune sentimento di gioviale libertà e di intendimenti comuni sulle questioni del mondo, tanto da potersi concedere tra loro persino toni scherzosi. Berlusconi non si sarebbe certo espresso nella stessa maniera, ad esempio, verso il venezuelano Chavez, il dittatore sudamericano che voleva comprare Alitalia assieme ad una cordata di piloti e di assistenti di volo sostenuta da Di Pietro.
C’è molto nervosismo nella sinistra, e sono passati solo sei mesi dal risultato elettorale. Ne dovranno passare ancora 4 anni e 6 mesi per poter tentare, come avviene in democrazia, la rivincita del consenso elettorale. Non sappiamo se questo nervosismo sia dovuto all’astinenza dal potere, o alla constatazione di avere così tanto poco da dire. Di certo a sinistra appaiono incapaci di rappresentare concretamente un condivisibile sentimento popolare che vada oltre le questioni strumentali.
Se siamo a questo punto, serietà per serietà, va bene se per satira ed ironia si stabiliscano dei turni? Va bene se nei giorni dispari tocca alla sinistra, mentre per i pari tocca alla destra?
Vito Schepisi

08 settembre 2008

Alla fiera dell'est del PD

Siamo quasi alle comiche. Arturo Parisi che riconosce i meriti di Berlusconi offende il PD: per Veltroni è, infatti, “offensivo ed irresponsabile”. La Festa del Partito Democratico si trasforma nella fiera dell’est dove per due soldi Veltroni un topolino comprò.
Se l’ideatore dell’Ulivo, amico di Prodi, avesse detto che le soluzioni politiche proposte da Berlusconi sono risultate efficaci, al contrario di quanto va sostenendo il PD, o se di questo avesse criticato la sterile e strumentale opposizione, sarebbe diventato il Giordano Bruno del ventunesimo secolo e condannato al rogo per eresia dall’inquisitore Walter Veltroni.
E’ blasfemo ed eretico per il segretario PD chi possa pensare che la maggioranza che sostiene il Presidente del Consiglio sia animata da strategie di sviluppo e che l’azione del governo s’interseca con la domanda che emerge dal Paese, al contrario della confusione isterica che anima invece l’opposizione.
Parisi, però, al contrario dell’esegeta dell’antipolitica Di Pietro (che fa politica ed ha un partito personale), non contesta a Veltroni arrendevolezza o convergenze programmatiche nei confronti del Cavaliere. L’ex ministro della difesa del governo Prodi assume solo posizioni critiche sulla validità della strategia veltroniana che fa apparire Berlusconi un vincente ed, al contrario, il segretario del PD un perdente. Parisi contesta a Veltroni l’abbandono della strategia dell’Unione che univa tutta la sinistra, ritenendo forse utile, per poter prevalere, l’utilizzo dell’unico collante capace a tenerli insieme che è l’antiberlusconismo. Una posizione pazzesca e sterile, inutile al fine di riformare e rilanciare il Paese ma legittima nella dialettica democratica.
Finora le posizioni critiche ed il confronto sulle strategie all’interno di un movimento politico erano considerate un segnale di vitalità, un valore aggiunto per la capacità di alimentare il dibattito interno. Il confronto delle idee e delle proposte, infatti, ha sempre una valenza di partecipazione e democrazia. Ma questo PD con Veltroni dove conduce?
E’ la Fiera dell’est dove alla fine resta di certo solo che Veltroni per due soldi un topolino comprò.
Sarebbero da considerare criticità, invece, tutte quelle azioni che mirano a scavare buche sotto i piedi del segretario per questioni di poltrone e/o di leadership, più che le posizioni di aperto dissenso sulla gestione e sulla strategia del Partito Democratico, che invece favoriscono la crescita culturale e la maturazione di un partito. A Parisi non viene riconosciuta neanche la lealtà di essere critico apertamente e senza sotterfugi, come si conviene nella sincerità dell’impegno politico. Viene liquidato con scherno “il partito è molto più avanti dei suoi rappresentanti”. Ma di questo, in verità, nessuno se n’era mai accorto!
Da Firenze ci si aspettava una indicazione ed un orientamento più preciso. La Festa del Partito Democratico, dopo le elezioni di aprile, e dopo un periodo di confusione e disorientamento dovuto alla difficoltà di assestarsi in un ruolo di opposizione serio e riconoscibile, era attesa come un momento di riflessione e di chiarezza. Doveva essere l’occasione per un nuovo passo avanti che stabilisse il rilancio del metodo della legittimazione reciproca. Doveva marcare la definizione di un nuovo comportamento, simile a quello delle grandi forze democratiche europee. E’ vero che non era un congresso e non poteva, pertanto, offrire nuove indicazioni di linea politica, ma dall’assise non è emerso nessun segnale di recupero per l’immagine di una sinistra moderna e riformista.
Non ci sono state definizioni né sulle strategie di un eventuale dialogo con la maggioranza sulle regole dello Stato e neanche indicazioni sulle riforme ritenute necessarie. Un partito riformista che è orientato alla conservazione su temi di grande rilievo sociale come ad esempio, la giustizia, la scuola, la sicurezza, la pubblica amministrazione, la qualità della vita nelle città, il decentramento federalista, fallisce nel suo ruolo e tradisce la sua missione.
Cos’è mai così un partito riformista che non propone riforme? Cosa un partito che sulle riforme crea ostacoli e politiche disfattiste, inseguendo magari Di Pietro e le sue strumentalizzazioni?
Sembra solo un Veltroni degli anatemi quello che è apparso a Firenze. Un uomo preoccupato per la sua poltrona. Più un Veltroni del non si può fare. Eppure è appena tornato da Denver negli Usa, dalla Convention del suo profeta Obama, dal suo “yes, we can”!
In verità, si ha la strana impressione che tra i democratici Usa s’incominci a temere la iella Veltroni!
Accusa Di Pietro di averlo tradito e prende le distanze dall’alleanza con l’ex magistrato. Gli sta scomoda l’Idv che gli ruba la scena catalizzando l’attenzione di coloro che si contorcono le budella dell’antiberlusconismo. Gli fa ombra il condottiero dell’assalto all’arma bianca contro il governo e la maggioranza. Il leader PD soffre la concorrenza del nuovo "signor no a prescindere". Questo finisce con essere un brutto sintomo di debolezza: un leader di un grande partito non può, infatti, temere la concorrenza di un uomo senza precisa fisionomia: un po’ fascista un po’ barricadiero e per giunta incapace di esprimersi.
Anche l’osservazione sugli errori di Prodi per aver spacciato nel 2006 per vittoria quella che invece non è stata tale, appare oggi strumentale. L’accusa all’Unione di aver respinto le proposte di convergenza con l’opposizione, per aprire una stagione di dialogo, non regge se il PD di Veltroni, adesso, non riesce a cogliere il valore di un serrato confronto sulla necessità di modernizzare lo Stato. Se non si avverte la necessità di intervenire laddove sacche di privilegi e di sprechi sottraggono le risorse per migliorare i servizi e per favorire il rilancio di iniziative utili all’ ammodernamento del Paese, si è fuori dalla sintonia con il popolo. Se si è indifferenti e si ostacolano le realizzazioni delle grandi opere che, oltre a segnare il tempo evolutivo della storia, favoriscono l’occupazione e lo sviluppo economico del Paese, non si è progressisti e riformisti bensì biechi conservatori.
Continua solo a mietere uno scarso raccolto il Veltroni dello stucchevole “ma anche”, come quando afferma che è pronto al dialogo con la sinistra alternativa, ma anche all’attenzione verso l’Udc di Casini con cui creerà “con intelligenza le condizioni di prossimità, a livello locale e nazionale”. E nel frattempo continua a rivendicare il successo alle ultime elezioni politiche per aver riscosso il 34% dei consensi.
Qualcuno gli spieghi che per vincere occorre avvicinarsi al 50%!
Alla fiera dell’est per due soldi Veltroni un topolino comprò.
Vito Schepisi

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