Le tragedie molto spesso sembra che siano un tutt’uno con il ricorso alla propaganda. La tentazione al moralismo si fa strada nelle coscienze più torbide. E se sono tragedie di morti per le nostre missioni di pace, se le vittime sono militari impegnati a difendere il diritto alla libertà di uomini e donne o a difendere il mondo intero dal pericolo del terrorismo, la tragedia si avvolge attorno al finto pacifismo ed all’orrore. L’infamia ed il pregiudizio non sono però meno vili della violenza e dell’odio ideologico. L’11 settembre 2001 a New York, con i morti delle Twin Towers, ha rappresentato l’episodio culmine della pericolosità e dell’infamia del terrorismo. Ma c’è da ricordare che è stato interpretato da tanti - così tanti da non poter essere considerati tutti solo fuori di senno - come la giusta punizione ai simboli della supremazia e del potere economico che le stesse torri, che sembravano arrampicarsi verso il cielo, rappresentavano. Dinanzi a circa 3000 morti di civili innocenti il giudizio ideologico ha tranciato la sua sentenza di condanna che è suonata come responsabilità per le vittime e che ha assolto gli spietati assassini.
Sulla stessa tragedia si è innescata una pista negazionista del terrore islamico, attribuendo la responsabilità della catastrofe ai servizi segreti di USA e d’Israele.
Si nega di tutto al mondo, perché negare non costa niente e si cattura la fantasia di tanti utili idioti. In questa negazione, però, si può comprendere quanto sia cinica e spietata l’arte della strumentalizzazione di ogni tragedia. C’è una corsa alla visibilità, al distinguo, al pronunciare parole di cordoglio miste a critiche ed intuizioni diverse. Tutti buoni, tutti lungimiranti, tutti esperti militari, tutti virtuosi, tutti commossi, tutti pacifisti. Tutti per tutto, e di tutto ancora.
Dopo ogni dramma è così: c’è sempre chi moraleggia e si scopre stratega o pensa di poter indicare la strada giusta. La verità è che non esiste una strada giusta. Non c’è una “exit strategy” che possa apparire come la soluzione migliore. L’unica guerra vinta è sempre quella non fatta, ma non sempre si sceglie di combatterla una guerra, a volte la si subisce, altre non si può fare a meno di prevenirla anche attraverso azioni militari, come accade per la missione ONU in Afghanistan.
Ma i tempi sono cambiati e se una volta si diceva che la miglior difesa fosse l’attacco, oggi diventa difficile continuare a sostenerlo. La guerriglia e la presenza di un nemico invisibile, il terrorismo che colpisce tra la gente, tra i civili, inaspettatamente senza motivo, senza un effettivo pericolo ma solo per far morti, per spaventare il nemico, per spingerlo a desistere, per vendetta, per fanatismo religioso e per destabilizzare una quadro d’insieme, per impedire la normalizzazione e la svolta democratica del proprio Paese, sono tutti elementi nuovi che impediscono di dare un senso razionale alle cose. Si vive alla giornata, senza sapere se si sta vincendo o perdendo. Si vive sperando che il nuovo giorno spunti per tutti i ragazzi lontani dalle loro case e dai loro affetti.
Sembra che la morte serva a ricordare che la vita in certe realtà non conti niente e che sia invece la cultura della insostenibilità dell’esistenza a prevalere sui sentimenti, sugli affetti, sul pensiero, sugli animi, sui diritti, sulla libertà, sulle scelte di ciascuno, sulla vita degli esseri umani.
Chi può oggi dire con serenità se sia giusto che americani, tedeschi, italiani, francesi, inglesi, olandesi, polacchi, turchi, spagnoli, danesi, rumeni, norvegesi ed australiani, sotto l’egida dell’ONU, siano impegnati in questa difficile e pericolosa missione?
Le recenti elezioni hanno visto la conferma, con brogli elettorali, del discusso Karzai a Presidente dell’Afghanistan, ma è giusto lasciarlo da solo a difendere il Paese dall’imposizione della legge coranica dei Talebani? Ma, soprattutto, è giusto lasciare la popolazione afghana sola alle mercé della vendetta degli “studenti di Dio”, fanatici assertori del fondamentalismo islamico?
Qualcosa, però, bisognerà farla! Non si può continuare in attesa della prossima tragedia. L’Italia dovrà discuterne con gli altri paesi. Bisognerà cambiare strategia, coinvolgere altri paesi ancora, snidare i finanziatori del terrorismo, ammonire chi fornisce le armi e gli esplosivi. Ciò che non bisogna fare, però, è lasciarsi trasportare dalle ipocrisie di chi sfrutta il dolore e la commozione per avere più visibilità.

