
21 giugno 2011
La sinistra è in confusione

30 aprile 2011
Vendola, il PD. la Puglia, il Paese

04 aprile 2011
Il sottosistema di potere della sanità pugliese (I^parte)
16 dicembre 2010
La triplice alleanza
E poi arrivò Cicciobello! E così Pierfurby, Gianfrego e Cicciobello hanno siglato una nuova intesa: la triplice alleanza. È la gestazione di un nuovo polo, quasi un altro gruppo parlamentare, forse domani un nuovo partito chiamato Alleanza per la Nazione. Sullo sfondo c’è tanto vecchio che si ricicla. Tra loro, c’è anche La Malfa.
Molti dei protagonisti sono i navigatori inquieti della politica italiana. Da Rutelli a Fini, hanno militato, fondato, rimosso e poi composto e scomposto più partiti e alleanze loro, di quante siano state tutte le composizioni e scomposizioni politiche dal dopoguerra in poi.
Il patto tra i leaders di questi partiti minori, per lo più scissionisti e di variegata provenienza, nasce col proposito d’essere da riferimento per chi dissente dallo scontro culturale e politico tra centrodestra e sinistra. In verità, per i propositi e per lo strabismo della loro collocazione politica, fermamente ed istericamente all’opposizione, contro il governo ed a fianco del PD, in definitiva appaiono e sono soltanto contro Berlusconi. Lo sono per varie ragioni, persino per la tempistica della loro iniziativa, lo sono per ambizione, per ragioni di concorrenza e per risentimento.
Tutti considerano il premier come unico e vero bersaglio. Tutti lo additano come il nemico, come se per timore di apparire velleitari e superflui sentano di dover reagire e di provare a difendersi.
Se Rutelli, Casini, Fini, La Malfa, Mpa, Guzzanti e altri che rappresentano solo se stessi, sostengono di essere alternativi sia al Pdl che alla sinistra, in verità non è affatto così. Si uniscono per contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra. Mirano solo alla caduta del Cavaliere. E sono, invece, osservati dal PD con interesse. I protagonisti della nuova Alleanza ne sono consapevoli e se ne vantano: si sentono, persino, gratificati dai commenti positivi, ma non certo disinteressati, dei leaders della sinistra. Nel PD non si fa sentire nessuna presa di distanza e nessun distinguo, fossero anche per ovvie ragioni di concorrenza, ma solo un coro unanime di soddisfazione e di auspicio. E’ evidente che il Pd trova nell’azione dei “congiurati” gli stimoli per il proprio rilancio.
Dopo tutti gli espedienti falliti per liberarsi del leader del Pdl, senza mettere in campo alcun merito, continuando a non manifestare grandi idee e senza riscuotere enormi consensi popolari, dopo averle provate proprio tutte, dal tentativo dell’aggressione giudiziaria, a quella dell’utile idiota da scaricare rapidamente, a quella del fango e del gossip, nel PD sembra che ora si vada a consolidare l’idea di un nuovo e diverso percorso per sottrarre consensi elettorali a Berlusconi.
Nel partito più confuso d’Italia, non si cerca di acquisire consensi più larghi, introducendo politiche di maggiore coerenza e di più ampio respiro popolare, si pensa solo a sottrarre voti al “nemico”. Nel Pd c’è chi immagina di potersi ora servire di un’Armata Brancaleone, capeggiata da avventurieri di diversa provenienza, per raggiungere l’obiettivo di sedici anni di battaglie politiche. Gli strateghi della sinistra “impossibile” immaginano che, sfruttando l’astio personale e le smodate ambizioni di alcuni, in definitiva esca un buon lavoro per loro.
Nel PD, e le dichiarazioni di D’Alema lo confermano, s’è accesa una fiammella di speranza per spaccare l’area moderata del Paese e per vincere le elezioni: un po’ come fece Mussolini che realizzò il trionfo del suo fascismo sulle ceneri delle contrapposizioni tra le forze democratiche, liberali e popolari del Paese.
C’è da cogliere una conclusione storica che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile. Nessuno avrebbe, infatti, immaginato che una parte di quegli uomini che hanno raccolto la tradizione e i sentimenti dell’Italia fascista, trasformandoli in valori nazionali e patriottici, poi trovasse applausi nella parte politica che ha ereditato, invece, i sentimenti del massimalismo marxista e dell’internazionalismo comunista. Se si perdono però i valori di riferimento, se identità, famiglia, lealtà, sicurezza diventano relativismo e fini (il nome è un presagio!), a conti fatti, anche quest’aberrante realtà ci sta tutta.
La triplice alleanza tra la Germania, gli austro-ungarici ed il Regno d’Italia fu un patto militare di carattere difensivo per difendersi dalla Francia e dalla Russia, quella di Casini, Fini e Rutelli sembra, invece, più un’alleanza di carattere offensivo: si accordano per far fuori Berlusconi, mentre Bersani e Vendola stanno a guardare e sono pronti a trarne vantaggio.
Vito Schepisi
05 novembre 2010
Al di sotto delle parti
L’attacco alla Democrazia in Italia arriva sempre più dalle Istituzioni. Soprattutto da quelle che non hanno una vera legittimità popolare e che beneficiano di incarichi che dovrebbero essere al di sopra della parti, ma che non sempre lo sono. Gli incarichi istituzionali sono spesso assegnati con accordi bipartisan o, se previsti dalla Costituzione, assegnati con le procedure ivi previste, per rappresentare lo Stato e garantire la correttezza delle sue funzioni, non invece per occupare il campo di gioco.L’ultimo sfregio all’indipendenza delle Istituzioni l’ha inferto il vecchio “enfant prodige” di quello che fu il partito comunista italiano. Il marinaretto Massimo D’Alema, infatti, nominato Presidente del Copasir, l’organismo che controlla i servizi segreti, traendo spunto dalle campagne di stampa, ha insinuato che la sicurezza del Premier sia compromessa dalle sue scelte di vita privata, ed ha lamentato, altresì, un aggravio dell’impegno degli agenti preposti alla sua sicurezza a causa delle sue frequentazioni. Per D’Alema, in definitiva, Berlusconi farebbe bene a starsene chiuso in casa e senza frequentare nessuno.
Ma quello di un servizio di controllo e di sicurezza sui servizi, che provi a far rimbalzare le ondate mediatiche di gossip e le insinuazioni, è un modo singolare ed improprio di assolvere le proprie funzioni. Sarebbe, invece, auspicabile che il Presidente del Copasir faccia con la dovuta discrezione solo il suo mestiere, insomma che lo faccia seriamente ed in silenzio!
Ad usare le Istituzioni, per compiacere la propria e l’altrui passione, aveva già provato, e con altrettanta platealità, Oscar Luigi Scalfaro. Ma un Capo dello Stato che diviene parte attiva di un ordito politico in cui si ribaltano le scelte degli elettori è più simile ad un “caudillo”sud americano, che non ad un garante delle istituzioni di un Paese libero e democratico. Il ribaltone del ‘94 è stato così l’epilogo della stagione dell’Italia “democratica ed antifascista”, quella dominata dalla retorica, per lo più moralista, di tanti ex fascisti riciclati, ed apparsa più simile ad un regime di stampo autoritario, che ad una vera democrazia liberale.
Non ci meraviglia, pertanto, che in quella l’Italia si sia formato politicamente anche il giovane D’Alema.
In tutte le democrazie di tradizione occidentale, la sovranità appartiene al popolo e sono gli elettori che stabiliscono le scelte politiche. Non potrà accadere, ad esempio, che primi ministri come la Merkel o Calderon, piuttosto che Zapatero, o Capi di Stato come Sarkozy ed Obama, eletti direttamente dal popolo, possano rischiare d’essere sostituiti da una maggioranza formatasi, invece, attorno ai partiti di opposizione, benché rafforzati da scissioni di voltagabbana eletti con i partiti di maggioranza. Fuori dall’Italia non è possibile che accada senza il necessario passaggio elettorale.
Ma questo è ciò che accade nel resto del mondo libero!
In Italia le cose possono, però, andare diversamente. Può accadere che dal Presidente della Repubblica, al Capo del Copasir, passando per il Presidente della Camera, ci si preoccupi, invece del logoramento di Berlusconi, che poi ha i voti degli italiani. C’è chi lo fa come parte attiva, abusando di una visibilità istituzionale, e chi con ipocrisia e finzione; chi ponendosi speciose questioni, e chi traendo spunto dall’animosità politica di alcune testate. Il fango non importa da dove provenga purché sia tanto e purché insudici. Ma il fango è sempre un composto melmoso dovuto alla composizione di più materie.
Per la Costituzione Italiana all’art.1, dopo il primo comma, retorico e banale, con cui si declama una Repubblica fondata sul lavoro, come se potesse essercene un’altra fondata sull’ozio, c’è scritto che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Chi ha votato per il centrodestra, pertanto, avrebbe tutte le ragioni per pretendere che il Presidente della Repubblica assolva al dovere morale di registrare con onestà, come farebbe un notaio con un atto stipulato per volontà delle parti, l’indirizzo politico espresso dal popolo (la sovranità). E sarebbe anche opportuno che faccia intendere, se non proprio dirlo con chiarezza, che non ci sia un’alternativa politica a questa maggioranza. La volontà popolare nel 2008 è apparsa, infatti, inequivocabile (oltre il 9,2% di differenza tra centrodestra e centrosinistra), come tale era stata anche nel 1994, al tempo del ribaltone di Scalfaro. E se non c’è alternativa politica, non c’è neanche governo tecnico che tenga: sono finzioni da prima repubblica.
I nominati delle Istituzioni vagheggiano, invece, i metodi del vecchio sistema proporzionale: quello in uso fino alle elezioni politiche del 1992. Fino ad allora le scelte le facevano i leader dei partiti. Esisteva la partitocrazia ed il sistema consociativo. In un sistema elettorale proporzionale con il recupero dei resti, ed in un contesto partitocratrico, fondare un partito poteva essere come vincere almeno un “cinque più uno” al Superenalotto. Alle urne non perdeva mai nessuno. Vincevano tutti. E capitava anche che chi perdeva venisse chiamato al Governo. La politica paradossalmente adottava il principio olimpionico: l’importante non era vincere, ma partecipare. Se si vinceva, tanto meglio! I partiti però vincevano sempre, chi più e chi meno; ma anche un perdente c’era sempre: il Paese. Il sistema non assegnava mai una maggioranza parlamentare chiara. Con 50 e passa partiti ogni maggioranza diventava possibile: bastava eludere le scelte e privilegiare le strategie di partito.
L’importante era incartare qualche parlamentare e partivano una serie di diritti e di rimborsi spese. I partiti così nascevano come funghi. Di alcuni non si è mai saputo in cosa differissero dagli altri. Per raccogliere voti si inventava di tutto e nascevano anche, ma con scarso successo, il partito dell’amore e quello della felicità. Alcuni si scindevano. Sorgevano persino le guerre dei simboli. A quel tempo era un po’ come accade oggi per il sud, con le tante nuove formazioni politiche che ne propongono l’attenzione ed il riscatto. Ma anche oggi c’è il vago sospetto che si cerchi solo uno spazio da occupare. Alcuni lo fanno strumentalizzando le difficoltà e le carenze, ma si stenta a credere che così il sud possa davvero contare di più.
Ai tempi della prima repubblica a pagare era sempre il contribuente, soprattutto quello a reddito fisso, gli altri erano per lo più nullatenenti, se non assistiti con la fiscalizzazione degli oneri sociali e la socializzazione delle perdite di esercizio. Anche il fenomeno dell’evasione fiscale è figlio di quello stesso sistema partitocratrico che alcuni oggi vorrebbero rivitalizzare, anche se per pudore non lo dicono. Ci lavorano, però! A quei tempi le questioni si risolvevano facendo ricorso alla spesa. Se non c’erano soldi in cassa, si emettevano titoli di debito pubblico, trasferendo l’onere alle future generazioni. E’ la Storia che si ripete con monotonia e sono sempre i figli a pagare gli errori dei padri.
Anche oggi i partiti ritornano a crescere. Alcuni dureranno una stagione. Tra questi molti dei nuovi partiti che si richiamano al sud, ma tra questi c’è anche il nuovo gruppo ispirato da Fini che si chiama Futuro e Libertà che un po’ equivale a dire facciamo oggi ciò che vogliamo (libertà) tanto al domani (futuro) ci penseranno gli altri. In questo nuovo partito che nasce non a caso a primeggiare, oltre a Fini, c’è un signore di Napoli che si chiama Bocchino e che si è distinto solo per il consociativismo amministrativo a Napoli ed in Campania.
14 ottobre 2010
Santoro e più Santoro

Se Santoro fosse un conduttore di un programma televisivo privato, o un editorialista di una testata giornalistica, ed avesse mandato a quel paese il suo direttore di testata o il suo editore, senza trarne le dovute conclusioni, cioè senza farle seguire dalle dimissioni, avrebbe sbagliato due volte. La prima nell’aver approfittato della fiducia del suo datore di lavoro e del responsabile legale della testata e la seconda per non aver fatto seguire ad una posizione così dirompente le sue dimissioni.
Ma nel privato sarebbe stato costretto a trovarsi un altro lavoro.
Santoro, però, è un giornalista della Rai pubblica, un giornalista che gode di una sua posizione privilegiata. Non è uomo che accetta ciò che vale per tutti gli altri comuni mortali. Santoro non ammette i suoi errori, anzi non li ha mai considerati tali, perché per il suo egocentrismo ad aver torto sono sempre gli altri. Si sente forte perché è un vincitore, non di un concorso, ove la cosa sarebbe anche corretta per pretendere il diritto al mantenimento del suo posto di lavoro, ma di una causa contro la Rai. Un magistrato, infatti, ha ritenuto che la Rai fosse obbligata a dargli uno spazio in prima serata per legge, come se fosse, in una separazione legale, l’assegno di mantenimento di un coniuge verso l’altro.
Santoro uscì dalla Rai sbattendo la porta – facendosi però eleggere, senza dar molto di se, deputato europeo dei DS nel 2004 - a seguito di una striscia polemica che fece seguito alle parole del premier Berlusconi, nel 2002, in Bulgaria: « L'uso che Biagi... Come si chiama quell'altro? Santoro... Ma l'altro? Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga ».
Lo sfogo del Premier aveva una sua ragione. Durante la campagna elettorale del 2001, la Rai presieduta dal Prof. Zaccaria si era schierata compatta contro l’allora leader dell’opposizione Silvio Berlusconi. Mai la programmazione della tv pubblica era mai stata così caratterizzata da un fuoco così concentrico e senza risparmio di munizioni contro il leader dell’opposizione. Persino la satira che prende normalmente di mira chi governa, in Italia faceva l’esatto contrario.
La vittoria dell’Ulivo di Prodi del 1996 aveva perso la sua forza propulsiva e soprattutto la sua compattezza, fino a dissolversi con la frattura del partito della Rifondazione comunista. Cossiga, per sostituire i voti di Bertinotti e per far eleggere Massimo D’Alema alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, aveva sospinto Mastella a formare un nuovo partito con parlamentari eletti tra le fila dell’opposizione. Lo scopo era quello di dar vita ad un governo che andasse a fare la guerra in Kosovo. Per la prima volta, così, nella storia del nostro Paese, un post comunista diventava Capo del Governo. E per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia diventava protagonista di un conflitto armato ed inviava i suoi aerei a bombardare obiettivi militari e strategici in Serbia.
Con D’Alema alla Presidenza del Consiglio si apriva anche una fase politica molto chiacchierata, tanto da far dire a Guido Rossi, già senatore della sinistra indipendente e più volte Presidente Telecom, che Palazzo Chigi si era trasformata in una Merchant Bank. E dopo una sconfitta elettorale alle regionali del 2000, D’Alema, visto dagli italiani come un Premier non eletto dal popolo, cedeva le armi e veniva sostituito da Giuliano Amato che, a sua volta, l’anno successivo veniva sostituito da Francesco Rutelli ( u bell’ uaglione, per usare la definizione di Prodi) per guidare la campagna elettorale del 2001. D’un colpo la sinistra bruciava ben 4 suoi uomini: Prodi, D’Alema, Amato e Rutelli.
La sinistra nel 2001 appariva in evidente difficoltà, e non solo per la carenza di una leadership autorevole, ma anche per mancanza di idee. Per allentare lo spettro della disfatta, la tv pubblica era stata schierata, compatta, a difesa del suo fortino e contro l’opposizione. Le parole di Berlusconi in Bulgaria intendevano, pertanto, stigmatizzare questo atteggiamento, per sottolineare l’insufficiente maturità democratica e l’intolleranza al pluralismo della sinistra. Ed è la stessa convinzione che resta tuttora ben radicata di una sinistra che, quando vince, non lascia spazio neanche ai sospiri, figurarsi all’informazione libera.
Dopo quello che fu definito “l’editto bulgaro” di Berlusconi, e dopo l’irrogazione nell’ottobre del 2002 a carico di Santoro di un provvedimento disciplinare del Cda Rai, per i contenuti di due puntate della trasmissione “Sciuscià”, il programma di Santoro non veniva confermato nel palinsesto Rai. Nel giugno del 2003, però, il Tribunale di Roma, accogliendo la causa di lavoro intentata dal conduttore, stabilì che gli fosse assegnato in Rai un programma «di approfondimento giornalistico a puntate collocato in prima o in seconda serata con dotazione delle risorse umane, materiali e tecniche, idonee ad assicurare la buona riuscita di esso, in misura equivalente a quella praticata per i programmi precedenti».
Per sciogliere questo “vincolo giudiziario”- è bene ricordarlo - e per concedere di liberarsi della sua presenza, al termine della scorsa stagione televisiva, Santoro chiedeva alla Rai di svenarsi con i soldi dei contribuenti.
E’ in virtù di questa sentenza che il conduttore di “Annozero” fa la voce grossa, come colui che ha un fratello campione di karatè e si consente di fare il bullo con tutti minacciando l’uso del fratello. La stessa voce grossa che fa tuttora, dopo che il Direttore Generale Rai Masi ha adottato un provvedimento di sospensione per 10 giorni dal video e dallo stipendio, per le parole offensive usate nei suoi confronti, per la “colpa” di aver richiesto, per le trasmissioni di approfondimento, maggior pluralismo ed un pubblico in studio non schierato. Regole che in democrazia sembrerebbero normali, ma non per il conduttore di “Annozero” che, evidentemente, preso dal suo “io”, le considera limitative alla sua libertà professionale.
Vito Schepisi
15 settembre 2010
Se tagliassimo ...

Se tagliassimo del 20% le spese degli enti locali, dalle comunità montane alle Regioni, ed eliminassimo le province, lasciando solo, ad esempio, quelle delle città costituite come aree metropolitane, con gli organismi rappresentativi composti da amministratori dei comuni che ne fanno parte e senza assessorati e complesse organizzazioni burocratiche?
E se tagliassimo i consigli d’amministrazione di tutte le municipalizzate, di tutti gli enti statali e parastatali, di tutte le asl, di tutti gli enti di Stato, sostituendoli con organismi più snelli ma soprattutto con i giusti compensi, tali da non recare offesa all’impegno di altri che, a parità di titoli, di professionalità e di tempo impiegato, guadagnano enormemente di meno?
E se ancora tagliassimo i tanti privilegi di tante categorie di lavoratori, gli automatismi di carriera, le tante nomine a dirigenti e le tante promozioni a fine carriera per alzare la pensione, Presidenti di Corte Costituzionale compresi, e tagliassimo un po’ di quella mentalità di usare lo stato come una variante della cassa integrazione guadagni, ovvero come un grande ammortizzatore sociale che trasforma il nobile principio del diritto al lavoro in un meno nobile diritto al salario?
E se pensassimo che la politica sia un diritto di tutti, ma che va esercitato da chi voglia porre il proprio impegno al servizio della comunità, ricevendone un compenso adeguato e tale da ricoprire i costi del suo esercizio, e da consentire, altresì, un tenore di vita dignitoso con un sistema di continuità nell’erogazione dei contributi sociali, tali da non procurare un danno economico alla maturazione, come per tutti i lavoratori ed i liberi professionisti, delle prestazioni previdenziali? E naturalmente abolendo le buonuscite ed i vitalizi?
Se insomma fossimo anche rimasti scandalizzati dinanzi alla notizia di un ex detenuto in attesa di giudizio, già Vice Presidente della Regione Puglia, arrestato qualche mese fa perché accusato di una storia di soldi e favori a luci rosse, ricevuti in cambio di appalti e forniture nella sanità pugliese, ed ora a piede libero in attesa del processo penale, che percepisce da subito e prima dell’età pensionabile un assegno mensile di 10.000 euro lordi, e che ha incassato, con un mandato di pagamento del 25 agosto 2010, firmato dal dirigente del Servizio Amministrazione e risorse umane della regione Puglia, una buonuscita di circa 400.000 lorde, pari ad un anno intero di stipendio, indennità comprese, per ogni legislatura fatta, che nel caso del dalemiano Frisullo sono state tre, e che è come lavorare (si fa per dire) per cinque anni ed essere pagati per sei ( come un Tfr pari al 20% per ogni anno)?
E se, infine, i cittadini italiani, magari chiamati ad esprimersi con un apposito referendum abrogativo, proibissero l’utilizzo di fondi pubblici per sponsorizzazioni di manifestazioni canore, sportive e teatrali? E se fosse interdetto alle amministrazioni locali di aprire sedi di rappresentanza all’estero ed in Italia, in regioni e comuni diversi da quelli amministrati? E se le macchine blu di ministri e amministratori fossero dotate di una scatola nera in cui venissero indicati tutti i tragitti effettuati e fossero controllati attraverso un registro degli impegni amministrativi e di rappresentanza degli aventi diritto? E se fosse proibito ricorrere a consulenze esterne in ministeri, enti pubblici e Comuni, regioni e province laddove esistono all’interno delle strutture appositi uffici con tanto di dirigenti e di personale pagati per assolvere questa funzione? E se fosse proibito ai ministri, ai manager di enti, ai Presidenti di Regione di far assumere personale al seguito per mansioni di consulenza, ufficio stampa e segreteria? E se tagliassimo almeno del 10%, ma anche di più, il personale degli enti pubblici e dei ministeri adottando il criterio dello sfoltimento progressivo ricavato dal pensionamento non reintegrato? E se tagliassimo i permessi sindacali e ponessimo le parti sociali dinanzi alla responsabilità civile per le azioni di protesta che travalicano il giusto principio del diritto di sciopero e della legittimità degli strumenti e della forma della protesta?
E se agli evasori fiscali sorpresi a non pagare le tasse su redditi accertati superiori a 20.000 euro l’anno, ad esempio, pari grosso modo alla paga lorda di un lavoratore di fascia bassa, ci fosse la denuncia penale d’ufficio, oltre a pesanti sanzioni amministrative?
Se tutto questo fosse possibile farlo in pochi anni, non potremmo pensare di ritagliare per l’Italia un suo futuro migliore per tutti e di poter far fronte alle carenze sociali e strutturali che ci affliggono e lenire le ansie nel stare, nei tempi delle congiunture economiche e delle crisi dei mercati, con il fiato sospeso a sperare che una ventata speculativa non ci travolga?
Vito Schepisi
31 agosto 2010
Gheddafi ed è subito polemica

Appena se ne presenta l’occasione in Italia è subito polemica. Ora tocca alla politica estera ed alla visita di Gheddafi in Italia. La diplomazia ha però delle regole. Non solo ciascun premier ha il dovere nel proprio paese di ricevere i leader di altri stati mettendo a loro disposizione spazi e cornici per soddisfare i loro cerimoniali, ma ciascuno uomo di stato è libero nel paese ospitante di tenere conferenze e di usare, nella parte privata della sua visita, il protocollo che vuole. L’ospite straniero è libero di esprimersi, di auspicare scelte religiose e di vita, di far riferimento a questioni interne alla propria nazione, di presentarsi in abiti tradizionali, di portarsi un seguito di uomini e donne che gli facciano da scudo umano, di assoldare anche mille hostess a far da coreografia alla propria presenza ed anche di far sfilare una mandria di cavalli berberi.
Fossero questi i problemi!
Ciò che un capo di stato o di governo non può fare in uno paese straniero è offendere il popolo che lo ospita o usare un linguaggio minaccioso o violare le leggi dello stato ospitante. E ciò che invece non può fare un governo di un paese libero e democratico è impedire che il suo ospite si mostri, che parli, che abbia insomma la libertà di manifestare le proprie idee, la propria cultura, le proprie tradizioni e le proprie scelte politiche e religiose. E’ semplicemente ridicolo pensare che il Governo italiano avesse potuto impedire al Colonnello libico di organizzare liberamente le manifestazioni private previste per la sua visita.
Gheddafi è un megalomane, è un dittatore un po’ esaltato ed anche un po’ rozzo, ma è il leader di uno Stato che si affaccia sul Mediterraneo, non molto distante dall’Italia. La diplomazia italiana non lo ha isolato quando ispirava e finanziava il terrorismo internazionale, non si capirebbe perché ora che ha moderato la sua aggressività avrebbe dovuto invece isolarlo. C’è molta ipocrisia in Italia. C’è un modo tutto italiano di strumentalizzare, ed è ridicolo che accada anche per iniziativa dei sostenitori di Fini, aggiuntisi all’indecente cagnara, quando avrebbero altro di più serio da pensare ed alcune spiegazioni imbarazzanti da dare.
Gheddafi esagera nelle sue manifestazioni ? Ma sono fatti suoi! Se si rende ridicolo è un problema suo. Se lo facesse Berlusconi in Libia gli italiani avrebbero mille ragioni per lamentarsi e prenderne le distanze, ma a noi italiani che ci importa di Gheddafi e dei suoi modi di apparire? Forse che l’invito all’Europa di islamizzarsi sortirà esiti in tal senso? Forse che le hostess invitate ad ascoltare le sue prediche sulla libertà delle donne musulmane si sottometteranno alla cultura maschilista dei paesi arabi?
L’Italia è un Paese democratico, il nostro Paese ha uno stile diverso e più sobrio, non c’è culto della personalità, esiste più responsabilità verso il popolo, c’è maggiore consapevolezza della nostra cultura, dei nostri valori ed i nostri gusti sono soprattutto meno sguaiati. Dover rispondere anche delle megalomanie degli altri è piuttosto pretestuoso e ridicolo!
Ma è anche divertente constatare quanto la nostra politica ed i media siano così privi di decenza e di tolleranza. Appare, infatti, come un desolante sintomo di carenza di sobria ironia, se invece di sorridere ci si strappa le vesti, come se l’Italia avesse perduto la sua dignità. Come se Frattini fosse andato a Beirut a passeggio sotto braccio con i miliziani di Hezbollah o avesse definito esagerata la reazione di Israele ai missili lanciati sul suo territorio dai soldati del Partito di Dio di Hassan Nasrallah. Solo che in quelle occasioni per D’Alema, allora ministro degli esteri di Prodi, tutta questa cagnara non c’è stata, pur trattandosi di incontri con gruppi terroristici e di valutazioni inopportune e faziose di episodi drammatici.
Nelle mani di Hamas, a Gaza, è prigioniero Gilat Shalit un soldato israeliano catturato nel maggio del 2006, all’età di 20 anni, in tempo di pace ed in territorio israeliano. La sua unica colpa è quella d’essere stato un soldato di leva dell’esercito israeliano. La stampa e la politica italiana avrebbe tempo e modi di mostrare la loro indignazione contro la barbarie. Una marcia? Un appello? Una raccolta di firme? Una campagna di sensibilizzazione? Niente! Niente di niente! Una banda di ipocriti! Sono solo una cricca di ipocriti, come quelli che parlano di libertà di stampa e che tacciono sulle richieste risarcitorie per pretestuose diffamazioni di alcuni magistrati alle testate minori ed indipendenti.
L’idea è che la cagnara abbia per obiettivo Berlusconi più che Gheddafi. L’idea è che sia la solita sceneggiata di chi non ha il pudore di ricordare l’assordante silenzio, sempre della stampa - se non per l’eco del caso Telecom-Rovati che animò la circostanza - che si ebbe per la spedizione dei mille al seguito di Prodi in Cina, solo che quella del novello Marco Polo in oriente non era per riunire l’Italia, come quella di Garibaldi in Sicilia, ma per chiedere l’elemosina al gigante cinese, facendosi piccoli piccoli, sebbene in mille e tra i cinesi che sono di bassa statura, senza profferire parola contro il genocidio e le dure repressioni del regime cinese nel Tibet.
Basta invece un solo pretesto, anche il più stupido ed insignificante, per accendere la miccia dell’ennesima manifestazione di antiberlusconismo. Non va giù il pragmatismo e la sostanza dell’uomo di Arcore. L’incapace ha sempre timore di chi invece si mostra capace. L’invidia si trasforma ben presto in odio e rancore. Lo si nota verso questo Governo che, pur tra mille difficoltà, mostra concretezza ed un sentire diverso rispetto al passato, quando per riparare i guasti si usava il debito pubblico per tamponarli.
Eppure con Gheddafi sono stati portati avanti accordi commerciali che interessano molte imprese italiane. Sono in cantiere lavori in Libia per alcune decine di miliardi di Euro. Ci sono accordi per la fornitura di gas per soddisfare buona parte del fabbisogno italiano e soprattutto per non renderlo dipendente solo dalle forniture russe, con le turbolenze esistenti tra la Russia ed i paesi di passaggio del gasdotto. Con la Libia è stato possibile invertire l’uso, e forse l’abuso, di far partire i barconi di immigrati clandestini diretti verso le isole minori della Sicilia. Quegli stessi barconi che avevano creato non pochi problemi alla vocazione turistica delle isole interessate, generando episodi e proteste subito strumentalizzate dai soliti campioni italiani della doppia morale, come Santoro e Gad Lerner.
Se c’è invece una morale oggettiva da trarre , è che questo nervosismo sia un sintomo di preoccupazione. Ma se sono preoccupati i servi delle caste, vorrà dire che come italiani liberi ci possono essere buoni motivi per esserlo un po’ meno.
Vito Schepisi
22 giugno 2010
Destra e sinistra ieri ed oggi

La semplificazione politica induce ad usare definizioni affrettate per indicare le sintesi ideali dei partiti e delle maggioranze. Si usa, ad esempio, parlare di centrodestra o di centrosinistra per indicare le coalizioni di maggioranza e di opposizione attualmente presenti in Parlamento. Ma non siamo sempre convinti che le semplificazioni corrispondano alle interpretazioni delle strategie politiche e dei modelli sociali proposti.
Accade che si faccia confusione e che alternativamente le semplificazioni assumano, per parte, soltanto il ricorso storico alla collocazione dei gruppi parlamentari nelle aule parlamentari e per parte, invece, più il ricorso ai luoghi comuni, ovvero a strumenti di mera propaganda, piuttosto che sintesi dei contenuti programmatici e dell’orientamento politico.
La destra, nella storia parlamentare, si chiamava così perché sedeva a destra dell’emiciclo visto dalla poltrona del Presidente, mentre la sinistra naturalmente era la parte che sedeva dall’altro verso. Negli anni, però, destra e sinistra hanno acquisito significati diversi. La democrazia ed il pluralismo politico, con la continua elaborazione dei partiti e finanche del pensiero, hanno reso ancor più complesso e differenziato il confronto. Il percorso evolutivo delle idee e dei modelli sociali, velocizzato dalle trasformazioni tecnologiche, industriali ed epocali, ha introdotto caratteristiche sempre più differenti per scelte ed obiettivi, sia da una parte che dall’altra.
Nel periodo tra la seconda metà degli anni 60 ed i primi anni 80 del secolo scorso, ad esempio, destra e sinistra avevano assunto il significato di un profondo discrimine sui valori dell’uomo. Si semplificava con disinvolta facilità su tutta una serie di aspetti umani, sociali e culturali. Si usava la doppia morale sui concetti di violenza, di democrazia, di solidarietà e, persino, sui sentimenti di pace. Emergeva un pacifismo ideologico che spesso si manifestava in modo contraddittorio, discriminando sui concetti di guerra, di aggressione, di violenza, di sopraffazione, di imperialismo e di sfruttamento.
Non più solo la distinzione tra la prevalenza dei contenuti di solidarietà o della diffusione della ricchezza. Tra i più moderati, il socialismo ed il liberismo venivano intesi come sistemi di sviluppo soltanto sociale, con più o meno diritti, con più o meno garanzie, ma del tutto slegati dai processi economici. Come se gli stati si potessero governare con i principi filosofici, con le spinte ideali, con i buoni propositi.
Nel movimento studentesco, sulla scia del pensiero di Herbert Marcuse, si imponeva tra i giovani il rifiuto di una scala dei valori riferiti alle origini, all’appartenenza, ed alle stesse tradizioni culturali del Paese. I valori suddetti venivano additati come strumenti borghesi che stabilivano la “tolleranza repressiva” delle democrazie occidentali. Da qui un complesso conflitto ideologico che arrivava a teorizzare persino una presunta diversa sostanza antropologica delle masse.
Parlare di individui era diventato difficile e pericoloso. Imperava il mito della rivoluzione culturale di Mao dove al rogo finivano i libri che testimoniavano appunto le tradizioni, i sentimenti e le origini del popolo cinese. Tutto era massa, tutto era numero. Una forma di pensiero che, assumendo forme più esasperate, riapriva lo stesso conflitto sulle ideologie assolute, come una forma di nazifascismo di ritorno, e con tanto di spinta alla soluzione finale.
La cultura della differenza era presente in tutti gli aspetti della vita quotidiana, persino nelle comitive, tra le scuole, nelle letture, nelle scelte dei film e nell’abbigliamento. Questa differenza si allargava nelle piazze, impregnandole dell’odore del fumo dei lacrimogeni e delle molotov ed, a volte, persino della polvere da sparo. E c’era anche chi ci rimetteva la vita.
In quegli anni c’era l’istigazione, a volte minacciosa, ad imporre una cultura piuttosto impropria dello Stato. Lo si voleva forzatamente ideologico. In tv e sui giornali, si affermavano modi e principi che divenivano stereotipi. Si provava anche a separare il pensiero degli uomini in una sorta di concetto manicheo dei buoni e dei cattivi. Era diventato difficile esprimersi. Il conformismo ammutoliva le coscienze. L’Italia che si esprimeva era di fatto divisa tra quella politicamente corretta e quella improponibile e pregiudizialmente scorretta, con quest’ultima categoria che si riduceva sempre di più per mancanza di spazio. L’unica voce libera era quella de Il Giornale di proprietà di Berlusconi e diretto da Indro Montanelli: fu sparato alle gambe dalle BR. Il Giornale era persino pericoloso acquistarlo nelle edicole
Quando si discuteva di problemi e soluzioni, c’era sempre qualcuno che al minimo cenno di dissenso strillava con ardore: “tu sei fascista e non puoi parlare”. Si urlava per aver più ragione e si parlava prevalentemente, per concetti astratti, di arco costituzionale e di fronte democratico, e si anteponevano, altresì, ad ogni tipo di confronto le pregiudiziali antifasciste.
E risale proprio a quei tempi l’uso del termine fascista per definire tutto ciò che era balordo, crudele, rozzo, arrogante, ma anche tutto ciò che si riferiva a quei valori che allora erano definiti borghesi, come la Patria, la famiglia, l’educazione, il rispetto, il dovere, la bandiera e l’inno nazionale. Era fascista l’anticomunismo ed il liberalismo. La stessa idea di libertà, nei suoi significati formali, era fascista. Anche il confronto parlamentare, a quei tempi, eludeva pregiudizialmente le istanze delle destre, per evitare l’istigazione alla sollevazione popolare.
Dalla seconda metà degli anni 60 il centrosinistra era diventata una formula irreversibile di governo, mentre, per i rapporti sempre più intensi con il pci, Aldo Moro, sfidando la logica matematico-geometrica, coniò il termine delle “convergenze parallele”. I non allineati, quelli che non ritenevano che la democrazia uscita dalle ceneri del fascismo dovesse risolversi nell’abbraccio ineluttabile, in un sistema consociativo, tra le due espressioni meno liberali della società italiana, erano tacciati d’essere reazionari ed antipopolari e si invocava per loro l’emarginazione sociale.
In questa confusione sui valori e nella mancanza di una serena coscienza civile del Paese, c’era naturalmente tutto lo spazio per una sorta di giustificazionismo ideologico che tutelava anche il teppismo politico.
Quella tra la seconda metà degli anni 60 e l’inizio degli anni 80 è stata una finta democrazia. Sono stati anni dominati dall’interpretazione faziosa e distorta delle collocazioni politiche. Si voleva che il pluralismo politico fosse possibile solo nell’ambito di un pensiero unico e prevaleva l’idea del “chi non è con me, è contro di me” o, come direbbero oggi, “chi non salta … fascista è”.
I liberali, ad esempio, erano, senza appello, tacciati d’essere adepti della Confindustria ed il partito di Malagodi era il partito dei ricchi, anche se la Confindustria era essenzialmente fiat-dipendente ed amoreggiava con quel potere che veniva gestito in modo consociativo tra centrosinistra, partito comunista e sindacato e se Malagodi era invece un interprete molto serio e composto del liberalismo anglosassone.
Destra e sinistra nell’immaginario assumevano così significati molto diversi dalla mera collocazione parlamentare e dalle sintesi del pensiero e dei modelli di società che si conoscevano dall’Unità d’Italia fino all’avvento del fascismo. La prima veniva indicata come una rozza centrale della reazione, mentre la seconda come una virtuosa zona di sensibilità sociali. Solo i fatti e la lenta disgregazione del Paese hanno certificato, invece, l’incongruenza e l’inconsistenza di una imposizione culturale trasformatasi quasi in sistema, in un Paese che, privo di autentico pluralismo politico, si andava involvendo per asfissia di pensiero e di impulsi.
Caduto il tempo delle ideologie sono venute a nudo le difficoltà di rinnovarsi e la pigrizia nella capacità di liberare energie ed idee laddove l’assistenzialismo rendeva ininfluente l’impegno e la competizione. Un arrogante sistema chiuso ed autoreferenziale, con personaggi che si avvolgevano nelle forme per negare al popolo la sostanza o che insabbiatisi nella retorica populista sostenevano il clientelismo ed il parassitismo industriale. Senza la cultura della competitività, come soluzione non restava che l’azione di trasformare in debito pubblico la pace sociale.
Ci chiediamo ora a distanza di tempo, invece, cosa fossero destra e sinistra a quei tempi? E se fascismo e comunismo, che hanno monopolizzato l’immaginario sistema di misura nelle coscienze e nella cultura politica del secolo scorso, non siano state in definitiva le due facce della stessa medaglia autoritaria, anche se con accentuazioni diverse? Ci chiediamo se le comunità nazionali democratiche non siano quelle che invece valorizzano l’equilibrio, la moderazione ed il riformismo e che respingono le accentuazioni e l’esasperazioni dello scontro?
Democratico è chi si attiva a respingere la cultura degli accenti, chi privilegia il confronto, chi propone le soluzioni, non chi dice sempre di no.
La riflessione ritorna ai tempi attuali per chiederci cosa siano destra e sinistra oggi? Il riformismo, ad esempio, è di destra o di sinistra? La sicurezza dei cittadini cosa è? Ed i consumi, il mercato, le piccole imprese, il profitto, gli investimenti? E l’abuso, l’ingiuria, l’odio? E la legalità, la giustizia, l’equità? E la faziosità? E Travaglio? E Santoro? E, tolto Di Pietro, inclassificabile per assoluta mancanza di elementi di valutazione intellettiva, cosa sono Prodi, Casini, Berlusconi, Fini, D’Alema, Bossi e Bersani? Tutte domande che ci servono per capire se lo scontro politico d’oggi, se la faziosità, il narcisismo, l’intolleranza, la rabbia, l’odio, il rancore e persino l’ignoranza di alcuni avventurieri, non rischino di ricondurci indietro nel tempo.
Vito Schepisi
10 maggio 2010
Ripensare l'Europa

Tremonti l’aveva detto dal primo momento, ma ogni volta che si è soffermato su questo argomento, giù critiche, giù accuse di raccontare panzane, giù un coro di invettive dal versante sinistro. L’economista del governo Berlusconi è stato accusato di strumentalizzare a fini politici l’eccesso di remissività di Prodi. L’attuale Ministro dell’Economia, infatti, all’epoca aveva mosso obiezioni sull’operato dell’ex Premier dell’Ulivo nel gestire l’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo e poi, da Presidente della Commissione europea, nel gestire l’allargamento agli altri paesi nell’area dell’Euro.
Troppa retorica a buon mercato. Romano Prodi si è mostrato troppo interessato ad esaltare il suo ruolo. Ha collezionato troppi cedimenti al suo solo protagonismo trionfalistico, entrando in palese conflitto con la realtà e finendo con l’agire anche a discapito dello spirito europeista.
Sta di fatto che l’Europa di Prodi mal ha potuto reggere, come si è visto, a tanta leggerezza.
Tutti, però, nell’Ulivo, poi nell’Unione e poi infine nel PD a difendere Prodi. Tutti a lodare i meriti del Professore, come Marcantonio dopo l’uccisione di Cesare. Ma come si spiega, di contro, tanta fretta, ogni volta, nel volersene liberare? Perché tanti Marcantonio ad arringare i romani in difesa dell’onore di Cesare, ma solo dopo averlo lasciato assassinare?
“Due volte nella polvere, due volte sull'altar”. Fu vera gloria la sua? Quello del Manzoni, però, era ben altro uomo e ben altra tempra. I posteri in questo caso sembra che dicano di no!
Tremonti nel 2001 è stato accusato, dalla sinistra che aveva perso le elezioni, di voler nascondere le insicurezze del centrodestra, e di voler precostituire le motivazioni delle difficoltà nella gestione dei conti. La sinistra si difendeva così dalle accuse del ministro berlusconiano che sosteneva, anche, che il governo Amato uscente avesse falsificato i conti e nascosto il disavanzo reale del bilancio dello Stato. Cosa che Eurostat in effetti accertò. Le sue accuse a Prodi ed alla sinistra, ed ai governi succedutisi in quella legislatura e diretti, oltre che dallo stesso Prodi, anche da D’Alema e da Amato, era di aver svenduto gli interessi nazionali e, nella fase della negoziazione dell’ingresso italiano nel sistema monetario europeo, di aver negoziato un rapporto di cambio a netto svantaggio del Paese. Giulio Tremonti al contrario, era stato accusato a sinistra di volersi nascondere dalle proprie responsabilità addossandole preventivamente sugli altri, e di aver mal gestito il passaggio dalla Lira all’Euro, consentendo l’aumento dei prezzi al consumo, come se in Italia ci fosse il modo, al di fuori delle regole di mercato, di congelare i prezzi delle merci.
Il rapporto Euro-Lira, secondo Tremonti, ma anche ad avviso di milioni di italiani che, benché a crudo di economia, ne subivano l’esperienza diretta, grazie a Prodi, aveva invece profondamente penalizzato il nostro Paese, dimezzando il potere di acquisto dei salari e riducendo alla metà il valore dei loro risparmi.
Tutte le vecchie certezze degli ex euro-euforici ora, però, vacillano. Adesso sembra che non sia stato davvero tutto così perfetto, se persino Il Presidente Ciampi mostra un certo ravvedimento e se, dinanzi a fatti incontrovertibili, vengono recuperate oggi alcune vecchie obiezioni degli euro-scettici di ieri.
Fino al 2000, per ironia della sorte, chi nutriva perplessità veniva additato come colui che agiva contro gli interessi dell’Italia. Chi sollevava obiezioni appariva come un nemico del nobile intuito politico, emerso nel dopoguerra per iniziativa di uomini moderati e liberali come Gaetano Martino, mirante alla realizzazione dell’Unione Europa. Quella stessa che con volontà decisamente politica, prima che economica, con visione autonoma e con collocazione politico-culturale essenzialmente occidentale, prima della caduta del Muro a Berlino, veniva invece osteggiata dalla sinistra social-comunista.
C’era qualcosa di sbagliato, invece, non nell’idea che resta nobile dell’unione degli Stati europei, ma solo in quella tronfia e bofonchiosa retorica prodiana!
Tremonti accusava Prodi di troppa rassegnazione e di assoluta inerzia nel sostenere le ragioni dell’Italia, nel negoziato con gli altri stati europei, per l’avvio della moneta unica. Prodi confermava, infatti, l’impressione, in altre occasioni già emersa, d’avere una visione negativa del Paese, come quella a lui più confacente del liquidatore che si presta a compiacere gli amici potenti. Senza determinazione, privo di coraggio, rassegnato, come se la missione d’assolvere fosse quella di non disturbare la volontà dei più forti. Come se pensasse che subire sia bello: come per Padoa Schioppa pagare le tasse!
La stessa rassegnazione che con il centrosinistra abbiamo imparato a conoscere nelle fasi più delicate della politica italiana. Un’inerzia che si è manifestata anche nei rapporti coi poteri e con le caste: dall’industria alla finanza, dalla magistratura ai sindacati, dall’editoria alle banche. Un inspiegabile ma reiterato complesso di inferiorità. Un umiliante mettersi in riga che ferisce l’orgoglio del Paese.
Da oggi, però, l’Europa cambia. Il pericolo e le troppe incomprensioni, le diverse realtà sociali, le aggressioni speculative, il debito dei Paesi, la spesa, le diverse velocità dell’economia e le tattiche politiche nazionali, hanno fatto emergere molte contraddizioni. Ora occorre ripensare l’Europa.
Vito Schepisi
23 marzo 2010
Voto utile in Puglia

Il voto utile potrà produrre il suo effetto anche sul clima politico nazionale, soprattutto se c’è chi nella politica e nella magistratura, o viceversa, prova ad avvelenare i pozzi ed a giocare allo sfascio.
Se ad esempio ci sono due coalizioni, ciascuna con un presunto serbatoio elettorale vicino, più o meno, al 45% dei voti, e poi c’è un’altra coalizione che si sa già perdente, accreditata di circa il 10% dei voti da raccogliere nell’area moderata e di centrodestra, appare evidente che quest’ultima sia sorta non per competere, ma per sottrarre consensi al candidato più forte dell’area moderata e di centrodestra. Diventa persino fondato il sospetto che sia sorta per provare a regalare la vittoria al candidato della sinistra che, ad esempio nella Puglia, è anche orgogliosamente neo comunista. Questa candidatura in Puglia sembra che abbia il solo scopo di tradire il sentimento dei suoi elettori. Non è né leale, né bello! Non lo è soprattutto quando ci si appella ai valori di moderazione, alle ragioni del rilancio del mezzogiorno e si condanna anche la politica clientelare, immorale e fallimentare dell’amministrazione uscente.
Perché questa finzione? C’è chi parla di tradimento e di furbizia, chi di accordi sotto banco, chi di trasformismo, mentre altri sostengono che ci siano capricci, interessi, rancori e ripicche. Ma ai pugliesi cosa interessa di fatti e strategie di piccoli personaggi che si sbracciano come tanti avventurieri della politica? Ai pugliesi, ad esempio, cosa interessano tanti casini? Cosa di rancorose e superbe prime donne, ormai decotte come polli al limone?
C’è ancora chi va sostenendo, ad esempio, che le regionali siano, come per le comunali, a doppio turno e che al ballottaggio basterà far confluire i voti sul candidato di centrodestra, ad esempio in Puglia su Rocco Palese, ed il pericolo della riconferma di Vendola viene così scongiurato. Ma non è vero! Non è così!
Le elezioni regionali sono a turno unico. Vince chi prende più voti come candidato presidente. Ogni voto sottratto, ad esempio sempre in Puglia, al candidato di centrodestra, si trasforma in un vantaggio per il governatore con l’orecchino. Il meccanismo elettorale è complesso, ma assicura al presidente eletto una maggioranza sicura, sufficiente per governare la regione solo vincendo la corsa per la Presidenza.
I voti alla Poli Bortone, pertanto, non serviranno a niente, se non a sottrarre consensi a Rocco Palese ed a favorire, invece, il governatore che ha gestito una Regione con metodi discutibili, perversi, dispersivi, dispendiosi e clientelari. Favoriranno il poeta del nulla, il filosofo della filastrocca, che ha disatteso le promesse elettorali (abolizione dei ticket sanitari e salario ai giovani ed eliminazione delle liste d’attesa nella sanità) con cui aveva acquisito popolarità e voti nel 2005.
I voti dati alla ex passionaria della destra pugliese rischiano paradossalmente di favorire l’espressione della sinistra più spinta. Ogni voto dato alla Poli Bortone favorirà, invece, l’arrogante, ma distratto, presidente uscente pugliese che ha consentito una gestione immorale della macchina regionale e che ci lascia una sanità sommersa dai debiti (3,6 miliardi tra debiti della Regione e debiti delle Asl). Una sanità che eroga prestazioni in condizioni di mortificante degrado delle strutture e di grande disagio per i pazienti. Tutto in stridente e beffardo contrasto con la vita piena di lussi, donnine, lustrini, droga, viaggi,vacanze, cafonate e festini di amministratori e affaristi che hanno ruotato attorno ed alle spalle della sanità pugliese.
In Puglia la partita doveva essere diversa. In Puglia, sin dallo scorso anno, era stato messo su un laboratorio politico su cui stava lavorando l’alchimista Massimo D’Alema, leader d’adozione pugliese. L’attuale presidente del Copasir aveva preparato la sua rete di luogotenenti (tutti poi inquisiti) ed anche “previsto” il terremoto politico-giudiziario con cui meditava di far crollare la popolarità ed il prestigio del Presidente Berlusconi.
Dalla Puglia doveva partire la “scossa” preannunciata in tv nella “mezz’ora”di trasmissione amica con la Lucia Annunziata. Le trame dalemiane dovevano ridurre allo stremo la popolarità ed il consenso elettorale di Berlusconi e dovevano, nella strategia di “baffino”, preparare la sconfitta del centrodestra proprio alle regionali del 29 e 30 marzo. A questo gioco si prestava Pier Ferdinando Casini, alla ricerca di una nuova strategia politica che scompaginasse il bipolarismo e riproponesse la vecchia partitocrazia. A questo gioco in Puglia si è prestata la senatrice Adriana Poli Bortone, eletta nelle fila del Pdl e trasmigrata nel gruppo dell’Udc, dopo che per un ministero in quota AN le era stata preferita l’on. Giorgia Meloni.
Il laboratorio pugliese di D’Alema, però, è venuto meno. E’ prevalsa l’ostinazione di Vendola nel riproporre la sua riconferma. L’uomo della “poesia nei fatti” ci aveva lavorato per 5 anni, rafforzando, come rilevato dalla magistratura, la presenza sua e dei suoi uomini, attraverso la formazione di cupole di gestione politica del territorio. Il metodo della politicizzazione delle nomine, dei finanziamenti clientelari, degli interventi mirati, dei convegni delle chiacchiere, delle assunzioni selettive, delle consulenze agli amici e compagni ha travolto la scala dei bisogni e quella del buon senso, trasformano la poesia in un prosaico mercato.
I pugliesi ora chiedono di essere liberati. Sanno che possono farcela, ma temono solo due cose: l’astensione della popolazione stanca di sopportare ed il voto inutile.
Necessita un moto di orgoglio, una scossa di fiducia, un atto di coraggio e soprattutto un voto utile.
Vito Schepisi
07 gennaio 2010
Primarie e PD
Le primarie sono come la classica coperta troppo corta: se vuoi coprirti le spalle finisci col lasciarti scoperti i piedi. Mutuate, per le elezioni presidenziali, dal sistema elettorale degli Stati Uniti d’America, in Italia, tra qualche tempo, serviranno ad eleggere persino gli amministratori di condominio.E’ nello stile del “si può fare”, perché tutto ciò che è ”americano”, in Italia, se a stabilirlo sono i soliti noti, è politicamente corretto. E’ nato così il Partito Democratico, con le primarie drogate, dopo una grande kermesse al Lingotto di Torino per investire già tre mesi prima Veltroni, benedetto dalle grandi famiglie industriali italiane e da un gruppo editoriale di grande impatto ideologico nell’area della sinistra italiana.
Le primarie in Italia erano già state introdotte appena due anni prima, volute da Prodi che, consapevole di essere nell’area della sinistra italiana un espediente più che una soluzione, voleva legittimarsi alla candidatura nelle politiche del 2006 per la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una legittimazione politica che a quanto sembra è servita a ben poco, come a ben poco è servita quella di Veltroni nel 2007 ed a ben poco, sembra di capire, servirà anche quella recente di Bersani.
Se le riflessioni sono un aiuto alla comprensione dei fenomeni, e se possono servire come indicazioni per le scelte future, occorre dire che la forma deve essere sempre un modo per far emergere le qualità delle cose e mai, viceversa, un modo per celarne la sostanza. Primarie si, ma su scelte vere!
Nel Partito Democratico appare sempre più difficile, però, poter guardare alla sostanza in quanto c’è una gran quantità di scelte non fatte, di equivoci non risolti, di strategie del divenire troppo vincolate alle nostalgie del passato. Sono apparsi, inoltre, nel partito che in due anni è stato prima di Veltroni, poi di Franceschini e che ora è guidato da Bersani, più i metodi tipici di una opposizione al sistema, che richieste di modifiche alle soluzioni dei provvedimenti in discussione, e tanto meno si è avvertita la presenza di proposte politiche alternative, se non quella di dire: vada via Berlusconi che ci mettiamo noi qualcuno di diverso.
Nel PD ci sono molte voci diverse che gridano, e sono spesso voci divergenti. Per un partito di natura popolare può essere anche giusto che sia così, ma se è vero che in questo modo si riesce a coinvolgere un arco trasversale delle realtà sociali e del pensiero politico del Paese, è anche vero che spaventa la sua parte moderata e che disorienta e delude quella più pregiudiziale e dura. Il risultato finale è che il PD non riesce ad aggregare e viene visto dai suoi alleati più come un serbatoio da cui attingere, soprattutto dopo che alle politiche del 2008, con l’appello ad evitare il voto inutile, Veltroni aveva cannibalizzato i partiti minori.
Le contraddizioni, se sono tante, finiscono sempre per emergere. Le primarie, ad esempio, si fanno a corrente alternata, e si ammettono solo i candidati che non disturbano, ed accade anche che si facciano quando fa comodo e che si neghino quando si mostrano scomode.
Sono mesi che in Puglia il governatore uscente Vendola, forte della fiducia sempre ricevuta dal maggior partito della coalizione di sinistra che nel 2005 vinse le elezioni, chiede la legittimazione della sua gestione con la riconferma della candidatura alla presidenza. E sono mesi che il PD fa finta di non sentire.
La contraddizione più evidente è che i responsabili del partito democratico magnificano la gestione passata, ma pongono ostacoli alla sua riconferma; esaltano l’esperienza della gestione della sinistra radicale in Puglia, ma indicano una strada moderata per una nuova esperienza politica in compagnia di Casini. Ed è così che la Puglia è in bilico tra il desiderio di D’Alema di allargare la maggioranza al centro, nell’ottica di un laboratorio politico per preparare le future competizioni elettorali nel Paese, e quello della riconferma di Vendola; tra la difesa della tenuta complessiva della sinistra, con l’aiuto di una componente moderata, e l’interesse, un po’ personale ed un po’ politico, di un pezzo della sinistra più estrema di non spegnersi.
Resta che sulla richiesta delle primarie da parte del governatore uscente, che sa di poter ben controllare il territorio amministrato da 5 anni, il PD nicchia confondendo tutti, e confondendosi da solo, tra le primarie di coalizione e le primarie di partito, tra la modifica della legge regionale sulle candidature dei primi cittadini delle grandi città ed i propositi dei allargamento della coalizione.
Primarie si, primarie no! Il PD non sa se coprirsi i piedi o le spalle. Come accade con l’alleato Di Pietro: il PD non sa mai cosa fare! Non sa mai se far maturare il suo processo democratico o andare all’assalto.
Vito Schepisi su Il Legno Storto
25 novembre 2009
Soppressione fisica o golpe giudiziario?
Pensiamo, in modo del tutto teorico, che una organizzazione interna alla magistratura che chiamerei “brigata democratica per la legalità rivoluzionaria e popolare” voglia sovvertire le istituzioni democratiche del Paese. Pensiamo anche che in Italia ci sia un clima politico in cui le vecchie parole d’ordine, tipo: fronte democratico ed antifascista, arco costituzionale, popolo dei lavoratori, masse operaie, lotta proletaria, sinistra unita, destra reazionaria, etc.etc. abbiano perso effetto attrattivo e che non funzionino più.
Per avventura pensiamo anche che ci sia un gruppo editoriale con ramificazioni nel mondo industriale, finanziario e bancario che riesca a coinvolgere settori molto ampi della società italiana tra cui intere categorie sindacali, rami di quelle industriali, rampanti intellettuali, ordini professionali ed una parte del Parlamento dove siedono uomini che senza il sostegno di questo gruppo farebbero un altro mestiere.
Pensiamo tutto questo come se fosse già una realtà in corso, e pensiamolo supponendo che ci sia una sinistra, dai tratti di provenienza ideologica massimalista. Una sinistra che non faccia più presa sul suo elettorato, stanco per le tante delusioni ricevute, per aver destato sospetti su inganni e falsità spacciate nel passato come verità rivelate, per aver seminato nel Paese: amministrazioni inefficienti; uomini sorpresi con le mani nei contenitori della farina pubblica; arroganza; privilegi e sacche di inefficienza; abusi di potere; malversazioni, protervia e ricatti sessuali, come in Puglia; moralismi bacchettoni, fino alla pretesa di voler spiare dal buco della serratura dei cittadini per stabilire la legittimità degli stessi ad avere una propria attività sessuale.
Una sinistra affetta dal vizio dei due pesi e delle due misure nella valutazione della questione morale.
Pensiamo alla presenza di una sinistra che ha mantenuto l’incarico assessorile alla sanità ad un suo uomo, in evidente conflitto d’interessi, come fornitore per società di famiglia di articoli sanitari, il cui operato è stato considerato dalla magistratura inquirente come quello di referente di una “cupola” criminale dedita al profitto ed al controllo politico del territorio. Un assessore a cui è stata garantita l’immunità all’arresto consentendogli di entrare in Senato, come primo dei non eletti, dopo aver fatto eleggere al Parlamento Europeo un senatore eletto nella sua regione, per fargli spazio.
Pensiamo ad un Consiglio di Ministri che viene rappresentato come un esecutivo che sbaglia sempre e comunque, sia che si interessi di sicurezza, sia di interventi nelle emergenze, sia di scuola, sia di giustizia, sia che pensi ad un piano di opere pubbliche o alla moralizzazione del pubblico impiego, sia che provi a mettere sotto controllo l’immigrazione clandestina, sia sulle misure economiche. Ha persino la responsabilità di non essere un esecutivo di sinistra (Martin Schulz) per poter legittimamente proporre la candidatura di D’Alema a ministro degli esteri europeo.
Pensiamo, sempre in modo del tutto teorico, che non siano servite a ribaltare la convinzione degli elettori tutta una serie di aggressioni politiche, di minacce giudiziarie, di trasmissioni televisive orientate, di produzione di satira, di dossier, di pentiti di mafia, di ricostruzioni criminali al limite della farsa, di un utilizzo incredibile per sfrontatezza di tutto il codice penale, dalla prima all’ultima pagina, per accusare Berlusconi di tutti i reati previsti: dal furto della gallina del vicino, al delitto a mezzo sicario per futili motivi; dalla violenza carnale, allo sfruttamento della prostituzione; dalla tratte delle bianche, allo spaccio di droga; dall’associazione mafiosa, alla rapina delle vecchiette fuori dall’ufficio postale.
Berlusconi il grande corruttore, l’unico responsabile di tutti i guai del Paese, il caimano, il grande vecchio, quello che ha disseminato la spazzatura nelle strade di Napoli e che ha fatto tremare l’Abruzzo, quello che ha portato al tracollo Alitalia, che ha mortificato il mezzogiorno assorbendo per decenni risorse sparite nel nulla, che ha dissestato il territorio, che ha messo le bombe, che ha fatto saltare i treni, che ha pensato le stragi, e tra queste mettiamoci anche quelle del sabato sera.
Pensiamo, in modo del tutto teorico, che per riprendere a fare i propri comodi ed a saccheggiare il paese, la sinistra abbia realizzato la convinzione che l’unico metodo sia quello di sopprimere Berlusconi e che, non potendolo fare attraverso leggi liberticide, come quella di impedirgli di candidarsi, anche perché non avrebbe i numeri per farlo, stia meditando due diverse opportunità: la sua soppressione fisica o la sua soppressione giuridica.
Supponiamo che sia anche ciò che la cronaca quotidiana ci racconta!
Vito Schepisi
20 novembre 2009
Berlusconi e Fini: li divide il successo

Si dice che il successo di Silvio Berlusconi sia nella sua grande capacità di comunicare. Sarà anche così, ma se non si ha niente da dire, si può comunicare quanto si vuole, la gente non ti segue. Anche Gianfranco Fini è un abile comunicatore, ma non sembra che di questi tempi abbia molto di interessante da dire. Sarà questa la ragione della mancanza di un grande seguito.
Da qualche tempo, tutto ciò che Fini dice non incontra favori, e chi è disposto a seguirlo ha interessi politici differenti. E’ seguito ed incoraggiato, infatti, solo da chi ha lo scopo di metterlo in contrasto a Berlusconi e da chi si serve di lui per raggiungere obiettivi diversi dal suo stesso interesse. Non c’è una logica, né una precisa ragione politica in tutto questo. E’ come un percorso che si fa insieme quando si ha un nemico comune: cosa diversa dall’avere le stesse idee e le stesse motivazioni. Nel caso di Fini si ha l’impressione che assuma la parte del classico “utile idiota”. Il riferimento, naturalmente, è alla figura storica citata da Lenin, usata per indicare alcuni tipici - inconsapevoli o meno - comportamenti degli uomini.
Le posizioni che si assumono in politica hanno sempre una doppia valenza: possono essere per l’utilità di una proposta, oppure possono essere funzionali ad uno scopo. Ce ne sarebbe una terza, ma entreremmo nel campo dell’uso improprio della parola, come quando la si usa per dire sciocchezze. Non è questo, però, il caso di Fini. Le posizioni che assume l’ex AN sono più vicine a quelle della funzionalità per uno scopo.
Ritornando a parlare del successo, è bene subito sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni. Un fattore del successo è senza dubbio la notorietà. C’è chi sostiene che sia meglio che se ne parli, anche male, di un aspirante al successo, ma l’importante è che se ne parli. Questo è vero fino ad un certo punto. Per limitarci alla politica, ci sono stati uomini come Prodi, Di Pietro, Veltroni, D’Alema, solo per citarne alcuni, che sono stati al vertice della popolarità. Personaggi di cui in vari momenti si è parlato anche più di quanto valesse la pena farlo. Ma sono stati uomini che non hanno mai avuto grandi idee da proporre, o non hanno mai dato questa sensazione. Sono stati uomini percepiti contro qualcosa, più che portatori di soluzioni politiche. Non sono riusciti e non riescono a proporsi come personaggi vincenti. Non hanno un’immagine di successo, non hanno un carisma personale. Sono uomini non immediatamente identificabili in un profilo politico complessivo. Non si è mai percepita una loro capacità né di proporre modelli nuovi, né di offrire risposte concrete ai problemi di ogni giorno.
Se il popolo, ad esempio, chiede emozioni, se chiede sensazioni, se è alla ricerca di evasione, va al teatro, al cinema, ai concerti, va in discoteca, si legge un libro: non va a sentire Veltroni che parla di Martin Luther King o cita Dickens. Dalla politica la gente si aspetta soluzioni non bei ricordi e belle parole.
Berlusconi, invece, ha successo perché riesce a parlare alla gente: a quella delle partite Iva, a chi è alla ricerca di un’occupazione, ai pensionati, agli agricoltori, ai giovani che sognano di formarsi una loro famiglia e che guardano al futuro. Parla e si fa capire da coloro che non hanno una casa e vorrebbero averla, da quelli che hanno un mutuo da pagare e sono rimasti senza lavoro, da chi non vorrebbe essere lasciato indietro. Il premier si fa capire dagli italiani che si sono vergognati della spazzatura di Napoli, da quelli che hanno sofferto e soffrono per il terremoto. Berlusconi riesce a paralare a chi s’aspetta modernizzazione, efficienza, giustizia e più orgoglio. Il premier parla e propone soluzioni a chi si preoccupa dell’immigrazione, a chi si preoccupa per la sicurezza. Berlusconi parla alle donne che chiedono parità e dignità. Parla a chi lamenta l’eccessiva pressione fiscale.
Berlusconi insomma ha successo perché rappresenta una speranza, perché è visto come un cambiamento rispetto a coloro che per anni si sono riempiti la bocca di tutele ora di questo, ora di quello, senza mai tutelare niente e nessuno, se non il proprio vivere agiato alle spalle dei tutelabili. Berlusconi è percepito come il leader che ha un’idea diversa della democrazia, rispetto a chi si arroga la presunzione di rappresentarla controllando lo zoccolo duro delle minoranze militanti ed usando metodi di controllo capillare. Il Cavaliere rappresenta per molti la speranza di liberarsi da coloro che , dietro ai comitati, le assemblee, le lotte, hanno formato le caste dei privilegi e le oasi dei fannulloni e degli abusi.
Con queste premesse ci sarebbe ora da chiedersi se Fini potrà mai avere successo se, in un’Italia preoccupata dal diffondersi dell’islamismo, parla ad esempio di voto dopo 5 anni agli immigrati?
Vito Schepisi
12 novembre 2009
Gli Italiani hanno già dato

Non se ne avvertiva alcun bisogno, eppure è nato ancora un nuovo partito. Per iniziativa di un migrante politico naturale, a cui si sono aggiunti altri migranti di professione, è nata Alleanza per l’Italia per “un’Italia democratica, liberale, popolare e riformatrice”, come sostiene il suo leader.
C’è gente che non si accontenta di aver ricevuto già tanto dalla vita, e solo perché di professione ha fatto soltanto il politico. E sono soprattutto coloro che per esperienze pregresse hanno mostrato di saper fare ben poco di veramente utile e nuovo! Il politico di professione ci ha abituati a constatare che meno ha da proporre e più tempo ha per andare alla ricerca di spazi politici e ruoli da svolgere.
E’ il caso di Rutelli, ad esempio, il “bello guaglione” con cui Prodi, bontà sua, volle attribuirgli un bell’aspetto, ma in evidente contrapposizione al suo spessore specifico. Al suo esatto contrario, posto che per l’aspetto il Professore rispecchiava, invece, ed anche con molta fedeltà, sia l’inconsistenza concreta delle soluzioni avanzate, che la sgradevolezza operativa della sua proposta politica.
“Il PD si è spostato a sinistra”: è il leitmotiv di questa nuova aggregazione. E chi fa il salto, e passa dal PD al nuovo soggetto politico, si affretta a denunciare il fallimento dell’idea originaria del PD, s’accorge oggi che non è più ciò che sostenevano allora i promotori. Non è più ciò che diceva Veltroni al Lingotto. Per costoro il PD ha perso la caratteristica di forza aggregatrice di culture ed esperienze diverse, per diventare solo l’ennesima trasformazione di un ben individuato partito di sinistra, erede di un ben preciso riferimento politico che ha una storia travagliata e contraddittoria fatta di furbizie, meschinità, viltà, bugie e tradimenti.
Il PD per Rutelli e compagni è ora un’idea fallita. Con l’esito delle primarie e con l’elezione alla segreteria di Bersani si è concretizzata una sostanziale frattura con l’idea iniziale.
In verità, la rottura con un partito diverso e pluralista di centrosinistra si era già delineata prima delle primarie, con l’adesione in Europa al gruppo socialista. Gli artifizi verbali nella dizione del gruppo europeo non cambiano assolutamente la sostanza della convergenza in quel gruppo. Ora restano solo Franceschini, Fioroni, Letta e la Bindi che fingono di non accorgersi d’essere diventati dirigenti socialisti, anzi d’essere addirittura in un sottogruppo nazionale che lo è diventato dopo essere stato orgogliosamente comunista.
I sostenitori dell’Alleanza per l’Italia denunciano la deriva del partito di Bersani verso un’identità politica che va alla ricerca della sua vecchia connotazione. Quella naturalmente degli ex DS. Un addebito pesante, se lo si avanza per richiamare la colpa, attribuita al nuovo corso del PD, del ritorno all’identità post comunista, quella che era dei democratici di sinistra, quella che è l’identità di riferimento di Bersani. Quella che è anche l’identità originale degli eredi diretti del vecchio Pci.
I sostenitori dell’Alleanza, nonostante i toni smorzati, rivelano il loro disagio nel restare nel PD, denunciano l’errore della mancanza di confronto con la maggioranza, contestano il giustizialismo ed il pregiudizio di una parte dell’opposizione e prendono le distanze da quello che considerano un vero processo involutivo del partito di Bersani e D’Alema.
Si separano, a loro dire, dalla trasformazione del PD in un soggetto privo di un’anima riformista, che non ha fantasia politica e manca di innovazione, che indugia nel privilegiare il suo rapporto di tipo classista col sindacato di riferimento, come accadeva con il partito dei post comunisti.
Il nuovo corso del PD di Bersani, per Rutelli, oltre alla rinuncia alla spinta riformista, alla base della sua fondazione, è privo di appeal verso nuove fasce di elettori provenienti da aree diverse. Il nuovo partito di Rutelli vorrebbe invece essere di riferimento per coloro che hanno una visione moderna e progressista, per coloro che vogliono mantenere un dialogo aperto con la sinistra, ma che provengono da esperienze politiche diverse, quali la popolare, la laico-liberale e quella del riformismo socialista.
Tutto in una frase di Rutelli: "non sono d’accordo con un Pd che va a sinistra, ma lo rispetto".
Ma in Italia c’è già un partito di matrice popolare, laico-liberale, riformista e progressista, ed è il Pdl di Berlusconi. C’è già un grosso partito che ha voluto superare i vecchi schemi più o meno classisti ed essere di riferimento per un elettorato moderno. Un partito più credibile per numeri e per la complessità dei suoi contenuti. Un partito che ha dimostrato sul campo di essere un riferimento importante per la trasformazione e la modernizzazione del Paese, e che ha saputo risolvere questioni di crisi di grosso spessore. Un partito a cui la sinistra non ha saputo fornire né risposte politiche e né un’opposizione coerente.
Ma Rutelli, allora, dove vuole andare? Sappiamo che guarda a Casini che è contro il bipolarismo, proprio quello che, invece, consente di superare l’immobilismo corporativo. Ritorna la tentazione alla frammentazione, anticamera della partitocrazia. E’ cosa preoccupante perché nella confusione dei ruoli e delle azioni, come per il gioco delle tre carte, il popolo ci perde sempre.
Rutelli, come Casini, vorrebbe carpire voti al Pdl per portarli a sinistra?
Vito Schepisi