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27 novembre 2012

Il vecchio riemerge e il nuovo sa già di vecchio



Ciò che è vecchio e ciò che è nuovo non dipende solo dal mandare in pensione le mummie.
Non sarà la bonifica della rosibindi (mission impossible) o il pensionamento del marinaretto coi baffi a stabilire la nuova politica ed a rilanciare la democrazia e con essa la giustizia, le libertà, i diritti.
Non sarà il sistema della sinistra fatto di gestione politica del territorio e di cinghie di trasmissione di apparati burocratici, mediatici, finanziari e produttivo-commerciali a promuovere lo sviluppo.
L'Italia ha necessità di liberare risorse. Ha bisogno di rinnovarsi nei suoi processi istituzionali, ha bisogno di liberarsi dalla zavorra burocratica. Deve sfoltirsi e liberarsi soprattutto da sfruttatori e saltimbanchi e dal chiasso del rigurgito partitocratico.
L'Italia, se vuole essere al passo degli altri paesi europei - notoriamente con meno problemi - deve liberalizzare il mercato del lavoro e rivedere il suo sistema giudiziario.
Lo può fare con la Camusso o con il sostegno a questa giustizia in cancrena?
La soluzione non è nell'aumento delle entrate per correre dietro alla spesa corrente. E', invece, nei tagli delle spese superflue, negli investimenti e soprattutto nell'aumento di produttività e di competitività.
Ma c’è a sinistra chi lo dice con la necessaria chiarezza, senza poi rivedere, smentire e ritrarsi?
Se si pensa di far ritrovare l’Italia in un’altra stagione di equivoci e d’imbrogli, per nascondere l’unico obiettivo della conquista del potere, utile a soddisfare gli appetiti dei sottoboschi intrecciati di interessi particolari, sarebbe un altro buco nell’acqua. Col rischio che potrebbe anche essere l’ultimo, prima dello sfascio totale.
Gli italiani dimenticano spesso, purtroppo. Non si sono spaventati dei vecchi governi di sinistra che sistemavano le cose, compresa la moltiplicazione dei pani e dei pesci agli amici e compagni, aumentando il prelievo fiscale.
Abbiamo invece assistito alla competizione del niente con le primarie della sinistra. C'è sfiducia in Italia e ne risente la domanda e con essa l'occupazione e la crescita. Non siamo competitivi e le esportazioni non crescono. La spesa corrente, con i suoi automatismi, assorbe risorse private (le tasse) e impoverisce il Paese.
Gli investimenti, purtroppo, scappano quando non c'è equilibrio tra i diritti di tutti. Le garanzie sono conquiste fondamentali in un paese civile ma, come sarebbe giusto, devono essere a presidio di un reciproco rapporto di comune interesse. Questa reciprocità in Italia è carente.
La fiducia, infine, si riduce se la Giustizia ha tempi e modi inquietanti. La storia delle primarie della sinistra si è ridotta, invece, alla storia di bottega in una sinistra in difficoltà - ancora nel terzo millennio - dal dovere morale d’uscire dalle parole d’ordine e dagli steccati ideologici per diventare finalmente una sinistra dal respiro europeo.
La storia di queste primarie della sinistra si è ridotta alla storia del PD. Nessuna ricetta, nessuna proposta, niente di niente, nessuna scelta, nessuna indicazione per il futuro, nessuna idea nuova, solo tatticismo, solo demagogia e solo le solite parole d'ordine col pepe dell’antiberlusconismo che è diventato il valore aggiunto di tutta la sinistra italiana.
Hanno esorcizzato la paura del futuro diffondendo illusioni e sensazioni miracolose, come se fossero i platonici "demiurgo" della politica italiana, come i tanti Vendola in cerca di poesia, piuttosto che di risposte concrete, efficaci, moderne e europee.
Con queste primarie si è riassorbita nel PD buona parte della sua area antagonista, quella vecchia e melanconicamente comunista.
Vendola ha concluso la sua stagione in libera uscita. Grillo gli ha occupato la platea degli arruffapopolo, della rabbia e della lotta.
Ritorna invece l'egemonia - già vecchia conoscenza del vecchio pci - con tutti i suoi riti e con tutte le sue furbizie.
E ancora una volta c’è una sinistra in cui il vecchio riemerge e il nuovo sa già di vecchio.
Vito Schepisi

09 ottobre 2012

Le primarie e la strategia del potere


Sarebbe utile capire cosa siano in definitiva le primarie della sinistra. 
Questa volta, come sostiene Panebianco sul Corriere, sono “vere e competitive”, non sono una farsa com’è stato con Prodi e con Veltroni. 
Chiariamo le cose. A parte Tabacci che non si sa cosa rappresenti - Il suo partito, l’UDC, ha dichiarato che, qualora nel gioco ci fossero anche Vendola e Di Pietro, avrebbe chiuso le porte all’ipotesi di accordi con il PD - gli altri candidati in competizione vera rappresentano almeno due diverse ipotesi politiche. 
Potremmo dire: due partiti contrapposti, come scelte, come strategie, come visioni d’insieme, come idee, anche se con molti slogan tra rottamatori e controrottamatori e se mancano, invece, i contenuti e i programmi. 
Renzi e Vendola hanno indubbiamente due anime diverse e contrarie. Hanno un differente modello sociale di riferimento, con altrettante opposte strategie da adottare: due modelli di sviluppo, come si diceva una volta, tra loro inconciliabili. 
E’ Vendola che lo conferma parlando di Renzi: ” Subalterno al liberismo che fa male all’Italia”. Come si può pensare che l’elettorato di Renzi voti per Vendola candidato premier, e come si può pensare che possa farlo l’elettorato del pugliese per il rottamatore toscano?
Nel mezzo c’è il segretario del PD Bersani, sintesi, a dire dei sostenitori, quando non sono solo impegnati a criminalizzare Renzi, delle due altre opzioni. Il segretario, però, è in conflitto con ciò che dice di volere, con la sua storia e, ancor di più, con ciò che rappresenta.
Vediamo perché non è possibile che Bersani sia la sintesi. 
Vendola dice: “Io gioco le primarie per battere Monti”. Il PD, invece, sostiene Monti. Non c’è sintesi che tenga: sono due cose opposte. 
Bersani sta giocando due partite: quella interna con Renzi e quella esterna con Vendola. 
La prima per difendere la sua leadership nel PD, per legittimare l’area post comunista a proporsi, senza controfigure, come con Prodi e Rutelli, per governare l’Italia e per esorcizzare l’immagine del “peccato originale” di un partito che non ha mai fatto i conti con la sua storia, né “outing” sul suo passato. 
L’altra partita, esterna con Vendola, per affermare la centralità del PD nella variegata sinistra italiana, dopo aver perso, a catena, il confronto in più parti d’Italia e per allontanare l’immagine di un partito schiacciato sull’area moderata nel momento in cui la base scalpita e chiede vendetta. 
Bersani si è trovato in una fase favorevole e pensa di coglierne i frutti. La semina d’odio nell’opporsi a Berlusconi, con la nuova stagione giustizialista a senso unico, come per Occhetto nel 1994, l’hanno collocato ai blocchi di partenza di qualche metro più avanti. 
Ha lavorato sin dall’inizio per questo risultato:
- ha versato benzina sul fuoco in un’Italia sconvolta da una crisi recessiva che si è riverberata sul lavoro, sulla precarietà e sulle fasce più deboli, cioè su quelle più facilmente utilizzabili per propalare il malcontento popolare; 
- ha fatto un’opposizione molto dura al Governo “legale”, sostenuta anche da giochi di palazzo e da alcuni nemici storici che diventavano amici eroici. E’ stata un’opposizione pregiudiziale, spesso rivolta contro il Paese, che ha trovato terreno fertile in un momento di evidente difficoltà per i lavoratori, per le famiglie, per le imprese e per i giovani. 
Bersani ha cercato ad ogni costo lo scontro, ma ha congelato l’Italia in un sistema incrociato di delegittimazioni che non consentono a nessuno di governare, se non con sistemi autoritari, come stiamo oggi vedendo con Monti. 
Non solo. La conseguenza è che sono stati i più deboli a pagare il prezzo più alto: proprio quelli che oggi sono più incazzati. Il vento dell’antipolitica, in prospettiva, è diventato il nemico più pericoloso di Bersani, anche per l’imbarazzo del sostegno a Monti, tollerato dalla base PD come alternativa a Berlusconi, ma non per le sue scelte antipopolari. 
Bersani è così nello stesso vicolo cieco in cui si è posto. 
Se Renzi e Vendola hanno tutto da guadagnare, lui ha tutto da perdere. Comunque vada ha già perso in immagine, perché i due competitori veri sono il sindaco e il governatore. Lui non è sintesi di niente. 
Le primarie sono “vere e competitive”, come sostiene Panebianco, solo tra il toscano e il pugliese. Bersani non è una sintesi, ma un imbroglio. E’ un emissario. Senza essere il referente di un servizio da rendere a quei poteri che volevano liberarsi dell’indomabile Berlusconi, Bersani non sarebbe. 
E’ solo l’avamposto della strategia del potere in Italia. 
Vito Schepisi

21 giugno 2011

La sinistra è in confusione

Tra D’Alema e Vendola i rapporti negli ultimi due anni sono stati molto tesi. C’è una pace armata tra i due, ma il colpo, da una parte e dall’altra, è sempre in canna. D’Alema vede in Vendola l’ostacolo alla sua leadership in Puglia. Già segretario regionale dirottato dal centralismo democratico del pci, D’alema sul territorio pugliese ci ha messo la bandierina sin dal 1994, ai tempi delle linguine alle cozze consumate a Gallipoli con Rocco Buttiglione, durante uno dei tanti salti della quaglia dei due. Il velista ora attribuisce al leader di Sinistra, Ecologia e Libertà la responsabilità di aver spento i riflettori sul suo laboratorio pugliese col quale si proponeva di sconvolgere gli equilibri della politica nazionale.
Vendola è un politico esibizionista. E’ uomo dagli effetti speciali, abile ad occupare il palcoscenico. La sua sfacciata smania di apparire e il suo linguaggio mordente e aggressivo gli valgono nell’immaginario collettivo l’accostamento al popolano Masaniello che, verso la metà del seicento, per i continui aumenti della gabelle, fino a rendere difficile la vita quotidiana, si mise a capo della rivolta degli stremati napoletani contro il dominio spagnolo.
In un passaggio economico-politico di difficoltà oggettiva, per una crisi di rilevanza internazionale che ha lasciato strascichi che si fanno sentire sulla produzione industriale e sulla crescita, e che in Italia incide sui giovani e sull’occupazione, Vendola si mostra più abile degli altri ad attrarre su di se i riflettori del palcoscenico politico, lasciando agli altri, e allo skipper coi baffi, solo la presenza nei titoli di coda.
Cavalcare la pantera del malcontento, del resto, è stata sempre l’arma vincente della sinistra. Vendola lo sa fare molto bene. L’ha fatto anche in Puglia nel 2005 con i tagli alla sanità. La sinistra riesce sempre a vendere molto bene la sua opposizione, ma quando le è capitato di andare al governo e di trovarsi a rispondere in proprio ha poi mostrato quando non sia oggettivamente facile fare le scelte, soprattutto quando i bisogni sono tanti e le risorse poche. Vendere illusioni è un’arte. Una volta, ad esempio, dicevano che ad est, oltre la cortina di ferro dei due blocchi, c’era il Paradiso. Le illusioni, però, sono un po’ come i sogni e finiscono sempre allo stesso modo: aprendo gli occhi.
D’Alema, invece, è un vendicativo, non è uomo che se le lascia passare, e quando gli montano i fumi dell’ira diventa come un fiume in piena e strabocca. E’ un risvolto del suo carattere che lo rende più umano, dissolvendo quel grigiore severo che spesso lo fa apparire come una macchina da calcolo. In un’intervista, infatti, ha appena sostenuto che Vendola sia inadatto a governare, mentre Bersani “ha più stile”.
Ma oltre al fastidio procurato da Vendola, sempre pronto a occupare la scena, trascurando, invece, la realtà pugliese in cui la confusione regna ancor più sovrana, se c’è qualcosa che fa andare in fibrillazione il PD è il farsi tirare la giacchetta dagli alleati. Bersani come D’Alema, sono uomini di apparato, sono cresciuti tra i protagonisti della vecchia guardia di quel Pci che non ha mai tollerato nemici a sinistra. E Vendola, diciamolo chiaro, è fastidioso. Il governatore pugliese è uno che si mette sempre alle costole, tallona e preme di continuo con quella sua richiesta, a ogni piè sospinto, delle primarie per scegliere, sin da ora, il candidato della sinistra alle prossime politiche. Ed è su questa sua petulanza che D’Alema nell’intervista con Luca Sofri ha sfoderato l’arma e fatto fuoco su Niki, definendolo inadatto.
Le elezioni, salvo le novità che fanno sognare Bersani, saranno nel 2013. Mancano due anni e non è stato ancora sciolto nessun nodo politico a sinistra. Si discute ancora, ad esempio, se debba stringersi o meno un accordo con il terzo polo, con Fini e Casini in particolare. E questi pongono condizioni e limiti. A conti fatti, se ci saranno gli uni, non dovrebbero esserci gli altri, ma il condizionale è d’obbligo. In Italia, tra i politici, sono un po’ tutti Buttiglione.
L’immagine del PD non è molto fluida, e non c’è grande concordia. Bersani e compagni fanno anche finta di ignorare che non è stato il PD a vincere le recenti amministrative, ma i candidati che si sono opposti ai loro uomini, a Napoli, come a Milano. Il PD ha perso terreno un po’ dappertutto e fa fatica a mantenere le soglie minime delle sue percentuali di consenso. Vincono più i candidati di rottura che quelli di una sinistra riformista e moderata. Per dirla con chiarezza, vince più la sinistra che il centrosinistra. E’ evidente che l’aver assecondato il partito della rottura e della chiusura al dialogo e alle riforme, non paga all’immagine di un partito che vorrebbe essere moderato e riformista. Alla fine gli elettori di sinistra hanno preferito gli originali ai cerchiobottisti.
Non è stata una bella scena quella offerta dal balbettante Bersani, accusato e rimproverato da Vendola di rincorrere la Lega per far cadere Berlusconi. Il segretario del PD è apparso impacciato e nervoso dinanzi allo spavaldo Masaniello del ventunesimo secolo che lo bacchettava come uno scolaro che non si era comportato bene e che non aveva svolto con diligenza i suoi compiti. Bersani dà spesso l’impressione di non sapere mai a chi santo votarsi e da qualche tempo si rende persino ridicolo con quella sua continua attività di svolgersi e rimboccarsi le maniche.
Anche Veltroni chiude a Vendola. La sinistra in verità è in confusione. Di Pietro è arrivato a proporre l’improponibile: ha riesumato Prodi come candidato della sinistra. Della serie non c’è due senza tre o, per chi la preferisce più truce, della serie … ritornano. Le opposizioni sono disunite su tutto: programmi, alleanze, pregiudiziali sugli uni e sugli altri, strategie, candidati. Resta solo il solito collante: quello dell’unione di tutti contro Berlusconi. Ma se tutti per uno può andar bene, la difficoltà è nel trovare quell’uno per tutti e, soprattutto, nello stabilire per cosa.
La scelta a sinistra sembra così sempre più un’avventura e il centrodestra, per recuperare spazio e fiducia, non avrebbe che da farlo capire agli elettori.
Vito Schepisi

30 aprile 2011

Vendola, il PD. la Puglia, il Paese

Il futuro di Vendola si costruisce solo sulla disgregazione dell’idea originaria del PD.
Il partito di Bersani era nato per rappresentare una sinistra di stampo europeo, aperto al confronto con le componenti moderate, predisposto al gioco democratico della legittimazione dell’avversario politico, spogliato dalle incrostazioni ideologiche, pluralista e slegato dal classismo marxista, ma soprattutto interessato alle idee liberali del mercato e della competizione.
Nato con Veltroni, il PD ha assecondato il processo di abbattimento della partitocrazia e si è fatto sostenitore del confronto bipolare, come negli USA, tra due schieramenti. Il centrosinistra e il centrodestra, accettando i valori comuni della democrazia, e avvertendo l’esigenza dei cambiamenti condivisi dell’architettura rappresentativa, esecutiva e giurisdizionale degli ordinamenti dello Stato, si prestavano al gioco democratico della maggioranza e dell’opposizione. Due poli d’interesse politico che, ferma restando la continuità istituzionale e il comune sentimento democratico, erano destinati a distinguersi su temi come previdenza, scuola e università, giustizia, pubblico impiego, sicurezza e fisco, soltanto negli accenti, nelle priorità e nelle strategie di visioni di società compiute.
Da una parte si pensava a una società democratica in cui far prevalere le innovazioni dei costumi, gli spazi delle minoranze, le integrazioni globali, il pluralismo etnico e, assieme a tutto questo, l’uso allargato della spesa sociale. Dall’altra parte, invece, si pensava sempre a una società democratica in cui far prevalere i valori di origine della cultura occidentale, l’identità nazionale, un’integrazione programmata, il rispetto delle minoranze, ma senza gravare sui diritti delle maggioranze e, assieme a tutto questo, la riduzione della spesa sociale a vantaggio dello sviluppo e degli investimenti, minori vincoli burocratici, più libertà d’impresa e maggiore flessibilità del mondo del lavoro.
In verità questo quadro non è stato dissolto da Vendola. Ci aveva già pensato lo stesso Veltroni. Perse le elezioni, sotto la pressione di Di Pietro, l’americano del PD, dopo il voto e gli impegni presi, ha cambiato la strategia d’opposizione, trasformandola da costruttiva a pregiudiziale. Persino la legittimità del voto popolare è stata messa in discussione. La sinistra di Vendola, assieme a tutte le componenti della sinistra alternativa, era invece rimasta fuori del Parlamento, consolidando l’idea che l’Italia ed i suoi elettori avessero scelto la democrazia ed il confronto civile.
Questa premessa è utile per capire l’attacco, oramai quotidiano, di Vendola al PD. È un attacco rivolto al sistema stesso della democrazia liberale. Vednola un anno fa in Puglia ha salvato la sinistra dalla sensazione di una sconfitta totale. E ora vuole riscuoterne il premio. Un anno fa, uscito da 5 anni di governo regionale senza colore, è riuscito ad imporre le primarie al PD. Era arcisicuro di vincerle, dopo aver costruito per tutto il tempo del suo mandato le premesse per il suo nuovo successo. E ora vorrebbe imporre la sua linea al Paese.
Forte di una rete clientelare di consenso politico tessuta in tutta la regione, rilevata anche nelle inchieste della magistratura sulla Sanità, Vendola, giovandosi di una stampa locale non ostile, se non addirittura amica, puntando su alcuni temi a effetto, come l’acqua di tutti e no al nucleare, ha vinto su un centrodestra spaccato. Nichi è abile a volgere tutto a suo favore. Utilizza ottimamente la pubblicità istituzionale per promuovere la sua immagine. Ha potuto persino giovarsi delle inchieste della magistratura su aspetti di vita mondana che, incrociandosi con personaggi pugliesi, sulla stampa locale facevano passare in secondo piano le inchieste sulla sanità e i coinvolgimenti e gli arresti dei suoi collaboratori.
La stessa strategia vorrebbe metterla in campo per la corsa alla guida del Governo nazionale. La sua candidatura a sfidare Berlusconi nella corsa a Palazzo Chigi, e la richiesta di primarie per la scelta, è partita il 18 luglio del 2010 a Bari durante i lavori degli “Stati generali delle fabbriche di nichi". Vendola ha già deciso: o le primarie o la sua candidatura a prescindere. Nessuno può pensare che sarà lui a cambiare idea. Non esiste per Vendola il concetto di cambiare idea.
I tentativi del PD di metterlo in difficoltà non servono. E su un aspetto il Governatore ha ragione: il PD ha votato con lui il suo programma e le sue scelte e i tentativi di metterlo in difficoltà con le assenze sui banchi della maggioranza appaiono goffi e incoerenti. Le minacce di dimissioni pochi giorni fa sono state un altro suo colpo di teatro. Il Governatore è abile ai colpi di scena. E minacciare le dimissioni sul contrasto alla rimozione dei vecchi amministratori delle Asl, per sostituirli con giovani manager sarebbe stato per il PD pugliese un vero autogol.
Nichi sta logorando lentamente il PD e lo fa giorno per giorno, senza sosta. L’ultima stoccata è contenuta nell’intervista al “Fatto Quotidiano” di qualche giorno fa. Ci ricorda la sua battaglia dell’uomo “solo contro tutti” già usata in Puglia. Il suo avversario per ora non è Berlusconi ma Bersani, come non era il centrodestra in Puglia, lasciato maturare nel suo logoramento e nei veti incrociati tra l’autunno del 2009 e l’inverno del 2010, ma D’Alema ed il suo sistema di potere in terra pugliese.
Se perdesse anche questa battaglia, Il PD dovrà prendere definitivamente atto del fallimento del suo progetto di rappresentare il riferimento della sinistra in una democrazia compiuta.
Non resta che chiederci se sia possibile immaginare oggi una sinistra, in una Nazione europea, legata alla figura e alle politiche del sapore ideologico di Vendola.
Vito Schepisi

25 gennaio 2010

Vendola ha vinto le primarie, ma non ha vinto la Puglia

Per i pugliesi la vittoria straripante di Vendola alle primarie non è una sorpresa. E’ più sorprendente l’indicazione venuta dai vertici del Pdl di Rocco Palese, chiamato a battersi con il candidato orgogliosamente comunista e leader nazionale di Sinistra, Ecologia e Libertà. C’è chi, non a torto, ha pensato che una candidatura più prestigiosa, come quella del magistrato Dambruoso, ad esempio, sarebbe stata più opportuna.
Il governatore pugliese uscente ha lavorato cinque anni in Puglia per rafforzare, come è stato rilevato nelle indagini della magistratura, la “cupola” di controllo politico del territorio. Assieme a lui però hanno lavorato ampi pezzi del PD, soprattutto quei settori che, contraddicendo le indicazioni del partito che puntava invece su Boccia (ex Margherita), hanno sostenuto la candidatura di Nikita.
C’è stata una partecipazione trasversale a favore dell’ex leader di Rifondazione Comunista. Oltre allo zoccolo duro ex comunista del PD, hanno votato per lui migliaia di cittadini che sul territorio pugliese, dal Salento alla Capitanata, sono entrati a far parte della sua rete di controllo territoriale, della sua macchina elettorale, della sua organizzazione. Il 73% dei voti alle primarie è un risultato che ha superato ogni previsione: lascia intendere quante buone ragioni avesse il Presidente uscente a chiedere con caparbia ostinazione la celebrazione delle primarie.
La rivoluzione pugliese, come l’ha chiamata Vendola, è stata solo una rappresentazione teatrale dove l’effimero, la scenografia, gli effetti speciali hanno prevalso sui bisogni e sulle carenze. Un maniacale tentativo di saccheggiare la libertà e l’iniziativa del territorio, riempiendolo di romantiche immagini poetiche, ma condannandolo all’immobilismo, senza che nulla fosse modificato. Tanti buoni propositi e parole come solidarietà, assistenza, accoglienza, recupero di tradizioni e culture, per distribuire risorse ad una rete che rispondesse appunto al principio del controllo politico del territorio, come è stato rilevato dai magistrati per la sanità. Una indifferenza colpevole e cinica mostrata con protervia ed arroganza. I progetti e le ambizioni nazionali del piccolo imperatore con l’orecchino che andavano oltre il destino della Regione.
Non sembrava un suo problema la Puglia in difficoltà, né le carenze nell’assistenza sanitaria, nello smaltimento rifiuti, nella erogazione dei servizi. Lui non sapeva, poteva non sapere, di sprechi ed abusi e di squallide vicende boccaccesche locali. Troppo interessato a diversi sviluppi futuri!
Il Governatore più pagato d’Italia ha saputo distinguersi solo nello spreco delle risorse. Ha taglieggiato i pugliesi con addizionali sui carburanti e sul prelievo fiscale, con le aliquote al massimo consentito. Ha regalato uno scempio ambientale senza precedenti con le coste del Salento, le Murge ed il Gargano invase di pale eoliche. Ha costretto i giovani ad emigrare per le carenze di occupazione, mentre si sprecavano risorse in spettacoli da strada, nel retribuire guitti di ogni specie, in viaggi in allegra comitiva e missioni impossibili.
Anche il fenomeno dell’immigrazione clandestina è stato fronteggiato con interventi di facciata, senza un coordinamento che facesse primeggiare la legalità e la sicurezza. La presenza continua di uno stato conflittuale con il Governo nazionale ha avuto, infine, più il gusto del contrasto politico che il sapore della fermezza nelle scelte, nei programmi e nelle opportunità.
Vendola è ora un uomo da battere nell’interesse della Puglia e del Mezzogiorno. E’ il vecchio che mortifica l’innovazione, lo sviluppo, l’impresa, le capacità ed il rilancio produttivo della regione più intraprendente del mezzogiorno. E’ l’uomo che frena la Puglia protesa coi suoi mercati protesi verso i Balcani ed il Mediterraneo, con le sue università fucine di cultura, competenze e nuove tecnologie. La Puglia, bagnata da un mare magnifico, titolare di un patrimonio paesaggistico, storico e culturale di grande valore, terra di sapori e di prodotti tipici, terra di sole e di colori, di accoglienza e di umanità, merita diversa attenzione.
Non un piccolo re, circondato dalla corte dei miracoli, ma un grande pensiero di crescita, un’idea nuova per pensare alle nuove conquiste, per puntare al recupero della fiducia, alla riqualificazione del territorio, al rilancio, alla legalità, all’efficienza. Tocca allora al Pdl stringersi attorno al suo candidato, per battersi per la vera rivoluzione liberale pugliese. Non può perdere il Pdl questa occasione per estromettere colui che si è definito “un uomo solo al potere”, e che è apparso solo un uomo in corsa per le sue ambizioni e per il prevalere di un suo modello politico, già sconfitto dalla storia e dai fatti.
Vito Schepisi

07 gennaio 2010

Primarie e PD

Le primarie sono come la classica coperta troppo corta: se vuoi coprirti le spalle finisci col lasciarti scoperti i piedi. Mutuate, per le elezioni presidenziali, dal sistema elettorale degli Stati Uniti d’America, in Italia, tra qualche tempo, serviranno ad eleggere persino gli amministratori di condominio.
E’ nello stile del “si può fare”, perché tutto ciò che è ”americano”, in Italia, se a stabilirlo sono i soliti noti, è politicamente corretto. E’ nato così il Partito Democratico, con le primarie drogate, dopo una grande kermesse al Lingotto di Torino per investire già tre mesi prima Veltroni, benedetto dalle grandi famiglie industriali italiane e da un gruppo editoriale di grande impatto ideologico nell’area della sinistra italiana.
Le primarie in Italia erano già state introdotte appena due anni prima, volute da Prodi che, consapevole di essere nell’area della sinistra italiana un espediente più che una soluzione, voleva legittimarsi alla candidatura nelle politiche del 2006 per la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una legittimazione politica che a quanto sembra è servita a ben poco, come a ben poco è servita quella di Veltroni nel 2007 ed a ben poco, sembra di capire, servirà anche quella recente di Bersani.
Se le riflessioni sono un aiuto alla comprensione dei fenomeni, e se possono servire come indicazioni per le scelte future, occorre dire che la forma deve essere sempre un modo per far emergere le qualità delle cose e mai, viceversa, un modo per celarne la sostanza. Primarie si, ma su scelte vere!
Nel Partito Democratico appare sempre più difficile, però, poter guardare alla sostanza in quanto c’è una gran quantità di scelte non fatte, di equivoci non risolti, di strategie del divenire troppo vincolate alle nostalgie del passato. Sono apparsi, inoltre, nel partito che in due anni è stato prima di Veltroni, poi di Franceschini e che ora è guidato da Bersani, più i metodi tipici di una opposizione al sistema, che richieste di modifiche alle soluzioni dei provvedimenti in discussione, e tanto meno si è avvertita la presenza di proposte politiche alternative, se non quella di dire: vada via Berlusconi che ci mettiamo noi qualcuno di diverso.
Nel PD ci sono molte voci diverse che gridano, e sono spesso voci divergenti. Per un partito di natura popolare può essere anche giusto che sia così, ma se è vero che in questo modo si riesce a coinvolgere un arco trasversale delle realtà sociali e del pensiero politico del Paese, è anche vero che spaventa la sua parte moderata e che disorienta e delude quella più pregiudiziale e dura. Il risultato finale è che il PD non riesce ad aggregare e viene visto dai suoi alleati più come un serbatoio da cui attingere, soprattutto dopo che alle politiche del 2008, con l’appello ad evitare il voto inutile, Veltroni aveva cannibalizzato i partiti minori.
Le contraddizioni, se sono tante, finiscono sempre per emergere. Le primarie, ad esempio, si fanno a corrente alternata, e si ammettono solo i candidati che non disturbano, ed accade anche che si facciano quando fa comodo e che si neghino quando si mostrano scomode.
Sono mesi che in Puglia il governatore uscente Vendola, forte della fiducia sempre ricevuta dal maggior partito della coalizione di sinistra che nel 2005 vinse le elezioni, chiede la legittimazione della sua gestione con la riconferma della candidatura alla presidenza. E sono mesi che il PD fa finta di non sentire.
La contraddizione più evidente è che i responsabili del partito democratico magnificano la gestione passata, ma pongono ostacoli alla sua riconferma; esaltano l’esperienza della gestione della sinistra radicale in Puglia, ma indicano una strada moderata per una nuova esperienza politica in compagnia di Casini. Ed è così che la Puglia è in bilico tra il desiderio di D’Alema di allargare la maggioranza al centro, nell’ottica di un laboratorio politico per preparare le future competizioni elettorali nel Paese, e quello della riconferma di Vendola; tra la difesa della tenuta complessiva della sinistra, con l’aiuto di una componente moderata, e l’interesse, un po’ personale ed un po’ politico, di un pezzo della sinistra più estrema di non spegnersi.
Resta che sulla richiesta delle primarie da parte del governatore uscente, che sa di poter ben controllare il territorio amministrato da 5 anni, il PD nicchia confondendo tutti, e confondendosi da solo, tra le primarie di coalizione e le primarie di partito, tra la modifica della legge regionale sulle candidature dei primi cittadini delle grandi città ed i propositi dei allargamento della coalizione.
Primarie si, primarie no! Il PD non sa se coprirsi i piedi o le spalle. Come accade con l’alleato Di Pietro: il PD non sa mai cosa fare! Non sa mai se far maturare il suo processo democratico o andare all’assalto.
Vito Schepisi su Il Legno Storto

05 novembre 2009

Nel PD tutto cambia, perchè nulla cambi



Tutto si va a chiudere com’era previsto. Dopo le primarie nel PD, i capogruppo alla Camera ed al Senato hanno rassegnato le dimissioni per consentire al nuovo segretario di organizzare la sua squadra politica. E’ giusto che sia così: è il segretario che deve proporre ai gruppi le ipotesi di cambiamento. Meno giusto ci sembra che alla Presidenza del gruppo parlamentare alla Camera sia chiamato il suo più agguerrito concorrente alla segreteria del partito. Non so se sia mai accaduto nella storia politica italiana che il leader della mozione opposta assuma la direzione del gruppo parlamentare. Il sospetto di una nuova finzione, o di una mera lotta di potere con un accordo di spartizione, induce a chiedere se ci siano state reali diversità nelle proposte politiche dei concorrenti alla segreteria PD, o se sia stata la solita commedia a cui questo partito, per quanto nuovo, ripetutamente ricorre. Fingere anziché fungere.
A parte il programma del chirurgo Ignazio Marino, che più che un articolato percorso di attività e scelte programmatiche del complesso partito che ha ereditato esperienze politiche e civili molto diverse, è stato generalmente percepito come una volontà monotematica di trasformare il PD in un movimento di lotta su ben precise scelte etiche, a parte Marino, quindi, non c’è stata una diversità che sia stata percepita netta tra i due principali concorrenti.
Marino è stato anche l’unico che ha saputo accendere i riflettori dell’attenzione su di un’area esterna al PD, allargando la base di un consenso che, più che per uno schieramento politico, è apparso di precise finalità laiche. Il medico, infatti, ha saputo coinvolgere anche porzioni di area radical-liberale nei suoi richiami alle scelte di vita e soprattutto nel suo approccio filosofico al voler dare una ragione (di vita) alla morte.
Tra Bersani e Franceschini cosa c’era invece di così radicalmente diverso? E’ arcinoto che il primo proviene dalle fila dell’ortodossia comunista, in cui prevaleva la ragione di partito sull’intelligenza e sull’originalità del pensiero, e che il secondo proviene invece dalle sacrestie democristiane - che tanto hanno influenzato anche Veltroni - cultrici del principio che tutto si possa fare: anche mettere sulla tavola del diavolo un boccale di acquasanta, perché lo beva assieme al sangue dei suoi oppressi.
Dopo un Congresso, di regola, chi prevale imposta la sua squadra e lo fa sui suoi progetti. E cosa c’è di programmaticamente più pregnante e simbolicamente più squisitamente politico che l’attività parlamentare? Come farebbe un oppositore, teoricamente portatore di una diversa idea di gestione e di contenuti, a poter così fungere da capogruppo parlamentare? Le strategie operative di un partito si concretizzano proprio in Parlamento che è il luogo in cui si formano le leggi e da cui si anima la discussione sulle iniziative politiche per il governo del Paese. Franceschini, se diverrà capogruppo del PD alla Camera, che farà? Interpreterà Bersani? O sarà quest’ultimo che andrà in coda alle scelte ed alle iniziative di Franceschini?
Se tutto questo può apparire di poca importanza in realtà non lo è. Il PD in due anni ha già cambiato tre segretari. I precedenti sono partiti con diversi e virtuosi propositi ma sia l’uno che l’altro hanno finito per fare le sole cose che gli sono state consentite: esasperare i rapporti con la maggioranza; esaltare l’informazione faziosa; assecondare l’invadenza della magistratura.
L’unica apparente diversità è stata invece solo una finzione. Veltroni voleva attestare il PD in un’area di sinistra moderata autosufficiente, svincolata dai piccoli partiti della sinistra alternativa. Subito, però, si è smentito da solo ed ha imbarcato Di Pietro. E la sua è apparsa più un’operazione di cannibalismo parlamentare, verso i piccoli gruppi neo comunisti, che una vera scelta bipolare. Franceschini da segretario si era attestato sulla linea di Veltroni e blandiva e condannava l’alleato Di Pietro a giorni alterni. Diversa sembra ora la posizione di Bersani. Il neo segretario vuole aprire alle alleanze e lo fa richiamando il principio del centralismo democratico, arcinoto ai suoi possibili futuri alleati, tutti di estrazione comunista, per informarli di volerne adottare lo spirito, per evitare la confusione di voci mostrata ai tempi di Prodi.
Ma alleanze per cosa? Il problema è tutto lì. Con il gossip, con la giustizia, con gli insulti, con le delegittimazioni, con la disinformazione, con le minacce ed anche con l’omicidio, se fosse possibile, tutto a sinistra è indirizzato solo a spodestare Berlusconi, anche contro la volontà popolare.
La questione in sostanza resta sempre negli stessi termini, come descritto da Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo, solo un grande cambiamento che permetta di lasciare tutto come prima, perché nulla cambi.

Vito Schepisi

24 novembre 2008

Riformare la Sinistra

Per quanto sia impensabile che possa essere una preoccupazione di chi non è di sinistra, ma è necessario che ci si debba preoccupare di poter avere in Italia una sinistra democratica e riformista. Ogni forza politica di ispirazione liberale ha bisogno di interlocutori coerenti e credibili, per poter instaurare il metodo del pluralismo di pensiero e della democrazia della scelta.
Nelle diverse forme istituzionali in cui si sviluppano i modelli di democrazia compiuta, il confronto politico ha bisogno di contendenti attendibili per evitare il rischio della sclerotizzazione della classe dirigente e la conseguente loro trasformazione in casta di potere.
Si era già detto ai tempi del suo sorgere che il Partito Democratico, nato su un progetto politico più di vertice che di popolo, non avesse la spinta per poter colmare un vuoto avvertito nella sinistra democratica della politica italiana.
Resta viva, infatti, la sensazione che a sinistra non vi siano interlocutori responsabili e soprattutto che da parte dei protagonisti non vi sia una scelta ferma di adesione ai metodi del libero confronto caratteristici di una scelta liberale. La democrazia asserita non si può esaurire nei riti formali delle primarie, organizzate per di più dagli apparati e con la preventiva indicazione del vincitore, come è accaduto prima con Prodi e poi con Veltroni. L’opzione della scelta democratica non si esaurisce neanche con la navigazione a vento, come fa Veltroni, che finisce sempre col disporsi a trovare il suo Eolo in Di Pietro. E se invece di Veltroni, il PD dovesse scegliere il marinaretto più aduso allo spirar dei venti, questi oserebbe persino affermare d’essere in grado di deviarne il corso, per quanta spocchia elitaria e presunzione possiede.
Il Pd lo scorso anno nasceva dall’integrazione dei due corpi della sinistra consumati dalla storia ed esauritisi per gli errori passati.
La sinistra post comunista, trasformata nel nome, era rimasta integra nella sua classe dirigente, anzi si era attrezzata a far emergere, nella nomenclatura, tra i cavalli di razza, le personalità più caratterialmente formatesi nella vecchia idea leninista: quella del regime che si insinua nei meccanismi della democrazia per ridurli alla dipendenza, come una sostanza stupefacente.
La sinistra popolare non marxista ma integralista, centralista e soprattutto illiberale, invece, aveva aggiunto alla sua contrarietà al sistema della libera impresa, l’onta d’aver perso la centralità della guida della Nazione. I colpi di tangentopoli e le scissioni di quella che era stata la vecchia dc avevano reso più duri i toni della contrapposizione alla svolta neo liberale che, proveniente dall’Europa, si affacciava anche in Italia, introducendo la cultura dello stato minimo e le regole di mercato.
Ai post democristiani di sinistra, in verità, già prima della fusione nel PD venivano meno i principi della tradizione cattolica italiana, sia nella scelta delle alleanze che nella collocazione tra le grandi famiglie europee, disperdendo l’abitudine a quelle ampie sintesi, in cui si riconoscevano tutti i sinonimi ed i contrari della vecchia “balena bianca” della politica italiana, per ritrovarsi così uniti nell’ispirazione comune di governare il Paese sotto il simbolo dello Scudo Crociato e dell’identità etica del cattolicesimo.
Il Partito Democratico era stato pensato da un uomo, politicamente apolide, pur se in passato aveva militato a fianco di De Mita e Andreatta nella DC, quando si era fatto nominare ministro con Craxi, e Presidente dell’IRI due volte. Era stato pensato da Prodi per poterne assumere la guida, fuori dai condizionamenti dei DS e della Margherita. L’ambizione dell’uomo era di diventare statista senza averne le qualità per quanto pavido, introverso e per niente carismatico.
Prodi aveva bisogno di una sinistra senza memoria e senza riferimenti, aveva bisogno di una componente parlamentare da poter dirigere e manovrare a suo piacimento, ma è caduto in disgrazia prima di poterla veder nascere. Voleva una sinistra senz’anima, ed è riuscito ad averla. Il suo posto, però, l’ha preso Veltroni che ha provato a cambiar tragitto, ma ha imboccato un percorso tortuoso che lo porterà solo ad un nuovo fallimento e forse al ritorno al passato con una nuova probabile scissione.
Vito Schepisi

15 ottobre 2007

Salutiamo il Partito Democratico

L’avvio del Partito Democratico si è consolidato con un successo di partecipazione del popolo della sinistra moderata.
Al di là del balletto delle cifre il risultato c’è stato e la macchina organizzativa ha funzionato con successo. Questa volta non sono state le primarie eccessivamente gonfiate di due anni fa volute da un signore che, senza un partito e scelto per l’insostenibilità di altre candidature, scottato dal complotto a suo danno nel 1998, condizionava la sua partecipazione alla cosiddetta investitura popolare.
Anche nel 2005, come oggi per Veltroni, alle primarie non c’è stata partita. Nessuna vera competizione ma solo uno strumento per offrire visibilità e “carisma” ad un personaggio allora assolutamente privo di capacità propulsiva.
Si dice che le idee camminano sulle gambe degli uomini, ed a volte sono proprie le caratteristiche di queste gambe che rendono le idee interessanti e vincenti. Questi arti devono saper correre e frenare, spingere e saltare, trascinare e radicarsi, perchè ferme sul terreno della storia facciano si che le idee che trascinano siano poderose e vincenti. Quando non ci sono uomini che abbiano queste caratteristiche ci si affida ad espedienti diversi per pompare carisma e rendere visibili anche i brocchi con le gambe molli. E’ stato il caso di Prodi dove lo spessore era talmente inconsistente da aver prima inventato le primarie, con un candidato che si sapeva già vincente, e poi da averlo anche gonfiato nel risultato, per farlo percepire come un candidato credibile. Lo stesso metodo commerciale che si adotta per un prodotto di consumo dove la forza indotta della pubblicità, ottenuta con il martellamento sulle qualità del prodotto, supera di gran lunga la forza propria della qualità del prodotto stesso.
Questa volta, invece, è sembrata una convinta partecipazione del popolo della sinistra compatibile. L’idea politica di un movimento di opinione che nutre speranza di vedere avanzare una sinistra con connotati europei e che sia propulsiva per le riforme ed il soddisfacimento delle istanze sociali. Una sinistra che non sappia solo correre dietro ai miti fumosi di una rivoluzione radicale, già sconfitta dalla storia, e soprattutto, è da auspicare, non impegnata in sole cieche fughe in avanti. Una speranza che possa maggiormente giovare alla crescita della coscienza democratica, purché ponga finalmente il confronto sul piano delle cose e non dei miti e delle illusioni che spesso si rivelano deludenti e dannose.
E’ d’uopo auspicare che, abbandonate le politiche della delegittimazione e della superiorità antropologica, il nuovo soggetto politico sappia avere la capacità concettuale del confronto tra scelte di modelli democratici e liberali su cui indirizzare il cammino del Paese a prescindere dalle maggiori accelerazioni sulla pista dello sviluppo economico o della solidarietà.
La storia d’Europa e dell’Occidente ci hanno dimostrato che non è il discrimine tra le politiche sociali e quelle dello sviluppo il confine tra l’umanesimo e l’egoismo, anzi il contrario perché le une e le altre si integrano nelle scelte e nelle alternanze di gestione per assicurare continuità allo sviluppo ed alle esigenze sociali.
Il risultato di queste primarie, soprattutto in termini di partecipazione, ha avuto la valenza di una rivincita contro un sentimento diffuso che sembrava volesse emarginare la presenza di una sinistra moderata ostaggio della sinistra radicale. Una rivincita anche contro quell’opposizione antisistema che si andava allargando nel Paese e che rischiava di confinare la proposta politica di Prodi, Padoa Schioppa, Dini e Mastella tra le ganasce di una ipotetica tenaglia: una morsa soffocante tra l’opposizione vera del centrodestra e le opposizioni costruite all’interno dello stesso tessuto politico-elettorale che avevano concorso a compattare intorno a Prodi il necessario consenso per prevalere nelle ultime elezioni politiche.
Si può dire che più che l’uomo, investito dal compito di dar concretezza ad una nuova proposta politica, abbia vinto la capacità di sapersi stringere attorno ad una speranza di nuovo. Veltroni ha ottenuto il consenso che punto in meno, punto in più, tutti sapevano e si aspettavano. Del resto era stato messo a quel posto per ottenere questo risultato e per rilanciare le speranze sopite e mortificate dell’elettorato della sinistra moderata.
Il partito Democratico ha voluto offrire alla sinistra ed al suo popolo la speranza del rilancio e della coerenza che i partiti, compattati e fusi nella nuova realtà, avevano disperso sia per l’ inconsistenza della proposta politica che per i deludenti risultati di gestione.
L’augurio di ogni democratico, benché scettico e disilluso, deve ora essere quello di vedere consolidare questo nuovo soggetto politico intorno ai valori della Politica con la “P” maiuscola, nella consapevolezza che ove questa venga a mancare a rimetterci sarà sempre il popolo e la sua libertà.
Salutiamo, pertanto, con questi auspici, il nuovo Partito Democratico.
Vito Schepisi

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