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09 ottobre 2012
Le primarie e la strategia del potere
Sarebbe utile capire cosa siano in definitiva le primarie della sinistra.
Questa volta, come sostiene Panebianco sul Corriere, sono “vere e competitive”, non sono una farsa com’è stato con Prodi e con Veltroni.
Chiariamo le cose. A parte Tabacci che non si sa cosa rappresenti - Il suo partito, l’UDC, ha dichiarato che, qualora nel gioco ci fossero anche Vendola e Di Pietro, avrebbe chiuso le porte all’ipotesi di accordi con il PD - gli altri candidati in competizione vera rappresentano almeno due diverse ipotesi politiche.
Potremmo dire: due partiti contrapposti, come scelte, come strategie, come visioni d’insieme, come idee, anche se con molti slogan tra rottamatori e controrottamatori e se mancano, invece, i contenuti e i programmi.
Renzi e Vendola hanno indubbiamente due anime diverse e contrarie. Hanno un differente modello sociale di riferimento, con altrettante opposte strategie da adottare: due modelli di sviluppo, come si diceva una volta, tra loro inconciliabili.
E’ Vendola che lo conferma parlando di Renzi: ” Subalterno al liberismo che fa male all’Italia”. Come si può pensare che l’elettorato di Renzi voti per Vendola candidato premier, e come si può pensare che possa farlo l’elettorato del pugliese per il rottamatore toscano?
Nel mezzo c’è il segretario del PD Bersani, sintesi, a dire dei sostenitori, quando non sono solo impegnati a criminalizzare Renzi, delle due altre opzioni. Il segretario, però, è in conflitto con ciò che dice di volere, con la sua storia e, ancor di più, con ciò che rappresenta.
Vediamo perché non è possibile che Bersani sia la sintesi.
Vendola dice: “Io gioco le primarie per battere Monti”. Il PD, invece, sostiene Monti. Non c’è sintesi che tenga: sono due cose opposte.
Bersani sta giocando due partite: quella interna con Renzi e quella esterna con Vendola.
La prima per difendere la sua leadership nel PD, per legittimare l’area post comunista a proporsi, senza controfigure, come con Prodi e Rutelli, per governare l’Italia e per esorcizzare l’immagine del “peccato originale” di un partito che non ha mai fatto i conti con la sua storia, né “outing” sul suo passato.
L’altra partita, esterna con Vendola, per affermare la centralità del PD nella variegata sinistra italiana, dopo aver perso, a catena, il confronto in più parti d’Italia e per allontanare l’immagine di un partito schiacciato sull’area moderata nel momento in cui la base scalpita e chiede vendetta.
Bersani si è trovato in una fase favorevole e pensa di coglierne i frutti. La semina d’odio nell’opporsi a Berlusconi, con la nuova stagione giustizialista a senso unico, come per Occhetto nel 1994, l’hanno collocato ai blocchi di partenza di qualche metro più avanti.
Ha lavorato sin dall’inizio per questo risultato:
- ha versato benzina sul fuoco in un’Italia sconvolta da una crisi recessiva che si è riverberata sul lavoro, sulla precarietà e sulle fasce più deboli, cioè su quelle più facilmente utilizzabili per propalare il malcontento popolare;
- ha fatto un’opposizione molto dura al Governo “legale”, sostenuta anche da giochi di palazzo e da alcuni nemici storici che diventavano amici eroici. E’ stata un’opposizione pregiudiziale, spesso rivolta contro il Paese, che ha trovato terreno fertile in un momento di evidente difficoltà per i lavoratori, per le famiglie, per le imprese e per i giovani.
Bersani ha cercato ad ogni costo lo scontro, ma ha congelato l’Italia in un sistema incrociato di delegittimazioni che non consentono a nessuno di governare, se non con sistemi autoritari, come stiamo oggi vedendo con Monti.
Non solo. La conseguenza è che sono stati i più deboli a pagare il prezzo più alto: proprio quelli che oggi sono più incazzati. Il vento dell’antipolitica, in prospettiva, è diventato il nemico più pericoloso di Bersani, anche per l’imbarazzo del sostegno a Monti, tollerato dalla base PD come alternativa a Berlusconi, ma non per le sue scelte antipopolari.
Bersani è così nello stesso vicolo cieco in cui si è posto.
Se Renzi e Vendola hanno tutto da guadagnare, lui ha tutto da perdere. Comunque vada ha già perso in immagine, perché i due competitori veri sono il sindaco e il governatore. Lui non è sintesi di niente.
Le primarie sono “vere e competitive”, come sostiene Panebianco, solo tra il toscano e il pugliese. Bersani non è una sintesi, ma un imbroglio. E’ un emissario. Senza essere il referente di un servizio da rendere a quei poteri che volevano liberarsi dell’indomabile Berlusconi, Bersani non sarebbe.
E’ solo l’avamposto della strategia del potere in Italia.
Vito Schepisi
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17 maggio 2011
Il Centrodestra recuperi la sua unità

Un clima così surriscaldato per una tornata amministrativa non si era mai visto.
Non si capisce perché in questa circostanza si è voluto calcare la mano, caricando di eccessiva valenza politica il rinnovo di amministrazioni locali. E’ vero che in questo turno amministrativo erano impegnate quattro tra le città più rilevanti per densità di popolazione e per rilievo politico e sociale, ma si trattava pur sempre di rinnovo di amministrazioni locali.
C’è da pensare che molto sia dovuto alle novità attinenti alla nascita e agli spostamenti di forze politiche. La valutazione dell’incidenza di alcuni soggetti politici e le nuove collocazioni hanno alimentato, infatti, un più ampio interesse.
E’ stato lasciato spazio ad un tiro incrociato in un’area, quella di centrodestra, che, al netto di una sorta di guerra civile tra responsabili di partito e militanti, si rivela abbastanza comune. E’ stato così solo un buon gioco per i cecchini di entrambe le parti. E’ stato, inoltre, un errore caricare questa competizione di eccessiva tensione, elevandola al rango di test politico o addirittura di referendum sulla maggioranza e sull’azione di governo. A essere coinvolto, in definitiva, è stato pur sempre un campione parziale di elettorato, e i risultati emersi appaiono così differenti nelle diverse realtà e così ampiamente influenzati dalle questioni locali.
Soffermarsi, pertanto, sulla tenuta o meno delle formazioni minori, in particolare su quelle che hanno modificato i loro atteggiamenti, a volte alleandosi ora con gli uni ora con gli altri, o presentandosi da soli, con lo scopo di far emergere il loro peso politico, è politicamente più importante che non farlo sulla conferma, o meno, di un sindaco PD a Torino e Bologna, o di un risultato sorprendente di Pisapia a Milano. Atteso che per sorprendere davvero il candidato di Vendola dovrà confermare il suo risultato al ballottaggio.
Si assiste invece all’esultanza trionfalistica del PD che, abituato a cantar vittoria anche quando perde, non può, a maggior ragione, non farlo quando il centrodestra non sfonda. Il PD che si appropria dei risultati della sinistra tutta e che cancella, al contrario, le sue sconfitte, come il risultato di Napoli dove subisce un doppio tracollo: uno di voti e l’altro con il suo candidato nettamente superato dall’ex PM De Magistris, candidato dall’Idv di Di Pietro.
Il PD, e questo è un fatto politico di assoluto rilievo, non riesce più ad imporsi non solo nelle primarie di coalizione, ma neanche alla prova del voto, nel confronto con la sinistra più estrema. Di fatto c’è che nella rossa Bologna, il candidato del Partito Democratico riesce a vincere a stento al primo turno contro il giovanissimo e sconosciuto candidato della Lega. E nel resto d’Italia molte amministrazioni già governate dalla sinistra hanno cambiato colore. Di concreto e rilevante, pertanto, per il partito di Bersani, ma con un candidato non suo, c’è solo il risultato di Milano, su cui il centrodestra qualche riflessione, da subito, dovrà pur farla.
Detto del PD e del Pdl che, per lo più, tra alterne vicende, tengono, ma non convincono, è più interessante soffermarsi su quelle formazioni che nelle precedenti competizioni amministrative facevano parte integrante della coalizione di centrodestra, come l’UDC di Casini, o che, come per il Fli, nascono dalla scissione dal Pdl di una frangia che fa riferimento al Presidente della Camera. E’ importante osservare se e come queste forze minori abbiano impedito il successo delle aree politiche di riferimento e se abbiano, addirittura, favorito le altre aree di aggregazione politica. E’ importante, inoltre, capire se Fini abbia fatto emergere un suo ruolo propulsivo, e tale da essere determinante, e se abbia riscosso un consenso elettorale sufficiente a cambiare gli scenari, ovvero se l’alleanza con Casini e Rutelli abbia riscosso un tale gradimento da riuscire a proporsi come alternativa per una nuova coalizione moderata o di centrodestra.
Non sembra, però, che tutto questo sia emerso in alcuna realtà, né al sud, né al nord e ancor meno al centro. Il ruolo del Fli è apparso dappertutto marginale, se non subalterno all’Udc di Casini. L’elettorato, in genere, non premia le frantumazioni mentre, invece, privilegia le convergenze omogenee, tanto più se queste si identificano con aree di efficace proposta politica e se c’è coesione nelle indicazioni dell’azione di governo e dell’amministrazione locale.
Non si può dire, pertanto, che Il terzo polo abbia raccolto i frutti della protesta che in questa tornata si è riversata sul centrodestra. Il movimentismo di Fini e Casini, in particolare, appare più come causa scatenante del disappunto dell’elettorato moderato che foriero di un travaso di consensi: più capace di far fallire un progetto politico che di proporne uno alternativo.
Anche alla Lega Nord non hanno giovato le recenti intemperanze all’interno della maggioranza. Il partito di Bossi è più credibile nella difesa delle prerogative dei territori del Nord d’Italia che non nelle bislacche forzature sulla politica estera. Non sono stati, infatti, convincenti i suoi ripiegamenti sulla questione libica, come non lo erano in politica estera le fughe in avanti rispetto alla linea tradizionale dell’Italia, interpretata dal Presidente del Consiglio con il consenso attivo del Presidente della Repubblica.
Ora tra due settimane i ballottaggi, e nel centrodestra è arrivato il momento di riporre le armi per consentire che l’area moderata ritrovi le motivazioni della sua unità.
Vito Schepisi
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21 settembre 2010
Ma anche ...

Ma si capisce perché Veltroni è tornato a cantare nel coro! I suoi proclami di abbandono della politica sono come un’eco che rifrange i suoni: è come un effetto speciale, è come il riverbero della eco che lentamente va scemando fino a sparire. Non c’è niente di vero in ciò che dice e che fa: è scritto solo nel copione del film che vive dal vero. Non c’è necessariamente un motivo per ogni cosa, l’istinto spesso prevale, e neanche per il mancato trasferimento in Africa c’è una vera ragione. E chissà se nel continente nero ci andrà mai per restarci! E le motivazioni non sono solo per pietà per quelle popolazioni già gravemente tormentate, ma anche altre. Per Veltroni il “ma anche” è centrale. Quasi uno scopo!
Come capita ad un autore che ha sempre sognato di comporre l’opera d’arte più eclatante e discussa del secolo e che, dopo averla realizzata, pregusta l’avverarsi del suo desiderio e spera che alla radio, in televisione e sui giornali si discuta della sua creatura artistica, non può essere vero che Veltroni rinunci alla voglia di godersi il successo. Non può allontanarsi ed isolarsi dalla ribalta ed abbandonare l’idea di gustarsi il tributo di plauso e di stima che merita. Non sarebbe normale! E sarebbe meno normale che mai per uno che dà l’idea dell’uomo che, per spiccata autostima, pur di guardarsi e di sentirsi si metterebbe dinanzi allo specchio ad ammirarsi.
Poteva così Veltroni nel trionfo pieno del “ma anche” tuffarsi nell’impegno umanitario in Africa e fuori dalla ribalta? Proprio lui esperto di cinema e spettacolo lontano dai riflettori?
Nulla poté il suo ingegno letterario e politico quanto la sua onnicomprensività delle soluzioni. Non poteva abbandonare la scena proprio ora che per lui c’era una ragione d’orgoglio. Non sarebbe stato da Veltroni, diventare il signor nessuno fuori dall’Italia, e proprio nel momento in cui può vedere finalmente trionfare il suo intuito comprensivo, di grande spessore filosofico, del tutto e del suo esatto contrario: il bianco, ma anche il nero; l’Africa ma anche l’Europa; il dritto, ma anche il rovescio; dentro, ma anche fuori; Berlusconi, ma anche no; con la bussola, ma anche senza.
Veltroni ha tracciato il solco del pensiero “maanchista” e poi ci si è infilata una folla, ad iniziare da Vendola, ad esempio. Cattolico, ma anche comunista, e poi continuando tra l’assunto ed il suo “ma anche” scopriremmo la realtà di una terra pugliese devastata dall’incuria e dalla supponenza, tra disoccupazione che cresce a due numeri, i servizi inefficienti, la sanità inquietante, la sporcizia, l’arretratezza, trovandoci così, per indignazione, in una giungla di espressioni poco poetiche. Ma anche, sempre nella Puglia di Vendola, un territorio devastato dalle pale eoliche e dai pannelli fotovoltaici. Ma anche senza che nessuna procura approfondisca sugli appalti e sulle spese. E la sinistra così opta per farsi ancora del male, e fare del male al Paese, e pensa anche a Vendola come nuovo leader della sinistra italiana, ma anche senza orecchino.
Fini ha deciso cosa farà da grande, ma anche Veltroni ha deciso di fare qualcosa dentro, ma anche fuori dal vaso. Per fortuna che la bussola ce l’ha, ma anche Bersani sostiene d’averla.
Il Pdl ha i suoi problemi interni con la fronda finiana. Fini ed il suo gruppo si schierano a destra, ma anche a sinistra. I finiani sono per la fiducia al governo, ma anche contro questo governo. Ed il governo ha lavorato bene, ma anche male. Il Fli si costituisce in gruppo autonomo dal Pdl e diventa Fli in Parlamento, ma anche Pdl fuori del Parlamento. Il presidente della Camera è super partes, ma anche leader di un nuovo gruppo politico. Forse c’è un po’ di confusione, ma anche uno spettacolo indecente.
Il Pdl ha i suoi problemi, ma anche all’interno del PD c’è un confronto molto teso in atto. La festa del Pd di Torino, tra luci ed ombre, ha movimentato il dibattito interno nel centrosinistra, conclusosi con un vuoto assoluto di proposte, ma anche con la conferma dell’antiberlusconismo come unico collante che li unisce. Ma anche con l’emergere di una reazione violenta dei gruppi più intolleranti della sinistra italiana. Nel Pd c’è democrazia, ma anche e soprattutto il suo contrario.
La Bindi sarebbe disposta a rapporti con Fini per disarcionare Berlusconi, ma anche Di Pietro vorrebbe avere rapporti col diavolo per ribaltare il voto degli elettori e sostiene anche che il Presidente del Senato e Dell’Utri non avrebbero diritto di parlare in pubblico. Di Pietro comanda nel suo partito, ma anche nel PD, ma anche in tutto il Paese, ma anche in tutte le Procure, ma anche in tutte le tv. Sarà che pensi che solo con la sua presenza si realizzi la sovranità del pluralismo, ma anche l’ignoranza, ma anche la barbarie, ma anche la protervia, ma anche l’arroganza.
Rutelli è in cerca di autore, ma anche Casini. L’Udc non si schiererà mai a sinistra, ma anche lo fa. Miccichè vuole stare in un nuovo partito del sud, ma anche nel Pdl.
E’ in arrivo Santoro, ma anche il suo vittimismo, ma anche le sue provocazioni, ma anche le polemiche, ma anche Vauro e Travaglio. Ma anche “du palle”! Ed a proposito di palle in Tv ci sarà anche Biscardi?
E Buttiglione, imperterrito, si accinge ad andare dal sarto per girare per la centesima volta la sua vecchia giacchetta. Purché non vada anche dal chirurgo estetico a cambiare anche la faccia: quella che ha è quasi perfetta.
Vito Schepisi
Come capita ad un autore che ha sempre sognato di comporre l’opera d’arte più eclatante e discussa del secolo e che, dopo averla realizzata, pregusta l’avverarsi del suo desiderio e spera che alla radio, in televisione e sui giornali si discuta della sua creatura artistica, non può essere vero che Veltroni rinunci alla voglia di godersi il successo. Non può allontanarsi ed isolarsi dalla ribalta ed abbandonare l’idea di gustarsi il tributo di plauso e di stima che merita. Non sarebbe normale! E sarebbe meno normale che mai per uno che dà l’idea dell’uomo che, per spiccata autostima, pur di guardarsi e di sentirsi si metterebbe dinanzi allo specchio ad ammirarsi.
Poteva così Veltroni nel trionfo pieno del “ma anche” tuffarsi nell’impegno umanitario in Africa e fuori dalla ribalta? Proprio lui esperto di cinema e spettacolo lontano dai riflettori?
Nulla poté il suo ingegno letterario e politico quanto la sua onnicomprensività delle soluzioni. Non poteva abbandonare la scena proprio ora che per lui c’era una ragione d’orgoglio. Non sarebbe stato da Veltroni, diventare il signor nessuno fuori dall’Italia, e proprio nel momento in cui può vedere finalmente trionfare il suo intuito comprensivo, di grande spessore filosofico, del tutto e del suo esatto contrario: il bianco, ma anche il nero; l’Africa ma anche l’Europa; il dritto, ma anche il rovescio; dentro, ma anche fuori; Berlusconi, ma anche no; con la bussola, ma anche senza.
Veltroni ha tracciato il solco del pensiero “maanchista” e poi ci si è infilata una folla, ad iniziare da Vendola, ad esempio. Cattolico, ma anche comunista, e poi continuando tra l’assunto ed il suo “ma anche” scopriremmo la realtà di una terra pugliese devastata dall’incuria e dalla supponenza, tra disoccupazione che cresce a due numeri, i servizi inefficienti, la sanità inquietante, la sporcizia, l’arretratezza, trovandoci così, per indignazione, in una giungla di espressioni poco poetiche. Ma anche, sempre nella Puglia di Vendola, un territorio devastato dalle pale eoliche e dai pannelli fotovoltaici. Ma anche senza che nessuna procura approfondisca sugli appalti e sulle spese. E la sinistra così opta per farsi ancora del male, e fare del male al Paese, e pensa anche a Vendola come nuovo leader della sinistra italiana, ma anche senza orecchino.
Fini ha deciso cosa farà da grande, ma anche Veltroni ha deciso di fare qualcosa dentro, ma anche fuori dal vaso. Per fortuna che la bussola ce l’ha, ma anche Bersani sostiene d’averla.
Il Pdl ha i suoi problemi interni con la fronda finiana. Fini ed il suo gruppo si schierano a destra, ma anche a sinistra. I finiani sono per la fiducia al governo, ma anche contro questo governo. Ed il governo ha lavorato bene, ma anche male. Il Fli si costituisce in gruppo autonomo dal Pdl e diventa Fli in Parlamento, ma anche Pdl fuori del Parlamento. Il presidente della Camera è super partes, ma anche leader di un nuovo gruppo politico. Forse c’è un po’ di confusione, ma anche uno spettacolo indecente.
Il Pdl ha i suoi problemi, ma anche all’interno del PD c’è un confronto molto teso in atto. La festa del Pd di Torino, tra luci ed ombre, ha movimentato il dibattito interno nel centrosinistra, conclusosi con un vuoto assoluto di proposte, ma anche con la conferma dell’antiberlusconismo come unico collante che li unisce. Ma anche con l’emergere di una reazione violenta dei gruppi più intolleranti della sinistra italiana. Nel Pd c’è democrazia, ma anche e soprattutto il suo contrario.
La Bindi sarebbe disposta a rapporti con Fini per disarcionare Berlusconi, ma anche Di Pietro vorrebbe avere rapporti col diavolo per ribaltare il voto degli elettori e sostiene anche che il Presidente del Senato e Dell’Utri non avrebbero diritto di parlare in pubblico. Di Pietro comanda nel suo partito, ma anche nel PD, ma anche in tutto il Paese, ma anche in tutte le Procure, ma anche in tutte le tv. Sarà che pensi che solo con la sua presenza si realizzi la sovranità del pluralismo, ma anche l’ignoranza, ma anche la barbarie, ma anche la protervia, ma anche l’arroganza.
Rutelli è in cerca di autore, ma anche Casini. L’Udc non si schiererà mai a sinistra, ma anche lo fa. Miccichè vuole stare in un nuovo partito del sud, ma anche nel Pdl.
E’ in arrivo Santoro, ma anche il suo vittimismo, ma anche le sue provocazioni, ma anche le polemiche, ma anche Vauro e Travaglio. Ma anche “du palle”! Ed a proposito di palle in Tv ci sarà anche Biscardi?
E Buttiglione, imperterrito, si accinge ad andare dal sarto per girare per la centesima volta la sua vecchia giacchetta. Purché non vada anche dal chirurgo estetico a cambiare anche la faccia: quella che ha è quasi perfetta.
Vito Schepisi
07 luglio 2010
Vendola in Puglia paga le "cambiali" all'Udc

Nella Regione Puglia i componenti del centrodestra della settima commissione consiliare “Affari Costituzionali” si sono dimessi dalla commissione. Hanno fatto la stessa cosa anche i consiglieri del gruppo Moderati e Popolari (nuovo gruppo composto da tre consiglieri eletti con il PD, l’Idv ed il Pdl). La settima commissione è una commissione di garanzia ed è assegnata alla minoranza. Il Presidente del Consiglio Regionale Onofrio Introna parla, però, di consuetudine politica. Sostiene che la motivazione di doverla assegnare “ad un esponente del maggior gruppo d’opposizione è da ritenere non formale, ma politica”. Tra gli aspetti formali e quelli politici, però, c’è la sostanza della “consuetudine” che in questo caso viene calpestata.
Una commissione di garanzia a beneficio dell’opposizione è tale se l’opposizione ne possa essere rappresentata con tutta la sua autorevolezza formale e politica, e non se si sceglie di farla rappresentare da un consigliere che deve la sua nomina alla volontà della maggioranza e che trova la sua nomina contestata dall’opposizione, forte del 44,22% dei voti dei pugliesi. I consiglieri di centrodestra si sono dimessi perché la commissione è stata assegnata ad un consigliere Udc.
Un metodo da mentalità autoritaria come appare quella del Governatore Vendola. Questi è uno dei presidenti regionali indicati come “cialtroni” da Tremonti. E’ il Governatore che ha recentemente ipotizzato il secessionismo, lasciando dubbi sul da che e da chi. Il Governatore che deve ancora spiegare ai pugliesi i motivi del mancato utilizzo dei fondi europei per lo sviluppo; che deve dar conto delle promesse del 2005 del salario garantito, dell’abolizione sia delle liste di attesa che dei ticket sanitari e che, avuta in eredità una sanità con i conti a posto e con saldo attivo, l’ha precipitata nei debiti, nei disservizi, negli sprechi e nella corruzione.
Vendola che occupa anche gli spazi dell’opposizione deve spiegarci come mai la Puglia perde lavoro, non ha un piano di sviluppo, ha grosse difficoltà con lo smaltimento dei rifiuti, è deturpata nel suo territorio, ha l’agricoltura in crisi e le città degradate. Deve spiegarci gli sprechi e le megalomanie, i compensi tra i più alti d’Italia, il numero dei dirigenti, le consulenze, le sedi all’estero. E dato che si trova deve anche spiegarci se sia morale, con la crisi che c’è e con i tanti problemi per le famiglie e per i giovani, chiedere, come ha fatto, l’allargamento del numero dei consiglieri da 70 a 78 (otto in più e tutti a favore della sua maggioranza). E’ pazzesco pensare di voler essere premiato perché non è stato, invece, premiato dagli elettori ottenendo solo il 46,05” dei voti e dovendo la sua elezione esclusivamente alle furbizie elettorali di Casini e Poli Bortone.
Che sia un debito che Vendola sta pagando a Casini a spese dell’opposizione di centrodestra? E’ ciò che sostiene il Pdl ed il suo capogruppo Rocco Palese: “Vendola oggi ha pagato la seconda rata della cambiale del Patto elettorale con l’Udc: prima il segretario dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio (che l’Udc ha rifiutato da noi e accettato dalla maggioranza), oggi la presidenza della VII Commissione che la maggioranza ha preteso di dare ad un centrista. L’Udc da oggi è formalmente in maggioranza e di questo risponderà ai propri elettori, ma la maggioranza si rende oggi colpevole di aver consumato uno strappo istituzionale senza precedenti”.
Il successo di Vendola in Puglia non è stata una meteora. E’ bene che a freddo si sappia che, nelle recenti consultazioni in Puglia, le cose sono andate così: il centrosinistra capeggiato da Vendola ha ottenuto il 46,05% dei voti; il centrodestra capeggiato da Palese ha ottenuto il 44,22% dei voti e la lista della Poli Bortone, alleata con Casini, ha ottenuto il 9,43% dei voti, (Udc di Casini 6,5% e Io Sud di Poli Bortone 2,93%).
Se si parla di minoranza, sostengono pertanto nel Pdl, appare chiaro che si faccia riferimento a quella che ha conteso la guida della regione a Vendola. Se è così, appare sospetta la convergenza della maggioranza sul candidato dell’Udc, spacciato per il candidato della minoranza. Il Pdl e tutto il centrodestra avanzano il sospetto che la pattuglia degli uomini di Casini sia in effetti una finta minoranza. Un sospetto già apparso allorquando il gruppo degli uomini di Casini rifiutava l’offerta di un incarico nell’ufficio di Presidenza in rappresentanza dell’opposizione, mentre accettava la stessa offerta fattagli dalla maggioranza. Quando si dice che la forma sia sostanza!
La maggioranza, inoltre, non può non essere consapevole che per minoranza debba intendersi la reale alternativa politica alla giunta guidata da Vendola. Non ci sono margini di interpretazione. Anche i numeri parlano chiaro. Se fosse confermata la bocciatura dell’allargamento dei consiglieri regionali della Puglia da 70 a 78 (tutti ad esclusivo beneficio della maggioranza) e con il disimpegno di alcuni consiglieri (2) eletti nella maggioranza, ora nel nuovo gruppo Moderati e Popolari collocatosi all’opposizione, si ridurrebbe il numero dei consiglieri di maggioranza in Consiglio Regionale (36 contro 34 dell’opposizione), rendendo più che un sospetto l’Udc che si prepara al soccorso.
Vale la pena riportarne gli aspetti più salienti della conferenza stampa del Capogruppo del Pdl Rocco Palese: “E' la prima volta – ha detto – che questa Commissione meramente istituzionale diviene merce di scambio politico”.“Quando la maggioranza – ha continuato – stamattina ha imposto la votazione di un Presidente dell’Udc abbiamo abbandonato i lavori della Commissione e ne chiediamo l'abolizione perché non ha più senso che essa esista. Specie dopo che, in nostra assenza, la maggioranza come un caterpillar si è votata pure il vicepresidente che spetta all’opposizione”. ''Oggi - ha detto ancora Palese - la sinistra ha compiuto il vilipendio della democrazia; ha dimostrato che vuol balcanizzare il Consiglio regionale. Nostro malgrado non potremo tener fede all’impegno di fare di questa una Legislatura costituente e da oggi il nostro atteggiamento cambierà: finora da parte nostra ci sono state solo censure politiche, da oggi ci rivolgeremo anche ad altre Istituzioni per ottenere giustizia e verità, per far valere ragioni e diritti che in questo Consiglio non esistono più. Se Vendola pensa di eliminare così le altre forze politiche sbaglia: se parteciperemo ai lavori delle altre Commissioni si accorgeranno di noi”.
Sono espressioni che per peso e gravità si commentano da sole. Sono in pericolo le garanzie democratiche in Puglia.
Vito Schepisi
31 marzo 2010
Dalla Puglia la richiesta di un nuovo Pdl

Le dimissioni di Fitto da ministro non hanno alcun senso, ora. L’errore è stato nel pensare che l’ex coordinatore del Pdl in Puglia potesse imporre il suo candidato, a dispetto degli elettori e per suo calcolo di opportunità. Non è in discussione la persona, squisita, preparata e capace, del candidato Rocco Palese, ma il metodo con cui si è arrivati alla sua indicazione. Alla luce dei fatti, risultano fondate le preoccupazioni, manifestate per tempo dal Presidente Berlusconi, quando chiedeva, per la candidatura alla Presidenza della Regione Puglia, una soluzione forte e tale da poter recuperare l’unità degli elettori pugliesi di centrodestra. Ma, per ben individuate responsabilità, non è stato così.
Non hanno alcun senso ora le dimissioni. La responsabilità di ciò che è successo non è soltanto di chi ha ritenuto di fare a modo suo, e per proprio interesse ed opportunità, ma è anche del sistema organizzativo del Pdl che l’ha consentito. Si abbia ora il coraggio e la forza di cambiare metodi e strumenti.
Non è in discussione la scelta, legittima, del Pdl e del centrodestra pugliese nell’opporsi alla candidatura della Poli Bortone. Se si contesta il ruolo di “tenore” di Fitto, si deve poter contestare anche quello di “soprano” della signora della destra pugliese. Nessuna fiducia era, infatti, possibile rimettere nelle mani di colei che, per una mancata nomina nella compagine ministeriale, da circa due anni alimentava un rancore contro l’area politica che l’aveva portata in Parlamento, ed in cui ancora dice di riconoscersi.
Se non è pensabile l’applicazione in politica del principio che la somma faccia sempre il risultato e se non deve, altresì, ritenersi possibile il ricorso alla libera uscita ed al dispetto come forma di ritorsione, non deve neanche ritenersi possibile pensare che il confronto, le diversità, i contrasti personali vengano regolati da una sola persona, e che questi stabilisca da solo le scelte di tutto il Pdl pugliese.
Su questo il centrodestra, non solo della Puglia, dovrebbe prendere esempio dalla scuola consolidata della sinistra che, invece, pur tra mille contraddizioni, spesso oltremodo divisa, a volte inscenando finzioni, riesce sempre a compattarsi, come è appunto capitato in Puglia con Vendola.
Nel tacco d’Italia è venuta a mancare una vera partecipazione complessiva alle decisioni dei responsabili del Pdl, sia a livello locale che nazionale. La responsabilità è nell’aver consentito ad un solo uomo di fare la sua scelta, benché controversa. E’ sembrato un vero atto di forza, imposto senza un dibattito ragionato e senza un vero confronto sulla scelta che si stava facendo. Ancora più grave è apparso il modo di lasciare Il popolo del Pdl, quello al di fuori della vita di partito, dilaniarsi sulle possibili candidature che circolavano, per restare, alla fine, completamente tagliato fuori dalle decisioni prese da un solo uomo.
Il popolo del centrodestra si è diviso ed è persino entrato in conflitto, rincorrendo, in termini a volte esclusivi, le proprie diverse correnti di pensiero. Non è sembrato saggio deludere il sostegno spontaneo dei sostenitori dei diversi candidati proposti con un colpo di mano, pochi minuti prima della conoscenza del risultato, ampiamente previsto, alle primarie della sinistra, della candidatura di Vendola.
Una scelta di tempo affrettata e scomposta che ha consentito alla Poli Bortone ed a Casini di raggiungere con facilità il loro risultato personale e politico. La senatrice ex Pdl ha potuto così dimostrare ciò che asseriva, e cioè che senza la sua candidatura alla Presidenza il centrodestra sarebbe stato perdente. Il leader dell’UDC, invece, ha centrato l’obiettivo di impedire che la vittoria del Pdl, in questa tornata elettorale, potesse avere le caratteristiche di un trionfo della linea bipolare del Pdl e di Berlusconi. Per Casini si è trattato dello stesso gioco riuscito in Liguria e tentato in Piemonte.
Se non è pensabile, come si è detto, che la somma faccia sempre il risultato, è immaginabile, invece, che la divisone lo allontani. Per intelligenza politica, se si è veri leaders, occorre sempre prenderne atto.
L’intuito di poter coniugare, in una strategia complessiva, le indicazioni ideali con i sentimenti del popolo è fondamentale in politica. L’esempio di Berlusconi è una prova evidente di questa capacità. Occorre che ci sia sintonia e coerenza tra gli obiettivi ed il mezzo con cui si voglia raggiungerli. Ma, se questa intuizione va bene ove vi siano uomini capaci di interpretarla con intelligenza ed umiltà, va meno bene ove vi sia arroganza e presunzione.
Una regione come la Puglia che va dal Salento al Gargano, molto diversificata nelle specificità del territorio, così lunga e vasta da potersi pensare unita nelle indicazioni delle sue priorità politiche, non può pensarsi confinata in un conflitto di predominio personale tutto salentino. Il risultato è che il candidato del Pdl Rocco Palese ha subito la sua sconfitta andando sotto non solo a Bari e provincia, ed in modo massiccio (meno 10,6% rispetto a Vendola), ma anche a Lecce e provincia (meno 0,9%).
L’elettore si mostra intransigente sui conflitti personali, perché non li comprende e non gli interessano.
E’ arrivato il tempo di pensare, invece, a forme di maggiore partecipazione popolare per l’indicazione dei candidati da eleggere. Il ricorso alle primarie, fatte in modo vero e serio, con contendenti veri, potrebbe essere una soluzione. Non si può pensare che un partito pluralista e popolare possa dipendere dagli umori di un solo uomo: non è serio, né condivisibile e, come nel caso pugliese, c’è il rischio che si mostri perdente.
Vito Schepisi
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01 febbraio 2010
Un voto utile e intelligente

Tra meno di due mesi si vota. Si vota per il rinnovo dei presidenti e dei consigli regionali. Si vota su tutto il territorio nazionale, eccetto le regioni autonome. Eccetto anche l’Abruzzo dove, come si ricorderà, si è votato di recente per sostituire il dimissionario Ottaviano Del Turco, l’ex sindacalista e segretario socialista, impallinato da una magistratura troppo frettolosa e, forse, troppo presuntuosa ed arrogante, e lasciato solo, come capro espiatorio, dal suo stesso partito.
Il voto in Italia, che sia per il Parlamento, per i comuni, per le province o per le regioni, si colora sempre dei grandi temi della politica. L’impronta della competizione partitica si spande su ogni cosa, come una macchia d’olio, anche per eleggere il presidente del circolo amici del tre sette.
Dai risultati delle diverse elezioni, tra una scadenza e l’altra della legislatura parlamentare, si misurano sia il gradimento dei governi, sia l’equilibrio delle coalizioni ed il loro rapporto di forze, sia le strategie programmatiche. Il voto locale finisce così sempre per essere influenzato dalla passione ideologica, dalle complessive scelte economiche e sociali del Paese e dalla popolarità dei grandi protagonisti della politica. Non è sempre un bene, al contrario è un male se poi vengono accantonate le motivazioni locali, se poi non si analizza la gestione passata, se poi l’analisi dei risultati non è utile per promuovere i protagonisti virtuosi o per rispedire all’opposizione, o a casa, i più inefficienti e spreconi, ed i più furbastri.
Occorrerebbe soffermarsi su alcune amministrazioni regionali, come quelle della Puglia, della Calabria, del Lazio o della Campania, per comprendere quanto, invece, debbano essere sanzionati dal giudizio degli elettori i fallimenti rilevati, e nondimeno quanto falsi e strumentali siano stati alcuni osannati progetti politici. Analizzando i risultati e gli esiti della decantata etica amministrativa di alcuni protagonisti si può, persino, comprendere quanto siano stati falsi e pretestuosi i tentativi di ostentare una presunta superiorità morale, da far valere come maggior motivazione nelle scelte, ovvero quanto siano stati illusori e privi di effettivo riscontro i richiami all’erogazione dei servizi sociali, quali caratteristiche peculiari e qualificanti del progetto politico di quella sinistra che si propone per la guida del Paese.
Mai come in questi ultimi anni, dall’epoca di tangentopoli in poi, la questione morale è stata sollevata, soprattutto verso le amministrazioni di sinistra, con tanta ripetitiva periodicità e con tanta diffusa collocazione geografica, motivando moti di disappunto e di giustificata inquietudine nei cittadini. Mai, infatti, il bisogno sociale, le questioni igieniche delle città e dei territori, la pietà verso chi soffre, gli sprechi ed i privilegi degli amministratori e delle loro collegate clientele, gli abusi ed il cinismo di alcuni, persino il degrado manifestato con le richieste di prestazioni sessuali, come contropartita per un andazzo in cui si mercificavano anche i diritti, hanno rappresentato un così rilevante ventaglio di criticità morale. Mai ci si è trovati dinanzi ad un andazzo amministrativo di così riprovevole ed arrogante mortificazione sociale
Tra poco meno di due mesi si vota. Si dovrebbe chiedere al corpo elettorale un voto utile ed intelligente. Per utilità ed intelligenza si intende, da una parte, rivolgersi ad indicazioni che abbiano effettiva possibilità di modificare il quadro politico di una regione, per respingere la cattiva politica, e, dall’altra, esercitare il proprio diritto di voto, senza farsi obnubilare dal pregiudizio politico.
Occorrerebbe un voto selettivo, un voto che serva per promuovere, ovvero per bocciare il bilancio consuntivo dei risultati ottenuti, regione per regione. Un capitolo a parte richiederebbe la Puglia, dove Casini si è messo di mezzo. In Puglia, più che altrove, si presenta la necessità del voto utile per contrastare l’azione dell’Udc che ostacola il successo del centrodestra, e che può agevolare Vendola, al cui fallimento morale e politico mancano solo i libri in tribunale.
Vito Schepisi
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05 maggio 2009
Il Referendum e le geometrie vriabili
L’annuncio di Calderoli della Lega di voler predisporre una nuova legge elettorale da presentare in Parlamento, per raccogliere i voti di chi tra i partiti rappresentati vorrà sostenerla, riapre i giochi della politica dei misteri e delle geometrie variabili. Conosciamo questo gioco nelle sue regole elementari. Per la sinistra, secondo la tradizione post comunista, sono criminali, rozzi, brutti e cretini tutti coloro che si pongono di mezzo ai loro progetti, mentre diventano bravi, lucidi, intelligenti ed onesti coloro che invece contribuiscono al raggiungimento dei loro obiettivi.Il fine è, e resta sempre quello, il potere. Per raggiungerlo va bene tutto, anche allearsi con coloro che un minuto prima hanno definito razzisti e xenofobi. Le geometrie variabili fanno si che non esista una maggioranza strategica, ma una che si formi a secondo delle opportunità, specie se la sinistra nel complesso è minoranza. Chi ci casca, però, nello stesso modo in cui è accettato, dopo l’utilizzo, come un vuoto a perdere, viene subito scaricato.
Questa volta l’attenzione del PD verso la Lega non è rimasta solo un intimo e contorto pensiero dei suoi leader. Si è subito concretizzata in un segnale preciso su come scavalcare l’eventuale esito positivo del referendum del 21 giugno. Si è materializzata in un calcolo aritmetico di Franceschini nel ricordare al premier che il Pdl ha soltanto 271 deputati su 630, non la maggioranza assoluta, e che in Parlamento ci sarebbe una maggioranza diversa per una nuova legge elettorale. Se Udc, Lega, Idv e PD concordassero una nuova legge, l’eventuale esito positivo del referendum verrebbe annullato. Franceschini, però, continua a sostenere il voto favorevole del PD al quesito referendario.
La chiarezza è così labile, rispetto alla confusione del segretario PD, da porre a tanti più di un problema di comprensione.
Dalle contraddizioni di Franceschini emerge immutabile l’unica strategia di questa sinistra, benché perdente, di voler considerare Berlusconi il problema, il solo. A nessuno sembra interessare della coerenza, del Paese e delle difficoltà. Nel PD c’è indifferenza per la crisi economica, per i disastri naturali, per la logica, per i numeri, per la volontà degli elettori, per la popolarità di un Presidente impegnato a trarre l’Italia fuori dalla crisi. Al PD oggi interessa più il gossip e l’intrigo, domani troverà forse un altro spunto polemico. Franceschini ed i suoi compagni di strada sanno solo creare confusione, come se le soluzioni ai problemi fossero quelle di crearne altri.
Si aveva la sensazione che bastasse un parere favorevole o un’iniziativa del Cavaliere per vedere il PD e Franceschini schierarsi a muso duro dall’altra parte, ma, ora che Berlusconi ha annunciato il suo voto favorevole al referendum, Franceschini ha cambiato tattica. Non lo contraddice. Conferma il suo parere favorevole. Si mostra, però, pronto a schierarsi con la Lega e con gli altri partiti minori per mutare la legge. Sono i misteri della politica!
Ma questo referendum, se poi si vuole cambiare la legge, perché lo si deve necessariamente fare? Non si poteva cambiare la legge prima, ed evitare di spendere soldi inutili per celebrarlo? Ma – ed è la domanda più misteriosa - Franceschini perché dice di volere modificare la legge elettorale, sostenendo il si al referendum, e poi si dispone a volerne cambiare l’esito attraverso una legge del Parlamento? E’ un mistero anche questo!
L’esito del referendum spaventa più di un partito, ma l’unica formazione politica ad uscire allo scoperto è stata la Lega: ha chiesto ed ottenuto di evitare di far coincidere la data del 7 giugno, per scongiurare la certezza del quorum; minaccia la crisi di governo, in caso di esito favorevole e senza l’impegno del Pdl a mutare la legge.
Franceschini gli tiene la corda, nascondendosi. La rottura della Lega col Pdl, con 15 punti percentuali di differenza dal partito di Berlusconi, sarebbe già un grosso risultato per un PD in profonda crisi e senza strategie di riferimento per una proposta politica di governo.
Invece di minacciare crisi di governo, impopolari e forse inutili, la Lega dovrebbe mutare la sua alleanza con il Pdl, da tattica a strategica. Il Popolo delle Libertà, forte del 40% elettorale, non può rinunciare al suo ruolo di responsabile riferimento nella conduzione politica del Paese, dalle Alpi alla Sicilia, per sottostare alle pressioni di chi stringe alleanze politiche per tatticismo, senza la pronuncia di un comune sentire di orientamento politico e di obiettivi.
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14 febbraio 2008
E' svanito il coraggio di Veltroni
La rottura era nell’aria. Le fasi della politica sono come le stagioni. Non sono solo le date dei calendari che le segnano, ma è l’aria chi si respira che le annuncia.La stagione degli opportunismi e dei sofismi sembra che sia destinata così a chiudersi, spinta soprattutto da un’Italia che è stanca di sentirsi mortificata da una politica che si trasforma in nicchia di privilegi e che cambia spesso gli scenari per disperdere le responsabilità. Non è più tempo di cambiare le carte sul tavolo e di usare mazzi di carte truccate, come i bari di professione.
Dalle viscere dell’Udc è già sorto un nuovo partito, la rosa bianca, per iniziativa di alcuni parlamentari oramai convinti che non poteva realizzarsi, se non al di fuori del partito di provenienza, il progetto di un movimento nel mezzo tra la componente liberale e quella di sinistra.
Che senso avrebbe ora che la stessa Udc percorra la stessa strada? Cosa si propone di fare? Non è morale la politica del doppio forno, con la duplicità della scelta dopo le elezioni. E’ una logica vecchia, già consumatasi nella prima repubblica tra Craxi e De Mita. Mantenere l’identità di un partito che non ha tradizioni storiche da vantare e che è inserito nel Partito Popolare Europeo, come Forza Italia e come il nascente Popolo delle Libertà, non ha senso alcuno, se non in funzione di una diversa strategia politica. E quale sarebbe questa logica se non quella di un partito che abbia lo scopo di candidarsi al condizionamento di uno schieramento e dell’altro, e poi magari apparire come chi si muove nell’interesse del Paese?
Ma il tempo è finito. Ora è come nei western di una volta, dove alla fine ciò che conta è la scena finale del film, con la sfida, a mezzogiorno, sotto il sole cocente, tra i due contendenti.
C’è ed è forte in alcuni l’illusione di poter imbrigliare ancora il Paese nelle scelte da sospendere, nella ricerca di concertazioni che soddisfino gli appetiti delle caste. Ma questo spazio nella politica deve essere cancellato. Non può esistere più: gli elettori ed il buon senso non lo tollerano ancora. Il gioco del stare nel mezzo è scoperto ed a crederci è solo una parte minoritaria del Paese. Non serve che ora Casini supplichi Montezemolo perché entri in scena. Non serve rendere ancora più confuso il quadro della reazione alla rivoluzione liberale che il paese si aspetta.
Ora il voto avrà il compito di spazzare le illusioni, di riporre dinanzi alle proprie responsabilità chi ancora si illude che niente sia cambiato, di ricondurre alla ragione tutti coloro che neanche le difficoltà di vita di larghi strati di cittadini italiani hanno sospinto ad assumersi il senso della realtà, dell’umiltà e della coerenza.
Non ci sono gli spazi per i Buttiglione di oggi ed i Follini di ieri. I loro articolati ed ambiziosi progetti, in vero molto al di sopra della loro statura politica, sono stati chiusi dalla saggezza di Berlusconi e Fini che oramai fermamente respingono le iniziative di prestarsi ancora al gioco delle tre carte. L’esperienza è servita, e perseverare può essere solo diabolico. Siano lasciati a richiedere con Cesa ulteriori indennità ai parlamentari per ricongiungere, a spese dei contribuenti, le loro famiglie a Roma, onde evitare che i loro deputati facciano festini erotici, in lussuosi alberghi romani, con donnine a pagamento e con uso di droga, mentre in modo demagogico e patetico il leader del partito, dinanzi al parlamento, fa fare il test sull’uso della droga.
Il movimento del Popolo delle Libertà presume, giustamente, che sia giunto il tempo di doversi appellare al popolo per la condivisione di un programma comune che serva a rilanciare il Paese. Chiamare i cittadini elettori a dare il loro consenso col voto a soluzioni che liberino gli italiani dalla morsa di una pressione fiscale ai limiti della tolleranza, dal dirigismo illiberale, dai privilegi delle caste, dalla politica delle emergenze. Una maggioranza che rilanci le attività produttive, l’occupazione, i salari, le opportunità, la crescita.
Per questo debito di chiarezza verso il popolo, che invoca coerenza e compattezza, è necessario che sia chiara l’identità dei valori richiamati. E’ indispensabile che non vi siano ingiustificate divisioni. Gli appelli al mantenimento del simbolo sottendono distinguo non più tollerabili per un’attività di governo con scenari difficili, in cui le scelte devono essere chiare e senza quelle tensioni, tipiche della visibilità politica e delle lobby, che ne rallentino o annullino la sostanza.
La stessa chiarezza, invece, viene a mancare a Veltroni. Aveva sfidato Berlusconi con la sua corsa solitaria e coraggiosa. E’ rimasto, invece, il Veltroni di sempre tra l’illusionista e l’americano sbruffone, tra sceneggiature e fiction, tra realtà e finzione.
La sua sfida si è così dispersa. Il caravanserraglio gli si ritorce contro. Imbarca Di Pietro preferendolo al socialista Boselli. Imbarca un partito costruito sull’immagine di una persona controversa, tra autoritarismo e personalismo, e respinge un partito di tradizioni antiche riformiste e di sinistra. Tutto il contrario di quanto per logica ci si poteva e doveva aspettare.
Ora è il Pdl che corre da solo per scelta di coerenza e di lealtà, mentre Veltroni cannibalizza i voti della sinistra moderata e dei radicali ed imbarca i voti della lotta al sistema, dell’antipolitica, della protesta e del giustizialismo. Respinge la storia per imbarcare la visceralità della reazione. Chiude la porta alla civiltà del confronto tra simili, per aprirla alla rozzezza di un linguaggio incerto e violento.
Vito Sc hepisi
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12 febbraio 2008
Una pausa di riflessione per l'Udc
Come capita per i matrimoni oramai dissoltisi tra incomprensioni, tradimenti, capricci e sospetti, anche i partiti si prendono le “pause di riflessione”. In questa parentesi di tempo, spesso non definita, in cui per regola vengono meno tutti i presupposti della convivenza e della reciproca fedeltà, di solito si consolida invece l’unione con altri.Tutti i luoghi comuni che si adottano per dar parvenza di voler veder chiaro nella propria conflittualità interiore, sono di solito solo interlocuzioni verbali. Quando si dice che la pausa serve per poter meglio valutare i propri sentimenti e verificare la solidità stessa dell’affetto, dell’amore, del desiderio di riprendere il dialogo interrotto, oppure dar inizio ad una nuova vita, a nuove esperienze e nuovi affetti, si dicono solo chiacchiere. Sono stereotipi della comunicazione in un contesto già stabilito di incomunicabilità. Spesso le scelte sono già belle e che fatte ed il dado, il più delle volte, è già definitivamente tratto.
Così avviene anche per la politica. E dove c’è titubanza nella convivenza e nell’unificare il proprio percorso politico, in verità c’è il sospetto che si pensino soluzioni diverse e si facciano i calcoli sul valore della propria fedeltà o sul possibile valore aggiunto nell’iniziare una nuova storia con altri. Anche il richiamo all’esigenza di mantenere i propri spazi, ed a voler meditare, si traduce solo in calcoli di altra natura. Da qui la metodica e puntuale richiesta di voler esser prudenti e di voler procedere a piccoli passi per far eventualmente maturare le scelte anche e soprattutto nell’elettorato e nella base del proprio partito. E poi l’affondo di grande scena mediatica con l’affermazione, che vale una valle di lacrime, di non poter consentire che si disperda l’identità di una coscienza politica.
Funziona sempre così, sia nel matrimonio tra esseri umani sia nell’unione tra partiti. Spesso la chiarezza nella vita, come nella politica, passa attraverso percorsi tortuosi: si ha l’impressione tipica di coloro che gettano la pietra nello stagno e si fermano a guardare cosa succede.
Ora ci sono le elezioni e c’è un progetto politico, iniziato da tempo e che rischia di affondare e di essere seppellito definitivamente. E’ la stessa strategia, perdente, che in Francia ha tentato Bayrou. La collocazione centrista che, dalla tradizionale idea di moderazione, si traduce nel progetto nel porsi nel mezzo con l’ambizione di essere determinanti. Ci provano in tanti. L’ha azzardata prima Follini, naufragata senza pudore all’interno del PD. Ora ritentata ancora da Tabacci e Baccini con l’ambizione di poter trascinare con loro Luca Cordero di Montezemolo, che invece nicchia temendone il fallimento. E domani chi lo dice che la possibilità di una nuova fuga in avanti non possa tentare le ambizioni di Cesa, Casini e Buttiglione, folgorati dall’idea di poter contare di più palleggiandosi da una parte all’altra degli schieramenti politici?
La richiesta di porre il confronto su di un piano di parità e di reciproco rispetto è una rivendicazione che funziona nell’immaginario collettivo. Ha le sue diverse chiavi di lettura, a seconda dei casi o della quantità della raccolta. Lascia una porta sempre aperta perché in politica, come si è visto, anche una percentuale dello 0,50% può valere tantissimo. Ma in definitiva è offensivo verso gli elettori che principalmente fanno una scelta di campo e nei sondaggi in gran maggioranza vorrebbero la semplificazione del quadro politico e possibilmente due soli partiti. In politica, poi, il reciproco rispetto e la parità di espressione valgono relativamente. Come principio di tolleranza, beninteso, hanno la loro importanza, ed anche nel confronto tra gli uomini e nel rispetto della legittimità di ogni idea politica, ma in democrazia devono contare anche i numeri ed i rapporti di forza. Il 40%, ad esempio, è diverso dal 5%, con tutto il rispetto e l’asserita parità delle opportunità di espressione.
Ora per passare dalle metafore ai fatti, la questione non è affatto come la pone Buttiglione dell’Udc che sostiene che se si ha fiducia del suo partito, qualora entri nella casa comune dello schieramento moderato, non si capisce perché non si abbia fiducia della stesso Udc, qualora ne sottoscriva il programma e dichiari di volersi alleare con il Pdl. La questione la si deve porre invece in modo diverso, sia per questione di chiarezza verso l’elettorato, che non comprende la necessità dell’esistenza di piccoli partiti interessati a concentrare su di loro un potere che va oltre la specifica consistenza elettorale, e sia per il principio che in politica la fiducia va conquistata giorno per giorno ed atto per atto. il principio non si debba aver fiducia in politica.la democrazia vuole che contino anche i numeri ed i rapporti di forzalioneal
Anche nel 2001 l’Udc ha sottoscritto il programma della Cdl ma Follini nei giorni pari, come in quelli dispari, ne ha messo in discussione l’attuazione. Persino l’attuale legge elettorale è ascrivibile alla caparbia volontà di Follini e dell’Udc di passare al sistema proporzionale, con le motivazioni, inespresse ma evidenti, di ottenere maggior facoltà di condizionamento. Ora si vorrebbe rendere più difficile e meno agevole questa interposizione dei partiti minori, tra cui anche quella di passare con grande indifferenza da uno schieramento all’altro, come capita spesso di fare a Mastella, facendo pesare anche un singolo parlamentare. Buttiglione dovrebbe quindi ricordare anche i suoi salti mortali con doppio avvitamento, prima di porre i quesiti che pone.
Vito Schepisi
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20 dicembre 2007
L'Udc vuole ricostituire la "balena bianca"
La lezione di Follini deve pur servire a qualcosa. L’Udc è irrecuperabile: è da un po’ che segue un percorso diverso e spesso ambiguo. Ha un’idea diversa della società e della politica rispetto alla stragrande maggioranza degli italiani. Nostalgici del dirigismo politico sulle opzioni degli elettori, infatti, non se ne trovano. La politica dei compromessi, delle mediazioni e dell’immobilismo non provoca alcuna crisi di astinenza nel Paese. Al contrario c’è una gran parte di cittadini che vorrebbero scelte più dirette e semplici e senza il filtro rappresentativo di mestieranti e manovratori. Gli italiani sono stufi dei politicanti che rendono le soluzioni più complesse, incomprensibili e spesso anche improduttive.E’ sempre più evidente che il partito di Cesa, Casini e Tabacci è rimasto all’opposizione solo perchè i loro parlamentari non sono sufficienti a sostituire quelli della sinistra alternativa, e non possono neanche essere aggiunti a quelli di Diliberto, Caruso, Giordano, Pecoraro Scanio e Luxuria.
Non è difficile capire che i centristi di Casini e compagni sono all’opposizione di Prodi solo perché non sono determinanti. Non si aggiungono solo perché potrebbe tornar loro dannoso. Sarebbe improducente almeno per due ragioni: la popolarità del governo è ai minimi storici; l’elettorato moderato e gli ambienti cattolici non riuscirebbero a comprendere una confluenza a sinistra senza moderarne il percorso. Solo per questi motivi il centrodestra non li ha già definitivamente persi. Se, invece, fossero stati determinanti, già starebbero a fianco del centrosinistra. Prodi avrebbe già assegnato alla truppa di Buttiglione, Cesa, Baccini e Tabacci due ministeri di medio peso, ridistribuiti tra quelli tolti a Bianchi, Pecoraro e Ferrero, o un ministero di rango per Casini. Un piccolo nugolo di Udc, forse anche Cosimo Mele, avrebbero già occupato un pacchetto di poltroncine, tra viceministeri e sottosegretariati.
Altro che elezioni e lealtà verso gli elettori, ed il richiamo all’etica del Presidente del Consiglio. Altro che rispetto della volontà popolare quando il Professore di Scanziano minaccia i partiti della sua maggioranza che dopo di lui ci sono solo le lezioni anticipate. Prodi le sue chiappe dalla poltrona più alta del Governo non vorrebbe assolutamente sollevarle, costi quel che costi.
I voti dell’Udc non sono sufficienti, però: quel che si poteva è stato già fatto. Quando è stato utile Follini, per la fredda logica dei numeri, l’operazione è stata fatta senza scrupoli di sorta, anche se “io c’entro” politicamente non ha smosso una virgola.
La strategia dell’Udc è chiara, ed è la stessa iniziata dall’ambiguo Follini già nella legislatura passata: demolire Berlusconi ed il bipolarismo. Ed è chiaro a tutti, anche alle pietre, che Casini abbia una gran voglia di ricostituire la Democrazia Cristiana. La sua aspirazione è di raccogliere tutti gli spezzoni della vecchia “balena bianca”. L’obiettivo è quello di occupare stabilmente, ed in via prevalente, lo spazio politico di centro, per poi porsi in bilico tra i due schieramenti e privilegiare ora l’uno ora l’altro, a seconda dei vantaggi fruibili. Un fine da perseguire a tutti i costi prima che lo spazio da occupare, già stabilmente frequentato da FI, non sia diffusamente presidiato a pieno titolo dal nuovo soggetto politico che si andrà a formare su iniziativa di Berlusconi.
La strategia di Casini, però, è destinata a fallire. Il popolo moderato è con Berlusconi: ed è per questa ragione che l’Udc è persa. Dinanzi al fallimento della strategia tentata, le truppe di Casini e compagni non potranno che ripiegare nel centrosinistra. Un contenitore, quest’ultimo, già abbastanza confuso per le strategie diverse dei partecipanti e per la presenza ancora massiccia di una visione comunemente centralistica dell’azione politica, retaggio di cultura post marxista. In quest’area, e soltanto in questa, l’integralismo post democristiano può recuperare spazio e credibilità politica ed uscire dall’isolamento in cui si sta avviando.
Il partito di Casini, con il pretesto di ostacolare la soluzione bipartitica della riforma elettorale, intende ostacolare invece la soluzione bipolare. L’auspicio per loro è il proporzionale della prima repubblica, il sistema che rende indispensabile le coalizioni ed il potere di veto dei piccoli partiti. Anche aver dichiarato da tempo l’opzione per la soluzione tedesca è un depistaggio. La bozza Bianco, sul modello tedesco, l’Udc ora non la vuole neanche discutere specie se corretta con l’indicazione dello schieramento prima delle elezioni. Il sistema tedesco distribuisce i seggi al 50% con il maggioritario ed al 50% con il proporzionale e con lo sbarramento al 5%. Un sistema che consentirebbe ad un piccolo partito come quello di Casini di mantenere la sua identità, ma non d’essere determinante.
Il sistema tedesco non garantisce la governabilità, se non corretto con le indicazioni sulle alleanze prima del voto. I correttivi e le indicazioni su leader e coalizioni costringerebbero, però, l’Udc ad abbandonare la strategia della formazione di un partito neocentrista autonomo, spingerebbero addirittura a ricercare la confluenza o la federazione nel C.D.
Discutere ancora con l’Udc non ne vale la pena. Casini ed i suoi vanno lasciati perdere. La riforma elettorale va ricercata bipolare, anche se rispettosa della pluralità democratica. Da soli i post democristiani non rappresentano niente, il loro elettorato non li seguirebbe. E’ persino utile per la chiarezza e la semplificazione che, ad esempio, Buttiglione vada a porgere l’altra guancia a coloro che finora l’hanno sempre guardato con ironia e diffidenza: non l’hanno mai voluto né ad un ministero e né alla Commissione Europea. Uomini come il presidente Udc non hanno valore aggiunto, allontanano persino le coscienze intelligenti e dinamiche del moderatismo liberale. Con l’ipocrisia e l’ermetismo furbesco non si va da nessuna parte. L’Italia liberale, moderata, cattolica e laica non può riproporre personaggi già sufficientemente logorati dalla loro spesso impudente mutabilità politica.
Gli elettori sapranno cosa fare al momento di scegliere tra la voglia di rilanciare il Paese in un percorso di modernizzazione e di crescita, nelle certezze dei valori e delle tradizioni comuni, o consentire alla sinistra di modificare ed azzerare il patrimonio della nostra civiltà e l’origine della nostra identità nazionale. Gli Italiani sapranno respingere le scelte che mortificano l’uomo, la famiglia. Sapranno schierarsi con coloro che richiamano le nostre tradizionali collocazioni in un contesto occidentale e di democrazia liberale, e allontanare la confusione dei neutralismi supini e le nuove ideologie che si ispirano a civiltà diverse: a valori che non ci appartengono, per storia e cultura, e che minacciano di prevalere per inedia e pavida viltà.
Vito Schepisi
12 dicembre 2007
Camionisti e Parlamentari
Si pensava che ci fosse una profonda differenza tra i camionisti ed i parlamentari dei partiti minori del centrosinistra, ma sembra che non sia così.I camionisti sono in rivolta per la scarsa attenzione del Governo nei loro confronti. I parlamentari dei piccoli partiti della maggioranza sono anche loro in rivolta e sempre per la scarsa attenzione del Governo nei loro confronti. I camionisti scioperano, rallentano il traffico stradale, allungano i tempi di percorrenza dei trasporti su ruota; i parlamentari in esame non scioperano - non è previsto per la loro funzione - ma rallentano il traffico legislativo in Parlamento e allungano i tempi di percorrenza della legge finanziaria. Gli uni hanno gli occhi della gente esasperata puntati per i disagi e per i danni economici provocati, gli altri hanno gli occhi della gente altrettanto esasperata puntati per gli sprechi, le chiacchiere e le furbizie della politica.
Gli autotrasportatori lottano per la loro sopravvivenza, preoccupati dai margini insufficienti della loro attività; i parlamentari delle forze minori lottano anche loro per la sopravvivenza perché, cancellati i piccoli partiti, verrebbe meno anche la loro carriera politica.
Sarebbe interessante sapere se tra parlamentari ed autotrasportatori le funzioni possano essere anche fungibili. Diliberto, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio, Boselli e Mussi guiderebbero un Tir per portare a casa il pane per i loro congiunti? E se i dubbi per i politici sussistono certamente non è così per i camionisti che, invece, siederebbero volentieri in Parlamento per assicurarsi non solo il presente, ma anche il futuro.
E se i parlamentari citati si pensa che non siano capaci, e soprattutto si dubita che siano disponibili ad attraversare l’Italia sui Tir, siamo proprio sicuri che i camionisti non sarebbero capaci di essere responsabili ed utili nel Parlamento almeno alla pari dei primi?
Verdi, Comunisti Italiani, Udeur e Sinistra Democratica hanno oggi abbandonato i lavori dei capigruppo dell’Unione alla Camera per protesta, e minacciano così di bloccare i lavori della finanziaria. Se i camionisti mettono i Tir di traverso, i partiti minori del centrosinistra si mettono loro di traverso a bloccare il percorso della riforma elettorale facendo pressione su Prodi ed il Governo.
Il motivo della rivolta è dunque la bozza di riforma elettorale presentata dal Presidente della Commissione parlamentare per gli Affari Costituzionali al Senato, Enzo Bianco, considerata penalizzante per i piccoli partiti.
Bene! Ma è proprio ciò che il Paese chiede!
Il Paese, in verità, userebbe anche altri metodi un po’ meno civili e non solo con i piccoli partiti del centrosinistra, ma anche con i protagonisti più corposi dell’esecutivo in carica. E’ infatti dall’inizio della legislatura che si parla di semplificazione del quadro politico e di come scoraggiare la nascita di nuovi partiti, spesso diversi solo per protagonismo politico.
Non se ne può più dei giochi e delle astuzie, e persino dei ricatti di quei gruppi che fanno pesare il loro manipolo di parlamentari in modo spropositato rispetto alla consistenza della loro rappresentanza popolare. Non si può continuare a dar credito a coloro che rappresentano poco più di se stessi e/o che mercanteggiano il loro voto e la loro collocazione politica.
Mastella vale l’uno per cento, Diliberto, Boselli e Pecoraro Scanio più o meno lo stesso. Tutti insieme pesano anche meno di Rifondazione Comunista, pressappoco quanto la Lega di Bossi.
Ora la proposta di Bianco, modellata sul sistema tedesco, prevede lo sbarramento del 5%. In Germania è così e nessuno parla di truffa. L’attenzione da porre è alla governabilità ed ad assicurare che i numeri diano ad uno schieramento, piuttosto che all’altro, una maggioranza solida e sufficiente a realizzare, senza frenate o modifiche, l’enunciato programma politico. Solo così l’elettorato è messo in grado di valutare la capacità dei partiti di mantenere fede agli impegni ed, altresì, valutare la bontà delle scelte.
Se dal punto di vista del calcolo elettorale è comprensibile la posizione di Mastella, Pecoraro, Diliberto, Borselli e quant’altri, meno comprensibile appare la voce grossa di Cesa. Questi con Casini ha chiesto fino all’ossesso l’adozione del modello tedesco e la bozza Bianco ne riassume tutta la tipicità. Ora che prevale e trova consensi più larghi, verrebbe da chiedersi il motivo della contrarietà dell’Udc.
A differenza della Lega che della bozza critica l’indecisione sui collegi, sul recupero dei resti e sugli sbarramenti, ovvero sui voti disgiunti nei collegi tra uninominale e proporzionale, il diniego dell’Udc è incomprensibile. Sarebbe il caso che Casini spiegasse agli Italiani le perplessità riscontrate e soprattutto spiegasse cosa intendeva il suo partito quando parlava di modello tedesco.
Gli elettori sono stanchi dei giochi e delle furbizie e gradirebbero scelte più chiare per non rischiare di tornare a votare a scatola chiusa. E’ ora di finirla con gli atteggiamenti alla Follini, adottati nella legislatura precedente, e poi con quelli dei tanti piccoli partiti della sinistra nella legislatura attuale. Se la richiesta di avere l’indicazione del premier prima delle elezioni è ora il motivo del contrasto, del resto è l’unica ipotizzabile, sarebbe opportuno che emerga chiara e se ne spieghi la ragione senza infingimenti.
La lealtà e la correttezza verso gli elettori sono valori da recuperare e se a Casini, all’Udc ed a Cesa sembrano scelte da scongiurare, per altri appaiono come necessità da pretendere.
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