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13 dicembre 2007

Tir(o) al Governo

La questione degli autotrasportatori si è risolta. L’Italia dovrebbe esultare perché alla vigilia delle feste più sentite si sono liberati i trasporti e si aspetta che si riempiano gli scaffali dei mercati alimentari.
I tanti lavoratori autonomi che si affannano a guadagnare giorno per giorno le loro risorse economiche per sopravvivere riprendono così il loro lavoro. Lo fanno con rassegnazione ponendosi alle spalle le piccole e grandi difficoltà attraversate: persino soddisfatti per il diradarsi del pericolo di veder compromessa la propria attività ed affrancati dal rischio di non poter onorare i propri impegni economici.
E’ salvo il tacchino ed il pesce, sono salve le mozzarelle di bufala e la verdura, le primizie e la frutta esotica, i vini pregiati e lo spumante doc: tutti nuovamente in bella mostra sui banchi dei mercati per arricchire di gusto e di calore il pranzo di Natale. Anche il rientro a casa dei lavoratori dal nord al sud, dalle fabbriche alle campagne, dalla nebbia al sole è assicurato per le autostrade senza blocchi e per i distributori di carburante riattivati.
E’ scongiurato, per tanti lavoratori lontani dai loro paesi di origine, il pericolo di trascorrere le feste ai margini delle grandi città del nord, spesso nella tristezza e nel grigiore delle periferie abbandonate tra il degrado e l’indifferenza ed a dispetto della vitalità e dell’opulenza delle ricche metropoli del nord. Sono attesi con umanità e simpatia dalle comunità popolari del sud, e già pregustano le sagre, i canti e le bevute del buon vino primitivo. Pensano agli agrumi colti direttamente dai giardini ed alla parentesi di felicità nel trascorrere le feste più sentite tra le tradizioni più antiche e la gioia dei bambini. Pensano già alle provviste da portare, dallo zirro di olio vergine di oliva spremuto dinanzi ai loro occhi nei frantoi, alla damigiana del vino artigianale con i metodi e le tradizioni popolari tramandate nei millenni da padri a figli a nipoti. La gioia di un ritorno al passato tra usi, abitudini che lentamente vanno spegnendosi.
Un grido di gioia, uno sfogo esultante di liberazione dovrebbe attraversare l’Italia intera: come una vittoria ai mondiali di calcio!
Non è così, invece! E’ durata 3 giorni ed è la lezione più amara impartita a tutto il Paese: la lezione più impegnativa della nostra cultura popolare. Tre giorni per passare dalla coscienza di traguardi di civiltà a quella della leggerezza sottile del precipizio dei valori che quotidianamente affermiamo.
Un abuso dei diritti, un falso convincimento di libertà reclamate, un ingiusto criterio di lotta e di rivendicazioni per l’ affermazione di alcune istanze economiche e normative di una categoria può offrire l’aspetto più nero di un precipizio. La visione più cruda di un inferno di umanesimo, civiltà e sensibilità che si abbatte inaspettatamente, all’improvviso come un cataclisma meteorologico devastante, sulla popolazione inerme. L’Italia si è svegliata la mattina con il frigorifero vuoto, senza generi di prima necessità, con la macchina a secco di carburante, impossibilitata a recarsi al lavoro. Ci è sembrato di vivere in uno stato ancora più precario di una società medioevale, senza l’orto dietro casa, senza le galline per le uova fresche e la pecora per il latte, senza il calesse coi cavalli per spostarsi.
Il mondo industriale è come una grande macchina. E’ un meccanismo complesso che funziona grazie ai suoi complicati ingranaggi. Tutto è funzionale, anche la piccola ed insignificante vite che unisce i suoi meccanismi. Tutti i rapporti sono connessi tra loro e ciascuno per proprio conto agisce solo apparentemente in piena autonomia, ma in realtà tutto deve essere pensato come componente di un insieme che assicura il sincronismo e la funzionalità.
Il mondo civile è come un computer: se si toglie l’energia non si muove più niente, tutte le sue potenzialità restano immobili e diventa un oggetto del tutto inutile.
Ci chiediamo ora se sia lecito tutto questo e se sia giusto che in una vertenza di lavoro si arrivi a questo punto. Sappiamo che le ragioni o i torti, quasi sempre, non sono mai solo da una sola parte e che arrivare agli estremi implica responsabilità rilevanti di tutti, ed anche in questo caso è stato così.
Ci sono delle difficoltà oggettive oggi nel Paese dovute alla lievitazione dei costi che incidono sul bilancio quotidiano di tutte le famiglie. Le scelte politiche sono sempre più complicate di quanto apparentemente si pensi, ed incidere su aumenti di tasse, accise, pedaggi, oneri, diritti può creare difficoltà enormi ad intere categorie di lavoratori. Ci sono, nello specifico della vertenza degli autotrasportatori abusi, concorrenze sleali e scorrette, margini esigui di guadagni che finiscono per indurre al massacro i lavoratori, stretti tra i tempi e le percorrenze al limite delle possibilità umane, e non è possibile che le istanze siano ignorate e respinte sdegnosamente come è avvenuto.
Non è neanche, però, possibile che si arrivi a ledere i diritti degli altri, come non è possibile che si assumano comportamenti violenti. Le minacce, i blocchi, la voglia di far del male in modo indiscriminato, per far prevalere i propri egoismi, quantunque diritti sacrosanti, è un reato, ma ancor prima che un illecito penale è un abuso umano e sociale.
Non è neanche possibile, però, che il Governo, che dovrebbe avere la dignità di rappresentare l’intero Paese, anche nella valutazione della legittimità dei comportamenti di ciascuno, si distingua prima per una disattenzione al problema, poi con una precettazione disattesa ed infine con il cedimento, con le mani alla gola, alle istanze degli autotrasportatori.
Non si doveva arrivare a questo punto. Assolutamente non si doveva!
Vito Schepisi

12 dicembre 2007

Camionisti e Parlamentari

Si pensava che ci fosse una profonda differenza tra i camionisti ed i parlamentari dei partiti minori del centrosinistra, ma sembra che non sia così.
I camionisti sono in rivolta per la scarsa attenzione del Governo nei loro confronti. I parlamentari dei piccoli partiti della maggioranza sono anche loro in rivolta e sempre per la scarsa attenzione del Governo nei loro confronti. I camionisti scioperano, rallentano il traffico stradale, allungano i tempi di percorrenza dei trasporti su ruota; i parlamentari in esame non scioperano - non è previsto per la loro funzione - ma rallentano il traffico legislativo in Parlamento e allungano i tempi di percorrenza della legge finanziaria. Gli uni hanno gli occhi della gente esasperata puntati per i disagi e per i danni economici provocati, gli altri hanno gli occhi della gente altrettanto esasperata puntati per gli sprechi, le chiacchiere e le furbizie della politica.
Gli autotrasportatori lottano per la loro sopravvivenza, preoccupati dai margini insufficienti della loro attività; i parlamentari delle forze minori lottano anche loro per la sopravvivenza perché, cancellati i piccoli partiti, verrebbe meno anche la loro carriera politica.
Sarebbe interessante sapere se tra parlamentari ed autotrasportatori le funzioni possano essere anche fungibili. Diliberto, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio, Boselli e Mussi guiderebbero un Tir per portare a casa il pane per i loro congiunti? E se i dubbi per i politici sussistono certamente non è così per i camionisti che, invece, siederebbero volentieri in Parlamento per assicurarsi non solo il presente, ma anche il futuro.
E se i parlamentari citati si pensa che non siano capaci, e soprattutto si dubita che siano disponibili ad attraversare l’Italia sui Tir, siamo proprio sicuri che i camionisti non sarebbero capaci di essere responsabili ed utili nel Parlamento almeno alla pari dei primi?
Verdi, Comunisti Italiani, Udeur e Sinistra Democratica hanno oggi abbandonato i lavori dei capigruppo dell’Unione alla Camera per protesta, e minacciano così di bloccare i lavori della finanziaria. Se i camionisti mettono i Tir di traverso, i partiti minori del centrosinistra si mettono loro di traverso a bloccare il percorso della riforma elettorale facendo pressione su Prodi ed il Governo.
Il motivo della rivolta è dunque la bozza di riforma elettorale presentata dal Presidente della Commissione parlamentare per gli Affari Costituzionali al Senato, Enzo Bianco, considerata penalizzante per i piccoli partiti.
Bene! Ma è proprio ciò che il Paese chiede!
Il Paese, in verità, userebbe anche altri metodi un po’ meno civili e non solo con i piccoli partiti del centrosinistra, ma anche con i protagonisti più corposi dell’esecutivo in carica. E’ infatti dall’inizio della legislatura che si parla di semplificazione del quadro politico e di come scoraggiare la nascita di nuovi partiti, spesso diversi solo per protagonismo politico.
Non se ne può più dei giochi e delle astuzie, e persino dei ricatti di quei gruppi che fanno pesare il loro manipolo di parlamentari in modo spropositato rispetto alla consistenza della loro rappresentanza popolare. Non si può continuare a dar credito a coloro che rappresentano poco più di se stessi e/o che mercanteggiano il loro voto e la loro collocazione politica.
Mastella vale l’uno per cento, Diliberto, Boselli e Pecoraro Scanio più o meno lo stesso. Tutti insieme pesano anche meno di Rifondazione Comunista, pressappoco quanto la Lega di Bossi.
Ora la proposta di Bianco, modellata sul sistema tedesco, prevede lo sbarramento del 5%. In Germania è così e nessuno parla di truffa. L’attenzione da porre è alla governabilità ed ad assicurare che i numeri diano ad uno schieramento, piuttosto che all’altro, una maggioranza solida e sufficiente a realizzare, senza frenate o modifiche, l’enunciato programma politico. Solo così l’elettorato è messo in grado di valutare la capacità dei partiti di mantenere fede agli impegni ed, altresì, valutare la bontà delle scelte.
Se dal punto di vista del calcolo elettorale è comprensibile la posizione di Mastella, Pecoraro, Diliberto, Borselli e quant’altri, meno comprensibile appare la voce grossa di Cesa. Questi con Casini ha chiesto fino all’ossesso l’adozione del modello tedesco e la bozza Bianco ne riassume tutta la tipicità. Ora che prevale e trova consensi più larghi, verrebbe da chiedersi il motivo della contrarietà dell’Udc.
A differenza della Lega che della bozza critica l’indecisione sui collegi, sul recupero dei resti e sugli sbarramenti, ovvero sui voti disgiunti nei collegi tra uninominale e proporzionale, il diniego dell’Udc è incomprensibile. Sarebbe il caso che Casini spiegasse agli Italiani le perplessità riscontrate e soprattutto spiegasse cosa intendeva il suo partito quando parlava di modello tedesco.
Gli elettori sono stanchi dei giochi e delle furbizie e gradirebbero scelte più chiare per non rischiare di tornare a votare a scatola chiusa. E’ ora di finirla con gli atteggiamenti alla Follini, adottati nella legislatura precedente, e poi con quelli dei tanti piccoli partiti della sinistra nella legislatura attuale. Se la richiesta di avere l’indicazione del premier prima delle elezioni è ora il motivo del contrasto, del resto è l’unica ipotizzabile, sarebbe opportuno che emerga chiara e se ne spieghi la ragione senza infingimenti.
La lealtà e la correttezza verso gli elettori sono valori da recuperare e se a Casini, all’Udc ed a Cesa sembrano scelte da scongiurare, per altri appaiono come necessità da pretendere.
Vito Schepisi

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