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29 giugno 2010

La ricreazione è finita


L’Italia ha avuto la buona sorte d’aver attraversato, senza traumi eccessivamente pesanti, la fase critica della più difficile crisi recessiva dal 1929 in poi. La misura del debito pubblico lasciava presagire grosse difficoltà. I tesissimi rapporti tra maggioranza ed opposizione non aiutavano a compattare il Paese. Non era avvertita da tutti l’opportunità dell’impegno congiunto, per favorire un clima di fiducia, come accade nelle democrazie più consolidate e tra contendenti politici più responsabili. Per l’interesse generale, maggioranza ed opposizione avrebbero dovuto concorrere insieme a superare l’emergenza. Ma non è stato così!
La sinistra uscita sconfitta dalle elezioni della primavera del 2008, dopo l’apparente disponibilità al confronto annunciata da Veltroni, già in campagna elettorale, sulla spinta di Di Pietro, aveva ripreso il vecchio atteggiamento della delegittimazione sistematica dell’avversario politico, ed aveva rispolverato quell’antiberlusconismo che Veltroni aveva detto, invece, di voler riporre in soffitta. Già dai primi passi della crisi, la maggioranza trovava un’opposizione impegnata solo a sbarrarle la strada. Gestire una crisi, mentre l’opposizione aizza il Paese, non è facile. Franceschini succeduto a Veltroni, arresosi dinanzi alle deludenti prove elettorali ed all’incapacità di compattare il partito, gridava alla catastrofe e accusava Tremonti e Berlusconi di voler nascondere la crisi. Di fatto il nuovo leader PD proseguiva sulla linea della sudditanza all’iniziativa sfascista di Di Pietro.
Se il governo, pertanto, tranquillizzava il paese asserendo la sua costante attenzione, ed impegnandosi a prendere tutte le iniziative sostenibili per le imprese e le famiglie, l’opposizione, Di Pietro e la Cgil annunciavano catastrofi ed alimentavano le inquietudini nel Paese. Un’azione poco commendevole e poco costruttiva che, invece di lenirle, accentuava le preoccupazioni e la sfiducia.
La crisi in Italia non ha colpito le banche. Non c’è stato il panico dei risparmiatori ed il pericolo di fallimento degli Istituti di Credito e la corsa a ritirare i risparmi. Le banche italiane non avevano i portafogli ammorbati dai titoli derivati che diventavano carta straccia senza valore. Non c’era nessuna ragione di allarmismo, se non la dovuta attenzione per il calo dei mercati dovuto al calo globale della domanda. La crisi italiana ha colpito gli investimenti, ha colpito i consumi, ha colpito l’occupazione, ha colpito il fatturato del Paese, rendendo più critici tutti gli indicatori che si rapportano con il Prodotto Interno Lordo.
Mentre Berlusconi sosteneva “non lasceremo indietro nessuno”, Franceschini annunciava una voragine entro la quale sarebbero cadute imprese e famiglie, attribuendone la responsabilità al Governo per la sottovalutazione della crisi. Ed era lo stesso Franceschini che chiedeva, invece, l’adozione di misure insostenibili, date le note difficoltà dei nostri conti, come il salario garantito a tutti. Misure che avrebbero fatto ritrovare l’Italia nella stessa morsa della Grecia: con il debito pubblico fuori controllo.
Le ricette demagogiche non aiutano a diffondere tranquillità e fiducia. Vengono invece sfruttate per trasformare gli abusi in diritti, come si è visto con i falsi invalidi. Le conseguenze in Italia sarebbero state le stesse del paese balcanico: l’assalto della speculazione, il declassamento della solvibilità, l’aumento dei costi di collocamento del debito pubblico e la necessità di misure drastiche di riduzione della spesa imposte dalla Commissione Europea. Per dirla in breve: se non un fallimento, un’amministrazione controllata.
Mentre la fase recessiva, con i primi aumenti del Pil, con le previsioni di crescita dell’1,2% nel 2010 e dell’1,6% stimato per il 2011, si allontana, l’Italia, come tutti gli altri stati europei, per contenere il debito pubblico, origine della recente speculazione sull’Euro, ha predisposto una manovra finanziaria di tagli per circa 25 miliardi di Euro in tre anni. Una manovra poco coraggiosa, ma appena necessaria per tenere sotto controllo il debito pubblico. Altri paesi come la Spagna, la Grecia, la Germania, l’Inghilterra sono andati più a fondo coi tagli. In Italia c’è una sollevazione generale che parte dalle opposizioni e si diffonde nel sindacato post comunista, tra i magistrati, nel pubblico impiego, nelle regioni.
E’ appena stata diffusa una relazione molto severa della Corte dei Conti sugli sprechi negli enti locali. Nella manovra ci sono tagli anche in presenza di situazioni difficili. Si pensi al Lazio, alla Calabria, alla Campania, ad esempio, uscite da amministrazione spendaccione. Occorreranno provvedimenti. Se sarà il caso sarebbe anche giusto chiamare a risponderne i responsabili.
La manovra non si tocca, però. Deve risultare chiaro che la ricreazione in Italia è finita.
Vito Schepisi

01 febbraio 2010

Un voto utile e intelligente



Tra meno di due mesi si vota. Si vota per il rinnovo dei presidenti e dei consigli regionali. Si vota su tutto il territorio nazionale, eccetto le regioni autonome. Eccetto anche l’Abruzzo dove, come si ricorderà, si è votato di recente per sostituire il dimissionario Ottaviano Del Turco, l’ex sindacalista e segretario socialista, impallinato da una magistratura troppo frettolosa e, forse, troppo presuntuosa ed arrogante, e lasciato solo, come capro espiatorio, dal suo stesso partito.
Il voto in Italia, che sia per il Parlamento, per i comuni, per le province o per le regioni, si colora sempre dei grandi temi della politica. L’impronta della competizione partitica si spande su ogni cosa, come una macchia d’olio, anche per eleggere il presidente del circolo amici del tre sette.
Dai risultati delle diverse elezioni, tra una scadenza e l’altra della legislatura parlamentare, si misurano sia il gradimento dei governi, sia l’equilibrio delle coalizioni ed il loro rapporto di forze, sia le strategie programmatiche. Il voto locale finisce così sempre per essere influenzato dalla passione ideologica, dalle complessive scelte economiche e sociali del Paese e dalla popolarità dei grandi protagonisti della politica. Non è sempre un bene, al contrario è un male se poi vengono accantonate le motivazioni locali, se poi non si analizza la gestione passata, se poi l’analisi dei risultati non è utile per promuovere i protagonisti virtuosi o per rispedire all’opposizione, o a casa, i più inefficienti e spreconi, ed i più furbastri.
Occorrerebbe soffermarsi su alcune amministrazioni regionali, come quelle della Puglia, della Calabria, del Lazio o della Campania, per comprendere quanto, invece, debbano essere sanzionati dal giudizio degli elettori i fallimenti rilevati, e nondimeno quanto falsi e strumentali siano stati alcuni osannati progetti politici. Analizzando i risultati e gli esiti della decantata etica amministrativa di alcuni protagonisti si può, persino, comprendere quanto siano stati falsi e pretestuosi i tentativi di ostentare una presunta superiorità morale, da far valere come maggior motivazione nelle scelte, ovvero quanto siano stati illusori e privi di effettivo riscontro i richiami all’erogazione dei servizi sociali, quali caratteristiche peculiari e qualificanti del progetto politico di quella sinistra che si propone per la guida del Paese.
Mai come in questi ultimi anni, dall’epoca di tangentopoli in poi, la questione morale è stata sollevata, soprattutto verso le amministrazioni di sinistra, con tanta ripetitiva periodicità e con tanta diffusa collocazione geografica, motivando moti di disappunto e di giustificata inquietudine nei cittadini. Mai, infatti, il bisogno sociale, le questioni igieniche delle città e dei territori, la pietà verso chi soffre, gli sprechi ed i privilegi degli amministratori e delle loro collegate clientele, gli abusi ed il cinismo di alcuni, persino il degrado manifestato con le richieste di prestazioni sessuali, come contropartita per un andazzo in cui si mercificavano anche i diritti, hanno rappresentato un così rilevante ventaglio di criticità morale. Mai ci si è trovati dinanzi ad un andazzo amministrativo di così riprovevole ed arrogante mortificazione sociale
Tra poco meno di due mesi si vota. Si dovrebbe chiedere al corpo elettorale un voto utile ed intelligente. Per utilità ed intelligenza si intende, da una parte, rivolgersi ad indicazioni che abbiano effettiva possibilità di modificare il quadro politico di una regione, per respingere la cattiva politica, e, dall’altra, esercitare il proprio diritto di voto, senza farsi obnubilare dal pregiudizio politico.
Occorrerebbe un voto selettivo, un voto che serva per promuovere, ovvero per bocciare il bilancio consuntivo dei risultati ottenuti, regione per regione. Un capitolo a parte richiederebbe la Puglia, dove Casini si è messo di mezzo. In Puglia, più che altrove, si presenta la necessità del voto utile per contrastare l’azione dell’Udc che ostacola il successo del centrodestra, e che può agevolare Vendola, al cui fallimento morale e politico mancano solo i libri in tribunale.
Vito Schepisi

11 settembre 2009

Esiste un'offerta politica dell'opposzione?


E’ come la storia del mezzo bicchiere di acqua. C’è chi lo definisce mezzo vuoto e chi invece mezzo pieno. Gli italiani stanno tutti così. Tutti tra il mezzo incazzati ed il mezzo sereni. L’Italia è il Paese dei veleni a cascata, delle chiacchiere da bar, delle imboscate politiche ed economico-finanziarie, delle guerre editoriali, dei tradimenti e delle storie infinite.
Ci mancavano le belle di notte per completare il quadro di un Paese confuso.
Si potrebbe osservare che per fortuna c’è un Governo che va avanti e che non si lascia né intimidire e né coinvolgere in questa piena di ambiguo coinvolgimento della politica col malaffare e con le vagonate di fango, come emerge, ancora una volta, dopo la Campania e l’Abruzzo, anche in Puglia. Ma non basta! Non basta perché la politica ha bisogno di un quadro di rapporti leali, di una maggioranza che si apra al confronto, anche interno, ma che sia sostanzialmente coesa.
L’Italia ha bisogno anche di una opposizione che pungoli e prema, come in tutti i paesi di democrazia parlamentare, non di una interminabile rappresentazione teatrale, come avviene da noi. Ha bisogno di un Parlamento che non sia un votificio, in cui si dibattano e si completino le proposte, senza isterismi e voglie di rivalsa.
Il Paese ha bisogno di isolare i violenti, di smascherare i falsi ed i faziosi. L’Italia ha un grande bisogno di riforme vere: quelle che stabiliscano il passaggio verso una nuova scrittura della seconda parte della nostra Costituzione, fatta di poteri che non si sovrappongano, fatta di chiarezza dei ruoli, di responsabilità istituzionale, di una magistratura che sia l’espressione della maturità democratica del Paese, un potere giurisdizionale che sia impossibile per tutti manovrare e strumentalizzare.
Quando la lotta si fa dura, scendono in campo gli uomini duri. Ma quando la politica si fa molle, cosa scende in campo? Buttiglione? Ed è stato il post democristiano, archetipo della nuova generazione fornaia, benché vecchio volto noto del funambolismo trasformista che più di altri è sembrato gioire per il gossip, per la storia di Boffo per la confusione totale nel dibattito interno del PD, per le uscite di Fini, per i contrasti tra i cattolici ed il Pdl. Gioisce anche per la presenza di una cortina di fumo che impedisce di soffermarsi sulle ambiguità dell’Udc e dei suoi uomini. Gioisce perché a parlar di escort e di abusi si finisce per dimenticarsi di altri casini.
Dovrebbero suscitare interesse le osservazioni di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, quando sostiene che ci sia una crisi profonda del PD, tanto da fargli scrivere che “La lotta precongressuale è stata aspra ma ciò non è servito a guarire la malat­tia di quel partito: la scar­sa credibilità della sua «offerta politica» com­plessiva, l'assenza di un insieme di idee e di pro­poste potenzialmente in grado di convincere una parte rilevante di quegli elettori che, fin qui, si so­no tenuti alla larga dal Partito democratico.”
Un dubbio, lo stesso che molti hanno avuto sin dal primo momento, si ripropone sul valore politico e strategico di una’alleanza che ha visto unirsi in un solo partito i post comunisti ed i post democristiani. Questo PD che non riesce ancora a livello europeo a chiarire la sua collocazione politica e che induce a pensare in Italia che molti vecchi ex e post democristiani si accingano a dover morir socialisti.
Una proposta politica che adotti l’unica strategia di aspettare la caduta del Cavaliere, anzi di provar di tutto per fomentarla, può trovare compagni di strada in Cesa, Buttiglione e Casini, ma non ha prospettive. Non c’è nel PD nessuna cultura del fare, nessuna idea da proporre, nessuna prospettiva e nessuna ragione di unire. Come così dar torto a Panebianco quando sostiene che questo Partito non sia in grado di “costruire un’offerta politica senza suscitare dirompenti conflitti interni”?
Vito Schepisi

06 gennaio 2009

Cos'altro doveva capitare a Napoli per far dimettere la Jervolino?

Jamme Jamme, signora Jervolino, su tolga il disturbo! Solo il pensiero di risparmiare ai suoi concittadini napoletani la sua voce gracchiante sarebbe già “na’ bella pensata”.
Non sono bastati 4 assessori arrestati ed un altro morto suicida per farle comprendere d’essere inadeguata per la guida di Napoli?
Non è ancor contenta del danno arrecato alla città più estroversa del mondo?
Non si sente affatto responsabile per non essere riuscita ad intercettare le trame che si svolgevano all’ombra della sua gestione?
Una persona normale si sarebbe già dimessa da tempo!
Ponga fine alla sua “tarantella”: non ha “le physique du role”.
Quello d’essere primo cittadino di Napoli è un incarico gravoso per chiunque, ma del suo impegno non se ne sentirà affatto il bisogno: non è indispensabile, e la sua ostinazione diventa inquietante.
Di Napoli abbiamo un’immagine che amiamo conservare, malgrado la protervia del sindaco nel volerci far cambiare idea. Se la signora Rosetta ama la sua città, tolga subito il disturbo, altro che presentare la nuova Giunta! Anche il segretario provinciale del suo partito si è dimesso in dissenso .
Sindaco ci ripensi! Comprendiamo la sua insoddisfazione per dover porre termine in modo inglorioso alla sua carriera politica, ma la responsabilità è solo sua!
Cosa pretende ora dai napoletani? La finisca di affliggerli!
Ha già l’età per la pensione: abbia anche un briciolo di dignità! Suvvia coraggio, molli! Vedrà che poi ci sarà poi un coro di consensi per lei.
Napoli è la città di sognatori, dei filosofi, degli scrittori, degli artisti e dei poeti, ma oggi, invece, se ne parla, purtroppo, solo per la spazzatura e per la questione morale, e quando se ne parla vengono in mente due ritratti: quello della Jervolino e quello di Bassolino “o’ presidente”.
Pensiamo che ci sia di meglio a Napoli ed in Campania: ne siamo sicuri!
Amiamo Napoli, ci affascina la sua cultura, quella popolare, ci incuriosisce la sua filosofia di vita, e la gente con il suo congenito relativismo. Ci piace lo stile, spesso disarmante ma umano, ci piace quel modo dei napoletani d’essere disincantati. Perché questo sindaco vuole ancora infierire?
Si è tirata fuori dalle responsabilità per la spazzatura, mentre le cronache riportavano la notizia che le strade vicino alla sua abitazione erano sgombre e pulite. I problemi, però, c’erano prima del suo avvento, c’erano con Bassolino e forse anche prima, ma con lei tutti i nodi sono venuti al pettine. Inesorabilmente! E’ come la storia del cerino che non ha più stelo e brucia tra le dita dell’ultimo arrivato. Ci dispiace, ma le dita che restano bruciate sono proprio le sue.
A Napoli sorridono insieme poveri e ricchi, felici ed infelici, giovani e vecchi. A Napoli fortuna e malasorte sono le due facce di una stessa medaglia, ed invidia e rancore si fondono nell'ironia con naturale allegria. Tutto questo rende straordinaria ed unica al mondo questa città. Un bene dell'umanità da proteggere, difendere, persino consolidare.
Napoli è miseria e nobiltà, per rievocare Totò, ma ha la sventura di avere oggi la peggiore classe politica del dopoguerra, e ci sembra di vedere mutare anche il modo d’essere dei napoletani. Si è rotto quel filo sottile che ha segnato per anni i confini tra legalità ed illegalità. Oggi prevalgono gli interessi di parte, quelli del malaffare sulla difesa dei diritti primari. Prevale, ad esempio, come si è visto, il principio della valorizzazione dei suoli nella prossimità delle discariche, sugli interessi generali della salute di tutti.
La destrezza e la furbizia sono stati per anni “un'arte sottile” praticata persino con umanità. Anche i professionisti della patacca, che organizzavano con elegante maestria i pacchi ed i contropacchi, ci facevano sorridere.
Oggi invece i mariuoli ci preoccupano.
Nella società si è insediato il malanimo ed il malaffare. E’ cresciuta una classe politica cinica ed arrogante, sensibile solo alla lotta per il potere, che imprime il suo avallo allo scempio e all'abuso.
Napoli, purtroppo, è cambiata in peggio.
Sindaco Jervolino si dimetta, per favore, si tolga dai piedi!



Vito Schepisi

29 dicembre 2008

In politica per qualcosa da dire e non per qualcosa da chiedere

C’è gente che lo vorrebbe vedere ammanettato ed in galera, come i tanti imputati passati dai suoi duri e sbrigativi metodi inquisitori, quando era PM a Milano.
C’è chi vorrebbe indurre Di Pietro a dover meditare sulla serenità persa da molti personaggi risultati innocenti, e chi indurlo, invece, a soffermarsi sulle vite spezzate di quegli imputati che per i suoi metodi si sono tolti la vita. Altri vorrebbero che per la nemesi storica si trovasse per lui, e per il suo simbiotico figlio, l’uguale rigore del giustizialismo forcaiolo e della cultura del sospetto che ha tolto il sorriso a tante persone, compromettendone irrimediabilmente l’immagine.
Noi invece vorremmo solo conoscere la verità.
Vorremmo che non ci fossero né privilegi e né accanimenti nei suoi confronti, e neanche nei confronti delle persone a lui vicine. Vorremmo che la legge fosse uguale per tutti e che fosse rispettata anche da coloro che godono dei favori di alcune procure.
Auspichiamo una magistratura responsabile e garantista, al servizio esclusivo del diritto e della legge, senza occhi di riguardo e senza accanimento per nessuno.
Un compagno di partito di Di Pietro, Leoluca Orlando (lo stesso respinto dalla maggioranza parlamentare per una commissione di garanzia come quella della Vigilanza Rai), ha sostenuto in passato che il sospetto sia l’anticamera della verità.
Ed ora i sospetti di tanti cittadini italiani sono sui motivi, sulle situazioni, sulle storie e sui rapporti che un uomo pubblico, leader di un partito, dovrebbe chiarire.
Gli italiani vorrebbero che fossero resi noti da Di Pietro, tra gli altri:
- i motivi del suo abbandono della magistratura;
- le situazioni di favore ottenute quando era PM a Milano;
- le diverse storie connesse ai contrasti coi suoi compagni di strada politica, collegate, stranamente per un partito che si richiama ai valori, alla divisione del finanziamento pubblico;
- i rapporti mantenuti dall’ex PM, dal suo figliuolo e da eventuali altri esponenti dell’Idv, con personaggi risultati inquisiti ed arrestati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Napoli sugli appalti.
C’è, inoltre, un’ipotesi degli investigatori della Dia di Napoli che riguarda un reato grave. Lo stesso reato per cui, con sentenza di primo grado, un anno fa, è stato condannato a 5 anni di carcere Totò Cuffaro, Presidente della Regione Sicilia, giudicato colpevole di favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio: il reato d’informare una persona indagata d’avere il telefono sotto controllo.
Nel caso di Di Pietro, la Dia di Napoli ha sostenuto la tesi di una fuga di notizie, sulle indagini relative agli appalti del capoluogo campano, trapelate molto tempo prima (sei mesi) che arrivassero alla stampa.
Chi è stato informato? E da chi?
L’ex PM ha riferito ai giornali di aver trasferito il provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise, Mario Mautone, perché era venuto a conoscenza di indagini a suo carico.
Di Pietro dica allora agli italiani chi l’ha informato delle indagini e perché suo figlio da qual momento non ha più risposto alle telefonate dell’ex provveditore Mautone?
Suo figlio sapeva che le utenze telefoniche erano sotto controllo?
E da chi l’ha saputo?
Un magistrato lo chiederebbe a chiunque e vorremmo che lo chiedesse anche a Di Pietro e suo figlio!
Di Pietro che pone la questione morale come presupposto per lo svolgimento dell’attività politica, non può rifiutarsi di fare chiarezza. Non può lasciare nel dubbio tutti i quesiti che in questi giorni vengono posti. Non può non sentire il dovere di chiarire le sue eventuali responsabilità e quelle del suo figliolo, anche a costo di dover rinunciare a far politica, come chiederebbe di fare ad altri.
Non è poi necessario che la famiglia Di Pietro faccia politica, soprattutto se gli esiti sono quelli che sembrano: nessun progetto politico, nessuna attività riformista e nessun buon esempio.
Di Pietro faccia allora ciò che dice che gli altri debbano fare nelle sue condizioni: si dimetta!
Faccia dimettere dagli incarichi anche il suo figliolo che, a quanto pare, sembra sia sintatticamente persino meno dotato di lui, pur essendo abbastanza propenso a ricercare favori ed a fruirne.
La storia del nepotismo e dei figli trainati dai padri per godere dei privilegi di casta sembrava una pratica abbandonata, un antipatico retaggio di immoralità nei comportamenti della politica.
E’ una pratica che purtroppo scoraggia chi ha qualcosa da dire, e non chi ha qualcosa da chiedere.
Vito Schepisi

21 gennaio 2008

L'Italia da rifare


Cosa pensano di fare? Cosa pensa la sinistra italiana di ricavare dal clima di rissa che fomenta? La consapevolezza di essere minoranza nel Paese deve averli portati alla follia.
Hanno fallito i loro obiettivi. A loro discolpa solo il dubbio, e neppure generale, che sia più il risultato della loro incapacità che della loro volontà. Danno l’idea d’essere maldestri pachidermi in un labirinto di cristalliere. Distruggono tutto ciò che toccano. Hanno deluso le aspettative che, speranzosi, milioni di italiani avevano loro affidato di rendere “felice” il Paese, come affermava l’imbroglione politico più recidivo della nostra Italia repubblicana..il p deluso le aspettative i più per incapacità che per volontàane.e coinvolga anche e soprattutto la parte politica che nel Pa Si muovono tra le barriere di un furore ideologico e gli ostacoli della loro supponenza d’esser portatori di uguaglianza e giustizia. Travolgono, come fossero inermi birilli, i margini del buon senso, della tolleranza e persino dell’interesse sociale delle fasce più deboli del Paese.
La constatazione di aver prodotto un mostro incomprensibile in cui anche la tradizione italiana di correttezza istituzionale veniva meno; il loro modo piuttosto singolare di creare spazi di sensazioni odiose di regime e di intolleranza, deve averli portati a sragionare.
Mai esistito nel Paese un clima di così odiosa ostinazione nel non prendere atto che persino nel Parlamento, non solo la maggioranza politica, che non è mai esistita, ma ora anche la maggioranza numerica non esista più.
Non si possono ignorare, soprattutto per correttezza democratica, le dichiarazioni esplicite di senatori e componenti parlamentari che hanno denunciato la fine di una stagione politica. Non si può sorvolare sulle dichiarazioni di un Ministro della Giustizia, dimessosi, che ha posto all’attenzione del Parlamento uno stato inquietante di una parte della magistratura Italiana. Se c’è una situazione che la democrazia liberale non può ignorare e soprattutto tollerare è l’esistenza di una giustizia partigiana, specialmente se la questione è stata posta nelle aule parlamentari.
Ora si beccano tra di loro e sguinzagliano i canali della mestazione politica e giudiziaria. Vogliono intorpidire il clima nella speranza che la sfiducia della gente coinvolga, anche e soprattutto, la parte politica che nel Paese è già consolidata maggioranza.
Ecco così muoversi la macchina da guerra di occhettiana memoria. E scatenano tutte le guerre possibili. Se devono perire sommersi dal letame che hanno sparso stabiliscono che lo facciano come Sansone con tutti i filistei. Prendono corpo contemporaneamente il conflitto di religione, quello giudiziario, la guerriglia dell’antipolitica, la battaglia dell’immondizia, la guerra di tutti contro tutti.
Si scatena lo scontro parlamentare e si tenta con artifizi e sollecitando astensioni, per strumentalizzare persino il regolamento del Senato dove, su un voto di sfiducia l’astensione torna a favore del no, di mantenere in vita il Governo di Prodi, il più indegno e discusso che ha mortificato il Paese e messo a dura prova la tolleranza e la sopportazione degli italiani.
Vorrebbero continuare a mantenere i loro sederi ben saldi sulla seduta e le loro mani ben strette intorno ai braccioli delle loro traballanti poltrone, avvinti, contorti e diramati come l’edera, pur navigando nella melma di una maleodorante generale immondizia che parte dalla Napoli e dalla Campania della Jervolino, di Pecoraro, Mastella e Bassolino per arrivare sui colli di Roma.
Vogliono continuare a fare mercato di nomine e di abusi. Come la stomachevole nomina alla presidenza dell’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente) del capo di gabinetto del sottoposto a sfiducia Ministro per l’Ambiente in carica. Il braccio destro del ministro che si trova ad assumere nello stesso tempo il ruolo di controllore e controllato. Altro che sospetti e accuse di conflitto di interessi rivolte verso altri!
Ed è proprio il Ministro dell’Ambiente, restio a dimettersi, che è nell’occhio del ciclone per aver ridotto l’Italia ad un cumulo di spazzatura e non solo quella fisica di Napoli e della Campania, ma anche quella delle scorie strutturali di un Paese oramai vecchio ed obsoleto. Un Paese che tarda a rinnovarsi e fornirsi di strutture all’altezza dei tempi e del suo ruolo in Europa. Un paese che manca persino di seri piani energetici sufficienti a garantire sicurezza e continuità alla nostra principale fonte di ricchezza costituita dalle reti produttive e di trasformazione in campo manifatturiero ed industriale.
La vera guerra in corso però è quella alla ragione! C’è un esercito sgangherato che assomiglia tanto al Capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere in cui configgono almeno due diverse pulsioni. Da una parta quella della riservatezza e dell’apparenza di serietà e dall’altra la voglia di essere protagonista. Per un verso il desiderio di spiegare e dar coerenza alle sue iniziative giudiziarie e dall’altra il mostrarsi indignato per la denigrazione personale riscossa dalla parte politica sottoposta alle sue diverse iniziative cautelari.
Un modo oramai classico di dire e poi minacciare di smentire e negare ciò che si è detto. Un esempio di sottocultura del diritto e delle garanzie di riservatezza e di cautela laddove, invece, si richiedono comportamenti che non solo devono essere, ma soprattutto devono apparire d’essere, specchiato esempio di professionalità e di equilibrio e non sgangherate rappresentazioni da commedia dell’arte.
La sinistra Italiana ci restituisce un’Italia allo sfascio, in crisi di valori, tartassata di balzelli fiscali, ridotta alla fame nelle fasce più deboli ed al grigiore di vita nelle fasce intermedie. Un’Italia insicura, tormentata dai dubbi sul futuro e dall’insicurezza del presente, ai margini dell’Europa, indicata nel mondo come cattivo esempio, con servizi da terzo mondo e persino senza più una compagnia aerea di bandiera. Un’Italia dispersa nella sua identità, senza valori di riferimento, involuta nella difesa dei principi dove persino il “laicismo” diventa una gabbia ideologica. Un’immagine dell’Italia che si spera di cambiare al più presto!
Vito Schepisi