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03 febbraio 2011

A Bari più che un Sindaco c'è un Podestà

Occupiamoci un po’ di Bari. Questa città sembra che sia stata lasciata nelle mani del suo Sindaco onnipresente e tutto fare. Emiliano è un uomo poliedrico. Affronta tutto con quella tipica presunzione di molti baresi di sapere, di fare e di immaginarsi unico.

Per la Befana 2011 ci ha regalato questo suo sfogo: «Sta per scoppiare un terremoto, per me non c’è momento più conveniente di questo per dimettermi. Io posso andare alla Regione o posso candidarmi alla Camera, ma voi che fate senza di me?» - per poi aggiungere - «Se resto è perché non intravedo chi altri possa svolgere questo ruolo. Sono come quel padre che deve lasciare l’azienda ai figli, ma i figli sono in grado di assumersene la responsabilità?». Ci fa venire in mente Luigi XV, re di Francia, che, dalla reggia di Versailles, si magnificava e diceva con sconfortata sufficienza: “Apres moi le deluge”. E per presunzione il Sindaco ci ricorda il detto un po’ canzonatorio, ma anche un po’ arrogante: “Se Parigi avesse il mare, sarebbe una piccola Bari”.

Il primo cittadino si sente infallibile. Ha il piglio di un podestà. E’ un presenzialista ossessivo e solo lui, in Città, appare animato da buoni propositi. Visti i risultati, però, tanto buoni non sono. Sarà forse solo una questione di diversa cultura e di educazione. Lo diciamo, senza acredine e offesa, per la convinzione che abbiamo di una diversità di pensiero sulla gestione, sui rapporti con il territorio, sui servizi ai cittadini, e per il modo diverso di percepire la vitalità di una comunità.

Pensiamo, infatti, che ci sia scarsa attenzione nel fronteggiare le criticità che emergono nella gestione di una realtà così complessa, come quella di un insediamento urbano medio grande, capoluogo di regione, centro universitario d’importante riferimento culturale e scientifico, polo industriale e crocevia commerciale e funzionale di una rilevante area geo-politica.

La natura di Bari è quella della città a vocazione mercantile. I suoi abitanti passano per gente molto pratica in questo mestiere. E il Sindaco Emiliano non tradisce questa vocazione. Il Capoluogo pugliese è una città di mare, porto di mercanti e nel tempo sottoposta a diverse dominazioni. Invasa dai barbari, nel IX secolo d. C. passò dagli Ostrogoti ai Saraceni e fu persino capitale di un piccolo stato musulmano con un suo emiro e una sua moschea. Fu città bizantina, normanna, sveva, angioina, aragonese. Ora si divide tra le cozze pelose, i ricci, i polipi crudi, ed il calcio. E’ l’era Emiliano.

In Città si avverte un conflitto perenne tra i sentimenti di amore e di odio, rispettivamente per la squadra di calcio e per la sua gestione. Il Presidente Matarrese è uno dei fratelli del gruppo coinvolto tra le imprese di Punta Perotti. Lo spessore del conflitto, naturalmente, è stato sempre direttamente proporzionale alle prestazioni della squadra di calcio. Il conflitto, non a caso, è stato molto acuto quando, con enfasi giustizialista, alla presenza del Sindaco Emiliano, del Governatore Vendola e del noto ambientalista campano Pecoraro Scanio, sono state abbattute le palazzine di Punta Perotti, chiamate “la saracinesca di Bari”, e sono state confiscate le aree su cui sorgevano.

Una delibera ardita dell’amministrazione comunale che pone oggi la città, dopo la sentenza della Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (violazione dell'articolo 7 della Convenzione dei diritti dell'uomo che sancisce che non può essere inflitta una pena se quest'ultima non è prevista dalla legge), a rischio di un ingentissimo risarcimento dei danni.

A Bari, già se si va al mercato del pesce e si mangia un mitile crudo, e poi allo stadio a gridare Forza Bari, per un Sindaco si è nello spazio del gradimento assoluto. Se poi si candida nella lista al Comune anche il leader della tifoseria più accanita, quella degli ultras, benché pregiudicato, anche quello elettorale si trasforma in tifo da stadio.

Dinanzi ad un piatto di riso, patate e cozze e … du’ pulp arrizzat (due polipi trattati per essere mangiati crudi), i baresi chiudono un occhio su una città lasciata al degrado, sporca, senza orgoglio, sgangherata nelle sue articolazioni stradali e priva di prospettive per il futuro.

Il Sole XXIV ORE, lo scorso dicembre, ha pubblicato una graduatoria tra le province italiane per la qualità della vita nel 2010. Bari s’é collocata al 93° posto su 107. Per l’ordine pubblico, nella stessa graduatoria, la Città fa un balzo all’indietro rispetto al 2009 dal 68° al 96° posto. Bel risultato! Anche se il sindaco dice che i conti sono a posto e che la città ha una gestione economica virtuosa.

Per la comunicazione Emiliano è un ciclone. Con Vendola in Puglia forma una coppia “fantastica” come direbbe Checco Zalone. Nel 2009 in campagna elettorale ha promesso ai giovani di Bari - moltissimi erano costretti a emigrare in cerca di occupazione - ben 30.000 posti di lavoro. Se aggiungessimo i giovani che da allora l’hanno perso il lavoro, i nostri ragazzi - che continuano ancora ad emigrare nella speranza di trovare un impiego – vanterebbero crediti per 40.000 assunzioni, ma anche questo fa parte del “carisma “ del personaggio. Se lo avesse fatto un altro sarebbe stato lapidato nella pubblica piazza.

Già magistrato stimato, Emiliano è stato criticato per l’esito inconcludente dell’inchiesta sulla “Missione Arcobaleno” (Aiuti umanitari al Kosovo con il Governo D’Alema). L’inchiesta partì col ritrovamento, stoccate nel Porto di Bari, di montagne di derrate alimentari scadute, nel 2004, però, l’allora PM Emiliano abbandonò l’inchiesta nelle sue fasi conclusive per candidarsi, proposto da D’Alema, a Sindaco di Bari.

Un’altra questione annosa della Città, con Emiliano messo di traverso, nonostante le sentenze della Cassazione e del Consiglio di Stato, è la realizzazione della Cittadella della Giustizia. C’è un’impresa che ha vinto la gara e che è disposta a realizzarla a zero spese e concedendo tutte le garanzie ambientali e di rispetto urbanistico, ma non ha avuto l’autorizzazione per iniziare i lavori. L’impresa si è anche impegnata alla creazione di altrettante zone adibite a verde per quante ne sottrarrebbe la realizzazione dell’intero complesso destinato ad accorpare tutti gli edifici giudiziari della Città. L’opera, inoltre, sarebbe da realizzare in zona non urbanizzata e alla periferia di Bari, nelle vicinanze del megastadio San Nicola. L’impresa ha citato in giudizio il Comune di Bari. Ci saranno dei danni e delle spese da pagare e, come appare scontato, saranno a carico della Comunità. Naturalmente a tifare per gli ostacoli posti dal Sindaco sono alcuni costruttori che hanno le proprie rappresentanze in Comune.

Vito Schepisi

21 gennaio 2008

L'Italia da rifare


Cosa pensano di fare? Cosa pensa la sinistra italiana di ricavare dal clima di rissa che fomenta? La consapevolezza di essere minoranza nel Paese deve averli portati alla follia.
Hanno fallito i loro obiettivi. A loro discolpa solo il dubbio, e neppure generale, che sia più il risultato della loro incapacità che della loro volontà. Danno l’idea d’essere maldestri pachidermi in un labirinto di cristalliere. Distruggono tutto ciò che toccano. Hanno deluso le aspettative che, speranzosi, milioni di italiani avevano loro affidato di rendere “felice” il Paese, come affermava l’imbroglione politico più recidivo della nostra Italia repubblicana..il p deluso le aspettative i più per incapacità che per volontàane.e coinvolga anche e soprattutto la parte politica che nel Pa Si muovono tra le barriere di un furore ideologico e gli ostacoli della loro supponenza d’esser portatori di uguaglianza e giustizia. Travolgono, come fossero inermi birilli, i margini del buon senso, della tolleranza e persino dell’interesse sociale delle fasce più deboli del Paese.
La constatazione di aver prodotto un mostro incomprensibile in cui anche la tradizione italiana di correttezza istituzionale veniva meno; il loro modo piuttosto singolare di creare spazi di sensazioni odiose di regime e di intolleranza, deve averli portati a sragionare.
Mai esistito nel Paese un clima di così odiosa ostinazione nel non prendere atto che persino nel Parlamento, non solo la maggioranza politica, che non è mai esistita, ma ora anche la maggioranza numerica non esista più.
Non si possono ignorare, soprattutto per correttezza democratica, le dichiarazioni esplicite di senatori e componenti parlamentari che hanno denunciato la fine di una stagione politica. Non si può sorvolare sulle dichiarazioni di un Ministro della Giustizia, dimessosi, che ha posto all’attenzione del Parlamento uno stato inquietante di una parte della magistratura Italiana. Se c’è una situazione che la democrazia liberale non può ignorare e soprattutto tollerare è l’esistenza di una giustizia partigiana, specialmente se la questione è stata posta nelle aule parlamentari.
Ora si beccano tra di loro e sguinzagliano i canali della mestazione politica e giudiziaria. Vogliono intorpidire il clima nella speranza che la sfiducia della gente coinvolga, anche e soprattutto, la parte politica che nel Paese è già consolidata maggioranza.
Ecco così muoversi la macchina da guerra di occhettiana memoria. E scatenano tutte le guerre possibili. Se devono perire sommersi dal letame che hanno sparso stabiliscono che lo facciano come Sansone con tutti i filistei. Prendono corpo contemporaneamente il conflitto di religione, quello giudiziario, la guerriglia dell’antipolitica, la battaglia dell’immondizia, la guerra di tutti contro tutti.
Si scatena lo scontro parlamentare e si tenta con artifizi e sollecitando astensioni, per strumentalizzare persino il regolamento del Senato dove, su un voto di sfiducia l’astensione torna a favore del no, di mantenere in vita il Governo di Prodi, il più indegno e discusso che ha mortificato il Paese e messo a dura prova la tolleranza e la sopportazione degli italiani.
Vorrebbero continuare a mantenere i loro sederi ben saldi sulla seduta e le loro mani ben strette intorno ai braccioli delle loro traballanti poltrone, avvinti, contorti e diramati come l’edera, pur navigando nella melma di una maleodorante generale immondizia che parte dalla Napoli e dalla Campania della Jervolino, di Pecoraro, Mastella e Bassolino per arrivare sui colli di Roma.
Vogliono continuare a fare mercato di nomine e di abusi. Come la stomachevole nomina alla presidenza dell’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente) del capo di gabinetto del sottoposto a sfiducia Ministro per l’Ambiente in carica. Il braccio destro del ministro che si trova ad assumere nello stesso tempo il ruolo di controllore e controllato. Altro che sospetti e accuse di conflitto di interessi rivolte verso altri!
Ed è proprio il Ministro dell’Ambiente, restio a dimettersi, che è nell’occhio del ciclone per aver ridotto l’Italia ad un cumulo di spazzatura e non solo quella fisica di Napoli e della Campania, ma anche quella delle scorie strutturali di un Paese oramai vecchio ed obsoleto. Un Paese che tarda a rinnovarsi e fornirsi di strutture all’altezza dei tempi e del suo ruolo in Europa. Un paese che manca persino di seri piani energetici sufficienti a garantire sicurezza e continuità alla nostra principale fonte di ricchezza costituita dalle reti produttive e di trasformazione in campo manifatturiero ed industriale.
La vera guerra in corso però è quella alla ragione! C’è un esercito sgangherato che assomiglia tanto al Capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere in cui configgono almeno due diverse pulsioni. Da una parta quella della riservatezza e dell’apparenza di serietà e dall’altra la voglia di essere protagonista. Per un verso il desiderio di spiegare e dar coerenza alle sue iniziative giudiziarie e dall’altra il mostrarsi indignato per la denigrazione personale riscossa dalla parte politica sottoposta alle sue diverse iniziative cautelari.
Un modo oramai classico di dire e poi minacciare di smentire e negare ciò che si è detto. Un esempio di sottocultura del diritto e delle garanzie di riservatezza e di cautela laddove, invece, si richiedono comportamenti che non solo devono essere, ma soprattutto devono apparire d’essere, specchiato esempio di professionalità e di equilibrio e non sgangherate rappresentazioni da commedia dell’arte.
La sinistra Italiana ci restituisce un’Italia allo sfascio, in crisi di valori, tartassata di balzelli fiscali, ridotta alla fame nelle fasce più deboli ed al grigiore di vita nelle fasce intermedie. Un’Italia insicura, tormentata dai dubbi sul futuro e dall’insicurezza del presente, ai margini dell’Europa, indicata nel mondo come cattivo esempio, con servizi da terzo mondo e persino senza più una compagnia aerea di bandiera. Un’Italia dispersa nella sua identità, senza valori di riferimento, involuta nella difesa dei principi dove persino il “laicismo” diventa una gabbia ideologica. Un’immagine dell’Italia che si spera di cambiare al più presto!
Vito Schepisi

26 settembre 2007

L'autunno che non scalda il cuore del Paese

Tempi difficili per il Governo. La stretta politica si fa più vicina. E’ l’ora delle scelte e Prodi si contorce tra le opzioni della sua coalizione.
A rendere più incandescente la scena, si riapre l’affare Visco. La coerenza e l’esigenza di legittimità dell’esecutivo vorrebbero che la sua rimozione fosse imprescindibile. Salvato dal rinvio a giudizio (per tentato abuso di ufficio continuato e minaccia aggravata a pubblico ufficiale) dai PM che hanno definito solo illegittima la condotta del vice ministro, anche se non illecita per mancanza di prove sui motivi del comportamento illegittimo, ora al Senato l'iniziativa della Cdl ne richiede la rimozione dalle deleghe e dal ministero.
La maggioranza, anche per ragioni di opportunità, dovrebbe evitare di andar sotto al Senato: dovrebbe sollecitare le dimissioni spontanee del signor Visco. Sulla carta la maggioranza non c’è per far quadrato intorno al parlamentare diessino. La posizione di Di Pietro e dell’Idv offre, infatti, all’opposizione l’opportunità di prevalere nella richiesta delle dimissioni del vice di Padoa Schioppa.
Prodi, se potesse, dovrebbe disinnescare l’ordigno, chiedendo al vice ministro di fare un passo indietro e farsi quindi da parte. La sfiducia a Visco, a dispetto del sostegno della maggioranza, infatti, porrebbe il Governo in grave imbarazzo. La ragionevolezza dovrebbe consigliare di evitare la deflagrazione della sfiducia parlamentare ad un rappresentante del Governo: sarebbe più dignitoso. Ma non è semplice e per questa maggioranza sembra cosa impensabile!
E’ difficile che la componente diessina abbandoni il suo uomo (agente?), anche se la saggezza e la gravità dei comportamenti vorrebbero che sia la stessa maggioranza a prendere le distanze da un uomo che ha mostrato protervia ed arroganza. Indurre Visco a rassegnare le dimissioni potrebbe essere un'occasione per ritrovare la compattezza; ed è importante, per coloro che sono chiamati ad amministrare il Paese, convergere sulle questioni che richiamano l’esigenza di comportamenti leali ed irreprensibili . La rimozione di Visco sarebbe un atto di dignità e coerenza: una buona carta da giocare dopo aver rimosso, dal suo incarico di Comandante della Gdf, ed in modo indecente, il Generale Speciale.
Le dimissioni del responsabile delle manovre fiscali della passata legge finanziaria, legge considerata da tanti inutile e dannosa per aver frenato la crescita del Paese e portato la pressione fiscale ai limiti del tollerabile, sarebbe anche un segnale di discontinuità, utile persino a frenare la caduta della popolarità di Prodi e del suo Governo. Ma è così poco stabile l’equilibrio del centrosinistra da rendere preoccupante anche un atto dovuto per mera decenza.
Presentando i contenuti della finanziaria 2008 Padoa Schioppa non ha nascosto che a fronte di 5 miliardi di tagli i ministri hanno richiesto 20 miliardi di maggiori spese. Ferrero ancor oggi dichiara in termini ultimativi che il Governo con la prossima finanziaria non possa esimersi da provvedimenti a favore dei settori più deboli. Il senatore Dini, che ha appena formato un nuovo gruppo, dopo essere stato tra i 45 saggi del PD, ed esserne uscito denunciando comportamenti egemonici in conflitto tra Ds e Margherita, ha condizionato il suo futuro sostegno a Prodi all’adozione di misure funzionali alla ripresa, ed in controtendenza con l’ultima finanziaria . Il pacchetto di parlamentari che rappresenta, tra cui due senatori, condizionano, infatti, il voto favorevole alla presentazione di una legge finanziaria che miri al recupero della produttività, al rilancio dell’economia ed all’assoluto divieto di ulteriori aumenti della pressione fiscale, ritocco della tassazione sulle rendite finanziarie comprese.
“…I governi non sono eterni, si vedrà” ha sostenuto l’ex ministro del tesoro del primo Governo Berlusconi, dopo aver ammonito che se sarà cambiato l’accordo sul welfare, i parlamentari del suo nuovo gruppo voteranno contro la finanziaria. Non sembra neanche rassicurante per la coalizione governativa la sua dichiarazione densa di significati “noi ci riteniamo liberi di votare le modifiche che riterremo necessarie” sull’iter parlamentare della legge di bilancio dello Stato.
La Tav nel frattempo è diventata un ricordo lontano e scaduti i tempi per presentare il progetto all’Unione Europea, i fondi destinati sono al momento definitivamente persi. Le possibilità di recupero negli anni futuri imporrebbero comportamenti diversi e generale condivisione che allo stato delle cose sembra una vera chimera. Se far viaggiare su rotaie merci e persone era considerato un contributo importante all’inquinamento ed al contenimento delle risorse energetiche, questo Governo smentisce del tutto questo principio. Con la complicità del suo ministro per l’ambiente Pecoraro Scanio che anche in questo caso, come sul clima, prende lucciole per lanterne, la sinistra alternativa, guidata dall’ex leader del Social Forum, Agnoletto, frena la modernizzazione del Paese ed il suo sviluppo nel contesto europeo.
Il no alla Tav impedisce all’Italia di dotarsi di una delle infrastrutture ritenute, a ragione, utili anche a risolvere i gravi problemi della congestione del traffico sulle strade del nord dell’Italia. Impedisce a merci e persone un transito diretto e veloce per lo scambio commerciale, turistico e culturale soprattutto con l’est dell’Europa. Con buona pace della coerenza, quando si impone di fatto di privilegiare il traffico su ruote e la dipendenza da fonti energetiche non rinnovabili. Per un ecologista, come si ritiene il ministro dell’ambiente, è proprio un buon risultato!
Con Prodi emergono contraddizioni politiche molto evidenti. Vengono rappresentate istanze tanto diverse e tali da far pensare che la maggioranza voglia occupare anche lo spazio dell’opposizione. Nella confusione si compromettono i presupposti della democrazia parlamentare. Si svilisce il dibattito sulle istanze delle diverse anime del Paese e si inserisce l’antipolitica che, come abbiamo visto, si accende come una miccia da un giorno all’altro.
L’agonia non giova a nessuno e logora ancora di più la credibilità del sistema: sarebbe ora che per responsabilità se ne prenda atto e si adempiano i conseguenti comportamenti.
Sarà un autunno caldo, ma anche un autunno che non riscalda il cuore del nostro magnifico e generoso Paese.
Vito Schepisi