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27 marzo 2013

Eutanasia politica



Direi che la farsa sia durata anche troppo. Non abbiamo un governo da 3 anni, da quando Fini ha rotto gli indugi ed è passato dal sabotaggio mascherato, lento e continuo (il controcanto quotidiano) al sabotaggio evidente (la creazione di Fli ed il passaggio all’opposizione).
Gli storici ci faranno capire, se ci riusciranno per quanto è incredibile, come un uomo che aveva avuto successo, e che ne avrebbe beneficiato ancora per lungo, si sia potuto suicidare politicamente in questo modo così indecoroso e banale. Resta e forse rimarrà un mistero capire come sia stato possibile ribaltare le radici, la storia, i riferimenti e persino i debiti di gratitudine per chi era stato tratto fuori dall’emarginazione politica.
Il suicidio politico è una costante in Italia.
In questa fase, l’attualità si sofferma sul suicidio politico di super Mario Monti, colui che, a suo dire, è stato il “salvatore” dell’Italia. “Mario Monti politiquement mort pour l'Europe” è il titolo di ieri dell’autorevole giornale francese “Le Monde”.
La premessa è doverosa: il bocconiano ha un “ego” accentuato. Anche in questo caso ha fatto tutto da solo. Si può solo dire che sia stato aiutato da chi l’ha lasciato fare. La sua è stata un’eutanasia assistita, perché nessuno in democrazia può fare tutto da solo. Non sarebbe stato possibile senza il consenso del Parlamento e delle Istituzioni. I suoi errori, tutti, hanno trovato un colpevole sostegno. A volte anche largo. Per colpa, per dolo, per necessità, per responsabilità, per convenienza, per opportunità, per mancanza di coraggio, per nobili o meno motivi, in troppi e per troppo l’hanno lasciato fare e in troppi e in troppe circostanze l’hanno usato.
La fine di Monti è incominciata da subito. E’ iniziata da quando, con il suo piglio eurocrate, ha pensato di far pagare alla povera gente il conto dell’incapacità della politica italiana di governare l’Italia con il necessario rigore. Il Professore, cavalcando ciò che ha di suo, il suo freddo cinismo, ha fatto ciò che ha ritenuto più facile fare. Come l’uovo di Colombo. Ha colpito le famiglie. Ha colpito gli italiani con l’IMU sulla prima casa ed i lavoratori dipendenti con l’allungamento a 70 anni per l’età pensionabile, invece che colpire gli sprechi, i privilegi, gli abusi e la spesa pubblica.
L’altro suicidio annunciato è quello di Pierluigi Bersani che, esaurita la sua scorta di espressioni gergali sui leopardi e sulle bambole, senza una maggioranza, per averla persa per strada in una competizione elettorale surreale, condotta sul vuoto assoluto di proposte e d’idee, si è trovato dinanzi alla necessità di dover ragionare e magari di dover trarre qualche idea, possibilmente lontano da un boccale di birra. Non c’è verso, però, per Bersani! E’ come pretendere di far volare un asino o di far dire qualcosa d’intelligente a Buttiglione. Troppo difficile! Diceva di se d’essere l’usato sicuro, ma sarà quanto prima rottamato anche lui come un vecchio e inaffidabile catorcio.
C’è da essere preoccupati, però, perché l’Italia avrebbe bisogno di un governo solido e stabile in una fase molto difficile. La recessione che nelle previsioni ufficiali per l’anno in corso è data all’1,7%, viaggia invece verso il 2,9%. Il debito pubblico aumenta. La disoccupazione cresce. Al sud la ricerca di lavoro dei giovani ha assunto le stesse percentuali di successo di un terno al Lotto. La crisi si fa sentire. Le famiglie sono in difficoltà.
Nei paesi di civiltà democratica le forze politiche più responsabili avrebbero fatto prevalere il senso di responsabilità, trovando un largo accordo di governo per superare le emergenze, ma in Italia siamo in crisi politica anche per incapacità d’essere responsabili. C’è chi si crede furbo. Si sentono tutti Cavour. Bersani vorrebbe andare in Parlamento, senza una maggioranza, in balia degli umori.
Tutti superuomini in Italia! Basti dire che sono bastati 16 mesi di Monti per metterci contro tutti. Mentre il bocconiano si metteva sull’attenti dinanzi alla Merkel, tutti dall’India, agli Usa, ad Israele, alla Russia scrivevano il nome dell’Italia nel loro libro nero.
Abbiamo perso in un attimo i vantaggi di una diplomazia fatta di sorrisi, di buon senso, di strette di mano, di buoni contatti, di continuità e di reciproci impegni.
Stanno suicidando l’Italia.
Vito Schepisi 

27 febbraio 2013

I giudizi degli elettori



Alcune riflessioni vanno fatte.
Queste elezioni, se è vero che destano inquietudine per la mancanza di una soluzione politica che impatti contro la crisi economica e sociale dell’Italia, è vero anche che hanno fatto un po’ di chiarezza.
I risultati elettorali hanno, infatti, ridimensionato le smisurate esposizioni di alcuni politici sempre in primo piano e hanno sfrondato quelle foglie del fico che nascondevano i presunti attributi di alcuni assieme alle ipocrisie e ai falsi pudori di un esercito di finte verginelle.
Qualche risposta queste elezioni l’hanno si data.
Hanno ridimensionato pesi e valori, hanno segnalato le contraddizioni ed hanno condannato uomini e partiti.
In fondo in fondo c’è sempre un giudice fuori dall’Ordinamento Giudiziario italiano.
Gli elettori, quando è stato il loro turno, hanno emesso anche qualche inappellabile giudizio. Ed è proprio sui giudizi, questa volta, più che sui contenuti e sulle scelte, è sugli uomini, che appare ora opportuno soffermarci.
Sui personaggi, sui loro pregi, sulle loro virtù - se ce ne sono – e, soprattutto, sui loro difetti che non mancano mai in nessuno. A volte le caratteristiche umane possono aver origine persino dai nomi. Perché i nomi sono spesso la conseguenza delle cose, com’è scritto nelle “Istituzioni” di Giustiniano. Così la pensavano i nostri antenati. La commedia degli equivoci, che è buona parte della commedia italiana, riviene proprio dalla nostra antica cultura latina.
Da dove iniziare?
Iniziamo dalla tavola da cui, spesso, passano i destini del mondo. E dove lo metteremmo, infatti, un Buttiglione, se non sulla tavola? Tra qualche tempo, ad esempio, quando si parlerà di Buttiglione, qualcuno penserà ad una grossa bottiglia con dentro vino di cantina. Non è che la cosa abbia troppa importanza, ma un buon vino di cantina sulla tavola ci fa la sua onesta e bella figura, Buttiglione sulla tavola invece non faceva pensare a niente di buono.
Oltre che dalla tavola, i destini del mondo passano da un arredo della casa, il letto, che non serve solo al riposo, ma anche a battaglie di grande impegno. Cosa, allora, tra qualche tempo, la gente potrà pensare di un Italo Bocchino? Per tutti, resterà sempre quella parola che non è elegante far passare sulla bocca delle signore, ma che nella pratica crea immenso piacere e nei pensieri di letto stimola indicibili sensazioni morbose.
Fini, invece, sarà ricordato per quel politico “Che fece per viltade il gran rifiuto”, ma all’incontrario. Non come Dante Alighieri disse di Celestino V, che rinunciò al trono pontificio per mancanza di coraggio, ma per chi, in mancanza di altre qualità, restò attaccato alla sedia più alta di Montecitorio, senza possederne meriti e legittimità morale, contraddicendo persino i suoi impegni assunti pubblicamente in video con gli italiani, oltre che gli impegni politici assunti con gli elettori.
L’ironia fa la sua parte e se fini sono i pensieri di chi ha ambizioni, fini-ti diventano i sogni di chi vuol troppo.
Di Granata e Briguglio cosa dire se non che il nulla si elide come lo zero non preceduto da numeri? Di doppio zero che servano a qualcosa si conoscono solo i cessi e la farina.
Ora mi tocca parlare di Di Pietro e di Ingroia, cercando di non beccarmi la querela. Il primo si è trascinato tutta una catena d’orrore parlamentare. Il suo Mariuccio si è giocato al video poker anche il partito, il resto l’ha fatto la gestione immobiliare della Srl con cui gestiva i rimborsi elettorali, l’opacità di una gestione familistica e la smascherata ondivaga furbizia levantina. Non gli mancheranno 4 mura ed un tetto sotto cui dimorare.
Ingroia, invece, deve avere pensato che l’attacco tentato al cuore dello Stato, respinto dalla Consulta, potesse essere sufficiente per farlo passare per un’eroica vittima di un sistema di potere, e così riscuotere crediti sufficienti tra chi mira a colpire il cuore dello stato per far precipitare il sistema di democrazia liberale. C’è stato, però, chi l’ha preceduto: Grillo.
La differenza tra i due è che Grillo fa ridere, Ingroia, invece, fa piangere.
Devo scusarmi con le altre inutilità non citate. E’ evidente che la storia non parlerà mai di loro.
Vito Schepisi

21 settembre 2010

Ma anche ...


Ma si capisce perché Veltroni è tornato a cantare nel coro! I suoi proclami di abbandono della politica sono come un’eco che rifrange i suoni: è come un effetto speciale, è come il riverbero della eco che lentamente va scemando fino a sparire. Non c’è niente di vero in ciò che dice e che fa: è scritto solo nel copione del film che vive dal vero. Non c’è necessariamente un motivo per ogni cosa, l’istinto spesso prevale, e neanche per il mancato trasferimento in Africa c’è una vera ragione. E chissà se nel continente nero ci andrà mai per restarci! E le motivazioni non sono solo per pietà per quelle popolazioni già gravemente tormentate, ma anche altre. Per Veltroni il “ma anche” è centrale. Quasi uno scopo!
Come capita ad un autore che ha sempre sognato di comporre l’opera d’arte più eclatante e discussa del secolo e che, dopo averla realizzata, pregusta l’avverarsi del suo desiderio e spera che alla radio, in televisione e sui giornali si discuta della sua creatura artistica, non può essere vero che Veltroni rinunci alla voglia di godersi il successo. Non può allontanarsi ed isolarsi dalla ribalta ed abbandonare l’idea di gustarsi il tributo di plauso e di stima che merita. Non sarebbe normale! E sarebbe meno normale che mai per uno che dà l’idea dell’uomo che, per spiccata autostima, pur di guardarsi e di sentirsi si metterebbe dinanzi allo specchio ad ammirarsi.
Poteva così Veltroni nel trionfo pieno del “ma anche” tuffarsi nell’impegno umanitario in Africa e fuori dalla ribalta? Proprio lui esperto di cinema e spettacolo lontano dai riflettori?
Nulla poté il suo ingegno letterario e politico quanto la sua onnicomprensività delle soluzioni. Non poteva abbandonare la scena proprio ora che per lui c’era una ragione d’orgoglio. Non sarebbe stato da Veltroni, diventare il signor nessuno fuori dall’Italia, e proprio nel momento in cui può vedere finalmente trionfare il suo intuito comprensivo, di grande spessore filosofico, del tutto e del suo esatto contrario: il bianco, ma anche il nero; l’Africa ma anche l’Europa; il dritto, ma anche il rovescio; dentro, ma anche fuori; Berlusconi, ma anche no; con la bussola, ma anche senza.
Veltroni ha tracciato il solco del pensiero “maanchista” e poi ci si è infilata una folla, ad iniziare da Vendola, ad esempio. Cattolico, ma anche comunista, e poi continuando tra l’assunto ed il suo “ma anche” scopriremmo la realtà di una terra pugliese devastata dall’incuria e dalla supponenza, tra disoccupazione che cresce a due numeri, i servizi inefficienti, la sanità inquietante, la sporcizia, l’arretratezza, trovandoci così, per indignazione, in una giungla di espressioni poco poetiche. Ma anche, sempre nella Puglia di Vendola, un territorio devastato dalle pale eoliche e dai pannelli fotovoltaici. Ma anche senza che nessuna procura approfondisca sugli appalti e sulle spese. E la sinistra così opta per farsi ancora del male, e fare del male al Paese, e pensa anche a Vendola come nuovo leader della sinistra italiana, ma anche senza orecchino.
Fini ha deciso cosa farà da grande, ma anche Veltroni ha deciso di fare qualcosa dentro, ma anche fuori dal vaso. Per fortuna che la bussola ce l’ha, ma anche Bersani sostiene d’averla.
Il Pdl ha i suoi problemi interni con la fronda finiana. Fini ed il suo gruppo si schierano a destra, ma anche a sinistra. I finiani sono per la fiducia al governo, ma anche contro questo governo. Ed il governo ha lavorato bene, ma anche male. Il Fli si costituisce in gruppo autonomo dal Pdl e diventa Fli in Parlamento, ma anche Pdl fuori del Parlamento. Il presidente della Camera è super partes, ma anche leader di un nuovo gruppo politico. Forse c’è un po’ di confusione, ma anche uno spettacolo indecente.
Il Pdl ha i suoi problemi, ma anche all’interno del PD c’è un confronto molto teso in atto. La festa del Pd di Torino, tra luci ed ombre, ha movimentato il dibattito interno nel centrosinistra, conclusosi con un vuoto assoluto di proposte, ma anche con la conferma dell’antiberlusconismo come unico collante che li unisce. Ma anche con l’emergere di una reazione violenta dei gruppi più intolleranti della sinistra italiana. Nel Pd c’è democrazia, ma anche e soprattutto il suo contrario.
La Bindi sarebbe disposta a rapporti con Fini per disarcionare Berlusconi, ma anche Di Pietro vorrebbe avere rapporti col diavolo per ribaltare il voto degli elettori e sostiene anche che il Presidente del Senato e Dell’Utri non avrebbero diritto di parlare in pubblico. Di Pietro comanda nel suo partito, ma anche nel PD, ma anche in tutto il Paese, ma anche in tutte le Procure, ma anche in tutte le tv. Sarà che pensi che solo con la sua presenza si realizzi la sovranità del pluralismo, ma anche l’ignoranza, ma anche la barbarie, ma anche la protervia, ma anche l’arroganza.
Rutelli è in cerca di autore, ma anche Casini. L’Udc non si schiererà mai a sinistra, ma anche lo fa. Miccichè vuole stare in un nuovo partito del sud, ma anche nel Pdl.
E’ in arrivo Santoro, ma anche il suo vittimismo, ma anche le sue provocazioni, ma anche le polemiche, ma anche Vauro e Travaglio. Ma anche “du palle”! Ed a proposito di palle in Tv ci sarà anche Biscardi?
E Buttiglione, imperterrito, si accinge ad andare dal sarto per girare per la centesima volta la sua vecchia giacchetta. Purché non vada anche dal chirurgo estetico a cambiare anche la faccia: quella che ha è quasi perfetta.
Vito Schepisi

15 giugno 2009

Le tre carte di D'Alema

L’unico che l’ha capito è D’Alema. Il PD senza una stagione di veleni, nella quale rimescolare ogni cosa, non va da nessuna parte. Se Franceschini mostra ottimismo e cavalca il ronzino per arrivare alla meta, salvando il salvabile, a D’Alema non basta. Ha un tavolino baffino ed è lesto di mano.
La “scossa” entrerà nel linguaggio politico come la parola magica che avrà il potere di rivoluzionare i giochi. Al marinaretto è infatti bastato pronunciare questa parola per occupare la scena. L’ha fatto evocando smottamenti politici che possano coinvolgere l’opposizione a responsabilità di governo, incurante degli elettori che col voto hanno già legittimamente fatto le loro scelte. “Il PD si tenga pronto” – avverte - e Franceschini è subito oscurato dal protagonismo dell’ex premier che gioca in anticipo sul post-elezioni e sul prossimo congresso.
La tornata elettorale è arrivata come una legnata sul PD. La tattica di ridurre l’attenzione su quella che è la logica dei numeri non può ritenersi sufficiente a suturare le ferite subite. Oltre 2.100.000 voti in meno rispetto a 5 anni prima alle europee non giustificano nessun ottimismo, cauto o incauto che sia.
Aver bloccato l’ascesa del Pdl non può bastare a trasformare una sconfitta in una tenuta del partito. La sinistra non può gioire per la mancata esplosione del partito di Berlusconi, bloccato da una campagna mediatico - giudiziaria senza precedenti. Sarebbe come dire che in un maledetto incidente si poteva perdere la vita ma si è finiti sulla sedia a rotelle. Una fortuna nella sfortuna, ma pur sempre un disastro!
Oltre a Di Pietro ed alla Lega, ha vinto il partito di Repubblica. Se i vincitori delle elezioni sono stati i partiti alleati rispettivamente di PD e di Pdl, i vincitori politici sono stati il Governo, che ha tenuto, e l’armata Repubblica – L’Espresso, che ha tracciato la linea. Il gruppo editoriale di De Benedetti & C. si è reso protagonista di una campagna si stampa che ha diretto e sottomesso ai suoi input Di Pietro ed il PD.
Quella del partito di Franceschini è una soddisfazione, che non avrebbe alcun dignitoso motivo d’esserci. Non risulta che la segreteria del Partito Democratico si sia già trasferita nella sede dell’antiberlusconismo editoriale, abdicando sia dalla sua funzione di partito autonomo che dal suo progetto politico. E non ci pare che sia questa la volontà dei molti galli del pollaio della sinistra con vocazione moderata del Paese. Vorremmo dar loro credito di altri progetti, piuttosto che essere agli ordini del gruppo Repubblica - L’Espresso. Soddisfatti di cosa? D’aver subito una batosta elettorale e morale?
Il Pdl non è arrivato al 40% perché è stato battuto dall’astensionismo e non dagli avversari. Il gruppo editoriale ha bloccato una dilagante vittoria, ma non ha sconfitto nessuno.
Non c’è da gioire! La pioggia che non è scesa è nel cielo, tra le nuvole, e non è svanita.
Un’ulteriore legnata alla sinistra è poi arrivata col primo turno delle amministrative. Si attende il secondo turno per valutare la portata finale della ferita inferta. Il bottino lasciato sul campo è già sufficiente per parlare di tracollo, ma in prospettiva è un tracollo che può allargarsi ancora di più. Un colpo ulteriore potrebbe anche minare la tenuta dell’intero partito di Franceschini. Il PD è alla canna del gas. E’ asfittico, senza fiato e senza progetti. I suoi dirigenti si arrampicano sugli specchi nel solo tentativo di limitare le perdite. L’obiettivo sembra essere la sopravvivenza, per provare a rilanciarsi su un diverso progetto politico, allargando le intese con l’Udc o aprendo a sinistra o tutte e due le cose.
Quello del PD è un progetto fallito nei fatti. Proveranno a rilanciarlo modificando la squadra e la tattica di gioco. Come in una campionato di calcio, l’attacco che si mostra impacciato ed incapace di affondare ed andare in rete, si prova a rinforzarlo inserendo ora giocatori di centrocampo, ora punte più avanzate, ovvero assieme gli uni e gli altri. Casini sembra pronto a scendere in campo. La sua strategia è far cadere il centrodestra per rimettere tutto in discussione. La stessa di D’Alema.
Buttiglione si prepara così ad un altro giro di valzer. Ci sarà anche Cuffaro? Ed Emanuele Filiberto?
Il Paese ed il buon lavoro del Governo non importa a nessuno. Per Casini conterà solo rientrare nel gioco politico e sventare il progetto bipolare. Il PD gli darà una mano.
D’Alema si appresta a riaprire e gestire il Luna Park della politica. E’ dietro ad un tavolino ed ha in mano tre carte: questa vince e questa perde. E se lo faranno ancora giocare, a perdere sarà sempre il Paese.

Vito Schepisi

su l'Occidentale

14 febbraio 2008

E' svanito il coraggio di Veltroni

La rottura era nell’aria. Le fasi della politica sono come le stagioni. Non sono solo le date dei calendari che le segnano, ma è l’aria chi si respira che le annuncia.
La stagione degli opportunismi e dei sofismi sembra che sia destinata così a chiudersi, spinta soprattutto da un’Italia che è stanca di sentirsi mortificata da una politica che si trasforma in nicchia di privilegi e che cambia spesso gli scenari per disperdere le responsabilità. Non è più tempo di cambiare le carte sul tavolo e di usare mazzi di carte truccate, come i bari di professione.
Dalle viscere dell’Udc è già sorto un nuovo partito, la rosa bianca, per iniziativa di alcuni parlamentari oramai convinti che non poteva realizzarsi, se non al di fuori del partito di provenienza, il progetto di un movimento nel mezzo tra la componente liberale e quella di sinistra.
Che senso avrebbe ora che la stessa Udc percorra la stessa strada? Cosa si propone di fare? Non è morale la politica del doppio forno, con la duplicità della scelta dopo le elezioni. E’ una logica vecchia, già consumatasi nella prima repubblica tra Craxi e De Mita. Mantenere l’identità di un partito che non ha tradizioni storiche da vantare e che è inserito nel Partito Popolare Europeo, come Forza Italia e come il nascente Popolo delle Libertà, non ha senso alcuno, se non in funzione di una diversa strategia politica. E quale sarebbe questa logica se non quella di un partito che abbia lo scopo di candidarsi al condizionamento di uno schieramento e dell’altro, e poi magari apparire come chi si muove nell’interesse del Paese?
Ma il tempo è finito. Ora è come nei western di una volta, dove alla fine ciò che conta è la scena finale del film, con la sfida, a mezzogiorno, sotto il sole cocente, tra i due contendenti.
C’è ed è forte in alcuni l’illusione di poter imbrigliare ancora il Paese nelle scelte da sospendere, nella ricerca di concertazioni che soddisfino gli appetiti delle caste. Ma questo spazio nella politica deve essere cancellato. Non può esistere più: gli elettori ed il buon senso non lo tollerano ancora. Il gioco del stare nel mezzo è scoperto ed a crederci è solo una parte minoritaria del Paese. Non serve che ora Casini supplichi Montezemolo perché entri in scena. Non serve rendere ancora più confuso il quadro della reazione alla rivoluzione liberale che il paese si aspetta.
Ora il voto avrà il compito di spazzare le illusioni, di riporre dinanzi alle proprie responsabilità chi ancora si illude che niente sia cambiato, di ricondurre alla ragione tutti coloro che neanche le difficoltà di vita di larghi strati di cittadini italiani hanno sospinto ad assumersi il senso della realtà, dell’umiltà e della coerenza.
Non ci sono gli spazi per i Buttiglione di oggi ed i Follini di ieri. I loro articolati ed ambiziosi progetti, in vero molto al di sopra della loro statura politica, sono stati chiusi dalla saggezza di Berlusconi e Fini che oramai fermamente respingono le iniziative di prestarsi ancora al gioco delle tre carte. L’esperienza è servita, e perseverare può essere solo diabolico. Siano lasciati a richiedere con Cesa ulteriori indennità ai parlamentari per ricongiungere, a spese dei contribuenti, le loro famiglie a Roma, onde evitare che i loro deputati facciano festini erotici, in lussuosi alberghi romani, con donnine a pagamento e con uso di droga, mentre in modo demagogico e patetico il leader del partito, dinanzi al parlamento, fa fare il test sull’uso della droga.
Il movimento del Popolo delle Libertà presume, giustamente, che sia giunto il tempo di doversi appellare al popolo per la condivisione di un programma comune che serva a rilanciare il Paese. Chiamare i cittadini elettori a dare il loro consenso col voto a soluzioni che liberino gli italiani dalla morsa di una pressione fiscale ai limiti della tolleranza, dal dirigismo illiberale, dai privilegi delle caste, dalla politica delle emergenze. Una maggioranza che rilanci le attività produttive, l’occupazione, i salari, le opportunità, la crescita.
Per questo debito di chiarezza verso il popolo, che invoca coerenza e compattezza, è necessario che sia chiara l’identità dei valori richiamati. E’ indispensabile che non vi siano ingiustificate divisioni. Gli appelli al mantenimento del simbolo sottendono distinguo non più tollerabili per un’attività di governo con scenari difficili, in cui le scelte devono essere chiare e senza quelle tensioni, tipiche della visibilità politica e delle lobby, che ne rallentino o annullino la sostanza.
La stessa chiarezza, invece, viene a mancare a Veltroni. Aveva sfidato Berlusconi con la sua corsa solitaria e coraggiosa. E’ rimasto, invece, il Veltroni di sempre tra l’illusionista e l’americano sbruffone, tra sceneggiature e fiction, tra realtà e finzione.
La sua sfida si è così dispersa. Il caravanserraglio gli si ritorce contro. Imbarca Di Pietro preferendolo al socialista Boselli. Imbarca un partito costruito sull’immagine di una persona controversa, tra autoritarismo e personalismo, e respinge un partito di tradizioni antiche riformiste e di sinistra. Tutto il contrario di quanto per logica ci si poteva e doveva aspettare.
Ora è il Pdl che corre da solo per scelta di coerenza e di lealtà, mentre Veltroni cannibalizza i voti della sinistra moderata e dei radicali ed imbarca i voti della lotta al sistema, dell’antipolitica, della protesta e del giustizialismo. Respinge la storia per imbarcare la visceralità della reazione. Chiude la porta alla civiltà del confronto tra simili, per aprirla alla rozzezza di un linguaggio incerto e violento.
Vito Sc hepisi

12 febbraio 2008

Una pausa di riflessione per l'Udc

Come capita per i matrimoni oramai dissoltisi tra incomprensioni, tradimenti, capricci e sospetti, anche i partiti si prendono le “pause di riflessione”. In questa parentesi di tempo, spesso non definita, in cui per regola vengono meno tutti i presupposti della convivenza e della reciproca fedeltà, di solito si consolida invece l’unione con altri.
Tutti i luoghi comuni che si adottano per dar parvenza di voler veder chiaro nella propria conflittualità interiore, sono di solito solo interlocuzioni verbali. Quando si dice che la pausa serve per poter meglio valutare i propri sentimenti e verificare la solidità stessa dell’affetto, dell’amore, del desiderio di riprendere il dialogo interrotto, oppure dar inizio ad una nuova vita, a nuove esperienze e nuovi affetti, si dicono solo chiacchiere. Sono stereotipi della comunicazione in un contesto già stabilito di incomunicabilità. Spesso le scelte sono già belle e che fatte ed il dado, il più delle volte, è già definitivamente tratto.
Così avviene anche per la politica. E dove c’è titubanza nella convivenza e nell’unificare il proprio percorso politico, in verità c’è il sospetto che si pensino soluzioni diverse e si facciano i calcoli sul valore della propria fedeltà o sul possibile valore aggiunto nell’iniziare una nuova storia con altri. Anche il richiamo all’esigenza di mantenere i propri spazi, ed a voler meditare, si traduce solo in calcoli di altra natura. Da qui la metodica e puntuale richiesta di voler esser prudenti e di voler procedere a piccoli passi per far eventualmente maturare le scelte anche e soprattutto nell’elettorato e nella base del proprio partito. E poi l’affondo di grande scena mediatica con l’affermazione, che vale una valle di lacrime, di non poter consentire che si disperda l’identità di una coscienza politica.
Funziona sempre così, sia nel matrimonio tra esseri umani sia nell’unione tra partiti. Spesso la chiarezza nella vita, come nella politica, passa attraverso percorsi tortuosi: si ha l’impressione tipica di coloro che gettano la pietra nello stagno e si fermano a guardare cosa succede.
Ora ci sono le elezioni e c’è un progetto politico, iniziato da tempo e che rischia di affondare e di essere seppellito definitivamente. E’ la stessa strategia, perdente, che in Francia ha tentato Bayrou. La collocazione centrista che, dalla tradizionale idea di moderazione, si traduce nel progetto nel porsi nel mezzo con l’ambizione di essere determinanti. Ci provano in tanti. L’ha azzardata prima Follini, naufragata senza pudore all’interno del PD. Ora ritentata ancora da Tabacci e Baccini con l’ambizione di poter trascinare con loro Luca Cordero di Montezemolo, che invece nicchia temendone il fallimento. E domani chi lo dice che la possibilità di una nuova fuga in avanti non possa tentare le ambizioni di Cesa, Casini e Buttiglione, folgorati dall’idea di poter contare di più palleggiandosi da una parte all’altra degli schieramenti politici?
La richiesta di porre il confronto su di un piano di parità e di reciproco rispetto è una rivendicazione che funziona nell’immaginario collettivo. Ha le sue diverse chiavi di lettura, a seconda dei casi o della quantità della raccolta. Lascia una porta sempre aperta perché in politica, come si è visto, anche una percentuale dello 0,50% può valere tantissimo. Ma in definitiva è offensivo verso gli elettori che principalmente fanno una scelta di campo e nei sondaggi in gran maggioranza vorrebbero la semplificazione del quadro politico e possibilmente due soli partiti. In politica, poi, il reciproco rispetto e la parità di espressione valgono relativamente. Come principio di tolleranza, beninteso, hanno la loro importanza, ed anche nel confronto tra gli uomini e nel rispetto della legittimità di ogni idea politica, ma in democrazia devono contare anche i numeri ed i rapporti di forza. Il 40%, ad esempio, è diverso dal 5%, con tutto il rispetto e l’asserita parità delle opportunità di espressione.
Ora per passare dalle metafore ai fatti, la questione non è affatto come la pone Buttiglione dell’Udc che sostiene che se si ha fiducia del suo partito, qualora entri nella casa comune dello schieramento moderato, non si capisce perché non si abbia fiducia della stesso Udc, qualora ne sottoscriva il programma e dichiari di volersi alleare con il Pdl. La questione la si deve porre invece in modo diverso, sia per questione di chiarezza verso l’elettorato, che non comprende la necessità dell’esistenza di piccoli partiti interessati a concentrare su di loro un potere che va oltre la specifica consistenza elettorale, e sia per il principio che in politica la fiducia va conquistata giorno per giorno ed atto per atto. il principio non si debba aver fiducia in politica.la democrazia vuole che contino anche i numeri ed i rapporti di forzalioneal
Anche nel 2001 l’Udc ha sottoscritto il programma della Cdl ma Follini nei giorni pari, come in quelli dispari, ne ha messo in discussione l’attuazione. Persino l’attuale legge elettorale è ascrivibile alla caparbia volontà di Follini e dell’Udc di passare al sistema proporzionale, con le motivazioni, inespresse ma evidenti, di ottenere maggior facoltà di condizionamento. Ora si vorrebbe rendere più difficile e meno agevole questa interposizione dei partiti minori, tra cui anche quella di passare con grande indifferenza da uno schieramento all’altro, come capita spesso di fare a Mastella, facendo pesare anche un singolo parlamentare. Buttiglione dovrebbe quindi ricordare anche i suoi salti mortali con doppio avvitamento, prima di porre i quesiti che pone.

Vito Schepisi