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21 giugno 2011

La sinistra è in confusione

Tra D’Alema e Vendola i rapporti negli ultimi due anni sono stati molto tesi. C’è una pace armata tra i due, ma il colpo, da una parte e dall’altra, è sempre in canna. D’Alema vede in Vendola l’ostacolo alla sua leadership in Puglia. Già segretario regionale dirottato dal centralismo democratico del pci, D’alema sul territorio pugliese ci ha messo la bandierina sin dal 1994, ai tempi delle linguine alle cozze consumate a Gallipoli con Rocco Buttiglione, durante uno dei tanti salti della quaglia dei due. Il velista ora attribuisce al leader di Sinistra, Ecologia e Libertà la responsabilità di aver spento i riflettori sul suo laboratorio pugliese col quale si proponeva di sconvolgere gli equilibri della politica nazionale.
Vendola è un politico esibizionista. E’ uomo dagli effetti speciali, abile ad occupare il palcoscenico. La sua sfacciata smania di apparire e il suo linguaggio mordente e aggressivo gli valgono nell’immaginario collettivo l’accostamento al popolano Masaniello che, verso la metà del seicento, per i continui aumenti della gabelle, fino a rendere difficile la vita quotidiana, si mise a capo della rivolta degli stremati napoletani contro il dominio spagnolo.
In un passaggio economico-politico di difficoltà oggettiva, per una crisi di rilevanza internazionale che ha lasciato strascichi che si fanno sentire sulla produzione industriale e sulla crescita, e che in Italia incide sui giovani e sull’occupazione, Vendola si mostra più abile degli altri ad attrarre su di se i riflettori del palcoscenico politico, lasciando agli altri, e allo skipper coi baffi, solo la presenza nei titoli di coda.
Cavalcare la pantera del malcontento, del resto, è stata sempre l’arma vincente della sinistra. Vendola lo sa fare molto bene. L’ha fatto anche in Puglia nel 2005 con i tagli alla sanità. La sinistra riesce sempre a vendere molto bene la sua opposizione, ma quando le è capitato di andare al governo e di trovarsi a rispondere in proprio ha poi mostrato quando non sia oggettivamente facile fare le scelte, soprattutto quando i bisogni sono tanti e le risorse poche. Vendere illusioni è un’arte. Una volta, ad esempio, dicevano che ad est, oltre la cortina di ferro dei due blocchi, c’era il Paradiso. Le illusioni, però, sono un po’ come i sogni e finiscono sempre allo stesso modo: aprendo gli occhi.
D’Alema, invece, è un vendicativo, non è uomo che se le lascia passare, e quando gli montano i fumi dell’ira diventa come un fiume in piena e strabocca. E’ un risvolto del suo carattere che lo rende più umano, dissolvendo quel grigiore severo che spesso lo fa apparire come una macchina da calcolo. In un’intervista, infatti, ha appena sostenuto che Vendola sia inadatto a governare, mentre Bersani “ha più stile”.
Ma oltre al fastidio procurato da Vendola, sempre pronto a occupare la scena, trascurando, invece, la realtà pugliese in cui la confusione regna ancor più sovrana, se c’è qualcosa che fa andare in fibrillazione il PD è il farsi tirare la giacchetta dagli alleati. Bersani come D’Alema, sono uomini di apparato, sono cresciuti tra i protagonisti della vecchia guardia di quel Pci che non ha mai tollerato nemici a sinistra. E Vendola, diciamolo chiaro, è fastidioso. Il governatore pugliese è uno che si mette sempre alle costole, tallona e preme di continuo con quella sua richiesta, a ogni piè sospinto, delle primarie per scegliere, sin da ora, il candidato della sinistra alle prossime politiche. Ed è su questa sua petulanza che D’Alema nell’intervista con Luca Sofri ha sfoderato l’arma e fatto fuoco su Niki, definendolo inadatto.
Le elezioni, salvo le novità che fanno sognare Bersani, saranno nel 2013. Mancano due anni e non è stato ancora sciolto nessun nodo politico a sinistra. Si discute ancora, ad esempio, se debba stringersi o meno un accordo con il terzo polo, con Fini e Casini in particolare. E questi pongono condizioni e limiti. A conti fatti, se ci saranno gli uni, non dovrebbero esserci gli altri, ma il condizionale è d’obbligo. In Italia, tra i politici, sono un po’ tutti Buttiglione.
L’immagine del PD non è molto fluida, e non c’è grande concordia. Bersani e compagni fanno anche finta di ignorare che non è stato il PD a vincere le recenti amministrative, ma i candidati che si sono opposti ai loro uomini, a Napoli, come a Milano. Il PD ha perso terreno un po’ dappertutto e fa fatica a mantenere le soglie minime delle sue percentuali di consenso. Vincono più i candidati di rottura che quelli di una sinistra riformista e moderata. Per dirla con chiarezza, vince più la sinistra che il centrosinistra. E’ evidente che l’aver assecondato il partito della rottura e della chiusura al dialogo e alle riforme, non paga all’immagine di un partito che vorrebbe essere moderato e riformista. Alla fine gli elettori di sinistra hanno preferito gli originali ai cerchiobottisti.
Non è stata una bella scena quella offerta dal balbettante Bersani, accusato e rimproverato da Vendola di rincorrere la Lega per far cadere Berlusconi. Il segretario del PD è apparso impacciato e nervoso dinanzi allo spavaldo Masaniello del ventunesimo secolo che lo bacchettava come uno scolaro che non si era comportato bene e che non aveva svolto con diligenza i suoi compiti. Bersani dà spesso l’impressione di non sapere mai a chi santo votarsi e da qualche tempo si rende persino ridicolo con quella sua continua attività di svolgersi e rimboccarsi le maniche.
Anche Veltroni chiude a Vendola. La sinistra in verità è in confusione. Di Pietro è arrivato a proporre l’improponibile: ha riesumato Prodi come candidato della sinistra. Della serie non c’è due senza tre o, per chi la preferisce più truce, della serie … ritornano. Le opposizioni sono disunite su tutto: programmi, alleanze, pregiudiziali sugli uni e sugli altri, strategie, candidati. Resta solo il solito collante: quello dell’unione di tutti contro Berlusconi. Ma se tutti per uno può andar bene, la difficoltà è nel trovare quell’uno per tutti e, soprattutto, nello stabilire per cosa.
La scelta a sinistra sembra così sempre più un’avventura e il centrodestra, per recuperare spazio e fiducia, non avrebbe che da farlo capire agli elettori.
Vito Schepisi

16 aprile 2010

La voce grossa dei perdenti




Se la base del Pdl è disorientata per le reiterate, ed all’apparenza pretestuose, contrapposizioni create al suo interno da Fini e dai finiani, la base del PD è confusa per la mancanza di una linea politica e per la difficoltà nell’individuare una visibile e coerente strategia riformista.
Bersani non riesce ad inventarsi un qualcosa, per contenuti, assetti e prospettive, da indicare agli elettori come alternativa democratica al Governo del Paese. Il Pd perde, così, voti ed eletti, e perde comuni, provincie e regioni, perché nessuno riesce ad interpretarlo, perché è ondivago, perché è contraddittorio, perché sembra una suocera acida che ce l’ha con la nuora perché le ha sottratto l’affetto esclusivo del suo “bambolotto”.
Mentre, ancora, il Presidente della Camera si sbraccia per smarcarsi dal Premier, e mentre i suoi luogotenenti fingono di ignorare che il loro “ducetto “ è la terza carica dello Stato grazie anche ai voti determinanti della Lega, checché ne pensi Bersani, il Partito Democratico sprofonda nella confusione più profonda. Il PD viene trascinato in una pozza d’acqua torbida, mestata da Prodi, alla ricerca della chiave di lettura di una incomprensibile disquisizione organizzativa sull’ipotesi di gestione federale.
Invece di darsi una precisa fisionomia e di accreditarsi come sinistra moderata e riformista, il PD, senza pace, da Veltroni in poi, rincorre ora gli effetti speciali, ora un nugolo di personaggi umorali e personalità inquietanti, ovvero insegue politiche prive di un progetto strategico, di un qualcosa di più del “far fuori”, ad ogni costo, l’avversario politico.
La proposta dell’ex premier dell’Unione di creare un partito federale, gestito, regione per regione, in modo grossomodo autonomo, contribuisce solo ad intromettere un altro fantoccio polemico alle già tante e differenti faide interne al PD. Ancora un motivo di divisione polemica tra ex Popolari ed ex DS, tra veltroniani e dalemiani, tra violacei, grillini e moderati, e tra rancorosi, vendicativi e rinnovatori. Un nuovo contributo alla già pazzesca confusione della sinistra italiana.
Se Fini si pone, così, come l’antagonista alla Lega nel suo braccio di ferro con Berlusconi, il PD di Bersani fa le prove, invece, per inseguire la Lega, guardando al nord dove, senza il partito di Bossi, non si governa né le regioni, né il Paese.
Se Fini si mette di traverso al programma del Pdl, alla convergenza sulle riforme, e quindi alla maggioranza ed a Berlusconi, Bersani, per nuovo, si riabbraccia con il redivivo ed obsoleto Prodi.
Se Fini, attrezzatosi di trapano a percussione, si appresta a perforare il buonsenso e se, con il suo trasformismo, mira ad indebolire la portata dell’ennesima vittoria elettorale del centrodestra, Bersani, di contro, fa di tutto per legittimare la sconfitta del suo partito, per confermarne la preoccupante carenza di idee, per stabilirne l’inutilità propositiva, per evidenziarne il disorientamento politico e per stabilizzare la subalternità del PD sia a Di Pietro, sia all’ambiguità delle sue frange nostalgicamente neo comuniste.
Fini e Bersani, purtroppo per loro, sono i due perdenti della recenti elezioni regionali. Lo sono un po’ per le scelte fatte, un po’, come nel caso del PD, per i condizionamenti imposti dagli alleati scelti, ma si comportano come se fossero i due vincenti.
Sia il Presidente della Camera che il leader del PD si mostrano restii a riconoscere le loro responsabilità e perseverano, piuttosto, negli errori, fingendo persino di ignorarne la portata e, trascurando il significato politico del responso delle urne, rischiano di trascinarsi nello scontro polemico anche un po’ di ciò che rimane della civiltà democratica e della cultura del confronto di questo Paese.
Sia l’uno che l’altro, con atteggiamenti e partenze diverse, finiscono, con l’ostacolare ora la semplificazione del quadro politico, ora la chiarezza delle posizioni, ora anche gli impegni presi con gli elettori. Ciò che lascia perplessi è che non possono che esserne consapevoli. In definitiva, mostrano invidia per i successi di questo Governo.
L’uno, Fini, appare come un cecchino appostato sul tetto che prende di mira chi voglia transitare sulla strada del rinnovamento del Paese. L’altro, Bersani, appare, invece, come un giocatore di poker che bara al gioco e cambia ripetutamente e maldestramente le carte sul tavolo: è come un giocatore che cerca ammiccamenti con gli altri contendenti, non per cercare di vincere a sua volta, ma per spingerli ad ostacolare l’unico che abbia l’abilità di vincere.
Fuori dalle metafore, sia l’uno che l’altro, Fini e Bersani, sono accomunati dalla stessa preoccupazione di ostacolare chi si mostra capace e vincente, e lo fanno con ogni mezzo e pretesto, anche a costo di danneggiare il Paese.
Fini, che rinfaccia a Berlusconi l’appiattimento del Pdl sulle scelte della Lega, finge di non accorgersi che è tra gli sconfitti morali della recente competizione elettorale. Il centrodestra nel complesso ha vinto le elezioni grazie all’ampio consenso degli elettori per l’azione di Governo. Di questo consenso ne ha beneficiato maggiormente la Lega che si è rafforzata nelle regioni del Nord, anche a discapito del Pdl. La confusione delle voci e dei toni all’interno del Partito di Berlusconi hanno privilegiato nelle urne il partito di Bossi. Le polemiche scatenate ad opera del Presidente della Camera, e dei suoi uomini, in particolare sui rapporti con la Lega e su alcune questioni molto avvertite al Nord, e non solo là, come l’immigrazione e la sicurezza, ad esempio, hanno, infatti, visibilmente favorito il voto alla Lega.
Fini tutto questo lo sa. Non può non saperlo!
Il Pd di Bersani, invece, sembra il partito delle “monadi”, soggetti unici ed indivisibili di una realtà immaginaria. Come nel pensiero di Liebniz si sentono sostanze diverse caratterizzate da un diverso grado di spiritualità. Da qui la voce grossa di Bersani, come se avesse vinto le elezioni. Da qui l’imprimatur sulle riforme, il giudizio di merito sul braccio di ferro e sulla possibile frattura tra Fini e Berlusconi e lo schierarsi (stranamente!) sulle ragioni del primo. Se Bersani, dal vecchio pci, ha mutuato quella sorta di superiorità morale che lo fa sentire legittimato ad esprimere giudizi di merito ed a pretendere che gli altri, benché legittimamente vincenti, si adeguino a recepirli, Fini non sembra essere da meno, e dal vecchio Msi, ha mutuato il fastidio per i metodi della democrazia.
Tra i perdenti, c’è quanto meno un filo che congiunge!
Vito Schepisi

15 giugno 2009

Le tre carte di D'Alema

L’unico che l’ha capito è D’Alema. Il PD senza una stagione di veleni, nella quale rimescolare ogni cosa, non va da nessuna parte. Se Franceschini mostra ottimismo e cavalca il ronzino per arrivare alla meta, salvando il salvabile, a D’Alema non basta. Ha un tavolino baffino ed è lesto di mano.
La “scossa” entrerà nel linguaggio politico come la parola magica che avrà il potere di rivoluzionare i giochi. Al marinaretto è infatti bastato pronunciare questa parola per occupare la scena. L’ha fatto evocando smottamenti politici che possano coinvolgere l’opposizione a responsabilità di governo, incurante degli elettori che col voto hanno già legittimamente fatto le loro scelte. “Il PD si tenga pronto” – avverte - e Franceschini è subito oscurato dal protagonismo dell’ex premier che gioca in anticipo sul post-elezioni e sul prossimo congresso.
La tornata elettorale è arrivata come una legnata sul PD. La tattica di ridurre l’attenzione su quella che è la logica dei numeri non può ritenersi sufficiente a suturare le ferite subite. Oltre 2.100.000 voti in meno rispetto a 5 anni prima alle europee non giustificano nessun ottimismo, cauto o incauto che sia.
Aver bloccato l’ascesa del Pdl non può bastare a trasformare una sconfitta in una tenuta del partito. La sinistra non può gioire per la mancata esplosione del partito di Berlusconi, bloccato da una campagna mediatico - giudiziaria senza precedenti. Sarebbe come dire che in un maledetto incidente si poteva perdere la vita ma si è finiti sulla sedia a rotelle. Una fortuna nella sfortuna, ma pur sempre un disastro!
Oltre a Di Pietro ed alla Lega, ha vinto il partito di Repubblica. Se i vincitori delle elezioni sono stati i partiti alleati rispettivamente di PD e di Pdl, i vincitori politici sono stati il Governo, che ha tenuto, e l’armata Repubblica – L’Espresso, che ha tracciato la linea. Il gruppo editoriale di De Benedetti & C. si è reso protagonista di una campagna si stampa che ha diretto e sottomesso ai suoi input Di Pietro ed il PD.
Quella del partito di Franceschini è una soddisfazione, che non avrebbe alcun dignitoso motivo d’esserci. Non risulta che la segreteria del Partito Democratico si sia già trasferita nella sede dell’antiberlusconismo editoriale, abdicando sia dalla sua funzione di partito autonomo che dal suo progetto politico. E non ci pare che sia questa la volontà dei molti galli del pollaio della sinistra con vocazione moderata del Paese. Vorremmo dar loro credito di altri progetti, piuttosto che essere agli ordini del gruppo Repubblica - L’Espresso. Soddisfatti di cosa? D’aver subito una batosta elettorale e morale?
Il Pdl non è arrivato al 40% perché è stato battuto dall’astensionismo e non dagli avversari. Il gruppo editoriale ha bloccato una dilagante vittoria, ma non ha sconfitto nessuno.
Non c’è da gioire! La pioggia che non è scesa è nel cielo, tra le nuvole, e non è svanita.
Un’ulteriore legnata alla sinistra è poi arrivata col primo turno delle amministrative. Si attende il secondo turno per valutare la portata finale della ferita inferta. Il bottino lasciato sul campo è già sufficiente per parlare di tracollo, ma in prospettiva è un tracollo che può allargarsi ancora di più. Un colpo ulteriore potrebbe anche minare la tenuta dell’intero partito di Franceschini. Il PD è alla canna del gas. E’ asfittico, senza fiato e senza progetti. I suoi dirigenti si arrampicano sugli specchi nel solo tentativo di limitare le perdite. L’obiettivo sembra essere la sopravvivenza, per provare a rilanciarsi su un diverso progetto politico, allargando le intese con l’Udc o aprendo a sinistra o tutte e due le cose.
Quello del PD è un progetto fallito nei fatti. Proveranno a rilanciarlo modificando la squadra e la tattica di gioco. Come in una campionato di calcio, l’attacco che si mostra impacciato ed incapace di affondare ed andare in rete, si prova a rinforzarlo inserendo ora giocatori di centrocampo, ora punte più avanzate, ovvero assieme gli uni e gli altri. Casini sembra pronto a scendere in campo. La sua strategia è far cadere il centrodestra per rimettere tutto in discussione. La stessa di D’Alema.
Buttiglione si prepara così ad un altro giro di valzer. Ci sarà anche Cuffaro? Ed Emanuele Filiberto?
Il Paese ed il buon lavoro del Governo non importa a nessuno. Per Casini conterà solo rientrare nel gioco politico e sventare il progetto bipolare. Il PD gli darà una mano.
D’Alema si appresta a riaprire e gestire il Luna Park della politica. E’ dietro ad un tavolino ed ha in mano tre carte: questa vince e questa perde. E se lo faranno ancora giocare, a perdere sarà sempre il Paese.

Vito Schepisi

su l'Occidentale

07 maggio 2009

Il Segretario del PD fa l'estremista

Non si capisce dove sia la strumentalizzazione della paura che Franceschini stigmatizza nel valutare la volontà della maggioranza di varare attraverso la fiducia il decreto sicurezza. Sono eccessive le parole del segretario del PD: ''non e' moralmente giusto strumentalizzare la paura e tornare alle leggi razziali 60 anni dopo''. Vanno ben oltre la durezza di una rigida opposizione.
Tutta la campagna elettorale dello scorso anno è stata condotta da PD e Pdl + Lega avendo fra i temi centrali del confronto la sicurezza. Ora è un dovere della parte politica scelta dall’elettorato mantener fede al patto con gli elettori. L’attività parlamentare benché prevista dalla Costituzione senza vincoli di mandato, è sempre legata al dovere morale di corrispondere alla volontà degli elettori che col voto hanno conferito l’incarico.
La fiducia parlamentare chiesta dal Governo è una scelta di prudenza, ma anche di coerenza. Il venir meno di una parte importante del programma del centrodestra motiverebbe la presunzione della dissociazione della maggioranza dall’esecutivo e dovrebbe richiamare una doverosa presa d’atto del Consiglio dei Ministri. Esiste pertanto la volontà del Governo di evitare che con il voto segreto emergano alcune forme di risentimento, più metodico che politico, tra settori del Pdl e la Lega, frizioni che riguardano questioni del tutto differenti dal contenuto del decreto sicurezza. Il governo se ne deve far carico per senso di responsabilità verso il Paese, e lo fa nel porre la fiducia su di un capitolo importante e centrale del suo programma elettorale. E’ persino ineccepibile che lo faccia perché mette sul tavolo la sua legittimità a governare
L’immigrazione clandestina è una piaga per tutto il Paese ed è un tema su cui le preoccupazioni dei cittadini sono trasversali rispetto al sentire politico. Esasperare i toni non serve se non a far sorgere davvero il pericolo di pericolose derive. E’ del tutto fuori luogo ed immotivato il riferimento del segretario del PD alle leggi razziali. Solo una persona irresponsabile può richiamarsi a simili e così vergognosi episodi della storia del Paese. Franceschini di queste responsabilità storiche avrebbe dovuto chieder conto ai molti uomini della sinistra che le leggi razziali le hanno approvate ed esaltate durante il ventennio, e non ad un Governo che assolve con correttezza il compito di tener fede ai suoi impegni e si adegua a garantire il massimo della comprensione e della tolleranza.
Le accuse su queste questioni sono come boomerang che rischiano di ritorcersi contro la civiltà di un paese che deve garantire ai suoi ospiti tutti gli strumenti disponibili del suo sistema di sicurezza sociale, economica, sanitaria e politica. Gli extracomunitari regolari potranno e dovranno essere parte dei cittadini italiani di domani e comunque genitori di bambini con tutti i diritti civili della popolazione nata in Italia. Lanciare al Governo l’accusa di varare provvedimenti propedeutici alle leggi razziali è assolutamente da irresponsabili.
Bisognerebbe parlare di integrazione e parlare di diritti, ma tutti sanno che la chiave per iniziare a discutere del futuro degli immigrati in Italia è riposta nel rispetto delle nostre leggi e soprattutto nella sicurezza che i flussi di ingresso nel Paese siano regolari e controllati. L’abusivismo è sempre un reato. Lo è per i nostri connazionali, quando violano le leggi, e diverrebbe difficile non comprenderlo per coloro che entrano clandestinamente nel territorio nazionale.L’Italia, come tutti i paesi industrializzati, attraversa una pesante crisi che si riflette sull’occupazione. Anche le attività che una volta i nostri connazionali stentavano a prendere in considerazione, creando ampi spazi di lavoro per gli immigrati, in mancanza di lavoro, vengono adempiute dai nostri connazionali. In agricoltura e nelle imprese stanno perdendo il posto immigrati regolarizzati perché la produzione è ferma per mancanza della domanda. Si vende sempre meno, o non si vende per nulla. Anche il piano casa attende stancamente i tempi burocratici e qualche ostruzionismo delle regioni, e ritarda il rilancio delle attività produttive e la circolazione del danaro, dei salari e dei consumi. Sospendere i flussi dell’immigrazione clandestina diviene un’esigenza che va oltre le questioni della sicurezza. Un’opposizione seria che si vanta di rappresentare i ceti meno garantiti dovrebbe prenderne atto. Franceschini, invece, fa l’estremista in un gioco immorale contro il Paese, ed in sbracciata concorrenza all’estremismo di Di Pietro.
Vito Schepisi su Il Legno Storto

05 maggio 2009

Il Referendum e le geometrie vriabili

L’annuncio di Calderoli della Lega di voler predisporre una nuova legge elettorale da presentare in Parlamento, per raccogliere i voti di chi tra i partiti rappresentati vorrà sostenerla, riapre i giochi della politica dei misteri e delle geometrie variabili. Conosciamo questo gioco nelle sue regole elementari. Per la sinistra, secondo la tradizione post comunista, sono criminali, rozzi, brutti e cretini tutti coloro che si pongono di mezzo ai loro progetti, mentre diventano bravi, lucidi, intelligenti ed onesti coloro che invece contribuiscono al raggiungimento dei loro obiettivi.
Il fine è, e resta sempre quello, il potere. Per raggiungerlo va bene tutto, anche allearsi con coloro che un minuto prima hanno definito razzisti e xenofobi. Le geometrie variabili fanno si che non esista una maggioranza strategica, ma una che si formi a secondo delle opportunità, specie se la sinistra nel complesso è minoranza. Chi ci casca, però, nello stesso modo in cui è accettato, dopo l’utilizzo, come un vuoto a perdere, viene subito scaricato.
Questa volta l’attenzione del PD verso la Lega non è rimasta solo un intimo e contorto pensiero dei suoi leader. Si è subito concretizzata in un segnale preciso su come scavalcare l’eventuale esito positivo del referendum del 21 giugno. Si è materializzata in un calcolo aritmetico di Franceschini nel ricordare al premier che il Pdl ha soltanto 271 deputati su 630, non la maggioranza assoluta, e che in Parlamento ci sarebbe una maggioranza diversa per una nuova legge elettorale. Se Udc, Lega, Idv e PD concordassero una nuova legge, l’eventuale esito positivo del referendum verrebbe annullato. Franceschini, però, continua a sostenere il voto favorevole del PD al quesito referendario.
La chiarezza è così labile, rispetto alla confusione del segretario PD, da porre a tanti più di un problema di comprensione.
Dalle contraddizioni di Franceschini emerge immutabile l’unica strategia di questa sinistra, benché perdente, di voler considerare Berlusconi il problema, il solo. A nessuno sembra interessare della coerenza, del Paese e delle difficoltà. Nel PD c’è indifferenza per la crisi economica, per i disastri naturali, per la logica, per i numeri, per la volontà degli elettori, per la popolarità di un Presidente impegnato a trarre l’Italia fuori dalla crisi. Al PD oggi interessa più il gossip e l’intrigo, domani troverà forse un altro spunto polemico. Franceschini ed i suoi compagni di strada sanno solo creare confusione, come se le soluzioni ai problemi fossero quelle di crearne altri.
Si aveva la sensazione che bastasse un parere favorevole o un’iniziativa del Cavaliere per vedere il PD e Franceschini schierarsi a muso duro dall’altra parte, ma, ora che Berlusconi ha annunciato il suo voto favorevole al referendum, Franceschini ha cambiato tattica. Non lo contraddice. Conferma il suo parere favorevole. Si mostra, però, pronto a schierarsi con la Lega e con gli altri partiti minori per mutare la legge. Sono i misteri della politica!
Ma questo referendum, se poi si vuole cambiare la legge, perché lo si deve necessariamente fare? Non si poteva cambiare la legge prima, ed evitare di spendere soldi inutili per celebrarlo? Ma – ed è la domanda più misteriosa - Franceschini perché dice di volere modificare la legge elettorale, sostenendo il si al referendum, e poi si dispone a volerne cambiare l’esito attraverso una legge del Parlamento? E’ un mistero anche questo!
L’esito del referendum spaventa più di un partito, ma l’unica formazione politica ad uscire allo scoperto è stata la Lega: ha chiesto ed ottenuto di evitare di far coincidere la data del 7 giugno, per scongiurare la certezza del quorum; minaccia la crisi di governo, in caso di esito favorevole e senza l’impegno del Pdl a mutare la legge.
Franceschini gli tiene la corda, nascondendosi. La rottura della Lega col Pdl, con 15 punti percentuali di differenza dal partito di Berlusconi, sarebbe già un grosso risultato per un PD in profonda crisi e senza strategie di riferimento per una proposta politica di governo.
Invece di minacciare crisi di governo, impopolari e forse inutili, la Lega dovrebbe mutare la sua alleanza con il Pdl, da tattica a strategica. Il Popolo delle Libertà, forte del 40% elettorale, non può rinunciare al suo ruolo di responsabile riferimento nella conduzione politica del Paese, dalle Alpi alla Sicilia, per sottostare alle pressioni di chi stringe alleanze politiche per tatticismo, senza la pronuncia di un comune sentire di orientamento politico e di obiettivi.

04 febbraio 2009

Libertà politica o libertà dalla politica?

La proposta di riforma della legge elettorale per le elezioni europee è passata in uno dei due rami del Parlamento, alla Camera, e con il successivo passaggio al Senato diventerà legge in vigore. E’ passata alla Camera con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione dei deputati radicali eletti nel PD e di quelli del Movimento per le Autonomie (Lombardo) eletti nel PDL, oltre che di pochi singoli parlamentari. Tre astenuti, 22 contrari e 517 voti favorevoli: un risultato netto che non si vedeva da tempo in Parlamento su una legge. Sarà ora difficile far marcia indietro al Senato, non essendoci in sostanza opposizione sul provvedimento. Neanche l’Idv di Di Pietro ha votato contro.
E’ bene chiarire che è stata una prova di prepotenza dei due schieramenti maggiori - il PD ed il PDL - finora invece in dura competizione nelle aule parlamentari su tutto.
Non può sfuggire, per convinzione diffusa, che un Parlamento diverso, composto da più gruppi, per l’esercizio arcinoto dei piccoli ricatti e dei veti incrociati, avrebbe incontrato più di una difficoltà per far passare una qualsiasi legge che penalizzasse la rappresentanza politica dei gruppi minori.
Anche lo sbarramento del 4%, unica novità di rilievo della legge, sembra più frutto di un compromesso che l’esito di una scelta strategica di portata bipolare. Nel PD con D’Alema c’è stata fino all’ultimo anche la tentazione di distinguersi ed abbassare lo sbarramento al 3%, ma è sembrata più una questione di immagine che un’effettiva volontà, per essere stata la soglia del 4% già frutto di una serrata e difficile mediazione.
L’incontro tra le richieste di maggioranza ed opposizione e la formulazione della legge varata alla Camera appare così più una fotografia del Parlamento attuale, che un orientamento dettato dall’esigenza della semplificazione della politica. Più un accordo elettorale per far fuori le galassie dei personalismi e per riempire il carniere degli eletti dei gruppi più grossi, che la costituzione di un tavolo aperto sulle questioni della governabilità del Paese. Più un espediente partorito dal calcolo, che l’avvio di un confronto sulle riforme, per iniziare a discutere sulle scelte di una democrazia pluralista che privilegi le opzioni della governabilità.
E’ apparso un calcolo elettorale in cui il Pdl ha approfittato dell’interesse del PD a frenare le tentazioni centrifughe, nonostante che Veltroni si sforzi a dire che sia stata “una convenienza di evoluzione del sistema politico più che di calcolo elettorale”.
Ma agli italiani, agli elettori queste cose interessano meno. I fautori del bipolarismo ritengono la soglia del 4% assai bassa, mentre i militanti dei piccoli partiti la ritengono troppo alta, e ritengono che nel complesso sia una legge che limita il pluralismo e la democrazia. Mastella diventa persino solenne e parla di "offesa alla libertà e al pluralismo che sono componenti essenziali della democrazia".
Ma nel Paese è bene che si ponga al più presto la questione che si dipana dal dubbio se si debba privilegiare la libertà politica o la libertà dalla politica. L’aria di protesta che trae linfa dalla questione morale e che fa sorgere o gonfiare movimenti che si propongono di “giustiziare” i colpevoli, anche attraverso processi sommari nelle piazze o nelle arene televisive dove agiscono “reucci” e “censori” che si auto-proclamano difensori delle virtù popolari, appartiene al partito della libertà politica o a quello della libertà dalla politica?
Siamo a questo punto perché il Paese si avvolge intorno ai personalismi, alle guerre tra bande, anziché iniziare un percorso di scelte per la governabilità nell’interesse di tutti. Siamo a questo punto perché lo spazio della protesta civile è stata appaltata da uomini senza storia e senza tradizioni e che nulla hanno a che fare con la civiltà e le conquiste democratiche dell’Italia.
L’ideale sarebbe avere il coraggio di promuovere le vere ed indifferibili riforme, da quella elettorale a quella costituzionale, perché ci sia libertà “di” e libertà “da”, togliendo per un momento, per come è (male) inteso oggi in Italia, il sostantivo “politica”. Nelle democrazie compiute ci sono maggioranze ed opposizioni legittimamente costituite che si rispettano e si alternano al governo e senza i Mastella, di Di Pietro, i Casini, la stessa Lega ed altri che, ai lati, o nell’area di mezzo, sono portatori di furbizie e di particolarismi, nonché manovrati da caste corporative ed egoismi locali.
Vito Schepisi