Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post

13 agosto 2013

Osservatori Internazionali in Italia



Senza garanzie di agibilità democratica e di lealtà politica, non si può pensare che questo Governo resti in carica, e che il Parlamento continui a far finta che in Italia ci sia democrazia.
C'é un golpe strisciante che in Italia dura da 20 anni.
Di fatto, Parlamento e Governo non contano più nulla. Contano solo quando acconsentono il gioco dei poteri forti locali ed europei.
Le lobbies dei poteri agiscono e funzionano a legislature alternate, per bloccare le riforme e per imbalsamare il Paese (la sinistra va al potere, blocca le iniziative riformiste e tartassa i cittadini; alle successive elezioni gli elettori “incazzati”, alla sinistra supina, sostituiscono la destra, contro cui “i poteri” sollevano una barriera di pregiudizi e sguinzagliano ogni strumento - da quello giudiziario, a quello mediatico e di piazza - che paralizza e blocca ogni iniziativa).
In Italia non c'è continuità e stabilità nell’azione legislativa ed esecutiva e, per la mancanza delle riforme, si insedia l'opacità degli apparati burocratici e si moltiplicano gli abusi.
Contano solo le caste e gli apparati del controllo e della gestione pubblica, con le istituzioni schierate, i sindacati compiacenti, la magistratura in deriva politica, l’euro-tecnocrazia ed i poteri economico-finanziari.
I partiti e gli uomini di governo rinnegano senza vergogna gli impegni presi con gli elettori e con gli alleati di governo.
La Corte Costituzionale cassa a ripetizione le leggi scomode ai burocrati ed ai poteri dello Stato, come è stato per i tagli a chi percepisce stipendi esagerati.
Le elezioni sono diventate farse e i cittadini sono solo comparse di una commedia che ha una trama sempre uguale.
I contribuenti italiani sono spremuti come limoni, a beneficio di chi vive negli agi e di chi delinque nei modi e negli spazi del "politicamente corretto".
Accade così, ad esempio, che un manipolo di pensionati - uomini ancora attivi che continuano a lavorare e ad incassare danaro per consulenze, collaborazioni e consigli di amministrazione - costi 13 miliardi l'anno dei contributi dei nostri lavoratori.
Se questo non è un Paese criminale! C'è chi arriva a percepire 91.000 euro AL MESE di pensione INPS e chi si suicida perché non ha mezzi economici per mantenere la propria famiglia o non può pagare una cartella esattoriale e l'erario gli pignora la casa.
In Italia, oggi più che mai dalla caduta del fascismo, è in discussione l'agibilità politica: è la magistratura che, spesso, stabilisce chi può candidarsi e chi può governare il Paese; ad ogni elezione si parla di brogli; il sistema del voto è da terzo mondo e si annullano i voti soprattutto di una sola parte politica.
Siamo messi davvero male!
Siamo alla fase dei prigionieri politici, come a Cuba o in Iran, come nei regimi autoritari, totalitari e repressivi. La situazione sta assumendo connotati così gravi da dover ipotizzare l’opportunità della presenza di OSSERVATORI INTERNAZIONALI, per garantire i cittadini italiani dalle manipolazioni e dai brogli.
C’è stanchezza per la politica e i pronunciamenti di democrazia e di legalità non fanno più presa, gli italiani sono così confusi e irritati da rigettarsi, senza riflettere, nelle furbizie dialettiche di un comico irriverente.  Mancano programmi precisi, corredati da provvedimenti legislativi a prova di parrucconi e di manipolatori.
Dietro chi si strappa i capelli per l'inviolabilità della nostra Costituzione, si nasconde spesso l'ipocrisia di chi continua a saccheggiarci ed a prendersi gioco di noi, e chi non vorrebbe cambiare nulla per il timore di perdere i propri vantaggi e di non poter continuare ad esercitare i propri abusi. Cambiare la seconda parte della Costituzione, invece, significherebbe solo cambiare l'architettura dei poteri e delle funzioni dello Stato, non mutarne i principi.
Senza le riforme, invece, continueranno ad imperversare quei grigi burocrati dediti solo ai propri interessi ed a trattare i cittadini italiani da sudditi idioti.
Vito Schepisi 

12 gennaio 2013

Monti è un bluff

Monti da tecnico si è trasformato nel peggiore dei politici. 
La sua azione mira a rendere ingovernabile l'Italia, condizionando, in particolare al Senato, l'azione della prossima maggioranza. 
Aiutato da Fini e Casini, abilissimi professionisti partitocratici, mirerà ad incassare posti di comando per la casta e per il controllo della regia economico-finanziaria dello Stato. Il suo obiettivo sarà quello d’impedire le riforme, in primis quelle per abbattere la burocrazia, vero freno a mano del nostro Paese, e la riforma di revisione dell'architettura costituzionale dello Stato (parte seconda della nostra Costituzione). 
Impedirà di abbattere i privilegi e impedirà di smascherare sanguisughe e impuniti. Altro che "Salvaitalia" l'azione di Monti, fino a questo momento, è servita solo a privilegiare le caste ed a togliere alla povera gente, soprattutto a chi le tasse le paga e a chi fa sacrifici con il proprio lavoro e con i propri risparmi per sostenere l'Italia. 
L'azione scellerata, insensibile, cinica non è servita a niente. Sacrifici gettati al vento, perché inghiottiti nel vortice della spesa. Dai conti (tenuti nascosti dal Professore impegnato anche lui in campagna elettorale) sfuggono, infatti, 7 miliardi di euro per il pareggio di bilancio del 2013. 
Nel 2012 peggiorano i conti dell’IVA e delle altre imposte legate all'andamento dell'economia. L'imposta su beni e servizi, ad esempio, fino al novembre 2012, ha dato minori entrate per 1,81 miliardi. L'aumento dell'Iva ha contribuito a deprimere i consumi.
Sacrifici anche dannosi, però. Dannosi per il futuro perché non solo hanno prodotto recessione, ma hanno messo in moto una spirale negativa e contraria. 
Non è difficile capirlo. Se mi seguite lo spiego in modo molto semplice, senza far ricorso ai termini inglesi ed a concetti di filosofia economica: li lasciamo a Monti che è un professore.
Se chiudono le imprese (per mancanza di domanda e perché vessate da un’insostenibile pressione fiscale), e se di conseguenza aumentano i disoccupati, si riduce la base imponibile di chi paga le tasse. 
In questo caso, si hanno due effetti: 
1) riduzione del Prodotto Interno Lordo (PIL); 
2) riduzione del gettito fiscale. 
Ma se la spesa pubblica rimane la stessa, per sostenerla si può agire in due modi: 
a) aumentare le tasse; 
b) aumentare il debito pubblico. 
Tutto questo andrà ad agire nel rapporto con il PIL, valore quest’ultimo che, come visto, (causa la recessione) diminuisce.
Aumenta il debito, diminuisce il PIL, significa che aumenta il rapporto debito/Pil e così il nostro debito ci costerà sempre di più. Si entrerà in una spirale perversa fino al punto di rischiare che il nostro debito diventi insostenibile. 
Tanto per capirci rischiamo di fare la fine della Grecia. 
La politica di Monti ci sta portando a questo. 
Pensare di aumentare le tasse, senza tagliare la spesa è teoria perversa. Non è solo stupido: è direttamente criminale. 
La spesa si può tagliare in due modi: 
1) tagliare lo Stato sociale; 
2) rendersi conto che si vive al di sopra delle possibilità del Paese e tagliare i costi dello Stato. 
Si pensi ai costi della burocrazia, gli sprechi, i privilegi, i costi della politica; si pensi alle economie che si possono ricavare dal riordino del sistema delle rappresentanze locali.
Occorrerebbe convertire in investimenti i costi delle pubblicità istituzionali, quelli di rappresentanza, quelli dei beni strumentali in dotazione, i benefit a manager pubblici ed ai politici, e tutti i costi improduttivi come la stampa di partito, i doppi e tripli vitalizi; occorrerebbe il severo controllo della spesa da parte della Corte dei Conti. 
Gli investimenti mettono in moto il mercato e producono ricchezza e occupazione. Gli agi ai parassiti no. 
Bisognerebbe aprire a idee di "Financing Project" (detto in italiano significa progetti finanziati da privati, contro concessione per un determinato numero di anni dell'uso di ciò che viene realizzato). 
Monti non ha fatto e non farà niente di tutto questo: penserà solo ai suoi amici banchieri ed a farsi amici in Europa a spese dell’Italia. 
Vito Schepisi

21 dicembre 2009

Le riforme


Da qualche anno, la parola magica della politica è “riforme”. E’ come per il Barbiere di Siviglia … tutti le vogliono, tutti le cercano … purché siano di qualità. E’ dal 1983, con la Commissione Bicamerale di Aldo Bozzi, che provano in Italia a farle queste benedette riforme costituzionali e legislative dello Stato. Fino ad ora è stato un inutile processo di ipocrisia politica, un tentativo reiterato e dispendioso, nebuloso, dispersivo e senza senso. Tutti, a parole, le riforme le vogliono, ma tutti purché non siano un qualcosa. E ciascuno fa un elenco di ciò che non devono essere. Nella perizia di fare elenchi di ciò che non devono essere, va sempre a finire che non lo sono affatto: cioè che non si facciano. Non devono servire a questo, non devono favorire quello, così stranamente sfugge la percezione di ciò che invece dovrebbero essere.
La verità è ben diversa. Appare un gioco ostruzionistico, una melina politica. Sembra, infatti, che sia come se ben si sapesse che le riforme servano a chi ha un modello sociale da proporre, ma che, allo stesso tempo, sia anche consapevole di non avere nell’area di riferimento una larga coesione su una strategia politica, costruita questa su un nuovo modello di società da rilanciare. Va a finire che ci si preoccupi solo che non siano altri a prendere l’iniziativa, ed in questo caso a stroncarla.
Sembra la politica degli interessi conservatori degli strati più retrivi e corporativi del Paese. Uomini che spacciano la distruzione dei valori tradizionali di un popolo per nuovo progresso. Soggetti che fomentano lo scontro etico ed i dubbi sui valori della nostra civiltà e che si attrezzano a porre steccati di incomprensione, per trascinare alla reazione contro uno sviluppo ordinato del Paese. Una classe conservatrice e reazionaria dove il dividere serve per imprimere una precisa ragione di casta e di controllo. Parrucconi e sepolcri imbiancati che si nascondono dietro le contrapposizioni pregiudiziali, che fomentano odio, che diffondono le parole d’ordine del disfattismo, per nascondere i successi, come è capitato nel periodo più nero dei mercati mondiali dal 1929, quando si è usato anche il gossip per celare i successi del Paese. E’ emersa persino la volontà di infangare l’Italia. Un rancore che sembra il frutto non solo dell’invidia, ma del calcolo. C’è una commistione tra poteri e partiti preoccupata ad impedire che l’azione dell’esecutivo riesca efficacemente ad incidere, perché ciò li metterebbe definitivamente fuori gioco per “impotentia generandi”o addirittura “coeundi”.
Non si capisce, però, come si faccia a fare le riforme senza cambiare qualcosa. Tutti le vorrebbero purché non favoriscano qualcuno. Ma le riforme in democrazia favoriscono tutti. Bisognerebbe che sia ben chiaro ai competitori della politica che prima di essere premier, in democrazia, si compete per esserlo. Se volessimo trovare una riforma democratica che impedisca per legge che il governo del Paese sia presieduto da chi vince le elezioni, bisognerebbe rivolgersi ad un altro sistema. Di Pietro ed i suoi modi, pertanto, non sono un esempio di democrazia, ma di reazione squadrista. Il neo fascismo violento è reazione. E tra le riforme non rientra.
Bisogna aumentare i poteri dell’esecutivo, ma senza con questo favorire Berlusconi. Bisogna riequilibrare i poteri costituzionali ma senza favorire Berlusconi. Bisogna riformare la Giustizia ma senza favorire Berlusconi. Bisogna riformare la funzione del Parlamento ma senza favorire Berlusconi. In questo modo, però, non si può che vedere una vita dura per le riforme. In definitiva alcuni, forse troppi, vorrebbero solo mettere in un angolo Berlusconi, non fare le riforme.
La verità è che in Italia ci sono larghi strati di burocrati e di detentori di poteri di casta che le riforme invece non le vogliono affatto e che si servono dei politici compiacenti per affossare ogni tentativo. E lo fanno ponendosi strumentalmente sempre dietro l’ipotetico paravento del “cui prodest?” Naturalmente tutti dicono che sia sempre e solo Berlusconi.
Vito Schepisi

04 febbraio 2009

Libertà politica o libertà dalla politica?

La proposta di riforma della legge elettorale per le elezioni europee è passata in uno dei due rami del Parlamento, alla Camera, e con il successivo passaggio al Senato diventerà legge in vigore. E’ passata alla Camera con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione dei deputati radicali eletti nel PD e di quelli del Movimento per le Autonomie (Lombardo) eletti nel PDL, oltre che di pochi singoli parlamentari. Tre astenuti, 22 contrari e 517 voti favorevoli: un risultato netto che non si vedeva da tempo in Parlamento su una legge. Sarà ora difficile far marcia indietro al Senato, non essendoci in sostanza opposizione sul provvedimento. Neanche l’Idv di Di Pietro ha votato contro.
E’ bene chiarire che è stata una prova di prepotenza dei due schieramenti maggiori - il PD ed il PDL - finora invece in dura competizione nelle aule parlamentari su tutto.
Non può sfuggire, per convinzione diffusa, che un Parlamento diverso, composto da più gruppi, per l’esercizio arcinoto dei piccoli ricatti e dei veti incrociati, avrebbe incontrato più di una difficoltà per far passare una qualsiasi legge che penalizzasse la rappresentanza politica dei gruppi minori.
Anche lo sbarramento del 4%, unica novità di rilievo della legge, sembra più frutto di un compromesso che l’esito di una scelta strategica di portata bipolare. Nel PD con D’Alema c’è stata fino all’ultimo anche la tentazione di distinguersi ed abbassare lo sbarramento al 3%, ma è sembrata più una questione di immagine che un’effettiva volontà, per essere stata la soglia del 4% già frutto di una serrata e difficile mediazione.
L’incontro tra le richieste di maggioranza ed opposizione e la formulazione della legge varata alla Camera appare così più una fotografia del Parlamento attuale, che un orientamento dettato dall’esigenza della semplificazione della politica. Più un accordo elettorale per far fuori le galassie dei personalismi e per riempire il carniere degli eletti dei gruppi più grossi, che la costituzione di un tavolo aperto sulle questioni della governabilità del Paese. Più un espediente partorito dal calcolo, che l’avvio di un confronto sulle riforme, per iniziare a discutere sulle scelte di una democrazia pluralista che privilegi le opzioni della governabilità.
E’ apparso un calcolo elettorale in cui il Pdl ha approfittato dell’interesse del PD a frenare le tentazioni centrifughe, nonostante che Veltroni si sforzi a dire che sia stata “una convenienza di evoluzione del sistema politico più che di calcolo elettorale”.
Ma agli italiani, agli elettori queste cose interessano meno. I fautori del bipolarismo ritengono la soglia del 4% assai bassa, mentre i militanti dei piccoli partiti la ritengono troppo alta, e ritengono che nel complesso sia una legge che limita il pluralismo e la democrazia. Mastella diventa persino solenne e parla di "offesa alla libertà e al pluralismo che sono componenti essenziali della democrazia".
Ma nel Paese è bene che si ponga al più presto la questione che si dipana dal dubbio se si debba privilegiare la libertà politica o la libertà dalla politica. L’aria di protesta che trae linfa dalla questione morale e che fa sorgere o gonfiare movimenti che si propongono di “giustiziare” i colpevoli, anche attraverso processi sommari nelle piazze o nelle arene televisive dove agiscono “reucci” e “censori” che si auto-proclamano difensori delle virtù popolari, appartiene al partito della libertà politica o a quello della libertà dalla politica?
Siamo a questo punto perché il Paese si avvolge intorno ai personalismi, alle guerre tra bande, anziché iniziare un percorso di scelte per la governabilità nell’interesse di tutti. Siamo a questo punto perché lo spazio della protesta civile è stata appaltata da uomini senza storia e senza tradizioni e che nulla hanno a che fare con la civiltà e le conquiste democratiche dell’Italia.
L’ideale sarebbe avere il coraggio di promuovere le vere ed indifferibili riforme, da quella elettorale a quella costituzionale, perché ci sia libertà “di” e libertà “da”, togliendo per un momento, per come è (male) inteso oggi in Italia, il sostantivo “politica”. Nelle democrazie compiute ci sono maggioranze ed opposizioni legittimamente costituite che si rispettano e si alternano al governo e senza i Mastella, di Di Pietro, i Casini, la stessa Lega ed altri che, ai lati, o nell’area di mezzo, sono portatori di furbizie e di particolarismi, nonché manovrati da caste corporative ed egoismi locali.
Vito Schepisi

01 dicembre 2008

C'è grande confusione nel PD

Chi ci capisce qualcosa è bravo. Il PD mostra così tanta intransigenza verso la maggioranza e così tanta confusione al suo interno. Oramai è in corso una lotta senza esclusione di colpi: è un tutto contro tutti, quasi un si salvi chi può.
Sono in tanti a commettere errori, ma è normale che coloro che s’accorgono d’aver sbagliato corrano ai ripari. Il Pd invece persiste nei suoi errori ed il suo diviene un perseverare diabolico.
Quando è sorto, tra i fasti di un Lingotto faraonicamente addobbato per l’occasione, si sostenne che il PD dovesse avere un obiettivo più o meno preciso: capovolgere l’idea nel Paese di una sinistra post comunista per farne emergere una moderata e riformista.
Dopo il discorso del Lingotto, in cui si prefigurarono cambiamenti immediati, con un governo amico a Palazzo Chigi a cui si ponevano istanze nuove per il Paese, sulle scelte, sulle riforme, c’era chi aveva già cominciato a nutrire speranze. Nel discorso di Veltroni si delinearono persino scenari diversi, ed anche l’impegno per scelte omogenee nelle alleanze della sinistra. Aleggiò persino la volontà di rivedere la spinta imposta dalla sinistra radicale al Governo Prodi sui modelli di sviluppo, per non perdere gli appuntamenti importanti con l’esigenza di crescita e con la necessità di offrire soluzioni non demagogiche alle aspirazioni dei giovani, al precariato, all’impresa.
Cosa è rimasto ora di quel PD che aveva diffuso speranze persino a chi non votava a sinistra? Dove sono gli auspici nutriti di poter finalmente intraprendere un percorso politico comune con la sinistra, soprattutto per le grandi scelte attinenti i diritti, i valori, la struttura dello Stato e dei suoi Organi, la disciplina dei suoi servizi?
In molti avevano effettivamente pensato che fosse arrivato il tempo in cui potesse prevalere il metodo del confronto. Anche i mutevoli scenari politici ed economici nei rapporti internazionali richiedevano, con urgenza, che anche l’Italia recuperasse la sua capacità di procedere per scelte rapide e precise. Sembrava volesse nascere la cultura delle scelte da adottare, in parte con la condivisione, laddove possibile, ed in altra per opzioni prevalenti con il metodo della democrazia.
Perse le elezioni, tutto è invece cambiato nel PD. L’unica strada che poteva percorrere per tener fede al suo impegno questo partito l’ha abbandonata da tempo. Sarebbe stato sufficiente solo tener fede alle promesse elettorali costruendo un’opposizione integra sui principi, forte nella proposta e pragmatica nelle risposte al Paese. Ed invece è stato l’esatto contrario. L’opposizione è apparsa dispersa nei principi, finendo persino per ignorare le sue origini popolari, per proporsi invece elitaria; si è rivelata inesistente nella proposta e capziosa e cavillosa sulle risposte al Paese.
Si è appena concluso a Madrid il congresso del Partito Socialista Europeo a cui il PD non appartiene. A questo gruppo resta invece associato il partito dei DS. Hanno, così, dovuto richiamare Fassino dall’Africa, più magro che mai poverino, ultimo segretario dei DS, formazione estinta, per fargli rappresentare nel PSE una parte del PD, gli ex DS. Una confusione pazzesca. L’emaciato Fassino si è fatto accompagnare da Veltroni per essere aiutato a spiegare ai socialisti europei che così si può fare. L’intervento del leader PD, non dissimile dai suoi soliti, pieni di enfasi e senza sostanza, ha aperto alla famiglia allargata “più larga sarà e meglio sarà per tutti noi”. Poveri noi! Veltroni si è confermato così d’ essere tutto ed il suo perfetto contrario!
Il segretario del PD ha preso la parola da ospite, senza poter firmare il documento con cui il PSE si presenterà alle prossime elezioni europee per non essere sconfessato dal suo partito. Ma su quali basi comuni è stato fondato questo partito democratico se i componenti non hanno un’ispirazione comune a cui far riferimento? Quali impegni potrà prendere con gli elettori?
Quando ci sono di mezzo gli ex comunisti niente è chiaro fino in fondo. Una volta, ad esempio, c’erano gli indipendenti di sinistra che erano eletti nel pci senza essere iscritti al partito e, per disciplina di partito(?), votavano compatti nella stessa maniera dei loro compagni comunisti.
Ci sarebbe da chiedersi per cosa si uniscono se non hanno le idee chiare tra di loro? Fanno come quelle coppie che arrivano al matrimonio avendo già legami diversi: il loro diventa un matrimonio di interesse, ma le contraddizioni sono destinate prima o poi ad emergere.
Come si pensa accadrà nel PD.
Vito Schepisi

23 giugno 2008

L'opposizione dei magistrati

Le democrazie si reggono su regole condivise. Quando le regole non lo sono accade che diventi difficile assolvere a tutti i compiti di uno Stato democratico senza fermenti e senza che vi siano disconoscimenti e riserve di legittimità.
Che ci sia una parte del Paese incline ad andare fuori delle regole e che le reclama solo per garantire le prerogative della propria parte politica è evidente. Ma ciò che preoccupa è che non sia rappresentata esclusivamente dai movimenti massimalisti ed ideologicizzati. Altra parte, infatti, è costituita da gruppi politici che hanno raccolto sia il malessere antisistema di stampo “fascista” o “marxista” (che poi sono la stessa cosa) dell’intolleranza e sia quello dell’antipolitica furba di una certa sinistra, per intendersi alla Grillo ed alla Santoro.
Quest’ultima corrente fa breccia nel PD per condurlo alla lotta cieca ad oltranza su una presunta illegittimità del leader del PDL che ha raccolto, come è normale in una democrazia, la maggioranza dei voti nel Paese. Normale sarebbe pure che fosse messo in grado di governare e rispettare il mandato che il popolo ha voluto affidargli. Anormale sarebbe, invece, l’intervento di ordinamenti dello Stato scesi in campo, ostentatamente, a dar man forte all’opposizione contro iniziative che sono avvertite forse più dalla popolazione che dalla politica.
La sicurezza, l’efficienza dei servizi, la certezza della pena, la riduzione dei tempi dei processi, come le questioni fiscali, salariali, la sanità, le regole sull’immigrazione, la soppressione di quella clandestina, sono, ad esempio, problemi che gli italiani vivono sulla propria pelle da tanto tempo, per poter comprendere e condividere gli interventi di coloro che sulla base della lettura, spesso faziosa, degli articoli della Costituzione o di altri principi europei o internazionali vanno alla ricerca di ragioni di ogni tipo per bloccare il processo di cambiamento del Paese.
Inutile dire che questo cambiamento è richiesto a gran voce da coloro che sono sovrani anche dei loro ordinamenti e delle regole per la loro attuazione. Si dice sempre, infatti, che il popolo sia sovrano ma quando si tratta di rispettarne i voleri c’è sempre chi è disposto a dimenticarsene. Anche la Giustizia si pretende sia resa in nome del Popolo e non dei magistrati o tanto peggio dei loro referenti politici. Ma non sempre è così!
I magistrati che firmano appelli, che prendono cappello e lo posano su scanni impropri, che ritengono di dover essere garanti delle istituzioni e che si azzardano in deliranti proclami, scendano in politica, se ritengono di poter e dover offrire il loro “esclusivo” contributo, e si confrontino sui problemi del Paese, magari in modo diverso da Di Pietro, che fa solo ciò che può e sa fare: il torvo inquisitore.
L’opposizione avrebbe il compito di pungolare, osservare, proporre alternative. Tutto dovrebbe essere finalizzato a risolvere le questioni. In un modo o nell’altro, ma a risolverle. Non sempre, però, si ha l’impressione che sia così ed a chi non è abituato a presupporre che il “fattore B” sia inadeguato per principio e senza alcun beneficio di controprova, accade di restare allibito nell’osservare quanto cinica e sconclusionata sia un’opposizione che concorra unicamente a rendere il Paese ingovernabile.
Ma il popolo è davvero stanco d’essere preso per il “lato B”! Perché l’alternativa è l’immobilismo in cui le caste bivaccano allegramente a spese ed a danno del Paese e della sua immagine.
Far ricorso, come abbondantemente faceva un grande giornalista scomparso di recente, all’episodio del marito che per far dispetto alla moglie si evirava, può sembrare ormai superato per quanto sia oramai diffusa l’opinione che le mogli d’oggi, coi liberi costumi, abbiano ampie possibilità di cercare fuori di casa ciò che non arrivassero a ricevere dal marito, ma ricordare il metodo togliattiano del “tanto peggio tanto meglio” può assolvere egregiamente l’immagine di un’opposizione trascinata per convenienza politica, per ridicola concorrenza, per timore d’essere scavalcata a coltivare l’istinto canaglia di far del male al Paese.
La madre di tutte le questioni, come sempre, è la giustizia. E’ dal 1994 con l’avvio di garanzia a Napoli al leader del centrodestra, vincitore a sorpresa delle elezioni politiche di quell’anno, che una parte della magistratura italiana ha sotto mira chi ha impedito alla sinistra post comunista di occupare il Paese. Vanamente sotto mira perché 14 anni di accuse lo vedono ancora a quel posto e più determinato di prima.
Il Presidente Cossiga è una persona estremamente intelligente e straordinariamente incorreggibile, ed è colui che ha detto, senza peli sulla lingua, come è sua abitudine, che oggi il Ministero della Giustizia è il luogo più a rischio d’Italia. Se non t’allinei alla casta dei magistrati t’arrestano la moglie. Figuriamoci, ci mettono davvero poco! L’hanno fatto con Mastella che a molti è sembrato sufficientemente allineato!
E’ necessario, invece, restituire agli italiani l’autorevolezza delle scelte indicate. La Magistratura da ordinamento della Repubblica non può trasformarsi in controparte del potere esecutivo. Deve essere, invece, uno strumento delle Istituzioni per offrire certezze e garanzie a tutti i cittadini, senza distinzioni di censo, di origine, di religione, di militanza politica.
La magistratura deve essere indipendente soprattutto dall’influenza degli altri poteri dello Stato e tenersi fuori, in quanto a presidio di un diverso ed autonomo ordinamento, dagli strumenti democratici che concorrono alla formazione del potere politico e legislativo. Quest’ultimo, infatti, grazie al mandato popolare, è il solo che è investito del diritto-dovere di formulare ed emanare i provvedimenti che attengono la gestione, le regole e le scelte che approvate in Parlamento diventano l’insieme di leggi che l’intero Paese ha l’obbligo di rispettare ed il cui esercizio è disposto, come nelle aule dei tribunali, in nome del popolo italiano.
Vito Schepisi

06 marzo 2008

Il Grande Circo Barnum della politica

Tra l’inizio della campagna elettorale e le battute finali ci sono le candidature. Non c’è nulla di più illusivo, e nello stesso tempo di più traumatico per le coalizioni e per i partiti, che la definizione delle liste elettorali con le candidature.
L’indicazione, e la collocazione dei candidati nelle liste, stabilisce il successo, le speranze o la sicura trombatura dell’aspirante parlamentare.
Sia il sistema uninomale maggioritario che quello proporzionale con liste bloccate affidano, infatti, ai partiti il massimo delle responsabilità e della discrezionalità per le nomine, e sia l’un metodo che l’altro privano gli elettori del diritto di scelta.
Con il maggioritario avviene che in collegi più ridotti si presentano, contrapposti, i candidati indicati dai partiti o dalle coalizioni. Con la scelta del partito si è obbligati a scegliere così anche il candidato. E’ un metodo, però, che andrebbe bene in un sistema prevalentemente bipolare.
Con il proporzionale a liste bloccate i collegi sono più ampi ed in questi sono proposti gruppi di candidati in ordine già stabilito di preferenza, in modo tale che sono i partiti a disporre quali nell’ordine far eleggere.
La scelta dei cittadini avviene solo sui partiti, o le coalizioni. Gli elettori in questo modo non sapranno di fatto chi dei candidati nella lista beneficerà del loro voto.
C’è stato molto disappunto per questa forma di voto perché impedisce agli elettori la facoltà della scelta ed attribuisce ai partiti un potere molto ampio. Sappiamo, però, che è solo una questione di forma. Anche con il precedente sistema per la parte proporzionale era così! La sostanza, infatti, resta quella del programma e dell’indirizzo politico che l’elettore ha in animo di scegliere.
Neanche la scelta del metodo tedesco, o quello delle bozze uno e due di Bianco, avrebbe risolto la questione della scelta dell’elettore. Il proporzionale è, comunque e sempre, o a lista bloccata o con le preferenze. E c’è un’idea abbastanza condivisa che indica le preferenze come fonte di corruzione e di mercificazione del voto. Riesumarle sarebbe, pertanto, un rimedio peggiore del male.
Se l’alternativa alla scelta dei partiti sono così le preferenze, una iattura a cui si attribuisce gran parte del malcostume della prima repubblica, sarebbe persino opportuno pensare che sia preferibile lasciare le cose come stanno.
Si ha, infatti, l’impressione che questo sia un falso problema che si è voluto ingigantire, per la solita contrapposizione politica, oltre la sua vera portata, anche se si ritiene opportuna una nuova legge elettorale che semplifichi il sistema del consenso popolare e renda più certe ed individuabili le scelte. L’obiettivo dovrebbe essere quello di favorire la formazione di grandi partiti, radicati sulle larghe ispirazioni civili e sociali della popolazione. Favorire l’aggregazione sulle idee e sui contenuti e non necessariamente sugli uomini.
E’ illusivo si diceva il gioco delle candidature e la distribuzione in pillole giornaliere delle novità. Scendono in campo nomi famosi, o rappresentanti di categorie, per dar forma a strategie di penetrazione in strati sempre più larghi di opinione pubblica.
E’ l’aspetto pubblicitario della politica, come quella del bucato più bianco, perché alla fine, come in passato, non sono i nomi dei personaggi famosi e neanche quelli degli operai e dei lavoratori di call center, ad esempio, che stabiliranno gli indirizzi guida di una maggioranza.
Saranno sempre i partiti. Gli altri sono spesso figuranti, sono come le immagini sulle copertine patinate dei giornali. Servono a convincere gli elettori indecisi a votare per chi candida il personaggio ritenuto più sostenibile, proprio come i rotocalchi che per attirare gli acquirenti mettono in prima pagina le foto che riscontrano un piacevole impatto con i lettori.
Comporre le liste è anche traumatico perché si promuove sempre qualcuno, mentre si retrocedono altri. Si deve tener conto delle competenze perché in ogni Camera siano rappresentate conoscenze adeguate per saper e poter fronteggiare il dibattito sui diversi argomenti in discussione. Si deve assicurare la presenza di uomini con forte personalità, tenaci e capaci nel saper gestire i gruppi parlamentari.
Serve assicurare l’esperienza e la conoscenza dei regolamenti parlamentari. Serve disporre di una rosa di candidati capaci di assumere responsabilità istituzionali e presidenze di commissioni di Camera e Senato.
Nella composizione delle liste si deve tener conto dell’aggancio territoriale dei candidati perché le diverse zone del Paese siano adeguatamente rappresentate. Conta il seguito dei personaggi e la loro affidabilità in ambito sia nazionale che territoriale. Ci sono poi i casi personali, i litigi e le contrapposizioni, l’equilibrio dei pesi, donne e giovani adeguatamente distribuiti, le figure carismatiche, gli amici di cordata, i portavoce, i portaborse, i fedeli, i capri espiatori di ieri e quelli di un possibile domani a cui garantire uno scanno parlamentare, i portatori d’acqua e quelli di idee. In fin dei conti al Parlamento vanno coloro che sono lo specchio della società. Anche se nessuno è disposto ad ammetterlo.
I capilista e le candidature multiple sono poi l’esercizio dell’arte più sottile degli apparati dei partiti. I primi hanno lo scopo di identificare con un personaggio un valore aggiunto ai programmi ed agli indirizzi politici. I secondi sono la variabile delle opzioni future perché in base alla loro opzione finale si faranno le ulteriori scelte tra i primi dei non eletti.
E’così che tra illusioni e traumi si sviluppa il primo atto del Grande Circo Barnum della campagna elettorale.
Vito Schepisi

14 febbraio 2008

E' svanito il coraggio di Veltroni

La rottura era nell’aria. Le fasi della politica sono come le stagioni. Non sono solo le date dei calendari che le segnano, ma è l’aria chi si respira che le annuncia.
La stagione degli opportunismi e dei sofismi sembra che sia destinata così a chiudersi, spinta soprattutto da un’Italia che è stanca di sentirsi mortificata da una politica che si trasforma in nicchia di privilegi e che cambia spesso gli scenari per disperdere le responsabilità. Non è più tempo di cambiare le carte sul tavolo e di usare mazzi di carte truccate, come i bari di professione.
Dalle viscere dell’Udc è già sorto un nuovo partito, la rosa bianca, per iniziativa di alcuni parlamentari oramai convinti che non poteva realizzarsi, se non al di fuori del partito di provenienza, il progetto di un movimento nel mezzo tra la componente liberale e quella di sinistra.
Che senso avrebbe ora che la stessa Udc percorra la stessa strada? Cosa si propone di fare? Non è morale la politica del doppio forno, con la duplicità della scelta dopo le elezioni. E’ una logica vecchia, già consumatasi nella prima repubblica tra Craxi e De Mita. Mantenere l’identità di un partito che non ha tradizioni storiche da vantare e che è inserito nel Partito Popolare Europeo, come Forza Italia e come il nascente Popolo delle Libertà, non ha senso alcuno, se non in funzione di una diversa strategia politica. E quale sarebbe questa logica se non quella di un partito che abbia lo scopo di candidarsi al condizionamento di uno schieramento e dell’altro, e poi magari apparire come chi si muove nell’interesse del Paese?
Ma il tempo è finito. Ora è come nei western di una volta, dove alla fine ciò che conta è la scena finale del film, con la sfida, a mezzogiorno, sotto il sole cocente, tra i due contendenti.
C’è ed è forte in alcuni l’illusione di poter imbrigliare ancora il Paese nelle scelte da sospendere, nella ricerca di concertazioni che soddisfino gli appetiti delle caste. Ma questo spazio nella politica deve essere cancellato. Non può esistere più: gli elettori ed il buon senso non lo tollerano ancora. Il gioco del stare nel mezzo è scoperto ed a crederci è solo una parte minoritaria del Paese. Non serve che ora Casini supplichi Montezemolo perché entri in scena. Non serve rendere ancora più confuso il quadro della reazione alla rivoluzione liberale che il paese si aspetta.
Ora il voto avrà il compito di spazzare le illusioni, di riporre dinanzi alle proprie responsabilità chi ancora si illude che niente sia cambiato, di ricondurre alla ragione tutti coloro che neanche le difficoltà di vita di larghi strati di cittadini italiani hanno sospinto ad assumersi il senso della realtà, dell’umiltà e della coerenza.
Non ci sono gli spazi per i Buttiglione di oggi ed i Follini di ieri. I loro articolati ed ambiziosi progetti, in vero molto al di sopra della loro statura politica, sono stati chiusi dalla saggezza di Berlusconi e Fini che oramai fermamente respingono le iniziative di prestarsi ancora al gioco delle tre carte. L’esperienza è servita, e perseverare può essere solo diabolico. Siano lasciati a richiedere con Cesa ulteriori indennità ai parlamentari per ricongiungere, a spese dei contribuenti, le loro famiglie a Roma, onde evitare che i loro deputati facciano festini erotici, in lussuosi alberghi romani, con donnine a pagamento e con uso di droga, mentre in modo demagogico e patetico il leader del partito, dinanzi al parlamento, fa fare il test sull’uso della droga.
Il movimento del Popolo delle Libertà presume, giustamente, che sia giunto il tempo di doversi appellare al popolo per la condivisione di un programma comune che serva a rilanciare il Paese. Chiamare i cittadini elettori a dare il loro consenso col voto a soluzioni che liberino gli italiani dalla morsa di una pressione fiscale ai limiti della tolleranza, dal dirigismo illiberale, dai privilegi delle caste, dalla politica delle emergenze. Una maggioranza che rilanci le attività produttive, l’occupazione, i salari, le opportunità, la crescita.
Per questo debito di chiarezza verso il popolo, che invoca coerenza e compattezza, è necessario che sia chiara l’identità dei valori richiamati. E’ indispensabile che non vi siano ingiustificate divisioni. Gli appelli al mantenimento del simbolo sottendono distinguo non più tollerabili per un’attività di governo con scenari difficili, in cui le scelte devono essere chiare e senza quelle tensioni, tipiche della visibilità politica e delle lobby, che ne rallentino o annullino la sostanza.
La stessa chiarezza, invece, viene a mancare a Veltroni. Aveva sfidato Berlusconi con la sua corsa solitaria e coraggiosa. E’ rimasto, invece, il Veltroni di sempre tra l’illusionista e l’americano sbruffone, tra sceneggiature e fiction, tra realtà e finzione.
La sua sfida si è così dispersa. Il caravanserraglio gli si ritorce contro. Imbarca Di Pietro preferendolo al socialista Boselli. Imbarca un partito costruito sull’immagine di una persona controversa, tra autoritarismo e personalismo, e respinge un partito di tradizioni antiche riformiste e di sinistra. Tutto il contrario di quanto per logica ci si poteva e doveva aspettare.
Ora è il Pdl che corre da solo per scelta di coerenza e di lealtà, mentre Veltroni cannibalizza i voti della sinistra moderata e dei radicali ed imbarca i voti della lotta al sistema, dell’antipolitica, della protesta e del giustizialismo. Respinge la storia per imbarcare la visceralità della reazione. Chiude la porta alla civiltà del confronto tra simili, per aprirla alla rozzezza di un linguaggio incerto e violento.
Vito Sc hepisi

03 dicembre 2007

Lenzuolate e coperte

Quando il Governo di Prodi aveva ancora i pantaloni corti, si annunciavano con grande entusiasmo le liberalizzazioni di Bersani. Dovevano esercitare la più grossa rivoluzione all’immagine di una sinistra fautrice di una politica dirigistica. Dovevano dissipare l’idea stantia e vetero socialista di un’area politica mossa esclusivamente da pulsioni populistiche e fuori dalle leggi del mercato. Avevano lo scopo di rimuovere lo stereotipo di una sinistra indisponibile alle regole della libera iniziativa e dell’impresa, principi economici ritenuti da sempre di impronta prevalentemente liberale e liberista.
Il centrosinistra accusava così il centrodestra d’aver disatteso nei 5 anni precedenti le politiche di liberalizzazione e d’aver contraddetto persino i propositi e gli indirizzi economici tipici delle politiche di movimenti e partiti di ispirazione occidentale.
Con le liberalizzazioni di Bersani, l’immagine della sinistra doveva apparire quella di un movimento rinnovato, aperto ai nuovi principi e fautore di valori di libero mercato e di più diffuso liberismo economico.
Le hanno chiamate lenzuolate ma non per il loro candore. Le lenzuola danno sempre l’idea di qualcosa di fresco e pulito. Le hanno definite così perché hanno costituito un insieme di provvedimenti, forse affrettati ma anche demagogici ed in alcuni casi dimostratisi inutili, se non dannosi, su materie diverse e non sempre trasparenti, tanto da suscitare più di un sospetto sull’impronta autenticamente liberale.
Spostare l’interesse da una parte all’altra dei soggetti economici, od introdurre elementi di vessazione tributaria, magari celata, non ha niente di liberale, spesso invece è più opportunismo, se non l’introduzione di ulteriori elementi di privilegio e di sottomissione alle pressioni delle caste.
In Italia, è noto, ci sono gli intoccabili da sempre. Ci sono coloro che possono tutto, anche configgere con l’interesse generale, o con quello particolare, senza destare preoccupazioni, indignazione e sgomento. L’abuso, tanto si sa per regola, è sempre e soltanto da una sola parte. Dall’altra al massimo o si sbaglia per caso e da soli (i famosi compagni che sbagliano) oppure se c’è qualcuno che azzarda l’approfondimento degli sbagli è ritenuto così pazzo da doversi provvedere a rimuoverlo dai suoi uffici. C’è sempre, insomma, chi sa e chi trova come provvedere alla bisogna. C’è chi può, sempre e comunque!
Sui risparmi degli italiani per le lenzuolate di Bersani non c’è nessuno che ne abbia preso coscienza: sono tanti i dubbi che effettivamente ce ne siano stati! In converso, invece, sembra che ogni costo sia lievitato sia per effetto dell’aumento dell’inflazione, ovvero della pressione fiscale, sia per effetto del caro petrolio.
Quando i mercati erano fermi, per la congiuntura internazionale successiva alla tragedia delle Torri Gemelle a New York, durante l’amministrazione di centrodestra della scorsa legislatura, nessuno faceva sconti al Governo. Anche la concorrenza sleale di paesi asiatici veniva persino ignorata dal Presidente della Commissione Europea. La responsabilità era indifferibilmente di Berlusconi.
Se il prodotto interno lordo non cresceva e se i salari non garantivano i mezzi indispensabili per la sussistenza fino alla fine del mese, la responsabilità era sempre di un Governo disattento alle questioni sociali e, benché non avesse aumentato la pressione fiscale a carico dei lavoratori, la responsabilità del minore potere di acquisto dei salari era sempre di Berlusconi: per definizione!
Ora piacerebbe a tanti sapere di chi sia la responsabilità, oggi, se i lavoratori dipendenti, che prima arrivavano a nutrirsi per tre settimane, oggi si trovano a farlo solo per poco più della metà di ogni mese.
Se l’inflazione falcidia i salari e se le materie di prima necessità subiscono aumenti di gran lunga superiori ai tassi di inflazione ufficiali, non sarà mica colpa dell’opposizione? In questo caso a molti italiani sfuggirebbe qualcosa, e non si tratta soltanto delle espressioni colorite che il 60% della popolazione vorrebbe indirizzare a Prodi ed a questo Governo.
Sfugge la logica, ad esempio, di promesse, programmi ed impegni come la “felicità degli italiani” o la “serietà al governo”. Sfugge ancora la logica di provvedimenti che fanno lievitare la spesa, come l’abolizione dello scalone, ad esempio, o quelle politiche di vessazione fiscale che hanno frenato la domanda interna e rischiano di creare stagnazione e regressione della crescita.
C’è, tra la sinistra alternativa, chi vorrebbe toccare la legge Biagi per eliminare il precariato. C’è persino un sistema semplicissimo per farlo ed in modo radicale che è quello, ad esempio, di eliminare del tutto il lavoro. Senza occupazione, infatti, non ci sarebbe neanche il precariato: un “bingo” ideologico per rendere immensamente felici Giordano, Diliberto e Cremaschi.
La prossima lenzuolata di Bersani riguarderà elettricità, gas e trasporto ferroviario, già gravati di aumenti nell’ultimo anno, pari dal doppio al triplo del tasso di inflazione, e già c’è chi si dispera prevedendo un ulteriore aumento delle tariffe anziché maggiori servizi, maggiore offerta e razionalizzazione dei costi.
Ministro Bersani questa volta invece delle lenzualate procuri le coperte agli italiani: c’è un intero inverno da attraversare ed i lavoratori il riscaldamento se lo potranno permettere solo fino alla metà del mese!
Vito Schepisi
http://blog.libero.it/vitoschepisi/
http://illiberopensiero.ilcannocchiale.it/
http://liberopensiero2.splinder.com/

11 ottobre 2007

Tutti bocciano Prodi

Dalle bocciature plurime che provengono da ogni parte, non si può certo pensare che la manovra finanziaria trovi soltanto i consueti commenti negativi dell’opposizione. E’ un coro di tante voci che si diffonde, tutte a ripetere le stesse note, come un rindondare di campane con il loro suono cupo e monotono. Dalla Corte dei Conti, alla Banca D’Italia, dalla Commissione Europea, alla Associazione degli Industriali, alla Confcommercio, tutti a sollevare obiezioni, a segnalare carenze, a denunciare l’inadeguatezza e l’inconsistenza delle linee economiche del Governo per il prossimo esercizio finanziario.
Come si fa ad ignorare e liquidare con spallucce seccate un grido di allarme che proviene da organismi neutrali, a volte e spesso persino indulgenti con questo governo e la sua maggioranza? E’ come se all’esame per la maturità il docente interno sollecitasse i candidati ad approfondire la letteratura italiana del 900 ed i candidati facendo spallucce si limitassero ad approfondire il solito Leopardi. Ebbene è questo ciò che fa il nostro Presidente del Consiglio, ricorre alla spesa, non taglia le tasse e fa lievitare il debito pubblico e poi mostra fastidio per le critiche ed i suggerimenti, anche se provenienti da fonti amiche.
Veltroni, prossimo leader del PD e azionista di maggioranza della coalizione di governo, sostiene che ci sia una sorta di sfiducia nel Paese. In più occasioni ha rilevato i limiti assai vessatori della pressione fiscale, la mancanza delle riforme, la carenza di segnali di discontinuità con l’andazzo intrapreso, nonostante la crescita di sentimenti di antipolitica. Di recente il Sindaco di Roma ha chiesto persino un rimpasto di Governo e la riduzione di ministri e sottosegretari, ricevendo risposte seccate. Ha persino suggerito iniziative per ridurre il debito pubblico attraverso l’alienazione di beni demaniali inutilizzati.
Tutti i suggerimenti sono risultati però “di corto respiro” per Prodi.
C’è chi sostiene, come il commissario europeo Almunia, che l’Italia abbia perso un’occasione per riprendere il controllo dell’economia del Paese, e c’è chi, come Prodi, ha persino perso l’occasione per poter dire che in fin dei conti le sue ricette danno i frutti auspicati. Aveva un extragettito che poteva essere destinato a realizzare due obiettivi considerati da tutti primari: ridurre le tasse e ridurre il debito. Non ha fatto né una cosa e neanche l’altra. Anzi, il contrario!
Per inseguire le pressioni ed i ricatti della sinistra radicale “il tesoretto” è andato a finanziare la nuova spesa corrente. Anche la rivisitazione della Maroni che ha modificato lo scalone in scalini, posticipando di 18 mesi l’entrata a regime dell’aumento dell’età pensionabile, comporterà una spesa di 10 miliardi di euro nei prossimi tre anni, costi che andranno ad aggiungersi alla spesa corrente.
Per avere un’idea di ciò che sta facendo Prodi con i conti dello Stato, si potrebbe pensare all’immagine di un paziente bisognoso di trasfusioni, a cui gli si andasse a chiedere di donare il suo sangue.
L’Italia è in procedura di infrazione per deficit eccessivo e se non riuscissimo ad uscire da questa morsa l’esazione da pagare per l’infrazione ci sarebbe fatale. Nonostante questo pericolo, però, si ha l’impressione che l’interesse maggiore sia quello di tenere legata la maggioranza per sostenere il governo, costi quel che costi. Ed i costi ci sono!
Il rischio Italia viene avvertito nei mercati finanziari globali. I titoli pubblici italiani hanno, pertanto, tassi più alti e gli interessi sul debito pubblico crescono e costituiscono ulteriore spesa che va ad alimentare inesorabilmente il nostro debito.
La Banca d’Italia, col Governatore Draghi, avverte che il buon andamento delle entrate potrebbe anche fermarsi, come potrebbe fermarsi o rallentare la crescita, e che l’Italia col debito record in Europa avrebbe fatto meglio ad approfittare del tempo buono per le entrate e la crescita per alleggerire i suoi conti. Prodi però, stizzito a Bruxelles sostiene che “la politica economica del mio governo, la decide il mio governo!”.
Gli italiani da qualche tempo hanno stabilito che questo governo non li rappresenti più. L’hanno reso evidente nel corso delle ultime amministrative, lo hanno dimostrato fischiando Prodi dappertutto. Nei sondaggi rilevati da più fonti, Prodi ed il suo governo sono in discesa libera, ed anche al Senato sulla sfiducia a Visco la sua maggioranza ha retto grazie ai voti dei senatori a vita.
Perché gli italiani non dovrebbero poter dire: il governo del nostro Paese lo decidiamo noi?
Per coerenza con quanto sostiene sulle legittimità nel decidere, si faccia da parte e sia chiamato il Paese a decidere.
Vito Schepisi
http://blog.libero.it/vitoschepisi/
http://illiberopensiero.ilcannocchiale.it/