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12 gennaio 2013

Monti è un bluff

Monti da tecnico si è trasformato nel peggiore dei politici. 
La sua azione mira a rendere ingovernabile l'Italia, condizionando, in particolare al Senato, l'azione della prossima maggioranza. 
Aiutato da Fini e Casini, abilissimi professionisti partitocratici, mirerà ad incassare posti di comando per la casta e per il controllo della regia economico-finanziaria dello Stato. Il suo obiettivo sarà quello d’impedire le riforme, in primis quelle per abbattere la burocrazia, vero freno a mano del nostro Paese, e la riforma di revisione dell'architettura costituzionale dello Stato (parte seconda della nostra Costituzione). 
Impedirà di abbattere i privilegi e impedirà di smascherare sanguisughe e impuniti. Altro che "Salvaitalia" l'azione di Monti, fino a questo momento, è servita solo a privilegiare le caste ed a togliere alla povera gente, soprattutto a chi le tasse le paga e a chi fa sacrifici con il proprio lavoro e con i propri risparmi per sostenere l'Italia. 
L'azione scellerata, insensibile, cinica non è servita a niente. Sacrifici gettati al vento, perché inghiottiti nel vortice della spesa. Dai conti (tenuti nascosti dal Professore impegnato anche lui in campagna elettorale) sfuggono, infatti, 7 miliardi di euro per il pareggio di bilancio del 2013. 
Nel 2012 peggiorano i conti dell’IVA e delle altre imposte legate all'andamento dell'economia. L'imposta su beni e servizi, ad esempio, fino al novembre 2012, ha dato minori entrate per 1,81 miliardi. L'aumento dell'Iva ha contribuito a deprimere i consumi.
Sacrifici anche dannosi, però. Dannosi per il futuro perché non solo hanno prodotto recessione, ma hanno messo in moto una spirale negativa e contraria. 
Non è difficile capirlo. Se mi seguite lo spiego in modo molto semplice, senza far ricorso ai termini inglesi ed a concetti di filosofia economica: li lasciamo a Monti che è un professore.
Se chiudono le imprese (per mancanza di domanda e perché vessate da un’insostenibile pressione fiscale), e se di conseguenza aumentano i disoccupati, si riduce la base imponibile di chi paga le tasse. 
In questo caso, si hanno due effetti: 
1) riduzione del Prodotto Interno Lordo (PIL); 
2) riduzione del gettito fiscale. 
Ma se la spesa pubblica rimane la stessa, per sostenerla si può agire in due modi: 
a) aumentare le tasse; 
b) aumentare il debito pubblico. 
Tutto questo andrà ad agire nel rapporto con il PIL, valore quest’ultimo che, come visto, (causa la recessione) diminuisce.
Aumenta il debito, diminuisce il PIL, significa che aumenta il rapporto debito/Pil e così il nostro debito ci costerà sempre di più. Si entrerà in una spirale perversa fino al punto di rischiare che il nostro debito diventi insostenibile. 
Tanto per capirci rischiamo di fare la fine della Grecia. 
La politica di Monti ci sta portando a questo. 
Pensare di aumentare le tasse, senza tagliare la spesa è teoria perversa. Non è solo stupido: è direttamente criminale. 
La spesa si può tagliare in due modi: 
1) tagliare lo Stato sociale; 
2) rendersi conto che si vive al di sopra delle possibilità del Paese e tagliare i costi dello Stato. 
Si pensi ai costi della burocrazia, gli sprechi, i privilegi, i costi della politica; si pensi alle economie che si possono ricavare dal riordino del sistema delle rappresentanze locali.
Occorrerebbe convertire in investimenti i costi delle pubblicità istituzionali, quelli di rappresentanza, quelli dei beni strumentali in dotazione, i benefit a manager pubblici ed ai politici, e tutti i costi improduttivi come la stampa di partito, i doppi e tripli vitalizi; occorrerebbe il severo controllo della spesa da parte della Corte dei Conti. 
Gli investimenti mettono in moto il mercato e producono ricchezza e occupazione. Gli agi ai parassiti no. 
Bisognerebbe aprire a idee di "Financing Project" (detto in italiano significa progetti finanziati da privati, contro concessione per un determinato numero di anni dell'uso di ciò che viene realizzato). 
Monti non ha fatto e non farà niente di tutto questo: penserà solo ai suoi amici banchieri ed a farsi amici in Europa a spese dell’Italia. 
Vito Schepisi

21 luglio 2012

Il Governo in confusione



L’impressione che si ha è che il governo sia in confusione. 
Nei giorni scorsi nella compagine governativa è emersa la proposta di sopprimere gli aiuti alle imprese, per destinare quei fondi alla riduzione del cuneo fiscale. La questione è stata accantonata perché il Governo pensa che i tagli debbano, invece, servire per evitare l’aumento dell’IVA. 
Gli aiuti di Stato alle imprese, però, sono stati cancellati. Sono fuori dal “Regolamento” europeo e sono sanzionati. Ciò che è ancora consentito è il sostegno alle PMI per gli investimenti in tecnologie e formazione. Pensare agli sgravi fiscali e rinunciare a ricerca, formazione e innovazione non mi sembra una soluzione equilibrata per favorire lo sviluppo.
Ciò non toglie, però, che la pressione fiscale sia insostenibile. Nessun Paese può pensare alla crescita, con un carico fiscale di questo tipo; mentre nessuna attività produttiva può pensare di svilupparsi contando sui consumi delle famiglie gravate da un eccessivo prelievo fiscale. 
Eppure la pressione fiscale deve allentarsi. 
Eppure il debito pubblico deve essere fermato. 
Eppure gli investimenti sono necessari. 
Eppure l’occupazione è una spina nel fianco per la pace sociale. 
Eppure il divario nord-sud, soprattutto per i servizi, deve essere colmato. 
Eppure la crescita è un requisito essenziale per un sistema economico di libero mercato. Sono troppi gli “eppure”, ma anche troppa è la “fantasia” improduttiva del governo, dei partiti e delle parti sociali. 
Se un calcolo è sbagliato l’ingegnere non ci mette una pezza per mettere in sicurezza un edificio, perché sa che quel palazzo prima o poi cederà. La “fantasia” in certe cose serve a poco. Ci vuole saggezza, responsabilità e consapevolezza. L’edificio Italia ha moltissimi difetti di costruzione. La riprova ne è che sta cedendo. 
E’ strutturato male, ad esempio. Ad iniziare dall’organizzazione complessiva dello Stato. Concepito più per impedire al popolo di contare qualcosa, piuttosto che alla democrazia di prevalere imbrigliandola, per giunta, nella burocrazia ancora più oscurantista e feudale. Quale fantasia allora? 
Torniamo a sviluppo-fisco-lavoro. La questione non è soltanto nel reperire risorse per ridurre la pressione fiscale, per altro terapia necessaria, ma anche sollecitare gli investimenti nel “made in Italy”. 
Il mercato del lavoro deve essere liberalizzato, garantendo solo regole certe e giustizia, cautelando i lavoratori dagli abusi, non dalle strategie produttive. 
La riforma Fornero lascia, invece, le cose come stavano, anzi irrita ancor più chi nelle liberalizzazioni aveva sperato: non in quella delle farmacie e dei tassisti, vero falso problema e fumo negli occhi di stampo bersaniano. 
Questo Monti che si “coccola” e scimmiotta Bersani è inguardabile! 
Cosa c’entra lui (Monti) con le cooperative ed il loro sistema di sostituirsi alle libere attività produttive e commerciali, scontando misure fiscali agevolate? 
Questo Stato, però, così mal strutturato costa tantissimo. 
Solo la sanità subisce costi (per corruzione, inefficienze, disorganizzazione e sprechi) pari a 39 miliardi di euro l’anno. Ma quanto ci costa ancora tutto l’apparato burocratico dello Stato? Quanti dirigenti e manager sono messi là solo per meriti “politici” o per fare gli interessi delle lobbies? Quanto ci costa il controllo e l’intercettazione sistematica di milioni di cittadini italiani, e quanto i controlli leciti e illeciti dei servizi? Quanto ci costano le consulenze in Italia? Quanto le società partecipate che nel passato (e nel presente?) hanno creato fondi neri per finanziare e sostenere i “padrini” politici? Quanto le megalomanie, le spese di rappresentanza, gli sprechi e i lussi dei pubblici amministratori e dei manager pubblici? Quanto ci costano le leggi fatte male che creano lunghe disquisizioni legali per la loro interpretazione e tante abilità tecniche per aggirarle? 
Mi sarebbe piaciuto per un mese prendere il posto di Enrico Bondi per tagliare (anche le mani e le gambe figurativamente) le carriere di tanti inutili personaggi. 
Penso che in Italia sia possibile da subito tagliare spese per 50 miliardi l’anno. Una tale cifra messa integralmente a disposizione per l’abbattimento del cuneo fiscale (ritorno al 20% dell’Iva, riduzione delle aliquote irpef, abolizione dell’IMU sulla prima casa, abbattimenti fiscali - 3 anni - alle nuove imprese, incentivazione a quelle costituite da giovani e da donne) sarebbe capace di far ripartire il sistema produttivo-commerciale dell’Italia. E poi, con calma, senza svendere, dismettere il patrimonio pubblico inutilizzato, per abbattere parte del debito pubblico. Il suo ammontare è, infatti, insostenibile. 
Il debito pubblico pari al 120% del PIL è, infatti, come una sindrome da mancanza di difese immunitarie: crea tempeste anche con un leggero soffio di vento. 
Vito Schepisi

21 gennaio 2012

Le "tasse occulte"

RAGIONIAMO UN PO’!
Monti rivolto agli italiani ha detto: “Vi tolgo le tasse occulte”.
Cacchio, ho pensato! … ma ora ci vuole l’applauso?
Sono un tipo difficile, però! Qualcuno direbbe un rompimaroni! Non mi accontento mai!
Subito prendo biro e carta e provo a fare due conti.
Da dove cominciamo?
Dalle banche? Dai servizi? Dai taxi? Dai giornalai? Dalle tariffe? Dai crediti delle imprese verso lo Stato? Dalle medicine? Dal provvedimento per lanciare le ferrovie di Montezemolo? Dai benzinai? (il costo del carburante è determinato da: accise per il 52%; costo del greggio per il 38%; lavorazione, trasporto, spese di distribuzione, aggio per i benzinai per il restante 10%, cioè circa 17 centesimi) Dai notai? Dalla scatola nera da montare sulla mia autovettura? Dall’abolizione delle tariffe minime e massime dei professionisti? Dalla separazione di Snam da Eni per la fornitura del gas? Dai giovani che mettono su una srl senza capitali di rischio? (con quali soldi?) Dal tentativo estorsivo verso chi ci fornisce 3 canali televisivi gratuiti?
Sono ancora con questa benedetta biro in mano e con il foglio ancora bianco.

MA DOVE CAZZO SONO QUESTE “TASSE OCCULTE” CHE MONTI MI HA TOLTO?

Le liberalizzazioni vanno anche bene. E’ importante stabilire per principio che si possano sciogliere quei vincoli che impediscono le iniziative dei privati e l’elasticità delle gestioni.
Si è aperta una breccia nel circuito chiuso della burocrazia e delle caste. Per ora, però, il profilo è rimasto molto basso. Sembrano più favori ad alcuni e vendette per altri. Ci vorrebbe sempre maggior coraggio e più equità.
Liberalizzazione vuol dire anche elasticizzare il mercato del lavoro e tagliare il fardello burocratico che mozza le gambe alle piccole imprese, tartassate e oberate da migliaia d’incombenze. La normativa (con le scadenze quasi sempre collegate ai pagamenti) cambia giorno per giorno, rendendo necessario un aggiornamento costante. Un impegno che per i piccoli imprenditori è impossibile da seguire, senza dover abbandonare il lavoro d’impresa. E, già in sofferenza per la crisi finanziaria, con la cassa a rosso per il calo della domanda e per la riduzione del fatturato, le piccole imprese devono anche sobbarcarsi i costi dei consulenti. Ma per queste cose non ci sono liberalizzazioni!?
E non ci sono liberalizzazioni per le aziende gestite dalla politica, soprattutto negli enti locali.
Monti ha tenuto ad informarci, però, che ora si passerà (ma Passera si scrive con l’accento sulla “a” o no?) alla terza fase … quella dei tagli!
Può apparir strano … ma l'opzione tagli resta per ultima. Come quelli che dicono sempre ... da domani!
Chissà perché?
Vito Schepisi

22 luglio 2011

I soliti raffinati prestigiatori

La politica, quando si adatta a ricercare un luogo comune, su cui scaricare le responsabilità da addossare ai propri avversari, diventa banale e meschina come la disputa di una bega condominiale. L’ultima menata è quella di Fini, alla cerimonia del “Ventaglio” alla Camera, quando parlando del distacco tra i cittadini e la politica si è soffermato sul sistema elettorale, auspicando l’adozione di uno nuovo.
E’ la stessa circostanza in cui il Presidente della Camera si è soffermato sui costi della politica ed ha anticipato un piano, da qui al 2013, di risparmi nel bilancio di Montecitorio per 110 milioni di Euro. La “manovra” della Camera, però, indirettamente l’aveva già fatta il Governo con la riduzione dei vitalizi e delle pensioni, in questo caso rispettivamente per gli ex parlamentari e per gli ex dipendenti, a chi percepisce oltre i 90.000 euro, e con il blocco del turn over. Quella dell’Ufficio di Presidenza della Camera è ben poca cosa, se limitata alla disdetta dei contratti di fitto per Palazzo Marini (di là a venire alla scadenza), alla chiusura di uno dei ristoranti interni a Montecitorio e ad una sforbiciata alle spese per la comunicazione, l'informatica e l'autorimessa.
Tutte cose che … “faremo” … mentre è già operante alla Camera l’aumento del 3,2% delle retribuzioni, scattato a fine giugno per l’adeguamento alla produttività, al contrario del Senato che l’ha congelato.
Quella del Presidente della Camera sulla riforma elettorale costituisce, pertanto, benché non se ne ravveda il bisogno, solo una nuova menata al rilancio del veleno politico. Non c’è, infatti, niente di nuovo da quel fronte, neanche per fare futuro, mentre ci sarebbe da osservare che non è la legge elettorale che cambia le cose.
Di sistemi elettorali ne abbiamo provati già tanti, senza modificare l’andazzo della politica e, a ben guardare, quest’ultimo sistema, benché con tante lacune, è anche migliore degli altri: ha eliminato, infatti, le preferenze che sono state un elemento di grande disturbo per la questione morale e che hanno sempre agito come moltiplicatore della corruzione. Anche l’ex assessore pugliese Tedesco era lì, e a quell’assessorato che gestiva il 75% delle risorse economiche della Regione, in ragione del peso “politico” delle sue preferenze.
Non è proprio esatto il pensiero di quanti sostengono che l’attuale sistema di preferenze-nomine adottato dai partiti finisca col togliere la facoltà di scelta degli elettori. Questi ultimi, infatti, scelgono soprattutto i programmi e ripongono la fiducia in una proposta politica. Per favorire la democrazia, perché sia rispettata la volontà degli elettori, sarebbe invece opportuno rafforzare la facoltà, per chi vince le elezioni, di portare a compimento le proposte programmatiche su cui i partiti si sono impegnati. A tal fine sarebbe cosa buona e giusta se un’eventuale nuova legge elettorale fosse inserita in una scelta complessiva di riforma dello Stato. La scelta degli uomini - che sia attraverso le primarie o i collegi uninominali (certamente da preferire perché le primarie come si è visto sono manipolabili) - sarebbe un aspetto secondario rispetto alla governabilità che è il fine essenziale da raggiungere.
Non sarebbe male, anzi sarebbe il tempo, che anche all’Italia fosse consentita una svolta di libertà di democrazia e fosse garantita, così, nella sostanza la sovranità popolare. Sarebbe ora di passare finalmente, da un sistema burocratico, controllato dai partiti e dalle caste, attraverso diversi livelli di veto, a una democrazia compiuta d’impronta moderna e liberale.
Con la Riforma dello Stato (seconda parte della Costituzione) avrebbe senso anche una riforma elettorale. Il fine dovrebbe essere quello di rendere più snello, trasparente ed efficiente tutto il sistema della rappresentanza democratica del territorio e soprattutto di rendere efficace e più diretta l’azione del governo e, infine, individuabili le responsabilità delle scelte fatte e di quelle non fatte. E’ giusto che un giudizio democratico degli elettori avvenga anche su ciò che non si fa, senza che ci siano giustificazioni legate all’agibilità procedurale delle soluzioni politiche proposte: è meglio un governo che fa male, se poi è mandato a casa per i suoi errori, che un governo che non fa.
Con una nuova legge elettorale, la facoltà di scelta (preferenze), poi, sarebbe ugualmente sottratta agli elettori dall’azione dei partiti che avrebbero comunque la facoltà di privilegiare la visibilità di chi vogliono. La reintroduzione delle preferenze rafforzerebbe piuttosto la partitocrazia, perché favorirebbe sia le frammentazioni parlamentari in gruppi di pressione politica e sia le cordate di lobby affaristiche. Chi ha più preferenze di solito impone ai partiti una maggiore visibilità nelle istituzioni, a prescindere dalle capacità personali, e soprattutto dai modi con cui le preferenze sono state ottenute. Varrebbero così più le potenzialità clientelari che le qualità morali.
Chi è onesto sempre e comunque, infatti, come si sa, non è mai simpatico a tutti.
Vito Schepisi

15 settembre 2010

Se tagliassimo ...


Se tagliassimo del 20% le spese degli enti locali, dalle comunità montane alle Regioni, ed eliminassimo le province, lasciando solo, ad esempio, quelle delle città costituite come aree metropolitane, con gli organismi rappresentativi composti da amministratori dei comuni che ne fanno parte e senza assessorati e complesse organizzazioni burocratiche?
E se tagliassimo i consigli d’amministrazione di tutte le municipalizzate, di tutti gli enti statali e parastatali, di tutte le asl, di tutti gli enti di Stato, sostituendoli con organismi più snelli ma soprattutto con i giusti compensi, tali da non recare offesa all’impegno di altri che, a parità di titoli, di professionalità e di tempo impiegato, guadagnano enormemente di meno?
E se ancora tagliassimo i tanti privilegi di tante categorie di lavoratori, gli automatismi di carriera, le tante nomine a dirigenti e le tante promozioni a fine carriera per alzare la pensione, Presidenti di Corte Costituzionale compresi, e tagliassimo un po’ di quella mentalità di usare lo stato come una variante della cassa integrazione guadagni, ovvero come un grande ammortizzatore sociale che trasforma il nobile principio del diritto al lavoro in un meno nobile diritto al salario?
E se pensassimo che la politica sia un diritto di tutti, ma che va esercitato da chi voglia porre il proprio impegno al servizio della comunità, ricevendone un compenso adeguato e tale da ricoprire i costi del suo esercizio, e da consentire, altresì, un tenore di vita dignitoso con un sistema di continuità nell’erogazione dei contributi sociali, tali da non procurare un danno economico alla maturazione, come per tutti i lavoratori ed i liberi professionisti, delle prestazioni previdenziali? E naturalmente abolendo le buonuscite ed i vitalizi?
Se insomma fossimo anche rimasti scandalizzati dinanzi alla notizia di un ex detenuto in attesa di giudizio, già Vice Presidente della Regione Puglia, arrestato qualche mese fa perché accusato di una storia di soldi e favori a luci rosse, ricevuti in cambio di appalti e forniture nella sanità pugliese, ed ora a piede libero in attesa del processo penale, che percepisce da subito e prima dell’età pensionabile un assegno mensile di 10.000 euro lordi, e che ha incassato, con un mandato di pagamento del 25 agosto 2010, firmato dal dirigente del Servizio Amministrazione e risorse umane della regione Puglia, una buonuscita di circa 400.000 lorde, pari ad un anno intero di stipendio, indennità comprese, per ogni legislatura fatta, che nel caso del dalemiano Frisullo sono state tre, e che è come lavorare (si fa per dire) per cinque anni ed essere pagati per sei ( come un Tfr pari al 20% per ogni anno)?
E se, infine, i cittadini italiani, magari chiamati ad esprimersi con un apposito referendum abrogativo, proibissero l’utilizzo di fondi pubblici per sponsorizzazioni di manifestazioni canore, sportive e teatrali? E se fosse interdetto alle amministrazioni locali di aprire sedi di rappresentanza all’estero ed in Italia, in regioni e comuni diversi da quelli amministrati? E se le macchine blu di ministri e amministratori fossero dotate di una scatola nera in cui venissero indicati tutti i tragitti effettuati e fossero controllati attraverso un registro degli impegni amministrativi e di rappresentanza degli aventi diritto? E se fosse proibito ricorrere a consulenze esterne in ministeri, enti pubblici e Comuni, regioni e province laddove esistono all’interno delle strutture appositi uffici con tanto di dirigenti e di personale pagati per assolvere questa funzione? E se fosse proibito ai ministri, ai manager di enti, ai Presidenti di Regione di far assumere personale al seguito per mansioni di consulenza, ufficio stampa e segreteria? E se tagliassimo almeno del 10%, ma anche di più, il personale degli enti pubblici e dei ministeri adottando il criterio dello sfoltimento progressivo ricavato dal pensionamento non reintegrato? E se tagliassimo i permessi sindacali e ponessimo le parti sociali dinanzi alla responsabilità civile per le azioni di protesta che travalicano il giusto principio del diritto di sciopero e della legittimità degli strumenti e della forma della protesta?
E se agli evasori fiscali sorpresi a non pagare le tasse su redditi accertati superiori a 20.000 euro l’anno, ad esempio, pari grosso modo alla paga lorda di un lavoratore di fascia bassa, ci fosse la denuncia penale d’ufficio, oltre a pesanti sanzioni amministrative?
Se tutto questo fosse possibile farlo in pochi anni, non potremmo pensare di ritagliare per l’Italia un suo futuro migliore per tutti e di poter far fronte alle carenze sociali e strutturali che ci affliggono e lenire le ansie nel stare, nei tempi delle congiunture economiche e delle crisi dei mercati, con il fiato sospeso a sperare che una ventata speculativa non ci travolga?
Vito Schepisi

09 giugno 2010

E' miope l'ostilità alla manovra



In altri paesi europei si preannunciano manovre economiche e tagli ben più dolorosi che in Italia. In Germania, la Signora Merkel intende tagliare nel pubblico impiego ben 15.000 posti di lavoro ed il saldo della manovra annunciata, per i prossimi 4 anni, ammonta alla considerevole cifra di 80 miliardi di Euro. Una misura oltre che tripla rispetto a quella prevista in Italia nei prossimi due anni.
In Spagna Zapatero ha tagliato gli stipendi nel pubblico impiego ed affronta le difficoltà del disavanzo della spesa pubblica rivedendo la spesa sociale. Cameron, neo primo ministro conservatore Inglese, al suo insediamento ha trovato un debito pubblico, ereditato dall’amministrazione uscente del laburista Gordon Brown, ben più largo di quanto previsto, ed annuncia anche lui tagli e manovre lacrime e sangue.
Della Grecia, punta dell’iceberg della crisi che ha colpito sia i mercati finanziari europei che la stabilità della nostra moneta unica, sappiamo dei sacrifici e dei tagli, pur in presenza di condizioni di vita già disagiate e di un tessuto sociale dominato da marcati contrasti tra i tanti privilegi ed i tanti bisogni.
Inesorabilmente emergono tutte le difficoltà di un’euforica politica di allargamento dell’Europa, conseguita senza molta prudenza, senza una rigorosa stabilizzazione dei regimi economici e, soprattutto, senza tener conto del tenore di vita dei cittadini di quei paesi. La domanda più frequente è, infatti, quella del come sia possibile che, in stati in cui il salario medio è di circa 200 euro mensili, le popolazioni possano sopportare i costi di un mercato che diventa sempre più globale.
Anche l’Italia non sta messa bene. La sua spesa pubblica nel 2009 ha assorbito il 52,5% del pil. Il deficit di bilancio è stato del 4,7% del prodotto interno lordo, ed il debito pubblico complessivo si avvicina a 1.800 miliardi di Euro. Anche l’avanzo primario (lo sbilancio tra entrate ed uscite al netto degli interessi sul debito) dopo 18 anni di ininterrotto segno positivo, nel 2009 è andato in negativo dello 0,6% del pil.
La recessione ha colpito duro e, riducendo il totale della produzione e dei ricavi, ha accentuato l’incidenza della spesa complessiva dello Stato e degli enti locali. E’ da prendere atto che uno Stato funziona in modo un po’ diverso da un’azienda. Al contrario di un’impresa privata, quando c’è crisi e le aziende, per mancanza di domanda, mettono i lavoratori in cassa integrazione, lo Stato interviene con gli ammortizzatori sociali che invece incidono inevitabilmente sulla spesa. Lo Stato subisce un doppio danno: minori introiti sul fatturato, sugli oneri e sui redditi, e maggior spesa per far fronte alle tensioni sociali.
Se un privato, già al primo sentore di difficoltà dei mercati, taglia le spese, ad esempio sul lavoro, per le materie prime, per l’innovazione e gli investimenti, non altrettanto può fare lo Stato. Se lo facesse, innesterebbe un circuito negativo più ampio e di lunga durata, perché minerebbe sia la stabilità sociale che le opportunità di crescita, relegando il Paese al sottosviluppo. L’azione di un Governo in tempi di crisi è delicata ed impopolare e meriterebbe maggiore comprensione e responsabilità.
Può sembrar strano, ora, che l’Italia non sia tra i paesi a rischio più immediato di disastro economico. Come per tutte le cose, però, anche per questa c’è una spiegazione. E la ragione sta nel fatto che i governi, almeno negli ultimi 10 anni, hanno mostrato una reattività positiva ai pericoli di ulteriore indebitamento. Il Trattato di Maastricht è stato bene o male rispettato ed il disavanzo primario è stato sempre di segno positivo. Il debito complessivo, in definitiva, aumenta solo per effetto dei costi degli interessi sul debito pregresso. C’è, insomma, un fattore Italia che regge, anche a dispetto della crisi di incomunicabilità politica del Paese.
Questi i fatti. Valutiamo ora i comportamenti. Si dice che l’opposizione deve fare sempre il suo dovere, ed il suo dovere sarebbe quello di opporsi. Ma non è essenziale che sia sempre così. Qualora, infatti, si volesse che tutti debbano assumersi le proprie responsabilità, l’opposizione di sinistra dovrebbe prendere atto che le criticità del Paese rivengono dai periodi delle politiche consociative in cui si utilizzava la spesa pubblica come diversivo alle regole ed alle scelte di mercato. E qualche grossa responsabilità la sinistra ce l’ha!
Epifani leader del sindacato di sinistra accusa invece i leader di Cisl ed Uil di “subalternità verso le scelte dell’esecutivo". Bersani va ben oltre il ruolo legittimo dell’opposizione parlamentare: vuole mobilitare il Paese. Dalla riunione della consulta economico-finanziaria del PD emerge, infatti, la volontà del segretario di indire per il 19 giugno una mobilitazione generale contro la manovra del Governo “per un’altra politica economica”. Ed a noi piacerebbe conoscere quale e, se possibile, corredata da schemi e dati di fatto.
Vito Schepisi

31 maggio 2010

Metà manovra ce la siamo giocata



In tanti avevamo sperato che i provvedimenti per limare gli eccessi di spesa dei conti pubblici, anche se non risolutivi, non sarebbero stati l’ennesimo atto della solita commedia italiana. La stessa che, per opportunismo o per troppa mollezza, se non per furbizia, ci ha portati ad essere un esempio negativo nel mondo. Ce lo diciamo da troppo tempo che per impegno, determinazione, coraggio, lungimiranza e chiarezza avremmo bisogno di più estesa tensione morale, di più responsabilità politica e di maggiore spirito nazionale.
E’ accaduto che le manovre di macelleria sociale, anche nel recente passato, con Prodi, sono state adottate nell’indifferenza del Capo dello Stato. Ma se si tagliano gli stipendi, ai magistrati ed ai burocrati, da 80 mila Euro l’anno in su, sembra che per firmare a qualcuno tremi la mano.
Quando la barca rischia di affondare per troppo peso, si getta a mare la zavorra e tutto quanto sia di poca utilità o che renda instabile e non più manovrabile l’intera imbarcazione. Meglio perdere il carico, fosse anche costituito da lingotti d’oro e da oggetti preziosi, che perdere, con lo stesso carico, la nave e la vita. Meglio le rinunce di oggi che il rischio di pagare domani un prezzo ancor più insopportabile. E se si parla di zavorra o di “gemme” e di oggetti “preziosi” inutili, e poi di magistrati e burocrati, l’accostamento non deve mai considerarsi solo e sempre casuale.
Il Governo, le parti sociali, i vari ministeri, i magistrati, i partiti, i gruppi interni ed il Presidente della Repubblica diventano troppi filtri per un provvedimento di sacrifici e di responsabilità politica. Troppi per un intervento con le cesoie che doveva scontentare un po’ tutti, ma che dovrà anche servire a raccogliere risorse certe e visibili.
Tutti hanno le loro ricette, spesso fumose. Tutti rimandano, però, la palla nel campo avversario. Idee concrete? Nessuna! Tra i suggerimenti, solo i soliti: il primo è la lotta all’evasione fiscale, che è un coro di tutti, di politici e di gente comune; il secondo è il taglio ai costi della politica, che è invece un coro della sola gente comune. Ma quando occorre realizzare non valgono i buoni propositi e gli impegni a lungo termine. Gli effetti dei tagli devono essere, invece, immediati. L’effetto della riduzione della spesa deve essere più a portata di mano ed immediatamente percettibile.
Un intervento finanziario di un Paese della Comunità Europea, oltre che produrre effetti pratici sui conti, contribuisce a riflettere la fotografia politica dello stesso Paese, e serve anche a ridare slancio e fiducia alle istituzioni monetarie della Comunità. Con l’immagine e con gli atteggiamenti delle diverse parti (maggioranza, opposizione, istituzioni, parti sociali, funzioni dello Stato etc.), benché nei ruoli e con i toni diversi, l’Italia fornisce, pertanto, un quadro complessivo di maggiore o minore coesione nazionale, oltre che di complessiva responsabilità politica ed istituzionale.
Un Paese non sta in Europa, e non adotta la sua moneta unica, perché è governato dalla destra o dalla sinistra, o perché ha un sistema di democrazia rappresentativa di un tipo anziché di un altro, ma perché vuole concorrere ad una politica di stabilità e di crescita comune. In caso contrario sarebbe incoerente. Ma per stare seriamente in Europa è opportuno che nei paesi della Comunità si formi una coscienza complessiva che vada oltre il confronto politico interno. E’ indispensabile l’impegno di tutti i soggetti interessati perché si rispettino i trattati e le regole comuni adottate. Le tensioni politiche vanno, invece, lasciate a casa.
Ciò che sta succedendo in Italia, invece, per una manovra ritenuta da tutti indispensabile, non è affatto una buona risposta ai mercati, né alla credibilità del Paese e neanche ai partner europei. Non rende affatto l’idea di voler fare sul serio. A parità di flussi economici realizzabili per il riequilibrio dei conti italiani, una metà manovra ce la siamo già giocata come effetto e come barriera psicologica da opporre alla speculazione. Continuiamo, cioè, a farci del male da soli. C’è purtroppo ancora un’Italia masochista. Permane la vecchia cultura ideologica del tanto peggio, tanto meglio. Viene da pensare che chi lo fa stia troppo bene! Nevvero Epifani, Palamara, Bersani, Napolitano, Di Pietro?
La Grecia, Il Portogallo, la Spagna non sono solo paesi vicini all’Italia nell’area mediterranea dell’Europa, ma sono vicini al nostro Paese per l’uso che è stato fatto in passato della spesa pubblica: un serbatoio a cui attingere per risolvere le tensioni sociali, un fondo senza fine che hanno sempre pagato le famiglie dei lavoratori ed i risparmiatori con l’inflazione e che salderanno le generazioni future.
Ora, però, questo giochetto è finito. I consociati di una volta (partiti, parti sociali, istituzioni, burocrati, banche, finanza e caste), per evitare il fallimento del Paese devono essere fermati. In Italia, come e forse più che in Grecia, Spagna e Portogallo il debito pubblico ha finanziato gli abusi, i partiti, la corruzione, i privilegi e le mafie. Nessuno, a questo punto, può pensare di farla franca dinanzi a 1800 miliardi di debito pubblico. E la sinistra ha le responsabilità maggiori, e non ha alcun titolo per chiamarsi fuori.
Vito Schepisi

26 maggio 2010

Manovra necessaria ma non coraggiosa



Sulle reazioni alla manovra, niente di nuovo. Epifani ha detto ciò che si pensava che dicesse, Il Presidente della Conferenza delle Regioni Errani, altrettanto, Di Pietro ha aperto la bocca per chiedere, anche ieri, le dimissioni di Berlusconi e Bersani sembra tanto Gino Bartali col suo “è tutto da rifare”. Casini, invece, sospende il giudizio, richiama le parole del Presidente Napolitano e chiede di pensare alle famiglie.
Tutto come da copione!
Cerchiamo d’esser seri, però, se ci riesce. La manovra da 24 miliardi di Euro in due anni contiene cose scontate. I provvedimenti approvati dal CdM, per lo più, erano già sulla bocca di tutti da qualche settimana. Lo erano almeno da quando la speculazione, traendo spunto dalle difficoltà dei conti pubblici della Grecia, ha preso d’assalto l’Euro e le borse dei paesi che adottano la moneta europea.
Gli interventi della Commissione Europea, quali il sostegno alla Grecia con l’erogazione di un prestito che consentisse al paese di Socrate e Platone (come è stato rilevato da Prodi e compagni in occasione del suo ingresso tra i paesi dell’Euro) di onorare gli impegni finanziari in scadenza, e la costituzione di un fondo che servisse a fronteggiare l’urto speculativo degli “squali” dei mercati, si sono mostrati utili, anzi utilissimi, ma non sufficienti.
Gli altri provvedimenti di singoli paesi, come quello solitario della Germania di impedire la trattazione dei titoli allo scoperto, sono risultati inefficaci, se non dannosi. E’ buona, invece, l’idea di un’agenzia di valutazione del debito di matrice europea, fuori dal controllo della speculazione, ma sarebbe inefficace se il debito pubblico in Europa, nella sua globalità, non dovesse scendere. Meglio, infatti, intervenire sulle cause che mitigarne gli effetti.
Ogni Stato europeo, per fronteggiare l’assalto, deve fare la sua parte. E deve farla subito, prima che gli attacchi speculativi, come è successo per la Grecia, uniscano al danno altro danno.
Da questa crisi emergono almeno due segnali di criticità per la moneta unica europea e per riflesso per i mercati finanziari. Una può essere risolta con un coraggioso impegno politico e coi sacrifici dei cittadini, ma l’altra, al momento irrisolvibile, non è meno importante.
E’ evidente che la prima delle criticità, la risolvibile, è quella che mette in discussione il ricorso al debito pubblico per finanziare sia gli investimenti che il sistema sociale degli stati europei. Va bene il debito utilizzato per gli investimenti, quando funge da leva per produrre ricchezza, meno bene, invece, quello contratto per sostenere l’onere dei servizi e della spesa sociale. Sotto la lente d’ingrandimento per il debito pubblico, ora, sono quasi tutti i paesi europei, anche quelli politicamente ed economicamente più solidi. La recessione ha messo a dura prova il sistema finanziario di molti paesi. Molte banche hanno rischiato la chiusura. L’Italia, per fortuna, è rimasta quasi indenne da questo pericolo, ma sul fronte del debito aveva già problemi di suo.
L’altra criticità riviene dal fatto che alla moneta europea manca un riferimento diretto coi mercati mondiali delle materie prime. Per intenderci manca quell’aggancio, come l’ha il dollaro, al mercato internazionale dei rifornimenti primari al sistema produttivo, come il petrolio, ad esempio.
Se l’Euro fluttua la partita è tutta finanziaria. Se la moneta europea perde valore rispetto al dollaro, serviranno più Euro per l’acquisto della materie prime. E qualora, per effetto dei cambi, si creino vantaggi per la collocazione dei prodotti europei sui mercati, succede che i paesi coinvolti adottano misure protezionistiche, come accade spesso negli Usa. In teoria la fluttuazione dell’Euro può essere utilizzata producendo enormi guadagni speculativi, pur mantenendo invariati i flussi di mercato sulle materie prime. Che pacchia, ad esempio, per gli sceicchi, padroni del petrolio, che ricavano dollari che utilizzano sui mercati europei per comprare, a prezzi stracciati, pezzi di territorio e partecipazioni industriali!
Ma torniamo all’Italia ed alla manovra. C’è da rilevare che, rispetto alle dimensioni degli interventi di altri paesi europei, e se rapportato al debito pubblico estremamente elevato, il coraggio italiano si è rivelato abbastanza timido. La manovra risente di un clima politico difficile, ma soprattutto di molta preoccupazione per la coda della crisi recessiva. In una fase di lenta crescita della produzione industriale è, infatti, da evitare che la riduzione della spesa finisca col comprimere la possibilità di dar respiro ai consumi, penalizzando così la stessa ripresa e l’occupazione.
Ciò che manca nel piano del Governo è un taglio più deciso delle spese e soprattutto appare carente lo spessore strutturale delle misure. Se analizziamo la manovra, consistente in tagli, risparmi ed entrate per 12 miliardi ad anno per i prossimi due, e se dall’altra parte, ad esempio, ci si sofferma sul costo per interessi del debito pubblico pari a circa 70 miliardi di Euro ad anno, si capisce che il discorso sul debito pubblico e sui tagli non si chiuderà qui. Se non arriverà la ripresa, e se non aumenteranno le entrate, sarà sempre più difficile contenere la spesa senza adottare ulteriori tagli. Molto difficile!
Vito Schepisi