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29 aprile 2017

Messi male, anzi malissimo



Cinque regioni italiane, tutte del mezzogiorno (nell'ordine: Calabria col 23,2%; Sicilia, col 22,1%; Campania, col 20,4%; Puglia, col 19,4%; Sardegna, col 17,3%) hanno fatto registrare nel 2016 un tasso di disoccupazione superiore al doppio della media europea dell' 8,6%.

Strano che questa notizia - così rilevante per le riflessioni su quanto siano state fallaci le politiche per lo sviluppo economico, da Monti in su, e quanto siano stati mal utilizzati gli incentivi dei fondi europei per riequilibrare alle medie dell'Unione le aeree disagiate - non sia stata diffusa con la dovuta rilevanza sui giornali e nei TG, così attenti invece a registrare ogni fil d'alito che passa dalle bocche del serraglio PD.
Si parla sempre di colmare il divario Nord Sud, ma con questi dati, il divario cresce.
Si continua, invece, a pagare a peso d'oro manager pubblici, iperburocrati, pensionati stellari, intoccabili in toga, servi e guitti televisivi.

Non è che le altre regioni italiane stiano tanto meglio, cosa che si percepisce anche a vista, nonostante i proclami del raggiunto benessere della flottiglia dei traghettatori di chiacchiere, che ci ritroviamo in contemporanea alla flottiglia dei traghettatori di immigrati che fanno la spola dall'Africa all'Italia, arricchendo le mafie e le organizzazioni che gestiscono l'accoglienza.
Gli extracomunitari cercano lavoro in Italia (negli altri paesi europei hanno chiuso le frontiere ed eretto muri). Un lavoro che invece non c'è.

L'Italia è in gravi difficoltà.
Non solo il debito pubblico aumenta, ma sono le imprese italiane che sono in difficoltà: non assumono, licenziano. Gli investimenti sono fermi e tutto ciò che una volta era l'orgoglio del Paese, i suoi marchi e la sua qualità, è passato in altre mani. La grande industria ha delocalizzato la produzione, tra qualche giorno anche l'Alitalia rischierà di saltare, e nel contempo le città si popolano di immigrati che si arrangiano in tante maniere, non sempre lecite e non sempre tollerabili.

Siamo messi mali.
Aumenta tutto: il debito, la disoccupazione, le tasse, gli immigrati da mantenere, i disagi, il degrado, la sporcizia, il costo della vita, le tariffe. Diminuiscono invece le imprese, gli investimenti, i servizi ai cittadini, i redditi, la spesa sociale, il lavoro e il tasso di natalità degli italiani.

Tra le regioni con la disoccupazione che supera il doppio della media europea c'è anche la Puglia, una volta la California del sud. La Puglia "migliore" di Niki Vendola e di Emiliano, piegata sui suoi fallimenti, con il 19,4% di disoccupazione generale e con quella giovanile che supera il 60%.
Una catastrofe!
Un fallimento costruito su scandali, abusi, miopie e altre narrazioni, ma la Puglia in compenso (sic!) ha un festival del Cinema (a spese dei pugliesi) che non si fila nessuno, lasciato in eredità da Vendola, assieme ad una foresta di pale eoliche su cui mai nessuno (per sapere quanto sono costate, chi ha pagato e chi guadagna) ha messo il naso, tanto meno sui business che ha sviluppato.
La Calabria, la Sicilia, la Campania e la Sardegna, tutte con un tasso di disoccupazione che ha doppiato la media europea, hanno altri problemi che girano attorno alle stesse questioni e agli stessi profili politici.

In Italia si è persino scoperto che sono le ONG, finanziate anche dal Governo, che fanno la spola per trasportare sempre più immigrati in Italia.
Tutto a spese del contribuente.
Santo lo devono fare! Santo subito! San Contribuente, con una manifestazione religiosa alla presenza di Papa Francesco in Piazza San Pietro, e una manifestazione civile in Piazza Colonna con l’intitolazione di una statua da porre dinanzi a Palazzo Chigi, con Matteo Renzi padrino e Maria Elena Boschi madrina che tirano giù il drappo tricolore, scoprendo la statua del contribuente italiano, nudo, come l'Aretino Pietro, con una mano davanti e l'altra dietro.

Nel 2017 sono previsti 250.000 nuovi immigrati in Italia.
E' come se alle città italiane se ne aggiungesse un'altra della grandezza di Verona che è la dodicesima per numero di abitanti.

Per il futuro che sta diventando sempre più presente, c'è chi avrà pensato all'Italia come ad un enorme campo profughi europeo. Una nuova lucida follia neonazista, con la regia dei flaccidi euroburocrati, deve aver pensato all’Italia come al Paese ideale per un grande ghetto: di fronte ai luoghi di partenza dell'Africa; circondato dal mare e chiuso da una fitta catena montuosa. Ci sarà anche chi attingerà per la manodopera a basso costo.
E un domani, se dovessero sorgere problemi, la Germania per tutti penserà al da farsi, ha esperienza, forse suggerirà la decimazione, l'asfissia col gas, l'annientamento, italiani sopravvissuti compresi.
 Vito Schepisi

07 novembre 2013

Il nostro futuro? Proviamoci con l’eresia


EPolis del 7.11.2013

LA BARI CHE PENSA...
C’è la Bari che pensa e vuol fare. Il nostro dibattito non si arresta e oggi si arricchisce del contributo di Vito Schepisi, coordinatore dei gruppi di lavoro Rinasci Bari.  

Ciò che non manca al Sud è la fantasia. A Bari e in Puglia sono nati laboratori politici, rilanciati poi sul territorio nazionale, che volgevano lo sguardo su scenari e strategie politiche, su aperture storiche, persino su strane convergenze e cambi di maggioranze in corsa. Né è mancata la fantasia d’immaginare per Bari una Città che non c'è, o di volerne cambiare abitudini e vocazioni, facendo e disfacendo per gli interessi di pochi. 
Rispolverare Voltaire, però, e il suo Zadig, come fa Palmisano, significherebbe dare alla comune furbizia, o alle stesse lagnanze, un valore più ampio di ciò che non hanno. Non è solo l’intolleranza delle classi agiate e non è solo l’isolamento di chi si trova chiuso e tenuto distante da una classe dominante cinica e impenetrabile. A Bari è anche l’esatto contrario: spesso sono le classi agiate e parassitarie che, per furbizia e mancanza di scrupoli, si pongono nella cordata dei mestieranti di turno. Manca l’autonomia di pensiero e, se l’individuo trova spazio alla sua genialità solo al servizio di chi organizza e manovra gli strumenti per la conquista del potere, diventa una questione d’indifferenza alla libertà. 
John Locke, nella prefazione al Saggio sull'intelletto umano, scrive: “… essendosi cinque o sei amici miei riuniti nella mia stanza a discutere di argomenti molto diversi dal presente soggetto, ben presto ci trovammo in un vicolo cieco, e dopo aver fatto alquanti sforzi senza con ciò progredire verso la soluzione, a me venne il sospetto che avessimo adottato un procedimento errato; e che prima di applicarci a ricerche di quel genere, fosse necessario esaminare le nostre facoltà e vedere con quali oggetti il nostro intelletto fosse atto a trattare e con quali invece non lo fosse”. 
Oggi i più non si pongono domande e il conformismo interessato sta demolendo il futuro. L’intelletto è parcellizzato. Senza la cultura della libertà, manca chi scuota le coscienze in nome dei principi di giustizia e dignità. Il coraggio dei pochi confligge contro una classe dirigente che parcellizza le professionalità. Si perdono di vista i bisogni, e c’è disinteresse per il futuro e per le nuove generazioni. 
Sarebbe antistorico immaginare Bari senza la sua operosità commerciale e folle immaginarla, Città Metropolitana e Città Regione, tagliata fuori dalla centralità dei trasporti. E’ già un delitto osservare Bari priva di un terminal container e senza una gestione strategica del suo porto turistico, scalo di un milione di croceristi. I fatti di cronaca in Città ci parlano, ancora, di burocrazia ottusa che scarica il suo nervosismo su un bar del centro o sui venditori di sgagliozze e di caldarroste. Bisognerebbe invece finirla con il sistema medioevale delle istituzioni usate contro i cittadini. 
Desirèe Digeronimo, citando Rousseau, scrive di un “patto sociale” per il bene comune, ma occorrerebbe prima che la Città si chieda cosa voglia essere o diventare: se riprendere a essere una città dei commerci, di cultura e di terziario, o se cambiare. E con cosa? Le centralità devono tornare a essere sviluppo e lavoro. Bisogna dirlo. Sono le imprese che possono generare occupazione e ricchezza. Oggi, però, le imprese sono vessate dal fisco e dalla burocrazia. 
All’intelligenza, all’inventiva, alla creatività ed alla progettualità, che hanno già permesso in passato di costruire una grande città, si deve unire un sistema di “burocrazia amica”, così definita in un Convegno dall’Associazione Rinascibari, un gruppo di “eretici” che un bel giorno, preso atto che non andava bene niente di ciò che c’era, si sono chiesti: Che cosa facciamo? Di che cosa parliamo? Per poi aggiungere: proviamoci con l’eresia! 
Vito Schepisi  
Coordinatore dei gruppi di lavoro di Rinasci Bari.

I precedenti interventi di Leonardo Palmisano, Annamaria Monterisi, Gianni Spinelli, Gianvito Spizzico, Eugenio Lombardi, Vitandrea Marzano, Desirée Digeronimo e Massimo Lupis sono disponibili integralmente sulla pagina Facebook di EPolis Bari mentre le edizioni del giornale possono essere scaricate dal sito www.epolisbari.com e dall’app per iPad. 

14 ottobre 2013

Letta sta portando l'Italia al collasso



Il Consiglio dei Ministri sta per presentare la legge di stabilità. Le polemiche, i moniti, gli aut aut, le mani in avanti si susseguono a ritmo più serrato man mano che ci si avvicina alla vigilia della presentazione.
Niente di diverso. Prima accadeva la stessa cosa con la legge finanziaria che, a differenza di quella attuale di stabilità, regolava le poste di bilancio, invece che le scelte economiche del Paese.
Dalle indiscrezioni sembra di capire che la legge per l’economia e la finanza italiana si muoverà attorno ad alcune questioni come:
- la trasformazione dell’IMU nella Service tax che sostituirà anche la Tares in una tassa unica sugli immobili, prima o seconda casa che siano, su aliquote che non si discosteranno dall’incidenza voluta da Monti per l’IMU del 7,6 per mille per la prima casa e del 10,6 per mille per le altre. Una patrimoniale mascherata che vedrà l’unificazione della tassa sulla proprietà degli immobili con quella sui rifiuti e sui servizi comunali, con la variante del coinvolgimento degli inquilini alla nuova imposta;
- la rivisitazione delle aliquote IVA. Sembra che sia allo studio l’aumento dell’aliquota, su alcuni beni di consumo, dall’attuale minima del 4% a quella tutta nuova del 7%. Non sono pervenute, invece, ipotesi di riduzione di quella massima del 22%, in vigore già dal primo ottobre di quest’anno per il “colpo di genio” di Letta che in Consiglio dei Ministri ha recitato da offeso;
- la riduzione selettiva del cuneo fiscale alle imprese che assumono e investono (ma quante tra le piccole e medie sono ancora in grado di farlo?) per un costo complessivo di 2,5 miliardi di euro; 
- la distribuzione in busta paga dei lavoratori, anche questa selettiva, di tasse per 150/250 euro l’anno per stimolare gli acquisti;
- il taglio su alcuni capitoli di spesa dei ministeri. (Si parla anche di sanità e le regioni sono in subbuglio. Vendola manda a dire al Governo che i tagli alla sanità sarebbero “inaccettabili”. Lo stesso Vendola che ha consentito che sotto la sua gestione si sperperassero due miliardi di Euro. Una faccenda con responsabilità penali ancora tutte da definire, ma con “responsabilità” finanziarie già addossate ai contribuenti pugliesi;
- rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e alcune misure di stimolo alla crescita economica, come la deducibilità del costo del lavoro ai fini dell’IRAP.;
- Allentamento del patto di stabilità degli enti di governo locale con adeguamento alla capacità di spesa creata ai comuni con la “Services tax”.
Saranno sufficienti le misure su esposte a ribaltare le difficoltà economico-finanziarie dello Stato?
Rispondere di si vorrebbe dire solo continuare a prenderci in giro.
L’Italia con queste misure nel 2014 si troverà a navigare in un mare ancora più tempestoso di quello attuale.
Si vuole ancora nascondere al cittadino la gravità della cosa. L’Italia, progressivamente, perde pezzi d’impresa e di lavoro. E’ un’emorragia che non accenna ad arrestarsi perché si pensa di fermarla con interventi superficiali, perché non si ha il coraggio di dire ciò che in Italia non va.
Finché si penserà di coprire le spese aumentando le entrate, non sarà possibile discostarsi dalla discesa verso il baratro.
Vanno fermate le spese. 
Il nostro è un Paese che per pagare solo gli interessi sul debito e per la spesa energetica, fuori dai nostri confini, spende quasi quanto le intere entrate irpef dei lavoratori dipendenti.
E’ in moto un processo maniacale che ci sta portando al collasso. Molti lo sanno, ma lo nascondono. Tra un po’, però, non sarà più possibile nascondersi dietro un dito.
Letta basta a giocare! Lei fa come il prestigiatore che all’angolo della piazza fa il gioco delle tre carte. Carta che vince e carta che perde. Ma è pazzesco! Renzi fa le battute e Alfano fa finta di arrabbiarsi. Sulla nostra pelle! O sono tutti pazzi o non hanno capito una mazza.
A questo punto non bastano più le forbici, ci vuole la scure. Tagliare, tagliare, tagliare. Altro che resistere, resistere, resistere. Tagliamo le regioni, ad esempio. Le regioni sono la fonte più proficua del malaffare. Per la spesa sono pozzi senza fondo.
Pensiamo ad una architettura costituzionale della democrazia rappresentativa più snella e più parsimoniosa in cui le autonomie siano attente ai servizi sul territorio, ma con un sistema di controllo sulla congruità della spesa.
Il governo delle larghe intese poteva avere un significato se fosse stato usato per due cose: adottare le misure impopolari, prima di trovarsi fuori tempo massimo, e fare le riforme (Giustizia, Stato, Lavoro).
Doveva portare alla pacificazione sociale, invece ci ha regalato il “ricatto” del PD sulla responsabilità di tenere forzatamente in piedi un Governo d’incapaci. 
Vito Schepisi

21 luglio 2012

Il Governo in confusione



L’impressione che si ha è che il governo sia in confusione. 
Nei giorni scorsi nella compagine governativa è emersa la proposta di sopprimere gli aiuti alle imprese, per destinare quei fondi alla riduzione del cuneo fiscale. La questione è stata accantonata perché il Governo pensa che i tagli debbano, invece, servire per evitare l’aumento dell’IVA. 
Gli aiuti di Stato alle imprese, però, sono stati cancellati. Sono fuori dal “Regolamento” europeo e sono sanzionati. Ciò che è ancora consentito è il sostegno alle PMI per gli investimenti in tecnologie e formazione. Pensare agli sgravi fiscali e rinunciare a ricerca, formazione e innovazione non mi sembra una soluzione equilibrata per favorire lo sviluppo.
Ciò non toglie, però, che la pressione fiscale sia insostenibile. Nessun Paese può pensare alla crescita, con un carico fiscale di questo tipo; mentre nessuna attività produttiva può pensare di svilupparsi contando sui consumi delle famiglie gravate da un eccessivo prelievo fiscale. 
Eppure la pressione fiscale deve allentarsi. 
Eppure il debito pubblico deve essere fermato. 
Eppure gli investimenti sono necessari. 
Eppure l’occupazione è una spina nel fianco per la pace sociale. 
Eppure il divario nord-sud, soprattutto per i servizi, deve essere colmato. 
Eppure la crescita è un requisito essenziale per un sistema economico di libero mercato. Sono troppi gli “eppure”, ma anche troppa è la “fantasia” improduttiva del governo, dei partiti e delle parti sociali. 
Se un calcolo è sbagliato l’ingegnere non ci mette una pezza per mettere in sicurezza un edificio, perché sa che quel palazzo prima o poi cederà. La “fantasia” in certe cose serve a poco. Ci vuole saggezza, responsabilità e consapevolezza. L’edificio Italia ha moltissimi difetti di costruzione. La riprova ne è che sta cedendo. 
E’ strutturato male, ad esempio. Ad iniziare dall’organizzazione complessiva dello Stato. Concepito più per impedire al popolo di contare qualcosa, piuttosto che alla democrazia di prevalere imbrigliandola, per giunta, nella burocrazia ancora più oscurantista e feudale. Quale fantasia allora? 
Torniamo a sviluppo-fisco-lavoro. La questione non è soltanto nel reperire risorse per ridurre la pressione fiscale, per altro terapia necessaria, ma anche sollecitare gli investimenti nel “made in Italy”. 
Il mercato del lavoro deve essere liberalizzato, garantendo solo regole certe e giustizia, cautelando i lavoratori dagli abusi, non dalle strategie produttive. 
La riforma Fornero lascia, invece, le cose come stavano, anzi irrita ancor più chi nelle liberalizzazioni aveva sperato: non in quella delle farmacie e dei tassisti, vero falso problema e fumo negli occhi di stampo bersaniano. 
Questo Monti che si “coccola” e scimmiotta Bersani è inguardabile! 
Cosa c’entra lui (Monti) con le cooperative ed il loro sistema di sostituirsi alle libere attività produttive e commerciali, scontando misure fiscali agevolate? 
Questo Stato, però, così mal strutturato costa tantissimo. 
Solo la sanità subisce costi (per corruzione, inefficienze, disorganizzazione e sprechi) pari a 39 miliardi di euro l’anno. Ma quanto ci costa ancora tutto l’apparato burocratico dello Stato? Quanti dirigenti e manager sono messi là solo per meriti “politici” o per fare gli interessi delle lobbies? Quanto ci costa il controllo e l’intercettazione sistematica di milioni di cittadini italiani, e quanto i controlli leciti e illeciti dei servizi? Quanto ci costano le consulenze in Italia? Quanto le società partecipate che nel passato (e nel presente?) hanno creato fondi neri per finanziare e sostenere i “padrini” politici? Quanto le megalomanie, le spese di rappresentanza, gli sprechi e i lussi dei pubblici amministratori e dei manager pubblici? Quanto ci costano le leggi fatte male che creano lunghe disquisizioni legali per la loro interpretazione e tante abilità tecniche per aggirarle? 
Mi sarebbe piaciuto per un mese prendere il posto di Enrico Bondi per tagliare (anche le mani e le gambe figurativamente) le carriere di tanti inutili personaggi. 
Penso che in Italia sia possibile da subito tagliare spese per 50 miliardi l’anno. Una tale cifra messa integralmente a disposizione per l’abbattimento del cuneo fiscale (ritorno al 20% dell’Iva, riduzione delle aliquote irpef, abolizione dell’IMU sulla prima casa, abbattimenti fiscali - 3 anni - alle nuove imprese, incentivazione a quelle costituite da giovani e da donne) sarebbe capace di far ripartire il sistema produttivo-commerciale dell’Italia. E poi, con calma, senza svendere, dismettere il patrimonio pubblico inutilizzato, per abbattere parte del debito pubblico. Il suo ammontare è, infatti, insostenibile. 
Il debito pubblico pari al 120% del PIL è, infatti, come una sindrome da mancanza di difese immunitarie: crea tempeste anche con un leggero soffio di vento. 
Vito Schepisi

24 marzo 2012

Monti è scaduto


Ho seri dubbi che il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro uscirà dal Parlamento. E, se così sarà, ho i miei dubbi che la legge sarà migliorativa, rispetto alla rigidità attuale.
In Parlamento accadrà di tutto ... imboscate, ricatti, veti, trasformazioni, guerriglia ... mentre il Paese si infiammerà con la regia sovversiva dei sindacati e dei gruppi di odio sociale.
Questa è una finzione di cui Monti e Napolitano, il gatto e la volpe della finzione politico-economica italiana, dovranno dar conto.
Il mancato decreto è un attentato al Paese, blocca le aspettative di flessibilità, così è contro gli interessi dei giovani che aspettano che si apra il mercato del lavoro.
Servono, invece, tempi brevi per uscire dalla crisi, servono decisioni rapide e non la sensazione di confusione e di caccia alle streghe.
Sarebbe, persino, stato meglio lasciare tutto così com'era! 

Meglio far finta di niente e lasciare le cose come già stanno. Cioè male, che é sempre meglio del peggio!
Il nuovo corso di Monti si è già esaurito?
Con la crescita della tensione alimentata dallo scontro parlamentare, l'Italia perderà ancor più competitività, ancor più investimenti. Il Pil si contrarrà ulteriormente e si allargherà la disoccupazione.
Tutto per un buon gioco di Vendola e Di Pietro, grandi arruffapopolo e sobillatori.
Se il fine che si prefigge il Presidente Napolitano (la volpe) è quello di cautelare il PD ed un oramai decotto Bersani, sta sbagliando i suoi conti.
Bersani è già fuori gioco, non conta niente, non ha coraggio. 
E' un perdente! 
Fuor che dire "Berlusconi si deve dimettere" non sa far altro!
Il PD è un partito oramai senza identità che, tra pesce, mitili e gestione politica del territorio, si sta trasformando in un comitato di affari.
Ma è salutare per l'Italia arrivare a elezioni politiche in un clima da guerra civile, per una parte dell’art. 18, come quella dei licenziamenti per motivi economici, unicità demenziale rispetto a tutto il mondo?
Vito Schepisi

21 febbraio 2012

La retroguardia conservatrice sull'art.18


Quella sulla flessibilità del lavoro e sull’art.18 può essere una bella battaglia a sinistra per tentare la scalata alla leadership. In questa contesa, nessun colpo sembra del tutto proibito e i protagonisti si scaldano i muscoli.
Le premesse ci sono tutte, compresa la tentazione di Bersani di far saltare il banco del Governo, per andare a elezioni anticipate, assicurandosi la candidatura a premier, e provare a vincerle.
Il PD è al centro di una diatriba interna per questioni di gestione e di candidature. Le spaccature favoriscono candidati alternativi che Vendola, leader del Sel, contrappone con astuzia ai candidati del Partito Democratico. Dopo Genova, infatti, rischia di implodere anche Palermo, dove vi sono 3 candidati, di cui uno solo del PD, ma vicino ai “rottamatori” del sindaco di Firenze Matteo Renzi e quindi non sostenuto da Bersani. Anche qui Vendola gioca la sua carta con la candidatura alle primarie di Rita Borsellino, sorella del magistrato vittima della mafia, e Bersani, terrorizzato dal pericolo di dover subire una nuova sconfitta, com’è successo già a Napoli, a Milano e a Genova, si è precipitato a sostenerla, a dispetto così del candidato del suo partito.
Non ci sarebbe modo migliore, come nella vecchia scuola della prima repubblica, per ricompattare le diverse anime interne, che andare a elezioni anticipate, senza primarie, con la candidatura del leader del maggior partito della sinistra, a fianco dei sindacati, su battaglie di principio e chiamando i lavoratori a difendersi dalle regole rigide del mercato. Una battaglia tutta ideologica.
Chi sospinge il PD a dilaniarsi, però, più che la Cgil della Camusso, che guida il sindacato a difendere l’art. 18 sulla flessibilità in uscita, è il leader di Sinistra e Libertà, Niki Vendola. A sinistra c’è anche chi prova ad aprire il confronto sulle scelte, come deve essere in un partito democratico, per allargarsi verso le aree più moderate del Paese, per affrancare la sinistra dallo schiacciamento su posizioni visibilmente ideologiche. Si pensi al Prof. Ichino, ad esempio. C’è il tentativo nel PD di ragionare sulle cose, senza farle diventare subito battaglie di principio, ma Di Pietro, o Vendola, o tutti e due insieme, laddove possono spaccare la base del PD ci vanno giù duro per la conquista di fette di elettorato tradizionale della sinistra.
Il PD per difendersi si deve adeguare e, nei fatti, sono loro, Vendola e Di Pietro, che ne stabiliscono la linea politica.
Non è facile il compito di Bersani, pressato tra la ragione di un partito che guarda alle soluzioni, pesando le diverse opzioni, e la difesa dall’aggressione del fuoco alleato. Non riesce bene ai democratici di sinistra la copertura dei margini, pur provandoci, come sull’art.18 con Veltroni da una parte e con Fassina dall’altra. Non riesce al PD il gioco delle parti per tenere in armi, motivandola, sia la base ideologica, radicata sul “non possumus”, che quella più pragmatica che guarda al governo di domani in cui la sinistra può essere chiamata a giocare il suo ruolo.
Far fare a un Governo tecnico il lavoro difficile, appellandosi al bene del Paese in difficoltà, sarebbe la soluzione ottimale per la sinistra. Nella “flessibilità in uscita”, infatti, c’è la soluzione per rilanciare gli investimenti, per recuperare la crescita, per contenere la disoccupazione e per dare risposte di speranza ai giovani che si vogliono affacciare sul mondo del lavoro. Per un partito che ambisce a governare dal 2013 per i successivi 5 anni questa sarebbe un’ottima occasione.
E’ in errore chi, come Vendola, pone la questione dell’art.18 come una contesa tra destra e sinistra, è lui il manicheo che vorrebbe sostituire il confronto politico tra buoni e cattivi. Se fosse vera la sua semplificazione, in Europa l’unico Paese con una piattaforma sociale di sinistra sarebbe quello italiano. Pur senza l’art.18, però, non mancano le conquiste sociali altrove, e più che in Italia, e per cose più concrete rispetto alle fumosità che ispirano il Governatore pugliese. Non mancano i servizi che funzionano, e che contribuiscono a migliorare la qualità della vita dei cittadini, ed anche il rispetto dei diritti dei lavoratori, senza tanta conflittualità e con meno stress per tutti.
Quali diritti vorrebbe difendere Vendola se la disoccupazione giovanile sta diventando un dramma sociale e se si stanno perdendo posti di lavoro? Quali se non ci sono investimenti perché l’Italia è un Paese a rischio per gli investitori italiani, e tanto più per quelli stranieri? La Burocrazia, la giustizia, l’instabilità politica, i sindacati capricciosi e litigiosi, le normative che cambiano come le mode e le stagioni, infatti, fanno dell’Italia, per gli investimenti di capitali esteri, il fanalino di coda dell’Europa.
Conquiste sociali, buona politica, cultura del lavoro … Vendola conta balle, come al solito, ed utilizza le sue narrazioni monche del risultato finale. Se siamo a questo punto in Italia è perché ci sono state troppe “narrazioni” sconclusionate.
Il lavoro va creato, non piove dall’alto. Va organizzato attraverso contratti che consentano reciproci interessi, senza neanche pensare alle “semplificazioni manichee” paventate dal “poeta” pugliese. Questo suo modo di vedere e narrare le cose appartiene a una vecchia cultura politica. Soffre di anacronistiche incrostazioni ideologiche. Fa da anticamera al ritorno di un pensiero di classe. E’ retaggio di vecchio.
Non ce lo possiamo più permettere. Il novecento è archiviato, bisogna rivolgersi verso nuove conquiste sociali, senza attestarci a far barricate per difendere l’immagine di un mondo che non c’è più. Nessuno può pensare di fermarlo all’antico. Ci sono altre sfide da affrontare e altre conquiste da fare. La prima è dare una prospettiva di lavoro ai giovani. Nel passato si sono dilapidate risorse, lasciando amare eredità alle generazioni future, ora sarebbe onesto pensare soprattutto a loro, più che fare battaglie ideologiche di principio.

Vito Schepisi su l'Occidentale

15 giugno 2010

Incontrarsi tra cent'anni


Tempo l’Occidente ce ne sta mettendo, ma lentamente scopre che il proprio sistema economico rischia di piegarsi e cadere a causa del dinamismo produttivo e delle iniziative commerciali di quei paesi che al loro interno sostengono tuttora il collettivismo economico. Cede per iniziativa di quei regimi che ancora guardano alle politiche di mercato come si guarderebbe alla bestia nera che può mettere a rischio il rigore marxista del capitalismo di stato.
I nuovi scenari coinvolgono da est, ad ovest, da sud a nord, nei due emisferi, l’intero pianeta. Limitiamoci, però, al destino del nostro Vecchio Continente.
Con il globalismo, tutta l’Europa è a rischio default. Se guardassimo alle delocalizzazioni delle produzioni, ci accorgeremmo che sono diventate il nuovo strumento delle economie aziendali. La Fiat con Pomigliano d’Arco, per l’Italia, ha lanciato alle controparti sociali la sua sfida alternativa. Il messaggio è chiaro: per investire servono impegno e certezze e se non è possibile trovarli in Italia, ci sono paesi che non aspettano altro. Quella dell’intesa su Pomigliano è la stessa Fiat che ha già delocalizzato impianti, operai, produzioni. Altre imprese italiane hanno già fatto la stessa cosa.
Gli altri aspetti delle criticità sono rappresentati dalla contraffazione sistematica dei prodotti di eccellenza che invadono gli stessi mercati d’origine. Non è più la questione del laboratorio clandestino in un sottoscala campano a falsificare design ed etichette, ma ci sono interi paesi che inondano i mercati e lo fanno in modo troppo spesso sommerso, senza regole e senza oneri. Anche i costi delle materie prime sono sottoposti al condizionamento dei cartelli delle multinazionali e dei paesi estrattori e sono in grado di sconvolgere il sistema di vita dei paesi con alti consumi.
L’economia europea è a rischio. Se le diverse tessere del puzzle trovassero chi fosse capace di comporle, e se questi s’accorgesse d’aver già acquisito il “know how” e d’essere in grado di sferrare un attacco massiccio ai mercati, inondandoli di prodotti a basso costo, già salterebbe tutta l’architettura economica dell’Europa. Salterebbe lo stato sociale, l’occupazione e tutta la filiera di trasformazione. Salterebbe, però, assieme al sistema industriale europeo, anche la democrazia.
Se non è ancora accaduto, è perché, fino ad ora, non conveniva a nessuno. I paesi della nuova economia globale non si sentono sufficientemente forti “politicamente”. La loro organizzazione industriale non esiste. Non è calcolabile l’impatto sociale: oggi, infatti, i loro popoli subiscono lo sfruttamento del capitalismo, in quanto il profitto sottrae l’intero valore aggiunto del sistema produttivo. A governare il globalismo c’è poi la mafia internazionale. Sono tutti questi gli elementi di valutazione che frenano la soluzione finale.
Tutti i fenomeni economico-produttivi, e non solo, hanno una ragione, un’origine ed una convenienza. Basterebbero quelle citate, ma c’è ancora una ragione su tutte: questi popoli non hanno i consumatori. Se non ci sono i consumatori, cioè le masse che hanno la possibilità economica di acquistare, saltano anche i presupposti del mercato. Questa può essere la vera ragione che frena il cambiamento. L’economia è una scienza fondamentalmente conservatrice e pone resistenza ai cambiamenti laddove c’è già un margine sufficiente di guadagno. Ed in questa avventura ci guadagnano già assai bene le multinazionali, i governi, gli apparati mafiosi e la finanza internazionale. Ci perdono solo i più deboli, paesi o cittadini che siano.
Le leggi di mercato sono inesorabili: quando c’è l’offerta, c’è bisogno che ci sia la domanda. Serve chi apre il portafoglio per acquistare. Servono quei paesi che hanno i supermercati pieni di massaie. Servono i popoli che hanno le case piene di oggetti. Serve chi è abituato a bere le bibite fresche, chi ha il telefonino di ultima generazione, chi compra la televisione a schermo piatto da 50 pollici per guardare le partite di calcio. Serve chi mette il condizionatore, chi usa i pannelli fotovoltaici, chi guarda i film seduto in poltrona dinanzi ad un impianto “Home Theatre”, chi cambia la macchina invece di fare il tagliando. Servono insomma gli acquirenti: servono quelli che alimentano le transazioni terminali dei cicli commerciali per mantenere l’equilibrio della filiera tra chi produce e chi acquista. L’economia globale di mercato, in questo, non è affatto diversa da quella che alimenta nei singoli paesi la produzione, i prezzi ed i consumi.
Nessuno inventa niente in questo campo. I cambiamenti sono dovuti essenzialmente ai costi. Se mancano regole comuni e se lo stato sociale incide in modo profondamente diverso sui costi, accade che gli investimenti si faranno dove questi sono sensibilmente inferiori. E’ tutto così logico!
Finché i mercanti non troveranno come contraffare anche i consumatori, l’occidente sarà ancora salvo.
Ma se l’Europa ed i paesi occidentali hanno ancora del tempo per pensare ai rimedi, non possono concedersi il lusso di sprecarlo. I politici, assieme agli economisti, assieme ai sindacati, ai sociologi, agli imprenditori, devono capire cosa c’è che non va e come si possa correre ai ripari per evitare guai peggiori.
“Vorrei incontrarti tra cent’anni”, cantavano Ron e Tosca, ma se per ritrovarsi in una colonia della Cina o della Corea del Nord? Varrebbe ancora la pena d’incontrarsi?
Vito Schepisi

18 gennaio 2010

Di Pietro, Mani Pulite e la storia negata


Il proprio lavoro non è sempre ciò che l’individuo sceglie per il futuro, ma il più delle volte è ciò che la società, ed il contesto, ti offre. Facciamo, pertanto, un po’ di chiarezza: il lavoro è nella generalità solo lo strumento della vita sociale degli uomini, senza assolutamente voler disconoscere le scelte fatte da tanti in coerenza con le proprie aspirazioni. E, non sempre corrisponde alla realtà, quel modo un po’ romantico di definire il proprio lavoro come la funzione che appaga il proprio legittimo desiderio di realizzazione. Al contrario, spesso se ne discosta.

Detto questo, colui che, all’inizio degli anni ‘90, la folla aveva acclamato come l’eroe di mani pulite, da piccolo, aveva pure potuto pensare di voler fare da grande l’eroe giustiziere, così come è nella fantasia di tanti bambini per l’astronauta o il pilota di formula uno. Da adulto, però, trovatosi a poter coltivare i suoi sogni di giustiziere del male e di moralizzatore dei costumi, perché ha poi abbandonato la magistratura? Perché ha abbandonato la funzione istituzionalmente preposta a far rispettare la legalità?

Non tutto, però, sembra che sia stato per sua scelta. Le circostanze hanno spesso scelto per lui. Episodi noti e giudizi severi della magistratura, come quella di Brescia, ne hanno disegnato un profilo tutt’altro che trasparente e lineare, tutt’altro che attinente ad un leale difensore dei deboli e degli oppressi, tutt’altro che tipico di un integerrimo fustigatore dei corrotti e dei prepotenti. Molti dubbi sono rimasti senza che mai sia stata fatta chiarezza. Alcuni passi della sua vita sono rimasti nell’ombra, ed alcune circostanze appaiono come macigni che ostruiscono il percorso della conoscenza, soprattutto storica, di un periodo importante dell’evoluzione politica del Paese. Resta ostruito, purtroppo, un varco che traccia il confine di transito di trasformazioni addirittura epocali: si pensi, ad esempio, alla caduta dei conflitti ideologici.

L’Italia è tra gli stati che più aveva sofferto la presenza dei due blocchi politico-militari in conflitto di influenza. Avrebbe potuto liberarsi, in modo naturale e spontaneo, di un serrato conflitto interno che paradossalmente si neutralizzava attraverso il consociativismo e ( perche no?) far partire il processo politico di trasformazione del Paese. Potevano già farsi 20 anni fa le riforme che dovevano abbattere la burocrazia, le caste, le alchimie e le sacche dei privilegi dei grandi vecchi della finanza e dell’industria. Dopo la caduta del Muro, le illusioni di un sistema alternativo venivano meno, si sgretolavano come un castello di sabbia. Crollava, così, per la sopravvenuta inconsistenza di un suo riferimento, la ragione sostanziale di quel veto burocratico e politico che aveva minato lentamente l’equilibrio economico e sociale del Paese.

Un lavoro è un lavoro: non ci sono dubbi. In Italia, ieri come oggi, occorre anche adeguarsi, è già una fortuna trovarlo. Alcuni sono pericolosi, altri noiosi, molti sono pesanti e faticosi. Altri, però, richiedono attitudini particolari e trascinano addosso a chi li esercita conoscenze, segreti ed aspetti di riservatezza che devono essere tutelati. Ed è qui che sorgono dubbi ed è qui che alcune circostanze, mai sufficientemente smentite, fanno pensare che ci siano state attività che mal si conciliavano con le altre, attività che possano esser state strumento di conoscenze e sospetti per un modo improprio di usarle. Ed è qui che alcune ipotesi sulla nascita e sulle finalità della stagione di mani pulite vanno ad assumere aspetti inquietanti.

L’eroe di mani pulite ha fatto molti altri mestieri prima di fare il magistrato. Ha lavorato in industria in Germania, è stato impiegato nelle Forze Armate, ha fatto il segretario comunale, il poliziotto, e poi ha cambiato ancora. Ha studiato, come un piccolo genio, mentre lavorava e si è laureato come anticipatario. Di Pietro ha fatto poi il concorso in magistratura e lo ha vinto al primo tentativo, come solo pochi san fare. Bene, benissimo! Ora fa anche il politico ed ha fatto il ministro. Nel frattempo aveva cambiato due mogli, aveva cambiato casa, macchina, scarpe e vestiti e fondato un partito. Ha persino soddisfatto un sogno irrealizzabile per molti italiani: disporre di un appartamento a Piazza Duomo a Milano. Ha cresciuto due figli, uno poliziotto, aspirante politico, e l’altra studentessa, già aspirante giornalista, che scelgono anche loro di fare ciò che l’opportunità della vita decide per loro. Tutto normale? Anche se non per tutti è così facile, diciamo anche di si! I figli son sempre “pezz ‘e core”!

Il personaggio, però, è emblematico non per il suo ruolo di padre o di politico, molto naif quest’ultimo, ma per ciò che è stato, per il lavoro che ha svolto, per ciò che del suo lavoro non ci ha rivelato. Perché dice di voler fare da politico ciò che non ha saputo e voluto fare da magistrato: esser giusto.

Vito Schepisi

11 gennaio 2010

Lavoro, immigrazione, sfruttamento



Ci sono vicende che andrebbero prese davvero sul serio. Vicende su cui il confronto politico dovrebbe svilupparsi su analisi e soluzioni immediate. Il riferimento è ai fatti di violenza in Calabria, a Rosarno, dove la popolazione locale ed una consistente comunità di immigrati extracomunitari, si parla di 1500, in buona parte clandestini, hanno ingaggiato una guerriglia urbana senza precedenti in Italia.
Le questioni vanno interpretate per gli effetti già vissuti, per gli episodi già accaduti e per le possibili conseguenze future. Vanno interpretate perché se ne traggano i giusti segnali di pericolo. Serve, a tal fine, la giusta ricostruzione cronologica dei fatti, scremata dagli aspetti più marcatamente ideologici e strumentali. La verità su ciò che è accaduto è la sola che può far emergere le necessità di soluzioni immediate e/o indicare una possibile strada futura. Solo così si può valutare la portata dei provvedimenti adottati e si possono trarre le ipotesi per i provvedimenti di carattere definitivo da proporre. Le vicende vanno dunque comprese a 360°, soprattutto per prevenire nel futuro analoghi fenomeni di inammissibile degrado civile ed, infine, per discutere ed adottare quelle che dovrebbero essere le scelte definitive nell’interesse del Paese.
Non servono appelli per una parte o per l’altra, non servono scioperi, altre violenze, distruzioni, scontri con la polizia, raccolte di firme, posizioni di estremismo ideologico, gruppi su Facebook. Le questioni non si risolvono a chi grida di più, a chi minaccia di più, a chi strumentalizza di più a chi riesce a mobilitare di più. C’è molta confusione sull’argomento immigrati in Italia, ma c’è altrettanta confusione sulla stessa interpretazione del concetto di democrazia, c’è confusione su cosa sia l’autodeterminazione di un Paese, sui valori della solidarietà, della coscienza nazionale, come confusione c’è sul principio della legalità.
La strumentalizzazione politica ci mette del suo e non aiuta mai a capire. Non sappiamo ancora cosa si intenda, ad esempio, per multietnico, per multiculturale, per pluralismo etico, per integrazione, come non è dato di sapere se in Italia chi risiede regolarmente, e ne ottiene la cittadinanza secondo le leggi vigenti, goda degli stessi diritti di tutti e soprattutto se a tutti sia chiesto di assolvere gli stessi doveri. Di certo, ciò che nessun paese civile si dovrebbe poter permettere è la giungla. Ma in Italia, molto spesso, quella con la giungla è una convivenza forzata.
Ai margini di una crisi recessiva che ha messo a dura prova l’apparato produttivo del Paese e che ha accentuato una crisi occupazionale che al Sud ed in Calabria è già da sempre un fenomeno endemico, c’è da prendere atto che c’è una parte del Paese che vive, produce e commercializza nell’illegalità, che sfrutta la manodopera clandestina per il lavoro più duro, che sfugge ai controlli, che si avvale di protezioni omertose. Questa parte del Paese, in massa, per pigrizia, per debolezza, ovvero per complicità, per ignoranza, per cinismo, o per paura, fa finta di ignorare in quali condizioni disumane di vita sono presenti sul territorio nazionale un numero rilevante di bambini, donne e uomini, di nazionalità extracomunitaria e per lo più clandestini.
E’ in questa confusione, mal tollerata da una parte e dall’altra, che vanno inquadrate, a Rosarno, sia l’esasperazione degli extracomunitari sia quella dei cittadini, sfociate poi nella guerriglia urbana. Se l’effetto scatenante è stato un atto di stupida criminalità, si può a ragione affermare che la fiamma dello scontro bruciava già sulla pelle di tutti.
La questione di Rosarno, però, se, invece di spingere a riflettere, rianima lo scontro e la polemica politica, ottiene il risultato di mortificare ancora una volta il buon senso. Ci si sofferma, infatti, sulla propaganda, sullo scambio di accuse, sulla visione dei fatti a proprio uso e consumo, su scenari di comodo, sugli slogan, su tutto ciò che in definitiva non serve. Tutto questo non solo non è utile a risolvere alcunché, ma contribuisce a confondere le questioni ed a mantenere nel vago la complessa pericolosità di un fenomeno.
In Italia, e siamo alle solite, la conseguenza di ogni decisione non presa è sempre il rinvio, sine die, del problema. Oggi, per non saper scegliere, rischiamo di porre le basi a quella che potrà rivelarsi la nuova barbarie del secolo d’apertura del terzo millennio. Tutto può essere rinviato, infatti, meno che le questioni che minano l’unità del Paese, la sicurezza nazionale, la convivenza civile delle comunità urbane ed il rispetto delle leggi.
Eppure la legalità è la parola magica di tanti pifferai! Ma ha valore solo se la si usa contro una parte politica. Non è lecito criticare le sentenze, non è lecito accusare la magistratura di fare politica, non è lecito difendersi dalle accuse più astruse, ma non si dice, ad esempio, che è illegale entrare clandestinamente in Italia e non si dice che è illegale ignorare i controlli e le leggi sul lavoro. Non si dice, infine, che è illegale il caporalato e porre in stato di schiavitù la manodopera.
Dov’era la legalità allora a Rosarno? Di chi le responsabilità? Dov’erano magistratura, guardia di finanza, ispettorato del lavoro? Dove i sindacati?
La regolarità di un rapporto di lavoro dovrebbe essere oggi un requisito imprescindibile. La violazione dovrebbe essere considerata come complicità nel reato di clandestinità. L’evasione contributiva e fiscale dovrebbe essere considerata come un reato contro il patrimonio dello Stato e sanzionato come tale.
Legalità vuol dire comprensione, giustizia, soddisfazione, dignità. Con le regole rispettate da parte di tutti, e solo così, si può parlare di integrazione e di società aperta al confronto di civiltà con le altre etnie e con le tradizioni dei diversi sentimenti religiosi.
Vito Schepisi

23 gennaio 2009

Epifani e Di Pietro: cos'hanno in comune?

Non me ne voglia Epifani. Ha i modi, lo spessore culturale, un’educazione diversa, ma il suo compito tra i sindacati, nella Cgil, è lo stesso di quello che il leader dell’Idv Antonio Di Pietro assume nell’ambito della lotta politica.
Epifani per i suoi pregiudizi è come il magistrato spogliato Di Pietro.
C’è in Italia un’opposizione imbalsamata dal leader dell’Idv che sembra aver per missione quella di impedire il dialogo, la civiltà del confronto, le riforme.
Di Pietro gestisce un partito che, per sottrarre al PD i consensi della componente più intollerante e caciara, in modo pregiudiziale, si rifiuta di affrontare il confronto sulle diverse questioni della politica, riducendo tutto il suo impegno all’assunto di rappresentare e promuovere la legalità. Come tutti i demagoghi fa leva sulla protesta, lo scontento, l’invidia e la rabbia per infiammare gli animi, come gli abbiamo visto fare a Fiumicino per la questione Alitalia. La sua immagine è quella della farsa di una marcia su Roma in lessico molisano.
Di Pietro, coi dubbi e le contraddizioni delle tante domande senza risposta a cui è sottoposto, è in continua ricerca di visibilità; è tignosamente impegnato a sottrarre spazio politico al PD. Attrezzatosi con le compagnie giuste per acquisire consenso nell’aria del qualunquismo reazionario e forcaiolo, si è assunto il ruolo di impedire le riforme e di conservare un’Italia obsoleta, incapace di esprimersi con rapidità, intrecciata tra poteri, caste e privilegi: insomma, un’Italia che indigni!
Epifani, nel sindacato, alla pari di Di Pietro, reitera i suoi no ad ogni iniziativa che possa rigenerare il rapporto responsabile delle organizzazioni sociali con i lavoratori e l’impresa, con il Paese e la produttività, con lo sviluppo e l’efficienza.
C’è nell’azione del leader della Cgil un visibile impedimento alla creazione di una contiguità virtuosa tra il merito, l’efficienza, la produttività e la crescita professionale del mondo del lavoro. C’è una barriera culturale di vetero marxismo o di anarchico menefreghismo che non si smuove e non si evolve, anche se le nuove frontiere del mercato rivoluzionano l’economia e se i venti della crisi recessiva pongono con serietà l’esigenza di riflessioni profonde.
C’è stata, infatti, questa riflessione nel sindacato e nelle associazioni di categoria. C’è stata convergenza sui principi della responsabilità, del merito e della valorizzazione della produttività. C’è stata, e senza che la cosa sia apparsa come uno scandalo, la preoccupazione del sindacato per la collocazione dell’azienda sul mercato, per la sua sorte e per tutte quelle questioni che sono state oggetto di dotte teorizzazioni (qualità – sicurezza – occupazione), anche nei convegni sindacali, ma che stentavano a diventare parte di un comune sentire e di una responsabile gestione aziendale.
Si è sfilata ancora una volta la Cgil di Epifani, sospinta sulle posizioni più estreme della FIOM, sin da quando il governo del Paese è passato dalle politiche del massacro dei lavoratori di Prodi, alle aperture sui diritti relazionati ai doveri dell’attuale governo.
E’ stata una giornata storica per le relazioni sindacali, quella del 22 gennaio 2009, che avrà la stessa valenza degli accordi per lo statuto dei lavoratori del 1970 (legge n. 300) e degli accordi sulla scala mobile del 1992.
L’accordo è su di un modello contrattuale valido per tutte le categorie pubbliche e private. Modificherà l’attuale rapporto conflittuale, nella stipula dei contratti, con un approccio condiviso alla contrattazione di primo livello, per poi, con il secondo livello di contrattazione, favorire la produttività e la valorizzazione decentrata dei salari. Alle dinamiche salariali verranno applicati non più i criteri dell’inflazione programmata ma quella degli indici revisionali dei prezzi ed inoltre sarà introdotta la possibilità di correttori salariali rivenienti da incentivi e da sgravi.
“Lavoro e salario – ha dichiarato il leader della Uil Angeletti - riacquistano la loro dignità”. Una vera rivoluzione, frutto di impegno delle parti sociali e del governo, con un’ampia adesione delle parti, ma con l’ostacolo della Cgil che sulle conquiste del mondo del lavoro continua a far sentire tutta la sua assenza.
Epifani somiglia sempre più a Di Pietro, disinteressato al Paese, per inseguire solo il suo odio.
Vito Schepisi

22 settembre 2008

La retromarcia di Epifani


Non so se sia il caso di affermare che le difficoltà di Alitalia non siano state ben spiegate o che sia stata la Cgil a non aver ben capito la situazione. Fatto sta che il sindacato della sinistra si sta assumendo la responsabilità di far fallire l’accordo con la CAI e bloccare il conseguente rilancio della compagnia di bandiera italiana.
Non si sa, al momento, se il tentativo della CGIL, da cui anche il PD ha preso timidamente le distanze, di ingranare la retromarcia sortirà un esito diverso.
In particolare la Cgil fa solo sapere di voler riaprire una trattativa che, invece, dovrebbe essere già stata conclusa da un pezzo. E’ una retromarcia mascherata. A questo punto sembra voglia richiedere la concessione di un qualcosa, anche solo uno zero virgola qualcosa in più, all’accordo già accettato dagli altri per poter fare il bel gesto e magari anche cantare vittoria.
Il dado è tratto, però! Il sindacato politicizzato ha già mostrato tutti i suoi limiti. L’opinione pubblica si chiede a cosa valga insistere nel voler sostenere chi cerca di mantenere privilegi non sostenibili? A meno che non si voglia mettere in discussione tutto il piano “Fenice” e non si abbia in serbo qualcosa di più di una sola sensazione - a questo punto dovrebbe essere addirittura una certezza - di una proposta alternativa più interessante per il Paese, per la Compagnia e per i suoi lavoratori.
Una responsabilità molto pesante per quel sindacato che è stato accusato in più occasioni di essere la cinghia di trasmissione prima del pci e poi delle formazioni politiche in cui i vecchi comunisti si sono via, via trasformati.
Per i modi in cui le trattative si sono svolte e per il coinvolgimento delle parti politiche, nei cui risvolti gli esiti si andavano ad inserire, l’attenzione si ferma sulle contraddizioni del sindacato rosso. Ha insospettito il suo atteggiamento altalenante. E’ una responsabilità che rischia di restare come un macigno sulla porta di ingresso della sede in Corso Italia a Roma.
Diventerà, infatti, storia l’azione del più grosso sindacato dei lavoratori che ostacola il futuro di 20 mila lavoratori per intolleranza politica contro il premier, vincitore delle elezioni, e con la sola inconsistente motivazione di voler garantire l’adesione più ampia dei dipendenti di Alitalia!
In sostanza, per dirla in soldoni, la Cgil ne manderebbe a casa 20 mila per odio verso Berlusconi e la sua maggioranza, spacciando questo suo atteggiamento con l’impegno a garantire ai piloti un contratto in esclusiva di tipo corporativo, con il mantenimento delle quaranta ore di lavoro al mese dei piloti - mentre gli operai lavorano le stesse ore, ma nelle fabbriche, in una settimana -, con la difesa di stipendi da 80.000 euro in su, oltre benefit e privilegi da star.
Quello assunto è un comportamento che prima o poi la Cgil dovrà spiegare ai lavoratori italiani. Dovrà anche spiegare al Paese come mai in un periodo di crisi occupazionale e di insistenti venti di recessione, in una fase in cui si vorrebbe che il sindacato fosse impegnato a difendere l’occupazione e magari a ricercare le occasioni per nuovi inserimenti nel mondo del lavoro, una forza sociale di estrazione popolare si renda invece responsabile nel chiudere le porte in faccia a migliaia e migliaia di famiglie italiane.
C’è chi sostiene che Alitalia sia nei fatti già fallita e che la nuova compagnia sia stata composta da sedici furboni capeggiati dal “capitano coraggioso” Colaninno con l’idea di assumere a prezzi da realizzo la polpa della Compagnia di bandiera, lasciando alla vecchia società commissariata ciò che è meno commerciale ed i debiti.
Se non fosse che la nuova Alitalia si andava ad assumere l’onere della riassunzione diretta di 12.500 dipendenti, benché rivedendo alcune norme dei vecchi contratti legate alla produttività per potersi garantire un più agevole posizionamento sul mercato, e se non fosse ancora che, oltre alle assunzioni dirette, altre funzioni, valutate in circa 1700 unità di forza lavoro, dovessero essere utilizzate in attività di sostegno e collaborazione, l’osservazione dei critici potrebbe anche starci. Ma l’obiettivo della CAI è quello di stare sul mercato, per continuare a volare ed a garantire così anche il lavoro al suo personale. La sua operatività assicura anche il lavoro dei servizi di sostegno, riparazione, manutenzione ed anche prenotazione ed informazione dei call center, ad esempio, che è una funzione precaria ma che stabilisce la continuità operativa per l’attività del trasporto aereo.
Non è poi una novità che i beni di una società fallita vengono messi sul mercato a prezzo di realizzo. Le attività ed i mezzi di Alitalia sul mercato in ogni caso non avranno destino diverso da ciò che normalmente accade altrove. Ma è utile anche dire che la cordata capeggiata da Colaninno metteva sul piatto un miliardo di euro che è un capitale di rischio di non poco conto.
I margini del dialogo restano appesi ad un filo e le prospettive di una litigiosità con le parti sociali non incoraggiano altre offerte. Sarà difficile che fuori dal Paese si trovino compagnie che si impegnino a rischiare capitali per proporre un piano di recupero per Alitalia. E’ per questa ragione che l’offerta della CAI non sembra avere alternative e resta l’unica prospettiva valida. Il PD e la CGIL hanno il dovere di rendersene conto anche perché si giocano oggi tutta la loro futura credibilità.
Vito Schepisi

20 ottobre 2007

Le due sinistre italiane


Ma questa sinistra ha proprio una vocazione masochista! In una fase politica molto delicata per le sorti di un governo frastornato dall’antipolitica e dall’immobilismo, indeboliscono consapevolmente la credibilità, già seriamente compromessa, di Prodi e della sua maggioranza.
Nelle coalizioni di governo le espressioni più marginali e minoritarie sostengono soluzioni di bandiera, compatibili però con un indirizzo più largo, ma non possono pretendere, come è accaduto, d’essere partecipi in modo prevalente nella proposizione di scelte politiche. Ed è proprio questa pretesa che è alla base della crisi propositiva di Prodi e del governo di centrosinistra.
C’è una parte del Paese che ha perso la fiducia verso questo esecutivo proprio per le accentuazioni su scelte contraddittorie e senza senso e per indirizzi, in economia, miranti all’aumento della spesa ed alla maggiore pressione fiscale. Un percorso quest’ultimo che ha moltiplicato le difficoltà senza aver risolto alcuno dei problemi sul tappeto. Le scelte volute prepotentemente dalla sinistra radicale favoriscono prevalentemente gli effetti dell’incremento esponenziale del fabbisogno, mentre riducono le potenzialità produttive per la contrazione degli investimenti, rischiando così di creare effetti dirompenti sugli equilibri economici del Paese.
Una maggioranza credibile, di solito, perfeziona nel confronto interno quegli accenti sulle opzioni politiche delle espressioni minoritarie che, il più delle volte, sono dettate da esigenze di visibilità miranti a soddisfare il proprio elettorato di nicchia. Nei tempi passati il dissenso minoritario alzava la voce e chiedeva la verifica sull’attuazione del programma, oppure vertici sulla sua nuova definizione, non scendeva nelle piazze come se fosse opposizione.
Si ha idea che la sinistra radicale per costituzione non si senta mai forza di governo ma sempre e comunque di opposizione. La formazione culturale e le opzioni ideologiche condizionano lo sviluppo dei metodi e delle scelte verso soluzioni piuttosto singolari in cui prevale l’assolutismo proprio del pensiero marxista nell’ottica, per fortuna remota, di un potere gestito nelle forme chiuse di principi precostituiti, e senza margini per il confronto ed il pluralismo.
La manifestazione di oggi sul “protocollo welfare” non ha senso ed è contraddittoria persino con i principi di democrazia diretta, tanto sbandierati dalla stessa sinistra radicale. Fino a qualche tempo fa, infatti, era la stessa area politica che riteneva necessaria la partecipazione di pensionati e lavoratori alle scelte nel mondo del lavoro. I sindacati hanno promosso un referendum a cui hanno partecipato col voto milioni di lavoratori e la scelta è stata massiccia a favore del protocollo già siglato tra governo e parti sociali.
In sede di trattative nello scorso luglio il confronto è stato serrato. Tra le diverse sigle sindacali, e nella maggioranza di governo, si sono rischiate persino clamorose rotture per le diverse accentuazioni sulle questioni del precariato e sulle modifiche alla legge Biagi sul lavoro. Per alcuni è stata certamente una soluzione sofferta, una scelta, però, che i lavoratori alla fine hanno accettato. L’iter percorso, per il rispetto della democrazia diretta, sarebbe già più che sufficiente. Ora quello che emerge è solo la prepotenza della sinistra più estrema perché si vuole che al 19% dei voti contrari sia riconosciuto una sorta di diritto di veto, tale da rimettere in discussione gli accordi già sottoscritti.
Si ha l’impressione che la sinistra di piazza di oggi sia alla prova dei muscoli contro quella sinistra di gestione che domenica scorsa aveva celebrato la sua enfatica prova di democrazia partecipata, aprendo nelle città italiane le urne del PD e di Veltroni a quanti volessero dar prova di fiducia al nascente nuovo soggetto politico di centrosinistra. A stretto giro di posta, infatti, a Veltroni arriva la risposta del leader di Rifondazione Comunista Giordano, che invece sostiene che quella di oggi sia “una giornata decisiva per scuotere il Governo e dimostrare il peso della sinistra”. Una prova di forza tutta a sinistra nel principio, tutto marxista, dell’egemonia.
La sovraesposizione mediatica del successo nei numeri della nascita del nuovo Partito Democratico aveva ottenuto l’effetto di smorzare il clamore dell’antipolitica di Grillo e della contestazione al sistema. Lo stato maggiore dei costituenti il PD aveva organizzato l’evento con l’idea di rilanciare la sinistra moderata, in crisi di identità e di consensi. L’aspirazione di Veltroni e compagni era rivolta a far emergere che la crisi della politica potesse risolversi con la nuova proposta di una forza politica moderna ed europea. Si voleva far emergere la rappresentazione di una credibile sinistra di governo che avesse finalmente messo da parte le spinte massimaliste. Una forza riformatrice rivolta al futuro e che fosse riuscita ad accantonare le utopie di forme di società che si reggessero senza l’impegno delle diverse componenti sociali, e che avesse assimilato la necessità del rispetto delle regole economiche, oltre all’ esigenza di regole di mercato nel mondo della produzione e del lavoro.
La manifestazione di oggi ci riporta però alla realtà di una sinistra di lotta, spesso irrazionale, contraddittoria ed all’occasione esacerbata e violenta. “E’ giusto scendere in piazza – sostiene ancora Giordano - perché altrimenti la sinistra scompare” e Sgobio dei Comunisti Italiani sostiene che "la manifestazione di oggi non è contro il governo: stimolarlo a fare di più e meglio significa rafforzarlo. Chi dice il contrario è in malafede”. Si ripresenta così una sinistra alternativa che rincorre la contestazione al sistema, che si smarca dalle responsabilità per inseguire la piazza e la gestisce caricandola di tensioni. Si sceglie così la strada della piazza in cui prevalgono le forme gridate della proposta politica. Si dà vita ad una kermesse in cui si sviluppano componenti diverse che si spiegano tra lo spettacolo e la contestazione animata, tra satira e rabbia, tra parole d’ordine ed illusioni. Una sinistra senza un visione d’insieme, inattendibile e confusionaria, più incline al folcrore che alla serietà di governo: inaffidabile e politicamente senza futuro.

Vito Schepisi