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23 settembre 2008

L'Italia delle follie

E’ un Paese da cambiare l’Italia. Troppi riti che sono durati troppo tempo e che sono diventati troppo stantii. C’è un troppo in tutto che finisce per paralizzare, ingannare e sopprimere sia le risorse che le iniziative, benché ispirate a realizzare qualcosa di più di ciò che esiste, benché siano un valore aggiunto per le opportunità di tutti.
Ci sono organismi che pensati per cautelare i cittadini, si ritorcono contro i più deboli come micidiali boomerang. Le organizzazioni sociali, non meno di quelle politiche, si impegnano in continui confronti di forza, spesso più per la ricerca di nicchie di potere da occupare che per soluzioni condivise dai cittadini e dai lavoratori. E partoriscono soluzioni a volte ben lontane dalle istanze reali delle parti interessate.
Si sviluppa così un continuo braccio di ferro in cui viene stritolato l’interesse comune e la responsabilità dei soggetti. E’ un tiro alla fune dove si finisce solo col paralizzare e distruggere ciò che c’è senza, al contrario, fornire un servizio alla collettività, senza mai la condivisione di un vantaggio da rendere a tutti.
Sembra un Paese alle prese di una guerra civile dove le bombe a grappolo della ferocia irrazionale mietono vittime innocenti tra coloro che non hanno i mezzi per farsi valere. Milioni di italiani finiscono così per subire passivamente la prepotenza di uomini e di organizzazioni che, senza legittimazione giuridica, si sono inseriti con la forza del ricatto nei centri delle decisioni e del controllo delle aziende, degli enti e nelle Istituzioni.
Nei cieli finirà che non voleranno gli aerei con la bandiera tricolore, ma in compenso si vuole che nell’aria il suono dei tam tam dei messaggi di odio e di rancore non si fermino mai. L’intolleranza trova sempre nuova linfa fatta da avventurieri e da azioni politiche più da guerra civile che da libero e democratico confronto.
Il “cupio dissolvi”anima persino gli uomini nuovi che si affacciano alla politica, come Di Pietro ad esempio. Questi dall’alto della sua nota sapienza si è rivelato pronto a soffiare sul fuoco della protesta tra coloro che hanno applaudito al fallimento di una trattativa ed a quello forse definitivo di un’azienda. Non è possibile che l’ex magistrato possa ignorare che Alitalia ha dato - e non si sa fino a quando darà ancora - lavoro a ventimila persone e sostegno ad altrettante famiglie.
Tutto questo è davvero penoso!
Prevale un odio ed un gusto revanscista che riesce a sollevare con incredibile cinismo solo un monumento celebrativo alla stupidità ed all’intolleranza.
Ora ha persino le sembianze del vezzo quell’abuso che si è protratto per troppo tempo a danno di coloro che quotidianamente si impegnano a sostenere le ragioni del convivere nel lavoro e nel sacrificio e che ancora si sentono orgogliosi di essere italiani.
Il richiamo all’assunzione delle proprie responsabilità, ed alla razionale concezione di un doveroso comportamento di lealtà verso il prossimo, viene oggi inteso come un messaggio negativo da parte di coloro che hanno sempre inteso garantire il salario più che il lavoro e che oggi, cedendo alla demagogia più di basso profilo, non sono neanche più capaci di adoperarsi per garantire i posti di lavoro e che tra contraddizioni ed incomprensioni tattiche rifiutano l’adesione a soluzioni che erano già condivise. Tutto questo è emerso chiaro, ed in tutto il suo perverso cinismo, dalla lettera di Epifani a Colaninno e contraddetta solo pochi minuti dopo.
C’è chi come il Professor Pietro Ichino, parlamentare del PD, sostiene che le garanzie democratiche siano troppo sbilanciate e così sul Corriere di domenica 21 settembre, a proposito della questione Alitalia, ha scritto: “Quelli che hanno applaudito fanno conto sull' intervento di una Cassa integrazione guadagni o su di un trattamento di disoccupazione speciale erogato proprio per consentire loro di attendere con calma il nuovo lavoro”. Una riflessione per la quale il parlamentare del PD ha dovuto porsi la domanda sulla esistenza di una logica per questo atteggiamento dei lavoratori di Alitalia. La risposta che si è data è stata molto esplicita: “No, per nulla. – scrive, infatti, Ichino - Perché in nessun Paese serio si erogano trattamenti di disoccupazione o integrazione salariale, neppure per pochi mesi, a chi rifiuta l'offerta di un rapporto di lavoro regolare, confacente alla sua professionalità, come certamente era l'offerta di Cai”.
I contribuenti italiani non possono continuare a sobbarcarsi gli oneri di azioni sindacali che, contrarie a soluzioni di maggiore produttività e/o di rinunce, spesso solo ai privilegi, costringono al fallimento le imprese.
C’è tutto un sistema di vincoli sindacali e di sentenze dei tribunali del lavoro, per lo più favorevoli alla parte considerata più debole, cioè ai sindacati ed ai lavoratori, che invece di costituire una garanzia per il mantenimento dei posti di lavoro si trasforma in un cappio per le aziende costrette a fallire ed a chiudere definitivamente i battenti.
Come sta accadendo per Alitalia.
Vito Schepisi


22 settembre 2008

La retromarcia di Epifani


Non so se sia il caso di affermare che le difficoltà di Alitalia non siano state ben spiegate o che sia stata la Cgil a non aver ben capito la situazione. Fatto sta che il sindacato della sinistra si sta assumendo la responsabilità di far fallire l’accordo con la CAI e bloccare il conseguente rilancio della compagnia di bandiera italiana.
Non si sa, al momento, se il tentativo della CGIL, da cui anche il PD ha preso timidamente le distanze, di ingranare la retromarcia sortirà un esito diverso.
In particolare la Cgil fa solo sapere di voler riaprire una trattativa che, invece, dovrebbe essere già stata conclusa da un pezzo. E’ una retromarcia mascherata. A questo punto sembra voglia richiedere la concessione di un qualcosa, anche solo uno zero virgola qualcosa in più, all’accordo già accettato dagli altri per poter fare il bel gesto e magari anche cantare vittoria.
Il dado è tratto, però! Il sindacato politicizzato ha già mostrato tutti i suoi limiti. L’opinione pubblica si chiede a cosa valga insistere nel voler sostenere chi cerca di mantenere privilegi non sostenibili? A meno che non si voglia mettere in discussione tutto il piano “Fenice” e non si abbia in serbo qualcosa di più di una sola sensazione - a questo punto dovrebbe essere addirittura una certezza - di una proposta alternativa più interessante per il Paese, per la Compagnia e per i suoi lavoratori.
Una responsabilità molto pesante per quel sindacato che è stato accusato in più occasioni di essere la cinghia di trasmissione prima del pci e poi delle formazioni politiche in cui i vecchi comunisti si sono via, via trasformati.
Per i modi in cui le trattative si sono svolte e per il coinvolgimento delle parti politiche, nei cui risvolti gli esiti si andavano ad inserire, l’attenzione si ferma sulle contraddizioni del sindacato rosso. Ha insospettito il suo atteggiamento altalenante. E’ una responsabilità che rischia di restare come un macigno sulla porta di ingresso della sede in Corso Italia a Roma.
Diventerà, infatti, storia l’azione del più grosso sindacato dei lavoratori che ostacola il futuro di 20 mila lavoratori per intolleranza politica contro il premier, vincitore delle elezioni, e con la sola inconsistente motivazione di voler garantire l’adesione più ampia dei dipendenti di Alitalia!
In sostanza, per dirla in soldoni, la Cgil ne manderebbe a casa 20 mila per odio verso Berlusconi e la sua maggioranza, spacciando questo suo atteggiamento con l’impegno a garantire ai piloti un contratto in esclusiva di tipo corporativo, con il mantenimento delle quaranta ore di lavoro al mese dei piloti - mentre gli operai lavorano le stesse ore, ma nelle fabbriche, in una settimana -, con la difesa di stipendi da 80.000 euro in su, oltre benefit e privilegi da star.
Quello assunto è un comportamento che prima o poi la Cgil dovrà spiegare ai lavoratori italiani. Dovrà anche spiegare al Paese come mai in un periodo di crisi occupazionale e di insistenti venti di recessione, in una fase in cui si vorrebbe che il sindacato fosse impegnato a difendere l’occupazione e magari a ricercare le occasioni per nuovi inserimenti nel mondo del lavoro, una forza sociale di estrazione popolare si renda invece responsabile nel chiudere le porte in faccia a migliaia e migliaia di famiglie italiane.
C’è chi sostiene che Alitalia sia nei fatti già fallita e che la nuova compagnia sia stata composta da sedici furboni capeggiati dal “capitano coraggioso” Colaninno con l’idea di assumere a prezzi da realizzo la polpa della Compagnia di bandiera, lasciando alla vecchia società commissariata ciò che è meno commerciale ed i debiti.
Se non fosse che la nuova Alitalia si andava ad assumere l’onere della riassunzione diretta di 12.500 dipendenti, benché rivedendo alcune norme dei vecchi contratti legate alla produttività per potersi garantire un più agevole posizionamento sul mercato, e se non fosse ancora che, oltre alle assunzioni dirette, altre funzioni, valutate in circa 1700 unità di forza lavoro, dovessero essere utilizzate in attività di sostegno e collaborazione, l’osservazione dei critici potrebbe anche starci. Ma l’obiettivo della CAI è quello di stare sul mercato, per continuare a volare ed a garantire così anche il lavoro al suo personale. La sua operatività assicura anche il lavoro dei servizi di sostegno, riparazione, manutenzione ed anche prenotazione ed informazione dei call center, ad esempio, che è una funzione precaria ma che stabilisce la continuità operativa per l’attività del trasporto aereo.
Non è poi una novità che i beni di una società fallita vengono messi sul mercato a prezzo di realizzo. Le attività ed i mezzi di Alitalia sul mercato in ogni caso non avranno destino diverso da ciò che normalmente accade altrove. Ma è utile anche dire che la cordata capeggiata da Colaninno metteva sul piatto un miliardo di euro che è un capitale di rischio di non poco conto.
I margini del dialogo restano appesi ad un filo e le prospettive di una litigiosità con le parti sociali non incoraggiano altre offerte. Sarà difficile che fuori dal Paese si trovino compagnie che si impegnino a rischiare capitali per proporre un piano di recupero per Alitalia. E’ per questa ragione che l’offerta della CAI non sembra avere alternative e resta l’unica prospettiva valida. Il PD e la CGIL hanno il dovere di rendersene conto anche perché si giocano oggi tutta la loro futura credibilità.
Vito Schepisi

12 settembre 2008

Tutti aspettano che prenda il volo

Su di una cosa sono tutti d’accordo. Anche se è solo un’espressione verbale a cui dopo ciascuno attribuisce un significato diverso, ma è già qualcosa. Si lo è, perché è una questione che necessita di un punto fermo. Parliamo di Alitalia e dell’attesa di tutti che prenda finalmente il volo.
Il fatto è che mentre c’è una parte del Paese che vorrebbe veder volare gli aerei con la bandiera tricolore, ce n’è un’altra che vorrebbe veder volare l’accordo.
In Italia si chiamano “gufi”, come coloro che fanno gli scongiuri contro qualcosa. Sappiamo che sono sparsi dappertutto. Sono negli stadi, nelle tv, nei giornali, nella politica. I gufi sono né più né meno che gli iettatori, termine italiano carico di storia popolare che ci ricorda Napoli ed i suoi grandi personaggi del teatro popolare.
La trattativa è difficile perché le criticità sono tante. In passato si è pensato che la festa durasse per sempre e che gli aeroplani fossero come i maestri alle elementari. E così per assicurare lavoro a tutti, e distribuirne ancora altro, si sarà pensato di far volare il modulo di tre aerei, al posto di uno, con gli stessi passeggeri. E’ infatti possibile che tra i consulenti, che in Italia si sprecano su tutto, ne abbiano cooptati alcuni che potessero studiare la realizzazione dell’idea di far volare più aerei contemporaneamente per lo stesso volo.
Gli esuberi, gli stipendi, l’orario di lavoro, la flessibilità, i benefit, il piano industriale, i debiti, gli azionisti della vecchia compagnia e poi gli scali, le ambizioni territoriali, i capitali, gli ammortizzatori sociali, la vendita delle singole attività alla nuova Alitalia, i sindacati, la cordata industriale, i politici sono soltanto una ricognizione per difetto delle parti in causa. Ci sono anche gli enti locali, i sindaci di importanti comuni, i presidenti delle regioni, gli interessi delle società che gestiscono gli aeroporti sul territorio nazionale e persino tecnici e personale di terra dei diversi aeroporti italiani.
Dietro tutto questo c’è ancora l’interesse del Paese, del suo turismo, del suo ruolo strategico in Europa e nel mondo. L’Italia non è la Svizzera che se è priva della Swissair non se ne accorge nessuno: è un Paese del G7 ed ambisce a giocare il suo ruolo nel contesto internazionale. Ed a giusta ragione, perché è centro di interesse mondiale per patrimonio naturale, arte e cultura.
Se tutti si aspettano che il rilancio di Alitalia prenda il volo, si deve però essere preoccupati per quelli che tifano perché prenda il volo sbagliato.
Si resta allibiti se si pensa che fa scalpore il taglio di 87.000 lavoratori nella scuola, da distribuire in un largo arco di tempo, senza licenziare nessuno, ma solo non sostituendo coloro che vanno in quiescenza e riducendo il ricorso ai supplenti, ed invece si vorrebbe far saltare il piano per il salvataggio di Alitalia lasciando definitamene a terra 20.000 lavoratori diretti e non si sa quanti ancora nelle attività che al trasporto aereo nazionale sono collegati.
Eppure se si va su internet c’è una quantità notevole di bloggers e commentatori che sostengono che il piano Fenice non debba decollare. Sono tutti quelli che vedono nel fallimento di Alitalia l’opportunità per mettere in difficoltà Berlusconi e la sua maggioranza di centrodestra. Il classico dispetto del marito stupido e sprovveduto alla moglie.
Non resta che aspettare. Ora è dovere di tutti cercare di smussare le spigolosità di una trattativa complicata dove sono certamente sul tavolo richieste ed offerte legittime da una parte e dall’altra. Nessuno deve pensare, fino a prova del contrario, che manchi il senso della responsabilità delle parti che discutono. Le rinunce sono amare ed è sempre facile giudicarle dal di fuori. Ma anche i cedimenti sono pericolosi se non riescono a centrare l’obiettivo della redditività e della collocazione sul mercato. Gli investimenti accorrono laddove c’è convenienza e scappano dalle imprese che non offrono prospettive, per un elementare principio economico basato sulla ricerca del profitto.
Il rilancio va bene se si parte con il piede giusto. Pensare, invece, di andare avanti per prendere tempo e disperdere risorse sarebbe inutile. Se questa Italia intesa come Istituzioni, forze politiche e rappresentanze sociali non è in grado di sollevarsi, di decollare sulle ali di una Compagnia di Bandiera nel segno della responsabilità di tutti, è destinata purtroppo ad altri insuccessi ed ad altre avventure che spero nessuno osi augurarsi.
Vito Schepisi