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14 ottobre 2013

Letta sta portando l'Italia al collasso



Il Consiglio dei Ministri sta per presentare la legge di stabilità. Le polemiche, i moniti, gli aut aut, le mani in avanti si susseguono a ritmo più serrato man mano che ci si avvicina alla vigilia della presentazione.
Niente di diverso. Prima accadeva la stessa cosa con la legge finanziaria che, a differenza di quella attuale di stabilità, regolava le poste di bilancio, invece che le scelte economiche del Paese.
Dalle indiscrezioni sembra di capire che la legge per l’economia e la finanza italiana si muoverà attorno ad alcune questioni come:
- la trasformazione dell’IMU nella Service tax che sostituirà anche la Tares in una tassa unica sugli immobili, prima o seconda casa che siano, su aliquote che non si discosteranno dall’incidenza voluta da Monti per l’IMU del 7,6 per mille per la prima casa e del 10,6 per mille per le altre. Una patrimoniale mascherata che vedrà l’unificazione della tassa sulla proprietà degli immobili con quella sui rifiuti e sui servizi comunali, con la variante del coinvolgimento degli inquilini alla nuova imposta;
- la rivisitazione delle aliquote IVA. Sembra che sia allo studio l’aumento dell’aliquota, su alcuni beni di consumo, dall’attuale minima del 4% a quella tutta nuova del 7%. Non sono pervenute, invece, ipotesi di riduzione di quella massima del 22%, in vigore già dal primo ottobre di quest’anno per il “colpo di genio” di Letta che in Consiglio dei Ministri ha recitato da offeso;
- la riduzione selettiva del cuneo fiscale alle imprese che assumono e investono (ma quante tra le piccole e medie sono ancora in grado di farlo?) per un costo complessivo di 2,5 miliardi di euro; 
- la distribuzione in busta paga dei lavoratori, anche questa selettiva, di tasse per 150/250 euro l’anno per stimolare gli acquisti;
- il taglio su alcuni capitoli di spesa dei ministeri. (Si parla anche di sanità e le regioni sono in subbuglio. Vendola manda a dire al Governo che i tagli alla sanità sarebbero “inaccettabili”. Lo stesso Vendola che ha consentito che sotto la sua gestione si sperperassero due miliardi di Euro. Una faccenda con responsabilità penali ancora tutte da definire, ma con “responsabilità” finanziarie già addossate ai contribuenti pugliesi;
- rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e alcune misure di stimolo alla crescita economica, come la deducibilità del costo del lavoro ai fini dell’IRAP.;
- Allentamento del patto di stabilità degli enti di governo locale con adeguamento alla capacità di spesa creata ai comuni con la “Services tax”.
Saranno sufficienti le misure su esposte a ribaltare le difficoltà economico-finanziarie dello Stato?
Rispondere di si vorrebbe dire solo continuare a prenderci in giro.
L’Italia con queste misure nel 2014 si troverà a navigare in un mare ancora più tempestoso di quello attuale.
Si vuole ancora nascondere al cittadino la gravità della cosa. L’Italia, progressivamente, perde pezzi d’impresa e di lavoro. E’ un’emorragia che non accenna ad arrestarsi perché si pensa di fermarla con interventi superficiali, perché non si ha il coraggio di dire ciò che in Italia non va.
Finché si penserà di coprire le spese aumentando le entrate, non sarà possibile discostarsi dalla discesa verso il baratro.
Vanno fermate le spese. 
Il nostro è un Paese che per pagare solo gli interessi sul debito e per la spesa energetica, fuori dai nostri confini, spende quasi quanto le intere entrate irpef dei lavoratori dipendenti.
E’ in moto un processo maniacale che ci sta portando al collasso. Molti lo sanno, ma lo nascondono. Tra un po’, però, non sarà più possibile nascondersi dietro un dito.
Letta basta a giocare! Lei fa come il prestigiatore che all’angolo della piazza fa il gioco delle tre carte. Carta che vince e carta che perde. Ma è pazzesco! Renzi fa le battute e Alfano fa finta di arrabbiarsi. Sulla nostra pelle! O sono tutti pazzi o non hanno capito una mazza.
A questo punto non bastano più le forbici, ci vuole la scure. Tagliare, tagliare, tagliare. Altro che resistere, resistere, resistere. Tagliamo le regioni, ad esempio. Le regioni sono la fonte più proficua del malaffare. Per la spesa sono pozzi senza fondo.
Pensiamo ad una architettura costituzionale della democrazia rappresentativa più snella e più parsimoniosa in cui le autonomie siano attente ai servizi sul territorio, ma con un sistema di controllo sulla congruità della spesa.
Il governo delle larghe intese poteva avere un significato se fosse stato usato per due cose: adottare le misure impopolari, prima di trovarsi fuori tempo massimo, e fare le riforme (Giustizia, Stato, Lavoro).
Doveva portare alla pacificazione sociale, invece ci ha regalato il “ricatto” del PD sulla responsabilità di tenere forzatamente in piedi un Governo d’incapaci. 
Vito Schepisi

04 aprile 2011

Il sottosistema di potere della sanità pugliese (I^parte)


Nel 2009 era partita con l’ipotesi di associazione a delinquere. La Procura di Bari non aveva emesso ancora alcuna ordinanza, ma già nei primi giorni del febbraio del 2009 si conoscevano già i presunti imputati e le presunte imputazioni. Alla prima eco sui giornali locali, Alberto Tedesco, dopo un incontro con Vendola, motivandole con la volontà di non creare difficoltà alla Giunta, rassegnava le dimissioni da assessore e veniva prontamente sostituito da Tommaso Fiore. I filoni d’indagine si sono subito moltiplicati: emergeva Tarantini e le sue forniture di protesi. S’è parlato di scosse ed è arrivata la D’Addario. Era tanto forte la preoccupazione di un ciclone giudiziario che potesse coinvolgere il “sottosistema” di potere pugliese (la sanità pugliese gestisce circa il 75% delle risorse economiche della Regione) che ci è stato chi ha pensato di ricorrere a manovre dispersive. Serviva un qualcosa che distraesse l’attenzione da quello che poteva rivelarsi come uno degli scandali più cinici e deprimenti d’Italia. Appalti, rifiuti speciali, nomine clientelari, denaro, controllo politico del territorio, lotte di potere, spartizioni, sprechi, donnine, corruzione, spregiudicati avventurieri, droga. C’era di tutto e qualcuno ha ben pensato di innalzare barriere di fumo, per distogliere l’eccessiva attenzione. In Italia è facile. E’ sufficiente fare quel nome che è sempre sulla bocca di tutti e il gioco è presto fatto. La scossa è così partita, e col sospetto che sia nata addirittura in Procura. Un capitolo della serie: come trasformare un evento negativo in un vantaggio politico per la sinistra? Nel 2009, in primavera, c’erano le elezioni europee e un importante impegno elettorale amministrativo, e Berlusconi stava vincendo, una dopo l’altra, tutte le tornate elettorali. A Bari, ad esempio, il sindaco Michele Emiliano, segretario regionale PD, uomo di D’Alema e protagonista in Città di un vero vuoto amministrativo, rischiava la poltrona. Dall’inchiesta, come da un cilindro di un prestigiatore, la scossa si materializzava così in Silvio Berlusconi. Il Premier in Sardegna aveva conosciuto Giampaolo Tarantini, scaltro e funambolico fornitore di protesi sanitarie. Con l’imprenditore pugliese era stato mantenuto un rapporto di frequentazione di vita mondana, un rapporto che niente aveva a che fare con gli affari e con la sanità pugliese. L’imprenditore si accompagnava a giovani e attraenti ragazze, tra cui la D’Addario, escort di professione col “pallino” d’incastrare. Tanto è bastato per aprire un altro capitolo di gossip e distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica. Tarantini e la D’Addario, accostati a Berlusconi, subito occupavano per settimane i titoli di testa su tutti i quotidiani. Un piccolo corruttore e fornitore di protesi sanitarie, con pochi milioni di fatturato annuo, e una escort, fornita di registratore tascabile, usati per oscurare l’inquietante scandalo della sanità pugliese: una cortina di fumo innalzata avanti ad un servizio da terzo mondo, con episodi di malasanità e con l’accumulo di due miliardi di debiti; un vero colpo da teatro per sceneggiare un diversivo e per nascondere una realtà agghiacciante sulla gestione del potere in Puglia. Il Sindaco di Bari Michele Emiliano, a quel tempo segretario regionale del PD, intercettato in una telefonata con Tedesco, aveva definito la sanità pugliese un “sottosistema” di potere per la gestione politica del territorio. Mazzette e sesso tra bisturi e garze. Clientele e voti tra analisi cliniche e nomine di primari. Patti scellerati del tipo: io ti nomino a capo di una Asl e tu mi organizzi una rete di clientele e di voti. Anche una parte della magistratura barese ha indugiato su questo filone d’indagine, fino al crearsi di fazioni all’interno della stessa procura. Solo con l’insediamento a Bari del nuovo procuratore capo, il diversivo Berlusconi veniva definitivamente abbandonato, per l’inesistenza di una qualsiasi ipotesi di reato, ma il danno era già stato fatto e l’effetto era già stato ottenuto. Alcuni giornali e conduttori tv sono andati in visibilio: non aspettavano altro. Santoro si scatenava in tv, invitava la D’Addario in trasmissione, facendola apparire come una povera vittima, quasi una rediviva Santa Maria Goretti. Il pettegolezzo aveva la meglio. Spuntavano il lettone di Putin, le foto dei bagni di Palazzo Grazioli, le registrazioni, le intercettazioni, i verbali e persino un fantomatico sistema a stantuffo atto a sostituire la naturale erezione. Il gossip è andato avanti per mesi e, per tutto questo tempo, la cattiva gestione della sanità pugliese, i reati di associazione a delinquere, di concussione, di corruzione e di turbativa d’asta passavano in cavalleria, mentre la D’Addario diventava una diva in tournée per l’Italia, persino autrice di un libro dal titolo felliniano: “Gradisca Presidente”. Nessuno che, invece, si fosse soffermato su alcune semplici riflessioni: 1) Tedesco era l’uomo meno adatto a quell’assessorato, le società dei suoi figli, infatti, fornivano protesi sanitarie, e la Regione era tra gli acquirenti quasi esclusivi, ma Vendola l’aveva voluto a quell’assessorato con ostinazione; 2) il Governatore pugliese sapeva benissimo tutto ciò che succedeva in Regione; 3) c’era stata una presa di posizione dell’Idv sull’evidente conflitto d’interessi e il Governatore aveva garantito per Tedesco.

Ma garantito cosa?

(continua)

Vito schepisi

28 febbraio 2011

il "Sottosistema" della Sanità in Puglia

La Giustizia in Italia non finisce mai di stupire. Anche questa volta reitera contraddizioni e semina perplessità. In Puglia c’è stata una gestione della sanità da raccapriccio.

Si spera che le cose siano cambiate. La sanità è, infatti, collegata alla sofferenza e alle ansie d’intere famiglie, loro malgrado utenti dei servizi sanitari. Nella gestione è emerso di tutto: dai conflitti sugli assetti del potere, alla droga, alle donnine, agli appalti. Sono state ipotizzate cupole di malaffare che, oltre a favorire amici e parenti e assegnare commesse, miravano al controllo politico del territorio con lo scopo di rafforzare elettoralmente gli uomini e i partiti che amministravano la Regione.

Questo quadro d’insieme emerso con chiarezza - a prescindere dai soggettivi coinvolgimenti di carattere penale, per i quali la magistratura è deputata a ricercare le responsabilità – e che ha visto diversi protagonisti intrecciarsi, in un gioco tutto politico, per la conquista di spazi e riferimenti personali, riconducibili alla mera gestione del potere, rischia di essere svuotato della sua gravità da una Giustizia che nei fatti si spacca e si contraddice. Un quadro giuridico che induce a pensare che possa finire con un nulla di fatto, per buona pace di chi invece paga. E paga sempre.

Spariscono concussione e associazione a delinquere, ad esempio, ed esce di scena dall’interesse giudiziario il maggior responsabile di un quadro politico desolante. È stato miserevolmente manipolato e usato a fini diversi dalla sua funzione d’indispensabile servizio ciò che doveva essere il fiore all’occhiello del Tacco d’Italia per una promessa, fatta dal leader di Sinistra e Libertà nel 2005, di una Puglia migliore. La sanità pugliese, con Vendola, è diventata invece un “sottosistema” di potere e di pratiche clientelari: un crocevia tra malaffare e bolgia dantesca che ancor oggi inquieta la parte più debole della popolazione pugliese.

Ci si chiede, ora, come il Senato possa, ad esempio, concedere l’autorizzazione all’arresto di Alberto Tedesco, se due magistrati diversi, dell’Ufficio del Gip del Tribunale di Bari, hanno emesso, nel giro di 24 ore, due provvedimenti di segno opposto che finiscono col rendere sia l’uno, che l’altro, meno verosimili e più contraddittori. Una giustizia disuguale, infatti, non è mai vera giustizia. Una richiesta d’arresto, inoltre, che, a due anni dall’avvio dell’inchiesta e dalle dimissioni dell’allora assessore alla sanità, appare oggi poco comprensibile per non essere riferibile né al pericolo di fuga, né al possibile inquinamento delle prove e neanche alla possibilità della reiterazione dei reati, ipotesi su cui, invece, sembra propendere il Gip.

E’ sconcertante, però, una Giustizia che si muove con passo diverso, lasciando sempre ampie zone d’ombra e una scia d’incertezze e di dubbi.

Torniamo, però, alla Puglia. Interessa di più di una Giustizia afflitta da spazi di faziosità e da eccessi di protagonismo politico. Se la Giustizia, infatti, non riesce a fare chiarezza, si può provare a comprendere di più ricorrendo ai fatti. E partendo da questi ci si distingue anche nel metodo dai giustizialisti che, partendo invece dalla colpa, opacizzano la stessa chiarezza.

La sanità pugliese è in un mare di guai. I conti sono in profondo rosso e i servizi sono scadenti. Se fosse già in vigore la legge sul federalismo fiscale, Vendola decadrebbe da Governatore per il mancato rispetto del patto di stabilità e per gli aumenti di tasse e ticket, senza la fornitura di maggiori servizi.

Dal 2005, e cioè dai tempi in cui, come gli insorti parigini, ai tempi della Rivoluzione francese, con la presa della Bastiglia, Vendola ha espugnato il Palazzo dell’Estramurale Capruzzi, le cose sono andate di male, in peggio. La sanità che doveva essere il fiore all’occhiello della Puglia migliore, per essere stata al centro della campagna elettorale - tutta spesa contro il Piano sanitario di Fitto che prevedeva accorpamenti di strutture e chiusure di reparti ospedalieri - è diventata invece un terreno seminato di disservizi, di sprechi e d’imbrogli.

La magistratura già all’inizio dell’inchiesta nel 2009 aveva rilevato che “un pezzo delle nomine e degli appalti della sanità pugliese sia stato asservito agli interessi di una corrente di partito”, ipotizzando la presenza di cupole politiche inseritesi con lo scopo di controllare e rafforzare la propria posizione sul territorio pugliese.

«O Madonna santa, porca miseria – reagisce Vendola al telefono con Tedesco - la legge non la possiamo modificare?».

Per questa frase Il Gip che ha chiesto l’arresto per Tedesco, nel provvedimento, ha scritto che Il Presidente della Regione Puglia, pur di spingere per la nomina a direttore generale di un suo protetto, pretendeva il cambiamento della legge per superare gli ostacoli della normativa in vigore. Questa, però, per l’altro Gip che ha archiviato la pratica Vendola, non è concussione.

Sulle nomine, scrive il Gip nell’ordinanza, vi è stata «la consapevolezza dei responsabili politici – di tutti i responsabili politici – di operare per fini di spartizione partitica e/o correntizia, riconoscendo al più ai propri dirigenti un limitato potere di proposta».

Il Sindaco di Bari, Emiliano, al tempo segretario regionale del PD, intercettato mentre parla con l’assessore Tedesco, commentando le ventilate intenzioni di Vendola di sostituirlo all’Assessorato alla sanità pugliese, accenna espressamente all’esistenza di un sottosistema: “ secondo me, questa è un’operazione tutta politica, perché lui (Vendola ndr.) dice: io, in questa maniera, mi impadronisco del sottosistema e, ovviamente nelle prossime elezioni, l’Assessorato anziché stare in mano al Pd sta in mano a me, questo è tutto il discorso... o quanto meno sta in mano ad una logica che è diversa da questa...( cioè in mano al PD con Tedesco - ndr.)”.

Già l’aver tollerato l’esistenza di un “sottosistema”, per gestire la sanità pugliese, richiederebbe un giudizio politico molto severo ma, riflettere poi sul fatto che i maggiori protagonisti delle vicende si siano potuti trarre fuori dalla responsabilità politica che invece appare evidente, sa proprio di beffa.

I fatti, però, non sono finiti con gli episodi accennati e, malgrado D’Alema, profeta di scosse politiche in campo avversario, si sia sbracciato ad assicurare che “Il Pd non è un’associazione a delinquere”, sulla questione pugliese a tavolino c’è chi si è impegnato a trovare una soluzione. Ad Alberto Tedesco, infatti, dopo neanche sei mesi dalle sue dimissioni da assessore, è arrivato un seggio al Senato. E’ bastato candidare e far eleggere Paolo De Castro, già Ministro di Prodi, al Parlamento Europeo, e farlo così sostituire dal primo dei non eletti per il PD, appunto Tedesco: un’operazione gestita tutta in Puglia, pur tra le perplessità manifestate da alcuni dirigenti nazionali del PD.


E’ la forza di un “sottosistema” politico che ha attraversato il mezzogiorno d’Italia e che in Puglia, grazie anche complicità di un sistema ancora partitocratico, non si riesce a spezzare.

Vito Schepisi

16 febbraio 2011

La Sanità in Puglia è senza speranze

Se siamo nel campo della medicina, possiamo tranquillamente affermare che dinanzi ad una prognosi preoccupante, per la quale necessiterebbe un urgente e radicale intervento chirurgico, pensare di risolvere parzialmente il problema può essere controproducente e anche pericoloso.
Ebbene è ciò che è accaduto alla sanità pugliese. Dinanzi a segnali di pericolo e dinanzi a forme di gestione in cui emergevano collegamenti e commistioni tra affari, malavita e politica, non si poteva solo cambiare qualche assessore e far dimettere il Vice Presidente della Regione. Doveva dimettersi tutta la Giunta regionale per quanto gravi le accuse (tangenti, protesi impiantate senza bisogno, ricatti sessuali, cupole criminali, controllo politico del territorio e poi ancora droga, alcove e donnine usate come benefit). Gli assessori e il Vice Presidente rimossi, rappresentavano il partito di riferimento (PD) su cui il governo regionale traeva la forza numerica per reggersi.
Tutta la classe dirigente del PD pugliese andava rimossa: dal suo segretario regionale, il sindaco di Bari Emiliano, in poi. Non si può essere responsabili politici di un partito e sentirsi in libera uscita al momento opportuno. Il PD stesso ha sbagliato a non chiedere le dimissioni dell’intera giunta, comprese quelle del Presidente ed a non azzerare la sua classe dirigente pugliese.
Alla fine Vendola è stato l’unico che ne è uscito indenne, rivoltando tutto a suo vantaggio, come chi ha avuto il coraggio di fare piazza pulita: ha avuto, infatti, l’astuzia di capovolgere a suo favore una situazione insostenibile, in cui bande di malavita politica e comune, si sono trovati a gestire la sanità e ad esercitare un controllo politico e clientelare del territorio.
Se non c’è responsabilità penale, non è detto che non ci sia responsabilità politica.
A Vendola, nella scorsa legislatura, si dovevano chiedere le dimissioni per responsabilità oggettiva di un fallimento politico nel più qualificante e delicato settore della politica amministrativa della Regione. Principalmente per la sanità, il Governatore pugliese aveva promesso di mostrare ai suoi corregionali una Puglia diversa. L’allora esponente di Rifondazione Comunista, nel 2005, aveva cavalcato l’opposizione al piano ospedaliero del Governatore uscente Fitto, partendo dalle “barricate” sulla chiusura del reparto di Ginecologia presso l’Ospedale di Terlizzi. E quest’ultimo è il comune del barese in cui è nato e risiede il fondatore e leader di Sinistra e Libertà.
Vendola nel 2005 aveva promesso di stracciare il piano sanitario di Fitto, facendo esplodere il campanilismo di molti comuni pugliesi. Il reparto di Ostetricia e Ginecologia a Terlizzi, però, non è stato più riaperto e l’attuale assessore alla sanità, Fiore, nell’ottobre del 2010 si è trovato a fronteggiare la stizza del sindaco di che si è detto “sconcertato dal tenore delle risposte dell’assessore Fiore al consiglio comunale di Terlizzi”.
La solita storia italiana, ma perseverare qualche volta deve essere una colpa.
Nella scorsa legislatura regionale sono emerse le perdite della sanità con cifre che si avvicinavano ai nove zeri. Una gestione che alla ribalta saliva non solo per le vicende già dette, ma anche per i tanti episodi di malasanità e di carenze, per i ritardi e le liste di attesa, per i reparti fatiscenti, per gli abusi, le malversazioni, gli interessi privati e per lo sconcerto degli utenti, degli anziani e dei malati.
Non sono servite le forbici sui farmaci gratuiti, né l’aumento dei ticket e neanche le maggiorazioni ai contribuenti pugliesi sui redditi e sui carburanti, riscaldamento compreso, per il 2010 le perdite della sanità pugliese si vanno ad attestare sui 600 milioni di euro, il doppio di quanto previsto inizialmente dal suo assessore. Nel 2010, per la sanità, lo Stato ha girato all’amministrazione regionale il 3% in più fondi, ma non sono bastati a ricondurla al contenimento delle perdite. La regione, inoltre, ha anche un debito accumulato e non risanato di 683 milioni.
La Puglia è monitorata dal Ministero dell’Economia, quello di Tremonti che ha già definito “cialtrone” il governatore pugliese, sebbene per un’altra vicenda (mancato utilizzo dei fondi europei per lo sviluppo). Se non sarà possibile ridurre le spese sui costi, la Puglia dovrà ridurre i servizi resi, e a farne le spese saranno i cittadini pugliesi.
Evviva la Puglia migliore!
Vito Schepisi

25 novembre 2009

Soppressione fisica o golpe giudiziario?


Pensiamo, in modo del tutto teorico, che una organizzazione interna alla magistratura che chiamerei “brigata democratica per la legalità rivoluzionaria e popolare” voglia sovvertire le istituzioni democratiche del Paese. Pensiamo anche che in Italia ci sia un clima politico in cui le vecchie parole d’ordine, tipo: fronte democratico ed antifascista, arco costituzionale, popolo dei lavoratori, masse operaie, lotta proletaria, sinistra unita, destra reazionaria, etc.etc. abbiano perso effetto attrattivo e che non funzionino più.

Per avventura pensiamo anche che ci sia un gruppo editoriale con ramificazioni nel mondo industriale, finanziario e bancario che riesca a coinvolgere settori molto ampi della società italiana tra cui intere categorie sindacali, rami di quelle industriali, rampanti intellettuali, ordini professionali ed una parte del Parlamento dove siedono uomini che senza il sostegno di questo gruppo farebbero un altro mestiere.

Pensiamo tutto questo come se fosse già una realtà in corso, e pensiamolo supponendo che ci sia una sinistra, dai tratti di provenienza ideologica massimalista. Una sinistra che non faccia più presa sul suo elettorato, stanco per le tante delusioni ricevute, per aver destato sospetti su inganni e falsità spacciate nel passato come verità rivelate, per aver seminato nel Paese: amministrazioni inefficienti; uomini sorpresi con le mani nei contenitori della farina pubblica; arroganza; privilegi e sacche di inefficienza; abusi di potere; malversazioni, protervia e ricatti sessuali, come in Puglia; moralismi bacchettoni, fino alla pretesa di voler spiare dal buco della serratura dei cittadini per stabilire la legittimità degli stessi ad avere una propria attività sessuale.

Una sinistra affetta dal vizio dei due pesi e delle due misure nella valutazione della questione morale.

Pensiamo alla presenza di una sinistra che ha mantenuto l’incarico assessorile alla sanità ad un suo uomo, in evidente conflitto d’interessi, come fornitore per società di famiglia di articoli sanitari, il cui operato è stato considerato dalla magistratura inquirente come quello di referente di una “cupola” criminale dedita al profitto ed al controllo politico del territorio. Un assessore a cui è stata garantita l’immunità all’arresto consentendogli di entrare in Senato, come primo dei non eletti, dopo aver fatto eleggere al Parlamento Europeo un senatore eletto nella sua regione, per fargli spazio.

Pensiamo ad un Consiglio di Ministri che viene rappresentato come un esecutivo che sbaglia sempre e comunque, sia che si interessi di sicurezza, sia di interventi nelle emergenze, sia di scuola, sia di giustizia, sia che pensi ad un piano di opere pubbliche o alla moralizzazione del pubblico impiego, sia che provi a mettere sotto controllo l’immigrazione clandestina, sia sulle misure economiche. Ha persino la responsabilità di non essere un esecutivo di sinistra (Martin Schulz) per poter legittimamente proporre la candidatura di D’Alema a ministro degli esteri europeo.

Pensiamo, sempre in modo del tutto teorico, che non siano servite a ribaltare la convinzione degli elettori tutta una serie di aggressioni politiche, di minacce giudiziarie, di trasmissioni televisive orientate, di produzione di satira, di dossier, di pentiti di mafia, di ricostruzioni criminali al limite della farsa, di un utilizzo incredibile per sfrontatezza di tutto il codice penale, dalla prima all’ultima pagina, per accusare Berlusconi di tutti i reati previsti: dal furto della gallina del vicino, al delitto a mezzo sicario per futili motivi; dalla violenza carnale, allo sfruttamento della prostituzione; dalla tratte delle bianche, allo spaccio di droga; dall’associazione mafiosa, alla rapina delle vecchiette fuori dall’ufficio postale.

Berlusconi il grande corruttore, l’unico responsabile di tutti i guai del Paese, il caimano, il grande vecchio, quello che ha disseminato la spazzatura nelle strade di Napoli e che ha fatto tremare l’Abruzzo, quello che ha portato al tracollo Alitalia, che ha mortificato il mezzogiorno assorbendo per decenni risorse sparite nel nulla, che ha dissestato il territorio, che ha messo le bombe, che ha fatto saltare i treni, che ha pensato le stragi, e tra queste mettiamoci anche quelle del sabato sera.

Pensiamo, in modo del tutto teorico, che per riprendere a fare i propri comodi ed a saccheggiare il paese, la sinistra abbia realizzato la convinzione che l’unico metodo sia quello di sopprimere Berlusconi e che, non potendolo fare attraverso leggi liberticide, come quella di impedirgli di candidarsi, anche perché non avrebbe i numeri per farlo, stia meditando due diverse opportunità: la sua soppressione fisica o la sua soppressione giuridica.

Supponiamo che sia anche ciò che la cronaca quotidiana ci racconta!

Vito Schepisi

09 settembre 2009

La Puglia non ha bisogno di Vendola

La questione della Sanità pugliese ha tutto l’aspetto di uno scandalo annunciato. La storia di un Assessore alla Sanità con interessi familiari nel campo delle forniture delle protesi sanitarie era un fatto conosciuto da tutti in Puglia.
Tutti sapevano, ma se la voce del popolo, priva di atti concreti, non ha da sola valore probante c’è da dire che non c’era solo la voce del popolo. La pistola fumante era ben radicata negli atti dell’Istituto regionale, quando sia la maggioranza che l’opposizione, in più occasioni, avevano fatto emergere il pericolo del possibile conflitto di interessi.
Il Presidente della Regione, però, ha fatto di tutto, per tenere in piedi la sua baracca. Si è persino speso per ribadire la fiducia a tutti gli uomini della sua Giunta. Tutto! Meno che prendere atto di ciò che accedeva. Si è comportato come uno struzzo con la testa nella sabbia.
Per la sanità in Puglia si è costituito un intreccio di interessi e di prevaricazioni. I media oramai parlano di “cupola” e la Procura di Bari paventa ipotesi di reato gravissimi. Sono emersi episodi di corruzione e di gestione clientelare.
I danni economici per i pugliesi sono enormi. C’è un buco economico nella gestione che supera il miliardo di Euro. I pugliesi di converso pagano addizionali irpef regionali al massimo ed i ticket sono richiesti anche per patologie gravi ed invalidanti, benché in agosto sia stato approvato un decreto che garantisce l’esenzione agli immigrati irregolari.
Al filone sanità si collegano altri abusi da cui emergono sintomi di arrogante gestione. Sono state usate donne in carriera, escort e mamme bisognose di lavoro come merce scambio per favori, per appalti e per il tipico esercizio autoritario di chi intende il mandato politico come una licenza di prevaricazione e di reiterato ricorso ai propri interessi personali.
Si è coinvolto l’Ente in pratiche di squallido maschilismo, svilendo le funzioni amministrative della Regione all’edonismo più bieco e più vile.
Tutto questo non può non avere un limite nella responsabilità di chi ha avuto il mandato popolare di guidare l’Amministrazione Regionale. E questo limite sembra ampiamente superato. Sono 4 anni e mezzo che il Presidente Vendola si è mostrato interessato più ai 40.000 voti sul territorio di Bari, attribuiti a Tedesco, che agli interessi dei pugliesi, senza che mai gli sia balzata la curiosità di capire e spiegarsi l’origine di quel serbatoio di voti. Il Governatore pugliese, al contrario, si è cimentato a diffondere prediche sulla moralità degli altri. Ha vantato per se esempi di virtù e di profonda tensione morale. Ha diffuso parole di trasparenza e di sostegno alla gente nel bisogno. Ha invocato il bisturi per tagliare la corruzione e per estirpare ogni male. Un Giano bifronte confuso dalle sue stesse due facce.
E’ ora, però, che tragga le sue conclusioni e si dimetta, invece di pensare d’inventarsi nuovi percorsi politici, rispolverando formule trasformiste ed invocando le tradizioni pugliesi di laboratorio politico.
La Puglia avrebbe bisogno di uomini concreti che facciano precedere i comportamenti adeguati alle fantasie parolaie. Ha bisogno di razionalizzare le risorse economiche per l’integrazione del suo territorio. Ha bisogno di rilancio produttivo e di impulso all’artigianato, all’agricoltura ed alle produzioni tipiche.
La Puglia ha bisogno di una politica del turismo intelligente. Ha bisogno di investire, più che nelle spese improduttive e nei costi elefantiaci di gestione, nello sviluppo, nel terziario, nella valorizzazione della sua cultura e della sua storia, nel restauro e nella conservazione dei suoi insediamenti artistici, nei suoi borghi, nei tipici percorsi urbani di una cultura antica ma viva, nella valorizzazione dei doni ricevuti dalla natura fatti di angoli di bellezza unica ed inimitabile.
La Puglia ha bisogno di investire nei servizi.
Non ha bisogno del primato per il governatore più pagato d’Italia, ma di uomini diversi dagli abili e retorici cucitori di abiti politici ormai in disuso.
La Puglia non ha bisogno di Vendola.
Vito Schepisi

30 luglio 2009

Il Partito del Sud


Se c’è una cosa di cui gli italiani non sentono assolutamente il bisogno questa è la creazione di un nuovo partito. Se nell’Italia repubblicana, per ogni nuovo partito fondato, fosse stata invece realizzata un’opera pubblica non staremmo ancora oggi a denunciare le carenze infrastrutturali, la precarietà degli edifici, la mancanza di strade, scuole, ospedali, linee ferroviarie, porti, aeroporti, verde pubblico, carceri e case popolari. I costi dei partiti sono enormi. Tutti sanno o sospettano che questi costi vadano sempre a carico dei contribuenti, anche di quelli a cui viene l’orticaria solo a sentir parlare di un nuovo partito.
In questo scorcio d’estate in cui il Mezzogiorno, per mostrare le sue straordinarie bellezze, si illumina con il cielo più terso ed il sole più limpido d’Italia, le voci insistenti della formazione di un Partito del Sud, tolgono la tranquillità ed il sonno, più dello scirocco che, di sera, soffia dall’Africa.
Chi è meridionale conosce quali siano davvero le politiche per il Sud. Sa molto bene che la soluzione non è nei soldi, alimento spesso di mafie e clientele. La sicurezza, le strutture adeguate, i trasporti veloci ed i servizi efficienti sono invece i bisogni primari. I diritti e la legalità devono subentrare alla gestione arrogante e clientelare del territorio.
Chi è meridionale rifletta sui soldi spesi per anni a Napoli per l’emergenza “monnezza”, o a Bari con l’affare “sanità” ed avverta il bisogno della fiducia nelle funzioni dello Stato, perché siano sempre al servizio della legalità, perché sappiano erogare giustizia con rapidità, senza sollevare polveroni che finiscono col celare le responsabilità, intorpidire le acque o favorire una parte politica.
La gente del sud chieda Giustizia!
Non servono alla trasparenza le gesta erotico-sputtananti di compiacenti “signorine” se finiscono per coprire, con le pruderie di una cultura provinciale, la questione morale del centro-sinistra pugliese. Il Meridione ha bisogno di liberare le sue energie dalle catene dei soprusi e dalle acque melmose di interessi, vendette e ripicche. Il Mezzogiorno deve affrancarsi dalle furbizie della burocrazia, della politica e del malaffare.
Il Sud deve liberarsi dall’usura, dal pizzo e dall’abuso.
Bisogna essere chiari, anche a costo di sembrare sbrigativi e rozzi. Il Partito del Sud nasce, se nasce, per chieder danaro. Attorno all’idea si sono subito formate cordate, più o meno palesi, tra chi fiuta l’opportunità e chi mira al riciclaggio. Nell’un caso e nell’altro, sarà sempre una raccolta differenziata. E’ bene che si sappia, però, che la politica non è solo spesa e gestione, ma soluzioni.
La lotta tra poveri, ed il braccio di ferro per contare di più, è stato il risultato di oltre 60 anni di politiche con la questione della “centralità del mezzogiorno” in piedi. Questa “centralità” è stata tra gli obiettivi primari di quasi tutti i 66 governi italiani del dopoguerra . La Questione meridionale ha saturato la letteratura politica, sociale ed economica, come sosteneva Leonardo Sciascia: “Sappiamo bene che c'era già una "Questione meridionale: ma sarebbe rimasta come una vaga leggenda nera dello Stato italiano, senza l'apporto degli scrittori meridionali”.
Niente è cambiato, però, da quel “c’era già”: perché non è cambiato il modo di affrontarla la "Questione".
Basterebbe riportare la contabilità dei costi di questa politica per il mezzogiorno e dimostrare che con la spesa sostenuta sarebbe stata assicurata una vita agiata a tante generazioni di meridionali. La classe dirigente doveva solo astenersi dal fare qualsiasi cosa, per non combinare ulteriori guai, come è accaduto all’Ospedale di Agrigento, posto sotto sequestro dall’autorità giudiziaria, con le strutture portanti di calcestruzzo realizzate con la sabbia.
Lombardo e Miccichè, anziché al Partito del Sud, pensino ora ai 1400 degenti che non si sa dove potranno essere diversamente dislocati!
Vito Schepisi