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14 febbraio 2013

L'Italia che ci aspetta



L’Italia è diventata una casa circondariale a cielo aperto.
Più precisamente in Italia si ha la sensazione di stare in un luogo a metà strada tra un carcere ed una discarica pubblica.
Nella casa circondariale con le sbarre virtuali vivono a piede libero i cittadini con i loro problemi quotidiani che non interessano a nessuno.
C’è persino il timore di parlarne per evitare la possibile accusa di disfattismo che, come nel ventennio, di fatto è diventato reato.
Oggi sono finiti i colpi di testa, le grillate, le manifestazioni di piazza, i cortei.
Non ci vuole più di tanto per trovarsi nei guai. La libertà di parola è garantita dalla Costituzione, all’art. 21, ma “come ogni libertà ha i suoi costi”. L’ha detto il Presidente del Consiglio Bersani e l’ha confermato l’ex Presidente della Repubblica Napolitano: “bisogna parlare, ed in modo rispettoso, solo se invitati”.
Persino il nuovo Capo dello Stato, Romano Prodi, ha detto qualcosa a riguardo, ma nessuno l’ha capito. E non è servito il ricorso a Sircana per la traduzione, questi è impegnato in misteriose ricerche per strada, nelle periferie di Roma. Sollecitato dalla stampa, ha interrotto per un attimo le sue ricerche per consultare il Bignami del buon presidente, ma non ci ha trovato niente di simile.
Per timore di rappresaglie i cittadini non si sentono più liberi di esprimersi e sono costretti a subire; si sentono privati dei loro diritti, vessati dallo Stato con l’imposizione d’imposte e gabelle e sono alla mercé di una classe dirigente burocratico-politica che stabilisce tutto per loro.
Ogni giorno passano sulle tv pubbliche (quelle private sono state abolite col dpr sul riordino delle frequenze) i consigli sugli acquisti. Sono diversi da prima, ora sono disposizioni perentorie su cosa mangiare, su che film vedere, su che giornale leggere, su quali contenuti televisivi orientarsi, sugli atteggiamenti considerati corretti, se andare in vacanza e dove, sulla formazione dei figli. Da qualche giorno, suggeriscono anche quali opinioni si possano esprimere liberamente.
Si sente dire in giro, ma non ci sono conferme ufficiali, che sia stato messo insieme un pool di scienziati per fare ricerche sulla lettura del pensiero con lo scopo di realizzazione un congegno capace di leggere ciò che pensiamo.
Sono molto preoccupato sapeste quanti cattivi pensieri che ho!
In Italia, è così che si precorre il futuro e si coltiva la ricerca scientifica.
Lo Stato stabilisce anche quali aziende devono produrre e quali no, decide chi può andare in pensione, mentre è ancora in vita, e chi no. Per non incidere sulla spesa, la consulente del ministero del Welfare, Elsa Fornero, in uno studio elaborato con il senatore a vita Monti, ha redatto una nuova proposta di riforma delle pensioni.
La proposta si apre con la seguente premessa: “Sarebbe auspicabile che i lavoratori italiani andassero in pensione come atto conclusivo della propria esistenza”. Dai sindacati un silenzio tombale.
Un Paese regolato, insomma, senza che niente sia lasciato al caso. Uno Stato che ci fa nascere e ci fa morire quando vuole. Il costo della sanità, infatti, non è economicamente sostenibile, e le cure mediche sono riservate solo a chi è utile.
Chissà perché utili sono sempre loro!?
Gli abitanti vivono intimiditi dai poteri, sono spiati, con i telefoni sotto controllo, ma ci stanno facendo l’abitudine. Il tecnico bocconiano Mario Monti, braccio destro di Bersani, sostiene che sia “meglio vivere cento giorni da pecora anziché solo uno per non viverne più”. L’aforisma non è suo, glielo ha suggerito Angela Merkel. Si lei la Kulona!
Sul decreto sulle intercettazioni è stata posta la fiducia ed è legge dello Stato già in vigore da tempo. Stabilisce, come suggerito da Fini, che sia nella discrezione del giudice intercettare chi vuole, senza dar conto a nessuno.
Subito dopo la pubblicazione del Decreto sulla G.U., con un tempismo senza precedenti, tutti i telefoni in uso al Cavalier Berlusconi ed alle persone a lui vicine, contemporaneamente per iniziativa di tutte le procure d’Italia, sono stati messi sotto controllo.
Ora capita che anche gli intercettatori s’intercettino tra loro.
“Sulla legalità - ha sostenuto l’ex PM Ingroia - non si può pensare a risparmi, e due orecchie ascoltano meglio di uno”.
“L’autonomia dei magistrati è una cosa seria. O c’è o non c’è, e se c’è deve essere rispettata”. Anche questo è un pensiero profondo. Non è mio. L’ha espresso il nuovo ministro della Giustizia, con l’interim agli Interni, Antonio Di Pietro.
C’è chi dice che in Italia sia stato instaurato uno stato di polizia. Grillo è in galera da tempo, come è in galera Sallusti (gli hanno prorogato di 48 mesi il soggiorno in galera, come se fosse l’ammortamento di un mutuo) e come lo è, in carcere, anche Giulianone Ferrara.
Feltri è in clinica psichiatrica, invece, dopo che gli è venuto lo schiribizzo di capire dove sono finiti i duemila miliardi di debito dello Stato. Belpietro è emigrato. Di lui non si hanno più notizie. C’è un mandato di cattura internazionale spiccato contro di lui: è accusato d’istigazione alla disobbedienza civile.
Travaglio dirige il carcere di Regina Coeli a Roma. Santoro, tornato alla Rai, è stato inviato in Uruguay per un’inchiesta sui Tupamaros.
Oscar Giannino, invece, vestito da giullare, assieme ai suoi tre gatti, intrattiene, e l’aiuta a fare i compiti, il bimbo adottato da Vendola assieme al consorte, (o alla consorte?). Moglie? Marito? … diamine, questa nuova legge sui matrimoni omosessuali non l’ho ancora capita!
C’è chi mi chiede … e Pannella dov’è? L’ultima segnalazione è di qualche mese fa. Era in sciopero della fame, dinanzi a Montecitorio: protestava contro la fame in Italia. La polizia l’ha arrestato e portato a Rebibbia. Dicono che per qualche giorno dalla sua cella si siano sentite le sue grida di protesta. Poi ha scioperato anche la sua voce.

Anche l’attività sessuale è monitorata. Da qualche tempo è stato istituito per legge il conta scopate. E’ un “cip” - è scritto così nella versione ufficiale del decreto del Governo - che viene inserito nei genitali per conteggiare la frequenza dell’attività sessuale dei cittadini. Ma, come accade di solito in questo campo, la malizia fa circolare voci che non si sa quanto siano o non fantasiose.
I sussurri sostengono che serva alla tracciabilità delle scopate: per poter poi introdurre una nuova tassa, variabile a seconda se il rapporto viene consumato nell’ambito familiare o fuori.
A proposito di tracciabilità, è stato abolito il denaro ed è stato sostituito dalle carte di credito e dal pago bancomat. Monti, Bersani e i banchieri gongolano. Dall’espressione del volto e dai rumori che gli sono usciti dalla bocca, invece, non si è capito come la pensi il Capo dello Stato. Quando parla il Presidente Prodi non si capisce mai niente e Sircana, il suo portavoce, è sempre impegnato nelle periferie di Roma. Chi l’ha incontrato racconta che si ferma ripetutamente vicino a soggetti di colore con atteggiamenti e abbigliamento femminile, ma con tratti un po’ mascolini.
I vertici dello Stato con i loro “entourage” oggi in Italia godono di uno “status” diverso dai comuni mortali. Appartengono ad una classe sociale che chiamano “Politburo social finanziario”. Hanno l’immunità e possono scopare e trafficare alla grande. E Berlusconi si morde le mani.
Per la gioia di Casini si sono ricompattate molte famiglie: per timore d’essere tracciati, sono diminuite di molto le corna. Senza denaro a nero, è diventato anche difficile mantenere le amanti.
In serie difficoltà sono le donne: devono prestare attenzione a mantenersi distanti dalle residenze dell’ex Premier Berlusconi. Tutte quelle, infatti, che capitano nel suo raggio di azione sono fermate e interrogate dalla polizia perché si ha il sospetto che Berlusconi si sia procurato all’estero un congegno per falsificare il “cip” della tracciabilità e della conta delle scopate.
Sembra che funzioni allo stesso modo del congegno che hanno utilizzato gli amici di Prodi alle politiche del 2006, per ribaltare la conta dei risultati elettorali che li vedevano perdenti, e che poi hanno vinto per 24 mila voti.
Si ha voce che si stia organizzando un comitato femminile di protesta clandestino chiamato “Se non la do ora, non la darò mai più”, capeggiato da Nicole Minetti.
Ci sono già alcuni arresti fra le attiviste più combattive, mentre l’eroina Nicole si è data alla clandestinità.
La polizia sta fermando, per l’identificazione, tutte le donne con le tette fuori misura. Figurarsi che la polizia è così pignola e le maglie sono così strette che hanno fermato anche la rosibindi.
La combattiva parlamentare si è sbottonata la camicia, tra il terrore dei poliziotti, e sotto aveva ancora la maglietta con su scritto “non sono una donna a sua disposizione”.
Le hanno subito creduto! Nessuno ci teneva a fare ulteriori controlli su di lei!
In questi giorni, il Parlamento, dopo la recente sentenza della Consulta, che ha giudicato la legge conta scopate lesiva della libertà sessuale dei praticanti il “sesso progressista”, su proposta del deputato Vendola, sta discutendo la modifica della legge.
La nuova formulazione, in discussione presso la commissione per le pari opportunità della Camera, escluderebbe (si usa il condizionale perché nel testo è comparsa, per caso, una postilla per escludere dai controlli anche la pedofilia, ed è bloccata in commissione in attesa di una relazione tecnica) dall’obbligo della conta tutto il mondo alternativo, cioè quello definito sessualmente corretto, come stabilito dalla recente riformulazione degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione Italiana.
L’obbligo previsto dalla legge, infatti, era stato ritenuto lesivo della libertà privata, art. 13 della Costituzione, e in conflitto con la legge Concia-Vendola-Grillini sull’omofobia.
In Italia è cambiato tutto. Dicono che è in atto la rivoluzione “liberale”, per liberare l’Italia da chi si mette di traverso e dà fastidio.
Come per tutte le rivoluzioni, il processo è lungo e la strada è piena d’insidie e di ostacoli. Qualche problema lo sta creando, ad esempio, Giuliano Ferrara.
La cella assegnata gli sta stretta ed ha problemi ad entrare nel vano adibito a bagno. Non ci passa e non si trova un vasino alternativo di misura adeguata. Sta facendo lo sciopero della fame. E’ al quinto giorno.
I funzionari pubblici italiani, però, sono l’eccellenza del Paese. L’ha dichiarato il nuovo ministro della Funzione Pubblica Matteo Renzi, nell’annunciare che il direttore del carcere s’è rivelato geniale, trovando subito la soluzione: Ferrara dovrà mettersi a dieta.
I problemi dell’Italia erano tutti qui!
Come abbiamo fatto a non capirlo da subito?
Vito Schepisi

13 dicembre 2010

Pierfurby e Gianfrego

Può sembrare difficile comprendere la politica in Italia, ma non è così. E’ più facile di quanto si creda. E’ sufficiente utilizzare alcune chiavi di lettura e tutto diventa più chiaro.

Nessun politico, o quasi, se dovesse scegliere tra il bene comune e ciò che più gli torna utile, sceglierebbe il bene comune, e quando mostra d’avere interesse per il Paese, fatte salve rare eccezioni, finge. La politica, per la stragrande maggioranza del suo personale attivo, parte da un moto di passione e poi diventa mestiere. Il politico ritiene, inoltre, il suo lavoro impegnativo e pretende di ricavarne sia il reddito familiare, presente e futuro, che gli strumenti di manovra e di gestione per sistemare almeno due generazioni a seguire.

L’indignazione, naturalmente falsa, fa parte del mestiere politico. Non ce n’è uno che sia veramente capace d’indignarsi e, quando finge di farlo, si prendano ad esempio la Bindi o Franceschini, appare incredibile e ridicolo. Se poi sale anche sui tetti, com’è capitato a Bersani, a Vendola e a Di Pietro, diventa anche patetico.

In Parlamento e nei Palazzi si usa un vocabolario del tutto diverso da quello usato dagli altri comuni mortali. Senza rifarsi alle “convergenze parallele”, storica espressione usata da Moro per spiegare la politica del compromesso e del consociativismo, per fermarci al presente, si possono citare espressioni quali “crisi pilotata” o “governo di salute pubblica”, quest’ultima recentemente evocata, e con diversi accenti, tra i quali quello accorato, da Pierferdinando Casini, ribattezzato Pierfurby, stranamente in coppia con Gianfrego, Gianfranco Fini, nell’interpretazione dello sceneggiato a puntate che ci ricorda la storia dei “ladri di Pisa”.

Chi, però, per governo di salute pubblica, pensasse a qualche emergenza sanitaria, ad esempio nelle regioni meridionali, o nella Puglia di Vendola, cadrebbe in un grossolano errore. Il “governo di salute pubblica”, è stato proposto da Casini, a breve distanza di tempo da un altro suo richiamo, di tenore ancora più greve, per un fronte di liberazione nazionale, per liberarsi di Berlusconi che gode invece della fiducia degli italiani.

Il Cln aveva unito nel settembre del 1943 le forze democratiche e quelle comuniste per battersi contro il fascismo e l’occupazione tedesca. Il nuovo Comitato, nell’interpretazione del leader Udc, avrebbe dovuto unire, oltre al suo partito, personaggi come Vendola, Diliberto e Di Pietro, ed insieme a Fini, comprendendo Bersani, Franceschini e la Bindi, senza tralasciare Rutelli, doveva liberare l’Italia nientemeno che da Berlusconi. Come se gli elettori, che avevano votato centrodestra, alle ultime elezioni politiche, fossero stati cooptati in un esercito di golpisti. Come se, invece che con le schede elettorali, avessero chiesto di cambiare politica, estromettendo con la forza la sinistra dal governo del Paese. Come se depositando solo due anni prima nelle urne le schede con la croce sul nome di Berlusconi, avessero puntato le armi e sparato contro una sinistra che, da sempre, si auto proclama irreversibile e che, quando è al governo, mette in ginocchio il Paese mentre, quando non è al governo, pretende di fare lo stesso.

L’assordante rumore di Fini e Casini va interpretato con la volontà di cambiare la legge elettorale. E se solo si pensasse alla recente celebrazione di un referendum, sostenuto con forza da Fini, che avrebbe reso ancora più maggioritario e bipolare il sistema, l’ipocrisia apparirebbe così spessa da pensare di poterla affettare.

La convinzione che Berlusconi non sia elettoralmente battibile, se non con un’ammucchiata, fa saltare i nervi e la ragione a più d’uno. Un’alleanza eterogenea non sarebbe poi in grado di esprimere un governo invece omogeneo. Per evitare l’imbarazzo dell’ammucchiata c’è chi vorrebbe tornare al passato. Sotto mira c’è il premio di maggioranza e c’è chi, come il finiano D’Urso, vorrebbe innalzarne la soglia per renderlo irraggiungibile. Senza premio di maggioranza, i piccoli partiti, col loro pacchetto di voti, come in una Spa, diverrebbero indispensabili per far sopravvivere una maggioranza o per condizionare, e a volte ricattare, una parte o l’altra, e conterebbero più degli elettori nello stabilire, in loro vece, programmi e alleanze. Appare chiaro che, in questo modo, i partiti più sono piccoli e inutili, e più conterebbero. Con questa chiave di lettura si comprendono gli affanni di Fini e Casini ed anche il modo sornione di Bersani di supportarli.

Il ritorno alla partitocrazia diventa una lotta per la sopravvivenza del sistema dei partiti e degli abusi della politica. E’ anche il colpo di coda delle caste per difendere il potere di controllo sulla vita civile e sulle scelte del Paese. La burocrazia tornerebbe a controllare e gestire gli affari e gli appalti, i magistrati a fare i comodi loro e i cittadini a pagare in silenzio. Il tentativo di rivoluzione liberale tornerebbe a dover ripartire da zero.

Se passasse, invece, l’idea di Berlusconi sui partiti snelli, come negli USA, senza grossi apparati burocratici, con un rapporto più diretto col popolo in cui, ad esempio, due partiti, entrambi democratici, uno di orientamento conservatore e l’altro progressista, si fronteggiassero nelle campagne elettorali e poi si confrontassero senza pregiudizi in Parlamento, unendosi persino nelle grandi emergenze e nell’interesse del Paese, molti mestatori e politicanti di professione dovrebbero trovarsi un’occupazione e lavorare. E questo per alcuni, o per molti, è una pesante preoccupazione: un vero terrore.

Pierfurby e Gianfrego, senza voti ma lavoratori incompresi, pensano così ... di imbrigliare il Paese.
Vito Schepisi

02 ottobre 2010

La violenza ha sempre i suoi mandanti


Dagli episodi di violenza e da tutte le manifestazioni di inciviltà c’è sempre da trarre una morale. Sappiamo che la storia si ripete. Il motivo è molto semplice. La storia siamo noi con le nostre debolezze, il nostro umore, il nostro carattere, i nostri pregi, i nostri difetti: la storia siamo noi soprattutto con le nostre idee.
C’è un filo conduttore che lega parole ed azioni, e quando le parole passano quel limite immaginario del normale confronto tra idee e pensieri diversi, si trasformano in pietre. Ed arriva il pericolo. Quando le parole scaldano gli animi, quando si manifestano le prime azioni di intolleranza, come, ad esempio, è accaduto di recente alla festa del PD, e se ai primi sintomi di violenza c’è chi minimizza, se non addirittura giustifica, è facile che si scateni la fantasia esasperata di una manovalanza politica che è pronta a percepire l’avversario non più come chi ha idee diverse, ma come un nemico da abbattere. E’ facile, così, che dalla barbarie verbale si passi a quella della reazione violenta. Accade sempre così, ma non se ne vuole mai prendere atto.
Nella sinistra italiana non s’è compiuta ancora l’opera di democratizzazione della base. I vertici hanno somatizzato il pluralismo e la democrazia liberale come una necessità per non esser tagliati fuori dalla storia, ma nella base c’è ancora tutta l’intolleranza di una cultura che non ammette fallimenti, che non ammette alternative, che non ammette neanche la possibilità che un’idea diversa sia espressa, e figuriamoci l’ammissione che possa essere migliore della propria. C’è chi ha un’idea “messianica” e giustizialista della politica, e quasi sempre motivata da pregiudizi manichei.
In Italia si respira una cattiva aria di intolleranza. Il pregiudizio è ritornato con più vigore a prendere il posto della ragione. Le parole superano il confine tra un acceso confronto politico e l’insinuazione. L’ingiuria prende il posto della critica e del dissenso ragionato. Alcune questioni si prendono troppo sul serio, molto più della consistenza effettiva dei contenuti in discussione. L’intolleranza emerge quando non ci sono idee proprie e, ingigantendo le criticità, si vuole solo demolire quelle del proprio avversario.
Produrre azioni di governo, anche sbagliando, è sempre meglio, però, che mantenere in piedi ciò che non funziona. Il riformismo è l’unico metodo democratico per adeguare ai tempi che mutano ed ai nuovi bisogni l’assetto sociale e strutturale del Paese, ma è un concetto che non abbiamo mai sentito affermare da Bersani o dalla Bindi, tanto meno da Di Pietro, per quanto possa contare una sua opinione.
Le trasmissioni di approfondimento politico in tv sembrano dei ring. Verrebbe persino da sospettare che ci sia un gioco delle parti, per fare “audience”, ben sapendo che le risse in tv finiscono per avere notevoli picchi di ascolti. Ognuno ci mette qualcosa di suo e si perde di vista, invece, il motivo della contesa politica e si oscura la ragione stessa dell’informazione. Ma è questa la vera censura a danno dei cittadini, perché si perdono di vista le motivazioni del confronto tra soluzioni diverse.
Sui modi diversi di pensare alla sicurezza, alla giustizia, all’economia, all’immigrazione, ai confronti tra e nei partiti, non ci sono solo motivi di sopraffazione o di vendetta, ma anche comprensibili motivi di percezioni diverse. Ciò che è sbagliato è il voler riempire di fondamentali visioni ideologiche queste diverse percezioni. Questo metodo, come abbiamo visto in passato, e come rischiamo di vedere in futuro, può portare solo a niente di buono.
L’esasperazione dei toni è ritornata con maggiore virulenza da quando il centrodestra ha vinto, anche largamente, le elezioni politiche del 2008. Da quel momento sono subito venute meno le parole di Veltroni - fatto fuori ben presto - sulla reciproca legittimazione delle scelte democratiche degli elettori. Alla vigilia delle elezioni del 2008, l’unica voce in contrasto alla legittimazione era stata quella di Di Pietro.
Tralasciando le opinioni sulla sincerità delle parole di Veltroni, e pensando che sia solo frutto della forza onnicomprensiva del suo “maanchismo”, si è fatto strada più di un sospetto che Di Pietro sia stato usato dal PD, ma anche che il molisano non si sia limitato a farsi usare, ma ad abusare a sua volta.
Di certo viene usato in alcune trasmissioni televisive per accendere le micce della deflagrazione verbale. Chi lo utilizza, come ospite quasi fisso, non lo fa per offrire contributi di approfondimento di uno studioso dei fenomeni politici o per avvalersi di competenza giuridica e di pacato raziocinio per affrontare questioni di etica politica e di attualità giudiziaria, ma lo fa per usarlo come una clava contro chi nutre idee diverse da una “verità” politica che invece si vorrebbe far emergere. Tutto sommato, ad esempio, Santoro è anche così onesto da affermare senza nascondersi d’essere un fazioso. Un vero istrione!
Se traessimo una morale da alcune trasmissioni televisive, potremmo dire che per far del male a qualcuno non sia necessario bastonarlo con una mazza, lo si può fare in tante altre diverse maniere. Si può far del male ad un uomo scatenandogli contro un animale feroce, assoldando un sicario o, in modo più sottile, usando un forsennato ignorante che sgrammaticato lo insulti e lo diffami in tv indicandolo come il male assoluto o come il nemico politico da rimuovere. Si può fare (il male) anche contro tutti i suoi sostenitori e maggiormente contro chi, direttamente o indirettamente, in tv si contrappone ai metodi della sopraffazione.
Se poi, infatti, tra i telespettatori, c’è chi ritiene che sia necessario fare anche di più, accade che alcuni giornalisti ed alcuni politici abbiano bisogno della scorta, e che qualche volta si rischia che ci scappi il morto.
Vito Schepisi

21 settembre 2010

Ma anche ...


Ma si capisce perché Veltroni è tornato a cantare nel coro! I suoi proclami di abbandono della politica sono come un’eco che rifrange i suoni: è come un effetto speciale, è come il riverbero della eco che lentamente va scemando fino a sparire. Non c’è niente di vero in ciò che dice e che fa: è scritto solo nel copione del film che vive dal vero. Non c’è necessariamente un motivo per ogni cosa, l’istinto spesso prevale, e neanche per il mancato trasferimento in Africa c’è una vera ragione. E chissà se nel continente nero ci andrà mai per restarci! E le motivazioni non sono solo per pietà per quelle popolazioni già gravemente tormentate, ma anche altre. Per Veltroni il “ma anche” è centrale. Quasi uno scopo!
Come capita ad un autore che ha sempre sognato di comporre l’opera d’arte più eclatante e discussa del secolo e che, dopo averla realizzata, pregusta l’avverarsi del suo desiderio e spera che alla radio, in televisione e sui giornali si discuta della sua creatura artistica, non può essere vero che Veltroni rinunci alla voglia di godersi il successo. Non può allontanarsi ed isolarsi dalla ribalta ed abbandonare l’idea di gustarsi il tributo di plauso e di stima che merita. Non sarebbe normale! E sarebbe meno normale che mai per uno che dà l’idea dell’uomo che, per spiccata autostima, pur di guardarsi e di sentirsi si metterebbe dinanzi allo specchio ad ammirarsi.
Poteva così Veltroni nel trionfo pieno del “ma anche” tuffarsi nell’impegno umanitario in Africa e fuori dalla ribalta? Proprio lui esperto di cinema e spettacolo lontano dai riflettori?
Nulla poté il suo ingegno letterario e politico quanto la sua onnicomprensività delle soluzioni. Non poteva abbandonare la scena proprio ora che per lui c’era una ragione d’orgoglio. Non sarebbe stato da Veltroni, diventare il signor nessuno fuori dall’Italia, e proprio nel momento in cui può vedere finalmente trionfare il suo intuito comprensivo, di grande spessore filosofico, del tutto e del suo esatto contrario: il bianco, ma anche il nero; l’Africa ma anche l’Europa; il dritto, ma anche il rovescio; dentro, ma anche fuori; Berlusconi, ma anche no; con la bussola, ma anche senza.
Veltroni ha tracciato il solco del pensiero “maanchista” e poi ci si è infilata una folla, ad iniziare da Vendola, ad esempio. Cattolico, ma anche comunista, e poi continuando tra l’assunto ed il suo “ma anche” scopriremmo la realtà di una terra pugliese devastata dall’incuria e dalla supponenza, tra disoccupazione che cresce a due numeri, i servizi inefficienti, la sanità inquietante, la sporcizia, l’arretratezza, trovandoci così, per indignazione, in una giungla di espressioni poco poetiche. Ma anche, sempre nella Puglia di Vendola, un territorio devastato dalle pale eoliche e dai pannelli fotovoltaici. Ma anche senza che nessuna procura approfondisca sugli appalti e sulle spese. E la sinistra così opta per farsi ancora del male, e fare del male al Paese, e pensa anche a Vendola come nuovo leader della sinistra italiana, ma anche senza orecchino.
Fini ha deciso cosa farà da grande, ma anche Veltroni ha deciso di fare qualcosa dentro, ma anche fuori dal vaso. Per fortuna che la bussola ce l’ha, ma anche Bersani sostiene d’averla.
Il Pdl ha i suoi problemi interni con la fronda finiana. Fini ed il suo gruppo si schierano a destra, ma anche a sinistra. I finiani sono per la fiducia al governo, ma anche contro questo governo. Ed il governo ha lavorato bene, ma anche male. Il Fli si costituisce in gruppo autonomo dal Pdl e diventa Fli in Parlamento, ma anche Pdl fuori del Parlamento. Il presidente della Camera è super partes, ma anche leader di un nuovo gruppo politico. Forse c’è un po’ di confusione, ma anche uno spettacolo indecente.
Il Pdl ha i suoi problemi, ma anche all’interno del PD c’è un confronto molto teso in atto. La festa del Pd di Torino, tra luci ed ombre, ha movimentato il dibattito interno nel centrosinistra, conclusosi con un vuoto assoluto di proposte, ma anche con la conferma dell’antiberlusconismo come unico collante che li unisce. Ma anche con l’emergere di una reazione violenta dei gruppi più intolleranti della sinistra italiana. Nel Pd c’è democrazia, ma anche e soprattutto il suo contrario.
La Bindi sarebbe disposta a rapporti con Fini per disarcionare Berlusconi, ma anche Di Pietro vorrebbe avere rapporti col diavolo per ribaltare il voto degli elettori e sostiene anche che il Presidente del Senato e Dell’Utri non avrebbero diritto di parlare in pubblico. Di Pietro comanda nel suo partito, ma anche nel PD, ma anche in tutto il Paese, ma anche in tutte le Procure, ma anche in tutte le tv. Sarà che pensi che solo con la sua presenza si realizzi la sovranità del pluralismo, ma anche l’ignoranza, ma anche la barbarie, ma anche la protervia, ma anche l’arroganza.
Rutelli è in cerca di autore, ma anche Casini. L’Udc non si schiererà mai a sinistra, ma anche lo fa. Miccichè vuole stare in un nuovo partito del sud, ma anche nel Pdl.
E’ in arrivo Santoro, ma anche il suo vittimismo, ma anche le sue provocazioni, ma anche le polemiche, ma anche Vauro e Travaglio. Ma anche “du palle”! Ed a proposito di palle in Tv ci sarà anche Biscardi?
E Buttiglione, imperterrito, si accinge ad andare dal sarto per girare per la centesima volta la sua vecchia giacchetta. Purché non vada anche dal chirurgo estetico a cambiare anche la faccia: quella che ha è quasi perfetta.
Vito Schepisi

25 maggio 2010

Il Pd incapace di intercettare il consenso



C’è ancora chi continua a credere che nel PD vi siano nobili sentimenti politici ancora inespressi. C’è chi pensa che siano state un po’ le vicende della contingente stagione politica, un po’ la diffidenza reciproca tra uomini con storie diverse, le difficoltà dell’amalgama ed, infine, il timore del nuovo, ad aver giocato un ruolo di freno alle potenzialità del partito guidato da Bersani. Ma c’è anche chi pensa, invece, che con le idee confuse e senza una leggibile strategia politica, sia più difficile ottenere la fiducia del Paese.
E’ evidente che, senza esser capaci di interpretare la società ed i suoi problemi, e reiterando persino la pretesa di giudicare gli elettori, sia inevitabile che si finisca col giocare un ruolo di secondo piano. Il Pd sembra un partito che si fa dettare la linea da altri. Ha al suo interno sentimenti e passioni che i vertici non riescono a controllare e guidare. Se non riuscirà a liberarsi del suo passato e di tutti quei personaggi che per una parte hanno sostenuto il mito della “felicità” comunista e per l’altra il cedimento e la rassegnazione al peggio, è difficile che il PD riesca a trovare la strada per diventare un vero partito democratico e riformista.
Prima e dopo le elezioni, prima e dopo il congresso, e con la conferenza programmatica di Roma, del Partito Democratico resta sempre la fisionomia del primo momento: un partito ora rancoroso, ora velleitario, soprattutto privo di idee e senza nessuna proposta. Un partito a metà strada tra l’immagine del Presidente Rosy Bindi, intollerante ed incapace di aperture di respiro politico, e quella del segretario Luigi Bersani che, formatosi nell’ipocrisia del vecchio Pci, adegua la linea del partito all’esatto contrario della proposta politica dell’avversario. Lo stesso metodo, illiberale ed autoritario, che induce tutto il PD a supporre che sia sufficiente dare un’idea criminale dell’avversario politico per conquistare il consenso popolare.
Più che riflettere sui contenuti della Conferenza nazionale celebrata dal PD, con conclusioni del tutto scontate, occorrerebbe invece riflettere sulla necessità, avvertita dal suo segretario, di dar la parvenza di un partito unito e capace di parlare con un’unica voce. E’ il caso di riflettere, ad esempio se, nel tempo di internet e delle comunicazioni, un partito possa permettersi di avere più voci, spesso in controcanto tra loro.
La riflessione vale per tutti. Vale, infatti, anche per il Pdl, in cui emerge l’azione di controcanto di Fini e dei suoi sostenitori. Il Pdl è anche l’asse portante della maggioranza che esprime il Governo e la polifonia delle voci al suo interno, per forza di cose, assume maggior rilievo politico.
Se il confronto delle idee, in democrazia, è un valore aggiunto, soprattutto quando serve per creare l’amalgama su idee e progetti, diventa, invece, un problema quando paralizza le scelte già fatte e quando alimenta confusione, disappunto e fastidio tra gli elettori.
Tornando al PD, non si sa se prevarrà, ma c’è la volontà di riprendere la strada del centralismo democratico. Il segretario ripropone la storia d’un tempo nel PCI. In quella “cosa” politica che non riesce a rinnovarsi nei metodi e nei programmi, ed in cui non emerge niente che faccia presagire per il futuro qualcosa di diverso dalla solita trama, si sta formando, di contro, la convinzione che l’immagine di un partito che discute, ma converge, sia molto più attraente di quella di un partito in cui si parlano lingue diverse ed in cui prevale la cultura della distinzione. Se quello di Bersani ora diventerà un intuito vincente dipenderà dal Pdl. Non sempre si vince sui meriti propri. Molto spesso, infatti, si prevale per gli errori degli altri.
Per il resto, nel PD, si conferma la solita carenza di idee e si consolida la percezione di un partito che si schiera sempre contro il Paese, contro il suo tessuto sociale fatto di famiglie, di anziani, di giovani, di lavoratori, di professionisti, di artigiani, di manager e di imprese. Manca il coraggio della responsabilità e manca il sostegno alla soluzione delle criticità del Paese. Assumersi le responsabilità del passato sarebbe, invece, un grande segnale di serietà e sarebbe anche un atto apprezzato dagli elettori.
Poca cosa, però, il PD di Bersani per l’ambizione di essere la componente riformista della democrazia italiana. E’ scarsa la tensione ideale di una nuova sinistra che voleva accantonare le spinte ideologiche per aprirsi, invece, al pluralismo. Resta la mancanza di convinzione per un rinnovato soggetto politico che voglia raccogliere le sfide dell’economia ed aprirsi al mercato ed alle sue regole. Permangono troppe contraddizioni per una forza popolare che voglia veramente dismettere la fisonomia del partito di lotta e di protesta, per assumere, invece, quella della fucina produttiva di proposte di governo.
Il PD non sa riflettere sugli errori, ma si lamenta perché non è capace di intercettare il consenso del Paese.

Vito Schepisi