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10 maggio 2010

Ripensare l'Europa


Tremonti l’aveva detto dal primo momento, ma ogni volta che si è soffermato su questo argomento, giù critiche, giù accuse di raccontare panzane, giù un coro di invettive dal versante sinistro. L’economista del governo Berlusconi è stato accusato di strumentalizzare a fini politici l’eccesso di remissività di Prodi. L’attuale Ministro dell’Economia, infatti, all’epoca aveva mosso obiezioni sull’operato dell’ex Premier dell’Ulivo nel gestire l’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo e poi, da Presidente della Commissione europea, nel gestire l’allargamento agli altri paesi nell’area dell’Euro.
Troppa retorica a buon mercato. Romano Prodi si è mostrato troppo interessato ad esaltare il suo ruolo. Ha collezionato troppi cedimenti al suo solo protagonismo trionfalistico, entrando in palese conflitto con la realtà e finendo con l’agire anche a discapito dello spirito europeista.
Sta di fatto che l’Europa di Prodi mal ha potuto reggere, come si è visto, a tanta leggerezza.
Tutti, però, nell’Ulivo, poi nell’Unione e poi infine nel PD a difendere Prodi. Tutti a lodare i meriti del Professore, come Marcantonio dopo l’uccisione di Cesare. Ma come si spiega, di contro, tanta fretta, ogni volta, nel volersene liberare? Perché tanti Marcantonio ad arringare i romani in difesa dell’onore di Cesare, ma solo dopo averlo lasciato assassinare?
“Due volte nella polvere, due volte sull'altar”. Fu vera gloria la sua? Quello del Manzoni, però, era ben altro uomo e ben altra tempra. I posteri in questo caso sembra che dicano di no!
Tremonti nel 2001 è stato accusato, dalla sinistra che aveva perso le elezioni, di voler nascondere le insicurezze del centrodestra, e di voler precostituire le motivazioni delle difficoltà nella gestione dei conti. La sinistra si difendeva così dalle accuse del ministro berlusconiano che sosteneva, anche, che il governo Amato uscente avesse falsificato i conti e nascosto il disavanzo reale del bilancio dello Stato. Cosa che Eurostat in effetti accertò. Le sue accuse a Prodi ed alla sinistra, ed ai governi succedutisi in quella legislatura e diretti, oltre che dallo stesso Prodi, anche da D’Alema e da Amato, era di aver svenduto gli interessi nazionali e, nella fase della negoziazione dell’ingresso italiano nel sistema monetario europeo, di aver negoziato un rapporto di cambio a netto svantaggio del Paese. Giulio Tremonti al contrario, era stato accusato a sinistra di volersi nascondere dalle proprie responsabilità addossandole preventivamente sugli altri, e di aver mal gestito il passaggio dalla Lira all’Euro, consentendo l’aumento dei prezzi al consumo, come se in Italia ci fosse il modo, al di fuori delle regole di mercato, di congelare i prezzi delle merci.
Il rapporto Euro-Lira, secondo Tremonti, ma anche ad avviso di milioni di italiani che, benché a crudo di economia, ne subivano l’esperienza diretta, grazie a Prodi, aveva invece profondamente penalizzato il nostro Paese, dimezzando il potere di acquisto dei salari e riducendo alla metà il valore dei loro risparmi.
Tutte le vecchie certezze degli ex euro-euforici ora, però, vacillano. Adesso sembra che non sia stato davvero tutto così perfetto, se persino Il Presidente Ciampi mostra un certo ravvedimento e se, dinanzi a fatti incontrovertibili, vengono recuperate oggi alcune vecchie obiezioni degli euro-scettici di ieri.
Fino al 2000, per ironia della sorte, chi nutriva perplessità veniva additato come colui che agiva contro gli interessi dell’Italia. Chi sollevava obiezioni appariva come un nemico del nobile intuito politico, emerso nel dopoguerra per iniziativa di uomini moderati e liberali come Gaetano Martino, mirante alla realizzazione dell’Unione Europa. Quella stessa che con volontà decisamente politica, prima che economica, con visione autonoma e con collocazione politico-culturale essenzialmente occidentale, prima della caduta del Muro a Berlino, veniva invece osteggiata dalla sinistra social-comunista.
C’era qualcosa di sbagliato, invece, non nell’idea che resta nobile dell’unione degli Stati europei, ma solo in quella tronfia e bofonchiosa retorica prodiana!
Tremonti accusava Prodi di troppa rassegnazione e di assoluta inerzia nel sostenere le ragioni dell’Italia, nel negoziato con gli altri stati europei, per l’avvio della moneta unica. Prodi confermava, infatti, l’impressione, in altre occasioni già emersa, d’avere una visione negativa del Paese, come quella a lui più confacente del liquidatore che si presta a compiacere gli amici potenti. Senza determinazione, privo di coraggio, rassegnato, come se la missione d’assolvere fosse quella di non disturbare la volontà dei più forti. Come se pensasse che subire sia bello: come per Padoa Schioppa pagare le tasse!
La stessa rassegnazione che con il centrosinistra abbiamo imparato a conoscere nelle fasi più delicate della politica italiana. Un’inerzia che si è manifestata anche nei rapporti coi poteri e con le caste: dall’industria alla finanza, dalla magistratura ai sindacati, dall’editoria alle banche. Un inspiegabile ma reiterato complesso di inferiorità. Un umiliante mettersi in riga che ferisce l’orgoglio del Paese.
Da oggi, però, l’Europa cambia. Il pericolo e le troppe incomprensioni, le diverse realtà sociali, le aggressioni speculative, il debito dei Paesi, la spesa, le diverse velocità dell’economia e le tattiche politiche nazionali, hanno fatto emergere molte contraddizioni. Ora occorre ripensare l’Europa.
Vito Schepisi

05 febbraio 2010

Vendola e Zapatero


Forse non tutti ricorderanno quando la Spagna di Zapatero nel dicembre del 2007 gareggiava con l’Italia sul Pil, vantando di aver ingranato la marcia giusta e di essere in corsia di sorpasso. Anche quella era una bufala, esattamente come quella di Prodi che diceva di aver sistemato i conti in Italia.
L’Italia nel 2006, dopo che il centrosinistra, per 24.000 voti in più, aveva vinto (?) le elezioni, governava il Paese e dominava la scena, occupandola dalla platea al loggione, sistemava i conti solo grazie alla finanziaria 2006 di Tremonti. L’Italia era, infatti, sufficientemente rientrata nei parametri di Maastricht. La maggior incidenza della spesa era dovuta solo al rimborso iva sulle vetture aziendali, per decisione della Corte europea, e riferito agli accumuli negli esercizi precedenti.
Il salasso fiscale del duo Padoa Schioppa - Visco, nella finanziaria 2006, era servito, invece, a finanziare le clientele, a dare soldi alla Fiat ed al capitalismo amico, ad accontentare i pensionati di Bertinotti che potettero uscire dal lavoro un anno e mezzo prima (costo 10 miliardi di Euro).
A sinistra la sindrome dell’autoesaltazione è una patologia comune e diffusa. Anche le bufale sono ben contraffatte, come spesso accade per le famose mozzarelle campane.
La Spagna di Zapatero, nel 2007, era, invece, ben lontana dal Pil italiano e, come quella sinistra fanfarona, demagogica e mistificatrice, che ben conosciamo in Italia, puntava all’effetto annuncio. Un po’ come, con tutto il rispetto per Zapatero, fa Vendola in Puglia, i cui discorsi sono del tutto fumosi, privi di proposte ed effetti concreti, spesso limitati a sollevare polveroni ed a dar corso a battaglie ideologiche.
La Spagna di Zapatero è infatti allo sfascio, almeno quanto lo è la Puglia di Vendola. La bolla immobiliare, che già nel 2007 aveva manifestato i suoi sintomi, è ora deflagrata e la disoccupazione supera il 20%.
Anche in Puglia ci sono i sintomi della sfascio produttivo - industriale e la disoccupazione ha superato il livello di guardia. I servizi sociali sono al collasso, l’economia è ferma, le aziende chiudono, il territorio è in degrado, mentre la sanità macina debiti e brilla per episodi di malcostume e di cattiva gestione.
A quei tempi, nel 2007, in Spagna il filo, neanche troppo sottile, che separava la realtà dall’effetto annuncio, era stato il raffronto del Pil pro capite, ipotizzando la parità del potere di acquisto calcolato sul livello generale dei prezzi delle due economie. Come dire che il Pil pro capite di un paese della Lucania o della Calabria, ad esempio, sia superiore a quello di Milano. E solo perché i prezzi, dagli immobili ai prodotti agricoli e alimentari; dall’abbigliamento a quelli strumentali ed artigianali, in molti paesi del sud sono più contenuti di quelli delle grandi città del nord.
Quanto siano effimere le esaltazioni populiste di certi capipopolo di sinistra le valutiamo ora. C’era stato in Spagna un grande impegno, ai tempi di Aznar, per recuperare terreno nei confronti degli altri paesi europei. Erano state adottate politiche di buona visione prospettica, coerenti nel favorire la produzione e, attraverso questa, l’occupazione, e nell’usare la leva fiscale. Erano stati realizzati piani di infrastrutture logistiche e strumentali per poter uscire dallo stato di economia preindustriale ed affacciarsi a quello di società europea, con aree di mercato conquistate e con l’allargamento dell’offerta concorrenziale delle merci.
In Spagna questo processo è stato interrotto con Zapatero. E’ stato interrotto con l'inaspettato prevalere della sinistra nelle elezioni spagnole del marzo del 2004. Il successo elettorale era maturato dopo una gestione problematica, da parte del Governo di Aznar, del violento attacco terroristico dell’11 marzo 2004 a Madrid, 3 giorni prima delle elezioni, con circa 200 morti ed oltre 2000 feriti. Si può affermare che Zapatero abbia interrotto un ciclo virtuoso, ed è facile dirlo ora che in Spagna prevalgono sintomi di profonda crisi economica ed i pericoli di un grave collasso sociale.
Si può, ora, con facilità sostenere che in Spagna, più che i matrimoni gay, il governo avrebbe dovuto seguire la crescita dell’economia con politiche di rafforzamento della produzione e di allargamento dei mercati. Alla prima crisi mondiale, infatti, il paese iberico non ha retto. Zapataero e la sinistra spagnola hanno così disilluso quanti avevano ritenuto che si potessero introdurre politiche sociali di spesa, senza il sostegno di una forte economia. La logica dell’economia non può, però, solo appartenere alla retorica delle recriminazioni, ma deve anche avere un valore propositivo, soprattutto dovrebbe servire ad ammonire quanti ritengono che di certi principi se ne possa fare a meno. Questo vale in Spagna, come in Italia, e nel caso anche in Puglia, dove s’avverte la presenza di una sinistra ideologica e populista.
In Puglia sembra che permanga invece il senso di una illusione messianica: ed è l’esatta sensazione che prevaleva nella Spagna di Zapatero. In Puglia c’è chi pensa che tutto debba avvenire per obbligo del destino. Ma non è così! Attenzione che non è così! Le conseguenze poi le pagano le generazioni future: abbiamo già sottratto tantissimo ai nostri figli, più di quanto fosse necessario e sostenibile.
In Puglia si prova a far pensare che persino il malaffare debba essere visto con occhio diverso, e debba essere considerato persino virtuoso. Lo stesso metodo che abbiamo visto a Napoli, nel Lazio, a Bologna dove la morale prova sempre a sdoppiarsi. Ma attenzione che non è così! Si sdoppia solo l’ipocrisia e la faziosità!
Non vale per tutti a Bari, ad esempio, come accade invece a Milano, il “non poteva non sapere”, ed in Puglia la giustizia non è detto che debba necessariamente fare il suo corso e che sia insindacabile. Se entra nei santuari del “politicamente corretto”, la reazione si sente. Eccome!
Nella Puglia di Vendola si avverte la presenza di una rete che occupa il territorio. Una rete che illude, che spende, che promette, che alimenta le clientele e sistema gli amici. L’ha rilevato la magistratura che ha parlato di cupole di controllo del territorio, eppure sembra che la furbizia prevalga attraverso apparati ben oleati (terra di ulivi e di olio la Puglia!) che travolgono il senso delle cose e che travisano la realtà. Tutto continua come prima, la macchina è in moto da tempo, almeno da 5 anni e non accenna a fermarsi. C’è, nell’apparato di Vendola, una macchina elettorale che mantiene accesi i motori in eterno, un congegno prospettico che macina voti, che se ne infischia della magistratura e che travolge tutto. Anche le coscienze!
Attenzione, però, perché le illusioni si pagano, come sta accadendo alla Spagna di Zapatero!
Vito Schepisi

24 settembre 2009

Manovra leggera e Scudo Fiscale

La manovra leggera del Governo anche quest’anno risparmia agli italiani la confusione e lo spettacolo indecoroso della consueta manovra di bilancio di fine anno. Il merito è della Legge Finanziaria triennale dell’estate del 2008, valida sino al 2012. Un modo che si mostra efficace per essere riuscito a stoppare l’assalto delle lobbies ed a frenare gli interessi particolari di quei politici abituati ad adottare sistemi di consenso locale, legati a clientele e gruppi di potere economico.
Non meraviglia, pertanto, constatare che resta costante il consenso al Governo. L’esecutivo punta tutto sul metodo della concretezza e sul rispetto degli impegni presi con gli elettori. La fiducia sta dunque nella verifica della coerenza e del lavoro percepiti anche attraverso la chiarezza del nuovo metodo adottato per la legge di bilancio. Non più il dissennato ricorso alla spesa e migliaia di emendamenti a favore di un privilegio o di un altro. Non più sotterfugi che emergono nelle pieghe degli articolati di legge. Solo indirizzi chiari e responsabilità. Tremonti sta introducendo trasparenza nel settore dei conti dello Stato.
Le piccole rivoluzioni di metodo che abbattono le cattive abitudini avvicinano il Paese legale a quello reale. Un’esposizione chiara del fabbisogno finanziario riduce il potere dei gruppi di pressione e tranquillizza quei contribuenti che, lungi dall’essere felici di pagare le tasse, come fantasiosamente sosteneva Padoa Schioppa, ne comprendono l’esigenza per la collettività. L’insieme delle tante piccole spese aggiuntive, per lo più clientelari, finivano infatti con assorbire risorse a danno dell’efficienza complessiva della manovra finanziaria. I costi economici dei privilegi sono pagati con i soldi dei contribuenti e chi paga, sapendo dei privilegi di altri, non sempre comprende la funzione sociale della propria imposizione fiscale.
Una manovra leggera che non sposta sul fisco la ricerca di nuove risorse e che deve fare i conti con il debito pubblico e le indifferibili esigenze del suo contenimento. La questione è sempre nei soliti termini. Le richieste sono tante: rinnovi contrattuali, investimenti per servizi, infrastrutture, innovazione, incentivi, interventi di sostegno, spesa corrente, finanziamento delle missioni militari, impegni internazionali, interessi sul debito, spese di ricostruzione di aree coinvolte in disastri, fabbisogno degli Enti locali.
Un insieme che è difficile poter finanziare quando si è in crisi. La contrazione del gettito fiscale per il minor fatturato e per la minor base imponibile riduce infatti le risorse, mentre sarebbero necessarie maggiori disponibilità per fronteggiare la crisi e la più larga spesa sociale. Risorse che non è facile reperire senza ricorrere massicciamente a nuovo debito pubblico.
Le strade alternative al debito sono due, e solo due: ricorrere ai tagli della spesa o aumentare le entrate.
La seconda scelta sarebbe quella più facile, anche se la più controproducente. Sarebbe quella che viene adottata per cultura da un governo di sinistra. Di certo sarebbe la strada più miope e tendenzialmente la più involutiva. Ma dopo aver criticato il precedente governo di Prodi, per l’aumento della pressione fiscale, non sarebbe affatto intelligente rifare gli stessi errori, con il rischio di frenare ancora una volta il rilancio. La recessione, infatti, richiede coraggio imprenditoriale e spinte agli investimenti. L’aumento della pressione fiscale finirebbe per scoraggiare gli investimenti, rendendo poco appetibile il ricorso al rischio di impresa.
Niente tasse allora! L’alternativa sarebbero i tagli, ma la nota dolente è tutta qui. Nel Paese c’è una resistenza incredibile sostenuta dai media e dai beneficiari della fiera dell’effimero e del privilegio. Manca poco che Brunetta possa essere impiccato nella pubblica piazza, se parla degli sprechi nella pubblica amministrazione. Anche gli uomini di spettacolo, poverini, ce l’hanno con lui: senza finanziamenti corrono il rischio di dover lavorare o d’essere veramente bravi. La Gelmini è rappresentata come il Ministro che vuole i nostri figli ignoranti, quella che vuole tagliare la ricerca, che vuole ridurre il tempo pieno, che ha creato il disagio dei precari e far cassa sulla scuola. Abbiamo visto però che è l’esatto contrario. Le regioni reclamano tutti più soldi. La spesa sanitaria scoppia al sud. Tutti reclamano fondi per lo sviluppo.
Ma l'Italia ha invece bisogno di soldi per mantenere i suoi impegni, per far fronte alla spesa pubblica (800 miliardi di euro l’anno), per rilanciare gli investimenti e quindi far crescere il Pil e riassorbire il calo dell’occupazione. Servono risorse per uscire definitivamente dalla crisi.Servono risorse utili per uscire definitivamente dalla crisi.
Cosa si fa? La lotta all’evasione viene condotta con determinazione e con discreti successi, ma non basta!
Si calcola però che circa 60 o 70 miliardi di euro di soldi portati fuori dall’Italia possano rientrare nel Paese attraverso la persuasione collegata al cosiddetto “Scudo Fiscale”. E’ una misura adottata anche da altri paesi europei. La norma consentirebbe ai cittadini italiani che hanno costituito capitali all’estero di farli rientrare in Italia pagando un’imposta fissa del 5% sull’importo dei capitali rientrati. Ma si pensa che la facoltà non sarebbe utilizzata, perché il danaro esportato è generalmente frutto di margini di utili non dichiarati dalle imprese. Il titolare/amministratore dell’impresa che ha costituito i capitali, autodenunciandosi, sa bene che potrebbe essere accusato di falso in bilancio. La cosa per poter funzionare deve poter garantire il rientro senza conseguenze. Ed è a questo punto che si è riaperta la solita bagarre con l’opposizione che si rifà questa volta al “cartello di Medellin” (responsabili dei traffici di droga in Colombia) per denigrare il governo.
Questo moralismo, pur giusto eticamente, è sufficiente a farci rinunciare alle opportunità di ripresa? E’ sufficiente per costringere il ministro dell’economia a far ricorso alla crescita del debito pubblico?
Premesso che lo Scudo non è applicabile ai casi di accertamento già in corso, quanti evasori che hanno costituito capitali all’estero il fisco riuscirà a scovare? E quanti anni e spese serviranno per recuperare le somme evase? L’esperienza dimostra che sono molto pochi gli evasori scovati e che nel contenzioso fiscale che s’apre le spese sono superiore ai recuperi. In definitiva rinunciare sarebbe un ulteriore regalo agli evasori. La scelta razionale è quindi pensare al bene del Paese. Certi moralisti pensassero ai “farabutti” che hanno a casa loro.
Vito Schepisi su L'Occidentale

17 dicembre 2007

Declino e tristezza

Anche sulla tristezza a sinistra non c’è accordo. Mentre Napolitano e Prodi si affrettano a smentire il New York Times sul declino ed il grigiore dell’Italia d’oggi, Veltroni commentando le osservazioni del prestigioso quotidiano statunitense, afferma che "non ha scritto cose infondate: il Paese ha i fondamentali per farcela, ma è il contesto, la farraginosità del sistema politico e istituzionale, il clima d’odio e di contrapposizione che determina lo stato non sereno al quale il quotidiano statunitense ha fatto riferimento".
Si potrebbe persino pensare che il Sindaco di Roma sia una persona che ragiona, e senza che si preoccupi di far solo politica, malgrado si conosca abbastanza bene il suo culto per la fiction. Ma è anche legittimo il dubbio che sia effettivamente così, e non che invece, anche questa volta, il cinefilo voglia recitare a soggetto ed interpretare il suo ruolo.
Si diceva di Berlusconi che prima di parlare consultasse i sondaggi, Veltroni in questo sembra il suo clone più puntuale. Ogni sua parola è destinata a provocare un effetto, come in un film in cui la sceneggiatura si adegua alle emozioni che si vogliono richiamare. Veltroni è un animale da ciak, un regista di se stesso. La sua è una storia che è scritta per le sensazioni da divulgare, come una favola, un racconto di buone intenzioni, di pensieri virtuosi, di sentimenti da valorizzare. La sua è una sceneggiatura scritta per tutti. E’ pensata per grandi e bambini, ricchi e poveri, fantasiosi e grigi, capaci ed incapaci, sinceri e furbi, tra buoni propositi e posizioni piuttosto sfumate, con l’espressione del serio tra il drammatico ed il fiducioso, tra l’ultima spiaggia e le distese di fertili praterie.
L’ex comunista Veltroni è alla conquista di un potere da esercitare, di uno spazio politico da conquistare: si preoccupa di dar credibilità complessiva al suo ruolo che stenta e rendersi pienamente autorevole. Coltiva così le sue rinnovate ambizioni.
Anche questa volta, per scrollarsi il peso di un’eredità fastidiosa, arriva l’ennesima conferma che il leader del PD voglia prendere le distanze dal Governo. Prodi ed i suoi ministri restano sempre più isolati su tutto. Anche sulla questione Speciale (il Generale della Gdf rimosso da Padoa Schioppa per coprire l’arroganza di Visco) il PD fa marcia indietro e riconosce gli sbagli, isola Prodi, difeso “senza se e senza ma” solo da una parte della sinistra di Pecoraro Scanio e Diliberto.
L’Italia di Prodi, in verità, ha proprio ragione il NYT, è quanto di meno felice si possa immaginare: è quasi sempre triste e sconsolante e non è un bello spettacolo! L’Italia può vincere il campionato mondiale di calcio, può assistere in tv alla lettura di Benigni della Divina Commedia di Dante, esaltarsi per il genio e l’arte dei suoi figli nei secoli, ma poi vedi Prodi in tv e perdi tutto l’entusiasmo.
C’è sempre un Celentano che ti riporta alla miseria della quotidianità, che ti fa pensare alla stupidità, che ti fa capire che il Paese sta male davvero!
Troppo frettolosa ed interessata è apparsa la prontezza con cui Napolitano, ospite negli USA, ha voluto smentire le impressioni che l’Italia offre di se all’esterno. Troppo frettolosa ed istintiva per poter analizzare i riferimenti generali a cui un osservatore straniero, per essere disinteressato alla quotidianità di un confronto politico che in Italia è spesso incivile, è più attento.
Non si può addebitare al Presidente Napolitano la difesa d’ufficio del Paese. Sarebbe ingeneroso. Non poteva fare altrimenti, specialmente in terra straniera, che difendere il Paese e l’integrità della sua espressione democratica e rappresentativa ai diversi livelli, dal politico all’imprenditoriale. Non poteva esimersi dall’affermare che l’Italia fosse capace di dare risposte sensate alla domanda di fiducia e tranquillità dei suoi cittadini. Sappiamo, però, che la verità è tanto diversa! E pensiamo che il Presidente degli Italiani possa fare qualcosa di più per l’Italia, persino ammonire la politica e sostenere che la fiducia formale che si ottiene in Parlamento non sia sufficiente a nascondere la sfiducia sostanziale nel Paese. C’è un Presidente della Camera che ha persino dichiarato il fallimento di questo Governo!
Il Capo dello Stato non può non comprendere che quando si fa cenno ai limiti del Paese non ci si riferisce alle sue potenzialità e neanche all’intelligenza del saper fare e del realizzare. I limiti sono invece nelle possibilità che si offrono ai cittadini, in relazione ai mezzi ed ai sostegni. Sono nell’effettiva coerenza del suo programma di sviluppo. Gli ostacoli rivengono da un Paese reso obsoleto nelle infrastrutture e nei servizi e che, come la cronaca ogni giorno ci documenta, non funziona nei suoi elementari strumenti della vita civile, come si deve pretendere in una società rivolta al progresso ed alla civiltà.
Le difficoltà del Paese risiedono in un sistema in cui la politica e le funzioni dello stato privilegiano metodi e strumenti da regime poliziesco, oppressivo ed illiberale per affermare presunte ragioni politiche. La beffa, ad esempio, viene nel constatare che a Napoli, con i tanti problemi che ci sono in quella città, s’indaghi su presunte corruzioni del capo dell’opposizione, definite da tutti prive di rilevanza penale, mentre si assiste dall’altra parte ad esercizi di equilibrismo, persino campanilistico, dove spesso l’interesse particolare di gruppi, fazioni e singoli si sovrappone al diritto di tutti.
Questo Governo sembra sempre più impegnato a trovare le ragioni del durare, ed ad attivarsi nella ricucitura di una maggioranza che scivola via, che all’azione coerente di gestione e riforme. E’ senza un programma davvero condiviso e coerente. Si assiste a pressioni su uomini e gruppi, pur di mantenere una maggioranza. Si fa persino ricorso ad un collante che spesso sa di ricatto.
La politica finanziaria del Governo assomiglia più ad un bazar di merci scambiate che ad una seria ipotesi di sviluppo del Paese. Prevalgono le forme surrettizie di finanziamento a uomini, gruppi o rappresentanti di minoranze, in cambio del voto sulla fiducia. E’ un bazar dove si acquista il consenso politico nel Palazzo, allontanandosi dai bisogni e dagli interessi del Paese.
Vito Schepisi

09 ottobre 2007

La Curva di Laffer

L’infelice uscita di Padoa Schioppa in Tv, nella trasmissione su Rai 3 di Lucia Annunziata, in cui ha sostenuto che “dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima”, fa ricordare il Ministro delle Finanze dei governi Prodi, D’Alema e Amato dal 1996 al 2001. A quel tempo, a chi denunciava l’impennata della pressione fiscale il Ministro replicava dicendo che il suo gabinetto era sommerso da fax che, al contrario, esprimevano soddisfazione per l’aumento delle tasse. Il Ministro in questione, poco credibile, forse un po’ fanfarone e arrogante, è l’attuale Vice Ministro dell’Economia, il Vice di Padoa Schioppa, il tanto discusso, e descritto come un vampiro, Vincenzo Visco.
Sembra quasi che non sia un caso che Tommaso Padoa Schioppa e Vincenzo Visco siano ora insieme al Ministero dell’Economia.
Le tasse non sono una cosa bellissima. A volerla dire tutta, c’è molto di meglio che pagare le tasse. Anche se a ciascuno può essere dato, nei limiti del lecito, ciò che è l’oggetto del proprio desiderio, c’è un limite a tutto. Assecondare la follia può arrecare danni incalcolabili ed a volte irreparabili. Il prelievo fiscale, oltre un certo limite, mortifica gli investimenti, l’impegno, il coraggio, il rischio, il lavoro.
Le tasse da pagare, però, sono un dovere civile. Sarebbero da porre sull’altro piatto di una ipotetica bilancia per far lievitare diritti e servizi. La logica vorrebbe che più alta sia la pressione fiscale e più alta debba essere anche la qualità e la quantità dei servizi fruibili. Nei paesi del nord Europa è così. Sempre la logica vorrebbe che siano elargiti con più soddisfazione i sacrosanti diritti, che sia diffusa tra i cittadini più tranquillità e sicurezza, che ci sia più efficienza, più ricchezza per il popolo, più fruibilità del tempo libero, buona amministrazione, ordine, pulizia, giustizia più rapida ed imparziale.
Con la contribuzione fiscale dei cittadini ci sarebbe da chiedere la tutela del nostro patrimonio artistico e paesaggistico, la sua valorizzazione come investimento produttivo per il turismo e l’occupazione. Anche chiedere la realizzazione di infrastrutture più simili al modello europeo che a quello africano non dovrebbe rappresentare una ingiustificata pretesa. C’è in Italia un giacimento di preziosità da valorizzare e da mettere in condizioni di realizzare ricchezza, ma mancano i collegamenti viari, e quelli ferroviari sono una vergogna per pulizia e puntualità; mancano le strutture ricettive, manca la sicurezza e soprattutto manca la presenza e l’autorità dello Stato.
Il Ministro, in televisione, ha parlato dei costi dei beni indispensabili che il gettito fiscale finanzia. Tra i costi ci sono anche quelli della politica che i cittadini dubitano che siano tra gli indispensabili e questo governo, di cui Padoa Schioppa è ministro per le questioni economiche, li ha dilatati e ne ha moltiplicato i fruitori. L’aumento della spesa nel 2007, per 15 miliardi di Euro, non solo appesantisce il debito pubblico complessivo e produce per il futuro ulteriori oneri finanziari, mentre sarebbe da ridurre l’esposizione complessiva e da alleggerire così il costo degli interessi sul debito, ma è anche sottratta agli investimenti che, al contrario della spesa improduttiva, rendono ricchezza ed occupazione.
L’uscita del Ministro dell’Economia, tra le altre cose, ci riporta alla mente anche la teoria economica di Arthur Laffer. Quando, infatti, si parla di soddisfazione e di felicità nel pagare le tasse non possiamo non pensare che anche in questo campo, come in tutte le questioni, ci sia il punto di svolta: il limite oltre il quale non si sopporta più. La Tolleranza di Voltaire è apprezzabile se rivolta alle idee ed al pensiero, non al sacrificio ed alle vessazioni. In tutte le cose esiste il punto di rottura. Quando, ad esempio, il lavoro da essere piacevole e soddisfacente diventa sacrificio e stress; quando il piacere da essere rilassante, estatico e travolgente diventa ozio e noia; quando la buona cucina da essere gustosa e profumata diventa nauseante e pesante. Perché non dovrebbe esistere il punto di rottura, il limite della tolleranza, il margine della svolta quando si parla di prelievo fiscale?
La "Curva di Laffer” prende il nome dell'economista Usa che convinse Ronald Reagan ad inserire nel suo programma, alla vigilia delle presidenziali del 1980 negli USA, la diminuzione delle imposte dirette, scelta che contribuì alla sua elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America.
Arthur Laffer teorizzò la presenza di un punto (assi cartesiani) d'incrocio tra i valori delle ascisse(aliquota fiscale) e delle ordinate (entrate fiscali) in cui l'aumento delle imposte (aliquota) fungerebbe da disincentivo alle attività economiche, determinando di conseguenza minore gettito fiscale. Nella sua dimostrazione grafica l’economista americano dimostrò che lo stesso gettito fiscale può essere ricavato con due aliquote differenti: ipotesi, quindi, che renderebbe del tutto inopportuna e controproducente l’utilizzo di quella più alta.
La teoria ci induce anche a convalidare l'idea che la maggiore pressione fiscale, in definitiva, scoraggi anche l'emergere delle attività sommerse e favorisca di conseguenza l’evasione.
La soddisfazione di Padoa Schioppa, pertanto, per essere virtuosa dovrebbe esser direttamente proporzionale anche a quella dei contribuenti: in caso contrario se non sadomasochista risulterebbe velleitaria e folle.
Vito Schepisi