
Si dice che il successo di Silvio Berlusconi sia nella sua grande capacità di comunicare. Sarà anche così, ma se non si ha niente da dire, si può comunicare quanto si vuole, la gente non ti segue. Anche Gianfranco Fini è un abile comunicatore, ma non sembra che di questi tempi abbia molto di interessante da dire. Sarà questa la ragione della mancanza di un grande seguito.
Da qualche tempo, tutto ciò che Fini dice non incontra favori, e chi è disposto a seguirlo ha interessi politici differenti. E’ seguito ed incoraggiato, infatti, solo da chi ha lo scopo di metterlo in contrasto a Berlusconi e da chi si serve di lui per raggiungere obiettivi diversi dal suo stesso interesse. Non c’è una logica, né una precisa ragione politica in tutto questo. E’ come un percorso che si fa insieme quando si ha un nemico comune: cosa diversa dall’avere le stesse idee e le stesse motivazioni. Nel caso di Fini si ha l’impressione che assuma la parte del classico “utile idiota”. Il riferimento, naturalmente, è alla figura storica citata da Lenin, usata per indicare alcuni tipici - inconsapevoli o meno - comportamenti degli uomini.
Le posizioni che si assumono in politica hanno sempre una doppia valenza: possono essere per l’utilità di una proposta, oppure possono essere funzionali ad uno scopo. Ce ne sarebbe una terza, ma entreremmo nel campo dell’uso improprio della parola, come quando la si usa per dire sciocchezze. Non è questo, però, il caso di Fini. Le posizioni che assume l’ex AN sono più vicine a quelle della funzionalità per uno scopo.
Ritornando a parlare del successo, è bene subito sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni. Un fattore del successo è senza dubbio la notorietà. C’è chi sostiene che sia meglio che se ne parli, anche male, di un aspirante al successo, ma l’importante è che se ne parli. Questo è vero fino ad un certo punto. Per limitarci alla politica, ci sono stati uomini come Prodi, Di Pietro, Veltroni, D’Alema, solo per citarne alcuni, che sono stati al vertice della popolarità. Personaggi di cui in vari momenti si è parlato anche più di quanto valesse la pena farlo. Ma sono stati uomini che non hanno mai avuto grandi idee da proporre, o non hanno mai dato questa sensazione. Sono stati uomini percepiti contro qualcosa, più che portatori di soluzioni politiche. Non sono riusciti e non riescono a proporsi come personaggi vincenti. Non hanno un’immagine di successo, non hanno un carisma personale. Sono uomini non immediatamente identificabili in un profilo politico complessivo. Non si è mai percepita una loro capacità né di proporre modelli nuovi, né di offrire risposte concrete ai problemi di ogni giorno.
Se il popolo, ad esempio, chiede emozioni, se chiede sensazioni, se è alla ricerca di evasione, va al teatro, al cinema, ai concerti, va in discoteca, si legge un libro: non va a sentire Veltroni che parla di Martin Luther King o cita Dickens. Dalla politica la gente si aspetta soluzioni non bei ricordi e belle parole.
Berlusconi, invece, ha successo perché riesce a parlare alla gente: a quella delle partite Iva, a chi è alla ricerca di un’occupazione, ai pensionati, agli agricoltori, ai giovani che sognano di formarsi una loro famiglia e che guardano al futuro. Parla e si fa capire da coloro che non hanno una casa e vorrebbero averla, da quelli che hanno un mutuo da pagare e sono rimasti senza lavoro, da chi non vorrebbe essere lasciato indietro. Il premier si fa capire dagli italiani che si sono vergognati della spazzatura di Napoli, da quelli che hanno sofferto e soffrono per il terremoto. Berlusconi riesce a paralare a chi s’aspetta modernizzazione, efficienza, giustizia e più orgoglio. Il premier parla e propone soluzioni a chi si preoccupa dell’immigrazione, a chi si preoccupa per la sicurezza. Berlusconi parla alle donne che chiedono parità e dignità. Parla a chi lamenta l’eccessiva pressione fiscale.
Berlusconi insomma ha successo perché rappresenta una speranza, perché è visto come un cambiamento rispetto a coloro che per anni si sono riempiti la bocca di tutele ora di questo, ora di quello, senza mai tutelare niente e nessuno, se non il proprio vivere agiato alle spalle dei tutelabili. Berlusconi è percepito come il leader che ha un’idea diversa della democrazia, rispetto a chi si arroga la presunzione di rappresentarla controllando lo zoccolo duro delle minoranze militanti ed usando metodi di controllo capillare. Il Cavaliere rappresenta per molti la speranza di liberarsi da coloro che , dietro ai comitati, le assemblee, le lotte, hanno formato le caste dei privilegi e le oasi dei fannulloni e degli abusi.
Con queste premesse ci sarebbe ora da chiedersi se Fini potrà mai avere successo se, in un’Italia preoccupata dal diffondersi dell’islamismo, parla ad esempio di voto dopo 5 anni agli immigrati?
Vito Schepisi