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19 ottobre 2012

Un po' di dignità, basta bugie



Questa vicenda ha superato ogni limite di decenza.
Tra le tante cose dette, ce n'è una che appare limpida e inoppugnabile: un appartamento a Montecarlo, in zona di prestigio, è stato sottratto al patrimonio immobiliare di AN, per essere svenduto attraverso un'opaca transazione d’incroci societari.
In questa grigia operazione, su cui la magistratura si è astenuta dall'approfondire, compaiono personaggi legati in qualche modo al Presidente della Camera Fini. Personaggi non del tutto trasparenti.
Sono spuntati recentemente, e l'Espresso ne ha dato ampio rilievo, tra le carte di un indagato, tale Francesco Corallo, documentazioni che coinvolgono direttamente la moglie e il cognato di Fini.
E’ limpida e inoppugnabile anche la circostanza che il cognato di Fini, tale Gianfranco Tulliani, all'epoca in cui è scoppiato lo scandalo abitasse la casa di Montecarlo e che ne avesse curato la ristrutturazione. Gianfranco Tulliani risultava affittuario della casa, come si  è rilevato da un contratto reso pubblico in cui, però, la firma del proprietario (una società di Saint Lucia) e quella del conducente, cioè il cognato di Fini, apparivano le stesse.
Per Fini erano solo spiacevoli coincidenze. L’ex leader di AN negava persino d’essere a conoscenza della circostanza e negava, soprattutto, che il cognato fosse il proprietario dell’immobile di Montecarlo. Per Fini e i suoi sostenitori era tutto fango che gli “sgherri di Berlusconi” riversavano sulla sua persona.
Dall'inchiesta del Giornale spuntavano persino gli interessamenti della Signora Tulliani e dello stesso Presidente Fini per alcuni arredi che poi i coniugi acquistavano: gli stessi mobili che appaiono nelle foto degli interni della casa di Montecarlo.
Fini non poteva non sapere.  Tutti i fatti che emergevano, escludevano l’ipotesi della sua estraneità, ma, ciò nonostante, Fini dichiarava che se la casa di Montecarlo, svenduta a un quinto del suo valore commerciale, fosse stata effettivamente acquistata dal cognato, attraverso quel circolo vizioso di società e di prestanomi nel paradiso fiscale di Saint Lucia, si sarebbe dimesso dalla Presidenza della Camera.
Non l’ha mai fatto!
Arrivavano persino documenti ufficiali dello stato di Saint Lucia che provavano che la Società proprietaria della casa di Montecarlo apparteneva al cognato di Fini.
Il Presidente della Camera continuava, però, a sostenere che era tutto falso e che era una montatura a suo danno. Parlava di macchina del fango.
In questa vicenda compaiono uomini che a suo tempo erano già stati collocati nella cerchia delle conoscenze di Fini, tra questi James Walfenzao, mediatore e uomo di affari con vocazione da faccendiere, e Francesco Corallo, imprenditore, indagato per corruzione e latitante.
Qualche giorno fa Fini, in una trasmissione televisiva, ha anche accusato Berlusconi di essere un corruttore per aver corrotto l’ex direttore dell’Avanti, Lavitola, con lo scopo di infangarlo sulla casa di Montecarlo, motivando così una pronta querela dell’ex premier Berlusconi.
Nel numero oggi in edicola, l’Espresso riprende l’argomento, dopo il ritrovamento, negli uffici di Corallo a Roma, della copia del passaporto di Elisabetta Tulliani e di una dichiarazione firmata da Giancarlo Tulliani, in cui il cognato di Fini attesta di essere il beneficiario al 100% di una società di Saint Lucia che svolge attività immobiliari.
Questi documenti erano stati spediti per fax dallo studio di Corallo a quello di Walfenzao a Montecarlo quando, nel gennaio 2008, Giancarlo Tulliani aprì nello Stato di Saint Lucia una società finora sconosciuta, la Jayden Holding, agente nelle compravendite immobiliari.
Ma i Tulliani non avevano sempre negato di avere rapporti di affari nel paese caraibico?
Fini conosceva sia Walfenzao che Corallo da prima della sua relazione con la nuova moglie e con la famiglia Tulliani.
Ma è coincidenza anche questa?
E’ coincidenza la relazione di conoscenza, di affari e di collaborazione che si è creata tra i Tulliani, il faccendiere e il latitante?
Non resterebbe che fare due domande al Presidente della Camera:
- non pensa che la farsa sia durata anche troppo e che gli italiani siano meno imbecilli di quanto Lei suppone?
- cosa aspetta a dimettersi?
Vito Schepisi

02 settembre 2010

Aspettando Godot



Samuel Beckett scrivendo la sua opera più nota aveva pensato di sottolineare quanto ci fosse di così insignificante e superfluo nella vita di ciascuno. Nella sua commedia si presentano situazioni in cui c’è chi aspetta un evento senza conoscerne le ragioni, senza comprenderne il significato ed ignorandone l’esito finale. In fin dei conti l’essenziale della vita si risolve sempre in quei pochi episodi che marcano l’esistenza di un uomo. La nascita e la morte, principalmente, e poi un’attesa più o meno lunga di un qualcosa che mai, in nessun momento, nei tempi e per le emozioni, sarà mai possibile stabilire con certezza.
Aspettando Godot nel pensiero dell’autore doveva essere una rappresentazione teatrale noiosa, perché non può che essere noiosa una storia che non interessa nessuno, e noiosa è anche la sensazione di attesa di un qualche episodio che non si sa quale sia e che si lascia far credere, invece, che possa dar significato a qualcosa. Come l’attesa per il discorso di Fini. In definitiva anche questa attesa è inutile e noiosa. Come per un discorso che appare scontato e che non risolverà niente, né allo stato dei fatti potrà risolvere niente. Ci sarebbe solo da prendere atto che si è rotto un rapporto di fiducia. Manca ora solo la lealtà di trarne le conseguenze e di arrivare alle conclusioni. L’opera di Beckett è di quelle che appartengono al cosiddetto “teatro dell’assurdo”. Noi aspettiamo Fini, ed in verità ci annoiamo. E se non è anche questo assurdo?
Dopo giorni di silenzio e d’attesa, come quella di Vladimiro e di Estragone, Fini non si è presentato agli appuntamenti estivi già presi, ed ancora tutti sono nell’attesa che arrivi. Anche perché c’è più di uno che qualche domanda da fargli ce l’ha.
Sulla scena Didi e Gogo aspettano Godot. Per la ripresa della vita politica italiana, tutti aspettano Fini. Tutti ne parlano. S’aprono discussioni su ogni ipotesi, alcune senza senso, altre oziose, muscolose ed inconcludenti. Tutti che discutono e che litigano, e si formulano le congetture più strane. C’è chi difende e chi attacca. Chi richiama al rispetto. Di che? Di cosa? Di chi? E poi c’è chi grida e c’è chi molla, chi minaccia e chi sorride, chi s’indigna e chi si lamenta. C’è anche l’immagine di “Pozzo” che arriva tenendo al guinzaglio il suo “Lucky”: ha le sembianze di un grande vecchio che governa le briglia delle sue bestie. Toh! Queste bestie perché hanno anche i lineamenti di chi dirige le caste!
Tutti sono così in attesa del niente, tutti sono come i personaggi di Didi e Gogo che aspettano che arrivi il signor Godot, senza sapere perché l’aspettano, né cosa si devono aspettare da lui. Ma non per questo rinunciano all’attesa.
Ed il nostro Godot arriverà a Mirabello. Sempre che venga! Non si sa mai! Beckett il suo Godot non l’ha fatto mai arrivare. Il commediografo ha solo acceso la nostra curiosità, facendocelo immaginare sotto più possibili sembianze: buono, severo, giusto, diverso, anche un po’diabolico.
Anche Fini mostra più facce a seconda delle sue ambizioni. Chissà se verrà!
Se Vladimiro ed Estragone , nella commedia, aspettano e discutono tra loro per la durata dei due atti, quasi per tutto uguali, sempre noiosi, mai rivelatori di nulla, sempre ansiosi di andare senza mai dire e sapere dove, l’onere, invece, di dover dar contenuto all’attesa, Beckett lo ha affidato al pubblico che ascolta. C’è stato così chi ha pensato che i personaggi sulla scena aspettassero il Signore, chi la morte, chi una vita migliore. Di certo non c’è chi ha pensato che aspettassero Fini. E non solo perché il Presidente della Camera al tempo, subito dopo l’ultima guerra, non era ancora nato, ma perché questi in qualcosa si dovrà pur materializzare. Non è il personaggio immaginario di una commedia. O che lo sia? Ma si materializzerà lo stesso!
E’ difficile, infatti, che l’ex leader di AN lasci tutto solo nell’immaginario. E’più facile, invece, che scenda nel pratico e che materializzi un progetto, uno scopo, un fine, una conclusione, un’ipotesi. Si pensa anche alla materializzazione di una esplicita richiesta. Il Presidente della Camera non sembra, infatti, uomo dai grossi tormenti esistenziali, alla Beckett. Lo si immagina, al contrario, piuttosto impegnato, con curiosità non solo subacquea, ad aspetti più materiali, alcuni anche un po’ troppo materiali. E se nella commedia Godot rappresenta un avvenimento che sembra urgente e non procrastinabile, ma che resta lontano e che non arriva mai fino alla fine, ci auguriamo che la commedia che, come italiani, ci interessa più da vicino abbia invece finalmente una fine.
Vito Schepisi

04 maggio 2010

Per fare futuro non ignoriamo il presente



Subito una domanda: un partito che dell’opzione per un sistema bipolare ha fatto una ben precisa scelta politica, e che su questa scelta ha chiesto ed ottenuto la fiducia degli elettori, può riconvertire il suo metodo e le sue scelte e consentire che si sviluppi al suo interno un sistema che voglia rilanciare le correnti come metodo sistemico di opposizione interna?
Le correnti sono state indicate da tutti come l’origine della degenerazione della politica negli anni antecedenti a tangentopoli. Hanno contribuito, fino agli inizi degli anni ‘90, a creare le condizioni per il dilagare del malcostume (clientele, tangenti, sprechi) da cui si è consolidata la motivata sfiducia dei cittadini nei confronti della politica. Le correnti, per logica, finiscono sempre col privilegiare le ragioni delle lobby politico-affaristiche rispetto agli interessi del Paese, tendono ad anteporre i motivi dei distinguo a quelli delle sintesi, favoriscono nei partiti la presenza di caste autoreferenziali e si trasformano in strumenti di occupazione e gestione del potere. Non a caso lo stesso Fini, che favorisce oggi nel Pdl la creazione di un gruppo che fa riferimento alla sua persona in controcanto alla maggioranza berlusconiana, nel 2004, da segretario di AN, nella relazione pronunciata dinanzi all’assemblea nazionale del suo partito, intrisa di richiami ai valori comuni, con l’intento di riportare la calma e la concordia tra i suoi scalpitanti colonnelli, definì le correnti: ''Una metastasi che rischia di distruggere il corpo del partito''.
Il pluralismo e l’agibilità per il confronto interno sulle posizioni da assumere, assieme all’elaborazione democratica delle iniziative ed alle discussioni serrate sulle scelte, fanno parte del metodo democratico a cui oggi, anche volendo, per tutti i partiti che confidano nel consenso popolare, è persino difficile sottrarsi.
Internet è diventato un estroverso e paradossale “Parlamento” mediatico per tutti. Il Web è oramai una platea molto variegata di discussione in cui l’informazione e le idee trovano sia lo spazio che truppe di sostenitori. Il virtuale, come luogo di comunicazione interattiva, è talmente sfaccettato da rappresentare un ventaglio molto ampio di umori, di protesta e di istanze, ed è tale da comprendere, nel dissenso e nella proposta, l’intero confronto e l’intera trasversalità del corpo elettorale. E’ persino impossibile oggi per i partiti potersi sottrarre dal confronto con ciò che emerge da internet, senza doverne pagare un prezzo in termini di appeal popolare e di consensi elettorali.
Le discussioni su temi come la riforma della giustizia, il federalismo fiscale e l’assetto istituzionale dello Stato, come quelle sulle questioni della sicurezza e dell’immigrazione o dell’insostenibilità della pressione fiscale, o dell’occupazione e delle questioni sociali, sono diventate su internet il leitmotiv di ogni confronto. Ma questi temi sono anche gli stessi che hanno fatto parte del programma elettorale di questa maggioranza, a dimostrazione della concordanza con i sostenitori internauti del centrodestra.
Questi stessi argomenti, inoltre, esplicitati attraverso provvedimenti e proposte di legge, sono stati preventivamente concordati con la Lega Nord, quale unico alleato di coalizione del Pdl, ed hanno trovato unanime condivisione tra le anime interne dello stesso Pdl. Ora solo dinanzi a fatti nuovi si possono ridiscutere, ma sempre comunque nel rispetto dei principi generali concordati.
Non si può far ricorso a suggestioni, come ad esempio quella della presunta sovraesposizione della Lega Nord, o quella evergreen dell’immagine di un sud penalizzato rispetto al nord. E neanche si può stravolgere il senso dei contenuti che hanno fatto parte dell’impegno preso con il corpo elettorale. Se si chiede un cambio di indirizzo, perché qualcuno ha cambiato idea, il nuovo percorso, per rispetto della sovranità popolare, dovrà essere legittimato da un nuovo responso elettorale. In questa eventualità, chi è abituato a cambiare idea in corso d’opera farebbe bene a cambiare anche partito.
Non è in discussione, anzi ben venga il dibattito interno, e ben vengano interlocutori capaci di interpretare le diverse anime della realtà italiana, cioè di un Paese plurale per tradizione, cultura, economia, livelli di sviluppo e propensione territoriale, ma restino fuori da questo confronto i furbi, i provocatori, i professionisti della finzione, gli imbroglioni, i politicanti, gli avventurieri, i mistificatori, i tribuni. Sarebbe grave se, per fare futuro, si ignorasse il presente e si perdesse ancora una volta l’appuntamento con il consolidamento della democrazia e con le riforme.
Vito Schepisi

23 marzo 2010

Voto utile in Puglia




Non è mai superfluo ricordare anche ciò che, più che le parole e le trame, stabilisce un semplice calcolo coi numeri. Mi riferisco al voto utile che può apparire uno slogan o una furbata elettorale, ma che è invece fondamentale per le scelte che può determinare per i prossimi 5 anni nelle amministrazioni regionali.
Il voto utile potrà produrre il suo effetto anche sul clima politico nazionale, soprattutto se c’è chi nella politica e nella magistratura, o viceversa, prova ad avvelenare i pozzi ed a giocare allo sfascio.
Se ad esempio ci sono due coalizioni, ciascuna con un presunto serbatoio elettorale vicino, più o meno, al 45% dei voti, e poi c’è un’altra coalizione che si sa già perdente, accreditata di circa il 10% dei voti da raccogliere nell’area moderata e di centrodestra, appare evidente che quest’ultima sia sorta non per competere, ma per sottrarre consensi al candidato più forte dell’area moderata e di centrodestra. Diventa persino fondato il sospetto che sia sorta per provare a regalare la vittoria al candidato della sinistra che, ad esempio nella Puglia, è anche orgogliosamente neo comunista. Questa candidatura in Puglia sembra che abbia il solo scopo di tradire il sentimento dei suoi elettori. Non è né leale, né bello! Non lo è soprattutto quando ci si appella ai valori di moderazione, alle ragioni del rilancio del mezzogiorno e si condanna anche la politica clientelare, immorale e fallimentare dell’amministrazione uscente.
Perché questa finzione? C’è chi parla di tradimento e di furbizia, chi di accordi sotto banco, chi di trasformismo, mentre altri sostengono che ci siano capricci, interessi, rancori e ripicche. Ma ai pugliesi cosa interessa di fatti e strategie di piccoli personaggi che si sbracciano come tanti avventurieri della politica? Ai pugliesi, ad esempio, cosa interessano tanti casini? Cosa di rancorose e superbe prime donne, ormai decotte come polli al limone?
C’è ancora chi va sostenendo, ad esempio, che le regionali siano, come per le comunali, a doppio turno e che al ballottaggio basterà far confluire i voti sul candidato di centrodestra, ad esempio in Puglia su Rocco Palese, ed il pericolo della riconferma di Vendola viene così scongiurato. Ma non è vero! Non è così!
Le elezioni regionali sono a turno unico. Vince chi prende più voti come candidato presidente. Ogni voto sottratto, ad esempio sempre in Puglia, al candidato di centrodestra, si trasforma in un vantaggio per il governatore con l’orecchino. Il meccanismo elettorale è complesso, ma assicura al presidente eletto una maggioranza sicura, sufficiente per governare la regione solo vincendo la corsa per la Presidenza.
I voti alla Poli Bortone, pertanto, non serviranno a niente, se non a sottrarre consensi a Rocco Palese ed a favorire, invece, il governatore che ha gestito una Regione con metodi discutibili, perversi, dispersivi, dispendiosi e clientelari. Favoriranno il poeta del nulla, il filosofo della filastrocca, che ha disatteso le promesse elettorali (abolizione dei ticket sanitari e salario ai giovani ed eliminazione delle liste d’attesa nella sanità) con cui aveva acquisito popolarità e voti nel 2005.
I voti dati alla ex passionaria della destra pugliese rischiano paradossalmente di favorire l’espressione della sinistra più spinta. Ogni voto dato alla Poli Bortone favorirà, invece, l’arrogante, ma distratto, presidente uscente pugliese che ha consentito una gestione immorale della macchina regionale e che ci lascia una sanità sommersa dai debiti (3,6 miliardi tra debiti della Regione e debiti delle Asl). Una sanità che eroga prestazioni in condizioni di mortificante degrado delle strutture e di grande disagio per i pazienti. Tutto in stridente e beffardo contrasto con la vita piena di lussi, donnine, lustrini, droga, viaggi,vacanze, cafonate e festini di amministratori e affaristi che hanno ruotato attorno ed alle spalle della sanità pugliese.
In Puglia la partita doveva essere diversa. In Puglia, sin dallo scorso anno, era stato messo su un laboratorio politico su cui stava lavorando l’alchimista Massimo D’Alema, leader d’adozione pugliese. L’attuale presidente del Copasir aveva preparato la sua rete di luogotenenti (tutti poi inquisiti) ed anche “previsto” il terremoto politico-giudiziario con cui meditava di far crollare la popolarità ed il prestigio del Presidente Berlusconi.
Dalla Puglia doveva partire la “scossa” preannunciata in tv nella “mezz’ora”di trasmissione amica con la Lucia Annunziata. Le trame dalemiane dovevano ridurre allo stremo la popolarità ed il consenso elettorale di Berlusconi e dovevano, nella strategia di “baffino”, preparare la sconfitta del centrodestra proprio alle regionali del 29 e 30 marzo. A questo gioco si prestava Pier Ferdinando Casini, alla ricerca di una nuova strategia politica che scompaginasse il bipolarismo e riproponesse la vecchia partitocrazia. A questo gioco in Puglia si è prestata la senatrice Adriana Poli Bortone, eletta nelle fila del Pdl e trasmigrata nel gruppo dell’Udc, dopo che per un ministero in quota AN le era stata preferita l’on. Giorgia Meloni.
Il laboratorio pugliese di D’Alema, però, è venuto meno. E’ prevalsa l’ostinazione di Vendola nel riproporre la sua riconferma. L’uomo della “poesia nei fatti” ci aveva lavorato per 5 anni, rafforzando, come rilevato dalla magistratura, la presenza sua e dei suoi uomini, attraverso la formazione di cupole di gestione politica del territorio. Il metodo della politicizzazione delle nomine, dei finanziamenti clientelari, degli interventi mirati, dei convegni delle chiacchiere, delle assunzioni selettive, delle consulenze agli amici e compagni ha travolto la scala dei bisogni e quella del buon senso, trasformano la poesia in un prosaico mercato.
I pugliesi ora chiedono di essere liberati. Sanno che possono farcela, ma temono solo due cose: l’astensione della popolazione stanca di sopportare ed il voto inutile.
Necessita un moto di orgoglio, una scossa di fiducia, un atto di coraggio e soprattutto un voto utile.
Vito Schepisi

02 dicembre 2009

La commedia è durata già troppo



Qualsiasi uomo di buon senso, senza spirito partigiano o impedito dal pregiudizio, non può non avere buoni motivi per pensare che questa commedia sia durata sin troppo.
Berlusconi non è il leader di un partito, inteso come gli amanti della partitocrazia pretendono che debba essere. E se gli italiani dovessero scegliere tra un partito movimento, interprete delle scelte degli elettori, ed altro che invece pensi ad orientarli, non ci sarebbero dubbi sulla prevalenza della prima opzione.
Il tutto tra Berlusconi e Fini è cominciato prima. Molto prima! La questione tra i due non la si può far riferire solo alle scelte della maggioranza sulle questioni giudiziarie o sulle politiche verso l’immigrazione, ovvero sul voto dopo 5 anni agli extracomunitari o sulle posizioni assunte con il testamento biologico.
Sono tutte sciocchezze! O meglio sono cose che fanno parte dello sciocchezzaio di Fini. Un po’ come nelle favole di Esopo o di Fedro, che sanno di saggezza popolare, in cui la sciocchezza è alla base di un pretesto.
Una posizione precisa di Fini, ma solo per parlare di episodi recenti, la si deve far risalire già ai contrasti sulla strategia di opposizione al precedente governo di Prodi. Quello era un governo antipopolare, problematico, disastroso, incoerente, schizofrenico. Un governo che scivolava verso la rassegnazione al definitivo declino del Paese. Un governo, quello di Prodi, che sembrava avere due unici finalità: quella di punire le fasce degli elettori che avevano sostenuto il centrodestra e quella di mortificare l’opposizione. E per farlo Prodi e la sua maggioranza stavano attuando una politica di macelleria sociale senza precedenti.
Ma a Berlusconi che sollecitava e parlava di prossima caduta di quel governo, spaccato al suo interno e sgradito all’opinione pubblica, tanto da inanellare costanti minimi storici nel gradimento degli italiani, Fini arrivò a porre l’ultimatum: se non cade Prodi si cambia.
Il discorso del predellino a Piazza San Babila a Milano da cui prese corpo la spinta bipolare che dette origine al Pdl, fu apostrofato improvvidamente da un Fini nervoso, sin troppo per un leader che deve aver più prudenza, con un “siamo alla frutta”. Fini in definitiva, indiscusso protagonista della politica italiana, anella da tempo una sciocchezza politica dopo l’altra. Lo fa perché in sostanza è il leader conservatore di una idea di partito che è una “caserma” com’era AN sotto la sua guida.
La sua concezione di Partito è legata a quella dei comitati centrali controllati dagli uomini scelti nei congressi, dopo il controllo delle sezioni e degli iscritti. Un metodo che faceva partire le risoluzioni dal vertice, per poi farle transitare dai comitati allargati, per poi, a gradini, farle ritornare agli organi sempre più ristretti, ed alla fine da dove erano partiti, cioè al vertice stesso. I partiti della prima repubblica erano così schizofrenici! Nel metodo differiva la DC che parlava con voci diverse, ma riusciva ad unire tutti con la linfa vitale della partitocrazia: la lottizzazione. Quest’ultima avveniva tra le correnti in modo proporzionale alla forza congressuale. Sarà per questo che c’è qualcuno tra gli amici di Fini che rievoca oggi il metodo DC.
Gli italiani hanno, però, imparato a distinguere tra la democrazia della sovranità popolare a quella da scena, ed a capire che quest’ultima sia solo una finzione di democrazia: una vera caserma al comando dei gerarchi. Quella che va bene a chi muta le proprie idee a seconda delle opportunità di leadership nel proprio partito e che è cresciuto nel mito del partito burocratico su cui si regge tutta l’organizzazione di un’idea di regime.
Ma chi vota centrodestra e vota Berlusconi pensa, invece, che il male del Paese, i cui riflessi sono nel debito pubblico e nelle inefficienze strutturali, stia proprio nella partitocrazia. Ha in odio l“inciucio” tra i leader dei partiti, che si risolve quasi sempre nell’interpretazione della democrazia rappresentativa come di un sistema in cui le difficoltà si sistemano allargando la spesa, e concertando così la soddisfazione delle parti a spese di tutti. Chi vota Berlusconi, invece, è convinto che se fosse per il premier sarebbero ridotti, anche da domani, i numeri ed i costi della politica e si passerebbe subito a rinnovare il Paese.
Berlusconi dal predellino si appellò al popolo dei “gazebo” perché dalla gente comune arrivassero i segnali e le scelte e, vinte le elezioni, continua oggi a sostenere che la politica di governo riviene dal patto stipulato con gli elettori, prima che con Fini o con Bossi.
Nessuno però è obbligato a condividere la legittimità che viene direttamente dal popolo ed è libero di fare scelte diverse, ma abbia il coraggio di dirlo con chiarezza e di farle. La commedia è durata già troppo.
Vito Schepisi

20 novembre 2009

Berlusconi e Fini: li divide il successo


Si dice che il successo di Silvio Berlusconi sia nella sua grande capacità di comunicare. Sarà anche così, ma se non si ha niente da dire, si può comunicare quanto si vuole, la gente non ti segue. Anche Gianfranco Fini è un abile comunicatore, ma non sembra che di questi tempi abbia molto di interessante da dire. Sarà questa la ragione della mancanza di un grande seguito.
Da qualche tempo, tutto ciò che Fini dice non incontra favori, e chi è disposto a seguirlo ha interessi politici differenti. E’ seguito ed incoraggiato, infatti, solo da chi ha lo scopo di metterlo in contrasto a Berlusconi e da chi si serve di lui per raggiungere obiettivi diversi dal suo stesso interesse. Non c’è una logica, né una precisa ragione politica in tutto questo. E’ come un percorso che si fa insieme quando si ha un nemico comune: cosa diversa dall’avere le stesse idee e le stesse motivazioni. Nel caso di Fini si ha l’impressione che assuma la parte del classico “utile idiota”. Il riferimento, naturalmente, è alla figura storica citata da Lenin, usata per indicare alcuni tipici - inconsapevoli o meno - comportamenti degli uomini.
Le posizioni che si assumono in politica hanno sempre una doppia valenza: possono essere per l’utilità di una proposta, oppure possono essere funzionali ad uno scopo. Ce ne sarebbe una terza, ma entreremmo nel campo dell’uso improprio della parola, come quando la si usa per dire sciocchezze. Non è questo, però, il caso di Fini. Le posizioni che assume l’ex AN sono più vicine a quelle della funzionalità per uno scopo.
Ritornando a parlare del successo, è bene subito sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni. Un fattore del successo è senza dubbio la notorietà. C’è chi sostiene che sia meglio che se ne parli, anche male, di un aspirante al successo, ma l’importante è che se ne parli. Questo è vero fino ad un certo punto. Per limitarci alla politica, ci sono stati uomini come Prodi, Di Pietro, Veltroni, D’Alema, solo per citarne alcuni, che sono stati al vertice della popolarità. Personaggi di cui in vari momenti si è parlato anche più di quanto valesse la pena farlo. Ma sono stati uomini che non hanno mai avuto grandi idee da proporre, o non hanno mai dato questa sensazione. Sono stati uomini percepiti contro qualcosa, più che portatori di soluzioni politiche. Non sono riusciti e non riescono a proporsi come personaggi vincenti. Non hanno un’immagine di successo, non hanno un carisma personale. Sono uomini non immediatamente identificabili in un profilo politico complessivo. Non si è mai percepita una loro capacità né di proporre modelli nuovi, né di offrire risposte concrete ai problemi di ogni giorno.
Se il popolo, ad esempio, chiede emozioni, se chiede sensazioni, se è alla ricerca di evasione, va al teatro, al cinema, ai concerti, va in discoteca, si legge un libro: non va a sentire Veltroni che parla di Martin Luther King o cita Dickens. Dalla politica la gente si aspetta soluzioni non bei ricordi e belle parole.
Berlusconi, invece, ha successo perché riesce a parlare alla gente: a quella delle partite Iva, a chi è alla ricerca di un’occupazione, ai pensionati, agli agricoltori, ai giovani che sognano di formarsi una loro famiglia e che guardano al futuro. Parla e si fa capire da coloro che non hanno una casa e vorrebbero averla, da quelli che hanno un mutuo da pagare e sono rimasti senza lavoro, da chi non vorrebbe essere lasciato indietro. Il premier si fa capire dagli italiani che si sono vergognati della spazzatura di Napoli, da quelli che hanno sofferto e soffrono per il terremoto. Berlusconi riesce a paralare a chi s’aspetta modernizzazione, efficienza, giustizia e più orgoglio. Il premier parla e propone soluzioni a chi si preoccupa dell’immigrazione, a chi si preoccupa per la sicurezza. Berlusconi parla alle donne che chiedono parità e dignità. Parla a chi lamenta l’eccessiva pressione fiscale.
Berlusconi insomma ha successo perché rappresenta una speranza, perché è visto come un cambiamento rispetto a coloro che per anni si sono riempiti la bocca di tutele ora di questo, ora di quello, senza mai tutelare niente e nessuno, se non il proprio vivere agiato alle spalle dei tutelabili. Berlusconi è percepito come il leader che ha un’idea diversa della democrazia, rispetto a chi si arroga la presunzione di rappresentarla controllando lo zoccolo duro delle minoranze militanti ed usando metodi di controllo capillare. Il Cavaliere rappresenta per molti la speranza di liberarsi da coloro che , dietro ai comitati, le assemblee, le lotte, hanno formato le caste dei privilegi e le oasi dei fannulloni e degli abusi.
Con queste premesse ci sarebbe ora da chiedersi se Fini potrà mai avere successo se, in un’Italia preoccupata dal diffondersi dell’islamismo, parla ad esempio di voto dopo 5 anni agli immigrati?
Vito Schepisi