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15 aprile 2013

Pericolo autoritario


Se per il cambiamento si pensasse a Prodi, non vorrei neanche pensare a cosa accadrebbe se Bersani pensasse invece ad una stagione di continuità con la tradizione passata.
Ritornerebbero gli “zombie” del pci (li chiamava così il Presidente Francesco Cossiga).
Bersani chiede il cambiamento. Il suo leitmotiv è “cambiare si può”. 
Anche l’igiene pubblica lo richiederebbe, e non solo quella personale. 
Dopo tanto mescolare sui nomi, con i soliti personaggi gettati nella mischia, tutti rigorosamente giustizialisti e tutti ben contraddistinti per i modi sbrigativi con cui si adatterebbero a rimuovere l’ingombro scomodo di una parte politica, emerge anche una candidatura Prodi. 
Guarda, guarda che gran bel cambiamento! 
L’idea è che possa essere una prepotenza, cioè una provocazione buttata là perché arrivi il messaggio che al peggio non c’è limite. Un modo per dire che è meglio accontentarsi di arbitri di parte, anziché di arbitri venduti, che è come dire: se non è zuppa è pan bagnato. Si vorrebbe forzare la mano. 
Ci provano con le intimidazioni, ma non bisogna cedere alle provocazioni. Il no di Berlusconi su Prodi al Quirinale è così più che motivato. 
Prodi non è al di sopra delle parti e porta con se rancori personali, legati a episodi politici italiani. Non è l’uomo adatto a rappresentare con distacco e serenità l’unità Nazionale e il ruolo di garanzia previsto dalla Costituzione. Proporlo appare un’indecente provocazione.
Vendola, ridimensionato nelle elezioni del 24 e 25 febbraio, defilatosi dal precario Parlamento per restare attaccato alla poltrona di Governatore della Puglia, ora nel ruolo di spavaldo alfiere del PD e di testa d’ariete di Bersani, giudica "intollerabile l'esclusione di Prodi dai nomi in corsa per il Quirinale". 
Nessuna meraviglia. Le parole apodittiche di Vendola sono piuttosto la conferma, ove mai servisse, dello strano concetto di cambiamento che anima la sinistra italiana. 
Il cambiamento consisterebbe nell’imporre con il 30% dei voti il controllo sistematico di tutto, come già avviene nella Puglia di Vendola. Lo chiamano cambiamento ma, come si è già visto nei quattro lati del mondo, è dogma, è dittatura, è arroganza. 
Si è detto tanto di Prodi in Italia. La stampa per anni si è divisa nell’illustrarne il bene ed il male. I suoi governi sono stati definiti a trazione fiscale. I suoi conti “pubblici” si sono rivelati manipolati e discutibili, tra poste nascoste e giochetti contabili. Anche il suo ruolo di Presidente della Commissione Europea, tra scandali e spese fuori controllo, ha destato molte perplessità e non pochi dubbi. 
La protervia di Prodi si è dimostrata pari alla sua incapacità di unire. Anche il suo passato di boiardo di Stato grida ancora vendetta: non può, infatti, essere cancellato con un tratto di penna il saccheggio sistematico dei beni pubblici. Le difficoltà di oggi dell’Italia sono anche le conseguenze di quei saccheggi. A conti fatti, però, nessuno dei protagonisti ha pagato, neanche politicamente. La stagione di “mani pulite” appare ancora densa di ombre. E’ arrivata in modo affrettato - ora o mai più - rilasciando la sensazione che si volesse solo imprimere una svolta politica all’Italia. C’era fretta in un momento in cui il mondo intero cambiava. 
C’è chi ricorda Prodi per la seduta spiritica nel mezzo del rapimento di Aldo Moro e chi strattonato dai magistrati di mani pulite. Per togliersi Di Pietro di dosso, Prodi si rivolse a Oscar Luigi Scalfaro, il peggiore dei presidenti dell’Italia repubblicana. 
Sono note le sue amicizie con la finanza “coraggiosa”, note le sue contraddizioni e altrettanto noti i modi che gli hanno valso gli appellativi di “mortadella” e di “Pinocchio”.
Romano Prodi ha, inoltre, difetti di chiarezza e di comunicazione. 
La sua candidatura a Capo dello Stato avrebbe il sapore di un brutto passato, non del cambiamento. Sarebbe una provocazione e costituirebbe un pericolo autoritario. 
Gli italiani, invece, invocano la coesione nazionale ed il recupero del senso dello Stato. Sono stanchi degli eccessi della contrapposizione politica. 
Servirebbe un Presidente della Repubblica che fosse davvero al di sopra delle parti. 
Vito Schepisi

05 febbraio 2013

Senatore a vita e capo partito



Diciamolo subito. Da un professore che aveva un “parterre” di competenze economico-finanziarie, di conoscenze in ambito internazionale e di solido prestigio accademico, ci saremmo aspettati atteggiamenti più sobri e più responsabili, e una guida del Governo anche severa, ma più efficace.
E’ apparso, invece, come un Prodi qualsiasi, tirato dalla giacchetta e intimidito da chi alzava la voce, sensibile ai club esclusivi della finanza internazionale, incerto nei suoi atti di governo più incisivi, audace contro la povera gente.
Essere Senatore a vita e scendere in campo contraddice persino l’aspetto valoriale della nomina. Basterebbe leggere l’art.59 della Costituzione che la prevede per chi ha “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Un’onorificenza di questo tipo, bisogna saperla gestire con dignità, con l’apparenza al di sopra delle parti, con la responsabilità di essere un lustro per tutta l’Italia, di poterne rispettare le scelte senza la pretesa di orientarle, non di essere un rancoroso, come un tignoso Scalfaro che faceva la morale agl’altri senza aver mai chiarito alcuni aspetti delle sue responsabilità ministeriali.
Chi “sbrocca” dovrebbe andar fuori, caro Professor Senator Mario Monti.
Non valga il suo vezzo, aristocratico più che formale, di modificare la consueta espressione nominale di salita in politica. Fare politica è diverso dal salire in cattedra, cosa, invece, a Monti consueta, sebbene alcuni aspetti del suo impegno politico non siano apparsi alla sua portata.
Per un uomo che aveva rispetto e stima bipartisan, per un uomo che è tuttora alla guida del Governo e che ha la gestione del Paese, Rai compresa, con una visibilità televisiva dilatante, accompagnato per questa impresa dalle due espressioni più partitocratiche e trasformiste della politica italiana, sapere che è diventato capo di una coalizione di partiti che nei sondaggi è in lotta per superare la soglia del 10% non è proprio esaltante.
E’ stata una sua scelta? Ma l’uomo si valuta anche per le sue scelte. Scarsino!
In Italia ciò che poteva avviare un tecnico, per far decantare la contesa politica, spesso pregiudiziale e paralizzante, erano le riforme, e con queste i tagli della spesa, piuttosto che fare la cosa più facile e meno giusta: aumentare la pressione fiscale.
Il Professor Monti, invece, ha pensato di intervenire pesantemente sulle famiglie con provvedimenti fiscali e con il taglio dei redditi ai dipendenti pubblici - a tutti meno che ai magistrati - congelando gli scatti di anzianità e i diritti maturati, come potrebbe il ragioniere di una piccola-media impresa manifatturiera, alla presenza di un bilancio con i costi più alti dei ricavi, che taglia le spese del personale e ritocca i listini prezzi per alzare i ricavi.
Prima che ridurre il debito pubblico si doveva pensare a fermare la spirale della spesa che lo formava. Il debito in se può essere compatibile se riferito alla ricchezza che si crea nel Paese. Si poteva arricchire l’Italia con le riforme, invece si è cancellata la pensione a milioni d’italiani, tra cui molti che non ci arriveranno mai.
L’Italia, per la sua storia previdenziale, da essere il paese europeo in cui per il pubblico impiego c’era una giungla incredibile fatta di privilegi e di palesi ingiustizie sociali, ora, per soglie di età e di anzianità di lavoro, raggiunge situazioni da record in Europa. Naturalmente nel silenzio assoluto di chi sostiene di difendere i lavoratori e i loro diritti, gli stessi che quando s’è trattato di eliminare qualche stridente privilegio sono scesi in piazza per gridare contro un Governo a loro avviso autoritario e antipopolare.
Appare serio, poi, un Senatore per nomina presidenziale che si debba servire di uno “spin doctor” per organizzare una campagna elettorale aggressiva fino all’insulto?
Fa il paio con il suo alleato che da Presidente della Camera formava e dirigeva un partito.
Il professor Monti, oltre a deludere le aspettative, fallendo del tutto il suo compito, è diventato un capo partito, senza avvertire la sensibilità di dimettersi per poter essere scelto dagli elettori.
Si distingue per minacce e accuse pesanti che involgariscono ancor più il confronto politico in Italia.
Non uomo di “altissimi meriti”, ma di bassissimi espedienti.
Vito Schepisi

05 novembre 2010

Al di sotto delle parti

L’attacco alla Democrazia in Italia arriva sempre più dalle Istituzioni. Soprattutto da quelle che non hanno una vera legittimità popolare e che beneficiano di incarichi che dovrebbero essere al di sopra della parti, ma che non sempre lo sono. Gli incarichi istituzionali sono spesso assegnati con accordi bipartisan o, se previsti dalla Costituzione, assegnati con le procedure ivi previste, per rappresentare lo Stato e garantire la correttezza delle sue funzioni, non invece per occupare il campo di gioco.
L’ultimo sfregio all’indipendenza delle Istituzioni l’ha inferto il vecchio “enfant prodige” di quello che fu il partito comunista italiano. Il marinaretto Massimo D’Alema, infatti, nominato Presidente del Copasir, l’organismo che controlla i servizi segreti, traendo spunto dalle campagne di stampa, ha insinuato che la sicurezza del Premier sia compromessa dalle sue scelte di vita privata, ed ha lamentato, altresì, un aggravio dell’impegno degli agenti preposti alla sua sicurezza a causa delle sue frequentazioni. Per D’Alema, in definitiva, Berlusconi farebbe bene a starsene chiuso in casa e senza frequentare nessuno.
Ma quello di un servizio di controllo e di sicurezza sui servizi, che provi a far rimbalzare le ondate mediatiche di gossip e le insinuazioni, è un modo singolare ed improprio di assolvere le proprie funzioni. Sarebbe, invece, auspicabile che il Presidente del Copasir faccia con la dovuta discrezione solo il suo mestiere, insomma che lo faccia seriamente ed in silenzio!
Ad usare le Istituzioni, per compiacere la propria e l’altrui passione, aveva già provato, e con altrettanta platealità, Oscar Luigi Scalfaro. Ma un Capo dello Stato che diviene parte attiva di un ordito politico in cui si ribaltano le scelte degli elettori è più simile ad un “caudillo”sud americano, che non ad un garante delle istituzioni di un Paese libero e democratico. Il ribaltone del ‘94 è stato così l’epilogo della stagione dell’Italia “democratica ed antifascista”, quella dominata dalla retorica, per lo più moralista, di tanti ex fascisti riciclati, ed apparsa più simile ad un regime di stampo autoritario, che ad una vera democrazia liberale.
Non ci meraviglia, pertanto, che in quella l’Italia si sia formato politicamente anche il giovane D’Alema.
In tutte le democrazie di tradizione occidentale, la sovranità appartiene al popolo e sono gli elettori che stabiliscono le scelte politiche. Non potrà accadere, ad esempio, che primi ministri come la Merkel o Calderon, piuttosto che Zapatero, o Capi di Stato come Sarkozy ed Obama, eletti direttamente dal popolo, possano rischiare d’essere sostituiti da una maggioranza formatasi, invece, attorno ai partiti di opposizione, benché rafforzati da scissioni di voltagabbana eletti con i partiti di maggioranza. Fuori dall’Italia non è possibile che accada senza il necessario passaggio elettorale.
Ma questo è ciò che accade nel resto del mondo libero!
In Italia le cose possono, però, andare diversamente. Può accadere che dal Presidente della Repubblica, al Capo del Copasir, passando per il Presidente della Camera, ci si preoccupi, invece del logoramento di Berlusconi, che poi ha i voti degli italiani. C’è chi lo fa come parte attiva, abusando di una visibilità istituzionale, e chi con ipocrisia e finzione; chi ponendosi speciose questioni, e chi traendo spunto dall’animosità politica di alcune testate. Il fango non importa da dove provenga purché sia tanto e purché insudici. Ma il fango è sempre un composto melmoso dovuto alla composizione di più materie.
Per la Costituzione Italiana all’art.1, dopo il primo comma, retorico e banale, con cui si declama una Repubblica fondata sul lavoro, come se potesse essercene un’altra fondata sull’ozio, c’è scritto che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Chi ha votato per il centrodestra, pertanto, avrebbe tutte le ragioni per pretendere che il Presidente della Repubblica assolva al dovere morale di registrare con onestà, come farebbe un notaio con un atto stipulato per volontà delle parti, l’indirizzo politico espresso dal popolo (la sovranità). E sarebbe anche opportuno che faccia intendere, se non proprio dirlo con chiarezza, che non ci sia un’alternativa politica a questa maggioranza. La volontà popolare nel 2008 è apparsa, infatti, inequivocabile (oltre il 9,2% di differenza tra centrodestra e centrosinistra), come tale era stata anche nel 1994, al tempo del ribaltone di Scalfaro. E se non c’è alternativa politica, non c’è neanche governo tecnico che tenga: sono finzioni da prima repubblica.
I nominati delle Istituzioni vagheggiano, invece, i metodi del vecchio sistema proporzionale: quello in uso fino alle elezioni politiche del 1992. Fino ad allora le scelte le facevano i leader dei partiti. Esisteva la partitocrazia ed il sistema consociativo. In un sistema elettorale proporzionale con il recupero dei resti, ed in un contesto partitocratrico, fondare un partito poteva essere come vincere almeno un “cinque più uno” al Superenalotto. Alle urne non perdeva mai nessuno. Vincevano tutti. E capitava anche che chi perdeva venisse chiamato al Governo. La politica paradossalmente adottava il principio olimpionico: l’importante non era vincere, ma partecipare. Se si vinceva, tanto meglio! I partiti però vincevano sempre, chi più e chi meno; ma anche un perdente c’era sempre: il Paese. Il sistema non assegnava mai una maggioranza parlamentare chiara. Con 50 e passa partiti ogni maggioranza diventava possibile: bastava eludere le scelte e privilegiare le strategie di partito.
L’importante era incartare qualche parlamentare e partivano una serie di diritti e di rimborsi spese. I partiti così nascevano come funghi. Di alcuni non si è mai saputo in cosa differissero dagli altri. Per raccogliere voti si inventava di tutto e nascevano anche, ma con scarso successo, il partito dell’amore e quello della felicità. Alcuni si scindevano. Sorgevano persino le guerre dei simboli. A quel tempo era un po’ come accade oggi per il sud, con le tante nuove formazioni politiche che ne propongono l’attenzione ed il riscatto. Ma anche oggi c’è il vago sospetto che si cerchi solo uno spazio da occupare. Alcuni lo fanno strumentalizzando le difficoltà e le carenze, ma si stenta a credere che così il sud possa davvero contare di più.
Ai tempi della prima repubblica a pagare era sempre il contribuente, soprattutto quello a reddito fisso, gli altri erano per lo più nullatenenti, se non assistiti con la fiscalizzazione degli oneri sociali e la socializzazione delle perdite di esercizio. Anche il fenomeno dell’evasione fiscale è figlio di quello stesso sistema partitocratrico che alcuni oggi vorrebbero rivitalizzare, anche se per pudore non lo dicono. Ci lavorano, però! A quei tempi le questioni si risolvevano facendo ricorso alla spesa. Se non c’erano soldi in cassa, si emettevano titoli di debito pubblico, trasferendo l’onere alle future generazioni. E’ la Storia che si ripete con monotonia e sono sempre i figli a pagare gli errori dei padri.
Anche oggi i partiti ritornano a crescere. Alcuni dureranno una stagione. Tra questi molti dei nuovi partiti che si richiamano al sud, ma tra questi c’è anche il nuovo gruppo ispirato da Fini che si chiama Futuro e Libertà che un po’ equivale a dire facciamo oggi ciò che vogliamo (libertà) tanto al domani (futuro) ci penseranno gli altri. In questo nuovo partito che nasce non a caso a primeggiare, oltre a Fini, c’è un signore di Napoli che si chiama Bocchino e che si è distinto solo per il consociativismo amministrativo a Napoli ed in Campania.
Vito Schepisi

25 agosto 2010

Difendiamo la democrazia liberale


C’era una volta in Italia un sistema dei partiti che replicava quotidianamente, dagli anni 60 in poi, la stessa commedia. Una finzione che voleva trasformare ed asservire le idee al proprio bisogno e la logica al mestiere. La democrazia si era ridotta al posizionamento dei partiti ed al gioco delle parti. Alla bisogna si partorivano le espressioni più vaghe per stabilire chi poteva o meno partecipare al gioco. Ed il principio non era mai estensivo, ma solo esclusivo. Arco costituzionale, pregiudiziale antifascista, preambolo democratico, costituivano i contenitori dei luoghi comuni o la sottigliezza lessicale per stabilire che, in base agli accordi stipulati fuori dal Parlamento e nelle sedi più disparate, le formule erano irreversibili, i ruoli stabiliti e le compensazioni prefissate. Si giocava questa partita per spartirsi di tutto, dalla Rai all’assunzione dell’ultimo commesso della Camera dei Deputati. Una sorta di “Conventio ad excludendum” che garantiva ai due maggiori partiti ed ai loro “corollari” la secolarizzazione autoritaria del potere. C’era persino il famoso manuale Cencelli che stabiliva il peso e le pretese delle correnti democristiane, perché anche il dissenso interno era organizzato e parcellizzato. Naturalmente a pagare le spese di questa orgia di demagogia populista è stato il popolo italiano, mentre le nuove generazioni sono state caricate di debiti, di carenze, di abusi e di servizi inefficienti.
Oggi viene Don Sciortino su Famiglia Cristiana ad accusare, di “distruzione di chi dissente”, colui che ha quanto meno il merito di aver smosso le acque melmose della partitocrazia italiana. Il Direttore del giornale cattolico muove le sue critiche partendo da considerazioni che riteniamo completamente sbagliate. Questi osserva, con eccessiva faziosità antiberlusconiana, che in Italia, a differenza degli altri paesi democratici, non vi sarebbero equilibri nell’esercizio del potere. Naturalmente questa carenza sarebbe dovuta alla esclusiva responsabilità di Berlusconi, colpevole d’aver vinto le elezioni. E la responsabilità democratica di chi chiede d’esser messo nelle condizioni di dar esito al suo programma, rispettando il mandato elettorale, sarebbe per Don Sciortino già un arbitrio: il solo chiedere il rispetto del voto sembra che sia un atto arrogante. Berlusconi così non rispetterebbe la Costituzione. Ma se il rispetto della Carta Costitutiva della nostra Repubblica è un dovere di tutti, anche l’opinione che sia obsoleta, inadatta ai tempi, incrostata di retorica populista è pure un diritto legittimo. Anche questa è democrazia! Ma Don Sciortino, forse, lo ignora.
C’è la parte seconda della Costituzione, quella sull’Ordinamento della Repubblica, che può essere più snella e che può equilibrare più efficacemente i poteri. A che servono, ad esempio, due rami gemelli del Parlamento? L’Idea di un Senato trasformato in una Assemblea della autonomie è una opzione percorribile ed anche abbastanza condivisa. Ma dirlo non è mancare di rispetto ai principi democratici della Costituzione. Ciò che importa, più di un feticcio da idolatrare, è il complessivo rispetto democratico delle scelte popolari. Ma per rispettare le scelte degli elettori, devono essere cautelate e focalizzate le prerogative degli ordinamenti della Repubblica.
Dopo oltre 60 anni di esperienza repubblicana ci sarebbero da fare verifiche sulle autonomie ed i loro limiti, sugli ambiti, i controlli e le garanzie. Se ci lamentiamo di un’Italia che non funziona a dovere, ci sarà pure una ragione da individuare nella sua organizzazione. Ma per tornare a Don Sciortino, vorremmo che comprendesse, per essere al comando di un osservatorio che avrebbe il dovere d’essere neutrale, come quello di una rivista che si richiama alla fede cristiana, che, in democrazia, il Capo del Governo è l’espressione della maggioranza del Paese. Se questo principio è inconfutabile, dovrebbe dedurre che dar attuazione, con responsabilità, al programma di governo, per tutta la durata del suo mandato, sia un dovere del Premier verso la Nazione. Il giudizio dell’elettorato si forma, infatti, su queste capacità e sul gradimento o meno della complessiva azione di governo. Non certo sulla simpatia o meno attribuita da Don Sciortino a Berlusconi.
Avviene così in tutte le democrazie liberali: dall’Inghilterra, alla Germania, alla Spagna. Ed avviene anche negli Usa ed in Francia, sebbene vi sia una figura politico-istituzionale, come quella del Presidente, che stabilisce l’indirizzo del Governo. Nei paesi in cui prevale il sistema presidenziale, inoltre, il Capo dello Stato è una figura rilevante e determinante: il suo potere, infatti, è legittimato dall’elezione diretta da parte del popolo. Lo si vorrebbe anche in Italia per evitare che le elezioni siano solo una formalità scritta nella Costituzione e per attribuire finalmente ai cittadini il diritto di scegliere. Ma chiedere questo non è certo bestemmiare, e non sarebbe neanche irrilevante osservare che questa caratteristica ridurrebbe drasticamente il fenomeno della partitocrazia. Potrebbe invece essere un modo per limitare il potere maneggione dei partiti e per sopire la fauna delle tante fameliche “bestie politiche” che li circondano.
I tempi sono cambiati dal 1948, le ideologie forti sono crollate, le comunicazioni e gli interventi richiedono tempi veloci e le trasformazioni sono spesso più rapide del pensiero. Non a caso il Costituente, con l’art. 138, aveva previsto la possibilità delle revisioni della Carta, prevedendone così l’ adeguamento nel tempo. Non esiste democrazia che non preveda verifiche, che non consenta aggiornamenti e che non si attivi per offrire maggiore efficienza. Arroccarsi sull’intangibilità delle norme costituzionali puzza di pretestuosità e certamente è esercizio retorico di pseudo-moralismo. Un po’alla Scalfaro, o alla Don Sciortino, per intenderci!
Vito Schepisi

13 febbraio 2009

Scalfaro arroccato con enfasi sui principi astratti

Tutti si rivolgono contro tutti con “rispetto” e “pacatezza”. Prima Veltroni, poi Di Pietro ed ora Scalfaro: “Ci rivolgiamo al Presidente del Consiglio con rispetto e con pacatezza: non ci faccia vivere giornate con timori che riguardano la nostra Patria, la sua libertà e la sua democrazia”.
Da che pulpito!
All’esimio ex Presidente della Repubblica, giudicato da molti il peggiore della Storia d’Italia, democristiano di lungo corso sin dalla Costituente, storicamente considerato come uomo della destra DC, chiediamo anche noi con “rispetto” e “pacatezza” conto di quei cento milioni mensili che da Ministro dell’Interno del Governo Craxi percepiva dal SISDE, i servizi segreti italiani dell’epoca. Chiediamo al senatore Oscar Luigi Scalfaro, sempre con il dovuto “rispetto” e con la dovuta “pacatezza”, di dar conto e documentazione del suo utilizzo e se possibile di spiegarci a che titolo li ha percepiti.
Per essere credibili, quando si richiamano altri ai grandi sentimenti patriottici e si sollecita la difesa della libertà e della democrazia, richiamando i principi costitutivi che rappresentano l’unità nazionale ed il rispetto dei ruoli istituzionali, è necessario esser stati sempre virtuosi. E’ più difficile farlo quando si sono lasciate zone d’ombra dove il sospetto inevitabilmente si annida. E’ stato proprio un politico, sodale con la manifestazione in Piazza SS Apostoli a Roma, che ha teorizzato in passato che il sospetto sia l’anticamera della colpa.
E’ apparsa solo una manifestazione pretestuosa quella che ha visto uno sparuto gruppo del Partito Democratico manifestare contro il presunto attacco di Berlusconi alla Costituzione, ed è stata sgradevole la presenza di chi non avrebbe niente da insegnare a nessuno.
Pretestuosa perché, invece di dar conto di proposte o di motivato dissenso alla linea delle riforme della maggioranza - riforme richieste un anno fa dallo stesso Veltroni, quando le contrapponeva alle elezioni anticipate, ritenendole allora persino indispensabili per poter offrire al Paese stabilità e governabilità - si è preferito solo dar conto di un chiassoso dissenso con la linea del Governo sulla recente questione del decreto che avrebbe consentito di salvare la vita di Eluana Englaro.
Appare così in tutta la sua impropria ed intrecciata doppiezza la retorica del cattolico Scalfaro contro un Governo ed un Presidente del Consiglio che intendeva salvare una vita e che a tal fine teneva a sottolineare che nessuna interpretazione della Carta Costituzionale potesse aver maggior valore della vita di un essere umano.
Per le riforme, anche della seconda parte della Costituzione, c’è una bozza Violante della scorsa legislatura che ha trovato ampi consensi nella nuova maggioranza e che può essere un punto di partenza importante per metter mano alla modifica di quei punti che necessitano di aggiornamenti.
Dalla manifestazione del PD, invece, nessun segnale di dialogo e di confronto. Nessuna proposta concreta. La difesa dei principi di libertà e di democrazia si attua invece con le riforme. Queste sono gli strumenti che favoriscono lo sviluppo della società, la governabilità e la tempestività degli interventi di chi, in virtù del consenso elettorale, ha responsabilità di governo. Lo spirito riformatore dovrebbe spingere a rivedere la Giustizia per rispettare i diritti di tutti e per garantire il suo esercizio effettivo e puntuale. Quello di Scalfaro e Veltroni è sembrato, invece, uno schieramento conservatore arroccato con enfasi sui principi astratti.
Non si è ascoltata alcuna riflessione che abbia preso atto che la velocità delle comunicazioni e dei flussi delle economie mondiali, in tempi di globalizzazione, impongono al sistema delle decisioni tempi di assoluta brevità. E’ sembrata piuttosto la solita kermesse di coloro che alzano la voce perché non hanno nulla di serio da dire. È mancata persino la presa d’atto che la Costituzione sia sorta in un momento difficile per il Paese e che ha una struttura adeguata a quel momento caratterizzato da forti tensioni.
Sarà per questa incapacità di avere buon senso e per la mancanza di presa del PD, di Scalfaro e della opposizione tutta, come difensori dei valori di libertà e di democrazia che a Piazza SS Apostoli è stata stimata una presenza inferiore a mille persone.
Vito Schepisi

24 giugno 2008

La deludente Assemblea del PD


Ma i componenti la Direzione Nazionale del PD si contano o si pesano?
Se il valore è rappresentato dal numero, si potrebbe dire che fuori non ne sia rimasto nessuno. Quelli che ci sono, però, non sono adeguati per proporsi alla guida del Paese. Se invece si pesano il risultato è quello che conosciamo: a parte i portatori di tessere, ed i capi locali e nazionali di DS e Margherita, c’è ben poco d’altro!
Anche l’illustre ed “ingrato” ideatore di questo nuovo partito ne fa parte, in quanto membro di diritto assieme a coloro che hanno rivestito incarichi di presidenza di Consiglio, Camera e Senato. Non ne fanno parte, però, gli ex presidenti della repubblica. Strano! L’hanno detto a Scalfaro? Che sollievo per tanti, però!
Una direzione di partito? Sembra più un assemblea legislativa!
Le direzioni politiche si è abituati a pensarle più ridotte e più essenziali. E’ numerosa quanto una camera legislativa di alcuni paesi con una rappresentanza parlamentare meno pletorica di quella italiana. L’Assemblea Nazionale di questo pachiderma politico, infatti, ha eletto ben 120 membri della sua direzione, ma quanto è a sua volta ancor più pletorica questa assemblea? Tanto valeva cooptarsi per intero!
A questi 120 componenti eletti si aggiungono venti personalità nominate dal segretario, cioè da Veltroni, 5 nominati dall’organizzazione giovanile, non ancora costituita, ed ancora una nutrita pattuglia di membri di diritto in quanto presidenti di commissioni, vice presidenti delle assemblee parlamentari italiane ed europee, capi e vice capigruppo nel parlamento italiano ed europeo, persino presidenti e relatori delle commissioni costituenti il PD.
Dispiace un po’ per le “veline” rimaste fuori!
L’osservazione che nasce spontanea è che anche la volontà dell’assemblea conta poco perché, se esprimesse una maggioranza di membri eletti in direzione, questa maggioranza può essere facilmente ribaltata dai componenti cooptati.
E che dire del segretario che nomina ben 20 componenti la direzione? E se gli venisse il complesso di Caligola?
Ciò che per di più convince ancor meno è che il PD, a detta dei suoi fondatori, doveva essere un partito che nasceva dalla base della sinistra democratica. Non una somma di diverse e preesistenti macchine partitiche organizzate, ma una spontanea iniziativa dei sedicenti progressisti e riformatori italiani che si proponevano di mettere da conto le vecchie gabbie di un tempo e di aprirsi al confronto di una politica di ampio respiro, vicina ai problemi del Paese, alle sue esigenze, al ripristino della legalità.
Doveva essere un movimento politico proteso verso il recupero mediato di alcuni valori da inserire in una società multietnica, multiculturale e per larghi tratti persino eticamente diversa.
Si proponevano, insomma, di far sviluppare dal basso le espressioni di una democrazia laica, partecipata, aperta, progressista, rispettosa dei sentimenti popolari ed attenta a non emarginare le diverse tensioni religiose. Si è finito invece col consentire che su poltrone e seggiole fossero depositati i cappelli dei soliti mestieranti.
Tutte chiacchiere e manfrine sostengono in molti, e tra questi anche un consistente numero di italiani che hanno creduto in questo progetto. Le solite finzioni di coloro che dinanzi alla crisi propositiva della sinistra, incapace di indicare nuovi modelli sociali di riferimento, si inventano accattivanti contenitori, sostengono invece coloro che da tempo pongono l’attenzione sulle contraddizioni che emergono e che si sono manifestate sin dalla nascita del nuovo soggetto politico. Dai passi finora compiuti è evidente che a questi ultimi non si possa proprio dar torto.
Il passo falso più clamoroso è stato compiuto alla vigilia dell’ultima tornata elettorale, quando tra i socialisti di Boselli ed i giustizialisti di Di Pietro, i “democratici” del PD hanno scelto questi ultimi.
E’ come se i democratici nel ’22, tra Mussolini e Turati, avessero scelto Mussolini. E’ tutto dire!
Il PD sembra lo spazio del possibile dove, per caratteristica identitaria prevale la confusione totale. Ancora oggi, a distanza di circa 8 mesi dalla sua nascita, sono ancora in tanti a non aver compreso su quali ispirazioni trae le sue fondamenta e dove vuole arrivare, oltre che alla conquista del potere.
Fossero, però, solo i numeri pletorici di una direzione i problemi! Le contraddizioni che preoccupano sono soprattutto quelle politiche. Nel PD coesistono una miriade di correnti e di feudi personali assieme a strategie politiche differenti. Tante per cui emerge spontanea la richiesta di sapere da dove traggano le risorse economiche per reggerne l’organizzazione.
Quello dei finanziamenti alla frammentazione politica resta un percorso della trasparenza da esplorare ancora. Finanziamento pubblico? Finanziamento alla stampa politica? E’ un mondo da rivisitare, perché c’è anche chi non gradisce sapere che una parte degli euro che il fisco preleva finisca per finanziare, ad esempio, “italianieuropei” di D’Alema o i valori immobiliari di Di Pietro.
Sui quotidiani, tra le lettere dei cittadini che protestano, si legge di tutto, come ad esempio se sia possibile sottrarre dal pagamento del canone rai una percentuale corrispondente al costo delle trasmissioni di Santoro. Anche con i finanziamenti ai partiti si dovrebbe fare come con l’otto per mille. Potrebbe essere una soluzione! Forse solo così, per guadagnarsi le firme nell’apposito spazio, la politica si troverebbero costretta a rispettare la volontà degli elettori!
Vito Schepisi

15 dicembre 2007

Un Paese normale!



Che il nostro non sia un Paese normale l’aveva già detto D’Alema nel 1994, pur se partendo da intuizioni diverse dalle nostre. Non è normale, infatti, perché è affetto da inarrestabili contraddizioni e da attitudini all’intrigo. E’ strano perché enfatizza la discordia e demolisce i ponti della collaborazione e del dialogo.
Il leader ex comunista insediandosi alle segreteria del Pds, dopo la sconfitta della macchina da guerra di Occhetto nel ’94, affermava a sostegno della sua idea di normalità che la dialettica democratica nei paesi pluralisti si manifesta nel consentire alla sinistra il governo della Nazione:“Il compito della mia generazione è portare la sinistra italiana al governo del paese. Altre generazioni hanno fatto cose fondamentali: hanno riconosciuto la democrazia, hanno rinnovato il paese. Ora, per noi,il problema è il governo: vogliamo essere messi alla prova".
E’utile, ma anche malignamente sarcastico, rileggere le presuntuose affermazioni di D’Alema. Questi, ex comunista e combattente su fronti diversi da quelli su cui si erano impegnate le democrazie occidentali; distintosi più nel tentativo di trascinare l’Italia nell’orbita della follia comunista, mentre da altre parti si rinnovava il Paese e si costruiva la democrazia; sconfitto dalla storia e smascherato nelle menzogne, chiede di passare a riscuotere il compenso del tradimento di quei valori invece, fortunatamente, prevalsi. Alla prova, però, sono stati messi, ed in modo davvero deludente!
Appare ancora più istruttivo rileggere oggi cosa affermava sempre l’attuale Ministro degli Esteri, un anno dopo nel ’95 sull’Unità, dopo che la sinistra aveva occupato il potere con un colpo di mano di Scalfaro: “Si è dunque riaperta la sfida. Contemporaneamente, si è anche fatta strada l'idea che le squadre in campo si diano delle regole comuni, valide per tutti. Proprio come accadrebbe in un paese normale”.
La storia ci insegna, e molti italiani ne sono più che convinti, che per la sinistra e D’Alema la vera normalità sia barare al gioco. Barare in tutti i modi, persino con i brogli elettorali, se non con la magistratura compiacente.
Gli anni sono passati ma le regole della sinistra rimangono sempre quelle. Il confronto democratico vale solo quando è funzionale a distribuire le carte perdenti agli avversari: altrimenti, come nel più classico western, si punta la pistola contro l’avversario per prevalere comunque.
Bisogna ritenere normale, ad esempio, l’azione di impiegati dello Stato che intervengono per rendere più torbido il rapporto tra le forze politiche e per minare il dialogo e l’avvio di un confronto per la costruzione di regole condivise?
L’avvio di un confronto leale è voluto soprattutto dal popolo. Gli italiani chiedono chiarezza e reclamano responsabilità e pongono condizioni di trasparenza per ricambiarla con la loro fiducia.
E se fosse vero anche il 10% di ciò che afferma il leader dell’opposizione sull’azione dei magistrati alla vigilia della fiducia al Senato sulla Legge Finanziaria, mossasi per convocare una decina di senatori per intimorirli su un possibile voto di sfiducia al Governo, il nostro non sarebbe neanche lontanamente un paese normale. Al contrario sarebbe un paese decisamente in pericolo.
Se chi esercita una funzione in nome del popolo si arroga il diritto di interferire con chi è deputato a rappresentarlo ed assume funzioni diverse dal lavoro per il quale è pagato dalla collettività, pretendendo di interpretare la giustizia come se fosse un’idea, stravolge due pilastri della nostra democrazia: quello del diritto e quello della libertà.
La storia d’Italia è scritta nelle parole dei suoi leader. Se i suoi leader, però, sono di sinistra è necessario leggerle al contrario. E’ questa una convinzione che si va consolidando. La doppiezza di Togliatti non è episodica e relativa all’uomo: è un metodo ed una cultura solidificata nel leninismo e nella sua teoria dell’inganno.
E’ sufficiente leggere ancora le normalità di D’Alema per rendersene conto. Siamo ancora nel ’95 e D’Alema, ancora segretario, dopo il famoso ribaltone che capovolse i risultati elettorali del 1994 afferma sull’Unità “Ora si può tentare un bilancio di quest'anno vissuto pericolosamente. E si può guardare avanti, con fiducia e speranza . Fiducia in un'Italia oggi meno nervosa di ieri, più ottimista, che chiede alla sua classe dirigente cose semplici e chiare: stabilità, tranquillità, normalità. Nella speranza che finalmente possa arrivare il cambiamento: un cambiamento dolce che dia agli italiani la certezza di un futuro sicuro”. E l’esempio del nostro futuro sicuro l’abbiamo avuto nella settimana appena trascorsa con l’Italia adagiata pesantemente per terra, imbrigliata da un esercito di camionisti “incazzati”, indispettiti da un Governo e da un ministro di simpatie cubane che si è concesso il lusso a spese della collettività di ignorare i disagi della categoria e rifiutare il confronto.
Stabilità, tranquillità e normalità affermava D’Alema. Con la sinistra al Governo, la stabilità, dal 1996 al 2001, l’abbiamo vista con i tre governi di Prodi, D’Alema ed Amato e nel corso di questa legislatura con una maggioranza che traballa ed ha perso la rotta; la tranquillità con l’Italia strozzata dalla pressione fiscale e con le famiglie in serie difficoltà finanziarie; la normalità con la magistratura che detta le regole del gioco. Bel risultato!
E cosa pensare quando si rilegge lo slogan di Prodi “La serietà al Governo”? Se non è questa una grande bugia!
Vito Schepisi