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27 gennaio 2010

La memoria non basta ad impedire che la storia si ripeta






E’ vero la storia si ripete sempre, inesorabile come il destino di ognuno. Si ripete coi suoi fasti ed i suoi lutti. Si ripete con gli errori, le tragedie, gli eroismi, i tradimenti, con la sua epica e la sua retorica. Si ripete con la sua viltà, le sue follie, i suoi orrori. Si ripete sempre, con o senza preavvisi.
Quella dell’umanità non è una storia sempre lineare in cui hanno sempre prevalso i buoni principi. Non sempre i libri di scuola, i buoni maestri, il popolo eletto, i media, gli intellettuali e le istituzioni vanno oltre ciò che sembra ovvio per indicare ciò che è corretto, ovvero per stigmatizzare la brutalità, per respingere la violenza e per irridere la stupidità. Passioni, ideologie, odio, pregiudizi e rancori spesso prevalgono.
Trionfa, nei discorsi, l’ipocrisia dei buoni propositi, mentre nell’intimo prevale la furbizia, la convenienza, l’opportunità. Conta più l’apparenza del bel gesto che il dovere morale di difendere i principi di civiltà e di umanità. La memoria, almeno per un giorno nell’anno, ritorna. E per un giorno nell’anno si ripercorrono gli stessi passi sulle tracce di ciò che è stato. E tutti a domandarsi il perché. E tutti a chiedersi dov’era l’uomo in quella miseria. Domande che resteranno sempre senza risposta!
Il giorno in Italia è il 27 gennaio. E’ l’anniversario dell’avanzata russa in Polonia nel ‘45 e dell’abbattimento dei cancelli del Campo di deportazione di Auschwitz, rimasto nell’immaginario di tanti il simbolo tragico di una follia, con la sua scritta all’ingresso intrisa di insostenibile scherno “ARBEIT MACHT FREI” (Il lavoro rende liberi). La memoria di una assurda ed immane tragedia dove nelle camere a gas i nazisti avevano sterminato decine di migliaia di ebrei deportati, poi arsi e resi cenere nei forni crematori.
Per non dimenticare, con la Legge 211 del 20 luglio 2000, anche il popolo italiano ricorda, per un giorno ogni anno la Shoah, le leggi razziali, il martirio, le deportazioni, le ansie, la morte. Ricorda la viltà degli uomini!
“Era sempre inverno in quegli anni, anche in primavera e in autunno e in estate”.
E’ questa la sensazione rimasta: il freddo e la neve, l’inverno che si intersecava con il gelo delle coscienze.
Ciò che infastidisce, però, in giorni come questo, è il replicare dei soliti cerimoniali, è il sentirsi ripetere le stesse cose. Provocano disagio gli stereotipi, le frasi di circostanze, i discorsi scopiazzati dall’anno precedente, gli impegni morali, le mobilitazioni di associazioni, la reiterata produzione cinematografica, i documentari, persino le poesie di Primo Levi. Si vorrebbe forse qualcosa di diverso e, per quanto sia possibile, più fatti che parole, più realismo che poesia, più convincimento che circostanza.
Attenzione perché la storia si ripete! E’ sempre così!
Irrita ad esempio l’ipocrisia di quella politica che fa distinzione tra la Shoah e lo Stato di Israele. E’ vero, non sono la stessa cosa, ma fanno parte della stessa storia. Soffrono la stessa minaccia. L’odio contro Israele, e la negazione del suo diritto di esistere, fanno parte della stessa pianta dell’odio. La minaccia di oggi allo Stato israeliano è cosa diversa dall’Olocausto, ha un’origine diversa dalla folle aggressione nazista. E’ verissimo! Ma non si può far finta di ignorare che ci sia un sentimento antisemita ed antisionista che anima ancora molte coscienze. Non si può non rilevare che sia sempre vivo e minaccioso un fanatismo islamico che mira all’annientamento di Israele e del suo popolo.
La memoria di una storia che si ripete e che ci trova immobili e passivi può, anch’essa, diventare un crimine culturale contro l’umanità.
Vito Schepisi

19 novembre 2009

Il pluralismo dell'informazione passa dal pluralismo rappresentativo



E’ emersa di recente al centro dell’attenzione la questione della libertà di stampa in Italia. A bocce ferme, è ora opportuno trarne delle conclusioni. Non si vogliono vincitori o vinti, perché è proprio quella libertà che si richiama al pluralismo delle voci e delle opinioni che non li prevede. Sarebbe invece utile comprendere in cosa consista la libertà dell’informazione e cosa effettivamente sia un paese libero e pluralista.
Le riflessioni sulla libertà di stampa possono essere un giusto misuratore di questo stato.
Smorzato il megafono delle iniziative di parte, con gli animi già sufficientemente sbolliti, sarebbe infatti opportuno fermarsi a riflettere. E ne ricaviamo che la questione sollevata non può esaurirsi nelle manifestazioni di piazza. Tra gli slogan non si ricerca mai una ragione condivisa, ma solo un modo di volersela attribuire. Con il folklore e l’animosità delle manifestazioni si dà una parvenza di forza, ma non si risolve niente. Chi ostenta spesso è solo chi ha interesse a dare di se una visione sovraesposta. E non è, infine, possibile regolare l’orologio della democrazia su chi è più forte e vince a braccio di ferro. C’erano e ci sono delle contraddizioni che vanno chiarite. Ne va della nostra reputazione di Paese libero e democratico. Sono in ballo le opzioni pluraliste sancite dalla nostra Carta fondamentale (art.21 della Costituzione).
Non si dovrebbe più indugiare: la questione libertà di stampa oramai è stata sollevata. Ed è certamente bene che sia così! Bisogna ora capirla approfondirla e risolverla.
Il mondo dell’informazione cambia. Esistono nuovi strumenti di diffusione delle notizie e nuovi strumenti di comunicazione politica. Deve esistere anche un nuovo strumento plurale di rappresentare tutto questo. Il giusto equilibrio tra senso di responsabilità, cultura e coscienza democratica servirebbe anche ad isolare il reiterarsi di quei riflessi di bieco provincialismo, come quelli emersi con inserzioni a pagamento in Inghilterra, paese dove è facile trovare una stampa pronta a denigrare l’Italia ed a rappresentarla come luogo delle peggiori nefandezze. C’è stato in Europa anche un tentativo di delegittimare la democrazia italiana, per odio verso il Governo, con un’iniziativa politica che ha diviso il Parlamento europeo, chiamato ad esprimersi su di un mortificante giudizio sulla democrazia e sulla libertà in Italia. Un episodio stomachevole!
In questo ordito politico di una parte dell’opposizione, la federazione unica della stampa italiana, la FNSI, invece di rappresentare la pluralità dei giornalisti e del mondo dell’informazione, con percezioni più articolate sulla questione, schierandosi con una fazione ha finito col rappresentare solo una parte politica.
Ma non è stato un caso isolato! Nel recente passato la Fnsi, attraverso un suo rappresentante, Paolo Serventi Longhi, già per molti anni segretario della stessa Fnsi, ha sostenuto la fronda antisionista, per l’espulsione della rappresentanza israeliana dalla federazione internazionale dei giornalisti. In quella occasione è bastato il pretesto della contestazione israeliana sulla misura della quota associativa, per mascherare quello che invece è stato un chiaro intento antisemita. La Fnsi ha aderito ad una prevaricazione “vergognosa e inaccettabile dalla società civile”, come lo scorso luglio è stato contestato alla Federazione in una lettera su cui giornalisti, blogger e lettori hanno raccolto intorno ad uno slogan “NON IN MIO NOME” 3750 adesioni in un gruppo su Facebook.
Anche in questa deprecabile leggerezza, in questa mortificante manifestazione contro la stampa israeliana, il rappresentante del sindacato unico ha coinvolto l’intera stampa italiana. Ed è stato solo lo sdegno e la presa di distanza di giornalisti, blogger e lettori, come si è detto, che ha consentito nei giorni scorsi di ricomporre la questione con la riammissione della stampa israeliana nella IFJ.
Ma è possibile che in nome della libertà di stampa non ci sia, in Italia, nessuna garanzia di effettivo pluralismo? Com’è possibile che il sindacato unico dei giornalisti, che per definizione dovrebbe essere interessato all’agibilità dei protagonisti dell’informazione - ma anche al rispetto delle regole, della deontologia e delle leggi sui diritti dei cittadini dall’invadenza prevaricatrice di un’informazione scorretta - si allinei sempre sulle posizioni politiche dei grossi gruppi di pressione finanziario-ecomico-industriale-editoriale? Come mai la Fnsi è diventata,come sostiene l’associazione Lettera 22, un pullman dove i giornalisti siano “intruppa bili” per dirigersi a Piazza del Popolo nell’intento di rovesciare i governi sgraditi?
Perché la Fnsi dà sempre più l’idea di un carro merci aggregato ai vagoni dei pregiudizi della Cgil?
Vito Schepisi

27 luglio 2009

"NON IN MIO NOME"

Le federazione mondiale della stampa ha espulso dall’associazione la federazione israeliana. L’espulsione è avvenuta per una questione di quote associative, ma nelle more di una trattativa in cui Israele ne lamentava l’esosità, rispetto alle quote pagate da altri paesi dell’area mediorientale.
Sembra che l’accordo, a detta dei rappresentanti israeliani, fosse stato già raggiunto, ma che sia comunque prevalso il sentimento antisionista dei diversi rappresentanti della federazione. Ciò che è incomprensibile (e ci sgomenta) è che alla fronda anti-israeliana abbia aderito anche la federazione italiana rappresentata da Paolo Serventi Longhi.
Per iniziativa di “NON IN MIO NOME”, un gruppo su FB composto da giornalisti italiani, tra cui Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, per citarne i primi in elenco, e circa 1500 firme di blogger, lettori, cittadini comuni, (le firme sono ora diventate quasi 2000) è stata inviata una lettera alla FNSI in questi termini:
All’attenzione di: Franco Siddi , Segretario della Fnsi e Roberto Natale, Presidente della FnsiEgregio Segretario, egregio Presidente,dopo lo scandaloso e vergognoso voto con il quale i membri dell’esecutivo della Federazione internazionale dei giornalisti hanno espulso i colleghi israeliani, senza ascoltarne le ragioni, vi chiediamo:a) Il voto del rappresentante italiano, Paolo Serventi Longhi, è stato concordato con la segreteria e/o con la giunta della Fnsi?b) Dopo la polemica vicenda delle quote (sollevata dai colleghi israeliani in seguito alla costante esclusione da momenti importanti della Federazione internazionale, come l'aver tenuto all'oscuro i giornalisti israeliani di una missione investigativa sugli eventi di Gaza. E che in ben due occasioni, a Vienna e a Bruxelles, i giornalisti israeliani sono stati esclusi dagli incontri sul Medio Oriente), pensate anche voi, come Serventi Longhi, che l’unica soluzione fosse quella burocratica, invece che avviare finalmente un chiarimento politico al vertice della Fig?c) E’ utile per noi italiani far parte di questo organismo non democratico che costa alla Fnsi – quindi alla tasche di tutti gli iscritti – circa 100 mila euro l’anno?d) Sono stati mai esaminati dalla Fig e dai suoi vertici gli omicidi di colleghi in Iran, in Cecenia, e in altre parti del mondo?e) E’ mai stata presa una posizione ufficiale su questi tragici avvenimenti?f) La Federazione internazionale è mai intervenuta sui giornalisti di quelle tv arabe che reclamano “la morte di tutti gli ebrei”?A nome di oltre 1.500 aderenti (giornalisti e lettori) vi chiediamo di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile. E di promuovere, contemporaneamente, un’indagine sull’intera attività della Federazione internazionale, con una commissione di cui faccia parte qualcuno degli amministratori di questo gruppo, sospendendo , nel frattempo, la partecipazione della FNSI alle attività della Federazione Internazionale. Vogliamo saperne di più, poiché funziona anche con i nostri soldi. Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, Silvana Mazzocchi, Cinzia Romano, Mariagrazia Molinari, Gianni de Felice, Paola D'Amico, Nicola Vaglia, Enzo Biassoni, Paola Bottero, Luigi Monfredi , Antonio Satta, Maria Laura Rodotà, Stefania Podda, Marida Lombardo Pijola, Daniele Repetto, Dimitri Buffa, Emanuele Fiorilli, Antonella Donati, Paola Tavella, Anna Maria Guadagno, Monica Ricci Sargentini, Maria Teresa Meli, Giovanni Fasanella, Mirella Serri, Stefano Menichini, Marina Valensise, Gloria Tomassini, Franca Fossati, Mariella Regoli, Claudio Pagliara , Daniele Renzoni, Daniele Moro (seguono altre 1.500 firme)ROMA 22 luglio 2009

La risposta della FNSI è arrivata 4 giorni dopo sul sito dell’associazione
http://www.fnsi.it/Esterne/Pag_vedinews.asp?AKey=10100
Sarebbe solo sufficiente rilevare la diversità dei caratteri (quasi illeggibili quelli della lettera di protesta) per comprendere il fastidio della risposta (arrivata dopo che la casella e.mail della FNSI era stata inondata dai messaggi dei lettori indignati). La lettera del gruppo “NON IN MIO NOME” è prima apparsa, priva di commenti, sul sito FNSI e poi scomparsa, per ricomparire nuovamente nel pomeriggio di domenica 26, accompagnata dalla risposta con caratteri in grassetto del Presidente della FNSI, Roberto Natale.
Parlare della fiera del nulla, rispetto alle questioni poste dai richiedenti di “NON IN MIO NOME” può sembrare un eufemismo. L’impressione che se ne ricava è che si tratti di ben altro. E ciò che se ne ricava è una vergogna che non ci fa onore.
Solo la seguente semplice riflessione ci porterebbe a conclusioni di estrema gravità. Se - come afferma il Presidente della FNSI Roberto Natale - "L’uscita di Israele, naturalmente, non può essere ridotta a burocratica lettura dei libri contabili", due sono le cose: o c’è ben altro (antisemitismo della FNSI?) o c’è incoerenza. La prima ipotesi sarebbe gravissima, ma la seconda … altrettanto!
Per quale delle due ragioni, dunque, Serventi Longhi ha votato per l'esclusione della federazione israeliana?
Vito Schepisi

22 aprile 2009

Durban II: il documento dell'ipocrisia

Di fatto si e conclusa prima del tempo la Conferenza delle Nazioni Unite a Ginevra sul razzismo. E' stato anticipato il documento finale per evitare che altre fratture tra i partecipanti potessero far fallire l'intera Conferenza. Il documento finale elaborato nei mesi scorsi, e limato negli ultimi giorni, in un difficile clima di intolleranza, è frutto di un difficile ed omissivo compromesso. Non serve, però, rendere solo meno irrealistico ed antistorico un documento se vengono omesse intere questioni di diritti negati e di intolleranze non rilevate.
Il dubbio di alcuni paesi, tra cui l’Italia, non si limita solo a contrastare i riferimenti alle presunte discriminazioni razziali di Israele o all’inverosimile accusa di razzismo allo Stato ebraico. C'è anche una differenza di metodo tra i paesi dell'Occidente ed i paesi cosiddetti neutrali. Le libertà fondamentali ed i diritti civili sono gestiti in modo diverso. Non ci sono solo differenze d’usi e tradizioni ma si mantengono differenze fondamentali tra uomo e donna e profonde discriminazioni per l'accesso alla pratiche religiose.
La presenza del Vaticano alla Conferenza è spiegata negli ambienti cattolici con lo scopo di allentare la repressione verso monache e suore e fedeli cattolici in alcuni paesi islamici. Come si può dar credito ad una conferenza mondiale, sotto l’egida dell’ONU, a cui si partecipa mantenendo un basso profilo per allentare una minaccia incombente?
Ci sono nazioni che negano la storia e negano l’odio razziale nazista contro gli ebrei e fomentano un odio dello stesso segno ed indirizzo. Se si pensa che sono anche gli stessi paesi che si sono attivati per redigere il documento finale! Sono paesi che non spostano di una virgola le loro intime convinzioni e la ferocia nel voler reiterare l'orrore nazista. Ci sono ancora Stati dove si consentono, con la complice inerzia delle autorità civili, intolleranze e discriminazioni che rendono difficile, o addirittura pericoloso, l'abbraccio ad una diversa fede religiosa.
E' difficile parlare di razzismo e di discriminazione senza marcare le differenze di maturità democratica. Le intolleranze non sono limitate solo al diverso pensiero, ma conducono a pericoli reali ed incidono anche violentemente sulle libertà e sui diritti degli uomini. Morte , torture, carcere duro, è un prezzo troppo alto per gli uomini che pagheranno in questo modo le ipocrisie di una Conferenza monopolizzata da un alto numero dei paesi definiti neutrali e dall’intero blocco musulmano. C’è chi spinge a spostare il tiro su obiettivi diversi, come si è avuto modo di constatare già con la Conferenza di Durban del 2001. La stessa strategia che traspariva dai difficili preparativi di quella di Ginevra, in corso, e che ha visto defilarsi per questioni di coerenza nazioni come gli USA, l'Australia, Il Canada, Israele, l'Olanda, la Nuova Zelanda, la Polonia, la Germania e l'Italia ed a cui si è aggiunta nel corso della Conferenza anche la Repubblica Ceca.
Non basta cancellare nel documento i riferimenti alla "diffamazione delle religioni" che i paesi di religione musulmana miravano ad introdurre nel testo della risoluzione finale, con l’intento di impedire al mondo intero, credente o meno, la libera espressione del pensiero ed il diritto di critica e di satira su idee e confessioni religiose, principalmente musulmane. C’era anche questa tra le pretese di un manipolo di stati fondamentalisti per poter giustificare condanne come quelle in passato inferte agli scrittori che hanno scritto su Maometto, o condanne al Papa che a Ratisbona nel 2007, con annotazioni filosofiche, si è soffermato sui dubbi e sulle perplessità risalenti al 1600 sulla storia dell'islamismo e sulle sue espressioni di riferimento.
Quello di Ginevra è il documento dell’ipocrisia i cui protagonisti sono paesi come Cuba, la Libia, L’Iran, il Sudan e la Siria. A che vale sottoscrivere una carta che valga solo a denunciare casi di presunte violazioni nei paesi occidentali, già cautelati da leggi sempre più rigide contro le discriminazioni? E che non valga, invece, ad evitare che la violenza e l’intolleranza religiosa mieta vittime nel mondo, per la sola colpa di abbracciare una fede diversa?
Vito Schepisi

06 marzo 2009

Durban II: istruzioni per l'uso


I regimi dispotici usano la propaganda per accreditare la loro legittimità e per screditare i loro avversari. E’ un metodo usato da sempre, anche da quando le comunicazioni di massa non esistevano. La storia ci racconta di stragi di presunti cospiratori, di condanne a morte di traditori per attività sovversive, e di condanne per eresia e stregoneria: in realtà, motivazioni per la soppressione del dissenso verso i prepotenti.
Nei tempi delle comunicazioni di massa vige, in più, un metodo, anch’esso d’uso frequente per i prepotenti, che è quello di ripetere tante volte una cosa non vera per far breccia sulla gente distratta e farla passare per “verità”. Succede anche per la politica: è sufficiente aprire qualche giornale che ne fa largo uso.
E’ ciò che accade dappertutto sulla Terra, anche con la complicità di organismi internazionali. Le Nazioni Unite, ad esempio, riuniscono le rappresentanze di tutti i paesi del mondo. Nelle conferenze dove non esiste un diverso metodo rappresentativo, o l’esercizio del diritto di veto da parte della maggiori potenze mondiali, per approvare un documento vale la maggioranza degli stati, anche se di ridotte entità, anche se privi di legittimità democratica, anche se sanguinari e dispotici.
Per far approvare a maggioranza degli stati aderenti documenti di condanna, ad esempio, per razzismo contro Israele, ed assolvere paesi dove l’integralismo più assoluto esclude da ogni diritto e reprime chiunque appartenga anche ad un’etnia diversa, o laddove sia sufficiente il capriccio o il fastidio di pochi per stroncare vite umane o reprimere una protesta, è sufficiente indire una Conferenza internazionale contro il razzismo, dove i piccoli paesi contano quanto i grandi, e porsi l’obiettivo della condanna di un popolo già oggetto di un odio diffuso.
Nell’aprile prossimo, dal 20 al 24, a Ginevra si svolgerà la Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza, organizzata dall’Onu. Il comitato preparatorio è composto dai rappresentanti di Iran, Camerun, Sudafrica, Senegal, India, Indonesia, Pakistan, Argentina, Brasile, Cile, Armenia, Croazia, Estonia, Russia, Belgio, Grecia, Norvegia e Turchia. Il Comitato è presieduto da Libia mentre la vice presidenza è dell’Iran, di Cuba e del Pakistan. L’incarico di stilare ed illustrare il rapporto affidato a Cuba.
La conferenza di Ginevra è chiamata “Durban II” perché fa seguito alla prima tenuta nella omonima città sudafricana dal 31 agosto all’8 settembre del 2001.
Nella precedente conferenza del 2001 a Durban fu approvato un documento di condanna contro Israele. Le delegazioni di Stati Uniti ed Israele si ritirarono nel corso dei lavori e quelle di Canada ed Australia approntarono documenti di condanna per un metodo che fu giudicato “ipocrita”. Più che una conferenza contro il razzismo dette l’idea di un processo intentato contro lo Stato di Israele ed i suoi alleati, soprattutto gli USA. Un documento che destò un enorme clamore, non ancora sopito, per le diffuse polemiche suscitate. Da quel momento si accentuò il clima di odio per lo Stato ebraico e per i suoi sentimenti religiosi. Il testo approvato, con forti tinte antisemite, dette luogo al riaccendersi di tensioni antiamericane ed antisioniste. I discorsi di Arafat, di Castro e di Mugabe ebbero una cassa di risonanza mondiale ed eccitarono, nei paesi islamici, con la complicità sia dei governanti che della autorità religiose, un furore antiebraico ed antiamericano che vide le città arabe percorse da cortei e manifestazioni che inneggiavano a Bin Laden.
Poi ci fu l’11 settembre con la strage alle Twin Tower di New York e le 3.000 vittime civili.
La prossima conferenza si annuncia ancora più caratterizzata della prima per la condanna di Israele e dei paesi che lo sostengono: per questa ragione Il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha comunicato il ritiro dell’Italia dalla Conferenza “DurbanII” di Ginevra.
Nel documento finale, in elaborazione, Israele verrebbe accusata di adottare nei territori palestinesi una politica "in violazione dei diritti umani internazionali, un crimine contro l' umanità e una forma contemporanea di apartheid". Nella bozza del documento, ispirato soprattutto da Iran e Siria, si esprimerebbe "profonda preoccupazione per le discriminazioni razziali compiute da Israele contro i palestinesi e i cittadini siriani nel Golan occupato". Lo Stato israeliano verrebbe accusato, inoltre, di "tortura, blocco economico, gravi restrizioni di movimento e chiusura arbitraria dei territori" e di rappresentare: "una minaccia per la pace internazionale e la sicurezza".
E’ troppo!
Vito Schepisi

26 gennaio 2009

Nella Giornata della memoria accanto al popoo ebraico


Ogni anno c’è sempre la solita incertezza. C’è il timore di essere retorici, di ripetere come replicanti le tante ragioni di un insieme di coscienze che ricordano con scadenza periodica, come in un rito, l’ingiustificabile debolezza dell’animo umano. Ogni anno ci ritroviamo a pensare alla leggerezza dell’equilibrio dell’uomo, quando, coinvolto dagli effetti dopanti dell’odio e dell’intolleranza, si ritorce contro la dignità della sua stessa specie ed annulla d'un colpo tutti i traguardi raggiunti sul piano della sua evoluzione culturale e della sua civiltà.
Il 27 gennaio del 1945 l’avanzata russa in Polonia liberava il campo di deportazione di Aushwitz dove nelle camere a gas i nazisti avevano sterminato decine di migliaia di ebrei deportati, poi arsi e resi cenere nei forni crematori.
Per non dimenticare, con la Legge 20 luglio 2000, n. 211, “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Ogni anno si ripetono così le stesse parole, si ricordano le stesse immagini, gli stessi racconti, si leggono le stesse poesie, con l’impegno coralmente condiviso di non consentire che crimini contro l’umanità, come l’Olocausto del popolo ebraico, abbiano più compimento.
Fanno eccezione solo un manipolo di ipocriti, di cinici uomini accecati dall’odio, di spietati e sanguinari carnefici che negano persino ciò che non è possibile negare. Negano le testimonianze di chi è sopravissuto, negano tutto ciò che si legge sulle riviste e sui libri di storia, negano persino ciò che è possibile vedere e giudicare dalle foto, dai filmati, dalle stesse strutture fisiche degli orrori, rimasti a testimoniare la più grande e crudele persecuzione della storia, la più orrida di una idea folle sulla razza, una fobia che è diventata strumento di persecuzione e di morte. Fa impressione, in proposito, leggere di un vescovo, adepto del negazionismo dell’Olocausto, riabilitato in questi giorni dalla scomunica nell’ambito dello scisma lefebvriano.
Esiste allora il timore d’essere retorici e replicanti? E’ giusto ogni anno ricordare e riscrivere gli stessi concetti? Possiamo dimenticare come se la follia nazista sia stata solo una parentesi superata della storia dell’umanità? E’ giusto cancellare il ricordo e ritrovare i motivi di una stessa origine umana che supera gli steccati della razza, della religione e delle diverse culture?
La risposta è, senza dubbio, no! E’ una risposta negativa perché non appare per niente superata la stagione delle follie, perché reiterare ciò che è stato fa parte dello storicismo culturale del mondo, e non solo per una questione di corsi e ricorsi teorizzati da Vico, ma per quella forma di pensiero in cui la verità non è ciò che è, ma ciò che serve, come una ragione diversa che si afferma per servire ad uno scopo.
Di questa natura dell’uomo si potrebbero portare esempi storici italiani come le “verità” mitizzate della resistenza, o il “paradiso” comunista, la “liberazione” titina della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia e persino l’ispirazione popolare del marxismo, ma anche esempi recenti.
Fra quest’ultimi le forme di manipolazione della realtà con l’informazione finalizzata a perseguire scopi diversi, utili a servire una causa. Come il metodo dell’informazione di Santoro, nella trasmissione “Annozero” sulla guerra nella striscia di Gaza, che si è servito delle sofferenze dei bambini palestinesi per focalizzare l’attenzione sulle responsabilità d’Israele.
Dar voce ad Hamas contro Israele, com’è stato fatto, e senza un accenno di distinzione e di confronto, è un crimine culturale contro l’umanità. Sarebbe bastato a Santoro leggere alcuni passi dello Statuto di Hamas per comprendere, ed informare su quanto orrore ci sia in una guerra voluta per attirare l’attenzione internazionale sui bombardamenti e dove le donne ed i bambini dovevano essere le vittime innocenti sacrificate da Hamas.
Ogni anno, dunque, deve essere un dovere morale ricordare: per non dimenticare mai!
Vito Schepisi

20 gennaio 2009

Nell'attesa di vedere all'opera Obama, salutiamo George Bush

Ci sono circostanze in cui ciò che appare è solo un’immagine virtuale e ciò che poi si materializza può essere solo un fantoccio di carta che si infiamma al primo fuoco, per poi disperdersi immediatamente non rilasciando né luce e né calore. Speriamo che non sia questa l’immagine successiva all’evento del giorno in cui il nuovo Presidente degli States si insedia alla Casa Bianca ed assume il ruolo di Leader della potenza economico-politico-militare più potente del mondo.
Per ora, nell’attesa di vederlo impegnato sulle questioni calde della Terra, salutiamo l’uscente Gorge Bush, un amico del nostro Paese.
Molti italiani l’hanno apprezzato per la sua sensibilità e per la sua fermezza e ci piace ricordare, a tal proposito, quella mostrata nel 2007 a Roma nel respingere i tentativi della diplomazia Prodi - D’Alema di assegnare a questa sua visita un basso profilo. Piace ricordarlo soprattutto per la sua indifferibile volontà, nonostante la visibile irritazione di Prodi, d’incontrare l’amico Silvio Berlusconi, minacciando altrimenti di disdettare la visita.
Bisognerebbe prendere atto che un Presidente degli Stati Uniti, fosse solo per la sterile logica statistica, non può essere esente dal commettere errori. E’ l’uomo più potente del mondo con i suoi amici ed i suoi nemici, con le sue simpatie ed antipatie, con i suoi programmi ed i suoi sogni, ma anche con i suoi grandi elettori, le sue lobbies, le sue contraddizioni, le sue debolezze.
E Bush Jr. di errori ne ha commessi tanti, ma non più di altri. Ha ridato, però, un’identità agli USA dopo l’11 settembre, con l’orgoglio maturato nella consapevolezza d’essere l’epicentro dell’odio di quel fondamentalismo odioso che vede nel paese americano la terra del “diavolo” e la centrale dei valori occidentali da cui emerge la cultura dell’uguaglianza e della libertà, o dei diritti fondamentali, come sostiene su “il legno storto” l’amico direttore Marco Cavallotti.
Esce di scena un grande Presidente, nonostante l’odio ideologico neo-comunista di quanti mettono persino in discussione la tragedia delle Twin Towers a New York e parteggiano per Hamas o Hezbollah e sostengono, come l’ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, il diritto alla tecnologia atomica dell’Iran di Ahdaminejad.
Un grande Presidente che nelle difficoltà dei mercati, in quello del sistema economico americano, scosso dalla globalizzazione senza regole, nell’altalena del prezzo del greggio, tra le banche che deflagravano nella bolla della speculazione finanziaria, in piena crisi recessiva mondiale, ha saputo mantenere ferma la rotta, ricercando e trovando le misure più opportune per ridare nuovo impulso all’economia americana, e con esso coraggio e fiducia ai mercati del mondo.
Bush ha attraversato la storia in uno dei periodi più difficili per l’America e per l’intero modello occidentale. La guerra al terrorismo ha riacceso la tensione mondiale. Ma chi può dire oggi che, senza una presa d’atto coraggiosa dell’ardire spietato contro i sentimenti d’umanità propri della civiltà occidentale, le questioni del mondo avrebbero avuto un percorso di maggior sicurezza?
La storia, ma soprattutto gli eventi futuri potranno dare risposte più concrete ai dubbi ed alle preoccupazione di oggi. Resta, però, la convinzione che non si vince niente, neanche la pace, nell’inerzia e nella passiva rassegnazione ai soprusi. E’ come nelle strade delle nostre città in cui non hanno affatto ragione coloro che gridano di più o che occupano gli spazi che simboleggiano le nostre radici e le nostre tradizioni popolari. La tolleranza non può prescindere dalla dignità e dalla fermezza nel non consentire che siano offesi i sentimenti popolari, perché questi sono i valori del nostro comune sentire e le ragioni che uniscono la nostra comunità nazionale.
Arriva Obama, ma chi si aspetta che le questioni si risolvano, come se il nuovo presidente avesse la sua ricetta magica, incorre in più di un errore. Anche l’affermato approccio diverso ai problemi non è di per se una soluzione, ma soltanto un modo diverso di affrontarli. La questione economica e la recessione sono una realtà oggi e lo saranno per l’immediato futuro. La questione mediorientale registra solo una tregua di Israele, si pensa proprio in omaggio ad Obama, nella lotta tutta sua “singolare” contro il terrorismo palestinese che si intreccia con quello fondamentalista islamico, mentre l’Iran continua ancora a lavorare per realizzare la sua bomba atomica.
Auguri Mr. Obama!
Vito Schepisi

19 gennaio 2009

Hamas: se non te ne vai, ti meno!


Può sembrare comico ma l’impressione che se ne ricava è quella del bulletto che attende che il suo contendente giri l’angolo per gridare sottovoce: “se non te ne vai, ti meno”. Anche se ha molto poco di allegro la faccenda a cui la si collega.
E’ così che nella Striscia di Gaza la tregua unilaterale proclamata da Israele viene fatta passare per il ritiro delle truppe della Stella di Davide e per la vittoria di Hamas.
Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza in un discorso televisivo ai palestinesi di Gaza rivendica la vittoria del suo movimento: "Dio ci ha dato una grande vittoria, non solo per una fazione, o un partito o un movimento ma per il nostro intero popolo. Abbiamo fermato l'aggressione e il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi".
I miliziani palestinesi ci provano anche a dettare le loro condizioni, dando sette giorni di tempo alle truppe israeliane per ritirarsi completamente dai territori di Gaza. E’ lo spirito del “se non te ne vai ti meno!”, ma solo dopo che il contendente, meno gradasso, valutando per raggiunti gli obiettivi politici e militari, fa invertire la marcia dei suoi blindati!
E’ bene ricordare che l’azione armata di Tel Aviv nella Striscia è nata per la rottura unilaterale della già instabile tregua da parte di Hamas e per lo stillicidio continuo dei lanci dei razzi Qassam diretti contro le città e le popolazioni civili nei territori del sud dello Stato ebraico. L’intervento militare aveva due fini dichiarati: quello della distruzione dei varchi, a Sud della Striscia di Gaza, da cui passavano, nonostante la tregua negoziata dall’Egitto con Hamas nel giugno del 2008, le armi ed i razzi usati dai guerriglieri, e quello di impedire il loro lancio verso il territorio israeliano.
Un altro obiettivo, non dichiarato, ma implicito, era quello di indebolire in quei territori il potere di Hamas.
Alla situazione attuale non è dato sapere se gli obiettivi di Israele siano stati tutti completamente centrati. Sembra di no! Almeno non quello di impedire del tutto il lancio degli ordigni verso Israele, che è un risultato difficile da raggiungere appieno: i razzi, infatti, partono dal mezzo degli insediamenti urbani, tra la popolazione civile, tra le donne ed i bambini di cui i guerriglieri si fanno scudo. E’certa, però, ed è triste, quella cruda realtà delle molte vittime innocenti e si può pensare che l’obiettivo di Hamas, di impietosire il mondo con il sangue di donne e bambini, sia stato, invece, sufficientemente raggiunto.
Sui risultati politici è invece difficile far previsioni. Se la guerra, infatti, rafforza l’odio verso il nemico, nel nostro caso dei palestinesi verso Israele, è anche vero che la popolazione attribuisce ad Hamas la responsabilità delle molte vittime civili e che, ai sentimenti di vendetta, sa alternare anche la voglia di moderazione e di pace.
I guerriglieri di Hamas rendono proprio l’idea dei bulletti di cui si diceva prima e, mentre le forze armate dello Stato ebraico volgono ora in ritirata, sospinte anche dalla pressione internazionale preoccupata ed impietosita per le vittime innocenti, loro cantano vittoria, invece di avvertire le loro responsabilità e di piangere le loro vittime.
La gente del mondo ha, però, il dovere di sapere, malgrado i Santoro e l’indecenza dei pseudo-pacifisti, sedicenti schierati dalla parte dei deboli per nascondere le turbe di un’ideologia anti-occidentale, che in questa contesa i bulletti di Hamas, per mal compreso eroismo, più che la loro vita hanno messo a rischio quella di migliaia di civili, dietro i quali si sono vilmente nascosti.
Nessuno, con onestà, può non vedere chi voglia davvero la pace e chi invece soffia sul fuoco.
E’indecente, almeno quanto l’arroganza di coloro che sostengono dal servizio pubblico le ragioni del terrorismo, trasformare la codardia degli uomini di Hamas nell’indignazione che investe la civiltà occidentale mentre osserva inorridita l’ingiusto sacrificio di donne e bambini.
I criminali, e questa è la riprova, adottano sempre la stessa cinica strategia: usare i civili come scudi umani per ricatto o per impietosire il mondo. I miliziani di Hamas, come quelli del 2006 di Hezbollah nel Libano, in questa infamia ci ricordano i metodi di Saddam Hussein e di Milosevic, ritenuti già responsabili di crimini contro l’umanità.
Vito Schepisi

08 gennaio 2009

Israele: una reazione eccessiva?


Una guerra è orribile sempre e comunque. L’opzione armata dovrebbe essere l’ultima, in un ventaglio molto articolato di azioni diplomatiche e di ricorsi agli organismi internazionali, per la difesa dei diritti dei popoli e per reagire ai soprusi ed agli atti ostili. Ma la guerra è l’azione indifferibile per costringere chi è sordo, prepotente e aggressivo a rinunciare alle ostilità ed alle reiterate azioni di terrore tra le popolazioni civili. La guerra diventa persino indispensabile contro la viltà ed il fanatismo.
Il pacifismo unilaterale prepara solo una guerra da perdere. Non esiste poi una proporzione in guerra. E’ cinico, ma una guerra si combatte per vincerla da tutte le parti in causa.
Ciò che accade da anni in Israele sa di incredibile. Israele è nei suoi territori per decisione degli organismi internazionali che hanno stabilito che la “Terra promessa” del popolo ebraico fosse in quei territori, una volta in gran parte desertici, assegnati nel 1947 con la risoluzione n. 181.
La modifica dei confini è successivamente avvenuta in conseguenza del consolidamento delle azioni di difesa di Israele, attaccata più volte dagli stati arabi confinanti. Questi confini sono stati ripristinati laddove con i Paesi confinanti si sono siglati trattati di pace e di reciproco riconoscimento, come è capitato con Giordania ed Egitto, ad esempio.
La stampa internazionale e la sensibilità dei governi mondiali si risveglia solo quando Israele, unico paese democratico nell’area mediorientale, decide che sia ora di rispondere alle azioni di provocazione e di terrorismo che partono dai territori rilasciati, come la Striscia di Gaza, o confinanti, come il Libano.
Israele ha chiesto ad Hamas di fermare il lancio di razzi che partono dalla Striscia di Gaza e sono diretti nelle città di confine israeliano (Sderot), indiscriminatamente lanciati sulle popolazioni civili, senza obiettivi militari o altri obiettivi tattici se non quelli di provocare terrore tra le popolazioni inermi. Il gruppo terroristico di Hamas (quello che D’Alema vorrebbe riconoscere come interlocutore politico) ha continuato ad armarsi nella Striscia di Gaza e si è reso responsabile della rottura di una tregua negoziata dall’Egitto e che, sebbene molto tenue, durava da almeno sei mesi.
Questo stillicidio di razzi sul territorio israeliano, partito dall’iniziativa esclusiva di Hamas, non può che avere un fine ed un collegamento inquietante perché, per essere irrazionale, e controproducente per la popolazione palestinese di Gaza, non può non avere finalità diverse.
Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, infatti, riceve l’appoggio non solo verbale di Hezbollah, come ha lui stesso dichiarato: “Hassan Nasrallah (leader di Hezbollah) ha chiesto ai libanesi di sostenere il popolo palestinese a Gaza per porre fine all’assedio”. Lo si constata con l’aggiornamento delle notizie del lancio di missili dal sud del Libano sulle città israeliane. Il conflitto si allarga, com’era nelle intenzioni degli attaccanti. Le seguenti, infatti, sono parole di chi scrive, pubblicate due giorni fa in un commento:
Una provocazione politica, forse mirata ad aprire il fronte di Siria ed Iran in Libano, per mezzo di Hezbollah. Ciò che l'opinione pubblica occidentale stenta a capire è che ad Hamas, ad Hezbollah non fa impressione il numero dei morti e le vittime civili, come non fanno impressione all'Iran di Adhaminejad, a loro interessa imbrigliare Israele...magari con l’invio a Gaza di altre forze di interposizione dell'ONU che consentano ai terroristi di fare ciò che vogliono, come nel sud del Libano, magari protetti proprio dai militari dell'ONU, di cui persino si servono. Il fine è l'atomica iraniana che appena pronta avrà un motivo politico, patriottico, morale ed etico (per il fondamentalismo islamico) per essere sganciata su Tel Aviv".
Accade così che chi afferma che l’azione di difesa israeliana sia una reazione eccessiva - come abbiamo sentito dall’ex ministro degli esteri D’Alema anche in occasione dell’attacco di Hezbollah nel sud del Libano di due anni fa, mentre d’eccessivo c’è solo la malafede di chi vorrebbe ascrivere alle responsabilità d’Israele questo nuovo focolaio di conflitto - si prepara vilmente a poter giustificare la distruzione dello Stato d’Israele.
E’ orribile solo a pensarlo, ma c’è chi si sta preparando a dire che “se la sono voluta”!
Vito Schepisi

28 agosto 2008

Il ritorno della guerra fredda

E’ saggio chi si preoccupa del domani e non chi si adagia sulle incertezze di oggi. Sembra un aforisma tratto dagli “Analecta” di Confucio più che una riflessione sulle preoccupazioni per l’evolversi delle politiche dell’oggi sulla Terra.
Gli scenari sono tutti di grande preoccupazione. L’Europa, epicentro dello sviluppo culturale e delle fucine del pensiero sulle trasformazioni sociali, si dissolve nella sua vecchia capacità politica di dirimere, con la sola persuasione della sua influenza intellettuale, l’esplosione delle controversie della Terra. Sembra abbia disperso la latente pressione sui moti del pensiero che in periodo di guerra fredda aveva diffuso tra le genti del pianeta.
Una volta le marce per la pace, contro le aggressioni militari, per la solidarietà verso i più deboli, pur dividendo all’interno le popolazioni d’Europa, esercitavano un invito, spesso prudentemente raccolto, alla moderazione. Oggi le manifestazioni di protesta, quando si realizzano, assumono le sembianze delle kermesse folcroristiche e sono evidenti strumenti di manipolazione politica.
Dopo il 21 settembre del 2001 il mondo è davvero cambiato!
Sembra che quella data sia il segnale d’inizio di un capovolgimento di fronte e che ad un “modello di sviluppo”, per gli equilibri geo-politici della Terra, voglia irrequietamente sostituirsi un altro.
In questo nuovo scenario non è la rivoluzione naturale delle cose che gioca la sua parte, quale ineluttabile impulso a modificare le coscienze e le abitudini dei popoli e delle aree della terra, ma è la restaurazione delle espressioni più integrate che fa riemergere le forme involute del legame dei popoli alle radici delle loro tradizioni più singolari.
E’ una sorta di radicalizzazione sulle nostalgie dell’imperialismo o dell’integralismo che, a seconda dei luoghi e della storia che li contestualizza, riemerge impetuosa per imporre nelle diverse realtà la supremazia economico-militare, o l’affermazione di fondamentali principi etici traslati dai secoli delle dispute teologiche.
Anche l’Organismo internazionale preposto a regolare i rapporti tra i popoli ed a far rispettare i trattati, e prevenire i rischi dei conflitti, non ha più il potere di esercitare un ruolo di moderazione e di autorevolezza nel dirimere l’acuirsi di focolai forse mai sopiti.. Non ha più la “moral suasion” di un tempo e neanche l’autorevolezza per imporre le sue risoluzioni.
All’ONU spesso manca persino la capacità d’essere davvero un organismo imparziale e finisce così per non poter più rappresentare un freno ai soprusi ed una opportunità per il ripristino della convivenza civile tra gli stati. Le sue risoluzioni sono puntualmente ignorate e capita sempre più spesso che lo stato delle cose sostituisca gli accordi faticosamente raggiunti tra le parti.
La sovranità nazionale dei paesi più deboli viene violata senza remore ed il diritto internazionale diventa carta straccia dinanzi alla minaccia delle armi e della forza, tanto che la prepotenza, sebbene ritenuta a parole ingiustificabile e controproducente, diviene uno strumento risolutivo e di vantaggio per l’interesse di un paese sull’altro.
L’intervento della Russia in Georgia è un esempio. La questione dell’Ossezia del sud è stato solo un pretesto per esercitare una vera aggressione dal doppio significato: politica di annessione e monito agli altri paesi dell’area perché si sottomettano agli interessi della Russia.
E’ bastato un pretesto alla Russia. E’ bastata un’azione maldestra della Georgia: una reazione alle provocazioni dei movimenti separatisti osseti per trovarsi i russi alle porte di Tiblisi. Ed il tutto fa pensare ad un progetto militare già ampiamente previsto e studiato.
Anche in Medio Oriente le alternative sembrano senza sbocchi. Ci sono realtà come il Libano dove la Siria ed l’Iran esercitano a loro piacimento la loro “sovranità militare” attraverso il “Partito di Dio” l’Hezbollah, armato e indottrinato ad un unico fine che è quello della guerra ad Israele. E sarebbe solo l’inizio della guerra santa invocata dal profeta.
Nello specifico le forze dell’ONU nel sud del Libano al confine con Israele sono rappresentate dai contingenti italiani per una missione di “peacekeeping”, missione appena prolungata fino al 31 agosto del 2009, ma che ignora sia la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1701 dell’11 agosto 2006 che imporrebbe il divieto di “vendita e fornitura di armi e materiale connesso al Libano” (Si registrano continue violazioni per la fornitura di materiale bellico proveniente dall’Iran attraverso la Siria e diretto alle milizie Hezbollah presso il confine con Israele) e sia la risoluzione 1559 del 2 settembre 2004 che imporrebbe il disarmo delle milizie Hezbollah.
Resta così solo da stabilire la data della prossima aggressione di Hezbollah ad Israele.
A tal proposito c’è chi la prevede comunque in concomitanza con la conclusione del piano atomico dell’Iran.
Ma anche il piano iraniano di completamento del programma di tecnologia per la produzione di ordigni atomici continua, nonostante le ripetute risoluzioni dell’ONU ed ogni tipo di ritorsione commerciale e la tensione dei rapporti diplomatici con buona parte dei paesi del mondo. E non è certo misteriosa la motivazione dell’ostinazione dell’Iran a voler produrre ordigni atomici, avendo già Ahmadinejad dichiarato di voler sperimentare il funzionamento degli ordigni sul territorio di Israele. E questo tanto per iniziare! La guerra santa per chi ha letto qualcosa sul fondamentalismo islamico prevede l’uccisione di tutti gli infedeli.
Come dimenticare Oriana Fallaci e le sue parole sferzanti contro la mollezza dell’occidente, sui suoi governi pavidi, sull’orgoglio, sulla fermezza, sul coraggio, sulla speranza e sulla rabbia?
Saggio è chi si preoccupa del domani e non chi si adagia sulle incertezze di oggi!
Vito Schepisi

13 luglio 2006

Israele: Lela è una mamma di Gerusalemme.

Lela è una donna energica e spigliata, ha 45 anni ed è sposata, vive da 23 anni (1983) in Israele a Gerusalemme, è impiegata ed ha 3 figli. Il più grande ha 18 anni e presta il servizio militare, ne avrà per 2 anni e 8 mesi. Tanto è il periodo della ferma in Israele, ridotto quattro mesi fa, era di 3 anni interi. Nata in Italia parla correntemente 4 lingue: italiano, inglese, francese ed ebraico. Mi dice subito: “ma non ho tempo!…cosa vuol scrivere?….conosce le nostre ansie, le nostre angosce?…cosa vuole che le dica?” Cerco subito di tranquillizzarla, le parlo in italiano con voce calma, cerco subito di farmi accettare come amico di Israele e del suo popolo. Le dico che comprendo le angosce di un popolo che la storia ha voluto sempre in pericolo, le dico che ha un modo ed un sorriso tranquillo di donna saggia e coraggiosa. Le parlo dell’Italia e delle sue contraddizioni, mi chiede della sua terra, mi racconta le sue origini e la sua scelta al seguito del marito israeliano che ha raggiunto in Israele poco più che bambina per amore, per vocazione, per fede. Ama l’Italia, la sente sempre come la sua patria , ama Israele la sente come la sua vocazione. Mi chiede di Venezia e di Milano e poi ancora del sud, del suo mare, del sole. Mi chiede di Napoli e dei napoletani mi parla della simpatia per Napoli e della semplicità dei suoi abitanti, dei modi, del loro cuore. Le racconto ogni cosa che penso le faccia piacere, tutto ciò che mi viene in mente e capisco che ha bisogno di sentir parlare della sua Italia. Gli occhi le si inumidiscono, sorride mentre inarrestabili sulle sue guance scivolano lente gocce di lacrime. Mi dice di avere ancora i suoi familiari in Italia, a Milano, una sorella, la mamma e tanti, tanti amici ancora. So che sarà difficile far emergere il suo stato d’animo quando le parlerò di Gerusalemme e della sua vita in una città di “frontiera” tra pericoli ed incomprensioni, tra guerra e vita quotidiana. Avvertirò la sua angoscia quando Le parlerò del figlio sotto le armi, ancora un ragazzino con tanta voglia di vivere in pace come tutti i suoi coetanei nel mondo civile. Le chiedo del clima in Israele, Le chiedo del mare, delle sue nuove abitudini. Mi chiede lei di cominciare e mi dice subito: “guardi che io rispondo solo alle domande a cui vorrò rispondere”. La ritrovo sulla difensiva, mi accorgo della sua diffidenza e glielo faccio notare e mi dice che a volte la diffidenza salva una o più vite umane. Le sorrido e Le do ragione. Mi sorride e posa la sua mano sulla mia e mi dice: “mi scusi”.
Lela è là pronta a rispondermi è più distesa, cordiale, serena.

Lela mi dica ha spesso paura?

Lela: la prima paura e' stata per la guerra nel golfo. Non sapevamo ancora come sarebbe stata coinvolta Israele...i miei primi 2 bambini avevano 4 e un anno. Hanno distribuito le maschere antigas a tutti e per i piccoli, una specie di incubatrice, una cosa chiusa di plastica. Ricordo la fila...ricordo che il pomeriggio ero in ufficio e mi chiamarono dal consolato italiano, offrendomi il ritorno in Italia con i bambini...il volo partiva alle 6 di mattina il giorno dopo…non ho dormito tutta la notte...andare, salvare me e i bambini...o restare a fianco di mio marito...il pensiero che lo avrebbero richiamato alle armi...e sarei rimasta sola...decidemmo insieme di partire, per un po' di tempo… e vedere come si sarebbero sviluppate le cose. Alle 2 di notte del 15 dicembre a Milano, ero nel mio letto di sempre, dove ho sognato da bambina, dove ho sognato Israele ed il mio amore, mia mamma mi sveglia per dirmi...''é scoppiata...accendi la tv” ....ricordo che insieme guardammo le immagini dei bombardamenti...le lacrime scendevano...ero preoccupata per Eli, mio marito, ..per Israele… Rimasi in Italia per 2 o 3 settimane, poi decisi di tornare. Il pericolo non era così grande per Israele e non richiamarono mio marito alle armi. Tornai a Gerusalemme con i bambini....a volte sentivamo le sirene dell’allarme e ci rinchiudevamo nella camera ''sigillata'' con le maschere. I bambini ritornavano a casa da scuola e poca gente lavorava. Finalmente finì la guerra...e ritornò la vita normale. Normale per noi qui in Israele: in Italia è diverso.

Le manca l’Italia?

Lela: mi ha fatto piangere quando mi ha parlato dell’Italia. A volte avverto un desiderio intenso, come una sete di sentire parlare della mia Italia. Si! La sento sempre la mia patria, mi lascio spesso andare ai ricordi degli odori, dei colori, delle persone. L’Italia con la sua cultura, la sua lingua, la sua musica. L’Italia dei miei amici, della famiglia, della sua cucina e poi….la pizza. Ogni volta che vengo in Italia, faccio il pieno di tutto e mi sento assetata di vedere di sapere e nostalgica dei luoghi della mia infanzia, delle mie prime amicizie di cuore, del calore della gente. Ma sento Israele anche la mia patria, non seconda alla mia Italia. Ad Israele mi lega la gente, il sole, il patriottismo, il coraggio e la caparbietà, la tecnologia, il mare, la cultura, l'aria pulita, il coinvolgimento di tutti per quello che sempre succede qui, la cordialità con i vicini di casa, la solidarietà della gente….un comune sentire…sempre ….in ogni circostanza. E’ la terra dove sono nati i miei figli…dove sono diventata adulta ed ho maturato le mie gioie, la mia felicità ed a volte le mie angosce.

Si è mai sentita serena e tranquilla?

Lela:Ricordo appena arrivata in Israele, 23 anni fa, andavo con mio marito a gironzolare per la città vecchia a Gerusalemme, nel quartiere arabo. Era così pittoresco, romantico, colorato, profumi di oriente...amo moltissimo questa parte della città, mi sentivo libera, in pace. Nessun problema con la gente. Ci sentivamo sicuri...poi iniziò l'intifada e l'odio arabo verso gli ebrei rifiorì.

Si è mai sentita minacciata da vicino…aggredita?

Lela: una volta eravamo in macchina...e cominciarono a tirarci i sassi....ero terrorizzata...

Il terrorismo come lo vive? Lo teme?

Lela: mi fa rivivere nei ricordi la seconda intifada...ancora più intensa della prima. Le bombe, gli autobus che scoppiano, i terroristi che colpiscono ogni luogo della nostra vita quotidiana, le stragi, il sangue, i morti e le immagini alla tv . Per ore, spesso, sono rimasta attaccata alla radio e alla televisione con le lacrime che sgorgavano. Spesso penso a miei figli alla loro tenerezza alla fragilità; penso alla loro voglia di vita, ai loro giochi e poi la spensieratezza, la semplicità della loro espressione. Nei loro occhi vedo, come in tutti i bambini del mondo, la voglia ed a volta la fretta di diventare adulti. Questa è Israele lo scriva: un Paese semplice e laborioso dove tutto e tutti sono uguali a tutto e tutti nel mondo. Un Paese che fatto dopo fatto, crimine dopo crimine, volta pagina e continua a vivere consapevole di tutto... anche che cedere, lasciarsi andare, significhi arrendersi e preparare la propria disfatta.

C’è qualcosa che la irrita più di altre? Intendo situazioni che la preoccupano!

Lela: Le immagini di bambini all'asilo e alle scuole arabe che vengono cresciuti ed educati nell'odio verso Israele e verso gli ebrei: queste sono cose che mi angosciano e mi lasciano di stucco. Una cultura fondata sull’odio, e nutrita di odio, è contro ogni sentimento religioso qualsivoglia religione sia. Da questa cultura, penso, sarà difficile uscire. Ci vorranno generazioni per mutare convinzioni maturate e radicate nelle loro radici. Tutto questo certo mi preoccupa.

Quando esce per la strada avverte la tensione?

Lela: Gli agenti della sicurezza sono dappertutto in ogni bar, dinanzi a musei ai centri commerciali. I controlli minuziosi alla gente che entra. Per noi è divenuta quotidianità….ma quando ci penso come faccio a non avvertire la tensione! Per fortuna col tempo tutto questo è rientrato nella nostra vita quotidiana …non ci facciamo caso più di tanto. Sa noi abbiamo una dote. Una dote che abbiamo maturato negli anni, sulla nostra pelle ed è la convinzione di saper e poter fiutare il pericolo. Abbiamo un sesto senso che ci avverte delle situazioni di pericolo.

Mi parli dei suoi figli e del grande sotto le armi

Lela: mio caro amico dobbiamo sforzarci a far si che la nostra vita sia normale e che tale appaia. Non so se mi capisce, mi scusi, comprendere il nostro mondo a volte è più difficile di quanto non si creda. Sa i nostri figli, che come tutti i figli del mondo vanno in discoteca a divertirsi, a volte vanno e muoiono ...ed ora Roy, mio figlio grande, alle armi...ogni cosa che succede a Gaza...mi riempie di angoscia...sarà lì? Nonostante tutto, però, la vita continua...cerco di respingere la paura e di agire normalmente altrimenti sarebbe la loro vittoria...

Finisce così la mia intervista con Lela, tra le lacrime ed il pensiero al figlio militare di leva. E’ la storia di una mamma israeliana, di una donna coraggiosa, forte, audace. Le dico, senza esserne convinto, che forse un giorno tutto finirà. Un giorno la ragione prevarrà e la tolleranza tra i popoli imporrà il reciproco rispetto. Mi sorride e mi dice: “ho paura che quel giorno non verrà mai”! Abbasso lo sguardo…non so che dire… e le stringo la mano.
Vito Schepisi
Intervista con Lela