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20 ottobre 2012

Nessuno tocchi Sallusti



Il carcere può essere il luogo in cui si sconta una pena per un crimine commesso, ma può anche essere il luogo che separa con le sbarre, la luce del sole dalla libertà di godere sia della luce, che del sole.
Il carcere non interrompe ciò che è fuori, non separa il processo costante della natura dalla vita in ogni luogo, impedisce invece di vivere con la gente con cui si vuole farlo, nel luogo, tra le intimità e nella sfera privata che ciascuno è libero di scegliere. 
Il carcere interrompe la gioia, smorza il sorriso, separa la libertà dei pensieri dalla forzata costrizione del corpo. Mortifica la dignità dell’individuo, per chi la possiede e per chi opera e vive nel giusto.
Il carcere senza una colpa è un abuso, è esso stesso un crimine.  
C’è un’opinione di quei democratici e liberali, che per formazione sono garantisti, che asserisce che sia preferibile avere 100 colpevoli in libertà che un uomo innocente in carcere.
Se s’incatena, invece, un innocente per le sue idee, e se ciò avviene con pervicace consapevolezza e con cinica indifferenza, sono in pericolo le garanzie della democrazia.
Traballa, così, ancor più la Giustizia del nostro Paese, già messa male di suo, e con essa tutti i principi fondamentali della democrazia, e quindi la libertà stessa del nostro popolo.
Dove sono i democratici?
Dove gli antifascisti in attività professionale che, nostro malgrado, per dire sciocchezze e per asserire ovvietà, abbiamo coltivato e nutrito per anni?
Trovarsi privati della libertà, per gli innocenti, è la cosa più drammatica che ci sia: è una violenza contro l’onestà; è la contraddizione di ogni radicato principio di lealtà.
Se tra i valori degli uomini c’è anche quello di esprimere serenamente le proprie opinioni, giuste o sbagliate che siano, l’ingiustizia annulla d’un colpo tutti i valori con cui gli uomini onesti hanno regolato la propria vita
Quanti non hanno mai citato Voltaire che sosteneva “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”?
Per Alexis de Tocqueville la stampa era la garanzia stessa della libertà: “Amo la libertà della stampa più in considerazione dei mali che previene che per il bene che essa fa”.
Ed infine Luigi Einaudi che a difesa del pluralismo delle opinioni diceva che “il solo fondamento della verità è la possibilità di negarla”.
La libertà è soprattutto pluralismo, garanzie, opinioni diverse. E’ vero che è anche responsabilità, è lecito che si paghi per i propri errori, per i danni che si provocano agli altri, ma non si può pagare col carcere un’opinione, né si può pensare che, per quanto esagerata e paradossale possa essere un’opinione, costituisca un danno così irreparabile per chi la subisce.
Quattordici mesi di carcere per un’opinione che non ha fatto del male nessuno, non è solo un’esagerazione ma un’ingiustizia: non è accettabile.
Non lo sarebbe un sol giorno di carcere, ma subirlo perché si ha solo la responsabilità oggettiva dell’opinione di una terza persona è da regime autoritario: è fuori dal mondo civile.
Chi tocca Sallusti, ci toglie 65 anni di democrazia, ed è una nuova  vergogna che vorremmo che sia risparmiata a questo nostro già sventurato Paese.
Vito Schepisi

23 settembre 2012

La condanna politico-giudiziaria delle opinioni



Il Presidente Napolitano fa sapere che sta seguendo la questione del pericolo di arresto del Direttore del Giornale.
Sallusti rischia il carcere perché il suo giornale, al tempo il quotidiano Libero, con un corsivo a firma Dreyfus, aveva criticato duramente un giudice tutelare.
Questi con un suo provvedimento aveva, infatti, consentito il ricorso all'aborto per una bambina di tredici anni. Dopo l’intervento, la minore, scossa per il trauma subito, era stata ricoverata in clinica psichiatrica.
Il corsivista, che sembra non sia neanche Sallusti, aveva così scritto su Libero la frase incriminata: "se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”.
I fatti sono del 2007 e siamo già alla pronuncia in Cassazione. Solo 5 anni, e sono stati esauriti tutti i tre gradi del processo penale, quando per un diritto del semplice cittadino passano decenni. Misteri della Giustizia italiana!
In primo grado, il Tribunale aveva condannato Sallusti a una sanzione di 5.000 Euro, non soddisfatti i PM di Milano, ricorrevano, però, in appello. E qua accade ciò che suscita perplessità, anzi sbigottimento.
In Appello, Sallusti passa dalla sanzione di 5.000 Euro ad una condanna a 14 mesi di carcere, senza condizionale “a causa - si legge nella sentenza - della sua pericolosità e perché se lasciato a piede libero potrebbe commettere altri reati”.

Questi sono in sintesi i fatti, e pensiamo che Sallusti, salvo rigurgiti di ulteriore follia, non andrà in carcere. Sarebbe un autogol della magistratura e la definitiva dimostrazione che in Italia i diritti fondamentali della persona sono compromessi e che l'autoritarismo giudiziario costituisce un grosso pericolo per l'agibilità del pensiero e dell'informazione. E sarebbe, ancora, l'accertamento definitivo della politicizzazione di una parte della magistratura e dell'aggressione politico-giudiziaria verso la stampa libera e non allineata.
Tutto pertanto si sgonfierà. Perché non conviene alla magistratura, alle istituzioni, alla politica. Lo speriamo vivamente per Sallusti.
Il Quirinale, le forze politiche, il Parlamento, la stampa con il sindacato e con l'Ordine si attribuiranno tutti insieme il merito. Invece sono tutti colpevoli in ugual misura. Tutti complici e responsabili della deriva autoritaria del Paese.
TUTTI IN ATTESA DI CONDANNA DELLA STORIA
Ma può finire così?
Nessuno dovrà spiegarci come mai il Tribunale di Milano ha emesso una condanna così grave, con l'aggravante di motivazioni così pesanti e così prive di tolleranza per il pluralismo delle opinioni e per la manifestazione delle idee?
Quale logica l’ha sospinta ad un provvedimento così grave e così manifestamente illiberale che, salvo qualche inghippo che la Cassazione dovrà trovare nella sentenza di Appello o salvo qualche provvedimento legislativo decretato all’ultimo momento, porterebbe in carcere un giornalista solo perché Direttore di una testata in cui un corsivista anonimo ha espresso un’opinione?
C’è una legge e la si deve applicare! Ammettiamo che sia così, e ammettiamo che in Italia tutte le leggi siano applicate, ma come si spiega la durezza della sentenza e come si spiega la negazione della condizionale e le sue motivazioni?
E' sufficiente, poi, che il Parlamento modifichi le leggi sulla libertà di stampa?
E se fosse un libero cittadino a manifestare idee diverse da quelle, invece, cantate nel coro del “politicamente corretto”?
Ciò che dovrebbe preoccupare tutti è la condanna politico-giudiziaria delle opinioni.
Vito Schepisi

12 novembre 2010

Feltri e le sue colpe

In un Paese normale la notizia avrebbe dell'incredibile, ma in Italia, invece, sembra che tutto sia possibile. Vittorio Feltri è stato sospeso dall'Ordine nazionale dei giornalisti per tre mesi. La sua colpa sarebbe stata quella di aver pubblicato, assieme alla notizia di una condanna vera per molestie, una velina allegata, ed erroneamente attribuita all'attività investigativa, in cui Dino Boffo, ex direttore di Avvenire, giornale della Conferenza Episcopale Italiana, risultava “attenzionato” dalle forze di pubblica sicurezza per molestie legate alla sua omosessualità. La colpa del Direttore del Giornale sarebbe stata, pertanto, quella di non aver controllato la fonte dell'informativa, risultata poi non ufficiale, quindi farlocca, e di averla ugualmente pubblicata.

Certamente è stato un errore di valutazione, ma non si può neanche lontanamente pensare che ci sia stata una volontà dolosa. E' un episodio su cui persino qualche dubbio è rimasto. La verità non è mai emersa fino in fondo, tanto più che il fascicolo del procedimento penale a carico del giornalista, per espressa richiesta dei suoi legali, non è mai stato reso pubblico. Per questa leggerezza giornalistica - quella di non aver controllato la fonte di una velina che nulla toglieva e nulla aggiungeva ai fatti - Feltri ha chiesto pubblicamente scusa a Boffo e, come previsto dalle leggi e dal codice deontologico, ha pubblicato spontaneamente sullo stesso quotidiano la rettifica della notizia, mostrando non soltanto buona fede, ma soprattutto lealtà e professionalità. Nella notizia diffusa dal Giornale non c'era nessuna motivazione personale, né di altro tipo, se non, ancora una volta, la volontà di dimostrare quanta ipocrisia ci fosse in giro, soprattutto da parte di coloro che si ergevano a difensori della moralità e che pontificavano sulle presunte debolezze degli altri.

Così tanto? Ma la notizia qual'era? L'informativa che aggiungeva solo un aspetto di colore, me che era priva di significato pratico, o la condanna per molestie legate a faccende un po' particolari di natura sentimentale che coinvolgevano l'ex Direttore del giornale dei vescovi italiani? Il medesimo Boffo che, invece, entrava nella vita privata del Premier e ne traeva motivazioni per esprimere una serie di giudizi morali; il medesimo direttore del giornale della Cei, organizzazione cattolica presieduta da Monsignor Bagnasco, distintosi fino a quel momento in dichiarazioni - giuste o meno, ma non sta a noi trarre giudizi sul pensiero e sullo spessore morale della Chiesa e delle sue espressioni più autorevoli - di dissenso alle unioni gay ed alle pubbliche manifestazioni dell'orgoglio omosessuale come i “gay pride”.

Per Feltri la notizia giornalistica consisteva solo nelle contraddizioni rilevate, ma senza trarne a sua volta alcun giudizio morale. Il direttore del Giornale si poneva, invece, una domanda, rimasta anch'essa senza risposta, sulle ragione per le quali una notizia di molestie sessuali, con motivazioni non certo nobili, come nei fatti specifici apparsi, fosse stata mantenuta riservata e senza che i media ne avessero fatto cenno, come invece sarebbe accaduto per altri personaggi pubblici, se non anche per altri meno noti. Un fatto di cronaca provinciale, per certi aspetti anche così morboso, è sempre un episodio che alimenta l'attenzione della cronaca.

Ma se l'intenzione di Feltri era stata quella di dimostrare quanto fosse facile fare moralismo sugli altri, ed assolvere invece sempre se stessi, per l'ordine dei Giornalisti la valutazione sembra, invece, che sia stata diversa, e lo si evince dal giudizio: colpevole!

La nuova santa inquisizione ha emanato la sua sentenza: Feltri è un diavolo.

Se nella parabola di Giovanni, nel Vangelo, Gesù, al cui cospetto avevano portato una fanciulla accusata di tradimento, alla richiesta per la sua lapidazione, prevista dalle leggi di Mosè, disse: “chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” ed i farisei, messi dinanzi alle loro contraddizioni, si defilarono, l'Ordine invece non si è defilato affatto: ha scagliato 66 pietre.

I moralisti, i farisei contemporanei, non non si defilano, piuttosto scelgono di scagliare le pietre più affilate e taglienti. E l'Ordine dei Giornalisti si è adeguato. E vai così a scagliar pietre contro il pluralismo. E poi parlano di libertà di stampa. E poi lo fanno anche senza vergogna!

Che valore ha un ordine professionale, se invece che un organismo di tutela, e di regole uguali per tutti, si trasforma in uno strumento di vendetta e di intimidazione?

Ma va che forse di colpe Feltri debba espiarne altre di diverso tipo!?

Vito Schepisi

05 luglio 2010

Il quotidiano on line Il legno Storto rischia d’essere chiuso



LETTERA DA DIFFONDERE

Carissimi lettori de Il Legno Storto, con grandissima amarezza vi annunciamo che in questi giorni il nostro giornale sta correndo il pericolo di essere chiuso.
Negli ultimi tempi, infatti, ben due magistrati, cioè il dr. Luigi Palamara e il dr. Pier Camillo Davigo, ci hanno querelato. Per l'esattezza la Procura di Roma ci ha comunicato (attraverso il quotidiano la Repubblica, divenuto ormai il "postino" e il "megafono" delle procure) che ha aperto un fascicolo per le minacce che noi avremmo formulato con questo articolo nei confronti del dr. Palamara. Sono in corso indagini (siamo stati già chiamati dalla Digos di Milano) che, al momento, non sappiamo come e quando finiranno: ma è facile immaginare il peggio...

Giorni fa abbiamo poi ricevuto una citazione dal dr. Davigo che ci chiede 100.000 € per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa per quest'altro articolo , pubblicato da noi il 21 giugno 2009.
Per completare il quadro di quella che a noi pare una manovra per farci fuori dalla rete, circa due mesi fa abbiamo ricevuto un'altra querela dal sindaco di Montalto di Castro – Salvatore Carai del Partito Democratico – che si è sentito diffamato da questo articolo che abbiamo pubblicato su il 27 ottobre 2009.
Al di là di ogni considerazione sul merito degli articoli, che agli occhi di chiunque li legga senza volontà punitive riterrebbe duri, certo, ma sempre nell'ambito del diritto di critica, la cosa che lascia esterrefatti è la rapidità con la quale sono state notificate le querele e/o l'avvio di indagini, quando si tratta di magistrati. Una denuncia per diffamazione di un qualunque cittadino verso qualcuno che non appartenga alla casta della magistratura, in Italia, impiegherebbe sicuramente anni per giungere a destinazione. Noi invece siamo chiamati a giudizio (querela del dr. Davigo) il prossimo 28 luglio per un articolo pubblicato il 21 giugno 2009. La giustizia insomma, quando vuole – cioè quando si tratta di uno di "loro" – dà prova di grande celerità ed efficienza: poco più di un anno. Nell'atto di notifica del dr. Davigo c'è applicata un'etichetta con la scritta: "Urgente". Chiaro il concetto: visto che si tratta di un "pezzo da novanta" della casta (la citazione del dr. Davigo comincia così: «L'odierno attore, attualmente in servizio presso la II sezione della Suprema Corte di Cassazione in qualità di Consigliere...») la giustizia deve fare il suo corso in tempi rapidissimi...
Sappiamo bene che, se il nostro giornale fosse schierato sul fronte delle Sinistre, a questo punto, davanti ad un episodio analogo, sarebbe già partita una crociata in nostra difesa, a sostegno della libertà di stampa e di opinione. L'Ordine dei Giornalisti farebbe fuoco e fiamme, il Sindacato minaccerebbe sfracelli. Ma noi non apparteniamo a questo schieramento, e dobbiamo aspettarci che in nostra difesa insorgano, forse, solo i nostri lettori, e qualche singolo amico e compagno di avventura. Chi si straccia le vesti per i provvedimenti in discussione intorno alle intercettazioni ed alla "libertà" negata tenga conto del fatto che qui su Il Legno Storto si cerca di difendere la libertà di discutere e di criticare, di contribuire alla crescita di una società politicamente "adulta". Là si lotta per il diritto di pubblicare gossip o accuse ancora tutte da dimostrare.
Questa è la situazione. E siccome non possiamo permetterci di confrontarci – a nostre spese – con forze tanto preponderanti, indipendentemente dalla ragione che pensiamo di avere non ci resta che valutare l'ipotesi di chiudere. Con buona pace di chi ancora ritiene che davvero il monopolio mediatico sia nelle mani di Silvio Berlusconi.
In questi anni abbiamo cercato sempre di offrire ai nostri lettori materiale utile per un approfondimento dei dibattiti e delle idee. Abbiamo cercato di evitare sciocchi appiattimenti e adesioni acritiche, ma ci siamo anche sforzati di combattere quella cultura dominante del conformismo di sinistra, che tanto nuoce al nostro Paese.
Da domani il Web potrà avere una voce libera e liberale in meno, e l'ordine regnerà ancor più indisturbato intorno a una Magistratura che non ammette critiche. È una sconfitta per noi, certo, ma è anche un colpo per tutti coloro che ritengono sacrosanta la raccomandazione di Voltaire: battersi per consentire, a chi la pensa diversamente da noi, di esprimere liberamente la propria opinione. Oggi gran parte della magistratura combatte, non applica la legge, in omaggio al principio etico-politico che spetta ai magistrati il compito di raddrizzare il Legno Storto dell'umanità.
Adesso è arrivato il nostro turno. Il motivo principale per il quale nel 2002 aprimmo Il Legno Storto fu proprio tentare di denunciare e arginare, (nel nostro piccolo) la deriva giustizialista ormai dominante nel nostro Paese. Ora siamo cresciuti, e cominciamo davvero a dar fastidio. Le denunce che abbiamo ricevuto in questi giorni hanno come obiettivo principale di farci scomparire dal web. E più in fretta possibile.
A voi, nostri affezionati utenti ed amici, chiediamo di dare, come faremo anche noi, la massima diffusione alla notizia. È l'unica cose che possiamo fare per difenderci.

Un cordiale saluto,
Antonio Passaniti
Marco Cavallotti



02 luglio 2010

Non scherziamo con la Giustizia


Non scherziamo con la Giustizia! Si sentono e si leggono sui media interpretazioni fantasiose sul presunto bavaglio, sul diritto dei cittadini d’essere informati, sulla libertà di stampa. Si diffondono appelli accorati in difesa della libertà d’informazione, con toni carichi di tensione. Quasi tutti da ultima spiaggia.
Minacce di disobbedienza, annunci di referendum, accuse di voler nascondere disegni torbidi di potere. Si ha l’impressione che la pubblicità sugli aspetti più frivoli e morbosi della vita privata degli uomini sia l’alimento quotidiano dei cittadini italiani e che l’illegittimità, stabilita dalla legge, della diffusione degli atti giudiziari sottoposti al segreto istruttorio siano, invece, la risoluzione per tutti i mali della giustizia italiana.
Sappiamo che non è così! Sappiamo, anche, che ci sono personaggi più o meno noti che finiscono nel tritacarne del pettegolezzo, se non della diffamazione. Sono normali persone come tutti, e molti non sono colpevoli di niente, ma vengono rovinati per sempre, perché alcuni sostengono che il solo sospetto sia l’anticamera della colpa, ovvero perché sono messi a nudo nelle loro debolezze private, negli eccessi passionali, nei vizietti particolari. Sbeffeggiati spesso da coloro che hanno gli armadi pieni di scheletri.
Non tutti si chiamano Marrazzo con il percorso già segnato per passare alla storia come vittima della brutalità di poliziotti corrotti. Ci sono quelli che, invece, per tutta la vita saranno considerati almeno un po’colpevoli e quelli a cui d’improvviso cambia tutto nella loro esistenza. Uno tsunami che modifica radicalmente la vita, i riferimenti d’un tempo, le relazioni sociali, la serenità e persino la salute. Cambia tutto negli affetti, nelle amicizie, nel lavoro, nella vita quotidiana. Non tutti reagiscono nella stessa maniera e c’è chi non sopporta il risolino alle spalle del giornalaio o del salumiere di fiducia. Cambia tutto nei rapporti umani e nei progetti per il futuro, e cambia anche per tutte le persone che sono vicine, cambia la tranquillità e la serenità di un’intera famiglia. Uomini, donne e bambini a cui si spegne il sorriso dal volto.
Per il clamore, e pensando che 3 anni fa la necessità di un rimedio era avvertito in modo bipartisan, ci sarebbe oggi da provare fastidio, ma non ci si può rifiutare di soffermarsi a pensare. Per certe cose l’attenzione vale più delle convinzioni ideali, e vale soprattutto perché c’è sempre quel dubbio che alimenta la preoccupazione che ad un metodo sbagliato si possa applicare un principio altrettanto sbagliato.
C’è l’art.15 della Costituzione Italiana che al riguardo è chiarissimo: “ La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”. Ci sarebbe quasi da dire non ne parliamo più! L’autorità giudiziaria può limitare la segretezza delle comunicazioni private solo con “atto motivato”, ma anche con le “garanzie stabilite dalla legge”.
Ma pubblicare le intercettazioni sulle pagine di un giornale è un atto motivato? E dove sono le garanzie di riservatezza garantite dalla legge, se i PM si affrettano a passarle alla stampa?
C’è l’art 21, sempre della Costituzione Italiana, 2° comma, che sostiene “La stampa non può essere assoggettata ad autorizzazioni o censure”. Benissimo! Ma, nel momento in cui tra gli uffici della Procura e la stampa v’è un passaggio di copie di documenti sottoposti al segreto istruttorio, c’è o non c’è un reato che si sta compiendo? Se il corpo del reato fosse un monile prezioso, non ci sarebbe un reato di sottrazione (furto?) e di ricettazione. Non si tratta pertanto di autorizzazioni o di censure, ma di veri reati!
Ma, in questo caso, non sono due le persone che commettono un illecito penale? Possiamo ipotizzare che siano un impiegato della procura ed un fattorino del giornale, ma anche un magistrato ed un giornalista. Ma perché il ddl prevede il carcere solo per i giornalisti? Riflettendo ancora, ci sembra che tra ciò che non vada nel ddl è che sia anche l’editore a pagare. E questo si che ci sembra in contrasto con l’art 21 della Carta!
Se possiamo suggerire un rimedio, contrari come siamo alle condanne penali per reati che si spera non siano finalizzati all’illecito arricchimento o alla brutalità criminale, pensiamo che fermo restando i limiti alle intercettazioni previsti dal ddl e le garanzie di collegialità per limitarne l’abuso, si potrebbero abolire i riferimenti alle sanzioni penali verso i giornalisti e pecuniarie verso gli editori, magari con l’impegno dell’Ordine a sottoporre a procedimento disciplinare i giornalisti che si rendessero responsabili della violazione della deontologia professionale. Pensiamo, infatti, che quest’ultima, non possa prescindere dal rispetto della legalità anche nel momento dell’acquisizione della notizia.
Vito Schepisi

20 maggio 2010

Libertà di dire e libertà di riferire





Ma la libertà di dire è tutelata come la libertà di riferire? In Italia questa domanda non è mal posta, in particolare ove si parli di libertà di stampa. Occorre chiederselo quando si discute di quei provvedimenti legislativi resisi necessari per tutelare il diritto di tutti alla riservatezza.
E’ la stessa questione che qualche anno fa, con la sinistra al Governo, fu avvertita anche dal maggior partito d’opposizione. Solo che in quella circostanza, al momento di trovare una soluzione, emerse una diversa sensibilità e tutto fu accantonato. All’interno dell’Unione di Prodi, instabile nei numeri, giocarono il ruolo di freno sia la componente giustizialista, portavoce della casta dei magistrati, che le forze della sinistra alternativa, in crisi di identità per l’ambiguo ruolo tra l’essere parte della maggioranza e fautrice dell’opposizione al sistema.
C’è, però, che in Italia, quando s’avverte la necessità di porre dei limiti, quando è in gioco un diritto di libertà, uno stesso provvedimento non può trovare applicazione per tutti. Della serie: la legge si interpreta per gli amici e si applica per gli avversari. C’è sempre almeno uno per il quale anche il diritto si trasforma in abuso e per il quale si vorrebbero leggi speciali, se non l’obbligo di scomparire, anche se con azione violenta.
E non può reggere affatto la stopposa obiezione della vita privata dell’uomo pubblico trasparente come un contenitore di vetro. Nessuno è una macchina. Tutti hanno diritto ad una parte di vissuto quotidiano che deve restare inviolabile e riservato. Tutti hanno diritto alle debolezze, alle fantasie, ai sospiri, ai sogni, alle megalomanie, agli scatti d’ira, ai sentimenti ed ad esprimersi in libertà. Parlare in privato, senza il timore d’essere intercettati, ad esempio, è una libertà che non può essere svenduta per nessuna ragione.
Parlare di politica, di sport, di donne, di economia, di fatti personali, di gusti, di abitudini, di tendenze, di pulsioni, di fantasie, di desideri, ma anche arrabbiarsi, insinuare, imporre, infierire, raccomandare, suggerire, sono peculiarità che fanno parte della natura relazionale ed impulsiva dell’uomo, come ne fanno parte il vizio di trascendere nelle espressioni o la debolezza di farsi trascinare nelle emozioni. Non si può comprimere il bisogno di esprimersi, né mettere alla berlina le debolezze umane. L’uomo nasce come un contenitore di passioni e di contraddizioni: è imperfetto per carattere e costituzione. Kant sosteneva che l’uomo fosse come un legno storto: ”Da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire niente di perfettamente dritto”.
Ciò che si dice in privato non può essere in se oggetto di reato, ma neanche deve essere posto all’attenzione della pubblica opinione. A dividere ed ad alimentare la voglia della gente di trarre giudizi, bastano già le televisioni con i reality, le fiction, i talkshow, i programmi di approfondimento e persino con lo sport. Il gusto del dileggio è invece rozzo e medioevale. In Italia sono tutti giudici, proprio come succede per lo sport nazionale, come sono tutti commissari tecnici della nazionale di calcio. Non c’è uomo, donna, vecchio o bambino che non sia pronto a giudicare il suo prossimo. Si colpevolizza ogni cosa, persino le opinioni ed i pensieri, persino le conoscenze e le amicizie.
Ma quello di denigrare l’avversario è un metodo che fa parte della mentalità repressiva dei regimi illiberali. Il giustizialismo è il più pericoloso ed incivile metodo di strumentalizzazione politico-giudiziaria dei comportamenti ritenuti illeciti. Solo la magistratura, invece, come previsto dalla Costituzione, e servendosi delle funzioni di indagine e di pubblica sicurezza dello Stato, ha il compito di prevenire, sanzionare e reprimere i delitti. La funzione giudiziaria non l’hanno, invece, i politici che spesso fingono di ignorare la trasversalità dei reati, e neanche i giornalisti, e tanto meno l’hanno quei “tribunali speciali" allestiti nelle trasmissioni televisive di approfondimento, senza garanzie, senza difesa e senza rigore procedurale. Un metodo aggressivo e violento che si trasforma in intollerabile gogna mediatica e che spesso annienta la vita di gente innocente.
Quasi nessuna intercettazione di rapporti confidenziali tra gente libera e non sottoposta ad indagine giudiziaria, tra quelle che transitano sui giornali, si trasforma poi in una contestazione di responsabilità penale che regga nelle aule di un tribunale. Quale è allora lo scopo di carpire il privato e diffonderlo?
I reati vanno sempre accertati nelle situazioni reali, non attraverso l’orecchio del “grande fratello”. Anche la trascrizione di uno scambio di battute telefoniche può essere fuorviante. Secondo i toni, le pause, il contesto, si può trasformare un proposito lecito in un altro illecito. Si può sputtanare una persona travisando le sue parole ed i suoi propositi. Si può criminalizzare l’ironia, colpevolizzare le debolezze, strumentalizzare persino il travaglio psicologico di persone sottoposte allo stress di un procedimento giudiziario. Si può anche, come si è visto ad esempio con una intervista al Giudice Borsellino, far dire ciò che invece non era stato mai detto, mixando artatamente interviste diverse.
In uno Stato di Diritto le responsabilità vanno accertate nei Tribunali e chi sbaglia è chiamato a risponderne. Il procedimento penale è pubblico e c’è sempre una sentenza pubblica. Ma la condanna, se c’è, viene dopo e non prima: viene sempre dopo l’accertamento della verità e non stabilita in un processo mediatico.
Vito Schepisi

25 febbraio 2010

La par condicio applicata al pensiero


Finirà che chiederanno la “par condicio” anche per ciò che pensiamo! Ciò che è strano, in Italia, è che si voglia fare tutto ciò che invece è stato proibito per legge, e che ciò che è stato, appunto, proibito debba essere anche ciò che, al contrario, ciascuno vorrebbe essere legittimato poi a fare. E si protesta perché, per il rispetto della legge, l’esercizio dello sdoppiamento della sua applicazione non venga consentito. A nulla vale eccepire che la legge l’abbiano reclamata proprio nella famiglia politica di coloro che vorrebbero disattenderla, ovvero applicarla a seconda dei casi.
Si ha così il sospetto, non proprio vago, che ci sia una parte politica che vorrebbe proibire tutto ciò che non torni utile al proprio interesse, ma che nello stesso tempo vorrebbe che fosse consentito, solo per la propria parte, tutto ciò che, invece, sia proibito per gli altri. Si vorrebbero insomma delle leggi che, a seconda delle circostanze, fossero applicate per i nemici e violate per gli amici.
Ma se non riescono ad inventare leggi di questo tipo, si rifugiano in nervose giravolte e sceneggiate, come quella tra Travaglio e Santoro, con il primo che pretenderebbe, ad esempio per Annozero, una trasmissione in cui lui solo possa stabilire chi abbia il diritto di essere presente e di parlare. Su una rete televisiva del servizio pubblico, infatti, Travaglio pretenderebbe di poter leggere, senza interruzioni e repliche, il consueto bollettino delle procure e di insinuare, senza contraddittorio, le peggiori nefandezze verso la parte politica che detesta. Una sceneggiata tra i due in cui finisce che Santoro, che gli regge la coda, debba ricordargli che per par condicio, nei periodi che precedono le elezioni, debba essere dato all’altra parte l’ugual tempo di parola. Cosa evidentemente strana per i due! Il tono è quello di additare la cosa come un metodo di democrazia e di pluralismo perverso, ma imposto. Il colpo da maestro del conduttore sta nella finta spocchia di sostenere di poter far a meno della presenza in trasmissione del giornalista travagliato dai rigori della legge, se questi non è poi disposto a sottostare a questo obbligo (così bifolco) che favorisce Berlusconi.
E’ delirio! Non si può spiegare diversamente: delirio di onnipotenza dei due. E’ roba da Minculpop! Si vorrebbe una doppia legge, dopo la presenza di una doppia morale. Spunta una doppiezza che è del tutto simile a quella della scuola di pensiero dell’infallibilità ideologica che, nell’Italia post fascista, aveva preso corpo con grande arroganza. In questa pretesa aleggia un concetto molto strano di democrazia e di pluralismo che ci ricorda anche il rapporto che c’è tra Di Pietro e la giustizia. Chissà perché!?
A proposito di libertà e di comunicazione, il 3 ottobre dello scorso anno, è stata celebrata a Roma la più grande manifestazione dell’ipocrisia. Un evento da segnalare per il guinness dei primati. Una manifestazione per la libertà di stampa dai risvolti inverosimili e contraddittori. Una manifestazione, indetta dalla federazione della stampa, per lamentare pericoli per la libertà di informazione perché un leader politico, sentitosi diffamato, ha risposto con l’unico mezzo lecito che un cittadino ha a disposizione per difendersi dalla diffamazione a mezzo stampa: il ricorso alla carta bollata. Una manifestazione indetta contro il diritto!
Sarebbe come dire che se si ricevesse una multa per divieto di sosta a Roma, mentre si è a Milano con la propria autovettura, e si facesse ricorso al giudice di pace per difendersi da ciò che si ritiene ingiusto, i vigili urbani di Roma si sentissero legittimati a scatenare una manifestazione di protesta contro l’arroganza di chi voglia far valere in modo civile le proprie ragioni. Non sarebbe solo un controsenso, ma una vera aberrazione della logica, un attentato all’intelligenza ed al buonsenso.
Una manifestazione indetta per lamentare l’esercizio di un diritto, sostenendo che rappresenti un tentativo di intimidazione è, al contrario, una forma di intimidazione. La manifestazione a Piazza del Popolo a Roma era, infatti, un’intimidazione: serviva ad alzare i toni in vista del voto in Europa su una mozione diffamatoria verso il nostro Paese, in cui si alludeva al bavaglio imposto dal Governo alla libertà di informazione.
Ora si litiga sull’applicazione della “par condicio”. Una legge studiata e voluta per togliere spazio al grande comunicatore Berlusconi. Si sono accorti, però, che non impedisce di replicare alle calunnie e che ostacola l’uso della tv pubblica alla pari di una fossa di leoni addestrati a sbranare gli avversari-nemici politici.
Si Suggerisce, in alternativa, la par condicio applicata al pensiero: una legge che imponga il divieto di pensare al deficit di democrazia, avvertito in Italia, per una sinistra immatura e con grosse lacune liberali.
Vito Schepisi

19 novembre 2009

Il pluralismo dell'informazione passa dal pluralismo rappresentativo



E’ emersa di recente al centro dell’attenzione la questione della libertà di stampa in Italia. A bocce ferme, è ora opportuno trarne delle conclusioni. Non si vogliono vincitori o vinti, perché è proprio quella libertà che si richiama al pluralismo delle voci e delle opinioni che non li prevede. Sarebbe invece utile comprendere in cosa consista la libertà dell’informazione e cosa effettivamente sia un paese libero e pluralista.
Le riflessioni sulla libertà di stampa possono essere un giusto misuratore di questo stato.
Smorzato il megafono delle iniziative di parte, con gli animi già sufficientemente sbolliti, sarebbe infatti opportuno fermarsi a riflettere. E ne ricaviamo che la questione sollevata non può esaurirsi nelle manifestazioni di piazza. Tra gli slogan non si ricerca mai una ragione condivisa, ma solo un modo di volersela attribuire. Con il folklore e l’animosità delle manifestazioni si dà una parvenza di forza, ma non si risolve niente. Chi ostenta spesso è solo chi ha interesse a dare di se una visione sovraesposta. E non è, infine, possibile regolare l’orologio della democrazia su chi è più forte e vince a braccio di ferro. C’erano e ci sono delle contraddizioni che vanno chiarite. Ne va della nostra reputazione di Paese libero e democratico. Sono in ballo le opzioni pluraliste sancite dalla nostra Carta fondamentale (art.21 della Costituzione).
Non si dovrebbe più indugiare: la questione libertà di stampa oramai è stata sollevata. Ed è certamente bene che sia così! Bisogna ora capirla approfondirla e risolverla.
Il mondo dell’informazione cambia. Esistono nuovi strumenti di diffusione delle notizie e nuovi strumenti di comunicazione politica. Deve esistere anche un nuovo strumento plurale di rappresentare tutto questo. Il giusto equilibrio tra senso di responsabilità, cultura e coscienza democratica servirebbe anche ad isolare il reiterarsi di quei riflessi di bieco provincialismo, come quelli emersi con inserzioni a pagamento in Inghilterra, paese dove è facile trovare una stampa pronta a denigrare l’Italia ed a rappresentarla come luogo delle peggiori nefandezze. C’è stato in Europa anche un tentativo di delegittimare la democrazia italiana, per odio verso il Governo, con un’iniziativa politica che ha diviso il Parlamento europeo, chiamato ad esprimersi su di un mortificante giudizio sulla democrazia e sulla libertà in Italia. Un episodio stomachevole!
In questo ordito politico di una parte dell’opposizione, la federazione unica della stampa italiana, la FNSI, invece di rappresentare la pluralità dei giornalisti e del mondo dell’informazione, con percezioni più articolate sulla questione, schierandosi con una fazione ha finito col rappresentare solo una parte politica.
Ma non è stato un caso isolato! Nel recente passato la Fnsi, attraverso un suo rappresentante, Paolo Serventi Longhi, già per molti anni segretario della stessa Fnsi, ha sostenuto la fronda antisionista, per l’espulsione della rappresentanza israeliana dalla federazione internazionale dei giornalisti. In quella occasione è bastato il pretesto della contestazione israeliana sulla misura della quota associativa, per mascherare quello che invece è stato un chiaro intento antisemita. La Fnsi ha aderito ad una prevaricazione “vergognosa e inaccettabile dalla società civile”, come lo scorso luglio è stato contestato alla Federazione in una lettera su cui giornalisti, blogger e lettori hanno raccolto intorno ad uno slogan “NON IN MIO NOME” 3750 adesioni in un gruppo su Facebook.
Anche in questa deprecabile leggerezza, in questa mortificante manifestazione contro la stampa israeliana, il rappresentante del sindacato unico ha coinvolto l’intera stampa italiana. Ed è stato solo lo sdegno e la presa di distanza di giornalisti, blogger e lettori, come si è detto, che ha consentito nei giorni scorsi di ricomporre la questione con la riammissione della stampa israeliana nella IFJ.
Ma è possibile che in nome della libertà di stampa non ci sia, in Italia, nessuna garanzia di effettivo pluralismo? Com’è possibile che il sindacato unico dei giornalisti, che per definizione dovrebbe essere interessato all’agibilità dei protagonisti dell’informazione - ma anche al rispetto delle regole, della deontologia e delle leggi sui diritti dei cittadini dall’invadenza prevaricatrice di un’informazione scorretta - si allinei sempre sulle posizioni politiche dei grossi gruppi di pressione finanziario-ecomico-industriale-editoriale? Come mai la Fnsi è diventata,come sostiene l’associazione Lettera 22, un pullman dove i giornalisti siano “intruppa bili” per dirigersi a Piazza del Popolo nell’intento di rovesciare i governi sgraditi?
Perché la Fnsi dà sempre più l’idea di un carro merci aggregato ai vagoni dei pregiudizi della Cgil?
Vito Schepisi

05 ottobre 2009

Una "mortale" intimidazione


Se a Roma alcune decine di migliaia di cittadini provenienti dalle varie regioni d’Italia sono stati convogliati a Piazza del Popolo per manifestare a favore della libertà dell’informazione, messa a loro dire in discussione dal Presidente del Consiglio Berlusconi, c’è chi si chiede, invece, se in questo Paese ci sia agibilità politica.
I fatti contano molto di più delle parole e di ciò che si vorrebbe asserire con le proteste di piazza: tacitare la libera scelta, mortificarla, negarla, omologarla al pensiero unico, per indicare un modo, il solo “politicamente corretto”, viene ribaltato dai fatti che pesano molto più di mille parole e che rischiano di travolgere persino le regole della democrazia, infondendo la sensazione dell’assenza di una vera agibilità politica.
C’è chi in Italia, da tempo, pensa che la politica sia una guerra di bande, e forse per quel che accade non ne avrebbe tutti i torti. S’avverte senza dubbio la sensazione che i metodi usati prevarichino il confronto politico e lo stesso pensiero sulle regole di un sistema democratico. E’ diffusa la sensazione di una lotta politica finalizzata alla mera gestione del potere: non quindi per affermare un proprio progetto politico, ma per conquistare qualcosa. C’è chi si batte con ogni mezzo, tra cui anche quello di annientare l’avversario. Una lotta che si trasforma in odio e pregiudizio, e nell’uso di ogni strumento di offesa, ignara del consenso e con il gusto di demolire e di sopraffare. Una lotta che vede due tifoserie contrapposte, come in un campo di calcio, due tifoserie agguerrite che vorrebbero calci di rigore a favore della propria squadra, anche senza un motivo apparente, anche contro le regole del campo dove chi gioca meglio, ed è più efficace, prevale.
La mannaia della punizione passa così dal vociare di una folla convocata a protestare, anche contro la logica dei numeri, al bavaglio del colpo mortale. Nel nostro caso, il vero bavaglio alla libertà “tout court” consiste proprio nella stroncatura del nemico politico. Non c’è riuscita la magistratura penale, ora ci prova quella civile. Una condanna al risarcimento di 750 milioni di Euro è l’arma. E’ come una bomba ad alto potenziale, come un colpo mortale inferto ad un’azienda ed al suo indiscusso leader. Una somma che per l’ammontare e per i modi non ha precedenti nella storia mondiale. Un risarcimento per una faccenda già chiusa 20 anni fa con un accordo tra le parti “senza altro a pretendere”.
Se ne ricava una lezione terribile. E’ la riprova che in Italia alcuni poteri sono davvero forti. E’ un monito orrendo, truce e severo: se non si può colpire l’avversario con la democrazia delle scelte, se non in una regolare competizione elettorale, se non sul piano del consenso politico e per il giudizio del popolo sovrano, restano solo i metodi della vendetta, dei sicari, della sopraffazione fisica, dell’uso violento della giustizia.
E’ uno spettacolo che si replica da 15 anni, come una commedia di grande successo. A volte cambiano i protagonisti e la coreografia, ma la storia è sempre uguale ed è invariato il fine che si vuole raggiungere. Si ha quasi l’impressione che ci sia una regia: come di un Grande Vecchio che dica “qui comando io”. Si agisce con ogni mezzo e con una concentrazione di forze e di risorse che ha dell’incredibile, attraverso i più disparati tentativi di colpire il fatidico “mostro”.
Berlusconi diventa l’uomo sempre in prima pagina, come il classico mostro da sbattere, come una piovra gigantesca dai mille tentacoli, come un vero ed ingordo onnivoro. Assistiamo basiti alla rappresentazione di un uomo descritto così apparentemente rapace ed onnipresente su scene così disparate del male da far perdere credibilità all’intera commedia. L’essere descritto come il Male assoluto fa però sorgere più di un sospetto sull’uso politico della giustizia: il sospetto che contro il Premier in Italia ci sia una vera persecuzione giudiziaria. Il leader del Pdl viene accusato di tutto: sembra che l’unico reato di cui non sia stato ancora accusato sia quello della rapina delle vecchiette all’uscita dell’ufficio postale.
Si fa così strada l’idea che nell’Italia “post” di tutto ( democristiana, comunista, fascista) non possa esistere una democrazia pluralista senza l’omologazione di De Benedetti e delle sue creature politiche, editoriali, industriali e finanziarie. Ma quella di un gruppo che stabilisca, anche contro la volontà del popolo, chi abbia la facoltà di governare il Paese, non può essere certo una scelta di democrazia e di pluralismo, non può essere un’opzione di libertà e di legalità, ma di abuso e d’arroganza, di violenza e di prevaricazione.
Tante proteste per le citazioni i giudizio e le richieste risarcitorie di Berlusconi definite intimidazioni alla stampa libera. Dove sono ora le proteste contro questa vera e “mortale” intimidazione?

Vito Schepisi su Il Legno Storto

10 settembre 2009

Segreto istruttorio e deontologia professionale

Nel pomeriggio di ieri Il sostituto procuratore Giuseppe Scelsi, che a Bari indaga su escort e coca, si è presentato con due finanzieri presso la sede barese del Corriere del Mezzogiorno (inserto locale del Corriere della Sera) ma, come accade per tutti i casi simili, è tornato a mani vuote. La finalità era quella di "giungere all'individuazione del pubblico ufficiale che si è reso responsabile delle violazione dell'articolo 326 del codice penale relativo al segreto istruttorio".
Il Corriere della Sera, nella stessa giornata di ieri aveva diffuso il contenuto dei verbali dell’interrogatorio di Tarantini. L’imprenditore barese aveva parlato di feste, di escort e di droga, aveva fatto nomi, aveva fornito particolari e riferito circostanze. Un verbale articolato con il quale l’uomo chiave della “escortopoli” pugliese, a cui si collegano le questioni della sanità e quelle dei discutibili casi di abusi e di arroganza di alcuni assessori della Giunta regionale, aveva fornito ai PM riscontri a fatti e circostanze accertate attraverso intercettazioni telefoniche ed altre testimonianze.
Il magistrato non è riuscito a risalire ai nomi dei soggetti che avevano fornito le copie degli atti alla redazione del giornale. Il Dr Scelsi, come in tutti i casi del genere, ha ricevuto il rifiuto a rivelare le fonti delle informazioni. Le leggi vanno applicate e la violazione del segreto istruttorio è un reato, ma dall’altra parte i giornali hanno invece il diritto di pubblicare le notizie che ricevono, senza il dovere di rivelarne le fonti. Sembra un po' il gatto che si morde la coda!
Intorno a questa questione va avanti da anni un confronto serrato. A volte uno scontro senza esclusioni di colpi. Di Pietro, e quando si parla di incoerenza l’ex PM non può mancare, in una trasmissione di Vespa, "Porta a Porta", esternando un pensiero che sembra essere comune ad alcuni PM, colto dai suoi tipici scatti verbali con cui spesso esterna la sua ferocia, quando rimpiccolisce gli occhi e distrugge le parole, la consecutio temporum, la costruzione dei periodi, i congiuntivi, sbottò sostenendo un concetto che serve a chiarire la presenza di un preciso indirizzo di pensiero. In sintesi l’ex poliziotto ed ex PM affermò che doveva essere più importante sputtanare il colpevole che andar dietro a chi lo sputtana. Il colpevole! Alcuni PM (per fortuna non tutti) considerano "colpevole" l'indagato sin dalla fase istruttoria e si sentono come fustigatori dei costumi, come tanti infallibili Torquemada o, nel caso di Di Pietro, … un intrepido giustiziere della notte
In una fase politica di estrema tensione anche sui principi stessi dell’informazione, sul suo pluralismo e sul suo equilibrio; in una fase in cui per pretestuosa strumentalizzazione politica si parla di "vulnus" alla libertà di stampa, e si indica come responsabili di questa ferita un giornale ed il suo direttore, per aver pubblicato una notizia di squallore privato sull’ex direttore del giornale dei Vescovi, ed il Presidente del Consiglio, per aver citato in giudizio per danni alcune testate giornalistiche intervenute a gamba tesa nella sua vita privata, diviene persino difficile sostenere una tesi restrittiva sulla libertà d’informazione.
Si osserva, però, che la deontologia professionale, per la stampa, non può che essere un insieme di norme di correttezza che deve comprendere anche il sostegno al lavoro di quelle funzioni dello Stato preposte all’istruttoria delle indagini di magistratura e polizia giudiziaria. Ci sono funzioni che devono essere ritenute necessarie per garantire e sostenere la legalità e la difesa del diritto nell’interesse di tutti i cittadini italiani. Sarebbe così una giusta interpretazione deontologica quella che dovrebbe indurre la stampa ad evitare di pubblicare gli atti relativi alle fasi giudiziarie sottoposte a segreto istruttorio.
Inserire questo comportamento nelle regole di deontologia professionale per l’Ordine dei Giornalisti non sarebbe affatto una limitazione della libertà d’informazione, quanto invece un accrescimento del diritto di tutti. Sarebbe il doveroso rispetto verso il lavoro di indagine giudiziaria che la Costituzione assegna all’Ordinamento giurisdizionale. Forse un primo passo verso un Paese normale.
Vito Schepisi