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14 novembre 2013

Regione Puglia e nuova sede: dove sono stampa e ambientalisti?


Su EPolis del 14.11.2013

La nuova sede della Regione Puglia, prima di essere realizzata, si è già rivelata insufficiente a soddisfare le necessità degli spazi.
In Città nessuno ne parla, tanto meno i quotidiani locali, ad eccezione di EPolis che sabato 9 novembre ha riportato la notizia in prima pagina.
L’idea di eliminare il ricorso agli stabili in locazione, e di allocare la Sede del Consiglio e tutti gli uffici e gli assessorati in un unico contesto edilizio, mostra già le prime falle. La sede unica della Regione in via Gentile doveva servire ad abbattere i costi di locazione e a ridurre le diseconomie di una rete di uffici (dislocati in diverse località) che crea mobilità improduttiva e svantaggi all’utenza. Non è confortante, però, osservare che con i lavori già in corso (l’ultimazione e la definitiva e completa consegna degli immobili è prevista per il 2015) e con alcuni edifici già ultimati e consegnati, sia già emersa una difficoltà per la sistemazione degli spazi per uffici e servizi istituzionali.
E’ stata la Giunta a prenderne atto, adottando una delibera nella quale è stato stabilito: “il preminente interesse regionale, per l’obiettivo di concentrare nell’area di Via Gentile la massima parte degli uffici regionali (non tutti? ndr), mediante la realizzazione dei necessari ulteriori volumi edilizi, in ampliamento di quelli già realizzati e in fase di realizzazione, previa redazione dei relativi progetti ed acquisizione delle necessarie autorizzazioni.”
Leggendo la delibera di Giunta si rileva, però, che la questione non si riduce soltanto a esigenze di ampliamento dei volumi e alla verifica positiva delle cubature consentite dagli indici urbanistici vigenti. I nuovi edifici andrebbero a sostituire realizzazioni diverse, in particolare un eliporto e un’area destinata alle attività sportive, ma per essere realizzati necessitano di una deroga ai vincoli stabiliti dalla legge Galasso sulla distanza dalla battigia (meno di 300 metri).
Come immagine per la Regione e per il suo Presidente non sarebbe una questione di poco conto, se solo si pensasse che l’Ente, e sempre sul lato sud della costa barese, andrebbe a riproporre le stesse violazioni dei vincoli che hanno portato all’abbattimento degli edifici di Punta Perotti. Auguriamoci almeno che questa volta si faccia a meno della dinamite e che non si debba arrivare alla distruzione di risorse, con l’Italia e la Puglia che non se lo possono assolutamente permettere.
La stampa tace, però, come se fosse tutto normale, come se la Città non lo debba sapere, come se i baresi non fossero interessati. Nessun dito alzato per ripristinare il principio. Nessun lamento ambientalista. Nessuna osservazione. Nessuna mobilitazione, come se la Città fosse diventata, d’un tratto, disattenta e indifferente. E’ vero che questo silenzio è anche una fortuna, per quanto sono odiosi i toni da crociata, ma perché non doverne parlare con toni pacati, senza arringare le folle? Perché non se ne debba discutere come cittadini coscienziosi e riflessivi?
Tra chi discute e argomenta potrebbe anche esserci chi faccia osservare agli amministratori regionali che gli spazi ben presto, da essere insufficienti, possano, invece, rivelarsi in esubero. Tra le ipotesi al Ministero degli Affari Regionali, infatti, è allo studio un ddl sul riordino dell’amministrazione pubblica locale che andrebbe a modificare gli assetti quantitativi e geografici delle regioni italiane.
Con l’abolizione delle Province, le regioni italiane potrebbero passare da 20 a 36, naturalmente di dimensioni più piccole, e la Puglia potrebbe persino scindersi in tre, assorbendo il materano e il Molise. Bari potrebbe ritrovarsi sede soltanto della Regione “Terra di Bari”. Se il ddl andasse in porto, il personale della Regione Puglia di Bari potrebbe ridursi, e di molto, e gli spazi rivelarsi in esubero.
Vito Schepisi

12 ottobre 2010

Un cerchio alla testa


Storie di intercettazioni e di risvolti inquietanti


C’è troppa sospetta distrazione in Italia: un po’ voluta ed un po’ ipocrita. La cronaca si sofferma sui pettegolezzi e sui risvolti più frivoli delle vicende, ma oscura la polpa. Restano così nel vago, o addirittura nell’indifferenza, i misteri che avvolgono le ragioni e gli orditi di quanto realmente accade. Nessuno che ci racconti i pericoli reali e che ci avverta su cosa ci sia dietro l’angolo.
Ciò che si bisbiglia al telefono può essere molto più inquietante del fastidio della signora Marcegaglia, dinanzi alla curiosità de Il Giornale sulle ragioni che abbiano spinto il Presidente di Confindustria all’impulso estivo di spezzare una lancia a favore di Fini.
E’ evidente la reiterata ipocrisia dei media. C’è l’amara sensazione dei due pesi e delle due misure nelle valutazioni degli episodi sottoposti alla lente di ingrandimento della cronaca politico-giudiziaria. Emergono pesanti dubbi sulla effettiva libertà ed indipendenza della stampa in Italia. Ma ci incapricciamo lo stesso nel voler comprendere il perché diventino azioni di dossieraggio alcune inchieste giornalistiche, ed invece motivo di giusta informazione altre. Ci sono così tante vicende su cui con troppa superficialità, creando la sensazione dell’inganno e dell’omissione, cala il sipario della distrazione.
Per tornare alla questione Marcegaglia - Il Giornale, almeno due episodi sembrano sfuggire alla riflessione di pur intraprendenti ed astuti cronisti di giudiziaria. Stranamente ci sono molte testate, soprattutto tra quelle più dinamiche nel raccontare i risvolti più torbidi delle presunte trame, e tra quelle sempre pronte ad ipotizzare le più ardite dietrologie collegate ad ipotesi affaristiche e di gestione del potere politico, burocratico, mediatico ed occulto, che in questo caso sorvolano sugli approfondimenti, o tutt’al più accennano alle questioni emerse con timidezza un po’ sospetta.
Il primo risvolto ha una visibilità grande quanto una casa: la Procura di Napoli intercettava o il Direttore ed il Vice Direttore del Giornale o ambienti di Confindustria. Tertium non datur!
La questione che ha dato origine alla massiccia operazione di polizia giudiziaria nei confronti de Il Giornale, del Direttore Sallusti e del Vice Direttore Porro, con perquisizioni personali, come se fossero camorristi, è emersa a seguito dell’ascolto delle conversazioni telefoniche tra Nicola Porro e Rinaldo Alpisella, collaboratore ed addetto stampa della signora Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria.
Ed in questa vicenda uno più uno fa due: non si scappa!
E’ evidente che le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, siano state sottoposte ad indagini giudiziarie. Il Giornale o Confindustria, o Porro e Sallusti ed Alpisella erano “attenzionati”, come si dice in gergo, dai funzionari di polizia giudiziaria. Per essere intercettati legittimamente, infatti, ci deve essere l’iscrizione all’albo degli indagati a carico di almeno un soggetto collegato ed è necessario che un magistrato abbia disposto le intercettazioni, motivandole con indizi di reato nei confronti di altrettanto precisi individui, o che ricorrano situazioni di attenzione giudiziaria su soggetti giuridici diversi ma collegati alle persone intercettate. Dagli episodi se ne deduce solo che le intercettazioni siano state disposte dalla Procura di Napoli e che l’autorizzazione sia stata firmata da un magistrato. Chi è indagato allora e per cosa? Ma se c’era una attenzione giudiziaria, perché è stata bruciata per una “bufala” come le presunte minacce de Il Giornale?
Il secondo risvolto della vicenda è invece ancora più inquietante. Non si possono, infatti, interpretare le parole del braccio destro della Signora Marcegaglia come se uscissero da una banale conversazione al bar dello sport. L’associazione degli industriali italiani è forse qualcosa di più di una base su cui poggiano le fondamenta dell’attività produttiva nazionale. La Confindustria rappresenta i serbatoi di “carburante” della macchina Paese. Lavoro, fatturato, e quindi la parte più consistente del Pil, e lo stesso processo di sviluppo economico dipendono dalle politiche di Confindustria e dalla sua capacità, assieme alle forze sociali ed al Governo, di mediare nei rapporti tra lavoro, produzione, innovazione, ricerca, aggiornamento e sviluppo. L’associazione degli industriali italiani è un pilastro dell’economia italiana. Basti pensare che il nostro Paese è inserito nel G7, cioè tra i 7 paesi più industrializzati del mondo.
Alpisella nella sua intercettazione con Porro ha parlato di “ sovrastrutture che passano sopra la nostra testa” e si è chiesto se il suo interlocutore (Porro) riuscisse a comprendere le questioni D’Addario e Fini lasciando intendere a strutture ( “cerchio sovrastrutturale”) che tramano nell’ombra attraverso i poteri e gli strumenti che si pongono a loro disposizione per ostacolare l’azione di governo. “No, no fermati un attimo – dice, intercettato, Alpisella a Porro – tu non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere …”.
Ebbene c’è tanta gente che non sa alcune cose e siccome sono cose che ricadono sulla testa di tutti gli italiani le vorrebbe conoscere. Quali sono i poteri, che Confindustria mostra invece di conoscere, che passano sulla testa di tutti e che manovrano la politica e manipolano le scelte degli elettori? Chi c’è dietro Fini? Chi dietro Casini? Chi ha scatenato la D’Addario? Chi comanda il “cerchio sovrastrutturale”?
Ma è possibile che la stampa che si dice libera, e che manifesta contro il presunto bavaglio di Berlusconi, non riesca a porsi queste domande?
Vito Schepisi

23 aprile 2010

Perchè il Premier va difeso

Quando le calunnie girano con insistenza, saranno pur farlocche, ma qualcosa rimane. E’ questo il metodo con cui da 16 anni la sinistra vorrebbe far passare l’idea che in Italia ci sia una parte sana del Paese, che naturalmente è tutta al loro interno, ed un’altra invece meno affidabile, per lo più corrotta, tollerante verso la criminalità organizzata, pronta a legiferare per proprio uso e consumo, insofferente verso altri poteri, arrogante e persino puttaniera.
La storiella della superiorità morale della sinistra e, di contro, della preoccupazione sociale che creano i governi di centrodestra stenta a rientrare. E questo anche se i fatti dicono cose diverse: anche se persino le leggi sono applicate per alcuni, mentre sono interpretate per altri; anche se la cronaca giudiziaria individua, in misura ben più ampia, responsabilità penalmente rilevanti a sinistra; anche se le città, le provincie e le regioni governate da maggioranze di sinistra costituiscono esempi di cattiva gestione; anche se, quando ha governato la sinistra, il Paese ha mostrato grandi sofferenze.
A propagare l’idea contribuiscono in tanti. C’è da dire che almeno in questo a sinistra ci sanno fare.
C’è una battente informazione televisiva nei programmi di approfondimento che privilegia l’allestimento di grandi e suggestivi palchi di recita. L’articolazione di una regia ben studiata diffonde informazioni inquietanti e deforma spesso la realtà: fa transitare notizie parziali che s’accompagnano a testimonianze o fatti di grande presa; tende ad ignorare, invece, ora il contesto ben più ampio delle circostanze citate, ora i diritti della difesa delle persone coinvolte; toglie la parola a chi fa una diversa ricostruzione dei fatti; provoca la rissa che impedisce di ragionare; fa, infine, intervenire la satira che trasforma tutto in quattro risate. La satira è l’ornamento, come la ciliegina sulla torta, ed ha il vantaggio che non consente repliche, non ha un contraltare ed alimenta lo scherno. Nelle sceneggiature si materializzano a volte anche alcuni solisti, un po’ come Paganini, refrattari ai contraddittori ed alle repliche.
Accanto all’informazione televisiva, c’è la stragrande maggioranza della carta stampata. Quotidiani e riviste che, con toni diversi, si fanno strumento e megafono di persistenti aggressioni mediatiche, che analizzano ed amplificano ogni vicenda sul premier e sulla sua famiglia, anche se di natura privata, anche se priva di spessore politico. Prevalgono campagne di stampa in cui si antepongono alla denuncia, le questioni morbose; campagne che, anche a dispetto dell’informazione, ripropongono ossessivamente per mesi domande formulate come atti d’accusa, e che fanno passare per scoop le foto che riprendono l’interno delle residenze e le relazioni private di Berlusconi e dei suoi ospiti, condite da insinuazioni e da gossip.
Alla carta stampata si aggiunge la faziosa parzialità del sindacato unico dei giornalisti, la Fnsi, che ha montato, senza vergogna, una manifestazione per la libertà di stampa in Italia, dopo che il Cavaliere aveva citato in giudizio alcuni giornali che da mesi conducevano una campagna di stampa offensiva e denigratoria.
Anche l’ordine dei giornalisti che chiude gli occhi sulle tante cadute di stile e sulle tante violazioni della deontologia professionale, e li spalanca, invece, in modo esagerato, per sanzionare il Direttore del Giornale, Feltri, reo di aver pubblicato una notizia, prima tenuta nascosta, sull’ex Direttore dell’Avvenire Boffo, scambiando, per informativa della polizia, una informativa arrivata da ambienti riservati che non modificava assolutamente la sostanza dei fatti.
E poi via da là, con la magistratura che spulcia ossessivamente i bilanci e che analizza ogni vicenda pubblica e privata del Berlusconi imprenditore, di quello politico e di quello privato cittadino. La magistratura che origlia e che iscrive sul registro degli indagati il Capo del governo, anche per frasi confidenziali e pensieri ad alta voce, come accade nei regimi totalitari, dove si condannano le opinioni e i pensieri.
Quando si ricercano reati nelle frasi pronunciate al telefono in conversazioni tra amici, conoscenti, giornalisti e collaboratori e, in assenza di ogni sostanza penale, quando si fanno trapelare alla stampa le intercettazioni private, violando il diritto alla riservatezza, e quando su queste intercettazioni si montano teoremi di ipotetici reati, si sprofonda in un regime giustizialista e si fomentano pericolosi pensieri violenti e forcaioli.
Intercettare le comunicazioni di un membro del Parlamento è anche un reato!
Una magistratura che con in testa il suo organo supremo, il Csm, invade il campo della politica, rivendica la sua legittimità nell’entrare nel merito del potere legislativo del Parlamento, per criticare il contenuto delle leggi, emette comunicati di chiaro riferimento politico, si pone come oppositore del Governo e pretende, persino, di sindacare sul potere del Ministro della Giustizia di inviare gli ispettori in quelle Procure dove si verificano episodi che si prestano ad interpretazioni poco trasparenti.
La Magistratura che nel complesso mette i riflettori sui processi di mafia in cui nella gestione dei pentiti emergono riferimenti al Presidente del Consiglio che, generici e privi di riscontri, nonché privi di movente, ritenuti poi inattendibili, richiamano un attento osservatorio mediatico internazionale con il quale si compromette sia la reputazione del leader che legittimamente, con il consenso degli elettori, governa, sia la reputazione stessa del Paese.
Ma tutto diventa ancora più difficile, se poi ci mettono di loro anche alcuni protagonisti del centrodestra che provano a demolire il carisma del Cavaliere, per lanciare il loro cavallo di razza, imbalsamato, per sua scelta, in una rilevante carica istituzionale. Un Presidente della Camera che si mostra irrequieto e preoccupato per la grande prova di competenza, abilità, credibilità ed autorevolezza con cui alcuni ministri di questo Governo hanno occupato la scena italiana, europea e mondiale, preoccupato che oscuri le sue ambizioni.
L’ex leader del Msi, sdoganato da Berlusconi, ha superato ostacoli che sembravano insormontabili, passando da una sorta di patto ad excludendum, che si era stabilito con l’arco costituzionale della prima repubblica, a fare prima il vice Presidente del Consiglio, poi il Ministro degli Esteri ed infine il Presidente della Camera dei Deputati. Un percorso politico esaltante e lo sarebbe ancora di più se focalizzasse il suo esclusivo impegno verso il Paese, lasciando al futuro il proprio destino di uomo di Stato.
Ma un leader carismatico, uno statista, colui che guida la maggioranza che si propone di varare dopo anni di tentativi falliti, dal 1983 della Prima Bicamerale presieduta dal Liberale Aldo Bozzi, le riforme istituzionali e le grandi riforme della Giustizia e del fisco, va difeso senza se e senza ma. Non si possono privilegiare le aspettative di singoli rispetto all’obiettivo storico che si vuole raggiungere. Non si può inoltre consentire che in tv uomini di questa maggioranza facciano il tiro al bersaglio sulla propria parte politica e facciano il verso, invece, a coloro che vorrebbero abbatterla.

Vito Schepisi

19 novembre 2009

Il pluralismo dell'informazione passa dal pluralismo rappresentativo



E’ emersa di recente al centro dell’attenzione la questione della libertà di stampa in Italia. A bocce ferme, è ora opportuno trarne delle conclusioni. Non si vogliono vincitori o vinti, perché è proprio quella libertà che si richiama al pluralismo delle voci e delle opinioni che non li prevede. Sarebbe invece utile comprendere in cosa consista la libertà dell’informazione e cosa effettivamente sia un paese libero e pluralista.
Le riflessioni sulla libertà di stampa possono essere un giusto misuratore di questo stato.
Smorzato il megafono delle iniziative di parte, con gli animi già sufficientemente sbolliti, sarebbe infatti opportuno fermarsi a riflettere. E ne ricaviamo che la questione sollevata non può esaurirsi nelle manifestazioni di piazza. Tra gli slogan non si ricerca mai una ragione condivisa, ma solo un modo di volersela attribuire. Con il folklore e l’animosità delle manifestazioni si dà una parvenza di forza, ma non si risolve niente. Chi ostenta spesso è solo chi ha interesse a dare di se una visione sovraesposta. E non è, infine, possibile regolare l’orologio della democrazia su chi è più forte e vince a braccio di ferro. C’erano e ci sono delle contraddizioni che vanno chiarite. Ne va della nostra reputazione di Paese libero e democratico. Sono in ballo le opzioni pluraliste sancite dalla nostra Carta fondamentale (art.21 della Costituzione).
Non si dovrebbe più indugiare: la questione libertà di stampa oramai è stata sollevata. Ed è certamente bene che sia così! Bisogna ora capirla approfondirla e risolverla.
Il mondo dell’informazione cambia. Esistono nuovi strumenti di diffusione delle notizie e nuovi strumenti di comunicazione politica. Deve esistere anche un nuovo strumento plurale di rappresentare tutto questo. Il giusto equilibrio tra senso di responsabilità, cultura e coscienza democratica servirebbe anche ad isolare il reiterarsi di quei riflessi di bieco provincialismo, come quelli emersi con inserzioni a pagamento in Inghilterra, paese dove è facile trovare una stampa pronta a denigrare l’Italia ed a rappresentarla come luogo delle peggiori nefandezze. C’è stato in Europa anche un tentativo di delegittimare la democrazia italiana, per odio verso il Governo, con un’iniziativa politica che ha diviso il Parlamento europeo, chiamato ad esprimersi su di un mortificante giudizio sulla democrazia e sulla libertà in Italia. Un episodio stomachevole!
In questo ordito politico di una parte dell’opposizione, la federazione unica della stampa italiana, la FNSI, invece di rappresentare la pluralità dei giornalisti e del mondo dell’informazione, con percezioni più articolate sulla questione, schierandosi con una fazione ha finito col rappresentare solo una parte politica.
Ma non è stato un caso isolato! Nel recente passato la Fnsi, attraverso un suo rappresentante, Paolo Serventi Longhi, già per molti anni segretario della stessa Fnsi, ha sostenuto la fronda antisionista, per l’espulsione della rappresentanza israeliana dalla federazione internazionale dei giornalisti. In quella occasione è bastato il pretesto della contestazione israeliana sulla misura della quota associativa, per mascherare quello che invece è stato un chiaro intento antisemita. La Fnsi ha aderito ad una prevaricazione “vergognosa e inaccettabile dalla società civile”, come lo scorso luglio è stato contestato alla Federazione in una lettera su cui giornalisti, blogger e lettori hanno raccolto intorno ad uno slogan “NON IN MIO NOME” 3750 adesioni in un gruppo su Facebook.
Anche in questa deprecabile leggerezza, in questa mortificante manifestazione contro la stampa israeliana, il rappresentante del sindacato unico ha coinvolto l’intera stampa italiana. Ed è stato solo lo sdegno e la presa di distanza di giornalisti, blogger e lettori, come si è detto, che ha consentito nei giorni scorsi di ricomporre la questione con la riammissione della stampa israeliana nella IFJ.
Ma è possibile che in nome della libertà di stampa non ci sia, in Italia, nessuna garanzia di effettivo pluralismo? Com’è possibile che il sindacato unico dei giornalisti, che per definizione dovrebbe essere interessato all’agibilità dei protagonisti dell’informazione - ma anche al rispetto delle regole, della deontologia e delle leggi sui diritti dei cittadini dall’invadenza prevaricatrice di un’informazione scorretta - si allinei sempre sulle posizioni politiche dei grossi gruppi di pressione finanziario-ecomico-industriale-editoriale? Come mai la Fnsi è diventata,come sostiene l’associazione Lettera 22, un pullman dove i giornalisti siano “intruppa bili” per dirigersi a Piazza del Popolo nell’intento di rovesciare i governi sgraditi?
Perché la Fnsi dà sempre più l’idea di un carro merci aggregato ai vagoni dei pregiudizi della Cgil?
Vito Schepisi

10 settembre 2009

Segreto istruttorio e deontologia professionale

Nel pomeriggio di ieri Il sostituto procuratore Giuseppe Scelsi, che a Bari indaga su escort e coca, si è presentato con due finanzieri presso la sede barese del Corriere del Mezzogiorno (inserto locale del Corriere della Sera) ma, come accade per tutti i casi simili, è tornato a mani vuote. La finalità era quella di "giungere all'individuazione del pubblico ufficiale che si è reso responsabile delle violazione dell'articolo 326 del codice penale relativo al segreto istruttorio".
Il Corriere della Sera, nella stessa giornata di ieri aveva diffuso il contenuto dei verbali dell’interrogatorio di Tarantini. L’imprenditore barese aveva parlato di feste, di escort e di droga, aveva fatto nomi, aveva fornito particolari e riferito circostanze. Un verbale articolato con il quale l’uomo chiave della “escortopoli” pugliese, a cui si collegano le questioni della sanità e quelle dei discutibili casi di abusi e di arroganza di alcuni assessori della Giunta regionale, aveva fornito ai PM riscontri a fatti e circostanze accertate attraverso intercettazioni telefoniche ed altre testimonianze.
Il magistrato non è riuscito a risalire ai nomi dei soggetti che avevano fornito le copie degli atti alla redazione del giornale. Il Dr Scelsi, come in tutti i casi del genere, ha ricevuto il rifiuto a rivelare le fonti delle informazioni. Le leggi vanno applicate e la violazione del segreto istruttorio è un reato, ma dall’altra parte i giornali hanno invece il diritto di pubblicare le notizie che ricevono, senza il dovere di rivelarne le fonti. Sembra un po' il gatto che si morde la coda!
Intorno a questa questione va avanti da anni un confronto serrato. A volte uno scontro senza esclusioni di colpi. Di Pietro, e quando si parla di incoerenza l’ex PM non può mancare, in una trasmissione di Vespa, "Porta a Porta", esternando un pensiero che sembra essere comune ad alcuni PM, colto dai suoi tipici scatti verbali con cui spesso esterna la sua ferocia, quando rimpiccolisce gli occhi e distrugge le parole, la consecutio temporum, la costruzione dei periodi, i congiuntivi, sbottò sostenendo un concetto che serve a chiarire la presenza di un preciso indirizzo di pensiero. In sintesi l’ex poliziotto ed ex PM affermò che doveva essere più importante sputtanare il colpevole che andar dietro a chi lo sputtana. Il colpevole! Alcuni PM (per fortuna non tutti) considerano "colpevole" l'indagato sin dalla fase istruttoria e si sentono come fustigatori dei costumi, come tanti infallibili Torquemada o, nel caso di Di Pietro, … un intrepido giustiziere della notte
In una fase politica di estrema tensione anche sui principi stessi dell’informazione, sul suo pluralismo e sul suo equilibrio; in una fase in cui per pretestuosa strumentalizzazione politica si parla di "vulnus" alla libertà di stampa, e si indica come responsabili di questa ferita un giornale ed il suo direttore, per aver pubblicato una notizia di squallore privato sull’ex direttore del giornale dei Vescovi, ed il Presidente del Consiglio, per aver citato in giudizio per danni alcune testate giornalistiche intervenute a gamba tesa nella sua vita privata, diviene persino difficile sostenere una tesi restrittiva sulla libertà d’informazione.
Si osserva, però, che la deontologia professionale, per la stampa, non può che essere un insieme di norme di correttezza che deve comprendere anche il sostegno al lavoro di quelle funzioni dello Stato preposte all’istruttoria delle indagini di magistratura e polizia giudiziaria. Ci sono funzioni che devono essere ritenute necessarie per garantire e sostenere la legalità e la difesa del diritto nell’interesse di tutti i cittadini italiani. Sarebbe così una giusta interpretazione deontologica quella che dovrebbe indurre la stampa ad evitare di pubblicare gli atti relativi alle fasi giudiziarie sottoposte a segreto istruttorio.
Inserire questo comportamento nelle regole di deontologia professionale per l’Ordine dei Giornalisti non sarebbe affatto una limitazione della libertà d’informazione, quanto invece un accrescimento del diritto di tutti. Sarebbe il doveroso rispetto verso il lavoro di indagine giudiziaria che la Costituzione assegna all’Ordinamento giurisdizionale. Forse un primo passo verso un Paese normale.
Vito Schepisi

27 luglio 2009

"NON IN MIO NOME"

Le federazione mondiale della stampa ha espulso dall’associazione la federazione israeliana. L’espulsione è avvenuta per una questione di quote associative, ma nelle more di una trattativa in cui Israele ne lamentava l’esosità, rispetto alle quote pagate da altri paesi dell’area mediorientale.
Sembra che l’accordo, a detta dei rappresentanti israeliani, fosse stato già raggiunto, ma che sia comunque prevalso il sentimento antisionista dei diversi rappresentanti della federazione. Ciò che è incomprensibile (e ci sgomenta) è che alla fronda anti-israeliana abbia aderito anche la federazione italiana rappresentata da Paolo Serventi Longhi.
Per iniziativa di “NON IN MIO NOME”, un gruppo su FB composto da giornalisti italiani, tra cui Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, per citarne i primi in elenco, e circa 1500 firme di blogger, lettori, cittadini comuni, (le firme sono ora diventate quasi 2000) è stata inviata una lettera alla FNSI in questi termini:
All’attenzione di: Franco Siddi , Segretario della Fnsi e Roberto Natale, Presidente della FnsiEgregio Segretario, egregio Presidente,dopo lo scandaloso e vergognoso voto con il quale i membri dell’esecutivo della Federazione internazionale dei giornalisti hanno espulso i colleghi israeliani, senza ascoltarne le ragioni, vi chiediamo:a) Il voto del rappresentante italiano, Paolo Serventi Longhi, è stato concordato con la segreteria e/o con la giunta della Fnsi?b) Dopo la polemica vicenda delle quote (sollevata dai colleghi israeliani in seguito alla costante esclusione da momenti importanti della Federazione internazionale, come l'aver tenuto all'oscuro i giornalisti israeliani di una missione investigativa sugli eventi di Gaza. E che in ben due occasioni, a Vienna e a Bruxelles, i giornalisti israeliani sono stati esclusi dagli incontri sul Medio Oriente), pensate anche voi, come Serventi Longhi, che l’unica soluzione fosse quella burocratica, invece che avviare finalmente un chiarimento politico al vertice della Fig?c) E’ utile per noi italiani far parte di questo organismo non democratico che costa alla Fnsi – quindi alla tasche di tutti gli iscritti – circa 100 mila euro l’anno?d) Sono stati mai esaminati dalla Fig e dai suoi vertici gli omicidi di colleghi in Iran, in Cecenia, e in altre parti del mondo?e) E’ mai stata presa una posizione ufficiale su questi tragici avvenimenti?f) La Federazione internazionale è mai intervenuta sui giornalisti di quelle tv arabe che reclamano “la morte di tutti gli ebrei”?A nome di oltre 1.500 aderenti (giornalisti e lettori) vi chiediamo di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile. E di promuovere, contemporaneamente, un’indagine sull’intera attività della Federazione internazionale, con una commissione di cui faccia parte qualcuno degli amministratori di questo gruppo, sospendendo , nel frattempo, la partecipazione della FNSI alle attività della Federazione Internazionale. Vogliamo saperne di più, poiché funziona anche con i nostri soldi. Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, Silvana Mazzocchi, Cinzia Romano, Mariagrazia Molinari, Gianni de Felice, Paola D'Amico, Nicola Vaglia, Enzo Biassoni, Paola Bottero, Luigi Monfredi , Antonio Satta, Maria Laura Rodotà, Stefania Podda, Marida Lombardo Pijola, Daniele Repetto, Dimitri Buffa, Emanuele Fiorilli, Antonella Donati, Paola Tavella, Anna Maria Guadagno, Monica Ricci Sargentini, Maria Teresa Meli, Giovanni Fasanella, Mirella Serri, Stefano Menichini, Marina Valensise, Gloria Tomassini, Franca Fossati, Mariella Regoli, Claudio Pagliara , Daniele Renzoni, Daniele Moro (seguono altre 1.500 firme)ROMA 22 luglio 2009

La risposta della FNSI è arrivata 4 giorni dopo sul sito dell’associazione
http://www.fnsi.it/Esterne/Pag_vedinews.asp?AKey=10100
Sarebbe solo sufficiente rilevare la diversità dei caratteri (quasi illeggibili quelli della lettera di protesta) per comprendere il fastidio della risposta (arrivata dopo che la casella e.mail della FNSI era stata inondata dai messaggi dei lettori indignati). La lettera del gruppo “NON IN MIO NOME” è prima apparsa, priva di commenti, sul sito FNSI e poi scomparsa, per ricomparire nuovamente nel pomeriggio di domenica 26, accompagnata dalla risposta con caratteri in grassetto del Presidente della FNSI, Roberto Natale.
Parlare della fiera del nulla, rispetto alle questioni poste dai richiedenti di “NON IN MIO NOME” può sembrare un eufemismo. L’impressione che se ne ricava è che si tratti di ben altro. E ciò che se ne ricava è una vergogna che non ci fa onore.
Solo la seguente semplice riflessione ci porterebbe a conclusioni di estrema gravità. Se - come afferma il Presidente della FNSI Roberto Natale - "L’uscita di Israele, naturalmente, non può essere ridotta a burocratica lettura dei libri contabili", due sono le cose: o c’è ben altro (antisemitismo della FNSI?) o c’è incoerenza. La prima ipotesi sarebbe gravissima, ma la seconda … altrettanto!
Per quale delle due ragioni, dunque, Serventi Longhi ha votato per l'esclusione della federazione israeliana?
Vito Schepisi

04 maggio 2009

I fatti privati e la stampa

Le notizie dei fatti personali della signora Veronica Lario prendono la scena dei media, oscurando fatti di grande rilevanza in campo politico, finanziario ed industriale. E’ la seconda volta, dopo quella già scoppiata alla vigilia delle politiche del 2006, che vengono diffuse notizie sulla crisi nei rapporti tra il Presidente del Consiglio e la sua signora.
Questa volta, come l’altra, non sono le riviste di gossip ad occuparsene, ma i quotidiani di informazione più diffusi. Tra questi spiccano quelle gazzette già impegnate in campagne di stampa contro il leader del Pdl che durano 365 giorni in un anno.
Alle indiscrezioni sui rapporti privati della coppia c’è stato un prologo politico. Era da tempo che il PD e Di Pietro accusavano il Pdl di voler candidare per le prossime europee un esercito di ragazze di spettacolo, definite “veline”. Sostenevano che il Pdl volesse privilegiare le sembianze fisiche alla qualità e che l’occasione elettorale servisse a compensare i buoni servigi che un gruppo di belle ragazze avevano reso e rendevano a Berlusconi. Per l’opposizione le “veline” dovevano essere un gruppo di donnine, comandate da una regia, come soggetti di fiction, ed asservite al Mecenate. Un nugolo di belle ragazze ubbidienti e capaci di mantenere la scena. Le preoccupazioni di Franceschini e Di Pietro, però, nei fatti si sono rivelate solo fantasiose.
In questo clima di interessata moralizzazione e mentre è in corso la campagna elettorale fatta anche di piccoli flash di popolarità, come le apparizione a sorpresa in pubblico del premier, come quella in discoteca a Napoli, che si innesta il colpo di scena della signora Veronica.
Una scena di risentimento per l’offesa alla dignità di donna e di madre accende ancora una volta, in tornata elettorale, un dibattito falsato dalle frivolezze del gossip. L’attenzione che passa dal confronto politico ai fatti privati, la cui conoscenza e risonanza, con tutto il rispetto per i protagonisti, non ce ne può importar di meno, non può non destare sospetti.
E’ strano che in un confronto politico che ha visto momenti di grande interesse l’attenzione sia stata spostata sulla richiesta di divorzio della signora Berlusconi.
Con la novità di un Paese che sostituiva, alla retorica sui valori della liberazione e della resistenza, una più ampia definizione d’immagine dell’evento storico che ha liberato l’Italia dal regime fascista e dal gioco nazista, e con la celebrazione del primo maggio come festa di tutti i lavoratori e non solo di quelli marxisti, l’attenzione viene invece spostata sul commento velenoso della signora Lario che definisce “ciarpame” un mondo che anche lei molti anni fa ha conosciuto e frequentato.
E’ lecito chiedersi se non sia stata così falsata la solennità del momento storico che ha seppellito anni di odio e di intolleranza e che ha respinto la presunzione di una parte politica di impadronirsi di un periodo della storia?
Sono cadute le contraddizioni, le incomprensioni ed il silenzio delle molte viltà. È stato accantonato il rancore per il sospetto che in Italia sul finire della guerra sia stata condotta una doppia lotta: per la liberazione dal regime fascista e per l’occupazione da parte di quello comunista, con la regia di Togliatti. E’ un fatto politico rilevante! E ci si ritrova, invece, a parlare della signora Lario?
E’ emersa l’attenzione al pluralismo delle forze in campo (liberali, cattolici, socialisti, azionisti oltre che marxisti) e si è richiamato l’onore ed il rispetto di tutti, anche di coloro che, sbagliando, sono stati dall’altra parte in buona fede, com’è giusto che un popolo civile faccia e riconosca. Le parole del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio hanno ridato dignità e condivisione all’evento storico più importante della nostra democrazia e rigenerato i motivi della commemorazione del 25 aprile. Berlusconi l’ha fatto nella cornice del territorio nazionale devastato dal terremoto, per ricostituire con più forza le ragioni dell’unità nazionale.
Che ha a che fare il fallimento del matrimonio tra il premier e la sua signora, con la Storia d’Italia?
Nel momento in cui l’industria italiana ha grande rilevanza, con la Fiat chiamata negli Usa a fornire tecnologia italiana per risolvere la crisi del colosso Chrysler, con i sindacati USA che accettano tagli ai salari e concedono una tregua sindacale fino al 2015 (la Cgil non lo farebbe neanche fino a fine mese) e sempre con la Fiat impegnata in Germania per l’acquisizione di una fetta di Opel, la stampa è impegnata invece a porre l’attenzione del Paese sul gossip:
ma non è questo il “ciarpame”?
Vito Schepisi

20 ottobre 2008

Il Paese dei provinciali e dei complessati

Se in Europa si parla dell’Italia, nel nostro Paese c’è sempre un megafono pronto ad ampliare e strumentalizzare ciò che si dice. Se in Europa si eleva un appunto al governo italiano, il megafono diventa uno stereo assordante e la voglia di sceneggiare preoccupazione, sdegno ed incredulità raggiunge toni da melodramma. Accade anche se l’Italia, esercita il diritto di far valere le sue ragioni nell’interesse del Paese e si preoccupa del contenimento della spesa.
Lascia interdetti il ripetersi di una sceneggiata che serve più a ledere l’immagine italiana che a concedere attenzione e serietà all’opposizione. C’è un provincialismo becero che emerge puntualmente, come un modo di sentirsi figli di un dio minore. E’ presente nell’Italia politica un diffuso complesso di inferiorità nei confronti degli altri paesi europei, come se gli altri fossero tutti più belli, più bravi e più buoni. Per fortuna che l’Italia dei cittadini, invece, di questo complesso non soffre. C’è l’intelligenza del fare che impone la sua presenza con le opere e l’ingegno di cui è capace, anche in conflitto con chi vorrebbe invece imporre un ruolo secondario alla Nazione.
Per l’Italia dei complessati non si potrebbe mai dire niente in Europa, se non rimetterci alle idee degli altri, e mai sarebbe possibile far prevalere le opinioni o suggerire le proposte italiane.
Contraddire la Francia, la Germania, l’Inghilterra e persino la Spagna e la Grecia si trasforma sempre in colpa grave e fa muovere un insieme di accuse che vanno dal presunto sentimento antieuropeo, all’isolamento dell’Italia o alla più generica accusa di brutta figura. Questa è la sinistra italiana, se non fa ancora di peggio organizzando imboscate o gazzarre antinazionali.
Si ha l’impressione, a volte, che sia preallestita un’orchestra già pronta a partire. Le prese di posizione del nostro governo servono a far partire il concerto, ci si preoccupa solo dell’effetto annuncio della notizia, naturalmente segnalando le apparenze negative, mentre nessuno sembra disposto ad approfondirne i contenuti. Nessuno ha voglia di valutare l’opportunità e la qualità della proposta. A malapena si verifica che la notizia sia vera. E poi via e parte la banda.
Tutti parlano perché la stampa ne amplifichi la portata. Le notizie hanno l’effetto di colpire l’immaginazione della gente. Chi più, o chi meno, fra gli operatori dell’informazione ci mette qualcosa di proprio per ottenere l’effetto che si prefigge. Il mestiere e la correttezza professionale intervengono solo perché la notizia sia almeno vera ed il margine dell’agire si deve così limitare solo alle sensazioni che si vogliono trasmettere.
Il mestiere è difficile ed i confini dell’etica e della correttezza sono spesso impercettibili e lo sconfino dal principio della deontologia è sempre in agguato, anche per coloro che si prefiggono di fornire sempre con correttezza la notizia prima del messaggio da diffondere.
Fa naturalmente bene la stampa a diffondere tutte le notizie, anche quelle che agiscono contro gli interessi nazionali, o che diffondono comportamenti censurabili del governo del Paese. E si deve sostenere che sia anche un buon metodo quello di far seguire alle notizie gli approfondimenti ed i messaggi delle opinioni e delle scelte diverse rispetto a quelle rispettivamente proposte o adottate. La democrazia si regge, infatti sul pluralismo delle opinioni. Quello dell’informazione è un potere, ed esercitare questo potere non è solo un diritto ma anche un preciso dovere. E’ un potere che muove le opinioni, informa su vizi e virtù, stabilisce scelte, esalta uomini ed idee e stabilisce anche le sfortune degli uni e delle altre. Nell’era della velocità delle conoscenze, non può che essere così: l’informazione è il veicolo che anticipa il destino; è il giudice che irrora le sentenze della storia; è la scure del boia o l’aureola del paradiso.
E così la posizione dell’Italia sulla questione della difesa dell’ambiente ha avuto l’effetto della amplificazione della notizia, ha fatto partire le polemiche tra maggioranza ed opposizione, ma non ha trovato gli approfondimenti che servano a sostenerne o meno la portata, e solo pochi organi di informazione hanno tratto la dimensione delle obiezioni italiane. Tutto il resto solo per la polemica e per piangerci addosso. Ed è così che anche in questa circostanza è emerso il consueto provincialismo, è apparso l’atavico complesso d’inferiorità e si è manifestata la tafazziana predisposizione dell’opposizione di sinistra nel volersi far del male.
Vito Schepisi