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04 marzo 2009

Le nuove frontiere dell'economia

Non tutti sono in grado di avvertire i mutamenti delle frontiere economiche collegate, di volta in volta, ai diversi modelli di sviluppo, alla rincorsa delle icone ideologiche ed infine al ritorno alle regole naturali dei sistemi. I mutamenti, spesso, sono più veloci dei rimedi.
Con l’inizio del terzo millennio sono stati riposti in soffitta il libretto rosso di Mao, la barba di Castro e la lotta di classe. Hanno poi assunto i colori del grigio e del giallo tutte le frontiere dell’illusione di un mondo che si voleva rendere più giusto attraverso il terrorismo, la violenza di piazza, la rivoluzione delle masse popolari e la lotta armata. Si sono sbiadite anche tutte quelle spinte emotive che hanno animato l’ultimo scorcio del secondo millennio, riconducendo un po’ tutti dal mondo dei sogni a quello della realtà: la stessa che ci riporta dalla rivoluzione dei fiori alla strage dell’attentato alle Twin Towers di New York, dai concerti di Nashville al sorgere dei conflitti di civiltà, dal disarmo unilaterale all’atomica iraniana.
Le sfide del terzo millennio si sono rivelate con scenari del tutto nuovi, persino inimmaginabili solo qualche anno addietro. Il sistema in Occidente reggeva su un confronto serrato tra i principi del liberismo economico e le politiche di solidarietà, tra le leggi del libero mercato e quelle del suo controllo attraverso i diversi sistemi di intervento, tra la mobilità, la flessibilità ed il libero mercato del lavoro contro la rigidità e le regole di garanzia. Un confronto continuo tra “regulation” e “deregulation” a sostenere di volta in volta le regole e le libertà.
Questo confronto reggeva su presupposti solidi quali la domanda, il mercato, il profitto, l’offerta di lavoro, gli ammortizzatori sociali, il sistema previdenziale, l’assistenza sanitaria e tutte le garanzie di tipo sociale. L’equilibrio tra le due forze, pur con le inevitabili tensioni, ha retto perché si trovava a soddisfare due esigenze: quella della ragione d’impresa e quella del lavoro quale fonte di sussistenza e di vita sociale.
Ma lo scenario sta cambiando con velocità impressionante. Il mondo occidentale è entrato in crisi e rischia di far crollare tutto il sistema trascinandosi tutte le economie deboli, come i paesi dell’est europeo entrati a far parte della Comunità, spesso con assetti politici incerti, chiamati a svolgere ruoli di delocalizzazione produttiva piuttosto che di propulsione economica.
E’ bastato il venir meno del sistema della ricchezza virtuale per far precipitare, come in un processo artificiale, come in un cinico gioco, tutte le tessere di un domino finanziario. E la virtualità, che spesso si trasforma in effimero, ha coinvolto tutto il sistema del credito, della finanza, del risparmio e come era prevedibile nell’era di internet e dei derivati ha coinvolto tutto il pianeta.
E’la finanza che ha dato valore al debito trasformandolo in fonte di finta ricchezza ed inducendo tutto il sistema bancario a privilegiare il proprio conto economico anziché lo stato patrimoniale.
La speculazione ha trasmesso la ricchezza dall’impresa produttiva all’eterogeneo mondo della finanza, dove c’è chi si arricchisce dal niente e chi perde tutto. Ed ora la debolezza dell’impresa non riesce a reggere senza il sistema dei finanziamenti.
Lo Stato viene così chiamato a difendere attraverso il credito i sistemi produttivi dei paesi. Il mercato da solo non regge più. C’è persino chi è tentato di risolvere i propri problemi attraverso misure protezionistiche, attraverso la chiusura delle importazioni. Capita sempre negli USA dinanzi a situazioni di crisi, ma le tentazioni ci sono anche in Europa sommersa dagli effetti della globalizzazione. Vengono meno le regole della certificazione manifatturiera e produttiva; il mercato viene saturato dalla contraffazione e l’imitazione a costi stracciati del made in China, Saigon, Taiwan, Korea sostituisce il made in Italy, ad esempio.
Paradossalmente il sistema delle garanzie in Occidente fa i conti con quello “liberista” dei paesi di assetto socialista e, come nell’ottocento quando gli agrari ed il nascente mondo industriale sfruttavano il lavoro dei diseredati, oggi nei paesi una volta considerati “paradisi” dei diritti sociali si sfrutta, in condizioni disumane e senza diritti, il lavoro di donne e bambini.
Occorrerebbe ora porsi degli obiettivi, ma anche imporre che le regole siano uguali per tutti, e che le risorse alla cooperazione, ad esempio, siano vincolate ad effettive politiche sociali nei diversi paesi, ad iniziare proprio da quelli della comunità europea.
Vito Schepisi

12 novembre 2008

Una Sinistra strana

La sinistra sta attuando il programma che gli riesce meglio. Sta imbrigliando l’iniziativa politica con l’idea di rendere grigia l’iniziativa del governo.
Il ragionamento è molto semplice. Se ci sono due coalizioni politiche di cui una è capace di essere sufficientemente coesa e di poter portare avanti un programma di riforme, mentre l’altra mostra attitudine solo a scontrarsi al suo interno; se una maggioranza non di sinistra riesce a risolvere alcune tra le ataviche emergenze del Paese, mentre l’altra è capace solo di rendere acuti i problemi e di creare nuove emergenze, l’unica cosa da fare per la sinistra è impedire che la coalizione avversa riesca a portare avanti il suo programma. Impedirle di governare, anche aizzandole contro la piazza.
E’ ciò che succede dal 1994 in Italia. E’ ciò che succede da quando la macchina da guerra di Occhetto ha perso a sorpresa le elezioni che riteneva d’aver già vinto.
E se non è stata la piazza ad essere usata, è stata la magistratura.
Quando si parla di lotta senza quartiere in nome di una presunta superiorità etica e di una maggiore sensibilità democratica, e si parla di difesa con tutti i mezzi della pretesa centralità della sinistra nella gestione del Paese, introducendo persino allarmi di pericoli, derive, emergenze, si ha idea di cosa la sinistra abbia fatto e continua a fare per osteggiare tutte le iniziative della maggioranza indicata dagli elettori italiani.
La sua azione è rivolta a contrastare anche le soluzioni che possano recare beneficio al Paese o essere apprezzate dai cittadini come scelte di buonsenso e di responsabilità.
Gli esempi non mancano e tra tutti si potrebbero citare le questioni della spazzatura di Napoli, la lotta alla criminalità ed il dramma dell’immigrazione clandestina. Sono emergenze che non avrebbero colore politico, non di destra o di sinistra, perché solo attinenti la qualità della vita.
Le regole di convivenza sono presenti, infatti, nei paesi con governi di destra e di sinistra e sono patrimonio più delle complessive conquiste civili che dei contenuti politici di un solo partito.
E’ un po’ come il liberalismo per Croce che sosteneva che la dottrina della libertà dovesse essere patrimonio più largo e diffuso tra gli intellettuali, da cui l’ipotesi di un liberalismo pre-partito.
La volontà dei cittadini di richiedere all’amministrazione del Paese di poter vivere con le loro famiglie in sicurezza, in un ambiente decoroso ed igienicamente sicuro, cautelando i simboli delle loro tradizioni e preservando le fondamenta della loro educazione, rappresentano le basi naturali di una ragione costitutiva della propria comunità.
Anche il multilateralismo e la società multietnica di cui si fa un gran parlare, soprattutto in questi giorni per la vittoria di Obama negli USA, hanno bisogno di criteri di guida imprescindibili, perché la cultura non può definirsi tale se demolisce le fondamenta delle tradizioni dei popoli.
Le origini, i costumi, gli usi non sono solo patrimonio materiale e reperti storici da esibire nelle mostre o epigoni culturali da discutere nei convegni, sono invece parte integrante della cultura e del sentimento degli uomini.
Gli individui e le società libere, pertanto, rifuggono il materialismo storico retaggio del marxismo rivoluzionario che annulla le coscienze individuali e si rifugia nella lotta di classe quale superamento dell’individuo e della sua storia.
Ciò che è più strano è che la nuova cultura della destra neo liberale, anche per l’espandersi della globalizzazione, incomincia ad apprezzare sempre più l’introduzione delle regole, anche in antitesi al liberismo economico, e quindi a rivalutare l’intervento dello stato quale soggetto economico che dirime i contrasti, attenua le tensioni e ammortizza i disagi sociali.
L’abbiamo visto con la questione Alitalia in cui è prevalso il senso della opportunità per il Paese, dinanzi persino alle regole di una Europa fondata sui principi della finanza e delle banche.
E’ strano perché la sinistra in sbandata ideale riesce persino a contestare alla destra questa scelta di coscienza solidale, di responsabilità sociale e di maturità democratica del governo.
Questa questione ricorda un po’ Agnelli che sosteneva che siano i governi di sinistra a realizzare i programmi della destra e, viceversa, quelli di destra a condurre le politiche sociali.
Vito Schepisi