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24 giugno 2009

Una risposta politica



Una risposta politica bisogna pur darla. L’Italia non può porsi alla stregua di un paese del terzo mondo dove la politica è condizionata da congiure di gruppi di potere che sovvertono con campagne diffamatorie la reputazione degli uomini e le scelte politiche del Paese. Di certo non sembra possibile che si possa parlare di democrazia e di libero scambio di opinioni, e né di libertà di informazione, laddove non ci siano regole deontologiche di correttezza e di rispetto della privacy delle persone.
Non è pensabile che sia opportuno continuare con metodi invasivi e trappole, con manipolazioni e strumentalizzazioni della vita privata, quantunque di un personaggio pubblico come il Presidente del Consiglio.
Questa è la mortificazione del confronto delle idee e dei progetti che sono il pane ed il companatico della libertà politica. Questa è la giungla! Così si va verso la barbarie, questa è inciviltà, è invadenza. Così si incentivano l’odio e l’intolleranza, così si perpetra un delitto contro la democrazia e la sovranità degli elettori che, circondati da dubbi ed incertezze, finiscono per allontanarsi sempre più dalla partecipazione alla vita politica. Nessuno, se pone la pubblica opinione dinanzi all’espressione di un giudizio sommario, sicuro indice d’inciviltà, può essere fiero della sua azione. Nessuno può esserlo nello spingere gli elettori italiani verso l’astensione dal voto, inculcando loro perplessità e timori, attraverso puntuali e ripetute campagne di diffamazione personale.
Non si possono mortificare le scelte degli elettori con congiure di potentati e con l’intervento mediatico – giudiziario delle caste.
Le scosse che si sviluppano con l’obiettivo d’indebolire l’esecutivo e sventare l’avvio delle riforme sono movimenti tellurici contro il Paese. C’è un’ invadenza dei poteri forti nel confronto politico. Questi poteri, non tanto occulti, sono preoccupati del possibile ridimensionamento dell’esercizio della loro influenza economico-finanziaria e politica. Sono gli stessi poteri che da sempre stritolano il Paese impoverendolo nel suo sviluppo democratico e costringendolo all’immobilismo. E’ l’Italia conservatrice della finanza e dell’editoria alleata ora all’opposizione, ora al governo, che si allea ed utilizza la magistratura per avvisare, frenare, impedire, ammonire ed infine deviare la forza di un sentimento di cambiamento avvertito dagli italiani che lavorano e si impegnano. C’è una casta reazionaria che si oppone in ogni modo ad ogni tentativo di ridimensionamento di quel parallelo regime ufficioso che controlla e manipola la politica, la finanza e l’economia. Uomini e gruppi che esercitano da anni, con metodi vendicativi e violenti, attraverso governi e uomini amici, il diritto di veto ed il controllo politico dell’intero Paese.
Un grande vecchio che alternativamente fa leva ora sul bigottismo e sui giudizi etici, ovvero sulla rivoluzione dei valori in altro momento, per costringere l’Italia in una stretta conservatrice che garantisca la secolarizzazione del potere delle caste e/o del proprio pregiudizio politico. Spesso anche una vanità da soddisfare a spese del Paese che viene così saccheggiato due volte: una volta per interessi economici di pochi e l’altra per mancanza di sviluppo e di civiltà democratica.
Una prima risposta politica dovrà esserci proprio col dar corso all’avvio di quelle riforme rivolte a riportare in equilibrio le funzioni dello Stato. I poteri esercitati risultano troppo invadenti e gli interventi della funzione giurisdizionale, ad esempio, da esser legittimi per un paese democratico, finiscono per essere orientati, invece, al condizionamento della politica ed al pregiudizio ideologico.
In democrazia è l’espressione del popolo ad esser preminente sui poteri esercitati da altre funzioni. Questo è sacrosanto soprattutto quando queste funzioni sono esercitate senza effettivo controllo, se non quello delle stesse corporazioni di gestione degli stessi organismi - ed è evidente il conflitto - e senza alcuna legittimità popolare, ma solo per facoltà di un concorso sulla cui trasparenza nessuno sarebbe disposto a giurarci.
Le deviazioni e l’invadenza in ruoli impropri sviliscono la portata dalla sovranità popolare, unica e legittima garanzia invece della supremazia democratica, in quanto espressione di scelta diretta dei cittadini. Nessuna funzione dello Stato dovrebbe invece aver modo di esercitare poteri in modo eccessivo rispetto ai valori indifferibili della democrazia quali la partecipazione e la condivisione del popolo.
Vito Schepisi

29 gennaio 2008

Al Voto per scegliere

E se invece di soffermarsi sui soliti aspetti negativi della politica, quella fatta di chiacchiere e di polemiche si pensasse a ricondurre l’interesse generale sulle scelte per il Paese? Non è bene che si chiuda la stagione della politica frivola?
Basta con la fiera delle parole vuote e dei pettegolezzi in cui ciascuno guarda in casa dell’altro e rileva motivi di superficialità, disinteresse e insufficiente coerenza. Si dovrebbe operare perché si riconduca finalmente il confronto politico alla semplicità del suo funzionamento, alle economie delle risorse, soprattutto alla loro razionalizzazione con i dovuti tagli nei settori non funzionali. E’ urgente provvedere ai tagli allo spreco e soprattutto ai tagli all’uso di risorse economiche utilizzate per soddisfare gli appetiti di casta. Basta anche con il grande fratello che passa tra i fili del telefono e nelle storie private dei singoli. Basta al ricatto come strumento di lotta politica.
Le scelte, finalmente le scelte, tra un’Italia che semplifichi i rapporti con i cittadini, snellendo burocrazia ed oneri, riducendo le tasse ed i privilegi, ed un’altra che arranca tra le contraddizioni e le tasse, sommersa da spese, da oneri, da costi, dalla politica invasiva e vorace. Non si possono tollerare i salari falcidiati dall’aumento costante del costo della vita, ben oltre quello registrato dagli indici di inflazione, ed una casta politica pletorica e diffusa, ben servita, ben pagata, spesso impunita.
Che si voti per le scelte allora! Il confronto politico non consiste nella contabilità dei provvedimenti giudiziari e nella ricerca fisionomica dell’ombrosità dei personaggi, ma nella capacità di presentare progetti di governo e di proporre idee di realizzazione. Con Prodi è questo soprattutto che è mancato
Si parla tanto di trasparenza, ed i media ricordano puntualmente quanto sia difficile per il cittadino comprendere il valore costruttivo di un battibecco, per indulgere ancora a mantenere comportamenti di scontro e di volgari recriminazioni sull’operato degli altri, con i consueti corollari del rinfaccio reciproco di episodi di rilevanza giudiziaria.
Per essere credibili non basta urlare nelle orecchie degli altri e dare del ladro e del farabutto a destra ed a manca, o mettere alla berlina il personaggio politico ed utilizzare le doti di comico per esser simpatico. Insomma non è facendo il Grillo di turno che si propongono soluzioni per il Paese o che si possa pretendere di riscuoterne la fiducia. Basta con i forcaioli senza idee. I comportamenti delittuosi devono essere sanzionati, e con severità, soprattutto se sono di provenienza politica, ma se diventano fumo per la strumentalizzazione politica finisce, invece, che nessuno paga. I canali d’informazione potrebbero persino essere il valore aggiunto della comprensione e della puntualizzazione sistematica della verità di fatti, esigenze e circostanze, senza lasciarsi coinvolgere nella partigianeria politica. Ma sappiamo che non sempre è così!
Si indulge spesso sui luoghi comuni o sulle parole d’ordine coniate per sintesi di suggestioni non sempre attendibili. C’è molta responsabilità di quei settori mediatici che per comodità, servilismo e persino protagonismo fanno da cassa di risonanza alle ipotesi più suggestive. Su questo ha persino ragione Fassino quando accusa i giornali di costruire i titoli, di evocare conflitti e furbizie, di ricercare complotti da raccontare ad ogni riproporsi di una pur giusta e corretta dialettica fra i partiti o all’interno degli stessi. Non è sempre vero che dietro l’angolo ci sia sempre qualcosa, come è pur facile verificare nella vita d’ogni giorno quando svoltando l’angolo spesso si osservano le stesse cose che si son viste prima di svoltarlo. La fiction ha preso il largo nell’immaginario collettivo dove ognuno diventa regista del film della propria fantasia.
E’ ora di finirla con le cagnare senza senso e con l’esercizio delle delegittimazioni. Non si può consentire che una parola d’ordine della politica, grazie alla compiacenza dei media, possa diventare la sintesi di un programma politico per chiedere al Paese di schierarsi contro. Deve essere sufficiente il consenso elettorale perché un governo svolga il suo compito. In caso contrario qualsiasi governo resterebbe al palo dell’immobilismo. Il timore della impopolarità non può, ancora, impedire ai governi di essere spinta di rinnovamento ed intercettore della domanda di democrazia e di evoluzione di leggi e di opportunità.
Cos’è un governo se non l’interprete di una fascia, la più larga possibile, di esigenze popolari? E cos’è un esecutivo se non l’anima amministrativa del Paese che debba saper mediare le richieste delle diverse fasce sociali?
E’ attraverso il rapporto con le forze produttive del Paese che immancabilmente e per motivi diversi, spesso anche conflittuali, si rivolgono allo Stato per ottenere gli strumenti per rendere al meglio i propri servizi e ricavarne i mezzi necessari per vivere, per crescere, per rinnovarsi, per occupare manodopera, che si sviluppa la coscienza democratica delle popolazioni. Attraverso l’opera di equilibrio tra le esigenze delle famiglie, le politiche dell’impresa e le diverse esigenze dello stato che si mette in moto il meccanismo virtuoso che fa muovere le risorse economiche. Il rapporto costruttivo tra politica, famiglia ed impresa fa girare l’economia e contribuisce al rilascio di quelle risorse plurime ed eterogenee con cui lo Stato sviluppa i sistemi delle garanzie, della sicurezza e dei servizi.
Le elezioni oggi sono l’unica via d’uscita dalla crisi delle scelte che ha afflitto l’esecutivo di Prodi. E’ persino ora inutile ricercare le causa di questa crisi. Ma è opportuno ricordare cosa chiedere alla politica per non ripetere gli errori. E’ sulla proposta politica, quindi sui programmi e sulla credibilità dei partiti a portarli a compimento, che si registri, finalmente, la volontà degli elettori italiani.

Vito Schepisi