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04 giugno 2013

Burocrazia amica



Lo statalismo e la burocrazia snaturano lo spirito di competizione, mortificano il merito e sottraggono le risorse da destinare ai servizi e alla perequazione sociale.
Chi pensa in Italia, e lo fa fuori dal sistema partitocratico, non ha difficoltà a individuare nell’oppressione burocratica i limiti alla crescita.
Il sistema dei controlli preventivi e quello delle istanze per autorizzazioni e licenze paralizza, infatti, ogni buona volontà.
Il sistema sanzionatorio, usato spesso - anche se indirettamente - contro il lavoro, per la sua potenzialità di mettere in pericolo la continuità operativa delle imprese, è diventato un ostacolo agli investimenti e alla nascita delle attività produttive. E’ diventato uno strumento punitivo, dagli esiti incerti per la presenza di un sistema giudiziario costoso e inefficiente: un vero pericolo per chi rischia e intraprende.
Il taglio dei posti di lavoro non può essere la conseguenza dell’inosservanza di una procedura, né il mancato pagamento di un tributo. E non è possibile che l’impresa debba sopportare i tempi autorizzativi degli apparati amministrativi preposti.
La burocrazia è già grigia e insensibile per proprio conto, ma, se usata, può diventare uno strumento del potere politico. Riconduce al sistema della corruzione e del controllo delle libertà individuali.
L’alternativa alla “inconcludenza” della politica, come paventa il Presidente Napolitano, è ritrovare lo spirito della “Rivoluzione liberale”. E se il Capo dello Stato si riferiva alle “Riforme”, c’è da osservare che senza impresa e lavoro vengono meno anche le motivazioni costituzionali di una comunità nazionale.
Bisogna far ripartire la nostra economia ad ogni costo.
Se c’è un merito da attribuire al centrodestra è quello d’aver proposto per venti anni l’unica ricetta possibile per far ripartire le nostre Città, le nostre Regioni e l’intera Nazione. La "Rivoluzione Liberale" annunciata da Berlusconi nel 1994 si poneva l'obiettivo di spronare le risorse d’idee, d’ingegno e di iniziative per cambiare l'Italia. Lo si ripete da tempo: è l’Italia che deve essere cambiata.
Di liberalizzazioni se ne è parlato da sempre, ma è dal 1994 che si sono create le condizioni politiche per parlarne. E' da quella data che si è posto l'obiettivo di far ripartire il Paese. Le precedenti politiche consociative e assistenziali, invece, non l’avevano mai consentito.
Le liberalizzazioni, però, non sono quelle che servono a introdurre nuove lobby e nuovo controllo politico. Non sono né quelle di Bersani e né quelle di Monti. Sono quelle in cui non si tolgono diritti ma se ne aggiungono altri. Ma è anche dal 1994 che la reazione conservatrice dei burocrati, sodale con la parte politica più populista e immaginifica del Paese, inseguendo i miti di una mal interpretata uguaglianza sociale, o rappresentando conseguenze dagli effetti disastrosi ha impedito che si cambiasse.
La crisi che nei due anni più recenti ha fatto seguito all'indotto recessivo di quelle esasperate politiche finanziarie internazionali - cavalcate dalle lobby speculative - hanno invece messo a nudo la debolezza di un sistema eccessivamente rigido.
Non è possibile frenare più di tanto - anche se ve ne fosse la volontà in sede europea - l'attività speculativa delle multinazionali finanziarie che, per realizzare utili a beneficio della loro esigente clientela, speculano sulle economie più deboli (indebitate), sottraendo le residue energie e riducendo la vitalità produttiva dei Paesi.
Siamo alla strategia delineata nel 1992 a bordo della nave Britannia in cui "si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane“(R. Brunetta).
L’idea di "burocrazia amica" si muove su percorsi di libertà: l’obiettivo deve essere quello di trovare la sintesi politico-amministrativa tra civiltà sociale e libertà economica in cui far maturare lo sviluppo produttivo, il lavoro e gli uomini liberi.
La vitalità economica è l’unico ostacolo capace di frenare la speculazione e di scongiurare disegni monopolistici multinazionali.
“La via del declino – come si legge nella presentazione di Stefania Fuscagni, Presidente di Società Libera, dell’XI Rapporto sulle liberalizzazioni - si vince e s’inverte se sapremo trovare la giusta formula tra concorrenza, liberalizzazioni, rispetto delle regole e prima ancora delle persone".
Vito Schepisi

07 febbraio 2013

L'Italia siamo noi

L’ITALIA SIAMO NOI. CORAGGIO! 
L’Italia siamo noi che manteniamo gli impegni. 
Siamo noi che ci adoperiamo per riuscirci, noi che sentiamo il dovere di accudire i nostri anziani, di educare e far crescere sani i nostri figli, noi che paghiamo le tasse e che lavoriamo in silenzio; siamo noi che abbiamo il coraggio di vincere le difficoltà, di avvolgerci di speranza e di carattere per superare ogni avversità. 
Siamo noi che pensiamo che la famiglia sia il fulcro su cui poggia la nostra leva morale, per l’onestà, per la lealtà, per reclamare i nostri diritti e per assolvere i nostri doveri. 
Siamo noi che pensiamo che le nostre Città siano i luoghi dei nostri ricordi e quelli dei nostri padri e nonni: e sono così belle perché con l’aiuto della nostra meravigliosa natura sono state volute così da chi c’è stato prima di noi. 
E siamo noi che vorremmo restituirle integre a chi verrà dopo di noi, convinti che avranno lo stesso nostro rispetto per ciò che abbiamo saputo lasciar loro. 
Siamo noi che proviamo dolore quando vediamo disperdere le tradizioni secolari delle nostre comunità, quando avvertiamo i pericoli per la nostra sicurezza e per quella delle persone a noi care; siamo noi che soffriamo nel vederle invivibili per la rozzezza e il malcostume in cui sono precipitate. 
L’Italia è la terra meravigliosa su cui i nostri avi hanno costruito la civiltà del mondo intero, lasciandone testimonianze d’inestimabile valore monumentale, artistico e letterario. Siamo noi gli orgogliosi figli di questa terra. 
Siamo proprio noi! 
Siamo noi che vorremmo lasciare ai nostri figli le testimonianze di pace, di amore, di dedizione, di responsabilità che abbiamo acquisito. 
E’ nostra questa Italia che hanno martoriato, violentato, percosso, calpestato, offeso, vilipeso e defraudato. 
Per questa Italia, c’è la nostra volontà di respingere chi la assedia e la saccheggia. 
Per questa Italia c’è la nostra volontà di respingere l’aggressione di coloro che hanno costruito attorno ai loro privilegi un fortilizio di difesa che, con violenza, ci mortifica e ci emargina. 
Anche la volontà popolare in questa Italia non è rispettata, ribaltata com’è, ripetutamente, da mercenari e avventurieri ed aggredita da quei servizi dello Stato che dovrebbero essere posti a garanzia della legalità, ma che vengono usati, in modo spregiudicato, a sostegno di interessi di parte e di principi ideologici. 
L’Italia siamo noi! 
Non dobbiamo tradirla: riprendiamocela il 24 e il 25 febbraio. 
Forza Italia!
Vito Schepisi 

08 novembre 2007

Veltroni ed il "Sogno Americano"

Non penso che Veltroni sia un tonto, anzi penso esattamente il contrario. E’ per questo che dico che ci troviamo di fronte al più camaleontico personaggio politico italiano. Si pensava che, oltre Prodi, per giocolieri ci fosse poco spazio da occupare. Ci siamo sbagliati. La verità è che il Presidente del Consiglio, invece, è più assimilabile al tonto di quanto non lo sia il leader del Partito Democratico.
Prodi ci mette del suo. Diviene arrogante e spocchioso per reagire alla sua scarsa presa mediatica; è portato a far abuso del falso per far prevalere i suoi interessi politici o i suoi tentativi egemonici, come è stato con Telecom ed il Piano Rovati; si contorce nelle risoluzioni adottate per attenuare i distinguo dei suoi alleati; ha il terrore di dover aprire all’opposizione perché teme che possa essere il principio di una breccia irreversibile per la sua maggioranza.
Veltroni, al contrario, persegue il suo obiettivo essenziale per dar sostanza alla sua leadership. Ha necessità di liberarsi del condizionamento della sinistra più radicale e farebbe carte false per scompaginare l’opposizione ed acquisirne spezzoni. E’ furbo ed ha capito che in un sistema tendenzialmente bipolare non c’è spazio per una sinistra che, benché moderata, possa restare separata da quella più antagonista, senza finire nell’equivoco e nel disperdere il consenso di quegli elettori inclini a veder sviluppare la società italiana sui modelli delle democrazie occidentali.
Veltroni è intenzionato ad occupare stabilmente il centro dell’arco politico italiano e di proporsi allo stesso tempo come unica forza propulsiva di progresso del Paese. Il suo sogno è una sorta di partito popolar socialista in cui far sviluppare istanze sociali e necessità di mercato, scelte di sicurezza e tolleranza verso gli immigrati, scelte etiche ed aperture alle diversità.Veltroni sembra il filosofo dei contrapposti, vuole convincere tutti d’esser la soluzione pronta per tutto. Quello di Walter l’americano, però, è un sogno ben diverso da “TheAmerican Dream” raccontato nella metà del diciannovesimo secolo da Horatio Alger. E’ un “dream” diverso da quello passato alla storia di Martin Luther King, enunciato nel suo più famoso discorso a Washington nell’agosto del 1963: “Vi dico oggi, fratelli miei, non perdiamoci nella valle della disperazione. E anche se affrontiamo le difficoltà di oggi e di domani, io ho ancora un sogno. È un sogno profondamente radicato nel Sogno Americano.”
Il sogno dell’italiano Walter è più di basso profilo. Dopo aver esautorato il socialismo democratico, in alleanza con la magistratura militante all’inizio degli anni novanta, il post comunista Veltroni, con il neonato PD, sogna di esautorare Forza Italia e le componenti liberali, laiche e cattoliche, presidio del centro del sistema democratico italiano. Per far questo il leader ex pci ha bisogno di ricercare le strade del dialogo con il centrodestra, con chiunque, sia pure con Calderoli, se non con Casini o componenti di Forza Italia. Il richiamo all’impegno sulle riforme è la sua carta vincente. Confida sulla volontà del Presidente Napolitano che ha già detto che senza almeno la riforma elettorale non si può andare a votare.
Il feeling del PD con i potenziali elettori, dopo l’impennata iniziale, man mano che sono emerse alcune contraddizioni, si va affievolendo. Pezzi della Margherita non confluiti nel PD, prendono le distanze sino a far emergere il pericolo per Prodi del venir meno dei numeri della maggioranza al Senato.
Veltroni all’inizio sembrava propenso a non lasciarsi logorare, soprattutto dal malgoverno di Prodi. I suoi annunci programmatici erano in netta discontinuità con questo esecutivo. Ora invece è interessato a prendere tempo. La svolta è apparsa evidente soprattutto dopo la prima vera difficoltà sull’immigrazione che lo ha coinvolto in prima persona, smascherando la sua cattiva gestione del Comune di Roma, tra festival e notti bianche ma con le periferie in pieno degrado.
Il centrodestra ricompattato lo ha spaventato. Andare al voto in primavera, senza la sinistra radicale, con la Cdl unita e compatta, equivarrebbe per lui a comprare in anticipo un biglietto per l’Africa. Un biglietto di sola andata, senza ritorno, per corrispondere ai suoi progetti enunciati nel 2001 dopo la sconfitta elettorale del centrosinistra e la sua candidatura a Sindaco di Roma: chiudere con l’esperienza dell’amministrazione di Roma la sua carriera politica per dedicarsi ai bisogni delle persone meno fortunate del continente africano. Verrebbe da pensare cosa abbia fatto di male questo sfortunato continente per ricevere questa minaccia! In Africa, a dir il vero, non sembra che qualcuno lo aspetti davvero!
Se non potrà essere possibile da solo col suo PD, in caso di elezioni politiche in primavera, non gli rimarrebbe che andare al voto in alleanza con i partiti della sinistra estrema, ammesso che questi ultimi siano propensi ad allearsi con lui. A sentire Ferrero, ad esempio, qualche dubbio verrebbe: "Veltroni ha proposto nei fatti un impianto emergenzialista e securitario, facendo pressing sul governo. Oggi - continua il ministro di Rifondazione Comunista - c'è la possibilità di battere questa linea politica che porta dritti dritti all'accordo con Fini e con la destra". Questo rinnovato accordo con i neo comunisti, qualora vi fosse, non sarebbe molto credibile perché simile alla strada percorsa da Prodi: sarebbe lo stesso tragitto di un progetto miseramente fallito tra le beghe e gli equivoci sin qui rilevati.
Il sogno di Veltroni assume pian piano contorni evanescenti, sbiadito come il profilo del personaggio. Un uomo per alcuni aspetti duale. Il suo sostegno a Prodi, da quando ha realizzato che con Prodi si perde, è stato sempre condizionato dall’esigenza dello sfoggio di lealtà verso il Presidente del Consiglio e dalla necessità di marcare una serie di distinguo sulle scelte di governo e di programma. La sua strategia si è andata così permeando di sostanziale ambiguità da essere da qualche tempo sottoposta ad insistenti rappresentazioni satiriche da parte di quegli stessi comici della sinistra che sembravano fino a poco tempo fa aver messo casa, per le loro esibizioni, in un ipotetico “piazzale Berlusconi”. Sembra che ora la satira politica si sia trasferita nei pressi di casa Veltroni.
Ed assume, così, aspetto sempre più comico il suo “American Dream”!
Vito Schepisi