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11 settembre 2013

Il PD sta facendo di tutto per far cadere il Governo Letta



Il governo Letta è nato tra mille difficoltà. Il Pd con lo 0,3% di voti in più del Pdl alla Camera, in accordo con il Sel di Vendola e con le pattuglie dei principianti allo sbaraglio di Grillo, aveva già occupato tutte le Istituzioni.
Bersani aveva cercato invano, e insistendo, una maggioranza con il M5S, respingendo invece le offerte di disponibilità del Pdl ad una maggioranza dalle larghe intese. L’aggravamento della crisi, innescato dalle misure fiscali di Monti, consigliava, però, di mettere in piedi, con premura e per responsabilità, un governo solido, con una larga maggioranza in Parlamento, per fronteggiare le serie difficoltà del Paese (recessione e disoccupazione).
Trovatosi dinanzi ad una strada chiusa che portava direttamente verso un nuovo test elettorale che l’avrebbe visto perdente, Il PD, dopo oltre due mesi dall’esito elettorale, cedeva, finalmente, alle insistenze del Presidente della Repubblica.
E’ nato così il Governo Letta. Il Capo dello Stato, mostrando più lucidità, nonostante l'età, dei suoi vecchi compagni di partito, aveva indicato il tragitto delle larghe intese, ritenendole, a ragione, più che un percorso politico, una necessità di responsabilità democratica, resa inevitabile dall'esito delle elezioni che avevano visto i due principali protagonisti, PD e Pdl, attestarsi sullo stesso livello di voti, con solo una leggera preferenza per i primi.
Anche in questa fase, con il Paese in difficoltà, gli uomini nel PD avevano continuato a fare solo ciò che hanno sempre mostrato di saper ben fare (sin da quando militavano nella Dc e nel Pci): occupare poltrone. Facendo valere la legge dei numeri, gonfiati dal premio di maggioranza, il PD si allargava nei ministeri, mentre il Pdl si concentrava sugli aspetti programmatici su cui intervenire. Bisognava dare risposte alle domande di crescita e alle difficoltà delle famiglie: il Pdl si batteva così per l'abolizione dell'IMU sulla prima casa e si predisponeva a battersi per lo stop all’aumento dell’IVA. Se il Pdl mostrava coi fatti di credere nella riduzione della pressione fiscale in Italia, per rendere competitive le nostre aziende e per mirare alla crescita ed all’occupazione, il PD si mostrava, invece, impegnato ad ostacolare la riduzione delle tasse e gli alleggerimenti fiscali sulle famiglie, sostituendoli con la consueta retorica sul lavoro o sullo “ius soli” della Kyenge.
Sta ora assumendo precisi contorni politici il muro contro muro, nella Giunta per le elezioni e per le immunità del Senato, sulla decadenza di Berlusconi. Il PD si rifiuta di valutare il ricorso alla Corte Costituzionale, come sarebbe nelle prerogative della Giunta, si rifiuta di attendere l’esito del ricorso in Europea, e tanto meno sembra disposto a discutere sulla pregiudiziale di non retroattività della legge Severino.
Se il PD mostra la volontà di eliminare il suo avversario di sempre, cavalcando una sentenza giudiziaria che ha destato molta sorpresa e tantissimi dubbi, il Pdl e Berlusconi non ci stanno ad assecondare il percorso extra-elettorale e giustizialista del PD. Il Pdl non ci sta a soddisfare la voglia di conquista del potere (assoluto) di quel partito che ha ancora al suo interno, e tra i suoi alleati, gli eredi del comunismo italiano, e che, soprattutto, ancor oggi, non mostra di volersi discostare dai metodi tipici dei regimi totalitari.
Se, sempre il PD, mostra rabbia e vendetta verso chi non gli ha mai consentito di (con)vincere, né ha mai reso possibile, smascherandoli nelle furbizie e nelle ipocrisie, una loro ben precisa gestazione identitaria, nella chiarezza degli ideali e della collocazione politica, il Pdl non ci sta a subire ed a far da comparsa. Se l’identità politica del PD è stata sempre incerta e mutevole, e se lo stesso PD non ha mai avuto una leadership credibile e condivisa da mostrare con orgoglio al Paese, facendo di volta in volta ricorso a leader di apparato, o a consumati gestori del potere economico-finanziario, mandatari e garanti delle caste, il Pdl non ci sta a consentire che la maggioranza di larghe intese a guida PD prosegua, come se niente fosse successo.
Non sarebbe serio, né responsabile, governare fianco a fianco con chi si attiva per la scomparsa politica degli alleati di governo, né con chi non mostra di porsi dubbi e non si fa domande sulla persecuzione giudiziaria di venti anni contro il leader dello schieramento alleato.
Vito Schepisi

14 maggio 2013

I rimborsi elettorali, le diarie, le indennità



Se la politica ha provato di tutto per utilizzare i soldi pubblici per intessere una rete di gestione in cui coinvolgere i militanti attivi, gli eletti non si sono lasciati sfuggire le opportunità per migliorare nel presente le proprie condizioni di vita e per assicurarsi i vitalizi per il futuro.
Il ragionamento è stato semplice. Con l’accordo di tutti, si poteva disporre di somme importanti che, utilizzate per la macchina propagandistica e le campagne elettorali, rendeva molto di più di un programma politico da sottoporre all’attenzione degli elettori.
La logica è di quelle che fanno inorridire i puristi: con i soldi si allarga il consenso e si vincono le elezioni.
La politica è così diventata una questione di marketing, come un detersivo, o ancor peggio una questione di controllo e gestione di un territorio, per soddisfare certi interessi, come fa la mafia.
I pullman, i camper, i treni, le navi, ad esempio, sono diventate immagini di attenzione, come per le tappe del giro d’Italia. Con i politici che si muovono in percorsi studiati. I mezzi popolari sono solo finzioni. L’effetto marketing è di dare un’idea parsimoniosa, con un percorso da fare assieme agli elettori. Un tragitto che, con la compiacenza dei mezzi d’informazione, è seguito, tappa per tappa.
La verità, però, è sempre diversa. Dietro a certe campagne ci sono costi mostruosi.
“I care”, “yes, we can”, o più modestamente “io centro” hanno solo fatto da apripista all’american style.
Anche in Italia è diventato di moda lo “spin doctor” che, tradotto nel nostro modo, è quel signore che con i sondaggi alla mano vorrebbe prendere per i fondelli gli elettori, facendo acquistare loro ciò che normalmente non acquisterebbero mai. Non sempre ci riescono, però. Nessuno può pretendere che si acquistino oggetti inservibili. Per Monti e Bersani è stato così.
I politici trovano sempre una spiegazione alle cose: è un po’ il loro mestiere.
La democrazia ha un costo. Ci hanno detto sempre così. Mai, però, ci hanno spiegato perché questi costi debbano servire per mantenere nel lusso i politici o per pagare questi semidei chiaroscuri, come appunto gli spin doctors che fanno vincere Obama negli USA e che tentano in Italia la “ mission impossible” coi nostri politici impresentabili per somma di spocchia e d’inganno.
Un capitolo a parte meriterebbero quei cartelloni lunghi un Km. e alti mezzo, spesso con stampate le facce da lancio delle freccette nei momenti di ozio, che prima delle elezioni circondano le città o che ricoprono le pareti di interi palazzi. Il costo al metro quadro di questi cartelloni è pari al costo, sempre a metro quadro, di una casa, come quella su cui il cittadino è chiamato a pagare l’IMU.
E’ facile però far leva sui sentimenti popolari e indignarsi sui costi della politica, ma il timore che si faccia facile demagogia o che possa diventare un metodo di scelta tra un’idea politica e l’altra, tra un sistema e l’altro, anche tra un politico e l’altro, c’è tutto.
Gli imbecilli sono sempre in agguato. C’è da diffidare.
La scena di questi giorni degli eletti del M5S è deprimente. Ci sono costi della politica che non è possibile tagliare. Vivere fuori di casa costa. Se si fa il proprio dovere, si ha diritto a vivere dignitosamente. I costi vanno si tagliati, meglio però iniziare dai privilegi e dal numero di parlamentari e consiglieri, per poi arrivare alle esagerazioni su indennità e rimborsi.
Ci hanno provato in tanti a far leva sul risentimento popolare. Di Pietro, ad esempio, l’ha fatto, unendolo ad un furore giustizialista applicato solo ai suoi avversari. E’ bastata una trasmissione televisiva, e un consigliere regionale col vizio dei videopoker, per mettere in discussione i suoi metodi e per far dubitare sull’uso che ha fatto dei fondi pubblici, sempre puntualmente incassati senza avvertire troppo fastidio, e qualche volta pur usando qualche furbizia a danno di altri.
La palla di grandine, ritenuta per troppo tempo una stella, si è così sciolta nel nulla. Non s’avverte la mancanza dell’uso improprio del suo congiuntivo: l’Italia poteva tranquillamente farne a meno.
Ci prova ora una compagine commerciale. E’ priva d’idee, è destinata a fallire. Ha giocato d’astuzia sulle difficoltà del Paese, sulla rabbia dei giovani, sulla confusione. L’ha fatto servendosi d’internet, una platea che va in tempo reale e che si diffonde tra i giovani.
Su Internet ogni parola d’ordine trova la sua cassa di risonanza. Il Web è un grande spazio vuoto. E’ deprimente che si riempia spesso d’ingiurie, di diffamazioni, d’incitazione all’odio, di turpiloquio e di falsità.
E’ un peccato! Non c’è niente di buono in tutto questo. E’ la parte meno affascinante del Web.
Vito Schepisi
 

29 marzo 2013

Modi da prima repubblica


Le fasi di questo incarico esplorativo che il Presidente della Repubblica aveva affidato a Bersani e che si è concluso in modo “non risolutivo”, con la temporanea “rinuncia” del leader del PD, sa tanto di prima repubblica. 
Ricorda le formule astruse che i cittadini non riuscivano a comprendere, e che poi hanno capito sin troppo bene. 
Questa volta, però, non funziona. 
Il fallimento di Bersani oggi si capisce con sufficiente chiarezza. E’ il tentativo di un imbroglio. 
Nel 2006, Prodi vinse per 24 mila voti alla Camera e, nonostante i 250.000 voti in meno al Senato, grazie ai senatori a vita ed a Follini, occupò l’Italia con grande protervia. 
Bersani vorrebbe fare altrettanto. 
La sinistra nel 2006 occupò di tutto e di più: Presidenza della Repubblica, Camera, Senato, CSM, Corte Costituzionale, Rai, Polizia, sostituì persino il Comandante della Guardia di Finanza che si era messo di traverso alla richiesta del Vice Ministro Visco di trasferimento dei vertici della GdF della Lombardia che avevano indagato su Unipol e sulla questione Consorte, d’Alema e Fassino. 
Una brutta esperienza che sappiamo com’è andata a finire. Da non ripetere. 
Questa volta avrebbero la questione del MPS da insabbiare. Dovremmo chiederci da subito, cosa accadrà quando i 3,9 miliardi che sono andati a coprire le falle della truffa del secolo, sottratti ai contribuenti italiani, non dovessero essere restituiti. 
In questa legislatura al PD non basteranno i senatori a vita. 
Il PD non ha vinto niente. Se il Presidente Napolitano lo facesse capire anche a Bersani, che ha difficoltà a comprenderlo, se gli dicesse sul muso che ha perso, sarebbe utile e meritorio.
Il PD che fa la voce grossa, e che gioca all’asso piglia tutto, ha perso le elezioni o, se si preferisce, non le ha vinte. Le ha perse perché le proposte di Bersani sono apparse confuse e contraddittorie. Non si salva, infatti, il Paese senza intervenire sul costo del lavoro, senza ridurre le tasse, senza allentare la stretta creditizia, senza snellire la burocrazia, senza ridurre le spese dello Stato, senza tagliare gli abusi e i privilegi della politica, senza ridimensionare gli sperperi degli enti locali, senza mettere a disposizione delle famiglie le risorse per i consumi necessari, senza un sistema giudiziario che non scoraggi gli investimenti e non renda precaria la Giustizia. 
Non fidarsi di questo PD è cosa buona e il Pdl fa bene a non fidarsi ad occhi chiusi. 
Il Paese è diviso e, purtroppo, non è nelle condizioni di poterselo permettere. Servirebbe una tregua, un momento di pacificazione nazionale. Per la tregua, però, sono necessarie reciproche garanzie e la lealtà di aprirsi al confronto: è necessario riconoscere a tutti gli spazi di responsabilità, di partecipazione e di controllo. 
Non si può pensare di usare gli altri, né che siano stupidi. L’Italia val bene un sacrificio da parte di tutti, ma il suicidio di alcuni, no! Senza garanzie, no! 
Chi può pensare che si possa lasciare a Bersani, a D’Alema, alla Bindi e a Franceschini, con Vendola e la Camusso, la guida incontrollata del Paese con il 30% dei voti? 
E quale forza rappresentativa di un terzo degli elettori può essere così sprovveduta da consentire la nascita di un governo senza neanche chiedere una garanzia istituzionale? 
Ha fatto male il PD ad usare “la forza” per prendersi le Presidenze della Camera e del Senato, senza neanche tentare di instaurare un dialogo, se non con il M5S che è un gruppo reazionario e che si sta mostrando del tutto confuso.
L’ostentazione dei muscoli non risolve niente. Non si può continuare a pensare d’essere al centro di tutto e a criminalizzare che la pensa in modo diverso! E basta! 
Il PD ha preso lo 0,36% dei voti in più del Pdl, ma continua a sostenere che il centrodestra sia impresentabile e dice di non voler governare con loro. 
Vogliono i loro voti, però! 
Vogliono trattare sotto banco, però! 
Non si può pretendere la responsabilità a senso unico, né che il Pdl, con tatticismi parlamentari, faccia governare Bersani per senso di responsabilità verso l’Italia. 
Sarebbe invece irresponsabile lasciare che Bersani occupi il Paese. Basterebbe dare un’occhiata ai suoi 8 punti per capirlo. 
Gli elettori non hanno stabilito così. 
Meglio, molto meglio, fare tutto alla luce del sole. 
Se Bersani non ha la capacità di mettersi al servizio del Paese, si faccia da parte. E se nessuno sarà in grado di avere un po’ di umiltà e di pensare all’Italia, meglio nuove elezioni e fare chiarezza.
Vito Schepisi

12 marzo 2013

Nessun Dubbio sono proprio i nuovi nazisti


Non si conoscono ancora. 
Non sappiamo chi siano e che cosa propongano. 
Non conosciamo la loro azione parlamentare che è cosa diversa dai comizi, dagli slogan, dai "vaffa". 
Non sappiamo cosa voteranno e con chi. 
Non sappiamo se avranno una linea coerente e comune o se andranno allo sbaraglio in Parlamento; se presenteranno disegni di legge, se le loro proposte avranno una coerenza costituzionale e se potranno essere compatibili con la legge finanziaria. 
Non sappiamo se s’impegneranno a ricercare soluzioni alle necessità del Paese, se premieranno l'impegno, il lavoro o se garantiranno i fannulloni e i prepotenti. 
Non sappiamo se si opporranno alle riforme (lavoro, giustizia, burocrazia, istituzioni) di cui il Paese ha bisogno o se si inventeranno soluzioni fantasiose. 
Non sappiamo, infine, se il loro "no" sarà generalizzato o se faranno eccezione per qualcosa.
Dei nuovi parlamentari del Movimento Cinque Stelle (I Grillini) sappiamo molto poco. Non vorremmo che per la proprietà transitiva, conoscendo Grillo e un po' meno Casaleggio (ma quanto basta), si debba conoscere anche il resto. Lo squallore sarebbe sconvolgente. 
Se il nuovo che avanza, come a tanti piace sostenere di se; se chi grida "arrendetevi ... siete circondati" è ciò che ci aspetta, ci sarebbe da rimpiangere il vecchio che c'era. 
Anche se "l'usato sicuro" è un evidente ossimoro, se accostato alla persona che si propone così, almeno sapremmo con chi avremo a che fare. 
Sapremmo che si dovrà guardare alle manovre nelle banche, agli affari, alle privatizzazioni per non farci fregare. 
Non si conoscono ancora. Hanno detto solo dei no. Non parlano, non si esprimono, non sono disponibili, non voteranno la fiducia. Sappiamo solo che vorrebbero il 100% di tutto. E' comico, ma è così. Neanche Breznev con il partito unico e con le votazioni palesi aveva il 100%. Neanche i dittatori gridano agli avversari di arrendersi. 
Colpisce, però, l'unica proposta parlamentare che sarebbero disposti a sostenere: ARRESTARE BERLUSCONI. 
Incerti su tutto, contrari a tutto, disponibili a niente, il futuro Capogruppo dei senatori grillini, Vito Crimi, ha una sola certezza e, ai giornalisti che gli chiedono se voterebbe "sì" all'arresto di Berlusconi, risponde: "è una domanda retorica: sì ovviamente". 
Non parlano di niente, tanto meno di questioni relative allo sviluppo all’occupazione: sembrano capre, ripetono solo gli slogan elaborati da Grillo e Casaleggio. Non aprono bocca se non per dire ciò che è già compreso nel manuale delle grillate, ma se si parla di Berlusconi hanno le idee chiare. Il Cittadino Crini, ad esempio, non ha dubbi neanche sui voti dei cinquestellati nell'apposita Giunta per le elezioni del Senato sul voto "per l’ineleggibilità di Berlusconi in quanto concessionario di servizio pubblico". 
Tanti dubbi ... e una sola certezza. Sembrano fatti con lo stampino. Il nuovo che avanza è già vecchio. E' un film che abbiamo già visto. Potevamo anche risparmiarci il biglietto. 
SIETE SGAMATI! 
SIETE SEMPRE VOI! 
SIETE I NUOVI NAZISTI! 
TORNATEVENE A CASA! 



Vito Schepisi