25 maggio 2009

L'uso privato dei rimborsi elettorale è reato?

Una delle leggi più odiate dagli italiani è quella sul finanziamento pubblico ai partiti. La riprova ne fu l’alta percentuale di affluenza alle urne, ben il 77%, ottenuta per il referendum abrogativo del 1993, che con oltre il 90% dei SI cancellò la legge del 2 maggio 1974 “Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici”.
La politica non finanziata, però, durò solo tre anni, i più duri dopo tangentopoli, vennero meno quasi tutti i partiti tradizionali e sopravvisse solo il vecchio pci che, dopo il fallimento comunista, aveva cambiato nome in Pds. Nel 1996 un decreto, però, consentiva di aggirare l’esito referendario. Il finanziamento diventava, così, rimborso elettorale per le elezioni del 21 aprile dello stesso anno. Nel giugno del 1999, poi, col Governo D’Alema, veniva varata la legge ancora in vigore: "Nuove norme in materia di rimborso delle spese per consultazioni elettorali e referendarie e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici" .
Le motivazioni sono parte integrante della storia del finanziamento pubblico e si potrebbero sintetizzare in alcune semplici considerazioni. La politica per la presenza dei partiti attivi sul territorio nazionale, per il mantenimento delle sedi e del personale, per le attività di diffusione delle iniziative di partito, per le attività di stampa e per quelle organizzative, per la propaganda, per le campagne elettorali, per l’installazione di cartelloni e per l’affissione dei manifesti, per l’allestimento dei palchi nelle piazze per i comizi, per i fitti delle sale e dei teatri, per i rimborsi spese, per gli spot televisivi, ha costi di normale gestione anche rilevanti.
Una volta queste spese venivano coperte dai finanziamenti ottenuti dalle imprese produttive e commerciali, dalle tessere e dalle erogazioni liberali degli iscritti. Il Pci mostrava però di avere grandi risorse, sosteneva di ricavare fondi anche dalle feste dell’Unità, benché si stenta ancor oggi a credere che potessero essere di natura così rilevante. Si è portati invece a pensare che arrivassero in modo rilevante dalle mediazioni commerciali coi paesi dell’est europeo e dal sistema delle cooperative dell’Italia centrale, monopolizzatore in quei luoghi di lavori e forniture pubbliche.
Soldi arrivavano anche dal sostegno politico dei cosiddetti partiti fratelli, al di fuori del territorio nazionale, ed arrivavano, ai tempi della guerra fredda, dai paesi dell’Est europeo, pur in presenza di blocchi di influenza militare contrapposti (Nato e patto di Varsavia, ad esempio).
Il finanziamento pubblico doveva avere lo scopo di impedire che le somme di danaro potessero condizionare i partiti, ed attraverso questi ultimi il Parlamento. Le lobbies, le iniziative industriali, i monopoli produttivi, le caste e tutti i soggetti impegnati a perseguire una molteplicità di interessi particolari, hanno fatto sempre pressione sulla politica per spingere verso scelte legislative più agevoli ai loro affari. Anche le mafie e la delinquenza organizzata si sono infiltrate nella politica per governare l’economia del territorio, direttamente o intrecciandosi con i politici locali per aggiudicarsi, spesso aggirando le norme, gli appalti sulle realizzazioni, sui servizi e sulle forniture.
I risultati ottenuti sono stati però deludenti. Il finanziamento pubblico si è rivelato parallelo ad altre forme, spesso illecite, di finanziamento della politica, come le cronache hanno spesso registrato. Negli anni 80 e fino a tangentopoli è sembrato che i flussi di denaro del finanziamento pubblico facessero aumentare le esigenze e favorire gli illeciti con l’aggravante, per i soggetti economici finanziatori, di dover ricorrere all’accumulo dei fondi neri per poter finanziare i partiti.
Quest’accresciuta disponibilità finiva col rendere la politica più un’impresa del lusso e degli agi, più una casta di privilegiati, e sempre meno un impegno sociale.
Sull’attuale sistema dei rimborsi, c’è da rilevare che il legislatore ha lasciato molte zone d’ombra. Il contribuente, che è il finanziatore dei partiti, non può esercitare alcun controllo. Non vi sono regole di trasparenza e di legittimità democratica per l’incasso dei fondi. Non vi sono controlli sui rendiconti e sulle formalità di approvazione dei bilanci dei partiti e sulla destinazione dei fondi erogati. Esiste persino il pericolo di un uso personale dei rimborsi. Questa eventualità, però, sarebbe così moralmente inammissibile da doverci necessariamente chiedere se l’uso privato sia previsto come reato e se ci siano norme di prevenzione che il Parlamento possa attuare. E’già così sconfortante dover concorrere, come contribuenti, a finanziare l’attività di alcuni politici!
Vito Schepisi

20 maggio 2009

Puntuale come un orologio svizzero

“Se Atene piange, Sparta non ride”. Il richiamo alla locuzione, con cui sembra che Epaminonda abbia sintetizzato le guerre di logoramento nel Peloponneso tra le due città della Grecia, ci riporta alle valutazioni degli storici nello stabilire che tra Atene e Sparta a vincere furono prima Tebe e poi i macedoni.
Una premessa che torna utile a tutti, perché gli stessi signori che oggi sembrano sorridere sono quelli che stanno ancora piangendo a tutto vantaggio dello sgrammaticato molisano che, nonostante la sciagurata condotta del figlio e la gestione autoritaria e troppo personale del suo partito, resta radicato nel suo forsennato giustizialismo a togliere voti al PD.
Il Partito di Franceschini, intento tra gli altri a strumentalizzare la cronaca giudiziaria, rende un pessimo servizio alle istituzioni ed alla democrazia, favorendo l’antipolitica violenta e massimalista su cui lo stesso ex magistrato, colpevolmente, soffia sul fuoco. Cavalcare la colpa compromette persino la credibilità del potere giurisdizionale dello Stato, qualora la giustizia nei suoi gradi successivi dovesse smontare un teorema elaborato senza elementi di prova, senza logica giuridica e carente nelle legittime istanze della difesa, e dovesse così emergere un castello costruito sulla sabbia dell’odio politico, con l’aggravante di aggirare le leggi, interpretandole in modo fantasioso.
Questa contabilità, tra colpe e delegittimazioni, tra pregiudizi e teoremi ideologici, non ci piace, ma citarla torna utile per comprendere quanta ipocrisia ci sia da parte di coloro che nel confronto politico optano per lo scontro e che ritengono, come tante statue di bronzo, di poter far la morale al prossimo, cercando in casa d’altri scheletri che forse non ci sono, e sorvolando, invece, sul cimitero di vittime dell’onestà politica e della correttezza amministrativa che invece è ben visibile nelle regioni, nelle province e nei comuni d’Italia amministrati dalla sinistra.
Si avverte la sensazione di un susseguirsi continuo di colpi di scena che servano solo a riempire il vuoto politico dell’opposizione. La questione della signora Berlusconi, quella della giovane Noemi - su cui prima la politica e poi i media, anche stranieri, si stanno sbizzarrendo in modo indecoroso e volgare - la questione dei respingimenti dei barconi degli immigrati - unitamente al varo alla Camera del decreto sicurezza - ed ora la condanna di Mills, vengono utilizzati dall’opposizione solo per nascondere i successi del governo e l’assoluto vuoto propositivo di Franceschini e compagni.
Il PD le prova tutte per limitare i danni della condanna popolare: quella del voto. Il giudizio degli elettori, però, avrà un valore di gran lunga superiore a quello di primo grado di un giudice verso un’interposta persona, Mills, rendendolo così ancora più ingiusto ed inquietante. Una condanna preannunciata con grande anticipo ed ottenuta dopo aver stravolto persino i criteri della decorrenza dei tempi, con l’assurdo principio che un reato di corruzione si concretizza non la momento della corruzione stessa, ma al momento dell’utilizzo della somma versata. Una sentenza di colpevolezza che ha ignorato la mancanza assoluta di prove, che ha ignorato le motivazioni della presunta corruzione e respinto tutte le verifiche richieste dalla difesa.
Avremmo gradito un’opposizione più matura, attenta al rispetto delle regole e della democrazia, un’opposizione vigile verso i diritti della difesa e la linearità interpretativa delle leggi, invece di trovarla sulla stessa lunghezza d’onda di un ex magistrato noto, al contrario, per la sua interpretazione piuttosto sbrigativa delle fasi requisitorie nei procedimenti giudiziari e per i suoi eccessi, sia verbali che psicologici, nelle fasi inquisitorie. Questa logora opposizione, invece, ha come unico scopo il logoramento della maggioranza che lavora per il Paese.
C’è una puntualità disarmante nei tempi della Giustizia italiana. Il leader del partito opposto alla sinistra, nelle fasi politiche più importanti della storia d’Italia, viene a trovarsi sempre coinvolto in questioni giudiziarie, rivelatesi poi sempre infondate ed eccessive.
Berlusconi ne è uscito sempre indenne, anche se infangato dalla quantità di letteratura giudiziaria fatta di gravissime accuse. In questa grossa mole di fatti giudiziari affondano invece le mani i “gazzettini” parlanti delle procure, per scrivere libri ed articoli fatti passare per verità rivelate, anche se sono puntualmente smentite dalle verità processuali, e si avvantaggia l’antipolitica senza proposte, capeggiata da uomini senza idee e soprattutto senza scrupoli.
Vito Schepisi

11 maggio 2009

Multietnico perchè?

Soffermarsi sulla differenza che c’è tra una società multiculturale ed una realtà multietnica può essere un esercizio di grande interesse, non soltanto per comprendere le ragioni per le quali sia sempre opportuno fare una scelta di civiltà, ma anche per scoprire i tentativi di confondere le vere dimensioni delle questioni e le strumentalizzazioni che se ne fanno.
La cultura è di per se un ventaglio di tante espressioni. Riflette la molteplicità delle sensazioni, i gusti e le diverse emozioni. La cultura è fantasia, storia, pensiero, arte e poesia e si diffonde attraverso la conoscenza, la formazione, i luoghi, le terre e la storia. E’ l’amore per la ragione, il narcisismo della ricerca di una traccia da lasciare alle generazioni future, è il riporto della riflessione sui modi del tempo, è il piacere di esprimersi, è la tracciabilità di un insieme di fatti, di circostanze, e di sentimenti degli uomini. La cultura è un moto perpetuo di opinioni, riflessioni, arricchimenti e ricerche, dove solo voler parlare d’orientamento univoco è di per se un ostacolo alla crescita ed alla comprensione.
Come fa una società civile, forgiata da esperienze di scienza, di religione, d’arte, pensiero e letteratura a non doversi, necessariamente, definire d’orientamento multiculturale? Come si farebbe a rifiutare il confronto solo per diverse provenienze, o solo per un modo diverso di sentire la propria spiritualità? E’ così ozioso usare il termine multiculturale come arma d’offesa o di divisione politica! Usarlo come motivo di discrimine non ha affatto senso!
Multiculturale è una parola che è usata spesso a sproposito e che serve solo a dar sostanza ad un vizio costante di ricercare motivazioni antropologiche di contrapposizione nel confronto delle opinioni. Un liberale, un socialista, un popolare vivono le stesse realtà quotidiane. Hanno avuto, spesso, gli stessi percorsi formativi e nascono anche dalle stesse famiglie. E’ l’identica presunzione della ventilata superiorità culturale della sinistra, laddove per cultura si fa la somma dei titoli di studio, dei premi letterari e dei ruoli ricoperti nelle caste.
Accade in Italia che siano poste queste differenze “antropologiche” nei giudizi sulle cose, come accade che dinanzi ad un delitto efferato se ne voglia trarre un motivo di discriminazione (clima razzista, nazista), ovvero lo si voglia comprendere in un atto provocato da una pretesa responsabilità altrui, come per una degradata condizione sociale e/o umana.
Ci sono modi nel confronto politico che emergono ripetutamente e che lasciano perplessi e sono sostanzialmente idioti.
Diverso, invece, è parlare di società multietnica. Ogni società occidentale oggi è in parte multietnica, perché in quasi tutti i Paesi dell’occidente esistono comunità provenienti da diverse parti del mondo. Il problema è nel significato che si vuole attribuire al termine o ancor più nell’implicazione di un ipotetico obiettivo diverso. Alcuni sottendono il proposito della trasformazione del modello sociale che è riferimento preciso di una cultura di provenienza. Niente più e niente meno, in sostanza, del disegno d’uomini come Ahdaminejad che si votano alla missione della trasformazione in caos della società occidentale infedele, corrotta e dominata da satana.
La trasformazione richiesta, in multietnica, se fa presupporre che sia necessario modificare gli usi e le tradizioni del Paese, è qualcosa di diverso dalla necessaria comprensione per gli usi e le tradizioni differenti di uomini che vengono da terre diverse. Nessuna volontà di assimilare o vietare, purché si stabilisca che le nostre città rimangano le stesse comunità urbane che si sono andate a formare nei secoli, e forse nei millenni, intorno a valori fondanti che ne hanno costituito il nucleo di origine.
Se per multietnico, invece, si voglia modificare l’insieme delle ragioni che uniscono le comunità urbane, allora sì che cambiano le cose. Per induzione è facile ritenere che nessuna comunità italiana sia disposta a modificare le fondamenta della sua civiltà e, sempre per induzione si pensa che neanche gli immigrati, che già hanno difficoltà ad integrarsi con i costumi e la nostra civiltà emancipata, ritengono possibile, qualora lo si imponesse, di dover modificare il proprio costume di vita ed il proprio modo di pensare. Non è peccaminoso immaginare di voler continuare a vivere in una società che resti integralmente italiana, in cui gli immigrati siano rispettati perchè rispettano i nostri valori e le nostre leggi.
Vito Schepisi

07 maggio 2009

Il Segretario del PD fa l'estremista

Non si capisce dove sia la strumentalizzazione della paura che Franceschini stigmatizza nel valutare la volontà della maggioranza di varare attraverso la fiducia il decreto sicurezza. Sono eccessive le parole del segretario del PD: ''non e' moralmente giusto strumentalizzare la paura e tornare alle leggi razziali 60 anni dopo''. Vanno ben oltre la durezza di una rigida opposizione.
Tutta la campagna elettorale dello scorso anno è stata condotta da PD e Pdl + Lega avendo fra i temi centrali del confronto la sicurezza. Ora è un dovere della parte politica scelta dall’elettorato mantener fede al patto con gli elettori. L’attività parlamentare benché prevista dalla Costituzione senza vincoli di mandato, è sempre legata al dovere morale di corrispondere alla volontà degli elettori che col voto hanno conferito l’incarico.
La fiducia parlamentare chiesta dal Governo è una scelta di prudenza, ma anche di coerenza. Il venir meno di una parte importante del programma del centrodestra motiverebbe la presunzione della dissociazione della maggioranza dall’esecutivo e dovrebbe richiamare una doverosa presa d’atto del Consiglio dei Ministri. Esiste pertanto la volontà del Governo di evitare che con il voto segreto emergano alcune forme di risentimento, più metodico che politico, tra settori del Pdl e la Lega, frizioni che riguardano questioni del tutto differenti dal contenuto del decreto sicurezza. Il governo se ne deve far carico per senso di responsabilità verso il Paese, e lo fa nel porre la fiducia su di un capitolo importante e centrale del suo programma elettorale. E’ persino ineccepibile che lo faccia perché mette sul tavolo la sua legittimità a governare
L’immigrazione clandestina è una piaga per tutto il Paese ed è un tema su cui le preoccupazioni dei cittadini sono trasversali rispetto al sentire politico. Esasperare i toni non serve se non a far sorgere davvero il pericolo di pericolose derive. E’ del tutto fuori luogo ed immotivato il riferimento del segretario del PD alle leggi razziali. Solo una persona irresponsabile può richiamarsi a simili e così vergognosi episodi della storia del Paese. Franceschini di queste responsabilità storiche avrebbe dovuto chieder conto ai molti uomini della sinistra che le leggi razziali le hanno approvate ed esaltate durante il ventennio, e non ad un Governo che assolve con correttezza il compito di tener fede ai suoi impegni e si adegua a garantire il massimo della comprensione e della tolleranza.
Le accuse su queste questioni sono come boomerang che rischiano di ritorcersi contro la civiltà di un paese che deve garantire ai suoi ospiti tutti gli strumenti disponibili del suo sistema di sicurezza sociale, economica, sanitaria e politica. Gli extracomunitari regolari potranno e dovranno essere parte dei cittadini italiani di domani e comunque genitori di bambini con tutti i diritti civili della popolazione nata in Italia. Lanciare al Governo l’accusa di varare provvedimenti propedeutici alle leggi razziali è assolutamente da irresponsabili.
Bisognerebbe parlare di integrazione e parlare di diritti, ma tutti sanno che la chiave per iniziare a discutere del futuro degli immigrati in Italia è riposta nel rispetto delle nostre leggi e soprattutto nella sicurezza che i flussi di ingresso nel Paese siano regolari e controllati. L’abusivismo è sempre un reato. Lo è per i nostri connazionali, quando violano le leggi, e diverrebbe difficile non comprenderlo per coloro che entrano clandestinamente nel territorio nazionale.L’Italia, come tutti i paesi industrializzati, attraversa una pesante crisi che si riflette sull’occupazione. Anche le attività che una volta i nostri connazionali stentavano a prendere in considerazione, creando ampi spazi di lavoro per gli immigrati, in mancanza di lavoro, vengono adempiute dai nostri connazionali. In agricoltura e nelle imprese stanno perdendo il posto immigrati regolarizzati perché la produzione è ferma per mancanza della domanda. Si vende sempre meno, o non si vende per nulla. Anche il piano casa attende stancamente i tempi burocratici e qualche ostruzionismo delle regioni, e ritarda il rilancio delle attività produttive e la circolazione del danaro, dei salari e dei consumi. Sospendere i flussi dell’immigrazione clandestina diviene un’esigenza che va oltre le questioni della sicurezza. Un’opposizione seria che si vanta di rappresentare i ceti meno garantiti dovrebbe prenderne atto. Franceschini, invece, fa l’estremista in un gioco immorale contro il Paese, ed in sbracciata concorrenza all’estremismo di Di Pietro.
Vito Schepisi su Il Legno Storto

05 maggio 2009

Il Referendum e le geometrie vriabili

L’annuncio di Calderoli della Lega di voler predisporre una nuova legge elettorale da presentare in Parlamento, per raccogliere i voti di chi tra i partiti rappresentati vorrà sostenerla, riapre i giochi della politica dei misteri e delle geometrie variabili. Conosciamo questo gioco nelle sue regole elementari. Per la sinistra, secondo la tradizione post comunista, sono criminali, rozzi, brutti e cretini tutti coloro che si pongono di mezzo ai loro progetti, mentre diventano bravi, lucidi, intelligenti ed onesti coloro che invece contribuiscono al raggiungimento dei loro obiettivi.
Il fine è, e resta sempre quello, il potere. Per raggiungerlo va bene tutto, anche allearsi con coloro che un minuto prima hanno definito razzisti e xenofobi. Le geometrie variabili fanno si che non esista una maggioranza strategica, ma una che si formi a secondo delle opportunità, specie se la sinistra nel complesso è minoranza. Chi ci casca, però, nello stesso modo in cui è accettato, dopo l’utilizzo, come un vuoto a perdere, viene subito scaricato.
Questa volta l’attenzione del PD verso la Lega non è rimasta solo un intimo e contorto pensiero dei suoi leader. Si è subito concretizzata in un segnale preciso su come scavalcare l’eventuale esito positivo del referendum del 21 giugno. Si è materializzata in un calcolo aritmetico di Franceschini nel ricordare al premier che il Pdl ha soltanto 271 deputati su 630, non la maggioranza assoluta, e che in Parlamento ci sarebbe una maggioranza diversa per una nuova legge elettorale. Se Udc, Lega, Idv e PD concordassero una nuova legge, l’eventuale esito positivo del referendum verrebbe annullato. Franceschini, però, continua a sostenere il voto favorevole del PD al quesito referendario.
La chiarezza è così labile, rispetto alla confusione del segretario PD, da porre a tanti più di un problema di comprensione.
Dalle contraddizioni di Franceschini emerge immutabile l’unica strategia di questa sinistra, benché perdente, di voler considerare Berlusconi il problema, il solo. A nessuno sembra interessare della coerenza, del Paese e delle difficoltà. Nel PD c’è indifferenza per la crisi economica, per i disastri naturali, per la logica, per i numeri, per la volontà degli elettori, per la popolarità di un Presidente impegnato a trarre l’Italia fuori dalla crisi. Al PD oggi interessa più il gossip e l’intrigo, domani troverà forse un altro spunto polemico. Franceschini ed i suoi compagni di strada sanno solo creare confusione, come se le soluzioni ai problemi fossero quelle di crearne altri.
Si aveva la sensazione che bastasse un parere favorevole o un’iniziativa del Cavaliere per vedere il PD e Franceschini schierarsi a muso duro dall’altra parte, ma, ora che Berlusconi ha annunciato il suo voto favorevole al referendum, Franceschini ha cambiato tattica. Non lo contraddice. Conferma il suo parere favorevole. Si mostra, però, pronto a schierarsi con la Lega e con gli altri partiti minori per mutare la legge. Sono i misteri della politica!
Ma questo referendum, se poi si vuole cambiare la legge, perché lo si deve necessariamente fare? Non si poteva cambiare la legge prima, ed evitare di spendere soldi inutili per celebrarlo? Ma – ed è la domanda più misteriosa - Franceschini perché dice di volere modificare la legge elettorale, sostenendo il si al referendum, e poi si dispone a volerne cambiare l’esito attraverso una legge del Parlamento? E’ un mistero anche questo!
L’esito del referendum spaventa più di un partito, ma l’unica formazione politica ad uscire allo scoperto è stata la Lega: ha chiesto ed ottenuto di evitare di far coincidere la data del 7 giugno, per scongiurare la certezza del quorum; minaccia la crisi di governo, in caso di esito favorevole e senza l’impegno del Pdl a mutare la legge.
Franceschini gli tiene la corda, nascondendosi. La rottura della Lega col Pdl, con 15 punti percentuali di differenza dal partito di Berlusconi, sarebbe già un grosso risultato per un PD in profonda crisi e senza strategie di riferimento per una proposta politica di governo.
Invece di minacciare crisi di governo, impopolari e forse inutili, la Lega dovrebbe mutare la sua alleanza con il Pdl, da tattica a strategica. Il Popolo delle Libertà, forte del 40% elettorale, non può rinunciare al suo ruolo di responsabile riferimento nella conduzione politica del Paese, dalle Alpi alla Sicilia, per sottostare alle pressioni di chi stringe alleanze politiche per tatticismo, senza la pronuncia di un comune sentire di orientamento politico e di obiettivi.

04 maggio 2009

I fatti privati e la stampa

Le notizie dei fatti personali della signora Veronica Lario prendono la scena dei media, oscurando fatti di grande rilevanza in campo politico, finanziario ed industriale. E’ la seconda volta, dopo quella già scoppiata alla vigilia delle politiche del 2006, che vengono diffuse notizie sulla crisi nei rapporti tra il Presidente del Consiglio e la sua signora.
Questa volta, come l’altra, non sono le riviste di gossip ad occuparsene, ma i quotidiani di informazione più diffusi. Tra questi spiccano quelle gazzette già impegnate in campagne di stampa contro il leader del Pdl che durano 365 giorni in un anno.
Alle indiscrezioni sui rapporti privati della coppia c’è stato un prologo politico. Era da tempo che il PD e Di Pietro accusavano il Pdl di voler candidare per le prossime europee un esercito di ragazze di spettacolo, definite “veline”. Sostenevano che il Pdl volesse privilegiare le sembianze fisiche alla qualità e che l’occasione elettorale servisse a compensare i buoni servigi che un gruppo di belle ragazze avevano reso e rendevano a Berlusconi. Per l’opposizione le “veline” dovevano essere un gruppo di donnine, comandate da una regia, come soggetti di fiction, ed asservite al Mecenate. Un nugolo di belle ragazze ubbidienti e capaci di mantenere la scena. Le preoccupazioni di Franceschini e Di Pietro, però, nei fatti si sono rivelate solo fantasiose.
In questo clima di interessata moralizzazione e mentre è in corso la campagna elettorale fatta anche di piccoli flash di popolarità, come le apparizione a sorpresa in pubblico del premier, come quella in discoteca a Napoli, che si innesta il colpo di scena della signora Veronica.
Una scena di risentimento per l’offesa alla dignità di donna e di madre accende ancora una volta, in tornata elettorale, un dibattito falsato dalle frivolezze del gossip. L’attenzione che passa dal confronto politico ai fatti privati, la cui conoscenza e risonanza, con tutto il rispetto per i protagonisti, non ce ne può importar di meno, non può non destare sospetti.
E’ strano che in un confronto politico che ha visto momenti di grande interesse l’attenzione sia stata spostata sulla richiesta di divorzio della signora Berlusconi.
Con la novità di un Paese che sostituiva, alla retorica sui valori della liberazione e della resistenza, una più ampia definizione d’immagine dell’evento storico che ha liberato l’Italia dal regime fascista e dal gioco nazista, e con la celebrazione del primo maggio come festa di tutti i lavoratori e non solo di quelli marxisti, l’attenzione viene invece spostata sul commento velenoso della signora Lario che definisce “ciarpame” un mondo che anche lei molti anni fa ha conosciuto e frequentato.
E’ lecito chiedersi se non sia stata così falsata la solennità del momento storico che ha seppellito anni di odio e di intolleranza e che ha respinto la presunzione di una parte politica di impadronirsi di un periodo della storia?
Sono cadute le contraddizioni, le incomprensioni ed il silenzio delle molte viltà. È stato accantonato il rancore per il sospetto che in Italia sul finire della guerra sia stata condotta una doppia lotta: per la liberazione dal regime fascista e per l’occupazione da parte di quello comunista, con la regia di Togliatti. E’ un fatto politico rilevante! E ci si ritrova, invece, a parlare della signora Lario?
E’ emersa l’attenzione al pluralismo delle forze in campo (liberali, cattolici, socialisti, azionisti oltre che marxisti) e si è richiamato l’onore ed il rispetto di tutti, anche di coloro che, sbagliando, sono stati dall’altra parte in buona fede, com’è giusto che un popolo civile faccia e riconosca. Le parole del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio hanno ridato dignità e condivisione all’evento storico più importante della nostra democrazia e rigenerato i motivi della commemorazione del 25 aprile. Berlusconi l’ha fatto nella cornice del territorio nazionale devastato dal terremoto, per ricostituire con più forza le ragioni dell’unità nazionale.
Che ha a che fare il fallimento del matrimonio tra il premier e la sua signora, con la Storia d’Italia?
Nel momento in cui l’industria italiana ha grande rilevanza, con la Fiat chiamata negli Usa a fornire tecnologia italiana per risolvere la crisi del colosso Chrysler, con i sindacati USA che accettano tagli ai salari e concedono una tregua sindacale fino al 2015 (la Cgil non lo farebbe neanche fino a fine mese) e sempre con la Fiat impegnata in Germania per l’acquisizione di una fetta di Opel, la stampa è impegnata invece a porre l’attenzione del Paese sul gossip:
ma non è questo il “ciarpame”?
Vito Schepisi

24 aprile 2009

I manipolatori dell'informazione

Non si sa quanto Indro Montanelli avrebbe gradito essere chiamato in causa, in occasione del centenario della sua nascita, per sentirsi da miglior vita tirare la giacchetta perché avallasse la tesi di un’Italia occupata da un regime che, armato di manganello, impedisse la libertà d’informazione. E’ l’Italia che all’illusionista Santoro piacerebbe veder materializzare, per far emergere il suo immaginario eroismo di coraggioso difensore della libertà d’informazione o ergersi a vittima sacrificale, corredato di coordinate iban per bonifico bancario di riparazione.
Non si sa se Montanelli avrebbe persino gradito che a parlare di giornalismo, di professionalità e di etica dell’informazione ed ad accusare di autoritarismo ed addirittura di fascismo il leder moderato del Paese potessero essere giornalisti come Santoro, Gad Lerner, Travaglio, Mentana e Mieli.
Ancora una volta sulla televisione pubblica è stata allestita una trasmissione con molte ipocrisie e piena di rievocazioni di episodi di comodo. Una trasmissione sostenuta dallo staff e dal pubblico in sala ben allineato, come accade sempre e come piace al conduttore che però in questa circostanza è apparso, approssimativo e impreciso. Questa volta l’obiettivo di dimostrare che Berlusconi abbia il controllo dell’informazione era così inverosimile che la manipolazione gli è sfuggita di mano. Annozero si è concluso tra il nervosismo di Santoro, smentito con buona eleganza da Mieli e Mentana, con Lerner mortificato da Belpietro, con lo stereotipato sorriso simil-ebete di Travaglio e con la tristezza delle vignette del riesumato Vauro.
Per tornare al Giornalista di Fucecchio, nessuno ha mai nascosto la crisi dei rapporti tra Berlusconi e Montanelli, rispettivamente editore e direttore del Giornale fino all’inizio del 1994, e sfociata in una polemica rottura. Nessuno però, per onestà intellettuale, dovrebbe nascondere che il conflitto riveniva dalla natura dei personaggi e che fosse più caratteriale che politico, più di metodo che di merito. Quella di riconoscere a Montanelli il peso del suo fastidio per rischiare di diventare il direttore di un giornale allineato su di una parte politica, è la più grande espressione di lealtà che tutti amici ed avversari gli devono, anche coloro che sono rimasti delusi dalle posizioni assunte nei suoi ultimi anni di vita, e che lo hanno anche amabilmente perdonato.
La testimonianza della grande fermezza e personalità del fondatore de “Il Giornale” non sta tanto nel riconoscimento interessato dei suoi avversari (politici e giornalisti), quanto, invece, è da ricercare nella ferocia dei medesimi nel contrastarlo quando, col suo giornale era una voce fuori dal coro. E’ degno di grande stima ed onore, infatti, il Montanelli che uscito dal Corriere della Sera fonda Il Giornale ed occupa la scena, nonostante la ferocia e l’arroganza che covava all’interno di una opposizione politica che condizionava stampa, cultura ed istituzioni. In quell’opposizione politica che dominava le piazze, si ricorda che c’erano anche i Santoro, i Mieli ed i Gad Lerner, oltre a tanti altri che al tempo non si limitavano a porsi contro la diversità delle opinioni, ma le criminalizzavano, le minacciavano, le reprimevano. Invocavano allora un’informazione di classe, tutt’altro che libera.
A posteriori sono stati chiamati cattivi maestri e, per gli eccessi di alcuni, a sinistra si diceva che fossero anche compagni che sbagliavano. Impugnare un’arma e sparare, però, è stata solo la parte più infame di un metodo che comunque mirava a criminalizzare coloro che la pensavano in modo diverso. Dietro le pistole c’erano i movimenti di pensiero che teorizzavano la pretesa massimalista che non tutti potessero avere lo stesso diritto di esprimersi.
Invece di parlare dell’arcigno e tagliente risentimento di Montanelli contro Berlusconi, fingendo di ignorare che solo pochi mesi prima della rottura ne aveva tessuto le lodi, Santoro ed i suoi ospiti avrebbero fatto meglio a parlare della loro brillante carriera approdata ora sui lauti guadagni a spese dei contribuenti, ora nel sostegno di caste e famiglie industriali. Una bella e vantaggiosa evoluzione dopo esser stati a vociare nelle piazze contro la società borghese e per la lotta di classe ed avallato tesi sull’informazione anch’essa di classe.
Appare inverosimile pensare che ci sia un’informazione che abbia per protagonisti di riferimento gli stessi personaggi che sostengono che sia, invece, manipolata dal signore di Arcore.
E’ più che un lapsus freudiano il loro: è un dubbio amletico.
Vito Schepisi

22 aprile 2009

Durban II: il documento dell'ipocrisia

Di fatto si e conclusa prima del tempo la Conferenza delle Nazioni Unite a Ginevra sul razzismo. E' stato anticipato il documento finale per evitare che altre fratture tra i partecipanti potessero far fallire l'intera Conferenza. Il documento finale elaborato nei mesi scorsi, e limato negli ultimi giorni, in un difficile clima di intolleranza, è frutto di un difficile ed omissivo compromesso. Non serve, però, rendere solo meno irrealistico ed antistorico un documento se vengono omesse intere questioni di diritti negati e di intolleranze non rilevate.
Il dubbio di alcuni paesi, tra cui l’Italia, non si limita solo a contrastare i riferimenti alle presunte discriminazioni razziali di Israele o all’inverosimile accusa di razzismo allo Stato ebraico. C'è anche una differenza di metodo tra i paesi dell'Occidente ed i paesi cosiddetti neutrali. Le libertà fondamentali ed i diritti civili sono gestiti in modo diverso. Non ci sono solo differenze d’usi e tradizioni ma si mantengono differenze fondamentali tra uomo e donna e profonde discriminazioni per l'accesso alla pratiche religiose.
La presenza del Vaticano alla Conferenza è spiegata negli ambienti cattolici con lo scopo di allentare la repressione verso monache e suore e fedeli cattolici in alcuni paesi islamici. Come si può dar credito ad una conferenza mondiale, sotto l’egida dell’ONU, a cui si partecipa mantenendo un basso profilo per allentare una minaccia incombente?
Ci sono nazioni che negano la storia e negano l’odio razziale nazista contro gli ebrei e fomentano un odio dello stesso segno ed indirizzo. Se si pensa che sono anche gli stessi paesi che si sono attivati per redigere il documento finale! Sono paesi che non spostano di una virgola le loro intime convinzioni e la ferocia nel voler reiterare l'orrore nazista. Ci sono ancora Stati dove si consentono, con la complice inerzia delle autorità civili, intolleranze e discriminazioni che rendono difficile, o addirittura pericoloso, l'abbraccio ad una diversa fede religiosa.
E' difficile parlare di razzismo e di discriminazione senza marcare le differenze di maturità democratica. Le intolleranze non sono limitate solo al diverso pensiero, ma conducono a pericoli reali ed incidono anche violentemente sulle libertà e sui diritti degli uomini. Morte , torture, carcere duro, è un prezzo troppo alto per gli uomini che pagheranno in questo modo le ipocrisie di una Conferenza monopolizzata da un alto numero dei paesi definiti neutrali e dall’intero blocco musulmano. C’è chi spinge a spostare il tiro su obiettivi diversi, come si è avuto modo di constatare già con la Conferenza di Durban del 2001. La stessa strategia che traspariva dai difficili preparativi di quella di Ginevra, in corso, e che ha visto defilarsi per questioni di coerenza nazioni come gli USA, l'Australia, Il Canada, Israele, l'Olanda, la Nuova Zelanda, la Polonia, la Germania e l'Italia ed a cui si è aggiunta nel corso della Conferenza anche la Repubblica Ceca.
Non basta cancellare nel documento i riferimenti alla "diffamazione delle religioni" che i paesi di religione musulmana miravano ad introdurre nel testo della risoluzione finale, con l’intento di impedire al mondo intero, credente o meno, la libera espressione del pensiero ed il diritto di critica e di satira su idee e confessioni religiose, principalmente musulmane. C’era anche questa tra le pretese di un manipolo di stati fondamentalisti per poter giustificare condanne come quelle in passato inferte agli scrittori che hanno scritto su Maometto, o condanne al Papa che a Ratisbona nel 2007, con annotazioni filosofiche, si è soffermato sui dubbi e sulle perplessità risalenti al 1600 sulla storia dell'islamismo e sulle sue espressioni di riferimento.
Quello di Ginevra è il documento dell’ipocrisia i cui protagonisti sono paesi come Cuba, la Libia, L’Iran, il Sudan e la Siria. A che vale sottoscrivere una carta che valga solo a denunciare casi di presunte violazioni nei paesi occidentali, già cautelati da leggi sempre più rigide contro le discriminazioni? E che non valga, invece, ad evitare che la violenza e l’intolleranza religiosa mieta vittime nel mondo, per la sola colpa di abbracciare una fede diversa?
Vito Schepisi

20 aprile 2009

Tanti nemici, tanto onore

Si apprende che l'On. Di Pietro abbia osservato che a Montecitorio non ci sia nessuno che voglia pranzare in sua compagnia. L'ex magistrato ha aperto la campagna elettorale in Puglia traendone buoni auspici per il suo partito. Buoni presentimenti colti dalla difficoltà dei suoi colleghi deputati a relazionarsi con lui. Sostiene che tutti mostrino di temerlo e che sia proprio la crescita delle inimicizie a fargli trarre sentore di grandi successi politici. Sono le stesse conclusioni di Benito Mussolini, quando sosteneva "tanti nemici, tanto onore", anche se sarebbe prudente non fargli sapere quanto dalla quantità dei suoi nemici Mussolini traesse la misura dei suoi meriti. E’ bene che il leader dell’Idv non si monti ulteriormente la testa. E’ già difficile digerirlo per quello che è, da sembrar sin troppo inquietante pensarlo in ruoli ancor più arroganti ed autoritari. Sarebbe davvero eccessivo!
Il molisano avrebbe più affinità elettive con Hugo Chavez: stessi modi rozzi, stessa violenza espressiva, stessa mancanza di cultura. Non sappiamo, però, per i congiuntivi! La figura di Mussolini, invece, pur discutibile come lo è Di Pietro, anche lui abile nel sollecitare gli istinti più che la ragione, ha avuto un rilievo storico ed un ruolo autorevole nella coscienza del tempo, con personalità decisamente diversa dall’ex poliziotto di Montenero di Bisaccia. Paragonare Di Pietro al dittatore di Predappio è senza dubbio un azzardo storico ed intellettuale a tutto svantaggio del secondo. Mussolini non aveva solo carattere e lucidità politica ma anche maggiori qualità umane ed una cultura ben più solida di Di Pietro. Più raffinato, più carismatico, oratore retorico ma molto efficace. Niente a che fare, insomma, con il molisano cresciuto a manette e trattore.
Saranno altre, però, le motivazione che spingono i Parlamentari a disdegnare la compagnia di Di Pietro. Il personaggio si presta a riflessioni poco lusinghiere sulla sua capacità di mantenere a lungo le amicizie. Tutti i compagni dei percorsi politici seguiti dal leader giustizialista hanno poi avuto parole molto dure nei suoi confronti. I parlamentari degli schieramenti avversari non hanno poi particolari motivi d’amicizia con Di Pietro. Lo immaginano sempre pronto ad utilizzare qualsiasi confidenza che fosse utile alla sola sua causa, anche se dovesse tradire la riservatezza di coloro che gli hanno mostrato amicizia. Di Pietro è come il suo trattore, passa sopra a tutto e non fa niente per dissipare quest’impressione. Con la sua antenna moralizzatrice e forcaiola è più pericoloso di una microspia collocata per l’intercettazione ambientale. Non deve essere un piacere pranzare con Di Pietro, se si immagina ad una tavola imbandita come ad un luogo ideale per le confidenze, per i pettegolezzi, per le malignità, per le supposizioni e per il chiacchiericcio politico.
Nessuno ha, infatti, conservato a lungo stima per Di Pietro. A suo tempo neanche il capo della Procura di Milano, Borrelli. Tanti sostengono che il personaggio non sia un esempio di lealtà e che sia pronto a rimangiarsi la parola data in qualsiasi momento. Sono note le liti con i compagni di cordate elettorali a cui ha sottratto voti, rifiutandosi poi di dividere i rimborsi elettorali.
Per Di Pietro vale sempre la metafora, famosa ai tempi di mani pulite, del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, utilizzata sempre a seconda delle opportunità, tanto che tutto ciò che vale per gli altri non è detto che valga anche per lui o per chi gli sia vicino. Gli unici che gli sono stati vicini, da sempre, sono solo i componenti della sua famiglia ed il tesoriere del suo partito.
Due pesi e due misure per ogni cosa. Un giudizio severo per gli altri, comprensione ed assoluzione per se stesso e per chi gli faccia comodo. Anche le intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto il figlio hanno un peso diverso. Fa acqua anche la sua reiterata asserzione del rispetto della magistratura, se poi ad esserne vittima è un magistrato che scende in corsa alle europee con il suo partito. Quando è stato ministro arrivò ad sospendersi dall’incarico, pur non essendo prevista dalla nostra Costituzione la facoltà di esercitare le funzioni di Ministro ad intermittenza a seconda degli umori del giorno. Una via di mezzo tra la sguscevole sagoma del protagonista della commedia all’italiana e l’uomo nero che si usava per rabbonire la vivacità dei bambini. Riesce così difficile pensare a Di Pietro meritevole di “tanto onore” per la misura della quantità dei suoi nemici!
Vito Schepisi

18 aprile 2009

Il referendum inutile

Sul referendum elettorale è bene fare un po’ di chiarezza, perché si ha l’impressione che si stia sviluppando il solito metodo della cortina di fumo sollevata per confondere le idee. E’ partito il gioco delle strumentalizzazioni di parte. Tutti aspettano le mosse e le decisioni degli avversari. Si è anche convinti che a mestare ci proverà anche Annozero.
Questa è l’Italia della faziosità e della disinformazione. E’ l’Italia dei viaggi di cinismo, col tassametro pagato dai contribuenti. Gli sciacalli da noi prendono lo stipendio a fine mese, in alcuni casi molto alti, pari a più di due anni interi di quello della gran parte dei lavoratori che invece in silenzio e commossi effettuano bonifici, fanno sottoscrizioni ed inviano sms da un euro per contribuire ad aiutare gli sfollati aquilani.
C’è da rilevare che il quesito referendario è ignoto a gran parte dei cittadini. Nessuno si preoccupa di fare chiarezza. E’ vero che è difficile spiegare i diversi passi delle norme da abrogare, ma in compenso è facile chiarire gli effetti pratici che ne conseguirebbero.
Fatta eccezione per i referendum attivati per le modifiche costituzionali, con le modalità previste dalla Costituzione, il referendum in Italia è solo abrogativo. Quello da svolgere è stato richiesto per rispondere a tre quesiti. I primi due analoghi, uno per la Camera e l’altro per il Senato, con cui, attraverso articolati richiami alle leggi elettorali in vigore, si chiede di abrogare la previsione degli accorpamenti elettorali tra i partiti. Le modifiche avrebbero per conseguenza l’attribuzione del previsto premio di maggioranza al solo partito più votato. Il terzo quesito, meno importante per gli esiti politici, ma altrettanto importante, invece, per il rispetto della volontà degli elettori, vorrebbe impedire la presentazione degli stessi candidati in più collegi elettorali, in modo tale che per conoscere gli eletti non si devono aspettare le opzioni dei capilista.
Per sgombrare il campo dalla strumentalizzazione più facile, c’è un solo partito a cui questo referendum converrebbe in assoluto ed è il Pdl. Con le modifiche previste dal referendum, con una stima di forza elettorale attuale del 40% degli elettori, sarebbe il partito di gran lunga più votato ed arriverebbe a conquistare alla Camera, per effetto del premio di maggioranza, ben 340 seggi pari a circa il 55% del totale. Più difficile sarebbe, invece, ipotizzare il numero dei seggi al Senato, in quanto il premio di maggioranza è calcolato regione per regione, ma anche a palazzo Madama la maggioranza complessiva dei seggi per il Pdl sarebbe fuori discussione.
Dinanzi a questa realtà inconfutabile tutti i partiti, al di fuori di quello di Berlusconi, dovrebbero essere contrari a questo referendum. In caso contrario si dovrebbe pensare che tutti siano stati fulminati sulla via di Damasco e si siano convertiti ad un sistema bipolare e bipartitico. Se così fosse tutti dovrebbero pensare di dover confluire o nel Pdl o nel PD. Ma non sembra che siano queste le intenzioni!
Al tempo Veltroni ha avuto difficoltà nel sostenere la raccolta delle firme, non si conosce oggi come la pensa Franceschini. Il referendum piace, però, a Di Pietro e francamente non se ne capisce il perché. Forse bluffa anche lui, come tutti, come sempre!
Assieme a Franceschini, Di Pietro insiste per l’Election Day, pur sapendo che l’accorpamento con le elezioni europee ed amministrative di giugno agevolerebbe il raggiungimento del quorum rendendo così effettive le modifiche. Sembra, infatti, scontato l’esito positivo del referendum. E Di Pietro bluffa ancora, bluffa sempre!
L’esito favorevole renderebbe persino difficile, se non impossibile, l’approvazione bipartisan di una nuova legge elettorale. Nella scorsa legislatura, prima che Prodi cadesse, lo spauracchio del referendum aveva favorito l’apertura di un ampio dibattito e di un accenno di un tavolo di confronto. Perché non riprenderlo rinviando la consultazione?
Si parla di voler risparmiare il costo delle consultazioni e sarebbe saggio per le tante ragioni che si conoscono. C’è un modo, però, per risparmiare ancora di più, ed è proprio quello di rinviare il referendum, con lo scopo di superarlo del tutto, modificando nel frattempo l’attuale legge elettorale.
Vito Schepisi

15 aprile 2009

Il pluralismo che manca


L’Italia, come tutte le democrazie, si avvale di una grande diversità di opinioni. I cittadini italiani sono da sempre abituati a dividersi su tutto. La storia ci rimanda a vicende di contese, di rivalità, di famiglie, di faide e di campanilismi esasperati. L’Italia si spacca per lo sport e la politica, si spacca tra laici e cattolici e sulle scelte istituzionali, come con il referendum su Repubblica e Monarchia del 1946, si spacca persino sulle regole dell’informazione, o sull’informazione senza regole, in cui emergono enormi contraddizioni tra libertà ed arbitrio.
Le divisioni ci sono, ma la rappresentazione del pluralismo, invece, appare molto compressa, o sembra mancare del tutto. Si ha la sensazione che non ci sia un ragionevole rapporto tra il Paese reale, con le sue ansie e le sue aspirazioni, e la quantità della diffusione plurale delle istanze culturali e sociali dei cittadini italiani. Lo si avverte, in particolare, in alcuni settori come quello, non a caso parlando di pluralismo, della formazione e dell’informazione.
Si ha l’idea che emerga una parte, sempre la stessa, negativa per pregiudizio ed un’altra, invece, per definizione giusta o potenzialmente tale, e sembra che ogni questione possa essere risolvibile soltanto in un’area politica, tanto da far sembrare persino superfluo il confronto con l’altra.
Soffermandosi principalmente sull’informazione, non si può tralasciare un giudizio di merito sulla formazione, per ricordare che gli attori, in gran parte, sono rappresentati dagli ex giovani della cosiddetta rivoluzione culturale, a cavallo tra la fine degli anni sessanta del secolo scorso e l’inizio degli anni 70. E’ una fascia di società medio - alta che ha goduto della garanzia del voto politico, della promozione e della laurea. L’hanno spacciata per conquista della parte debole della società (gli studenti) che solidarizzava con gli operai delle fabbriche. Basterebbe solo ricordare che questi studenti, al contrario degli operai e dei proletari dell’epoca, hanno continuato a mantenere gli agi delle famiglie di provenienza, i lussi, i modi chic e l’elitario privilegio di avere le carriere e gli spazi assicurati nella società benestante, tra cattedre universitarie “ereditate”, studi professionali già avviati ed inserimento nel mondo del lavoro. L’affermazione nella società che conta gli è stata garantita, in larga parte, dalla rete delle conoscenze delle famiglie, delle caste, del clero, e delle massonerie politiche. E’ bene anche ricordare, per chiudere sulla formazione, che nella scuola e nelle università questa nuova classe padrona ha mantenuto la stessa intolleranza e lo stesso pregiudizio intellettuale e sociale che aveva coltivato negli anni della sua formazione, sia per l’indirizzo culturale che per il rispetto del pluralismo politico.
E’interessante soffermarsi sull’informazione perché si ha l’impressione che non sia soltanto l’eccesso di predisposizione ideologica ad animare la preponderanza della faziosità politica, ma anche l’interpretazione zoppa della deontologia professionale. C’è una visione classista dell’informazione che vorrebbe giustificare il divario quantitativo con il Paese reale. Per la democrazia liberale, invece, l’informazione deve articolarsi per comprendere l’interpretazione plurale della società. Nei paesi liberi, la cultura non deve essere una gabbia in cui far pavoneggiare i mentori, ma deve essere lo specchio della società e deve poter animare il confronto tra le ragioni diverse di una pluralità d’ispirazioni e d’esperienze.
Sarebbe preoccupante pensare ad una cultura di Stato che renda monca la rappresentazione degli stati emotivi del popolo. La diffusione della coscienza popolare è il tributo della democrazia agli uomini che sono i reali protagonisti della storia. Ed è attraverso il confronto politico plurale che il popolo partecipa alle scelte politiche del Paese e realizza il sistema del metodo democratico.
Se queste premesse sono autentiche, se sono sintesi della democrazia e se sono accettate dalle parti politiche che si richiamano alla Costituzione, ci sarebbe da chiedersi perché non si dovrebbe definire autoritaria e totalizzante quella mancanza di pluralismo politico che aleggia in alcuni spazi dell’informazione pubblica. Perché è consentito ad un signore di appaltare ad una parte politica, la più intollerante e discutibile, di offendere il nostro popolo e la sua grande umanità dal video di una tv pagata dai contribuenti italiani?
Vito Schepisi

11 aprile 2009

L'utenza tradita


Ci chiediamo se sia più offensiva l’insolenza e la cattiva educazione, o la sensazione d’esser presi in giro con malcelato garbo. Nel rapporto tra utenti e gestori dei servizi è stato rimosso solo l’approccio conflittuale con l’utenza, lasciando invariata la sostanza. Abbiamo la percezione della gentilezza per contratto e resta l’amarezza di constatare che la presa in giro non sia meno mortificante della cattiva educazione. Passare dalla strafottenza con punte d’arroganza all’assicurazione di un rapido intervento che invece non viene effettuato non cambia il risultato.
Si è parlato tanto dei diritti dei consumatori, ma sono stati modificati solo in apparenza, meno negli effetti pratici. Quando per un disservizio si ha a che fare con i fornitori, si ha l’impressione che non sia cambiato niente. Se si ottiene qualche risultato è solo per la diffusione dei processi di automazione e per l’avvento dell’informatica e non per una diversa disponibilità dei gestori. La sensazione è che niente sia fatto per rispetto dei consumatori, come se non esistessero esigenze e disagi per l’utenza, ma solo pratiche da smaltire ed un fastidio in più da dover subire.
Forse non avremo più, dopo reiterati corsi sulla soddisfazione del cliente, l’addetto che si sfoga e dice: “abbiamo tanto lavoro”; “guardi la scrivania è colma di richieste come la sua”; “abbiamo bisogno di altro personale, ma non si vede nessuno”; “qua tutto va a rotoli, ma non si preoccupi, abbia pazienza, appena possibile provvederemo a soddisfare anche la sua richiesta”. Ora prevale la forma: “lei ha inoltrato il reclamo il giorno x e la tempistica della nostra società per risolvere un guasto va da 24 ore a 7 giorni. Stia tranquillo che entro quella data risolveremo anche il suo problema”. Ci sarebbe persino da sentirsi in colpa per averne dubitato!
Ma come non essere contrariati per quel servizio che, per responsabilità del fornitore, non viene erogato e che si paga comunque? Come vincere l’irritazione nel pensare che la stessa utenza, senza estenuanti pratiche burocratiche e senza costi eccessivi ed esiti incerti, non possa essere sostituita in tempi rapidi da altro fornitore? Manca la certezza di poter cambiare senza subire ulteriori disservizi. Prevale l’irritazione per sentirci incapaci di far valere le nostre ragioni. Non è mai possibile parlare con un responsabile, o conoscere le modalità di lavorazione della propria pratica. A volte otteniamo solo l’assicurazione dell’inoltro di un sollecito che vale il tempo che trova ed alimenta ancor più la sensazione d’esser presi in giro. Mi è appena accaduto per la connessione ad internet.
Con la connessione “eccellente”, con segnale al massimo, se manca “l’allineamento internet”, non si tratta di un guasto alla linea, con necessità di tempi utili per la riparazione. Le cause possono essere solo due: modem - router guasto (il mio caso); cavi rotti o scollegati. A saperlo, però! Nel frattempo si continua a pagare una fornitura che non si ha, ed aspettare.
E’ come se, andando dal salumiere per comprare un etto di prosciutto, pagassimo la merce richiesta senza che ci fosse fornita, benché presente sul banco, ed il salumiere - alle nostre proteste - ci rispondesse: “guardi faccia reclamo ed entro sette giorni avrà il suo prosciutto”. Ed è come se alle nostre ulteriori rimostranze il salumiere replicasse: “sappia che ci sono tante richieste e tanti clienti da soddisfare. Deve avere pazienza! Vedrà, però, che nei termini stabiliti dalla nostra carta dei servizi saremo in grado di fornirle il suo prosciutto. Lasci nel suo interesse il suo numero di cellulare e ci comunichi le ore della giornata in cui potremo chiamarla e vedrà che appena possibile, e comunque entro i sette giorni successivi al suo reclamo, un nostro addetto la chiamerà per risolvere il suo problema”. Diamine che c…! E come non compiacersi per tutta questa gentilezza?
Può sembrare assurdo ma è ciò che, né più e né meno, accade con le utenze e, pensandoci bene, occorrerebbe più tempo a tagliare un etto di prosciutto, incartarlo, farlo pagare e dare il resto, di quanto non occorra invece per risolvere un problema di una linea internet.
La dimensione di una umiliazione è possibile comprenderla quando la si affronta in prima persona. E’capitata questa esperienza negativa con il mio gestore, ma con gli altri sarebbe stata la stessa cosa. L’indifferenza verso i bisogni dei cittadini è mortificante. Un servizio senza assistenza tecnica adeguata è offensivo. L’utenza è tradita.
Vito Schepisi

02 aprile 2009

Piano casa ed opposizione confusa


C’è una novità nell’accordo tra Governo e Regioni per il rilancio dell’edilizia privata, ma è una novità di cui si poteva anche fare a meno. Saranno i consigli regionali sulla base di un decreto quadro del Governo, da emanare entro una decina di giorni, ad approntare regione per regione, entro e non oltre 90 giorni dall’emissione del decreto stesso, le leggi attuative. Solo in caso di inadempienza nell’adozione del provvedimento legislativo interverrebbe un commissario ad acta nominato dall’esecutivo.
Se ne poteva fare a meno! Si poteva evitare, soprattutto qualora il decreto emanato dal Consiglio dei Ministri fosse già comprensivo delle norme di cautela ambientale, di salvaguardia dei centri storici e delle elementari norme urbanistiche e se, ugualmente in intesa con la Conferenza delle Regioni, avesse potuto superare ogni ostacolo relativo alle competenze in materia.
La volontà del Governo era questa! Nessuna prevaricazione e nessuna volontà di sottrarre competenze: solo la consapevolezza dell’urgenza.
Il decreto che si voleva emettere, già da primo momento, intendeva introdurre tutte le cautele possibili e gli organi di gestione locale del territorio avrebbero dovuto introdurre, come nel caso dell’apposita legge regionale, i regolamenti, i controlli, i limiti e le tutele.
Cosa sarebbe cambiato in sostanza rispetto ad ora?
Ma l’Italia è il Paese del diritto formale! E’ un vero peccato, però, che questo diritto venga meno, e spesso, quando invece è sostanziale, soprattutto se in relazione alle libertà ed alla dignità del cittadino. Non sono opinioni, ma statistiche, quelle che certificano che il cittadino italiano sia vessato per il godimento di ogni suo diritto e che venga scoraggiato dalle lungaggini e dagli impedimenti burocratici allorquando dia corso ad ogni sua richiesta rivolta alla pubblica amministrazione, locale e nazionale, soprattutto in campo urbanistico.
L’attuale formulazione dell’accordo tra Governo e regioni si traduce soltanto in una evidente e quantomai incomprensibile - se non per astio politico ed ideologico - perdita di tempo.
Le regioni hanno competenza sul territorio per i piani e gli interventi urbanistici? Sacrosanto! Ma cosa avrebbe impedito alle stesse di adottare un testo unico approntato dal Governo, discusso con le regioni, comprensivo di tutele e di divieti? In presenza di preoccupazione occupazionale e di crisi recessiva, la collaborazione degli italiani con l’Italia, per abbreviare i tempi degli interventi, sarebbe un’azione virtuosa ed un grande esempio di responsabilità.
Non si può scendere nelle piazze per l’occupazione per poi ritardare di circa 120 giorni un provvedimento che secondo le previsioni più prudenti avrà la capacità di mettere in campo circa 750.000 posti di lavoro su tutto il territorio nazionale.
Sorge il sospetto che gli enti locali mal digeriscano interventi in settori che da sempre, gestiti dalla politica e dalle caste tecnico-burocratiche sottraggano potere ai soliti noti. Un diritto che si ottiene con una semplice formalità si trasforma in un potere perduto. Si può interpretare così la vischiosità degli atteggiamenti posti in ostacolo.
L’opposizione esulta. Franceschini e Di Pietro cantano vittoria, ma riesce difficile capire per cosa. Sono venuti meno gli allarmi per la presunta devastazione del territorio? E sono venuti meno solo perché all’esercizio di un regolamento attuativo con controlli urbanistici ed ambientali, previsti già dalla bozza del governo, si sostituiranno una ventina di leggi regionali? Cosa cambierà se non a ritardare i tempi, il voler continuamente porre ostacoli di indecorosa “gelosia” politica per poi ottenere gli stessi interventi edificatori, invece che in vigore da subito, per bene che vada, solo tra tre mesi? Sembra un film già visto. La spazzatura di Napoli, l’Alitalia, l’astio antisociale della Cgil.
Erano stati diffusi studi sulla quantità di cemento sul territorio nazionale e c’è stato persino chi in televisione, da Fazio, ha sostenuto che l’architettura degradata delle nostre periferie sia la testimonianza del nostro passato e che per tale ragione andrebbe lasciata integra in quanto parte del nostro patrimonio culturale. Ci sarebbe da scommettere che tra un po’ si tornerà a dire che gli autori dello scempio edilizio del passato andrebbero invece arrestati. C’è tanta confusione, come sempre, specialmente a sinistra!
Vito Schepisi

30 marzo 2009

Un Governo che governi ed un Parlamento che controlli

Un congresso di partito si consuma, per tradizione, tra auto-celebrazioni, richiami emotivi ed indicazioni di gestione e di programmi. Per un partito di governo coincidono, per logica, con le iniziative legislative e con la rotta da tenere sugli obiettivi da raggiungere. Si consuma anche nella lotta interna alla ricerca di spazi di comando e di ruoli di visibilità nella gestione: aspetto in cui emerge spesso la degenerazione partitocratrica e la natura mestierante del personale della politica. Nel Pdl è venuto meno questo risvolto discutibile che passa anche per pluralismo e democrazia interna. Si è scelto di affidare gli incarichi a tavolino, per garantire a tutte le componenti spazio ed adeguata visibilità. E’ un metodo che è stato adottato anche con la costituzione del PD. Tutte le componenti sono state rappresentate equamente nell’intento della convergenza e dell’unità organizzativa. Ed in un Congresso costitutivo di fusione tra più partiti non poteva che essere così.
Chi si aspettava qualcosa di diverso alla Fiera di Roma, per il metodo, non è affatto in buona fede. Le proposte si possono criticare, si può discutere su ciò che è stato detto o fatto, ma sostenere che sia stato un congresso auto-celebrativo, scontato, privo di pathos e di grandi ispirazioni è solo pretestuoso e serve solo a confermare il reiterato pregiudizio della sinistra in Italia. Il Congresso del PD di Veltroni era stato salutato, infatti, con diversa attenzione dall’opposizione, soprattutto per l’inizio di una diversa stagione del confronto politico. E’ quasi palpabile la cultura profondamente diversa per il rispetto e per la tolleranza con la sinistra italiana.
Il Pdl è nato nella tradizione comune di tutti i soggetti politici, con un discorso di apertura di Berlusconi sul chi siamo, da dove veniamo e per cosa ci siamo trovati. Si è poi animato un dibattito dai toni differenti sulle iniziative, si sono sottolineate aperture sui temi più affini ai personaggi che via, via si sono succeduti sul palco. Sono stati affrontati tutti, o quasi, gli argomenti dell’attualità politica. Le differenti espressioni, pur se composte, com’è nella natura di una forza di centralità liberale, democratica ed interclassista di tradizione europea, si sono mostrate articolate in spinte verso tutte le sensibilità democratiche. Il partito del Popolo della Libertà ha mostrato d’essere la sintesi di una vasta fascia popolare con attenzioni differenti, ma con consistenti valori comuni.
Il bipolarismo è un valore che sta prendendo strada nella volontà del Paese. L’aspetto più peculiare è nel far sviluppare, finalmente, un vero confronto democratico tra le due grandi forze di estrazione popolare. Questo processo passa attraverso la capacità di far sintesi all’interno. Le forze politiche contendenti devono, per una democrazia compiuta, poter rappresentare una base riconoscibile di valori condivisi. I contenuti dell’azione e delle proposte politiche devono essere il risultato di un dibattito interno in cui, se è il caso, ognuno debba rinunciare a qualcosa o debba adeguarsi a cogliere il giusto equilibrio, tra le scelte, che non mortifichi le aspettative degli altri: questo è tra i principi del liberalismo ideale e politico.
Il Congresso si è concluso con un discorso per obiettivi, con l’indicazione di un’attività propulsiva verso le riforme e la modifica dell’organizzazione dello Stato. È stato ribadito l’impegno, per responsabilità di governo, a supportare tutte le possibili misure per fronteggiare la crisi: sostenere l’economia, difendere l’occupazione e promuovere lo sviluppo, senza lasciar indietro nessuno.
L’iniziativa per la riforma dello Stato e della seconda parte della Costituzione non sono un capriccio di Berlusconi: fanno parte di una reiterata iniziativa parlamentare. Sono passati 26 anni dall’istituzione della bicamerale del 1983, presieduta dal liberale Aldo Bozzi e vanificata con la caduta della legislatura. Ci ha provato D’Alema, con quella del 1997, naufragata nella furbizia di voler cautelare la casta dei magistrati. Anche la Riforma approvata in doppia lettura dal Parlamento nel 2005, dopo l’insediamento di Prodi nel 2006 e gli appelli apocalittici di un ex Presidente della Repubblica (con altro da dover spiegare agli italiani) – si parlò di divisione dell’Italia - è stata respinta dal referendum del 2006. Tra il 2007 ed il 2008 c’è stata la bozza Violante, quella che Veltroni voleva discutere in alternativa allo svolgimento delle elezioni politiche. Ora Franceschini sostiene che ci sia da pensare alla crisi economica! La Riforma è invece inderogabile perché non c’è un Berlusconi che vuole maggiori poteri per se, ma è l’Italia che deve dotarsi di strumenti più rapidi per uscire dall’immobilismo “per un Governo che governi ed un Parlamento che controlli”.
Vito Schepisi

27 marzo 2009

L’Italia libera ritrova una grande forza popolare

Nasce un nuovo partito, ma questa volta ne fa fuori almeno due. E questa è già una buona notizia. I tempi della semplificazione politica e parlamentare in Italia, però, sono ancora lunghi. Liberarsi da tanti individualismi e dai partiti/strumenti di megalomanie personali è ancora di là da venire, ma si spera che la chiarezza delle posizioni possa offrire il necessario contributo all’azione del corpo elettorale. Ci sono in Italia più formazioni politiche che idee, più protagonisti che strategie di sviluppo, più antagonisti che materia del contendere, più chiacchiere che sostanza per dirla nel gergo popolare.
Nel nostro Paese accade che i nuovi soggetti politici si formano quando ci sono personalismi da far prevalere, si formano quasi sempre sostenendo di voler dire qualcosa di nuovo o con scissioni per riaffermare alcuni principi ideali ritenuti abbandonati dai vertici. Non sempre, però, gli elettori riescono a comprendere le differenze. Le nuove aggregazioni e le scissioni, invece di creare più spazi di scelta e di raggiungere fette più ampie di elettorato, finiscono al contrario per scoraggiare l’espressione del voto. Si crea più confusione e si sviluppa persino una maggiore irritazione da parte di tanti cittadini che nella moltiplicazione dei partiti vedono rispecchiarsi il prevalere del malcostume politico o ancor di più gli effetti della degenerazione del sistema democratico.
Questa volta, con la nascita ufficiale del nuovo partito del Popolo delle Libertà, c’è l’idea che si stia consolidando un partito di ispirazione popolare per aggregare pensieri ed ispirazioni diverse, ma con il sostegno di un filo conduttore formato sui principi complessivi della libertà e della democrazia. Il Pdl prende corpo in un’area politica che immerge le sue radici nei valori della civiltà occidentale e nelle tradizioni popolari della nostra gente. La famiglia, il campanile, il rispetto, la solidarietà, le libertà, l’orgoglio ed il senso di appartenenza, si sostanziano nella richiesta di regole proprie di uno stato di diritto che siano rispettate da tutti, senza eccezioni. Il Pdl sembra il partito predisposto a cogliere tutte le istanze di sicurezza e di efficienza degli italiani per farne motivo di soluzione politica. Nasce per trasformare in altrettante risposte legislative le richieste di vivibilità urbana di tutti i cittadini, italiani e non italiani, della comunità europea ed extracomunitari, purché rigorosamente regolari, e si predispone per farlo con gli strumenti della democrazia, senza abusi e prevaricazioni, con la tolleranza propria di un paese civile, ma anche con quella determinazione e con quella responsabilità che manca ormai da molto tempo.
C’è un’Italia libera, orgogliosa della sua unità nazionale, che non si riconosce solo nei principi della resistenza e dell’antifascismo, ma anche in quelli della liberazione da tutte le tirannie. Il secolo scorso ha portato via gli orrori delle ideologie nazionaliste e massimaliste e tutti quei moti di pensiero marxista che proponevano la lotta di classe e la formazione del centralismo politico dello Stato che, in nome dell’uguaglianza, aveva come obiettivo quello di cancellare la centralità dell’individuo e la sua libertà economica. La nuova Italia che vuole emergere è senza complessi di inferiorità e si vuole affermare con umanità, ma anche con dignità, fermezza e coraggio.
Nasce da oggi un’Italia protagonista nel proprio Paese, come nell’Europa e nel mondo.
L’allineamento nel “pensiero unico” ed il silenzio del “politicamente corretto” avevano smorzato le coscienze di tanti. L’egemonia culturale imposta aveva sacrificato l’emergere della cultura plurale, forse meno teorica, meno sociologica ed idealista, ma certamente più pragmatica. Il bene, infatti, si costruisce coi fatti, con il lavoro e l’impegno, e non con le teorie sociali. L’integrazione si ottiene con la collaborazione e l’umiltà e non con l’arroganza. Le riforme si attuano col confronto e le rinunce ai privilegi e non con il pregiudizio e la guerriglia urbana.
C’è finalmente l’espressione di un’Italia libera e pluralista che condanna tutte le tirannie e tutte le ideologie quali strumenti di mortificazione della libertà e della dignità dell’uomo. Ed è un’Italia che è maggioritaria nel Paese. C’è un partito, nuovo nella sua coesione, che si ispira alle libertà e che nasce sui principi della laicità, ma nel rispetto delle coscienze di tutti e che si contrappone alle visioni integraliste e fondamentaliste per affermare la supremazia della società civile.L’Italia si ritrova, finalmente, con una grande forza popolare di ispirazione democratica e liberale.
Vito Schepisi

26 marzo 2009

Il Piano Csa tra opportunità e libertà

Con la proposta del “Piano Casa” annunciato dal Governo ci sarebbe da porsi dinanzi a due quesiti. E’ vero che le domande si intreccerebbero a loro volta con numerose altre di ordine economico, ambientalista, burocratico ed utilitaristico, ma è anche vero che tutte le questioni relative a scelte ed iniziative che coinvolgono interessi, ambiente, sviluppo, lavoro e persino il gusto estetico, inevitabilmente finiscono per essere centro di dibattito e di scontro. Arrendersi per evitarlo, specialmente in una stagione di crisi recessiva, finirebbe solo per premiare l’immobilismo ed il partito del “no”.
Non si può non riflettere sul susseguirsi degli ostacoli che finora hanno solo frenato il Paese e che hanno ritardato il suo processo di sviluppo, rendendolo più vulnerabile, meno sicuro, a rischio ambiente per carenza di dotazioni tecniche (come si è visto per Napoli), con meno servizi, poco autonomo per la dipendenza verso gli altri paesi (comunitari e non ) e senza infrastrutture di alto profilo tecnologico e di effettiva integrazione del territorio e delle comunità. Un paese senza rapidità nelle risposte è spesso un paese perdente e, cosa ancora più grave in tempi di globalizzazione, diviene un’entità nazionale tagliata dalla domanda e dal mercato.
In fin dei conti si vorrebbe solo che ci fosse meno pregiudizio, ma che restassero tutte le garanzie della democrazia e dei diritti di ciascuno. Il pregiudizio, ed un sistema costituzionale troppo legato all’equilibrio dei poteri, rendono alla fine un servizio contrario alla stessa democrazia che deve essere scelta e non vincolo: deve essere la soluzione, con il potere esercitato dal popolo e non la causa stessa del problema.
Il primo quesito attiene all’opportunità economica di dar impulso al settore edilizio, fermo per mancanza di mercato, per far muovere la domanda e rilanciare l’economia. L’edilizia coinvolge settori diversi, ed anche differenti tra loro, e fa scorrere quel fiume, al momento rinsecchito per mancanza di affluenti, che è la circolazione del danaro. L’edilizia è anche il bene rifugio su cui milioni di italiani sono disposti ad investire ancora i loro risparmi e su cui nutrono ancora la fiducia di non restarne traditi e, soprattutto, di non doversi ritrovare vittime di sofisticati prodotti di ingegneria finanziaria che hanno ridotto o azzerato i loro portafogli.
Il secondo quesito, invece, attiene alle soluzioni della crisi abitativa del Paese, al reale esercizio dei diritti di ciascuno, alle occasione per ridurre il degrado ambientale, al rilancio stesso dell’edilizia popolare, al diritto liberale di poter disporre della proprietà con interventi conservativi, di ristrutturazione e di ampliamento nel rispetto dei vincoli e dell’impatto ambientale, e senza doversi far carico di procedure lunghe, estenuanti, difficili, spesso troppo onerose e quasi sempre avvolte da dubbi di privilegi ed ostacoli, dosati per clientelismo o interesse privato.
La risposta di buon senso ai due quesiti non può che essere positiva. Per il primo, i dati dell’osservatorio della Cgia di Mestre - associazione di artigiani e piccole imprese che fornisce dati riconosciuti attendibili sui fenomeni di natura economica, commerciale ed occupazionale - stimano in 79 miliardi di Euro, in più anni, il volume di affari che deriverebbe da questa iniziativa ed in 745.000 i nuovi posti di lavoro che si creerebbero nel settore edilizio e nell’indotto.
Sarebbe un risultato straordinario che di per se, in termini statistici, annullerebbe gli effetti della crisi per la perdita ipotizzata dei posti di lavoro e per le previsioni della riduzione del Pil. Il fatturato è ipotizzato dalla Cgia di Mestre sulla base di percentuali molto prudenti, sia per il rifacimento delle vecchie costruzioni (appena l’uno per cento), che per l’ampliamento di quelle dove sarebbe possibile l’aumento della cubatura (solo il 10 per cento).
Per il secondo quesito ci sarebbe da chiedersi se il saccheggio del territorio, nel passato, sia attribuibile ai privati che hanno chiesto le licenze edilizie o a coloro che non le hanno mai chieste, contando su sanatorie e condoni? Se sia stato attuato da coloro che chiedono di utilizzare spazi possibili, con l’aumento delle cubature nelle forme compatibili con il decoro architettonico, o da coloro che, non si sa come, ottenevano licenze edilizie in zone di interesse artistico ed ambientale?
Il Paese e le parti politiche, sociali, professionali ed intellettuali, anziché porsi questi due semplici quesiti, che fanno? Fanno, invece, a gara per porre ostacoli burocratici e … costituzionali!
Vito Schepisi su l'Occidentale

18 marzo 2009

I soldi veri


I soldi sono solo sulla carta e non sono veri quando, come alcuni sostengono, si formano su ipotesi di distribuzione a spese degli altri, senza averli incassati e senza valutarne l’impatto, anche in termini di fiducia, con coloro che dovrebbero metterli a disposizione. Di soldi non veri si è sentito parlare a cataste negli ultimi giorni, da quelli per garantire il salario per tutti, agli altri per gravare sui redditi più alti ed offrire un’elemosina (circa 5 euro al mese) ai meno fortunati.
Il sistema fiscale italiano, progressivo, trova la quasi totalità dei cittadini entro fasce di reddito, che vanno dalle più basse alle medio-alte, con aliquote già molto elevate e spesso non sostenibili. E’ quasi insignificante, rispetto alla totalità dei contribuenti, il numero di coloro che, invece, godono di alte fasce di reddito e che hanno aliquote di prelievo fiscale già maggiorate, quasi al limite della convenienza economica per programmi di crescita e di investimenti.
Con le sole ipotesi, si sa, è possibile far volare anche gli elefanti, soprattutto quando sulla responsabilità prevale tanta insana demagogia e tanta insensibilità per le sorti del Paese. E’ necessario, invece, uscire presto e bene dall’attuale crisi globale dei mercati e si ha bisogno della fiducia e dell’impegno degli italiani.
Quando la Presidente degli Industriali, Emma Marcegaglia, ha parlato di soldi veri si è riferita alle disponibilità immediate dei finanziamenti a favore delle imprese, e dal suo punto di vista ha ragione. La piccola e media industria soffre di crisi di liquidità. Il denaro è fermo, non gira. Il fatturato si riduce e con il calo della domanda si riducono i margini. I capitali delle imprese sono impiegati sulle scorte che non vengono smaltite. Non si riesce a far fronte alle spese correnti ed agli impegni finanziari programmati (mutui, leasing, investimenti). La spinta diretta alle banche di finanziare le imprese, anche con gli strumenti messi a disposizione con i Tremonti-Bond, procede con molta lentezza. C’è preoccupazione ed attesa. Il sistema bancario non riesce ancora a quantificare le perdite dei portafogli delle singole aziende di credito. Anche gli assetti manageriali delle banche mostrano impreparazione e inadeguatezza, soprattutto in relazione ai lauti compensi percepiti che gravano sulle famiglie e sugli operatori economici attraverso i costi, tra i più alti in Europa e nonostante i servizi tra i più scadenti.
Le iniziative del Governo per gli ammortizzatori sociali, i soldi alle famiglie, gli incentivi per l’auto, la possibilità per le banche di ottenere fondi patrimoniali da trasformare in strumenti di credito, il rilancio delle grandi opere pubbliche e lo stesso piano casa che si diversifica sulle diverse esigenze, dai mutui agevolati per gli alloggi popolari, all’aumento della volumetria con una legge quadro da introdurre e su cui attivare le regioni, ai piani per la realizzazione dai 5 ai 6 mila nuovi alloggi di case popolare che diventeranno circa 20.000 entro il 2011, ottengono il sostegno dell’Europa e della banca D’Italia. A tutto questo c’è anche l’impegno del Governo a non lasciare indietro nessuno.
I soldi veri, rapidi e tangibili, stanno arrivando con la revisione degli studi di settore che allenterà la pressione del fisco sulle piccole imprese già in difficoltà e soprattutto, annunciato dalla stessa Marcegaglia, con la costituzione di un fondo garanzia di 1,3 miliardi per i piccoli finanziamenti alle imprese, sul modello dei consorzi fidi, che potrà sviluppare credito per circa 70 miliardi di euro.
Tutte le iniziative hanno la logica necessità di tempi di avvio, ed è da mettere in conto anche l’impatto con gli altri attori dello stesso processo. Il piano casa, ad esempio, è ancora all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri, necessita la sua integrazione con il testo unico per l’edilizia e l’approfondimento sulle competenze che il governo intende affrontare in uno specifico incontro con le regioni. Anche le polemiche, specie se pretestuose, spesso non agevolano una partenza veloce.
Sono tutte situazioni che ben si conoscono quelle che frenano le attività dell’esecutivo soprattutto nei casi di urgenza. La decretazione spesso si scontra con le esigenze costituzionali e motiva polemiche. La rapidità si incaglia nei regolamenti parlamentari, si blocca con la visibilità dell’opposizione, confligge con i due rami del parlamento che fanno lo stesso lavoro.
La velocità della globalizzazione, in Italia, finisce così col scontrarsi con le lungaggini parlamentari e con l’inadeguatezza nei tempi della conversione in legge dei provvedimenti in esame.
Vito schepisi

13 marzo 2009

L'altro aspetto della crisi



Se ne parla meno, ma c’è un altro aspetto della crisi dei mercati che meriterebbe maggiore attenzione. La recessione non è un fenomeno economico alimentato dalla spesa o dai parametri alterati per il superamento della soglia del deficit d’esercizio in rapporto al Pil, stabilita a Maastricht, ovvero per l’incremento del debito pubblico. Questi stati dell’economia, infatti, sono per lo più fenomeni gestiti dai governi attraverso le politiche di bilancio e risolvibili con interventi sulla spesa, oppure coi tagli dei costi e/o con le manovre fiscali. La recessione è riduzione della produzione, è contrazione del lavoro, è rallentamento della circolazione monetaria, è riduzione degli investimenti, è contenimento dei consumi. Sono tutti fenomeni che non producono solo effetti sull’economia o sul tenore di vita degli italiani, ma incidono sul tessuto sociale complessivo, sui sistemi degli ammortizzatori sociali, sulle politiche di solidarietà e soprattutto sui flussi migratori, anche regolari, avvenuti negli anni passati, su quelli in corso e sulle ripercussioni delle differenze dei rapporti di mercato con gli stessi paesi in cui i flussi migratori vanno a formarsi.
Se le ricette per uscire dalla morsa che comprime la fiducia dei consumatori, che mette a rischio i posti di lavoro e che compromette la tenuta economica delle aziende, sono quelle che normalmente vengono adottate in tutti i Paesi industriali, appare invece ben più difficile sostenere e soprattutto prevenire tutti gli aspetti collaterali ed i micro-fenomeni collegati al fermo forzato di una macchina costruita, invece, per mantenersi in costante movimento. Proviamo ad immaginare lo spegnimento di un altoforno in un impianto siderurgico: non è sufficiente ripristinare l’avvio con il pulsante di accensione per far ripartire l’intero meccanismo. Occorre, in questo caso, anche approntare un lungo e lento lavoro di ripristino. Con la ripresa, quando ci sarà, accanto ai fenomeni di mobilità e di riconversione delle forze lavoro ci saranno criteri di razionalizzazione e di procedure di efficientamento da parte delle imprese. Quando ripartirà l’economia ci si potrà trovare ad avere a che fare con altri attori, con altri registi e con altre trame o spartiti. Non sarà tutto rose e fiori.
Il rallentamento dell’economia troverà molti italiani propensi a riprendersi gli spazi di lavoro ora lasciati per buona parte alla manodopera assorbita dai flussi migratori. Il mercato del lavoro clandestino avrà la stessa restrizione di offerta di lavoro di quello regolare, ed anche le attività del commercio sommerso risentiranno della crisi di fiducia dei consumatori. L’intero Paese e le grosse aree metropolitane, in particolare, si troveranno a dover fronteggiare l’allargamento di popolazione extracomunitaria senza una regolare e lecita fonte di reddito, con tutti i problemi che ne potranno derivare, sia per questioni di ordine pubblico che per necessità di intervento umanitario.
L’economia ferma, in definitiva, ricalca l’immagine di una pozza d’acqua stagnante dove ogni criticità produce lo stesso effetto di un sasso lasciato cadere al suo interno, quando si sviluppano a catena una serie di cerchi concentrici che si allargano sempre di più.
L’attuale crisi non interessa solo i paesi industrializzati, non colpisce solo i paesi interessati alla trasformazione ma anche quelli produttori, anche quelli interessati alla delocalizzazione produttiva, anche i fornitori di materie prime. La domanda che si riduce si fa già sentire nei paesi più poveri, in quei paesi interessati alle esportazioni di materie prime o di semilavorati, spesso coincidenti con i paesi interessati ai flussi migratori verso l’Europa e che hanno gli approdi sul territorio italiano come percorso primario.
Il nostro Governo, come gli altri in Europa e negli USA, ha dato corso a politiche di solidarietà, all’avvio di un programma di investimenti per le grandi opere pubbliche, alla possibilità di ripristino dei fondi patrimoniali delle banche, accompagnata da un indirizzo di “moral suasion”, perché siano di stimolo al mercato e non frenino il ricorso al credito delle famiglie e delle imprese, ha in corso il rilancio dell’attività edilizia e di un programma di costruzione di alloggi popolari con il duplice scopo di favorire le esigenze delle famiglie e la ripresa delle attività produttive, ma si troverà molto presto a dover fare i conti con gli altri aspetti della crisi.
Occorrerà quindi dotarsi con urgenza di una politica nuova e di emergenza anche per la gestione dei flussi migratori e della clandestinità.
Vito Schepisi

11 marzo 2009

Il PD senza identità

Le difficoltà del PD provengono dalla somma della tradizione politica ereditata dai partiti con cui questo soggetto politico si è andato formando. Il Partito Democratico assimila, infatti, la cultura partitica delle due maggiori correnti di ispirazione popolare del dopo guerra in Italia.
Il risultato che ne riviene è di un partito dilaniato tra la difficoltà di svolgere il ruolo d’opposizione, da una parte, e dalla difficoltà di partecipare al confronto democratico, dall’altra. In questa difficoltà d’identità si spiega il limite nel farsi accreditare dall’elettorato come forza popolare di propulsione e di proposta.
Il Partito Democratico è visto come la naturale evoluzione della tentazione, negli anni a cavallo tra il 1970 e l’80, del compromesso storico tra la vecchia Democrazia Cristiana ed il vecchio Partito Comunista, disegno al tempo osteggiato dalle formazione laiche d’ispirazione liberale e da quelle del socialismo autonomista. Il partito cattolico era portatore di una cultura di governo e di un ruolo di centralità sulla scena politica nazionale. La DC stabiliva le alleanze e l’ambito dell’area politica in cui formare gli equilibri di governo. Il partito marxista, invece, aveva una cultura d’opposizione al sistema, con la necessità di trovare i contenuti ideali con cui motivare le sue battaglie di piazza. L’opposizione, più che sui contenuti, era nel merito del sistema della democrazia pluralista. Sembrava che ci fosse una sostanziale concordia sui ruoli, tra i democristiani che si assegnavano il ruolo di monopolisti del governo e tra i comunisti che si assegnavano, invece, il ruolo di monopolisti dell’opposizione.
Una cultura d’insieme che sembra esser stata traslata nel nuovo partito dove c’è una parte incapace d’essere opposizione, in quanto erede di una formazione monopolista del potere, e c’è un’altra parte incapace d’avere una strategia di governo per essere cresciuta nel mito dell’alternativa al sistema.
L’assunto ha trovato la sua conferma con il governo ombra di Veltroni. Lo “shadow cabinet” del PD si è trovato impegnato unicamente a lanciare allarmi sociali, legati alla tenuta democratica del Paese. Sono riemersi i vecchi richiami ideologici: fascismo ed antifascismo, razzismo e multietnicità sono richiami logori che non reggono più e che suppliscono la mancanza di proposte di governo, soprattutto dinanzi a situazioni reali di malcontento e di preoccupazione in Italia.
Molti dei ministri virtuali del PD sono rimasti nell’ombra, privi di riferimenti e proposte politiche, altri si sono limitati ad affiancare Veltroni nel sostenere solo una serie di no, uno dietro l’altro, del tutto inefficaci sul piano della proposta politica.
La tentazione del ricorso alla piazza, cara al vecchio Pci, è stata frenata solo dalla constatazione dei dirigenti pieddini di trovarsi dinanzi ad una sinistra più matura. C’è una base meno disposta a lasciarsi usare e soprattutto consapevole che non giovi scendere per le strade a protestare contro scelte avvertite come popolari e dettate dal buonsenso.
Anche a sinistra si è stanchi di troppa compiacenza ora per la criminalità, ora per i fannulloni, ora per la dispendiosa inefficienza dei servizi, scuola compresa, ora per la tolleranza esagerata verso l’immigrazione clandestina.
Veltroni ha persino ritenuto di farsi trainare dal movimento sindacale e dai no paralleli di Epifani con l’idea di occupare spazi lasciati vuoti dall’opposizione alternativa. L’ex segretario, così, ha solo favorito la rottura dell’unità sindacale ed è parso appiattito su un vetero sindacalismo conservatore, baluardo difensivo dei privilegi e dei fannulloni, e finanche distratto se non sordo alle ipotesi di spazi contrattuali destinati alle giovani generazioni.
Le difficoltà identitarie del Partito Democratico le vediamo ancora di più con Franceschini che dopo aver deposto l’ombra virtuale di un governo parallelo, si rifugia nel pregiudizio, rispolverando il sentimento antiberlusconiano come collante per fermare l’emorragia e tenere unito il partito.
Il PD finisce così per essere la sintesi delle contraddizioni per due ruoli in antitesi.
Un partito animato da uomini in lotta tra loro, con origini e culture diverse, in totale paralisi operativa, tanto da non riuscire ad essere né un partito di proposta e né un partito di protesta.
Vito Schepisi