14 novembre 2007

E' stato un errore

Nel 1995 a Lamberto Dini, già Ministro del Tesoro del Governo Berlusconi, non gli sembrò di star nella pelle per l’opportunità offertagli dal Presidente della Repubblica del tempo, Oscar Luigi Scalfaro, di sostituire Berlusconi alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Fu così che l’ex Direttore Generale della Banca d’Italia, senza porsi problemi di legittimità, formò il suo governo, coi ministri suggeriti da Scalfaro e sostenuto da coloro che erano usciti perdenti dalle consultazioni elettorali dell’anno precedente, dando così vita al “ribaltone” più famoso della storia della Repubblica Italiana.
Se il leader di Forza Italia ritiene ora di poter contare su chi già una volta ha dato esempio di privilegiare l’ambizione personale alla legittimità degli atti, commette almeno due errori.
Il primo dei due è il rischio di trovarsi con un pugno di mosche in mano per la scarsa fiducia che il leader di Forza Italia dovrebbe avere verso chi già in precedenza non si è creato scrupolo alcuno. Se nelle scelte di Dini ci fossero ragioni politiche, piuttosto che ambizioni personali, non si capisce perché questi scrupoli giungano ora. L’ex ministro, prima di Berlusconi e poi di Prodi, era già pronto ad entrare nel PD e se ne è mantenuto fuori solo quando è stato reso evidente che il suo ruolo futuro sarebbe stato del tutto secondario se non marginale o nullo. Se l’ispirazione liberaldemocratica, che Dini sembra ora voler rappresentare, fosse stata sincera, non si capisce perché portare le cose alla lunga: non sono mancate nei 18 mesi trascorsi di governo di sinistra-centro sia le circostanze, sia le scelte di spessore squisitamente politico in cui le istanze di scelte di rigore e di valenza prevalentemente liberale sarebbero dovute emergere con chiarezza.
Il secondo errore di Berlusconi è di non considerare che contro lo scioglimento delle Camere esista un partito trasversale motivato dal timore di perdere l’indennità previdenziale per la mancanza del requisito della durata della legislatura. Cosa che invece Prodi sa bene tant’è che annuncia, come se fosse una minaccia, che la caduta del suo Governo porta dritto alle elezioni anticipate in primavera e cioè prima della maturazione del requisito richiesto. Non a caso Mastella, molto attento alle debolezze dei parlamentari, sembra essere diventato il più energico protagonista della compattezza della maggioranza. Ha sotterrato, per il momento, la sua ascia di guerra in attesa di circostanze migliori ed anche di cause più redditizie.
Non si sa se sia vero ciò che Berlusconi ha lasciato pensare per giorni. Ha fatto credere di disporre di un gruppo di senatori, delusi dall’immobilismo e dalla confusione della sinistra e persino spiazzati dalla nascita del Partito Democratico, pronti a passare dall’altra parte. E’ anche possibile che possa effettivamente accadere ma è stato un errore aver consentito ai media, sempre pronti ad enfatizzare i termini delle sue dichiarazioni, e senza immediate smentite, di far passare la data del 14 novembre come quella della caduta quasi certa di Romano Prodi. Se accadesse apparirebbe più una congiura di palazzo che l’implosione della maggioranza parlamentare. E’stato uno sbaglio che potrebbe rafforzare persino Prodi e la credibilità del suo governo, se invece non accadesse niente ed il voto finale sulla finanziaria passasse.
La caduta di Prodi non dipende dalle scelte di Berlusconi o di altri leader del centrodestra ma solo dalla eventuale sfiducia di una parte della sua maggioranza, ovvero da eventuali incidenti di percorso. Neanche le contraddizioni, a volte sopra le righe, tra i partiti ed i ministri riescono a dissolvere un Governo di così limitato spessore, e nonostante il precipizio della popolarità e la inconsistenza di una proposta politica credibile.
La maggioranza e la compagine ministeriale hanno dimostrato di saper inghiottire ogni rospo ed ogni pietanza indigesta. L’impressione che si ha è che sia l’ultima spiaggia per la sinistra italiana. Il collante sta nel loro timore d’avere la difficoltà d’esser credibili. Sembrano invisi a tanti e considerati generalmente incapaci ed inadeguati, e soprattutto imborghesiti e privilegiati, componenti a vario titoli delle cosiddette “caste”. Questa consapevolezza rende concreta l’ipotesi che se questa classe dirigente di oggi, sia politica che di gestione, va a casa poi ci rimane per sempre.
La sinistra, infatti, oltre a dover scontare il prezzo della incapacità dimostrata, confina con larghi settori dell’antipolitica e le invasioni di campo, che si verificano, sono ora considerate non più solo fenomeni da mettere in conto quanto, invece, realtà quotidiana con cui fare i conti. Le manifestazioni organizzate dalle sinistre contro le scelte del governo non sono solo sintomi di un disagio di militanti, quanto prove dell’emigrazione a sinistra di fette di organizzazioni sociali e di espressioni politiche alternative della sinistra più radicale.
Il rafforzamento della maggioranza potrebbe coincidere sull’altro versante con l’indebolimento di Berlusconi. Le ripetute aspettative deluse di coloro che confidano nella possibilità di vedere soccombere questo governo rischiano di trasformarsi in disillusioni e criticità nella leadership dell’ex Presidente del Consiglio.
Per queste ragioni è stato un errore.
Vito Schepisi

08 novembre 2007

Veltroni ed il "Sogno Americano"

Non penso che Veltroni sia un tonto, anzi penso esattamente il contrario. E’ per questo che dico che ci troviamo di fronte al più camaleontico personaggio politico italiano. Si pensava che, oltre Prodi, per giocolieri ci fosse poco spazio da occupare. Ci siamo sbagliati. La verità è che il Presidente del Consiglio, invece, è più assimilabile al tonto di quanto non lo sia il leader del Partito Democratico.
Prodi ci mette del suo. Diviene arrogante e spocchioso per reagire alla sua scarsa presa mediatica; è portato a far abuso del falso per far prevalere i suoi interessi politici o i suoi tentativi egemonici, come è stato con Telecom ed il Piano Rovati; si contorce nelle risoluzioni adottate per attenuare i distinguo dei suoi alleati; ha il terrore di dover aprire all’opposizione perché teme che possa essere il principio di una breccia irreversibile per la sua maggioranza.
Veltroni, al contrario, persegue il suo obiettivo essenziale per dar sostanza alla sua leadership. Ha necessità di liberarsi del condizionamento della sinistra più radicale e farebbe carte false per scompaginare l’opposizione ed acquisirne spezzoni. E’ furbo ed ha capito che in un sistema tendenzialmente bipolare non c’è spazio per una sinistra che, benché moderata, possa restare separata da quella più antagonista, senza finire nell’equivoco e nel disperdere il consenso di quegli elettori inclini a veder sviluppare la società italiana sui modelli delle democrazie occidentali.
Veltroni è intenzionato ad occupare stabilmente il centro dell’arco politico italiano e di proporsi allo stesso tempo come unica forza propulsiva di progresso del Paese. Il suo sogno è una sorta di partito popolar socialista in cui far sviluppare istanze sociali e necessità di mercato, scelte di sicurezza e tolleranza verso gli immigrati, scelte etiche ed aperture alle diversità.Veltroni sembra il filosofo dei contrapposti, vuole convincere tutti d’esser la soluzione pronta per tutto. Quello di Walter l’americano, però, è un sogno ben diverso da “TheAmerican Dream” raccontato nella metà del diciannovesimo secolo da Horatio Alger. E’ un “dream” diverso da quello passato alla storia di Martin Luther King, enunciato nel suo più famoso discorso a Washington nell’agosto del 1963: “Vi dico oggi, fratelli miei, non perdiamoci nella valle della disperazione. E anche se affrontiamo le difficoltà di oggi e di domani, io ho ancora un sogno. È un sogno profondamente radicato nel Sogno Americano.”
Il sogno dell’italiano Walter è più di basso profilo. Dopo aver esautorato il socialismo democratico, in alleanza con la magistratura militante all’inizio degli anni novanta, il post comunista Veltroni, con il neonato PD, sogna di esautorare Forza Italia e le componenti liberali, laiche e cattoliche, presidio del centro del sistema democratico italiano. Per far questo il leader ex pci ha bisogno di ricercare le strade del dialogo con il centrodestra, con chiunque, sia pure con Calderoli, se non con Casini o componenti di Forza Italia. Il richiamo all’impegno sulle riforme è la sua carta vincente. Confida sulla volontà del Presidente Napolitano che ha già detto che senza almeno la riforma elettorale non si può andare a votare.
Il feeling del PD con i potenziali elettori, dopo l’impennata iniziale, man mano che sono emerse alcune contraddizioni, si va affievolendo. Pezzi della Margherita non confluiti nel PD, prendono le distanze sino a far emergere il pericolo per Prodi del venir meno dei numeri della maggioranza al Senato.
Veltroni all’inizio sembrava propenso a non lasciarsi logorare, soprattutto dal malgoverno di Prodi. I suoi annunci programmatici erano in netta discontinuità con questo esecutivo. Ora invece è interessato a prendere tempo. La svolta è apparsa evidente soprattutto dopo la prima vera difficoltà sull’immigrazione che lo ha coinvolto in prima persona, smascherando la sua cattiva gestione del Comune di Roma, tra festival e notti bianche ma con le periferie in pieno degrado.
Il centrodestra ricompattato lo ha spaventato. Andare al voto in primavera, senza la sinistra radicale, con la Cdl unita e compatta, equivarrebbe per lui a comprare in anticipo un biglietto per l’Africa. Un biglietto di sola andata, senza ritorno, per corrispondere ai suoi progetti enunciati nel 2001 dopo la sconfitta elettorale del centrosinistra e la sua candidatura a Sindaco di Roma: chiudere con l’esperienza dell’amministrazione di Roma la sua carriera politica per dedicarsi ai bisogni delle persone meno fortunate del continente africano. Verrebbe da pensare cosa abbia fatto di male questo sfortunato continente per ricevere questa minaccia! In Africa, a dir il vero, non sembra che qualcuno lo aspetti davvero!
Se non potrà essere possibile da solo col suo PD, in caso di elezioni politiche in primavera, non gli rimarrebbe che andare al voto in alleanza con i partiti della sinistra estrema, ammesso che questi ultimi siano propensi ad allearsi con lui. A sentire Ferrero, ad esempio, qualche dubbio verrebbe: "Veltroni ha proposto nei fatti un impianto emergenzialista e securitario, facendo pressing sul governo. Oggi - continua il ministro di Rifondazione Comunista - c'è la possibilità di battere questa linea politica che porta dritti dritti all'accordo con Fini e con la destra". Questo rinnovato accordo con i neo comunisti, qualora vi fosse, non sarebbe molto credibile perché simile alla strada percorsa da Prodi: sarebbe lo stesso tragitto di un progetto miseramente fallito tra le beghe e gli equivoci sin qui rilevati.
Il sogno di Veltroni assume pian piano contorni evanescenti, sbiadito come il profilo del personaggio. Un uomo per alcuni aspetti duale. Il suo sostegno a Prodi, da quando ha realizzato che con Prodi si perde, è stato sempre condizionato dall’esigenza dello sfoggio di lealtà verso il Presidente del Consiglio e dalla necessità di marcare una serie di distinguo sulle scelte di governo e di programma. La sua strategia si è andata così permeando di sostanziale ambiguità da essere da qualche tempo sottoposta ad insistenti rappresentazioni satiriche da parte di quegli stessi comici della sinistra che sembravano fino a poco tempo fa aver messo casa, per le loro esibizioni, in un ipotetico “piazzale Berlusconi”. Sembra che ora la satira politica si sia trasferita nei pressi di casa Veltroni.
Ed assume, così, aspetto sempre più comico il suo “American Dream”!
Vito Schepisi

24 ottobre 2007

Con toni pacati

Anche questa volta il Presidente Prodi è riuscito a salvare il suo Governo. L’ha salvato nelle forme costituzionali, con un voto di scarto al Senato e grazie ai soliti senatori a vita. Quello che conta però, più dei numeri e della legittimità etica di utilizzare i voti di senatori “non eletti”, per superare l’ostacolo di una maggioranza che al Senato non c’è, è il clima politico che si è andato creando.
Oramai il 2007 volge al termine. E’stato un anno pieno di fatti da ricordare, alcuni straordinari, come le anomalie atmosferiche, il gran caldo, un’estate meteorologica lunghissima ma anche vissuto in un clima politico che si è fatto rovente.
Tra le tante questioni che dividono il mondo politico, come è giusto che sia nella dialettica maggioranza/opposizione, ve ne sono ancora di più all’interno dello schieramento di maggioranza. Lo scontro che puntualmente si accende, spesso in termini e modi dirompenti tra le componenti politiche e gli uomini di questo governo, finisce col svilire la serietà e l’autorevolezza di tutte le Istituzioni.
Anche gli interventi tardivi del Presidente della Repubblica, e persino quelli che sono venuti a mancare, non giovano a ripristinare il rispetto delle forme che, come si afferma nelle questioni giuridiche, sono spesso sostanza nel perseguire i fini di una entità nazionale democratica dove la civiltà del confronto prevalga sui modi barbari ed arroganti.
Una preoccupazione in più, in Italia, è la litigiosità e le divergenze programmatiche all’interno della maggioranza. Criticità che si intersecano con le altre questioni irrisolte, anzi aggravate proprio dall’immobilismo di questo governo: si aggiungono così al debito pubblico record ed alla obsolescenza delle strutture istituzionali, oltre che alla ricerca da tempo di un sistema elettorale che assicuri governabilità e responsabilità.
Chissà quanti italiani lucidi e riflessivi rimpiangono ora la riforma costituzionale bocciata lo scorso anno da una consultazione referendaria in cui i vinti, come sempre accade, sono saliti sul carro dei vincitori, all’insegna della discontinuità con Berlusconi, per respingere proprio quella riforma della politica invocata da sempre dagli italiani!
Sin dalla realizzazione di questo Governo, tra Mastella e Di Pietro s’è creata una conflittualità che è andata oltre la politica e le scelte. L’ultima diatriba, che li ha visti coinvolti sulla questione del PM De Magistris e della Procura di Catanzaro, è stata stoppata con l’intervento diretto di Prodi. Ma la disistima reciproca continua a covare, esiste un’evidente incompatibilità tra i due, e spesso si ha l’impressione che la lotta sia principalmente rivolta alla ricerca di visibilità, a discapito del raziocinio e della tolleranza.
La situazione conflittuale richiamata è la cartina di tornasole della fragilità di questa maggioranza, e stabilisce per di più che non si vedono sintomi del ripristino del confronto, seppur serrato, ma civile e pacato tra le forze politiche che danno vita alla coalizione del centrosinistra. Anche la fiducia di Prodi al Guardasigilli viene letta come l’obbligo del Presidente del Consiglio a non volgere le spalle a colui che gli ha tolto le castagne dal fuoco giudiziario, per il suo coinvolgimento nella questione degli affari poco chiari in Calabria con i fondi europei, su cui De Magistris stava indagando.
Sulle questioni del lavoro e sugli “scalini” della riforma delle pensioni le divergenze, tra sinistra radicale, ancorata a vecchi schemi ideologici, e le forze della sinistra moderata, esistono e rappresentano rotture reali, sebbene camuffate. Si sono viste centinaia di migliaia di persone scendere in piazza a Roma sotto i vessilli di forze politiche con responsabilità di governo a manifestare contro le scelte dello stesso governo.
Il clima non è dei migliori e nessuno sembra disposto a fare un passo indietro. La confusione rischia di accendere gli animi più dirompenti, alimenta l’antipolitica, crea disorientamento e preoccupa perché allontana la capacità di lavoro dell’esecutivo e non pone soluzione alla crisi della politica, richiamata da D’Alema appena qualche mese fa, anzi l‘aggrava.
Se si va diffondendo la sensazione d’aver vissuto un anno particolare che a memoria d’uomo non si ricorda, è anche vero che si stenta a ricordare un disfacimento così pesante della stima dei cittadini verso la nostra classe dirigente. C’è la sensazione che la vecchia politica s’aggrappi alle maniglie dell’omertà, come gli anziani ai maniglioni nella vasca da bagno per non scivolare.
E’ in questo clima che le persone responsabili, consapevoli d’essere motivo di scontro e d’aver fallito nell’impresa di costruire un cartello elettorale contro una persona, ma senza una vera e credibile proposta politica, avrebbero tutto da guadagnare prendendo atto d’aver sbagliato e lasciando le redini di un Governo ormai in balia delle beghe personali tra ministri. L’Italia democratica, i cittadini con le loro idee anche differenti, il buonsenso vorrebbero che si passasse la mano.
Le stagioni della politica sono come quelle meteorologiche: a volte sono anomale. Alla fine, però, la natura, che è “la ragione” della metafisica, prevale: all’estate segue l’autunno e poi l’inverno per arrivare alla primavera ed al ripristino della buona stagione.
Presidente Prodi, ci consenta un appello con toni pacati. Iniziano i primi freddi, è arrivato l’autunno, ed è arrivato anche il suo, l’Italia le chiede di mettersi da parte: ora c’è anche Veltroni, il nuovo. Lasci a quest’ultimo, se capace, il compito di affrontare l’inverno e ricondurre la politica al tepore della primavera. Lo lasci provare! Per farlo, però, coerentemente e senza condizionamenti, c’è bisogno che lei si metta da parte: l’Italia ha anche bisogno di una sinistra che sia presentabile!


Vito Schepisi

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20 ottobre 2007

Le due sinistre italiane


Ma questa sinistra ha proprio una vocazione masochista! In una fase politica molto delicata per le sorti di un governo frastornato dall’antipolitica e dall’immobilismo, indeboliscono consapevolmente la credibilità, già seriamente compromessa, di Prodi e della sua maggioranza.
Nelle coalizioni di governo le espressioni più marginali e minoritarie sostengono soluzioni di bandiera, compatibili però con un indirizzo più largo, ma non possono pretendere, come è accaduto, d’essere partecipi in modo prevalente nella proposizione di scelte politiche. Ed è proprio questa pretesa che è alla base della crisi propositiva di Prodi e del governo di centrosinistra.
C’è una parte del Paese che ha perso la fiducia verso questo esecutivo proprio per le accentuazioni su scelte contraddittorie e senza senso e per indirizzi, in economia, miranti all’aumento della spesa ed alla maggiore pressione fiscale. Un percorso quest’ultimo che ha moltiplicato le difficoltà senza aver risolto alcuno dei problemi sul tappeto. Le scelte volute prepotentemente dalla sinistra radicale favoriscono prevalentemente gli effetti dell’incremento esponenziale del fabbisogno, mentre riducono le potenzialità produttive per la contrazione degli investimenti, rischiando così di creare effetti dirompenti sugli equilibri economici del Paese.
Una maggioranza credibile, di solito, perfeziona nel confronto interno quegli accenti sulle opzioni politiche delle espressioni minoritarie che, il più delle volte, sono dettate da esigenze di visibilità miranti a soddisfare il proprio elettorato di nicchia. Nei tempi passati il dissenso minoritario alzava la voce e chiedeva la verifica sull’attuazione del programma, oppure vertici sulla sua nuova definizione, non scendeva nelle piazze come se fosse opposizione.
Si ha idea che la sinistra radicale per costituzione non si senta mai forza di governo ma sempre e comunque di opposizione. La formazione culturale e le opzioni ideologiche condizionano lo sviluppo dei metodi e delle scelte verso soluzioni piuttosto singolari in cui prevale l’assolutismo proprio del pensiero marxista nell’ottica, per fortuna remota, di un potere gestito nelle forme chiuse di principi precostituiti, e senza margini per il confronto ed il pluralismo.
La manifestazione di oggi sul “protocollo welfare” non ha senso ed è contraddittoria persino con i principi di democrazia diretta, tanto sbandierati dalla stessa sinistra radicale. Fino a qualche tempo fa, infatti, era la stessa area politica che riteneva necessaria la partecipazione di pensionati e lavoratori alle scelte nel mondo del lavoro. I sindacati hanno promosso un referendum a cui hanno partecipato col voto milioni di lavoratori e la scelta è stata massiccia a favore del protocollo già siglato tra governo e parti sociali.
In sede di trattative nello scorso luglio il confronto è stato serrato. Tra le diverse sigle sindacali, e nella maggioranza di governo, si sono rischiate persino clamorose rotture per le diverse accentuazioni sulle questioni del precariato e sulle modifiche alla legge Biagi sul lavoro. Per alcuni è stata certamente una soluzione sofferta, una scelta, però, che i lavoratori alla fine hanno accettato. L’iter percorso, per il rispetto della democrazia diretta, sarebbe già più che sufficiente. Ora quello che emerge è solo la prepotenza della sinistra più estrema perché si vuole che al 19% dei voti contrari sia riconosciuto una sorta di diritto di veto, tale da rimettere in discussione gli accordi già sottoscritti.
Si ha l’impressione che la sinistra di piazza di oggi sia alla prova dei muscoli contro quella sinistra di gestione che domenica scorsa aveva celebrato la sua enfatica prova di democrazia partecipata, aprendo nelle città italiane le urne del PD e di Veltroni a quanti volessero dar prova di fiducia al nascente nuovo soggetto politico di centrosinistra. A stretto giro di posta, infatti, a Veltroni arriva la risposta del leader di Rifondazione Comunista Giordano, che invece sostiene che quella di oggi sia “una giornata decisiva per scuotere il Governo e dimostrare il peso della sinistra”. Una prova di forza tutta a sinistra nel principio, tutto marxista, dell’egemonia.
La sovraesposizione mediatica del successo nei numeri della nascita del nuovo Partito Democratico aveva ottenuto l’effetto di smorzare il clamore dell’antipolitica di Grillo e della contestazione al sistema. Lo stato maggiore dei costituenti il PD aveva organizzato l’evento con l’idea di rilanciare la sinistra moderata, in crisi di identità e di consensi. L’aspirazione di Veltroni e compagni era rivolta a far emergere che la crisi della politica potesse risolversi con la nuova proposta di una forza politica moderna ed europea. Si voleva far emergere la rappresentazione di una credibile sinistra di governo che avesse finalmente messo da parte le spinte massimaliste. Una forza riformatrice rivolta al futuro e che fosse riuscita ad accantonare le utopie di forme di società che si reggessero senza l’impegno delle diverse componenti sociali, e che avesse assimilato la necessità del rispetto delle regole economiche, oltre all’ esigenza di regole di mercato nel mondo della produzione e del lavoro.
La manifestazione di oggi ci riporta però alla realtà di una sinistra di lotta, spesso irrazionale, contraddittoria ed all’occasione esacerbata e violenta. “E’ giusto scendere in piazza – sostiene ancora Giordano - perché altrimenti la sinistra scompare” e Sgobio dei Comunisti Italiani sostiene che "la manifestazione di oggi non è contro il governo: stimolarlo a fare di più e meglio significa rafforzarlo. Chi dice il contrario è in malafede”. Si ripresenta così una sinistra alternativa che rincorre la contestazione al sistema, che si smarca dalle responsabilità per inseguire la piazza e la gestisce caricandola di tensioni. Si sceglie così la strada della piazza in cui prevalgono le forme gridate della proposta politica. Si dà vita ad una kermesse in cui si sviluppano componenti diverse che si spiegano tra lo spettacolo e la contestazione animata, tra satira e rabbia, tra parole d’ordine ed illusioni. Una sinistra senza un visione d’insieme, inattendibile e confusionaria, più incline al folcrore che alla serietà di governo: inaffidabile e politicamente senza futuro.

Vito Schepisi

15 ottobre 2007

Salutiamo il Partito Democratico

L’avvio del Partito Democratico si è consolidato con un successo di partecipazione del popolo della sinistra moderata.
Al di là del balletto delle cifre il risultato c’è stato e la macchina organizzativa ha funzionato con successo. Questa volta non sono state le primarie eccessivamente gonfiate di due anni fa volute da un signore che, senza un partito e scelto per l’insostenibilità di altre candidature, scottato dal complotto a suo danno nel 1998, condizionava la sua partecipazione alla cosiddetta investitura popolare.
Anche nel 2005, come oggi per Veltroni, alle primarie non c’è stata partita. Nessuna vera competizione ma solo uno strumento per offrire visibilità e “carisma” ad un personaggio allora assolutamente privo di capacità propulsiva.
Si dice che le idee camminano sulle gambe degli uomini, ed a volte sono proprie le caratteristiche di queste gambe che rendono le idee interessanti e vincenti. Questi arti devono saper correre e frenare, spingere e saltare, trascinare e radicarsi, perchè ferme sul terreno della storia facciano si che le idee che trascinano siano poderose e vincenti. Quando non ci sono uomini che abbiano queste caratteristiche ci si affida ad espedienti diversi per pompare carisma e rendere visibili anche i brocchi con le gambe molli. E’ stato il caso di Prodi dove lo spessore era talmente inconsistente da aver prima inventato le primarie, con un candidato che si sapeva già vincente, e poi da averlo anche gonfiato nel risultato, per farlo percepire come un candidato credibile. Lo stesso metodo commerciale che si adotta per un prodotto di consumo dove la forza indotta della pubblicità, ottenuta con il martellamento sulle qualità del prodotto, supera di gran lunga la forza propria della qualità del prodotto stesso.
Questa volta, invece, è sembrata una convinta partecipazione del popolo della sinistra compatibile. L’idea politica di un movimento di opinione che nutre speranza di vedere avanzare una sinistra con connotati europei e che sia propulsiva per le riforme ed il soddisfacimento delle istanze sociali. Una sinistra che non sappia solo correre dietro ai miti fumosi di una rivoluzione radicale, già sconfitta dalla storia, e soprattutto, è da auspicare, non impegnata in sole cieche fughe in avanti. Una speranza che possa maggiormente giovare alla crescita della coscienza democratica, purché ponga finalmente il confronto sul piano delle cose e non dei miti e delle illusioni che spesso si rivelano deludenti e dannose.
E’ d’uopo auspicare che, abbandonate le politiche della delegittimazione e della superiorità antropologica, il nuovo soggetto politico sappia avere la capacità concettuale del confronto tra scelte di modelli democratici e liberali su cui indirizzare il cammino del Paese a prescindere dalle maggiori accelerazioni sulla pista dello sviluppo economico o della solidarietà.
La storia d’Europa e dell’Occidente ci hanno dimostrato che non è il discrimine tra le politiche sociali e quelle dello sviluppo il confine tra l’umanesimo e l’egoismo, anzi il contrario perché le une e le altre si integrano nelle scelte e nelle alternanze di gestione per assicurare continuità allo sviluppo ed alle esigenze sociali.
Il risultato di queste primarie, soprattutto in termini di partecipazione, ha avuto la valenza di una rivincita contro un sentimento diffuso che sembrava volesse emarginare la presenza di una sinistra moderata ostaggio della sinistra radicale. Una rivincita anche contro quell’opposizione antisistema che si andava allargando nel Paese e che rischiava di confinare la proposta politica di Prodi, Padoa Schioppa, Dini e Mastella tra le ganasce di una ipotetica tenaglia: una morsa soffocante tra l’opposizione vera del centrodestra e le opposizioni costruite all’interno dello stesso tessuto politico-elettorale che avevano concorso a compattare intorno a Prodi il necessario consenso per prevalere nelle ultime elezioni politiche.
Si può dire che più che l’uomo, investito dal compito di dar concretezza ad una nuova proposta politica, abbia vinto la capacità di sapersi stringere attorno ad una speranza di nuovo. Veltroni ha ottenuto il consenso che punto in meno, punto in più, tutti sapevano e si aspettavano. Del resto era stato messo a quel posto per ottenere questo risultato e per rilanciare le speranze sopite e mortificate dell’elettorato della sinistra moderata.
Il partito Democratico ha voluto offrire alla sinistra ed al suo popolo la speranza del rilancio e della coerenza che i partiti, compattati e fusi nella nuova realtà, avevano disperso sia per l’ inconsistenza della proposta politica che per i deludenti risultati di gestione.
L’augurio di ogni democratico, benché scettico e disilluso, deve ora essere quello di vedere consolidare questo nuovo soggetto politico intorno ai valori della Politica con la “P” maiuscola, nella consapevolezza che ove questa venga a mancare a rimetterci sarà sempre il popolo e la sua libertà.
Salutiamo, pertanto, con questi auspici, il nuovo Partito Democratico.
Vito Schepisi

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11 ottobre 2007

Tutti bocciano Prodi

Dalle bocciature plurime che provengono da ogni parte, non si può certo pensare che la manovra finanziaria trovi soltanto i consueti commenti negativi dell’opposizione. E’ un coro di tante voci che si diffonde, tutte a ripetere le stesse note, come un rindondare di campane con il loro suono cupo e monotono. Dalla Corte dei Conti, alla Banca D’Italia, dalla Commissione Europea, alla Associazione degli Industriali, alla Confcommercio, tutti a sollevare obiezioni, a segnalare carenze, a denunciare l’inadeguatezza e l’inconsistenza delle linee economiche del Governo per il prossimo esercizio finanziario.
Come si fa ad ignorare e liquidare con spallucce seccate un grido di allarme che proviene da organismi neutrali, a volte e spesso persino indulgenti con questo governo e la sua maggioranza? E’ come se all’esame per la maturità il docente interno sollecitasse i candidati ad approfondire la letteratura italiana del 900 ed i candidati facendo spallucce si limitassero ad approfondire il solito Leopardi. Ebbene è questo ciò che fa il nostro Presidente del Consiglio, ricorre alla spesa, non taglia le tasse e fa lievitare il debito pubblico e poi mostra fastidio per le critiche ed i suggerimenti, anche se provenienti da fonti amiche.
Veltroni, prossimo leader del PD e azionista di maggioranza della coalizione di governo, sostiene che ci sia una sorta di sfiducia nel Paese. In più occasioni ha rilevato i limiti assai vessatori della pressione fiscale, la mancanza delle riforme, la carenza di segnali di discontinuità con l’andazzo intrapreso, nonostante la crescita di sentimenti di antipolitica. Di recente il Sindaco di Roma ha chiesto persino un rimpasto di Governo e la riduzione di ministri e sottosegretari, ricevendo risposte seccate. Ha persino suggerito iniziative per ridurre il debito pubblico attraverso l’alienazione di beni demaniali inutilizzati.
Tutti i suggerimenti sono risultati però “di corto respiro” per Prodi.
C’è chi sostiene, come il commissario europeo Almunia, che l’Italia abbia perso un’occasione per riprendere il controllo dell’economia del Paese, e c’è chi, come Prodi, ha persino perso l’occasione per poter dire che in fin dei conti le sue ricette danno i frutti auspicati. Aveva un extragettito che poteva essere destinato a realizzare due obiettivi considerati da tutti primari: ridurre le tasse e ridurre il debito. Non ha fatto né una cosa e neanche l’altra. Anzi, il contrario!
Per inseguire le pressioni ed i ricatti della sinistra radicale “il tesoretto” è andato a finanziare la nuova spesa corrente. Anche la rivisitazione della Maroni che ha modificato lo scalone in scalini, posticipando di 18 mesi l’entrata a regime dell’aumento dell’età pensionabile, comporterà una spesa di 10 miliardi di euro nei prossimi tre anni, costi che andranno ad aggiungersi alla spesa corrente.
Per avere un’idea di ciò che sta facendo Prodi con i conti dello Stato, si potrebbe pensare all’immagine di un paziente bisognoso di trasfusioni, a cui gli si andasse a chiedere di donare il suo sangue.
L’Italia è in procedura di infrazione per deficit eccessivo e se non riuscissimo ad uscire da questa morsa l’esazione da pagare per l’infrazione ci sarebbe fatale. Nonostante questo pericolo, però, si ha l’impressione che l’interesse maggiore sia quello di tenere legata la maggioranza per sostenere il governo, costi quel che costi. Ed i costi ci sono!
Il rischio Italia viene avvertito nei mercati finanziari globali. I titoli pubblici italiani hanno, pertanto, tassi più alti e gli interessi sul debito pubblico crescono e costituiscono ulteriore spesa che va ad alimentare inesorabilmente il nostro debito.
La Banca d’Italia, col Governatore Draghi, avverte che il buon andamento delle entrate potrebbe anche fermarsi, come potrebbe fermarsi o rallentare la crescita, e che l’Italia col debito record in Europa avrebbe fatto meglio ad approfittare del tempo buono per le entrate e la crescita per alleggerire i suoi conti. Prodi però, stizzito a Bruxelles sostiene che “la politica economica del mio governo, la decide il mio governo!”.
Gli italiani da qualche tempo hanno stabilito che questo governo non li rappresenti più. L’hanno reso evidente nel corso delle ultime amministrative, lo hanno dimostrato fischiando Prodi dappertutto. Nei sondaggi rilevati da più fonti, Prodi ed il suo governo sono in discesa libera, ed anche al Senato sulla sfiducia a Visco la sua maggioranza ha retto grazie ai voti dei senatori a vita.
Perché gli italiani non dovrebbero poter dire: il governo del nostro Paese lo decidiamo noi?
Per coerenza con quanto sostiene sulle legittimità nel decidere, si faccia da parte e sia chiamato il Paese a decidere.
Vito Schepisi
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09 ottobre 2007

La Curva di Laffer

L’infelice uscita di Padoa Schioppa in Tv, nella trasmissione su Rai 3 di Lucia Annunziata, in cui ha sostenuto che “dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima”, fa ricordare il Ministro delle Finanze dei governi Prodi, D’Alema e Amato dal 1996 al 2001. A quel tempo, a chi denunciava l’impennata della pressione fiscale il Ministro replicava dicendo che il suo gabinetto era sommerso da fax che, al contrario, esprimevano soddisfazione per l’aumento delle tasse. Il Ministro in questione, poco credibile, forse un po’ fanfarone e arrogante, è l’attuale Vice Ministro dell’Economia, il Vice di Padoa Schioppa, il tanto discusso, e descritto come un vampiro, Vincenzo Visco.
Sembra quasi che non sia un caso che Tommaso Padoa Schioppa e Vincenzo Visco siano ora insieme al Ministero dell’Economia.
Le tasse non sono una cosa bellissima. A volerla dire tutta, c’è molto di meglio che pagare le tasse. Anche se a ciascuno può essere dato, nei limiti del lecito, ciò che è l’oggetto del proprio desiderio, c’è un limite a tutto. Assecondare la follia può arrecare danni incalcolabili ed a volte irreparabili. Il prelievo fiscale, oltre un certo limite, mortifica gli investimenti, l’impegno, il coraggio, il rischio, il lavoro.
Le tasse da pagare, però, sono un dovere civile. Sarebbero da porre sull’altro piatto di una ipotetica bilancia per far lievitare diritti e servizi. La logica vorrebbe che più alta sia la pressione fiscale e più alta debba essere anche la qualità e la quantità dei servizi fruibili. Nei paesi del nord Europa è così. Sempre la logica vorrebbe che siano elargiti con più soddisfazione i sacrosanti diritti, che sia diffusa tra i cittadini più tranquillità e sicurezza, che ci sia più efficienza, più ricchezza per il popolo, più fruibilità del tempo libero, buona amministrazione, ordine, pulizia, giustizia più rapida ed imparziale.
Con la contribuzione fiscale dei cittadini ci sarebbe da chiedere la tutela del nostro patrimonio artistico e paesaggistico, la sua valorizzazione come investimento produttivo per il turismo e l’occupazione. Anche chiedere la realizzazione di infrastrutture più simili al modello europeo che a quello africano non dovrebbe rappresentare una ingiustificata pretesa. C’è in Italia un giacimento di preziosità da valorizzare e da mettere in condizioni di realizzare ricchezza, ma mancano i collegamenti viari, e quelli ferroviari sono una vergogna per pulizia e puntualità; mancano le strutture ricettive, manca la sicurezza e soprattutto manca la presenza e l’autorità dello Stato.
Il Ministro, in televisione, ha parlato dei costi dei beni indispensabili che il gettito fiscale finanzia. Tra i costi ci sono anche quelli della politica che i cittadini dubitano che siano tra gli indispensabili e questo governo, di cui Padoa Schioppa è ministro per le questioni economiche, li ha dilatati e ne ha moltiplicato i fruitori. L’aumento della spesa nel 2007, per 15 miliardi di Euro, non solo appesantisce il debito pubblico complessivo e produce per il futuro ulteriori oneri finanziari, mentre sarebbe da ridurre l’esposizione complessiva e da alleggerire così il costo degli interessi sul debito, ma è anche sottratta agli investimenti che, al contrario della spesa improduttiva, rendono ricchezza ed occupazione.
L’uscita del Ministro dell’Economia, tra le altre cose, ci riporta alla mente anche la teoria economica di Arthur Laffer. Quando, infatti, si parla di soddisfazione e di felicità nel pagare le tasse non possiamo non pensare che anche in questo campo, come in tutte le questioni, ci sia il punto di svolta: il limite oltre il quale non si sopporta più. La Tolleranza di Voltaire è apprezzabile se rivolta alle idee ed al pensiero, non al sacrificio ed alle vessazioni. In tutte le cose esiste il punto di rottura. Quando, ad esempio, il lavoro da essere piacevole e soddisfacente diventa sacrificio e stress; quando il piacere da essere rilassante, estatico e travolgente diventa ozio e noia; quando la buona cucina da essere gustosa e profumata diventa nauseante e pesante. Perché non dovrebbe esistere il punto di rottura, il limite della tolleranza, il margine della svolta quando si parla di prelievo fiscale?
La "Curva di Laffer” prende il nome dell'economista Usa che convinse Ronald Reagan ad inserire nel suo programma, alla vigilia delle presidenziali del 1980 negli USA, la diminuzione delle imposte dirette, scelta che contribuì alla sua elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America.
Arthur Laffer teorizzò la presenza di un punto (assi cartesiani) d'incrocio tra i valori delle ascisse(aliquota fiscale) e delle ordinate (entrate fiscali) in cui l'aumento delle imposte (aliquota) fungerebbe da disincentivo alle attività economiche, determinando di conseguenza minore gettito fiscale. Nella sua dimostrazione grafica l’economista americano dimostrò che lo stesso gettito fiscale può essere ricavato con due aliquote differenti: ipotesi, quindi, che renderebbe del tutto inopportuna e controproducente l’utilizzo di quella più alta.
La teoria ci induce anche a convalidare l'idea che la maggiore pressione fiscale, in definitiva, scoraggi anche l'emergere delle attività sommerse e favorisca di conseguenza l’evasione.
La soddisfazione di Padoa Schioppa, pertanto, per essere virtuosa dovrebbe esser direttamente proporzionale anche a quella dei contribuenti: in caso contrario se non sadomasochista risulterebbe velleitaria e folle.
Vito Schepisi

04 ottobre 2007

Piccoli Andreotti crescono

Piccoli Andreotti crescono. Il tessuto è lo stesso: la Roma sorniona che osserva fuori le mura e vede un’Italia riottosa e divisa e sorride sapendo di poterla dominare col motto di sempre “divida et impera”. Nei secoli, dai tempi dell’Impero Romano fino ai nostri giorni, con piccole differenze nel linguaggio e nei metodi ma con la stessa idea secolare che le debolezze di tanti possono essere la forza di coloro che le sanno gestire.
Da Andreotti lo divide la profondità, la cultura, l’intelligenza, l’estrazione formativa ma a Veltroni non difetta la furbizia, l’ecumenismo, la strumentalità, l’indefinitezza delle scelte, la permeabilità e la duttilità. Il Sindaco di Roma si appresta ad essere investito leader della sinistra post comunista e post democristiana. Il PD unisce ora i due contenitori di un potere una volta spartito, tra maggioranza ed opposizione, mentre si impoveriva l’Italia. Per anni comunisti e democristiani hanno devastato il Paese, lasciando infrastrutture obsolete e servizi da terzo mondo. Lo hanno saccheggiato alimentando quel debito pubblico, lasciato in eredità alle generazioni future, che oggi frena la crescita e assorbe i sacrifici degli italiani. L’Italia è entrata nell’Euro dimezzando il potere d’acquisto della lira, svalutata giorno dopo giorno, e soffocando il Paese con un cumulo di tasse su tutto.
Oggi agli italiani lo Stato assorbe sei mesi del lavoro di un anno. La pressione fiscale è al record in Europa: è pari al 43,1% del Pil. E’ come un masso che schiaccia i cittadini onesti, puntualmente chiamati almeno una volta l’anno a subire le “angherie” della legge finanziaria. La legge di bilancio, spacciata come un insieme di provvedimenti utili e necessari a risolvere le iniquità del Paese, finisce sempre, invece, per alimentare le sofferenze degli italiani. Un insieme di tasse e gabelle e di angherie fiscali che assottigliano fiducia e credibilità, sviliscono la politica e fanno nascere la protesta contro il sistema.
Ritornano e sono copie pessime di un copione già visto. Ritornano con un sorriso accattivante ed i modi cortesi, pronti ad essere d’accordo con tutti ed a fare le scelte di sempre. Una stretta di mano al Presidente di Confindustria, un sorriso ai leader sindacali, la concertazione, sentimentalismo e buoni propositi e tutta la retorica dei buoni modi. Il primo impegno, quello di sempre, quello che funziona e non guasta: l’apertura alla partecipazione femminile nelle scelte e negli impegni della politica, naturalmente riaffermando la preziosità del loro apporto.
Il candidato alla segreteria del PD non indica una scelta, non prende una posizione su niente. Usa una parola in difesa delle scelte etiche della Chiesa, un’altra per ribadire le ineludibili scelte laiche dello Stato; sostiene il Governo ma nello stesso tempo dà l’impressione di puntare al suo superamento, si mantiene decisamente alla larga dalle questioni che oggi dividono in due il centrosinistra, se non lo stesso PD.
Gode del sostegno dalla grande stampa. Nessuna riga di osservazioni scomode o di interviste pungenti: i media più diffusi riportano nei minimi dettagli ogni buon proposito dell’eroe nascente del centrosinistra. Lo fanno passare come l’uomo nuovo che spazza la vecchia politica: una via di mezzo tra la continuità della tradizione democratica e la nascente protesta antipolitica, tra il socialismo democratico europeo ed il popolarismo solidale.
Basterebbe lui, e solo lui, ad interpretare tutto il confronto democratico tra le opzioni ideali, come sintesi di una dialettica evolutiva del pensiero del ventunesimo secolo!
Anche con il comico genovese che in queste ultime settimane ha voluto interpretare le disillusioni del Paese, i suoi rapporti si mantengono cauti e prudenti. Le affermazioni appena più coraggiose vengono immediatamente ritrattate e smentite. Il suo motto è non farsi coinvolgere in niente, impedire che contro di lui ci si possa schierare.
Veltroni è la fiera dell’ovvio. Ha lo stesso metodo soporifero dell’Andreotti di un tempo. Un pensiero per tutti, senza nemici apparenti: con gli Usa e con gli arabi, con Israele ma equivicino. Una volta a sinistra, nei cortei che frequentava Veltroni, si usava dire “né con le brigate rosse e nè con lo Stato”. Caduto il muro i post comunisti per affacciarsi al Governo si sono dovuti porre a favore dello Stato. Se non fosse per questa ragione, anche in questo caso Veltroni avrebbe evitato di fare una scelta.
Mancano pochi giorni alle primarie del 14 ottobre ed ecco il colpo di scena: “la voglio in squadra”- sembra abbia detto riferendosi alla signora Berlusconi. Ci avrà pensato per qualche giorno, si sarà consigliato con i suoi collaboratori e forse sondato il terreno. Il colpo di teatro, l’apertura alla moglie del suo contendente alla leadership del Paese. Un uomo di spettacolo, con c’è che dire! Dal giorno della sua kermesse al lingotto, all’ultima uscita su Veronica Lario, una sola steccata sulla firma per il referendum sulla legge elettorale. Solo in quell’occasione si è fatto prendere in castagna.
Come nella commedia dell’arte! Tanta popolarità, battute ad effetto e colpi di scena, molto presenzialismo. Troppo poco per riempire un vuoto di indirizzo politico, abbastanza per essere acclamato in modo plebiscitario come leader del PD.
Vito Schepisi

26 settembre 2007

L'autunno che non scalda il cuore del Paese

Tempi difficili per il Governo. La stretta politica si fa più vicina. E’ l’ora delle scelte e Prodi si contorce tra le opzioni della sua coalizione.
A rendere più incandescente la scena, si riapre l’affare Visco. La coerenza e l’esigenza di legittimità dell’esecutivo vorrebbero che la sua rimozione fosse imprescindibile. Salvato dal rinvio a giudizio (per tentato abuso di ufficio continuato e minaccia aggravata a pubblico ufficiale) dai PM che hanno definito solo illegittima la condotta del vice ministro, anche se non illecita per mancanza di prove sui motivi del comportamento illegittimo, ora al Senato l'iniziativa della Cdl ne richiede la rimozione dalle deleghe e dal ministero.
La maggioranza, anche per ragioni di opportunità, dovrebbe evitare di andar sotto al Senato: dovrebbe sollecitare le dimissioni spontanee del signor Visco. Sulla carta la maggioranza non c’è per far quadrato intorno al parlamentare diessino. La posizione di Di Pietro e dell’Idv offre, infatti, all’opposizione l’opportunità di prevalere nella richiesta delle dimissioni del vice di Padoa Schioppa.
Prodi, se potesse, dovrebbe disinnescare l’ordigno, chiedendo al vice ministro di fare un passo indietro e farsi quindi da parte. La sfiducia a Visco, a dispetto del sostegno della maggioranza, infatti, porrebbe il Governo in grave imbarazzo. La ragionevolezza dovrebbe consigliare di evitare la deflagrazione della sfiducia parlamentare ad un rappresentante del Governo: sarebbe più dignitoso. Ma non è semplice e per questa maggioranza sembra cosa impensabile!
E’ difficile che la componente diessina abbandoni il suo uomo (agente?), anche se la saggezza e la gravità dei comportamenti vorrebbero che sia la stessa maggioranza a prendere le distanze da un uomo che ha mostrato protervia ed arroganza. Indurre Visco a rassegnare le dimissioni potrebbe essere un'occasione per ritrovare la compattezza; ed è importante, per coloro che sono chiamati ad amministrare il Paese, convergere sulle questioni che richiamano l’esigenza di comportamenti leali ed irreprensibili . La rimozione di Visco sarebbe un atto di dignità e coerenza: una buona carta da giocare dopo aver rimosso, dal suo incarico di Comandante della Gdf, ed in modo indecente, il Generale Speciale.
Le dimissioni del responsabile delle manovre fiscali della passata legge finanziaria, legge considerata da tanti inutile e dannosa per aver frenato la crescita del Paese e portato la pressione fiscale ai limiti del tollerabile, sarebbe anche un segnale di discontinuità, utile persino a frenare la caduta della popolarità di Prodi e del suo Governo. Ma è così poco stabile l’equilibrio del centrosinistra da rendere preoccupante anche un atto dovuto per mera decenza.
Presentando i contenuti della finanziaria 2008 Padoa Schioppa non ha nascosto che a fronte di 5 miliardi di tagli i ministri hanno richiesto 20 miliardi di maggiori spese. Ferrero ancor oggi dichiara in termini ultimativi che il Governo con la prossima finanziaria non possa esimersi da provvedimenti a favore dei settori più deboli. Il senatore Dini, che ha appena formato un nuovo gruppo, dopo essere stato tra i 45 saggi del PD, ed esserne uscito denunciando comportamenti egemonici in conflitto tra Ds e Margherita, ha condizionato il suo futuro sostegno a Prodi all’adozione di misure funzionali alla ripresa, ed in controtendenza con l’ultima finanziaria . Il pacchetto di parlamentari che rappresenta, tra cui due senatori, condizionano, infatti, il voto favorevole alla presentazione di una legge finanziaria che miri al recupero della produttività, al rilancio dell’economia ed all’assoluto divieto di ulteriori aumenti della pressione fiscale, ritocco della tassazione sulle rendite finanziarie comprese.
“…I governi non sono eterni, si vedrà” ha sostenuto l’ex ministro del tesoro del primo Governo Berlusconi, dopo aver ammonito che se sarà cambiato l’accordo sul welfare, i parlamentari del suo nuovo gruppo voteranno contro la finanziaria. Non sembra neanche rassicurante per la coalizione governativa la sua dichiarazione densa di significati “noi ci riteniamo liberi di votare le modifiche che riterremo necessarie” sull’iter parlamentare della legge di bilancio dello Stato.
La Tav nel frattempo è diventata un ricordo lontano e scaduti i tempi per presentare il progetto all’Unione Europea, i fondi destinati sono al momento definitivamente persi. Le possibilità di recupero negli anni futuri imporrebbero comportamenti diversi e generale condivisione che allo stato delle cose sembra una vera chimera. Se far viaggiare su rotaie merci e persone era considerato un contributo importante all’inquinamento ed al contenimento delle risorse energetiche, questo Governo smentisce del tutto questo principio. Con la complicità del suo ministro per l’ambiente Pecoraro Scanio che anche in questo caso, come sul clima, prende lucciole per lanterne, la sinistra alternativa, guidata dall’ex leader del Social Forum, Agnoletto, frena la modernizzazione del Paese ed il suo sviluppo nel contesto europeo.
Il no alla Tav impedisce all’Italia di dotarsi di una delle infrastrutture ritenute, a ragione, utili anche a risolvere i gravi problemi della congestione del traffico sulle strade del nord dell’Italia. Impedisce a merci e persone un transito diretto e veloce per lo scambio commerciale, turistico e culturale soprattutto con l’est dell’Europa. Con buona pace della coerenza, quando si impone di fatto di privilegiare il traffico su ruote e la dipendenza da fonti energetiche non rinnovabili. Per un ecologista, come si ritiene il ministro dell’ambiente, è proprio un buon risultato!
Con Prodi emergono contraddizioni politiche molto evidenti. Vengono rappresentate istanze tanto diverse e tali da far pensare che la maggioranza voglia occupare anche lo spazio dell’opposizione. Nella confusione si compromettono i presupposti della democrazia parlamentare. Si svilisce il dibattito sulle istanze delle diverse anime del Paese e si inserisce l’antipolitica che, come abbiamo visto, si accende come una miccia da un giorno all’altro.
L’agonia non giova a nessuno e logora ancora di più la credibilità del sistema: sarebbe ora che per responsabilità se ne prenda atto e si adempiano i conseguenti comportamenti.
Sarà un autunno caldo, ma anche un autunno che non riscalda il cuore del nostro magnifico e generoso Paese.
Vito Schepisi

19 settembre 2007

Valium...Alzheimer...Cera Pongo

Cadrà sulla Rai per aver fatto gridare all’emergenza democratica? Per la situazione di carenza di democrazia e di pluralismo mai verificata dal dopoguerra ad oggi? Cadrà sulla Biagi perché la sinistra più conservatrice e reazionaria pretende di cancellarla? Cadrà sulle lotte e le contraddizioni del Partito Democratico e sul cattivo esempio di democrazia partecipata che sta offrendo al paese? Cadrà per una marcia su Roma dell’antipolitica alla Beppe Grillo? Cadrà per mano di Dini che fiuta il cattivo tempo autunnale e prende le distanze? O cadrà per una congiura interna al Palazzo?
Come cadrà questo che è stato definito il peggior Governo dell’era repubblicana? E’ questa la domanda che tanti si pongono. Una risposta la si può già dare: non cadrà mai per volontà del suo Presidente.
Prodi sembra che abbia cosparso la poltrona di “attak” e ci abbia incollato su il proprio sedere.
I segnali di un cedimento irreversibile ci sono, in abbondanza e con tanto di avanzo: s’è aperta la guerra del tutti contro tutti. Ministri che straparlano e fanno opposizione all’esecutivo, segretari di partito che lanciano ultimatum, un rinfaccio indecente di responsabilità senza remore e freni, una serie di espansione polemica su ogni questione. La maggioranza si comporta come se fosse stata innescata una bomba nucleare che lentamente sprigiona la sua reazione a catena.
Anche la terza Camera, come è stata definita la trasmissione Porta a Porta di Vespa, ha inchiodato il premier sulla difensiva, che poi è la difesa del niente. Il capo dell'esecutivo è sembrato incapace di esprimere un indirizzo, di indicare una scelta, di offrire uno spiraglio, di volere e sapere uscire dal guado di una irresponsabile impotenza del suo Governo. Ha dato l'impressione di essere allo sbando, come una “nave senza nocchiero in gran tempesta”, per parafrasare il Poeta, ed in attesa di un bel tempo che è difficile che arrivi, soprattutto se i suoi ministri e la sua maggioranza sparano dardi contro le nuvole cariche di pioggia.
Un Governo che mostra persino d’aver timore di un guitto e che impegna il suo leader a replicare alle sue parole. Un esecutivo che ha al suo interno più di un ministro che regge il moccolo a Grillo.
Prodi, paragonato ad un forte sonnifero attivo negli stati depressivi e nei disturbi del sonno, che replica come se il comico genovese fosse un protagonista della vita politica, come se fosse un accreditato avversario, come se avesse la capacità di indicare un percorso programmatico virtuoso, come se fosse in grado di interpretare e comprendere le complessità di un Paese. Grillo che si getta a capo fitto nella più facile delle strumentalizzazioni, a guisa di un qualsiasi demagogo che sa cogliere gli umori più viscerali della gente che lo apostrofa, lo deride, lo beffa. E Prodi a dargli statura e dignità.
Grillo somiglia un po’ a quell’imbonitore televisivo, una volta principe delle televendite che si spartiva con la Vanni Marchi il primato dell’offesa al buongusto. (Non ricordo il suo nome, forse non l’ho mai saputo, lo soprannominavo “enfisema” per quella sua asma fastidiosa tra un pugno sul tavolo e l’altro - ndr). Non somiglianza fisica, ma affinità oggettiva in quella sensazioni di un fiume di parole libere destinate a convincere la gente a comprare qualcosa, e mentre il primo vendeva pentole e piatti, il nostro invece vende solo suggestive illusioni.
L’artista genovese a Bologna, l’8 settembre scorso durante il V-Day, ha saputo trovare alcune tra le migliori espressioni della sua vena mimica ed ha colto e descritto il Presidente del Consiglio in modo comicamente esemplare, con gli occhi chiusi, quasi sorridente e l’ha così chiamato “Valium”, facendo sbellicare dal ridere tutti (in verità quando chiude gli occhi, alza la testa verso l'alto ed abbozza ciò che vorrebbe essere un sorriso, Prodi dà da pensarle un po' tutte - ndr) . Poi la risposta di Prodi, inopportuna e senza senso, e la replica di cattivo gusto del comico con cui l’ha ribattezzato “Alzheimer”, per stroncarlo e dar l’impressione di un uomo ormai anziano ed un po’ rincoglionito.
E’ stata un’ulteriore riprova della inadeguatezza dell’attuale leader del centrosinistra. Prodi ha già in tasca un biglietto di sola andata in uscita da Palazzo Chigi e nel porsi in confronto con Grillo, ha forse nutrito la speranza di potergli contrapporre un esercito di italiani più responsabili, refrattari alle illusioni di un comico. Ha forse nutrito la speranza di evitare quel percorso in discesa verso il viale del tramonto. Il popolo di sinistra, però, gli ha voltato le spalle, l'ha usato ed ora non è più utile. L'ex e discusso Presidente della Commissione europea ha perso la fiducia del suo popolo che è pronto a scaricargli addosso le responsabilità del fallimento di questa maggioranza. E' un uomo non più credibile e se volesse veramente rendere un servizio al Paese, ed alla sua parte politica, dovrebbe utilizzare in tutta fretta quel biglietto di solo andata che ha in tasca e togliere il disturbo.
Da Vespa questa volta ha promesso di non abbassare le tasse. Lo scorso anno in campagna elettorale promise di non innalzarle.
Ma oramai non trova più chi sia disposto a credergli ancora.
Non ha una sua politica, non una sua idea. Si fa manovrare come una cera pongo e quando si impegna sa già che niente di ciò che ha promesso potrà mantenere: è un pugile suonato.
Un anno fa si doveva approfittare della congiuntura favorevole iniziata nei primi mesi del 2006, per ridurre la pressione fiscale ed il costo del lavoro, per incoraggiare gli investimenti, per aumentare la produzione e conquistare i mercati, per favorire l'occupazione, per rendere più stabile la ripresa. Si è preferito tartassare i contribuenti ed aumentare la spesa. Per l'anno in corso e per il 2008 si preannuncia la riduzione del prodotto interno lordo. La flessione del Pil genererà una serie di altre difficoltà sul disavanzo e sul debito pubblico.
Prodi è un uomo cinico, duro e caparbio ma solo se si tratta di legarsi al potere.
Quello intrapreso è un percorso verso un vicolo cieco in cui “Cera Pongo” ci sta trascinando, mentre continua a farsi mutare e plasmare a seconda della mano che lo lavora.

14 settembre 2007

Oriana Fallaci un anno dopo



«Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre » .

Quale modo migliore per ricordare Oriana Fallaci se non riportare questa sua espressione tratta da La rabbia e l’orgoglio? Un aforisma che è diventato la sintesi della sua personalità. Una citazione che siamo ormai abituati a rileggere ripetutamente sui giornali e sui blog, ripetuta da commentatori e politici. Un monito lucido per affermare in una sintesi magnifica i caratteri di una personalità ben radicata e di una convinzione incisa nel tempo.
Questa era Oriana Fallaci! Una Donna! Una Donna vera.
L’aforisma, s’è detto, è la sintesi di un tormento tutt’altro che solo interiore, è l’espressione del cruccio di una donna intrepida che riusciva a parlare ai cuori ed alle menti di tantissimi cittadini del mondo libero ma che non riusciva, al contrario, a farsi comprendere dai governanti e dai poteri che dominavano gli equilibri del mondo. Alcune espressioni, come quella citata, sono la sintesi del suo pensiero, ma la Fallaci non era una scrittrice dalla prosa sintetica. La sua prosa, al contrario, è stata ricca di sensazioni, di descrizioni, di immagini che sapeva evocare con uno stile diretto, verace, provocatorio, crudo e tale da renderla tra le donne più avvincenti nella letteratura del secolo scorso. Da inviata di guerra, autrice di reportage di raro realismo, a scrittrice di passioni e di amore, con i suoi ritratti letterari che spaziavano tra la poesia e la cronaca e sempre intinti nel suo profondo e schietto realismo.
Non si può tacere perché ignorare è una colpa, sosteneva con decisione la nostra Oriana. Invitava il mondo occidentale, la politica e la cultura a reagire, a parlare in difesa delle radici della nostra civiltà. E’ stata tra le prime a segnalare lo scontro già in atto e la pericolosità di quel fondamentalismo islamico che si diffonde e predica la guerra santa per liberare l’occidente da satana.
La sua protesta si è levata contro i governanti del mondo, contro i media che si preoccupano solo di essere politicamente corretti, contro “i giullari buonisti sempre pronti a piangere per gli assassini. Mai per le loro vittime”.
Ci mancano il suo coraggio e le sue parole sempre sferzanti: “Crediamo di vivere in vere democrazie, democrazie sincere e vivaci nonché governate dalla libertà di pensiero e di opinione. Invece viviamo in democrazie deboli e pigre, quindi dominate dal dispotismo e dalla paura. Paura di non essere sufficientemente allineati, obbedienti, servili, e venire scomunicati attraverso l'esilio morale con cui le democrazie deboli e pigre ricattano il cittadino. Paura di essere liberi, insomma. Di prendere rischi, di avere coraggio”.
In un libro del 2004, La Forza della Ragione, la scrittrice esortava i lettori ad utilizzare la ragione se non la rabbia e l’orgoglio: "C’è il declino dell’intelligenza. Quella individuale e quella collettiva. Quella inconscia che guida l’istinto di sopravvivenza e quella conscia che guida la facoltà di capire, apprendere, giudicare, e quindi distinguere il Bene dal Male… Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che accade oggi in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione… Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi ci vuole passione. Ma qui non si tratta di vivere e basta. Qui si tratta di sopravvivere. E per sopravvivere ci vuole la Ragione. Il raziocinio, il buonsenso, la Ragione…".
Mi piace ricordarla dopo un anno con le parole scritte alla notizia della sua scomparsa, il 15 settembre di un anno fa:
"E' morta una grande donna. In Italia penso la migliore del ventesimo secolo. Ci lascia soli, senza il suo riferimento, senza la forza del suo grande amore per la vita e per la verità. Ci lascia, commossi per il suo grande coraggio e per l'amore per il mondo libero che l'ha sempre ispirata. E' morta una donna intrepida, verace, forte ...una donna vera. E' morta nella sua amata Firenze che ha difeso fino all'ultimo dalle orde incolte di un pensiero alternativo e senza senso. L'Oriana Fallaci, colta, intelligente, esplicita, spesso scomoda. La giornalista e la donna di cultura che ha sempre testimoniato con impulso e con determinazione l' idea forte del suo pensiero. Il pensiero ardito che si sviluppa nella storia e nelle tradizioni dei popoli e senza ipocrisie: quel mondo che con originalità e passione, con impeto e partecipazione, crudamente ma schiettamente ci ha raccontato nei suoi articoli e nei suoi libri. Il percorso della sua vita è una linea continua, travagliata, intensa, sempre sulla strada dell'anticonformismo e della sola sua voce, a volte isolata ma forte ed impetuosa, spesso travolgente. Quella sua voce suadente ma inequivocabile che le usciva dal cuore prima che dalla mente. Addio Oriana! Nel mio intimo ti ho amata anch'io!”
E’ passato un anno ed il suo messaggio resta valido e reale… sembra scritto nel tempo.
Vito Schepisi

11 settembre 2007

Fermezza contro la follia dell'11 settembre


Anche quest’anno siamo a ricordare la tragedia dell’11 settembre 2001 quando per mano del terrorismo islamico due aerei si schiantano contro le Twin Towers a New York, un altro aereo precipita al suolo in Pennsylvania, per fortuna fuori da centri abitati, ed un altro ancora si abbatte sul Pentagono, azioni terroristiche in cui hanno perso la vita complessivamente circa 3.000 persone tra uomini, donne e bambini.
Questa data rappresenterà per sempre una pietra miliare nei rapporti tra i popoli.
All’apertura del terzo millennio, senza ipocrisie e illusioni, abbiamo dovuto constatare che si era aperta un’ampia frattura tra il mondo musulmano e la civiltà occidentale. Rapporti tra paesi diversi per cultura e civiltà, incrinati dalla mancanza di reciproca compatibilità e comprensione e per ragioni che esulavano persino dalla visione politica del mondo. Un misto di odio ed intolleranza verso un modello di civiltà, una cultura, una condizione. Una frattura che se trae le sue origini storiche nel pieno medioevo, dai tempi delle crociate e delle missioni volute dall’influenza esercitata della Chiesa per “liberare” la Terra Santa dai musulmani, è andata crescendo con la costituzione di entità nazionali legate tra loro dal rispetto di una fede comune e di ben radicati riferimenti religiosi.
Alla società civile, in alcuni paesi del mondo arabo e musulmano, si sono sostituite le rappresentanze islamiche che hanno imposto regole rigide, secondo le interpretazioni più radicali dei loro libri sacri. E’ un fenomeno che s’allarga a macchia d’olio, assieme ai modi più intolleranti di interpretarlo. E’ l’assenza dei principi della tolleranza ed il rifiuto del pluralismo culturale e religioso, l’abbiamo constatato lo scorso anno con il discorso di Papa Ratzinger a Ratisbona quando questi, citando brani storici, pose in rilievo alcune interpretazioni del Corano contrarie alla “Guerra Santa”. La reazione inusitata e violenta evidenziò una voglia quasi epidermica di creare incidenti ed inasprire i rapporti, una scintilla per esacerbare gli animi e spingere i più invasati a ricercare lo scontro.
Nei paesi mediorientali più moderati, i partiti islamici accendendo sentimenti di odio contro “i crociati” ed il “ regno di satana”, allargano il loro seguito e sostituiscono regimi laici, spesso deboli, con il potere delle autorità religiose. Anche in Europa ed in Italia gli immigrati di estrazione islamica pretendono di imporre la loro cultura e non rispettano usi e tradizioni, e spesso neanche le leggi dei paesi ospitanti.
In sei anni, dall’11 settembre, il quadro è andato via, via peggiorando. I paesi occidentali sono quasi sempre divisi, spesso per mancanza di coraggio o per meschini interessi politici. Anche all’interno sono presenti grosse spaccature, in Italia Prodi e la sua maggioranza devono fare i conti con i partiti ed i movimenti che, pur di contrapporsi a paesi come Israele e gli USA, considerati capitalisti e violenti, solidarizzano con il terrorismo islamico. E’ un retaggio del veterocomunismo che, resi incredibili i riferimenti di un tempo, mantengono fermi odio ed intolleranza verso i simboli della democrazia e della libertà sulla cui scia si va evolvendo la civiltà occidentale.
Non c’è condivisione e non s’è creata la coscienza della gravità del pericolo di una massa fanatica ispirata dalla convinzione di perseguire il volere del suo Dio e di guadagnarsi con il sacrificio terreno il paradiso nell’aldilà. Persino l’11 settembre è messo in discussione con tesi di complotto imbevute di cieco ideologismo e di viltà. Questa condizione rende più debole la spinta politica che possa contrapporsi pacificamente, usando il deterrente della fermezza e gli strumenti della diplomazia: la nostra divisione finisce per essere la forza di coloro che oggi possono minacciare la pace e le conquiste della nostra civiltà.
E’ necessario guardare all’11 settembre come ad un monito per non abbassare la guardia, un monito per la fermezza e la determinazione nel voler continuare a vivere secondo i modelli di società sviluppati in questa parte del mondo, da cittadini autonomi e liberi di scegliere, affermando la laicità delle entità nazionali ed il rispetto di tutte le opzioni di fede e di cultura. Deve essere un monito contro il fanatismo politico e religioso, per il pluralismo, per l’integrazione possibile ma senza dover modificare abitudini e tradizioni. La fermezza, il coraggio, la forza della libertà e l’umanità della gente civile deve essere l’arma vincente per contrastare ogni rigurgito di follia.

07 settembre 2007

Ma i diritti sono uguali per tutti?


Mi sono sempre astenuto dal trattare argomenti che trattassero i cattivi costumi degli uomini politici. Non mi piace la cronaca scandalistica e non mi piacciono le strumentalizzazioni. Avverto l’esigenza, però, che l’informazione possa riportare i fatti di malcostume anche politico. I partiti, infatti, quali organismi rappresentativi del sistema democratico, se in continua osservazione nei contenuti e nei comportamenti, sono stimolati a diventare una casa di vetro. Anche le marachelle dei parlamentari più furbi, in quanto usurpatori della fiducia del popolo, è opportuno che siano conosciute dai cittadini. La speculazione politica, sempre pronta e puntuale, caratteristica comune a politici e media schierati, è invece spesso interessata ed ingiusta perché mira a coinvolgere con gli uomini i pensieri e la storia.
Anche la questione delle intercettazioni su Fassino, D’Alema e Latorre pongono in evidenza i limiti degli uomini. E se rendono, contrariamente a ciò che alcuni andavano spacciando, l’immagine del partito di questi signori equivalente a quei partiti della prima repubblica, spazzati da tangentopoli, non tolgono o mettono una virgola in più o in meno alla storia ed alla tradizione della sinistra comunista italiana.
Per quanto, infatti, revisionista e trasformista sia la sua evoluzione, e per quanto abbiano preso atto del fallimento del comunismo internazionale, e si sia aperta una discussione su quei valori che andavano predicando come essenza della democrazia e del benessere, l’idea del marxismo deve rimanere e rimane ferma nei suoi aspetti teorici. Non sono i comportamenti di Fassino o D’Alema, tra il sentirsi padrone di una banca ed il “fammi sognare”, a rendere più credibile la convinzione di tanti uomini liberi sulla inadeguatezza del sistema socialista a risolvere i problemi sociali, etici e civili dei popoli.
Da qualche giorno, però, mi frullano tra le dita della tastiera alcune riflessioni ed ho fatto fatica a controllarle e trattenere le dita . Ho violentato la mia spontaneità e la mia irriverenza per evitare di scriverne, finché non mi sono convinto che alcuni episodi un risvolto politico ed un moto d’indole l’hanno.
Il fenomeno dell’acquisto di appartamenti, molti di pregio, a prezzi che un comune cittadino non riuscirebbe ad acquistare nemmeno nelle periferie delle grandi città, tra il degrado ed una pessima qualità della vita, e per fabbricati di nessun valore storico ed architettonico, non può restare solo un fatto di malcostume di un sistema o di alcuni.
Ho tratto la convinzione che esista una diversa maniera di rispettare la cosa pubblica. Mentre l’uomo di sinistra si impossessa dei beni comuni, come se fossero parte integrante della sua natura di uomo sociale e quindi non un privilegio ma un beneficio di cui disporre, ed a maggior ragione per la sua funzione di persona che si dice impegnata a gestire il sociale, l’uomo di destra ha rispetto per ciò che non gli appartiene e rifugge dal disporre di beni e servizi che non paga e che non sono in suo possesso.
Questo fenomeno è noto nell’ambito degli enti locali e degli enti di servizio e di gestione pubblica, dove la sinistra diffonde una rete di interessi e di funzioni, finanziate dalla collettività, i cui benefici ricadono verso gli uomini di apparato e sui militanti di sicura e consolidata fedeltà alla causa: una sorta di massoneria spontanea che non ha riti anacronistici e ridicoli ma è ferrea ed inflessibile nell’applicazione del privilegio per chi è dentro “la casta”.
La cultura è la stessa di quella della Lega delle Cooperative che, nelle regioni governate da sempre dalla sinistra, ha reso pressappoco capillare la sua diffusione e gestisce il lavoro, la produzione e la distribuzione di una parte quasi assoluta dell’economia locale. Nella cronaca e negli anni sono stati tanti gli episodi di malcostume che hanno visto soccombere il pubblico interesse in operazioni di impiego di denaro pubblico che ha favorito uomini o gruppi riconducibili alla sinistra, anche operazioni di bancarotta sospette.
Se negli elenchi di “affittopoli” di qualche anno fa a pagare canoni di locazione ridicoli e fuori mercato prevalevano uomini di sinistra e sindacalisti, anche negli elenchi di “svendopoli” prevalgono i soliti noti. Dal tenore delle proteste, però, sembra che tutti abbiano esercitato i loro diritti e questa loro convinzione mi induce a pensare che la loro sia frutto di una abitudine ben radicata a godere di benefici, come se la loro fosse un’attività con tanto di contratto di lavoro in cui sono previsti diritti e benefici fruibili.
La domanda che sorge spontanea è che se sono diritti, ed in Italia sono uguali per tutti, perché sono solo alcuni, e tra i più agiati, a poterli esercitare e non l’uomo comune che si barcamena stringendo la cinghia per pagare la rata del mutuo di un modesto appartamento in periferia?
Vito Schepisi

06 settembre 2007

Contro il ritorno alle urne la parola d'ordine è riforma elettorale

La parola d’ordine di questa legislatura è “riforma elettorale”. Tutti la pronunciano per sottintendere un po’ di tutto e per cacciare le streghe. Ha iniziato il Presidente della Repubblica, eletto dalla sola sinistra con qualche sostegno di Follini e Casini. L’On Giorgio Napolitano, anziano esponente del vecchio pci in cui l’abitudine a porre ogni sottile eccezione per opportunità e furbizia ha rappresentato per anni un’arte raffinata, ha così trovato l’antidoto alla caduta di Prodi ed allo scioglimento delle Camere, almeno finché sarà ritenuto opportuno.
Il Professore, che non si lascia sfuggire la fortunata opportunità, ripete come un ritornello con il coro di alcuni altri selezionati suoi ministri che se cade il suo Governo si fa male tutta la sinistra: perché si va a nuove elezioni. E’ un tormentone la minaccia del ricorso alle urne che invece non sembra sia possibile, per volontà di Napolitano, perché manca la riforma della legge elettorale. Ed a somiglianza di quei cani che si girano stupidamente intorno per cercare di afferrare tra i denti la coda, Prodi ed il Governo fanno le capriole all’indietro per cercare di guadagnare del tempo.
Se si pensa che il Presidente del Consiglio ed i suoi uomini più vicini lavorino per ottenere in tempi rapidi una proposta condivisa della legge elettorale si è del tutto fuori strada. L’obiettivo di Prodi è durare. Tirare a campare nella speranza che il tempo possa rimetterlo in sella per poter rimediare al suo fallimento. E’ per questa ragione che la proposta unitaria di Forza Italia, lega ed AN, mentre riceve interessanti aperture da parte di larghi strati del centrosinistra, ottiene da Palazzo Chigi una formale nota in cui si afferma che "ogni apertura al dialogo è guardata con interesse e attenzione" e ma che il dialogo debba aprirsi “con tutte le forze d’opposizione, non solo con i 3 partiti presenti alla riunione".
Per intendere ancor meglio come la pensa il Professore, che si mantiene incollato alla sua poltrona di premier, si registra la presa di posizione di Monaco, prodiano di ferro, che frena e sostiene che la proposta affosserebbe il bipolarismo e quindi la respinge “tanto più perchè accompagnata dalla pretesa-condizione di elezioni subito”. Una canzone quella delle nuove elezioni che dalle parti della Presidenza del Consiglio non si è disposti assolutamente a sentire. Elezioni subito, infatti, vorrebbe dire nuovo leader e una palata di naftalina sul professore di Scandiano.
Anche il Ministro Parisi, già in passato consigliere di Prodi e suo politologo di fiducia, cerca subito un modo per rovesciare il tavolo, e se la Cdl ha proposto un sistema che ricalcasse quello tedesco, s’è subito affrettato a sostenere che per lui il sistema ideale è invece quello francese. Per confrontarsi meglio, però, con l’opposizione e con le diverse opzioni, propone addirittura di azzerare tutto: “la maggioranza deve darsi l'obiettivo di azzerare tutto e ritornare al mattarellum aggiungendosi le primarie per i singoli collegi”.
Non si può certo dire che si è alla frutta perché quando si propone di ricominciare da capo non si può che ritornare all’antipasto!
Anche nel campo avverso, tra gli oppositori del Governo, la proposta della Cdl non è piaciuta a tutti. A Buttiglione ad esempio non è piaciuta granché. L’esponente dell’Udc l’ha ritenuta “un nulla di fatto” che non ha chiarito la scelta di F.I. tra la spinta referendaria di AN ed il modello tedesco voluto dalla Lega. Che Buttiglione abbia letto male i contenuti dell’accordo tra i partiti di centrodestra? Eppure sono le indicazioni che fino a qualche giorno prima lo stesso Buttiglione assieme al suo gruppo aveva sostenuto! A parte il bipolarismo che è una opzione dei partiti (anche negli Usa ed in Francia c’è un sistema bipolare ma non è impedito alle altre forze politiche di proporsi) lo sbarramento che eviti la eccessiva frammentazione dei partiti ed il sistema proporzionale con una indicazione delle alleanze e del nome del candidato premier prima del voto, sposano per buona parte il modello tedesco sostenuto dall’esponente Udc. Buttiglione ancora una volta con la sua improvvida presa di posizione si è saputo distinguere come spesso gli capita. Sembra che sia affetto da una sindrome masochista. Dai tempi della segreteria del PPI, alla congiura del ribaltone, attraverso il diniego alla sua nomina a ministro quando militava col centrosinistra e fino alla bocciatura a commissario europeo. Forse la lezione non gli è bastata, non si convince che a lui, d’esser furbo, non gli riesce proprio!
Di diverso parere Casini che al contrario del presidente del suo partito ha subito avvertito il pericolo dell’isolamento, non solo per esser rimasto al di fuori dell’incontro con i leader del centrodestra, ma anche nell’insistere troppo a remare controcorrente, ad opporsi sarebbe rimasto in compagnia solo di Prodi: e questi è l’uomo perdente. In un fiume che scorre verso la ricerca di un accordo che accantoni Prodi e prepari la successione di Veltroni, e con l’obiettivo di percorrere la strada di un governo istituzionale che possa traghettare questa legislatura al compimento dei due anni sei mesi ed un giorno, col proposito di varare la riforma costituzionale in modo condiviso, l’Udc rischiava di ritrovarsi dall’altra parte del guado a respingere le opzioni che invece da tempo auspicava. L’accordo è poi l’unica strada per evitare il referendum che Casini, Mastella e gli altri partiti minori vedono come il fumo negli occhi.
Segnali di distensione e di apprezzamento arrivano anche da Veltroni e da larghi settori dei DS, tanto da far dire a Violante che pensa che al tema della riforma elettorale “debbano essere connesse anche alcune riforme costituzionali minime che consentano al prossimo esecutivo di governare davvero: riduzione del numero dei parlamentari, poteri del presidente del Consiglio, differenziazione delle funzioni delle due Camere attraverso il Senato federale e semplificazione del procedimento legislativo".
Santo cielo!…Che si aspetta a superare la brutta esperienza di Prodi e procedere?
Vito Schepisi

05 settembre 2007

Per il Governo meno tasse ma solo se si riduce la spesa: cioè mai



Sul fisco se ne dicono tante ed ogni giorno si presenta un nuovo assertore di verità rivelate. Questa volta è toccato al Professor Victor Uckmar che si è sentito in obbligo di accorrere in difesa di Prodi e Padoa Schioppa nella disputa, tutta interna al Partito Democratico in gestazione, sulla questione delle tasse.
“E’ più difficile agire sulle uscite che sulle entrate” ha rivelato il professore di Diritto Tributario all’Università di Bologna spezzando una lancia a favore delle tesi del governo e respingendo di fatto le aperture di Veltroni e Rutelli sulla riduzione della pressione fiscale già dalla prossima finanziaria. La tesi del professor Uckmar non fa una piega e non può che essere condivisibile quando afferma che “Paghiamo tante tasse. Prima, però, occorrerebbe individuare le spese essenziali per il Paese. Un'imposta è giusta solo quand'è rapportata a una giusta spesa”. E’ la stagione delle feste di partito: sarà per questo che si ha l’impressione di assistere alla festa dell’ovvietà.
Se ridurre le tasse senza la preventiva riduzione della spesa non sia possibile, e non lo è anche perché questo Governo non ha posto sotto controllo le uscite, allargandole invece per assecondare le pressioni della sinistra più radicale, la questione è senza dubbio da impostare in modo diverso. E l’unico modo diverso è prendere atto che questa maggioranza non è adeguata alle esigenze del Paese e bisogna cambiarla.
Con l’accordo sulle pensione per ridurre lo scalone a scalini, il Governo è consapevole dei maggiori costi e persino di non riscuotere appieno l’assenso della sinistra neo comunista che vorrebbe la soppressione di ogni piolo. Perché insistere allora con un provvedimento che non modifica quasi nulla in termini dei diritti acquisiti ma che comporta una spesa significamene maggiore? I maggiori costi per tutto il periodo di entrata a regime assommano a ben 10 miliardi di Euro e nessuno nella maggioranza e nel governo osa dire che il Paese questa maggiore spesa non se la può permettere, come più volte ha anche ammonito la Commissione europea.
La realtà però non muta e resta quella che è.
Se Veltroni e Rutelli spingono verso la richiesta di riduzione delle tasse, da subito, lo fanno senza dubbio per mera propaganda, con il fine recondito di attribuire all’attuale Presidente del Consiglio le responsabilità del malcontento che si allarga nel Paese. Appare evidente che il sindaco di Roma vorrebbe dissociare le responsabilità della nuova creatura che sta per adottare dalla azione del Governo in carica, ritenendo Prodi e la sua maggioranza impopolare e perdente.
Prima di ogni altra questione il Partito Democratico ed il candidato a guidarlo Veltroni dovrebbero chiarire non i desideri ma i modi per rendere possibili i sogni che fanno. Dovrebbero dirci con quale maggioranza intendono perseguire gli obiettivi di crescita e di trasformazione del Paese, per rendere, come dicono, la politica più vicina alla gente, se è vero che il 20 ottobre, subito dopo l’incoronazione del nuovo principe della sinistra italiana, la sinistra alternativa scenderà in piazza per contestare la riforma “Biagi” e mettere in discussione quelle leggi sul lavoro che hanno consentito l’allargamento dell’occupazione e della base imponibile, consentendo nel 2006 e nell’anno in corso di ottenere gettiti tributari in continuo incremento.
Per ora Prodi e Padoa Schioppa hanno solo saputo aumentare le tasse ed al contempo aumentare le spese soprattutto per compiacere rifondazione e compagni: sapranno invertire la rotta? Non si ha alcun dubbio che non sapranno e soprattutto non potranno farlo con questo governo e questa maggioranza: possibile che non se ne rendano conto?
Per avallare questa realtà ed assicurare alla prossima finanziaria l’annunciato costo zero, la ricetta del Professore di Diritto Tributario a Bologna Uckmar non si discosta da quella del Professore di Scandiano: “i redditi da capitale dovrebbero essere quelli più tassati visto che si formano senza l'intervento dell'uomo”.
La possibilità di coprire l’aumento della spesa con i maggiori proventi rivenienti dall’inasprimento delle aliquote sui redditi da capitale, in sostanza sui risparmi degli italiani e sui proventi dei capitali di rischio, sarà l’obiettivo per il 2008 del Governo. I risparmi dei piccoli investitori, però, sono già stati gravati alla fonte per essere generalmente redditi non consumati e non sarebbe giusto sottoporli ad inasprimenti fiscali più pesanti.
Scoraggiare il risparmio non è saggio.
Sarebbe una nuova ingiustizia senza tener conto che il mercato finanziario, oggi più o meno globale, rimarrebbe insensibile alle motivazione autarchiche e rischierebbe di dirigersi altrove.
Anche i tassi ne subirebbero le conseguenze con un prevedibile aumento dei saggi di interesse per allineare al mercato i rendimenti, ottenendo così il risultato di rendere più costoso il debito pubblico e favorendo gli investitori esteri che non sono sottoposti alle aliquote fiscali italiane.
Le transazioni finanziarie nel mercato dei titoli azionari, ancora, subirebbero un traumatico rallentamento per il minor appeal verso i risparmiatori, qualora al rischio si dovesse unire un maggior onere fiscale. Se si parla di capitalizzazione delle imprese e di investimenti non si può non considerare che questa eventualità ci porterebbe su di un percorso del tutto contrario.
Questo Governo e l'intera Unione, oramai non hanno più niente da dire, non possono e non sanno uscire dal circolo vizioso in cui si sono introdotti, difendono una maggioranza di 24 mila voti ottenuti anche in modo poco chiaro e su cui si arroccano ostacolando ogni verifica.
Vito Schepisi