25 gennaio 2011

La Signora di Confindustria


La leader di Confindustria, Emma Marcegaglia, sostiene che da circa sei mesi l’attività di Governo abbia subito un rallentamento, mentre, per consentire alla ripresa in atto di trovare un terreno più fertile per radicarsi ed espandersi, occorrerebbe dare impulso ad interventi strutturali. Sollecita così l’avvio d’interventi di liberalizzazioni, in tema di lavoro e produzione, e di un programma di riforme.

Per il Presidente di Confindustria, non predisporsi strutturalmente ai segnali di crescita, limiterebbe le potenzialità d’assorbire occupazione, per recuperare le quote perse con la recessione, e penalizzerebbe la formazione di quelle risorse finanziarie da destinare alla spesa sociale.

Sulle riforme e sulle liberalizzazioni non si può dar torto alla Signora Marcegaglia, anche se non ci sembrava difficile arrivare alle stesse conclusioni senza il suo autorevole monito!

Per portare a compimento un virtuoso piano di riforme ci vorrebbe in Italia un quadro politico più sereno e la ricerca della più ampia condivisione politica. Ma l’oracolo confindustriale, da qualche tempo, fa più pensare che contribuisca a provocare più confusione, e che parli seguendo uno schema politico e che esterni nei momenti in cui la tensione nel Paese appare più vigorosa.

E’ in atto uno scontro politico che, per il suo tracimare in rivoli etici e giudiziari, non ha precedenti. Una parte della maggioranza parlamentare, con una rappresentanza molto inferiore alla sua esposizione mediatica e istituzionale, da alcuni mesi cavalca un ronzino che si è messo in testa una “idea meravigliosa”. E non è il parrucchino di Cesare Ragazzi! Il ronzino si ostina a credere di poter fare il cavallo da corsa e di vincere senza passare dal via. Deve aver pensato che, non avendo grandi qualità ideali, né grandi progetti politici, né tradizioni storiche e neanche doti carismatiche, di poter vincere ugualmente sfruttando il lavoro e il carisma degli altri. Forse è mal consigliato da spavaldi scudieri, di cui uno in particolare mostra d’avere la stessa pochezza di Sancio Panza, e che, anche per immagine, avvicina il suo padrone all’idea che si ha di Don Chisciotte della Mancia.

Il ronzino che, fuori dalla metafora, è Fini, Presidente della Camera con i (soli) voti di una maggioranza che oggi invece disconosce e che, contraddicendo tutte le consuetudini formali che caratterizzano gli incarichi istituzionali, oggi apertamente contrasta. Questi, incurante di trascinare il Paese nell’immobilismo, si è proposto di logorare il premier, ponendosi anche in discontinuità con le scelte programmatiche che assieme ai suoi seguaci ha preso con gli elettori.

E’ la seconda volta che la Marcegaglia, durante l’infuriare di una tempesta provocata da un’iniziativa giudiziaria, e che trova ringalluzziti vecchi e nuovi oppositori, dà calci agli stinchi del governo.

Il Paese è bombardato da notizie e teatrini tra l’indecente e la persecuzione giudiziaria. L’iniziativa della Procura di Milano, con l’impiego massiccio di tempo e risorse, è vista come l’ennesimo tentativo di mettere fuori gioco Silvio Berlusconi. La tv di stato diffonde moralismo a buon prezzo e coinvolge persone completamente estranee e altre che fanno le loro scelte di vita, senza per questo rendersi responsabili di reati.

Mentre, così, si fanno i processi mediatici, si muovono accuse senza una traccia di prova e si diffondono incredibili testimonianze di fantasiose mitomani, la signora di Confindustria non trova di meglio che sparare sull’esecutivo. “Sulla crescita - sostiene - il Paese tutto si deve concentrare: tornare a produrre benessere per le persone. Invece c’è una totale disattenzione. Si parla di tutto, ovviamente i temi di questi giorni, tranne che di questo. Ma questo è il tema che interessa ai lavoratori, ai cittadini, alle imprese”.

Si fa presto, però, a parlare di governo immobile, mentre si contribuisce a far salire il termometro delle polemiche. L’industria italiana è parte attiva della nostra politica economica. E se il treno della ripresa passa attraverso le riforme se la prenda con chi le ostacola. Le relazioni sindacali, ad esempio, dal nuovo modello contrattuale agli accordi in Fiat, hanno visto il governo impegnato, assieme alle parti sociali più moderate, per un diverso modo di risolvere i conflitti sindacali, senza alterare il sistema delle garanzie. Ed anche le mutate condizioni dei mercati, hanno visto il governo lavorare per richiamare l’attenzione di tutte le parti sociali sul pericolo che si riflettano in modo traumatico sull’occupazione e sui lavoratori. Il governo c’era, e si è fatto sentire, anzi è stato anche accusato di esserci.

In politica non esiste la riconoscenza: l’abbiamo visto con così tanta evidenza! Si deve sempre andare avanti, e non si può pretendere di adagiarsi sulle rendite del passato, ma c’è un limite a tutto! Il governo lavorava e s’impegnava in Parlamento sulla riforma universitaria, quando gli altri salivano sui tetti. Berlusconi, Tremonti e tutto il governo si preoccupavano dei conti, dei lavoratori, delle aziende, delle famiglie, mentre gli altri gufavano contro il Paese. E allora viene anche spontaneo chiedersi: ma se invece che strizzare l’occhio a chi si batte contro il Governo e le riforme, la Marcegaglia si occupasse di più del suo mestiere?

Vito Schepisi

20 gennaio 2011

Lupus et agnus

La sensazione di un attacco politico-giudiziario diretto contro Berlusconi diventa più di un sospetto. E’ possibile concedere solo il beneficio del dubbio sul coordinamento tra i diversi attori politici, giudiziari e mediatici. E, vista la vicenda nel suo complesso, è anche possibile immaginare che sia stata pensata come il tentativo della “soluzione finale”.

La magistratura, anche questa volta, entra a piedi uniti in politica. E’ possibile che consideri inetta l’opposizione, incapace d’essere credibile, ma ci chiediamo a che titolo ne debba fare le veci? E’ uno spartito già replicato più volte, ed è sempre contro una sola parte, che è poi quella che vorrebbe portare a termine un programma di riforme, tra cui quella dell’ordinamento giudiziario, da sempre osteggiato, ai limiti del potere di veto, dalle toghe.

In altre occasioni, queste questioni, sono state oggetto d’interessamento di avvocati e dei cultori del gossip. Di scandali, infatti, legati al sesso, alla prostituzione, e ai vip in Italia ce ne sono stati tanti, ma mai si era visto tanto accanimento ed una programmazione nelle indagini che durava da tempo nella ricerca così accurata di un reato e senza risparmio di mezzi.

Il metodo del blitz di tipo militare, così massiccio e invadente, con le perquisizioni anche corporali d’inermi e giovani donne, alla ricerca di tutto e di più, si suppone anche di droga, fa capire che per i magistrati inquirenti non si dovesse lasciare niente d’intentato. Si era alla ricerca di prove di un reato che ancora non si comprende nei suoi limiti. Il modo è stato così pesante da apparire violento e in contraddizione con le garanzie democratiche previste dalla Costituzione sulla riservatezza e sulla libertà personale dei cittadini.

Le conclusioni sono state di un vero e proprio buco nell’acqua. E il niente emerso non giustifica in nessun modo l’effetto traumatico provocato sulle vittime. Che diritto ci sia da parte di chiunque, magistrati compresi, di far apparire attrici di un crimine giovani donne che hanno fatto liberamente le loro scelte di vita? La magistratura serve a far rispettare la legge, non a far la morale!

Come non ci sembra normale una quantità così massiccia d’intercettazioni telefoniche, nelle forme dette “a strascico”, disposte per ricercare una qualsivoglia ipotesi di reato. Neanche l’art. 15 della Costituzione “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili” ferma un furore che ci sembra eccessivo. Ma se è vero che la limitazione della libertà possa avvenire per atto motivato dell’autorità giudiziaria, dove sono le motivazioni e per quali ipotesi di reato che possano giustificare la violazione di questo sacrosanto diritto? Dove, poi, le ragioni che ne possano giustificare la diffusione?

L’accusa ha contestato due reati (concussione e favoreggiamento di prostituzione minorile) nei confronti del Presidente del Consiglio, ma le indagini sulla vita provata di Berlusconi erano in corso sin da prima della presenza sulla scena di Ruby. C’è il sospetto che la procura di Milano fosse alla ricerca costante e immotivata di un fatto penalmente rilevante nei confronti del Capo del Governo, e si presuppone che solo con questa vicenda, per la minore età e per l’ipotesi di favoreggiamento alla prostituzione minorile, possano essere state formulate ipotesi di reato nei confronti del Premier. Ma dove sono le prove? Dov’è la pistola fumante? Un reato ha bisogno di un luogo, di una circostanza, di un fatto circoscrivibile, di una testimonianza visiva, di una flagranza. Ha bisogno di una cosa concreta, e non solo di ipotesi.

Ci sembra davvero troppo per pensare a una normale e consuetudinaria indagine per reprimere fenomeni di malcostume, ma anche troppo poco per rendere tutta la questione realmente credibile o per spacciare per prove i pettegolezzi, le ripicche, i protagonismi, le mitomanie e tutti gli episodi e le sgomitate di giovani e belle ragazze in cerca di onori, soldi e di sostegno per la loro carriera artistica.

In Italia, dopo averle provate tutte, da qualche tempo, anche la pista pruriginosa è utilizzata contro chi prevale nelle preferenze degli elettori e si avvale della fiducia degli italiani.

Il nuovo filone dell’aggressione giudiziaria contro Berlusconi trova così terreno fertile sia nelle penne dei polemisti mediatici, abituati a sviscerare un odio incontrollato verso il leader dell’area moderata del Paese, e sia nelle dichiarazioni di tanti politici che appaiono frustrati per una loro manifesta incapacità di dire qualcosa che sia in sintonia con le domanda di governabilità e con le richieste di soluzioni ai problemi che provengono dalla gente comune. Appare sempre più come nella favola di Fedro del lupo che accusa l’agnello delle colpe sue e dei suoi avi: solo che Berlusconi non ha nessuna intenzione di passare per pecora!
Vito Schepisi

14 gennaio 2011

Garantismo svenduto

Una volta nella sinistra in Italia emergeva un’area di contestazione verso tutto ciò che poteva essere riferito al conformismo, alle tradizioni, ai valori nazionali. Negli ambienti liberali si seguiva con interesse la demolizione dei luoghi comuni, delle ritualità e si comprendevano persino le ragioni di una necessità rivoluzionaria che sbloccasse le rendite di posizione, le caste, i baronati, gli abusi e le discriminazioni.

Nel distinguersi, si pensava alla sinistra come a uno spazio in cui si formavano gli opportunisti e si strumentalizzavano le carenze e le necessità delle popolazioni, e dove si cavalcavano i bisogni ed i diritti negati per trarne vantaggi politici o sindacali. In molte circostanze, si è pensato che la sinistra coltivasse il malessere per poterlo canalizzare in politica e sfruttarlo. Ricordiamo il “tanto peggio, tanto meglio” di Togliatti. In tanti pensavano che la sinistra italiana fosse diretta da centrali di controinformazione internazionale, per minare la compattezza dell’occidente libero, e che, nel periodo della guerra fredda, la sinistra comunista lavorasse per favorire le mire imperialiste dell’espansionismo sovietico.

Le sintesi, però, portavano anche a pensare che, piuttosto per opportunità e non per scelta, la sinistra fosse inconsapevole portatrice di alcune ricette dell’anticonformismo istituzionale e del disconoscimento di qualsivoglia tentativo di introduzione di gestione di poteri assoluti da parte di servizi o di ordinamenti dello Stato (polizia, magistratura, finanza, editoria).

Si è pensato che la sinistra prestasse grande attenzione verso tutte quelle garanzie che nelle democrazie liberali sono a presidio dell’imparzialità della gestione dei poteri nell’ambito della vita civile dei cittadini. E dalla percezione di una sinistra garantista, emergeva anche quella di pensare che fosse contraria, per scelta, per opportunità, per formazione, per principio, all’ordinamento giurisdizionale inteso come una casta autonoma, priva di riferimenti con la società, di assonanza con il senso comune e di collegamenti con il sentimento popolare.

La sinistra fino all’inizio degli anni 90 ha usato il garantismo giudiziario come un proprio distintivo di riconoscimento. Mai la sinistra avrebbe acconsentito, senza gridare al complotto, che un Organo Istituzionale, quantunque supremo come la Corte Costituzionale, potesse sottomettere la politica e le scelte del Parlamento al giudizio e alle limitazioni di un servizio dello Stato, benché autonomo.

Dinanzi al ribaltamento dei principi, però, non può reggere solo l’antagonismo a Berlusconi, come alcuni provano a sostenere. Non si può, infatti, oggi in Italia pensare di rispolverare i principi del male assoluto che giustifichino le soluzioni assolute. La democrazia ha ragione di essere se la sovranità popolare mantiene la sua supremazia e se il Parlamento, espressione del popolo, abbia facoltà di legiferare senza subire ipoteche e ricatti.

Non è pensabile una democrazia ove un magistrato, se non gli va bene una legge, si rivolge alla Consulta - dove sa che c’è una maggioranza che è espressione politica contraria a quella che ha approvato la legge - per farla cassare. Non può che destare inquietudine un Organo Istituzionale che si cimenti a mettere sotto tutela il Parlamento.

E’ cambiata la sinistra o è mutato lo scenario politico? Sono cambiati i personaggi o è mutata la strategia della sinistra, dopo aver acquisito il controllo del potere giudiziario?

E’ evidente che il presunto garantismo della sinistra sia stato svenduto. La sinistra riscuote un’attività distratta e assolutoria per la sua parte, che diventa, invece, inquisitoria e intimidatoria verso gli avversari politici, e ricambia con l’azione di freno verso ogni tentativo di riforma dell’amministrazione giudiziaria. E’ almeno dal famoso decreto Biondi del 1994 che ogni tentativo di intervenire su temi che riguardino la giustizia e il ruolo dei magistrati e ogni tentativo di modificarne i privilegi, di intervenire sulle carriere, di modificare l’impianto organizzativo della giustizia cozza contro una barriera formata dall’alleanza tra magistratura e sinistra.

“La Magistratura è la più grave minaccia allo Stato Italiano”. L’avrebbe detto D’Alema all’ambasciatore USA, stando a quanto rivelato da Wikeleaks. Peccato che per l’unica cosa verosimile detta dal leader PD ci sia stata poi la smentita!
Vito Schepisi

07 gennaio 2011

L'Europa e la nuova crisi del debito

L’economia è una scienza concreta che non può reggere dinanzi a banali e semplicistiche dinamiche ideologiche. Al contrario si può sostenere che siano proprio le ideologie che, scontrandosi con il realismo dei conti e dei mercati, mostrano la loro inutile rigidità.

Fatta questa premessa è bene che si provi a capire se sia possibile che le politiche economiche possano, invece, reggere, a diverse dinamiche sociali e politiche. All’uopo è opportuno immaginare sia i mutamenti dei riferimenti dei modelli sociali nelle dimensioni, nelle criticità e nelle finalità, e sia quelli di più ampio riferimento politico, nei termini, ad esempio, d’identità europea, e di univocità d’indirizzo (alleanze, patti, cooperazione).

Innanzitutto, possiamo provare a comprendere se una moneta unica per più paesi abbia anche riferimenti unici nei mercati, e verificare, altresì, se i singoli paesi europei abbiano politiche monetarie e finanziarie fungibili o, ancora, se alcuni ricorrano, ad artifizi di bilancio per rientrare nei confini di stabilità concordati.

In quest’ottica non possono che sorgere dubbi sul fatto che il Trattato di Maastricht sia solo una linea immaginaria il cui vero confine appare spesso sbiadito.

Nel nostro principale interesse conviene restringere il campo all’Europa, evitando di pensare all’inarrestabile globalismo dei mercati, spettro oramai di un prossimo conflitto economico-industriale che andrà a scuotere l’organizzazione sociale dei paesi più industrializzati. La questione Fiat e gli accordi di Pomigliano d’Arco e di Mirafiori sono solo le prime avvisaglie di una rivoluzione produttiva che interesserà ben presto tutti i paesi europei e tutti i settori industriali.

Il profilo del mondo, quanto prima, cambierà per la diversa velocità di penetrazione commerciale che si sta sviluppando tra un mondo, quello di cultura europea, spesso anche eccessivamente garantito, e un altro privo di stabilizzata cultura industriale che, orientato al bisogno, invece, contro ogni immaginazione, appare sempre più libero e sempre più svincolato da regole. Senza un cambio di rotta, la legge del contrappasso non risparmierà nessuno, e l’Europa, è bene ricordarlo, è il continente più esposto. Senza nuove misure, dovremmo preoccuparci sin da ora del ribaltamento tra la vecchia povertà e la nuova ricchezza. Gli strumenti della vecchia ricchezza, i pacchetti azionari, sono destinati a cambiare i riferimenti del loro possesso.

Per tornare all’Europa, chi ha pensato, come Prodi all’epoca della sua Presidenza della Commissione europea, che l’espansione territoriale dell’Europa potesse essere un segno di maggior peso e di più marcata influenza, l’ha fatto solo per accrescere il suo ruolo politico. Non tutti, infatti, hanno la statura di Khol e non tutti possono permettersi la sfida economica della Repubblica Federale Tedesca, nel 1990, di sobbarcarsi gli oneri economici della riunificazione delle due Germanie. Ciò che resta è che è stato consentito l’ingresso in Europa a una molteplicità di paesi più per ragioni ideologiche o per obiettivi strumentali, che non per accrescere la funzione e il peso politico della Comunità.

In Europa sono entrati paesi che, lenti nei processi di crescita, avevano bisogno di tutto e che, investiti dall’Euro, moneta strutturata su economie a ben diversa velocità, hanno trasferito, sulle popolazioni, i maggiori costi delle necessità di vita, e, sulla moneta europea, le debolezze delle loro traballanti strutture economiche. Per alcuni di questi paesi, la fine del capitalismo di stato, invece di aprire a nuove speranze, ha contribuito a porre dubbi e incertezze sul futuro, coinvolgendo nel pericolo l’intera Europa.

L’Europa mostra dunque tutte quelle debolezze che la rendono vulnerabile. Le ricette varate sono un po’ come l’aspirina che fa passare solo momentaneamente il dolore, senza incidere invece sulla malattia. Le economie industriali, chi più e chi meno, hanno puntato sul debito per accelerare lo sviluppo e per migliorare le strutture sociali. Le economie meno competitive hanno anch’esse puntato sul debito per alleviare il bisogno e ridurre il divario. Il debito è la costante, pertanto, ma è anche come la colonna di mercurio che misura la febbre, ed il grafico della temperatura è monitorato costantemente dalla speculazione finanziaria.

Se c’è un batterio che colpisce i diversi pazienti, è intelligente pensare di unire gli sforzi per trovare una cura comune. Se, ad esempio, per le infezioni servono gli antibiotici, anche per curare il debito serve la sua specifica medicina. In materia economica, per giunta, non c’è da inventarsi niente: la medicina è l’emissione di titoli di debito. C’è, allo scopo, una proposta italiana lanciata dal Ministro Tremonti consistente in uno strumento unico per tutti i paesi europei: gli Eurobond. Questi sarebbero titoli garantiti da tutti gli stati della Comunità, e strumenti con i quali fronteggiare tutti i tentativi di speculazione contro i paesi in difficoltà: non più, pertanto, l’uso di diversi provvedimenti, spesso tardivi, ma un solo strumento immediato valido per tutti.

Non ci sarebbe tempo da perdere!

Vito Schepisi

16 dicembre 2010

La triplice alleanza

E poi arrivò Cicciobello! E così Pierfurby, Gianfrego e Cicciobello hanno siglato una nuova intesa: la triplice alleanza. È la gestazione di un nuovo polo, quasi un altro gruppo parlamentare, forse domani un nuovo partito chiamato Alleanza per la Nazione. Sullo sfondo c’è tanto vecchio che si ricicla. Tra loro, c’è anche La Malfa.

Molti dei protagonisti sono i navigatori inquieti della politica italiana. Da Rutelli a Fini, hanno militato, fondato, rimosso e poi composto e scomposto più partiti e alleanze loro, di quante siano state tutte le composizioni e scomposizioni politiche dal dopoguerra in poi.

Il patto tra i leaders di questi partiti minori, per lo più scissionisti e di variegata provenienza, nasce col proposito d’essere da riferimento per chi dissente dallo scontro culturale e politico tra centrodestra e sinistra. In verità, per i propositi e per lo strabismo della loro collocazione politica, fermamente ed istericamente all’opposizione, contro il governo ed a fianco del PD, in definitiva appaiono e sono soltanto contro Berlusconi. Lo sono per varie ragioni, persino per la tempistica della loro iniziativa, lo sono per ambizione, per ragioni di concorrenza e per risentimento.

Tutti considerano il premier come unico e vero bersaglio. Tutti lo additano come il nemico, come se per timore di apparire velleitari e superflui sentano di dover reagire e di provare a difendersi.

Se Rutelli, Casini, Fini, La Malfa, Mpa, Guzzanti e altri che rappresentano solo se stessi, sostengono di essere alternativi sia al Pdl che alla sinistra, in verità non è affatto così. Si uniscono per contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra. Mirano solo alla caduta del Cavaliere. E sono, invece, osservati dal PD con interesse. I protagonisti della nuova Alleanza ne sono consapevoli e se ne vantano: si sentono, persino, gratificati dai commenti positivi, ma non certo disinteressati, dei leaders della sinistra. Nel PD non si fa sentire nessuna presa di distanza e nessun distinguo, fossero anche per ovvie ragioni di concorrenza, ma solo un coro unanime di soddisfazione e di auspicio. E’ evidente che il Pd trova nell’azione dei “congiurati” gli stimoli per il proprio rilancio.

Dopo tutti gli espedienti falliti per liberarsi del leader del Pdl, senza mettere in campo alcun merito, continuando a non manifestare grandi idee e senza riscuotere enormi consensi popolari, dopo averle provate proprio tutte, dal tentativo dell’aggressione giudiziaria, a quella dell’utile idiota da scaricare rapidamente, a quella del fango e del gossip, nel PD sembra che ora si vada a consolidare l’idea di un nuovo e diverso percorso per sottrarre consensi elettorali a Berlusconi.

Nel partito più confuso d’Italia, non si cerca di acquisire consensi più larghi, introducendo politiche di maggiore coerenza e di più ampio respiro popolare, si pensa solo a sottrarre voti al “nemico”. Nel Pd c’è chi immagina di potersi ora servire di un’Armata Brancaleone, capeggiata da avventurieri di diversa provenienza, per raggiungere l’obiettivo di sedici anni di battaglie politiche. Gli strateghi della sinistra “impossibile” immaginano che, sfruttando l’astio personale e le smodate ambizioni di alcuni, in definitiva esca un buon lavoro per loro.

Nel PD, e le dichiarazioni di D’Alema lo confermano, s’è accesa una fiammella di speranza per spaccare l’area moderata del Paese e per vincere le elezioni: un po’ come fece Mussolini che realizzò il trionfo del suo fascismo sulle ceneri delle contrapposizioni tra le forze democratiche, liberali e popolari del Paese.

C’è da cogliere una conclusione storica che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile. Nessuno avrebbe, infatti, immaginato che una parte di quegli uomini che hanno raccolto la tradizione e i sentimenti dell’Italia fascista, trasformandoli in valori nazionali e patriottici, poi trovasse applausi nella parte politica che ha ereditato, invece, i sentimenti del massimalismo marxista e dell’internazionalismo comunista. Se si perdono però i valori di riferimento, se identità, famiglia, lealtà, sicurezza diventano relativismo e fini (il nome è un presagio!), a conti fatti, anche quest’aberrante realtà ci sta tutta.

La triplice alleanza tra la Germania, gli austro-ungarici ed il Regno d’Italia fu un patto militare di carattere difensivo per difendersi dalla Francia e dalla Russia, quella di Casini, Fini e Rutelli sembra, invece, più un’alleanza di carattere offensivo: si accordano per far fuori Berlusconi, mentre Bersani e Vendola stanno a guardare e sono pronti a trarne vantaggio.

Vito Schepisi

13 dicembre 2010

Pierfurby e Gianfrego

Può sembrare difficile comprendere la politica in Italia, ma non è così. E’ più facile di quanto si creda. E’ sufficiente utilizzare alcune chiavi di lettura e tutto diventa più chiaro.

Nessun politico, o quasi, se dovesse scegliere tra il bene comune e ciò che più gli torna utile, sceglierebbe il bene comune, e quando mostra d’avere interesse per il Paese, fatte salve rare eccezioni, finge. La politica, per la stragrande maggioranza del suo personale attivo, parte da un moto di passione e poi diventa mestiere. Il politico ritiene, inoltre, il suo lavoro impegnativo e pretende di ricavarne sia il reddito familiare, presente e futuro, che gli strumenti di manovra e di gestione per sistemare almeno due generazioni a seguire.

L’indignazione, naturalmente falsa, fa parte del mestiere politico. Non ce n’è uno che sia veramente capace d’indignarsi e, quando finge di farlo, si prendano ad esempio la Bindi o Franceschini, appare incredibile e ridicolo. Se poi sale anche sui tetti, com’è capitato a Bersani, a Vendola e a Di Pietro, diventa anche patetico.

In Parlamento e nei Palazzi si usa un vocabolario del tutto diverso da quello usato dagli altri comuni mortali. Senza rifarsi alle “convergenze parallele”, storica espressione usata da Moro per spiegare la politica del compromesso e del consociativismo, per fermarci al presente, si possono citare espressioni quali “crisi pilotata” o “governo di salute pubblica”, quest’ultima recentemente evocata, e con diversi accenti, tra i quali quello accorato, da Pierferdinando Casini, ribattezzato Pierfurby, stranamente in coppia con Gianfrego, Gianfranco Fini, nell’interpretazione dello sceneggiato a puntate che ci ricorda la storia dei “ladri di Pisa”.

Chi, però, per governo di salute pubblica, pensasse a qualche emergenza sanitaria, ad esempio nelle regioni meridionali, o nella Puglia di Vendola, cadrebbe in un grossolano errore. Il “governo di salute pubblica”, è stato proposto da Casini, a breve distanza di tempo da un altro suo richiamo, di tenore ancora più greve, per un fronte di liberazione nazionale, per liberarsi di Berlusconi che gode invece della fiducia degli italiani.

Il Cln aveva unito nel settembre del 1943 le forze democratiche e quelle comuniste per battersi contro il fascismo e l’occupazione tedesca. Il nuovo Comitato, nell’interpretazione del leader Udc, avrebbe dovuto unire, oltre al suo partito, personaggi come Vendola, Diliberto e Di Pietro, ed insieme a Fini, comprendendo Bersani, Franceschini e la Bindi, senza tralasciare Rutelli, doveva liberare l’Italia nientemeno che da Berlusconi. Come se gli elettori, che avevano votato centrodestra, alle ultime elezioni politiche, fossero stati cooptati in un esercito di golpisti. Come se, invece che con le schede elettorali, avessero chiesto di cambiare politica, estromettendo con la forza la sinistra dal governo del Paese. Come se depositando solo due anni prima nelle urne le schede con la croce sul nome di Berlusconi, avessero puntato le armi e sparato contro una sinistra che, da sempre, si auto proclama irreversibile e che, quando è al governo, mette in ginocchio il Paese mentre, quando non è al governo, pretende di fare lo stesso.

L’assordante rumore di Fini e Casini va interpretato con la volontà di cambiare la legge elettorale. E se solo si pensasse alla recente celebrazione di un referendum, sostenuto con forza da Fini, che avrebbe reso ancora più maggioritario e bipolare il sistema, l’ipocrisia apparirebbe così spessa da pensare di poterla affettare.

La convinzione che Berlusconi non sia elettoralmente battibile, se non con un’ammucchiata, fa saltare i nervi e la ragione a più d’uno. Un’alleanza eterogenea non sarebbe poi in grado di esprimere un governo invece omogeneo. Per evitare l’imbarazzo dell’ammucchiata c’è chi vorrebbe tornare al passato. Sotto mira c’è il premio di maggioranza e c’è chi, come il finiano D’Urso, vorrebbe innalzarne la soglia per renderlo irraggiungibile. Senza premio di maggioranza, i piccoli partiti, col loro pacchetto di voti, come in una Spa, diverrebbero indispensabili per far sopravvivere una maggioranza o per condizionare, e a volte ricattare, una parte o l’altra, e conterebbero più degli elettori nello stabilire, in loro vece, programmi e alleanze. Appare chiaro che, in questo modo, i partiti più sono piccoli e inutili, e più conterebbero. Con questa chiave di lettura si comprendono gli affanni di Fini e Casini ed anche il modo sornione di Bersani di supportarli.

Il ritorno alla partitocrazia diventa una lotta per la sopravvivenza del sistema dei partiti e degli abusi della politica. E’ anche il colpo di coda delle caste per difendere il potere di controllo sulla vita civile e sulle scelte del Paese. La burocrazia tornerebbe a controllare e gestire gli affari e gli appalti, i magistrati a fare i comodi loro e i cittadini a pagare in silenzio. Il tentativo di rivoluzione liberale tornerebbe a dover ripartire da zero.

Se passasse, invece, l’idea di Berlusconi sui partiti snelli, come negli USA, senza grossi apparati burocratici, con un rapporto più diretto col popolo in cui, ad esempio, due partiti, entrambi democratici, uno di orientamento conservatore e l’altro progressista, si fronteggiassero nelle campagne elettorali e poi si confrontassero senza pregiudizi in Parlamento, unendosi persino nelle grandi emergenze e nell’interesse del Paese, molti mestatori e politicanti di professione dovrebbero trovarsi un’occupazione e lavorare. E questo per alcuni, o per molti, è una pesante preoccupazione: un vero terrore.

Pierfurby e Gianfrego, senza voti ma lavoratori incompresi, pensano così ... di imbrigliare il Paese.
Vito Schepisi

06 dicembre 2010

Irresponsabili

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari non italiano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostra economia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironia anglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia: “Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertito se il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.

Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, con la serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è un Paese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che, nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in una congiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisi mondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con molto carattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, alla responsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tanto pressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in un momento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilità per favorire la ripartenza.

Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza delle misure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da un massiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni e di parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anche alcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se non persino di pensare ad allargarla.

L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero, il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come il Ministro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immagine dell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionale e nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italia con Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettato dalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modo credibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre al rispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciproca collaborazione commerciale.

L'economista avrebbe rilevato, invece, come negativo l’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che era accaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forze politiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure di contenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate a seminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemici peggiori da battere quando c’è recessione economica.

Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana e anacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degli impegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi del Governo, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, di giovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumono atteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per le conseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Una follia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che, anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.

Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modi di pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e i propri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e che abbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni dei loro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però, non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è un metodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidente sintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte degli elettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo, sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politica oggi è assolutamente da irresponsabili.

Vito Schepisi



02 dicembre 2010

L'ipocrisia italiana della governabilità

Il seguente è un articolo del mio carissimo amico Andrea B.Nardi, giornalista, scrittore ed osservatore di politica estera. Andrea, usando la sua prosa semplice ed efficace, ci fa capire come una Costituzione che ha fatto cambiare 62 governi, in quasi 65 anni di Repubblica, non sia poi quel mostro sacro che tanti difensori opportunisti vorrebbero far credere.

Dal 1945 a oggi in Italia abbiamo avuto 62 governi in 65 anni. La media di governo/anno è di 0.98. La durata media del governo italiano è di 340 giorni. Il dato più assurdo, però, è il seguente: governi in carica per l’intera legislatura: zero. NON C'È MAI STATO UN GOVERNO ITALIANO CHE SIA DURATO PER L'INTERA LEGISLATURA, iindipendentemente dalla legge elettorale in vigore.
Possibile che nessuno si renda conto di come ci sia qualcosa di palesemente malfunzionante in tutto ciò, della stortura evidente presente nel nostro sistema costituzionale?
Il presidente statunitense ha ricevuto il proprio mandato da un'elezione popolare, e governa in onore di questa, esattamente come il nostro. Tuttavia – ne abbiamo un esempio evidente oggi –, la sua elezione non ha nulla a che fare con quella del Congresso, infatti quest'ultima avviene a metà del mandato del presidente e può far risultare una maggioranza tutt'affatto diversa. Eppure il presidente non rinuncia al suo mandato governativo, non compare nessuna crisi di governo, non si deve cercare un altro Governo, e il Paese continua a essere governato.
In Italia, di contro, è solo la maggioranza parlamentare a conferire dignità d'esistenza all'esecutivo, il quale ne è l'espressione grazie alle elezioni nazionali. Qualora questa maggioranza parlamentare cambiasse – cosa che capita continuamente nel nostro Paese – il Governo è destinato a perderne la fiducia e a dimettersi. Siccome questa situazione non è l'eccezione, come credevano i padri costituzionalisti, bensì la regola italiana, il Paese vive in costante crisi di governo, e, cosa assai più grave, l'esecutivo invece di governare la nazione è costretto a sprecare tutto il suo tempo nelle manovre intestine per non perdere la propria maggioranza parlamentare. I nostri politici, dunque, vivono non per governare ma per cercare le proprie alleanze elettorali.
Allora il problema è questo: bisogna svincolare il Governo dalla maggioranza parlamentare, interrompendo il meccanismo della fiducia.
I metodi possono essere due:
1) O si stabilisce che i parlamentari italiani eletti in un partito non possono dimettersi da quel partito pena la propria personale fuoriuscita dal Parlamento e decadimento della carica, in onore al mandato ricevuto dagli elettori;
2) Oppure si separano i due poteri istituzionali del Governo e del Parlamento con elezioni separate e non direttamente e reciprocamente vincolanti.
Nel primo caso si tratterebbe di rendere finalmente attiva la responsabilità personale dell'eletto che deve rispondere ai propri elettori, pertanto se una volta eletto cambia partito deve dimettersi e far subentrare al suo posto il secondo della propria lista, senza quindi modificare la composizione parlamentare.
Nel secondo caso si avvierebbe invece una procedura di controllo indipendente dei due organi istituzionali.
In entrambi i casi si interromperebbe l'assurda e ridicola sceneggiata delle elezioni italiane, per cui qualsiasi governo eletto verrà comunque sfiduciato dall'ambiguità dei nostri parlamentari, dediti solo al proprio interesse, al trasformismo, alla ricerca di nuovi partiti per usufruire di cariche e finanziamenti a livello nazionale e locale.
Se non si esce da questa ipocrisia, ogni gaudio per qualsiasi vittoria elettorale è assolutamente privo di valore: il prossimo governo cadrà comunque a breve.
Andrea B. Nardi

30 novembre 2010

Il tetto dei desideri

Se qualche volta decidessimo di sorridere un po’ non sarebbe un gran danno. Quest’Italia è così comicamente seria da creare imbarazzo! Sarà anche per questo che Monicelli, interprete della Commedia Italiana, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza, gettandosi dall’alto. Ce ne dispiace sinceramente, soprattutto se si pensa che a salire sui tetti, ma non per buttarsi, ci avevano pensato in tanti, dopo aver avvisato troupe televisive, giornalisti e fotografi.

La comicità più divertente è quella spontanea che emerge dal carattere demenziale dei personaggi, o dal loro modo di voler apparire. Ci sarebbe quasi da pensare che il loro atteggiamento non dovrebbe essere tanto diverso dalla loro stessa maniera di essere. La questione è che di scherzare non ce ne sarebbero le ragioni, ma questa è anche la motivazione che ci spinge a sorridere dinanzi a quella seriosità sempre un po’ esagerata e codina, ora da primo della classe secchione, ora da prefica bigotta, ora da chierichetto bacchettone che contraddistingue i nostri politico-predicatori più ostinati. Avevamo cominciato a ridere con Prodi e Veltroni, ma ora l’ostentazione di alcuni è diventata ancora più seria: quasi una patologia!

Parliamo delle scalate sui tetti: il nuovo oggetto dei desideri per politici in cerca di gloria. Come cambia, però, la cultura nei partiti! Una volta valevano solo le scalate bancarie!

Le scalate sui tetti degli atenei non servono, però, per entrare nel merito e per capire ciò che non si approva della riforma universitaria, servono invece da palcoscenico per piccoli teatrini da cui inviare minuscoli messaggi, come gli sms con i telefonini.

Sulla riforma Gelmini, in un primo tempo era la scarsità dei fondi ad alimentare la protesta delle opposizioni. Ai più era apparso che il giudizio complessivo sul disegno di riforma fosse buono e che il fermento fosse giustificato dalla mancanza della copertura finanziaria. Si accusava il Governo di sottrarsi al dovere di finanziare la cultura. Oggi è sorta l’idea del pregiudizio.

Non è certo compito dell’opposizione preoccuparsi di ciò che, invece, tiene con il fiato sospeso i paesi europei, come l’avere costantemente puntata la lente d’ingrandimento degli speculatori finanziari, ma ciò che accade in Italia sa di paradossale. L’abbiamo visto con Alitalia, quando la sinistra difendeva i privilegi dei piloti, lo vediamo anche ora quando si schiera con i baroni a difendere il vecchio, e forse anche il marcio. Nella legge di stabilità, tra i tagli e le economie, il governo ha trovato, infatti, i quattrini. L’irrituale protesta, però, testimonia che la speculazione in Italia ha protagonisti ancor più stomachevoli di quelli pronti ad affossarci per una manciata di soldi.

Nel nostro Paese una riforma universitaria di qualsiasi tipo e spessore, senza conflitti, non si può fare. Le caste sono fortissime. Nessuno può disturbarle, anche se sono sotto gli occhi di tutti le sacche di nepotismo e di gestione autoritaria d’interi istituti e facoltà dove proliferano da anni nepotismi e colonie familiari, ed anche se esistono realtà in cui le risorse sprecate in abbondanza non producono quelle eccellenze che ci dovremmo invece aspettare.

Se la politica sale sui tetti è perché non vuole parlare di università, ma è solo alla ricerca della visibilità e si preoccupa della collocazione negli spazi da occupare nella propria area politica. E’ il tetto dei desideri!

Vito Schepisi

26 novembre 2010

Premio di maggioranza

Sembra che la nuova idea dei finiani, per concedere respiro al Governo, sia quella di chiedere una modifica della legge elettorale. Non si tratta di reintrodurre le preferenze. La questione preferenze non è mai stata un vero problema per i partiti, anzi per alcuni le cose vanno fin troppo bene, trasformando la stessa questione in un suggestivo strumento di indignazione, per far presa sugli elettori. E’ sufficiente far intendere che Berlusconi, “dittatore” e “mignottaro”, assieme ai leghisti “rozzi” e “razzisti”, abbia anche espropriato gli italiani del diritto di scelta dei parlamentari sulla scheda elettorale e tutto va bene.

Il “porcellum” si presta con facilità ad essere additato come un metodo ingiusto e autoritario per la nomina dei Parlamentari. Aiuta all’idea negativa anche l’aneddoto storico, forse un po’ fantasioso, di Caio Giulio Cesare Germanico, imperatore romano noto come Caligola, che, in un crescendo di follia, in segno di disprezzo verso le istituzioni, pare che avesse voluto nominare il suo cavallo, Incitatus , al Senato di Roma.

Le motivazioni del legislatore sulle preferenze sono state del tutto diverse e riflettendoci con la dovuta prudenza si ricaverebbero valutazioni più ragionevoli. La partitocrazia, infatti, più che sulle persone più rappresentative che i partiti, anche per immagine, mettono in campo, si regge sui comitati di affari e sulle manipolazioni delle selezioni elettorali. Le preferenze in mano alle caste ed ai gruppi di pressione sarebbero, pertanto, lo strumento più subdolo per favorire il dilagare della corruzione. Con la reintroduzione delle preferenze andrebbero a contare di più i mezzi finanziari, gli accordi occulti o il sostegno delle lobby, che non la cultura, la competenza e l’onestà dei candidati.

In una società come l’attuale, così aperta alle comunicazioni e con spiccata caratterizzazione mediatica, malgrado il paradosso, ciò che può sembrare più democratico, in realtà potrebbe non esserlo, anche se è ferma la convinzione che sarebbe auspicabile la messa a punto di un metodo che possa garantire l’agibilità politica al riparo dalle gestioni occulte e mafiose. Nel frattempo, però, resta auspicabile che nessuno possa essere messo nelle condizioni di comprare nessuno. L’attuale metodo, pertanto, se tutti si togliessero la maschera della finzione, va bene anche ai partiti. A Tutti. Solo gli ipocriti possono sostenere il contrario.

L’idea nuova dei finani, invece, consisterebbe nella modifica della parte della legge che riguarda il premio di maggioranza. Un nuovo cavallo di Troia per ridurre Berlusconi alla resa. L’idea, avanzata da Urso, sarebbe quella di porre l’asticella del premio di maggioranza sulla soglia del 45%. A quella soglia il Pdl e la Lega, valutati tra il 42% ed il 44%, non riuscirebbero ad arrivare. Con questa modifica diverrebbe meno inutile e meno rischioso l’accordo elettorale tra Casini, Rutelli e Fini. Fini, infatti, teme le elezioni perché nelle condizioni attuali, se anche il Pdl e la Lega si fermassero al 42%, a tutto beneficio del trio neocentrista che così arriverebbe a sfiorare il 18%, che è anche il massimo della forbice attribuito dai sondaggi, e con la coalizione di sinistra, da Vendola a Bersani, attraverso Di Pietro, al di sotto del 40%, il centrodestra vincerebbe le elezioni e conquisterebbe alla Camera il premio di maggioranza, con buona pace di Fini che si troverebbe a capo di un piccolo partito e privo anche della sua identità. A Fini, invece, interesserebbe sia la caduta Berlusconi, che restare in gioco.

Con la proposta di Urso le tre debolezze si trasformerebbero in una forza. Diventerebbero l’ago della bilancia del Parlamento. Casini, Rutelli e Fini, a corto di voti ma arbitri della situazione, adotterebbero la politica dei due forni, com’è sempre piaciuto a Casini.

Fini immagina così di potersi liberare di Berlusconi. Con una proposta che ci riporterebbe nella più classica delle degenerazioni della partitocrazia. Non varrebbero più i programmi e le scelte dei modelli di società per il futuro, ma gli accordi sui prezzi da pagare fino a soddisfare gli interessi di quei gruppi di potere che, servendosi di piccoli ma indispensabili numeri, arriverebbero, come un tempo, a condizionare le scelte del Paese.

Altro che bipolarismo! Fini anche in questo ha cambiato pensiero?

Vito Schepisi

23 novembre 2010

Il cerino acceso tra le dita

C’è un odore fastidioso di prima repubblica tra gli interpreti di questo scorcio autunnale di legislatura. Il gioco del cerino acceso tra le dita, nell’attesa che sia il proprio avversario a bruciarsele non ci persuade. Il braccio di ferro tra Fini e Berlusconi non giova all’interesse del Paese. E non occupa i pensieri della gente. Anche la retorica un po’ stantia del primo della classe, con cui si esercitano Bersani e Casini, non ci emoziona più di tanto, e le loro reiterate diffide non ci convincono e non sono tali da toglierci il sonno notturno. C’é un’abitudine ai richiami di “al lupo, al lupo” che esula dal rapporto corretto tra maggioranza e opposizione. E alcuni personaggi, superando la soglia del credibile, sono diventati quasi incredibili.

Contenti loro! La sinistra resterà sempre minoranza, se non avvertirà quanto sia improduttiva l’ipocrisia di non saper esprimere una proposta di governo alternativa a Berlusconi. Tertium non datur. La democrazia funziona solo così, diversamente è autoritarismo reazionario. Se la sinistra non sarà capace di opporre un vero progetto politico, e se per proporsi non avrà l’umiltà di confrontarsi con il Paese, raccogliendone i sentimenti, e se non avrà altrettanta umiltà di porsi in competizione democratica con l’unico centrodestra possibile, che è poi quello indicato dalle urne, e se continuerà solo ad applaudire chi semina confusione nel campo avverso, a prescindere dalle motivazioni e dalla coerenza, continuerà solo a ripetere ciò che sosteneva Gino Bartali quando commentava il Giro: “ è tutto da rifare”. Finché nessuno presterà loro attenzione.

La politica aggressiva non entusiasma gli elettori. La politica delle contraddizioni, dei doppi forni, delle furbizie, dei condizionamenti e dei ricatti non paga in termini di consensi. L’elettorato moderato, quello corteggiato da tutti perché asse centrale di ogni possibile maggioranza politica, è composto di cittadini molto più semplici di quanto si pensi. L’elettore moderato, senza perdersi tra i massimi sistemi, fa le sue scelte sulle questioni che contano, e con saggezza pone solo una serie di pregiudiziali sulla pacatezza, sulla volontà, sulla capacità e sull’attendibilità di partiti e leader.

Il Pd, ad esempio, dovrebbe ormai già sapere che la politica del tanto peggio non trova più eccessivi consensi. Sono finiti i tempi del Pci e del cieco collante ideologico. E non desta neanche particolare interesse la sfida lanciata dai comprimari. Cosa si vuole, infatti, che possa interessare al Paese di coloro che si sbracciano in Parlamento, in tv, sulle piazze o sui giornali, dicendo tutto e il proprio contrario per tirare a campare o per non dover apparire superflui? Cosa si vuole che possano contare per i grandi numeri del pluralismo democratico i fautori della nuova partitocrazia come Fini, Di Pietro, Rutelli o Casini?

I toni apocalittici e le formule astruse, allo stesso modo dei suggerimenti interessati o di quei proclami che avrebbero la pretesa di modificare le maggioranze scaturite dalle scelte degli elettori hanno stufato. Se Casini, ad esempio, ritiene di doversi differenziare dalla politica demolitrice dell’opposizione, per ritrovare le ragioni della sua collocazione naturale nell’area moderata del Paese, faccia la sua scelta una volta per tutti. Basta con le sceneggiate! Al contrario, se ne stia all’opposizione e a tramare per un improponibile governo tecnico con Bersani, Di Pietro e Fini, sempre se il Presidente della Repubblica vorrà prestarsi all’edizione numero due del ribaltone. Una terza via non esiste. L’Italia del ventunesimo secolo, dei tempi della globalizzazione e delle grandi sfide sociali non si può più permettere la confusione della partitocrazia. Anche il “futuro” di Fini è già “passato”.

Il sistema rappresentativo dello Stato, purtroppo, alimenta la confusione e incoraggia il protagonismo degli avventurieri. Occorrerebbe metter mano alla parte seconda della Costituzione e riformare l’Ordinamento della Repubblica. Occorrerebbe consolidare la scelta bipolare e affidare, finalmente, il diritto di scelta al popolo, garantendogli quella sovranità richiamata all’art. 1 della Costituzione. Se le scelte non potranno essere modificate se non solo dagli stessi elettori, nessuno si sognerà mai di truccare le carte.

Vito Schepisi

12 novembre 2010

Feltri e le sue colpe

In un Paese normale la notizia avrebbe dell'incredibile, ma in Italia, invece, sembra che tutto sia possibile. Vittorio Feltri è stato sospeso dall'Ordine nazionale dei giornalisti per tre mesi. La sua colpa sarebbe stata quella di aver pubblicato, assieme alla notizia di una condanna vera per molestie, una velina allegata, ed erroneamente attribuita all'attività investigativa, in cui Dino Boffo, ex direttore di Avvenire, giornale della Conferenza Episcopale Italiana, risultava “attenzionato” dalle forze di pubblica sicurezza per molestie legate alla sua omosessualità. La colpa del Direttore del Giornale sarebbe stata, pertanto, quella di non aver controllato la fonte dell'informativa, risultata poi non ufficiale, quindi farlocca, e di averla ugualmente pubblicata.

Certamente è stato un errore di valutazione, ma non si può neanche lontanamente pensare che ci sia stata una volontà dolosa. E' un episodio su cui persino qualche dubbio è rimasto. La verità non è mai emersa fino in fondo, tanto più che il fascicolo del procedimento penale a carico del giornalista, per espressa richiesta dei suoi legali, non è mai stato reso pubblico. Per questa leggerezza giornalistica - quella di non aver controllato la fonte di una velina che nulla toglieva e nulla aggiungeva ai fatti - Feltri ha chiesto pubblicamente scusa a Boffo e, come previsto dalle leggi e dal codice deontologico, ha pubblicato spontaneamente sullo stesso quotidiano la rettifica della notizia, mostrando non soltanto buona fede, ma soprattutto lealtà e professionalità. Nella notizia diffusa dal Giornale non c'era nessuna motivazione personale, né di altro tipo, se non, ancora una volta, la volontà di dimostrare quanta ipocrisia ci fosse in giro, soprattutto da parte di coloro che si ergevano a difensori della moralità e che pontificavano sulle presunte debolezze degli altri.

Così tanto? Ma la notizia qual'era? L'informativa che aggiungeva solo un aspetto di colore, me che era priva di significato pratico, o la condanna per molestie legate a faccende un po' particolari di natura sentimentale che coinvolgevano l'ex Direttore del giornale dei vescovi italiani? Il medesimo Boffo che, invece, entrava nella vita privata del Premier e ne traeva motivazioni per esprimere una serie di giudizi morali; il medesimo direttore del giornale della Cei, organizzazione cattolica presieduta da Monsignor Bagnasco, distintosi fino a quel momento in dichiarazioni - giuste o meno, ma non sta a noi trarre giudizi sul pensiero e sullo spessore morale della Chiesa e delle sue espressioni più autorevoli - di dissenso alle unioni gay ed alle pubbliche manifestazioni dell'orgoglio omosessuale come i “gay pride”.

Per Feltri la notizia giornalistica consisteva solo nelle contraddizioni rilevate, ma senza trarne a sua volta alcun giudizio morale. Il direttore del Giornale si poneva, invece, una domanda, rimasta anch'essa senza risposta, sulle ragione per le quali una notizia di molestie sessuali, con motivazioni non certo nobili, come nei fatti specifici apparsi, fosse stata mantenuta riservata e senza che i media ne avessero fatto cenno, come invece sarebbe accaduto per altri personaggi pubblici, se non anche per altri meno noti. Un fatto di cronaca provinciale, per certi aspetti anche così morboso, è sempre un episodio che alimenta l'attenzione della cronaca.

Ma se l'intenzione di Feltri era stata quella di dimostrare quanto fosse facile fare moralismo sugli altri, ed assolvere invece sempre se stessi, per l'ordine dei Giornalisti la valutazione sembra, invece, che sia stata diversa, e lo si evince dal giudizio: colpevole!

La nuova santa inquisizione ha emanato la sua sentenza: Feltri è un diavolo.

Se nella parabola di Giovanni, nel Vangelo, Gesù, al cui cospetto avevano portato una fanciulla accusata di tradimento, alla richiesta per la sua lapidazione, prevista dalle leggi di Mosè, disse: “chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” ed i farisei, messi dinanzi alle loro contraddizioni, si defilarono, l'Ordine invece non si è defilato affatto: ha scagliato 66 pietre.

I moralisti, i farisei contemporanei, non non si defilano, piuttosto scelgono di scagliare le pietre più affilate e taglienti. E l'Ordine dei Giornalisti si è adeguato. E vai così a scagliar pietre contro il pluralismo. E poi parlano di libertà di stampa. E poi lo fanno anche senza vergogna!

Che valore ha un ordine professionale, se invece che un organismo di tutela, e di regole uguali per tutti, si trasforma in uno strumento di vendetta e di intimidazione?

Ma va che forse di colpe Feltri debba espiarne altre di diverso tipo!?

Vito Schepisi

09 novembre 2010

Al voto

Si dice con insistenza che in politica i termini come coerenza, riconoscenza, fedeltà, e gratitudine non abbiano lo stesso valore che hanno nella vita civile. Lo si dice per dar credito al pensiero che la politica sia divenire, realizzazione, mutamento, aggiornamento e finanche l'arte del possibile. Di certo la politica, oltre ad essere governo del presente, è strategia per il futuro, e non si può nascondere che la storia stia lì a testimoniare che i mutamenti di vita ne richiedano altrettanti nelle soluzioni. Non manca, però, chi sostiene che ci sia molto opportunismo personale o di gruppo, se non trasformismo ed indifferenza alla soluzione delle cose.

Di certo è che in politica subentrino sempre più le ambizioni personali e che prevalga più la ricerca dello scontro, che non quella, più virtuosa, dell'intesa. Le motivazioni sono da ricercare nei tatticismi e nei vantaggi personali, soprattutto di chi fa politica per mestiere. Privilegiare lo scontro è diventato un metodo per acquisire maggiore visibilità politica. E quando lo si fa da una posizione istituzionale, come nel caso di Fini, il controcanto moltiplica almeno per 10 la visibilità.

Per offrire una versione meno cruda e spregevole del proprio modo di agire, coloro che utilizzano la politica come mestiere, si cautelano dietro l'art 67 della Costituzione che stabilisce che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Sarebbe bene ricordare, però, che l'art 67 è stato voluto dai Costituenti per impedire che il mandato popolare fosse condizionato, magari vincolato al sistema della partitocrazia, non per stabilire che un parlamentare che ottenga un mandato popolare possa, senza alcun vincolo etico, rappresentare in Parlamento altre istanze, se non addirittura soluzioni opposte a quelle per le quali il corpo elettorale ha espresso il proprio gradimento.

Interpretare la Costituzione come la legittimazione dei voltagabbana è un errore, come è altrettanto sbagliato volerla rappresentare alla stregua dei Dieci Comandamenti. La Carta non ha valore di assoluta sacralità: in democrazia tutto è emendabile. In passato è anche già stata sottoposta a modifiche che ne hanno leso l'equilibrio originale, col risultato d'aver in qualche modo ribaltato il peso politico a favore di funzioni prive della legittimità democratica per esercitarlo.

Si accennava in apertura al venir meno in politica, in nome dei principi dell'evoluzione e della fertilità del pensiero, di concetti che nella vita civile invece sono considerate virtù. Aggiungiamo anche che possa essere persino virtuoso ricredersi su alcune scelte già fatte, ed accogliere le osservazioni rappresentate da altri, persino se tali da ribaltare l'esito, o far cambiare l'approccio alle questioni in discussione. Resterebbe, però da chiedersi se anche il venir meno della lealtà possa mettersi sullo stesso piano della legittimità del mutamento degli orientamenti.

Se si sostiene che Fini sia sleale, ad esempio, senza tornare a parlare della Casa di Montecarlo, fatto imputabile alla degenerazione ed all'arroganza dell'esercizio della funzione politica, ma restando nel tema della democrazia e della legittimità etica dei comportamenti politici e parlamentari, si intende riferirsi al metodo adottato da Fini e dei suoi sostenitori e non al mero pensiero.

Poniamo, ad esempio, che Fini abbia avuto le sue buone ragioni ideali per prendere le distanze dal massiccio voto popolare che nel 2008 ha legittimato la maggioranza politica di centrodestra: avrebbe allora il dovere morale di prenderne atto con lealtà. Dovrebbe dire di aver sbagliato nel chiedere agli elettori moderati, su un progetto politico comune con Forza Italia e Lega, i voti per governare l'Italia. Se fosse così, per questioni di lealtà, senza ipocrisie, come sostiene persino Di Pietro, avrebbe dovuto già da tempo chiedere di aprire la crisi di governo, per ritornare alle urne e dar modo di sottoporre la sua nuova offerta politica al giudizio degli elettori. Non può chiedere, invece, che Berlusconi apra la crisi per cambiare il quadro politico. Fini, per lealtà politica, aderisca alla richiesta di Di Pietro di una mozione di sfiducia! Ma soprattutto si dimetta subito da Presidente della Camera per il suo nuovo ruolo politico

Se sfiduciato, Berlusconi non potrà che prenderne atto e recarsi al Quirinale per dichiarare esaurita la sua esperienza, ma dichiarare esaurita finanche l'intera legislatura. Fino a nuove elezioni, infatti, il quadro politico, per il rispetto della democrazia e della sovranità popolare (art. 1 della Costituzione) non può che restare immutato, in quanto resta ancora riferimento della maggioranza politica su cui il corpo elettorale ha riversato il suo consenso.

Vito Schepisi

05 novembre 2010

Al di sotto delle parti

L’attacco alla Democrazia in Italia arriva sempre più dalle Istituzioni. Soprattutto da quelle che non hanno una vera legittimità popolare e che beneficiano di incarichi che dovrebbero essere al di sopra della parti, ma che non sempre lo sono. Gli incarichi istituzionali sono spesso assegnati con accordi bipartisan o, se previsti dalla Costituzione, assegnati con le procedure ivi previste, per rappresentare lo Stato e garantire la correttezza delle sue funzioni, non invece per occupare il campo di gioco.
L’ultimo sfregio all’indipendenza delle Istituzioni l’ha inferto il vecchio “enfant prodige” di quello che fu il partito comunista italiano. Il marinaretto Massimo D’Alema, infatti, nominato Presidente del Copasir, l’organismo che controlla i servizi segreti, traendo spunto dalle campagne di stampa, ha insinuato che la sicurezza del Premier sia compromessa dalle sue scelte di vita privata, ed ha lamentato, altresì, un aggravio dell’impegno degli agenti preposti alla sua sicurezza a causa delle sue frequentazioni. Per D’Alema, in definitiva, Berlusconi farebbe bene a starsene chiuso in casa e senza frequentare nessuno.
Ma quello di un servizio di controllo e di sicurezza sui servizi, che provi a far rimbalzare le ondate mediatiche di gossip e le insinuazioni, è un modo singolare ed improprio di assolvere le proprie funzioni. Sarebbe, invece, auspicabile che il Presidente del Copasir faccia con la dovuta discrezione solo il suo mestiere, insomma che lo faccia seriamente ed in silenzio!
Ad usare le Istituzioni, per compiacere la propria e l’altrui passione, aveva già provato, e con altrettanta platealità, Oscar Luigi Scalfaro. Ma un Capo dello Stato che diviene parte attiva di un ordito politico in cui si ribaltano le scelte degli elettori è più simile ad un “caudillo”sud americano, che non ad un garante delle istituzioni di un Paese libero e democratico. Il ribaltone del ‘94 è stato così l’epilogo della stagione dell’Italia “democratica ed antifascista”, quella dominata dalla retorica, per lo più moralista, di tanti ex fascisti riciclati, ed apparsa più simile ad un regime di stampo autoritario, che ad una vera democrazia liberale.
Non ci meraviglia, pertanto, che in quella l’Italia si sia formato politicamente anche il giovane D’Alema.
In tutte le democrazie di tradizione occidentale, la sovranità appartiene al popolo e sono gli elettori che stabiliscono le scelte politiche. Non potrà accadere, ad esempio, che primi ministri come la Merkel o Calderon, piuttosto che Zapatero, o Capi di Stato come Sarkozy ed Obama, eletti direttamente dal popolo, possano rischiare d’essere sostituiti da una maggioranza formatasi, invece, attorno ai partiti di opposizione, benché rafforzati da scissioni di voltagabbana eletti con i partiti di maggioranza. Fuori dall’Italia non è possibile che accada senza il necessario passaggio elettorale.
Ma questo è ciò che accade nel resto del mondo libero!
In Italia le cose possono, però, andare diversamente. Può accadere che dal Presidente della Repubblica, al Capo del Copasir, passando per il Presidente della Camera, ci si preoccupi, invece del logoramento di Berlusconi, che poi ha i voti degli italiani. C’è chi lo fa come parte attiva, abusando di una visibilità istituzionale, e chi con ipocrisia e finzione; chi ponendosi speciose questioni, e chi traendo spunto dall’animosità politica di alcune testate. Il fango non importa da dove provenga purché sia tanto e purché insudici. Ma il fango è sempre un composto melmoso dovuto alla composizione di più materie.
Per la Costituzione Italiana all’art.1, dopo il primo comma, retorico e banale, con cui si declama una Repubblica fondata sul lavoro, come se potesse essercene un’altra fondata sull’ozio, c’è scritto che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Chi ha votato per il centrodestra, pertanto, avrebbe tutte le ragioni per pretendere che il Presidente della Repubblica assolva al dovere morale di registrare con onestà, come farebbe un notaio con un atto stipulato per volontà delle parti, l’indirizzo politico espresso dal popolo (la sovranità). E sarebbe anche opportuno che faccia intendere, se non proprio dirlo con chiarezza, che non ci sia un’alternativa politica a questa maggioranza. La volontà popolare nel 2008 è apparsa, infatti, inequivocabile (oltre il 9,2% di differenza tra centrodestra e centrosinistra), come tale era stata anche nel 1994, al tempo del ribaltone di Scalfaro. E se non c’è alternativa politica, non c’è neanche governo tecnico che tenga: sono finzioni da prima repubblica.
I nominati delle Istituzioni vagheggiano, invece, i metodi del vecchio sistema proporzionale: quello in uso fino alle elezioni politiche del 1992. Fino ad allora le scelte le facevano i leader dei partiti. Esisteva la partitocrazia ed il sistema consociativo. In un sistema elettorale proporzionale con il recupero dei resti, ed in un contesto partitocratrico, fondare un partito poteva essere come vincere almeno un “cinque più uno” al Superenalotto. Alle urne non perdeva mai nessuno. Vincevano tutti. E capitava anche che chi perdeva venisse chiamato al Governo. La politica paradossalmente adottava il principio olimpionico: l’importante non era vincere, ma partecipare. Se si vinceva, tanto meglio! I partiti però vincevano sempre, chi più e chi meno; ma anche un perdente c’era sempre: il Paese. Il sistema non assegnava mai una maggioranza parlamentare chiara. Con 50 e passa partiti ogni maggioranza diventava possibile: bastava eludere le scelte e privilegiare le strategie di partito.
L’importante era incartare qualche parlamentare e partivano una serie di diritti e di rimborsi spese. I partiti così nascevano come funghi. Di alcuni non si è mai saputo in cosa differissero dagli altri. Per raccogliere voti si inventava di tutto e nascevano anche, ma con scarso successo, il partito dell’amore e quello della felicità. Alcuni si scindevano. Sorgevano persino le guerre dei simboli. A quel tempo era un po’ come accade oggi per il sud, con le tante nuove formazioni politiche che ne propongono l’attenzione ed il riscatto. Ma anche oggi c’è il vago sospetto che si cerchi solo uno spazio da occupare. Alcuni lo fanno strumentalizzando le difficoltà e le carenze, ma si stenta a credere che così il sud possa davvero contare di più.
Ai tempi della prima repubblica a pagare era sempre il contribuente, soprattutto quello a reddito fisso, gli altri erano per lo più nullatenenti, se non assistiti con la fiscalizzazione degli oneri sociali e la socializzazione delle perdite di esercizio. Anche il fenomeno dell’evasione fiscale è figlio di quello stesso sistema partitocratrico che alcuni oggi vorrebbero rivitalizzare, anche se per pudore non lo dicono. Ci lavorano, però! A quei tempi le questioni si risolvevano facendo ricorso alla spesa. Se non c’erano soldi in cassa, si emettevano titoli di debito pubblico, trasferendo l’onere alle future generazioni. E’ la Storia che si ripete con monotonia e sono sempre i figli a pagare gli errori dei padri.
Anche oggi i partiti ritornano a crescere. Alcuni dureranno una stagione. Tra questi molti dei nuovi partiti che si richiamano al sud, ma tra questi c’è anche il nuovo gruppo ispirato da Fini che si chiama Futuro e Libertà che un po’ equivale a dire facciamo oggi ciò che vogliamo (libertà) tanto al domani (futuro) ci penseranno gli altri. In questo nuovo partito che nasce non a caso a primeggiare, oltre a Fini, c’è un signore di Napoli che si chiama Bocchino e che si è distinto solo per il consociativismo amministrativo a Napoli ed in Campania.
Vito Schepisi