28 febbraio 2011

il "Sottosistema" della Sanità in Puglia

La Giustizia in Italia non finisce mai di stupire. Anche questa volta reitera contraddizioni e semina perplessità. In Puglia c’è stata una gestione della sanità da raccapriccio.

Si spera che le cose siano cambiate. La sanità è, infatti, collegata alla sofferenza e alle ansie d’intere famiglie, loro malgrado utenti dei servizi sanitari. Nella gestione è emerso di tutto: dai conflitti sugli assetti del potere, alla droga, alle donnine, agli appalti. Sono state ipotizzate cupole di malaffare che, oltre a favorire amici e parenti e assegnare commesse, miravano al controllo politico del territorio con lo scopo di rafforzare elettoralmente gli uomini e i partiti che amministravano la Regione.

Questo quadro d’insieme emerso con chiarezza - a prescindere dai soggettivi coinvolgimenti di carattere penale, per i quali la magistratura è deputata a ricercare le responsabilità – e che ha visto diversi protagonisti intrecciarsi, in un gioco tutto politico, per la conquista di spazi e riferimenti personali, riconducibili alla mera gestione del potere, rischia di essere svuotato della sua gravità da una Giustizia che nei fatti si spacca e si contraddice. Un quadro giuridico che induce a pensare che possa finire con un nulla di fatto, per buona pace di chi invece paga. E paga sempre.

Spariscono concussione e associazione a delinquere, ad esempio, ed esce di scena dall’interesse giudiziario il maggior responsabile di un quadro politico desolante. È stato miserevolmente manipolato e usato a fini diversi dalla sua funzione d’indispensabile servizio ciò che doveva essere il fiore all’occhiello del Tacco d’Italia per una promessa, fatta dal leader di Sinistra e Libertà nel 2005, di una Puglia migliore. La sanità pugliese, con Vendola, è diventata invece un “sottosistema” di potere e di pratiche clientelari: un crocevia tra malaffare e bolgia dantesca che ancor oggi inquieta la parte più debole della popolazione pugliese.

Ci si chiede, ora, come il Senato possa, ad esempio, concedere l’autorizzazione all’arresto di Alberto Tedesco, se due magistrati diversi, dell’Ufficio del Gip del Tribunale di Bari, hanno emesso, nel giro di 24 ore, due provvedimenti di segno opposto che finiscono col rendere sia l’uno, che l’altro, meno verosimili e più contraddittori. Una giustizia disuguale, infatti, non è mai vera giustizia. Una richiesta d’arresto, inoltre, che, a due anni dall’avvio dell’inchiesta e dalle dimissioni dell’allora assessore alla sanità, appare oggi poco comprensibile per non essere riferibile né al pericolo di fuga, né al possibile inquinamento delle prove e neanche alla possibilità della reiterazione dei reati, ipotesi su cui, invece, sembra propendere il Gip.

E’ sconcertante, però, una Giustizia che si muove con passo diverso, lasciando sempre ampie zone d’ombra e una scia d’incertezze e di dubbi.

Torniamo, però, alla Puglia. Interessa di più di una Giustizia afflitta da spazi di faziosità e da eccessi di protagonismo politico. Se la Giustizia, infatti, non riesce a fare chiarezza, si può provare a comprendere di più ricorrendo ai fatti. E partendo da questi ci si distingue anche nel metodo dai giustizialisti che, partendo invece dalla colpa, opacizzano la stessa chiarezza.

La sanità pugliese è in un mare di guai. I conti sono in profondo rosso e i servizi sono scadenti. Se fosse già in vigore la legge sul federalismo fiscale, Vendola decadrebbe da Governatore per il mancato rispetto del patto di stabilità e per gli aumenti di tasse e ticket, senza la fornitura di maggiori servizi.

Dal 2005, e cioè dai tempi in cui, come gli insorti parigini, ai tempi della Rivoluzione francese, con la presa della Bastiglia, Vendola ha espugnato il Palazzo dell’Estramurale Capruzzi, le cose sono andate di male, in peggio. La sanità che doveva essere il fiore all’occhiello della Puglia migliore, per essere stata al centro della campagna elettorale - tutta spesa contro il Piano sanitario di Fitto che prevedeva accorpamenti di strutture e chiusure di reparti ospedalieri - è diventata invece un terreno seminato di disservizi, di sprechi e d’imbrogli.

La magistratura già all’inizio dell’inchiesta nel 2009 aveva rilevato che “un pezzo delle nomine e degli appalti della sanità pugliese sia stato asservito agli interessi di una corrente di partito”, ipotizzando la presenza di cupole politiche inseritesi con lo scopo di controllare e rafforzare la propria posizione sul territorio pugliese.

«O Madonna santa, porca miseria – reagisce Vendola al telefono con Tedesco - la legge non la possiamo modificare?».

Per questa frase Il Gip che ha chiesto l’arresto per Tedesco, nel provvedimento, ha scritto che Il Presidente della Regione Puglia, pur di spingere per la nomina a direttore generale di un suo protetto, pretendeva il cambiamento della legge per superare gli ostacoli della normativa in vigore. Questa, però, per l’altro Gip che ha archiviato la pratica Vendola, non è concussione.

Sulle nomine, scrive il Gip nell’ordinanza, vi è stata «la consapevolezza dei responsabili politici – di tutti i responsabili politici – di operare per fini di spartizione partitica e/o correntizia, riconoscendo al più ai propri dirigenti un limitato potere di proposta».

Il Sindaco di Bari, Emiliano, al tempo segretario regionale del PD, intercettato mentre parla con l’assessore Tedesco, commentando le ventilate intenzioni di Vendola di sostituirlo all’Assessorato alla sanità pugliese, accenna espressamente all’esistenza di un sottosistema: “ secondo me, questa è un’operazione tutta politica, perché lui (Vendola ndr.) dice: io, in questa maniera, mi impadronisco del sottosistema e, ovviamente nelle prossime elezioni, l’Assessorato anziché stare in mano al Pd sta in mano a me, questo è tutto il discorso... o quanto meno sta in mano ad una logica che è diversa da questa...( cioè in mano al PD con Tedesco - ndr.)”.

Già l’aver tollerato l’esistenza di un “sottosistema”, per gestire la sanità pugliese, richiederebbe un giudizio politico molto severo ma, riflettere poi sul fatto che i maggiori protagonisti delle vicende si siano potuti trarre fuori dalla responsabilità politica che invece appare evidente, sa proprio di beffa.

I fatti, però, non sono finiti con gli episodi accennati e, malgrado D’Alema, profeta di scosse politiche in campo avversario, si sia sbracciato ad assicurare che “Il Pd non è un’associazione a delinquere”, sulla questione pugliese a tavolino c’è chi si è impegnato a trovare una soluzione. Ad Alberto Tedesco, infatti, dopo neanche sei mesi dalle sue dimissioni da assessore, è arrivato un seggio al Senato. E’ bastato candidare e far eleggere Paolo De Castro, già Ministro di Prodi, al Parlamento Europeo, e farlo così sostituire dal primo dei non eletti per il PD, appunto Tedesco: un’operazione gestita tutta in Puglia, pur tra le perplessità manifestate da alcuni dirigenti nazionali del PD.


E’ la forza di un “sottosistema” politico che ha attraversato il mezzogiorno d’Italia e che in Puglia, grazie anche complicità di un sistema ancora partitocratico, non si riesce a spezzare.

Vito Schepisi

16 febbraio 2011

La Sanità in Puglia è senza speranze

Se siamo nel campo della medicina, possiamo tranquillamente affermare che dinanzi ad una prognosi preoccupante, per la quale necessiterebbe un urgente e radicale intervento chirurgico, pensare di risolvere parzialmente il problema può essere controproducente e anche pericoloso.
Ebbene è ciò che è accaduto alla sanità pugliese. Dinanzi a segnali di pericolo e dinanzi a forme di gestione in cui emergevano collegamenti e commistioni tra affari, malavita e politica, non si poteva solo cambiare qualche assessore e far dimettere il Vice Presidente della Regione. Doveva dimettersi tutta la Giunta regionale per quanto gravi le accuse (tangenti, protesi impiantate senza bisogno, ricatti sessuali, cupole criminali, controllo politico del territorio e poi ancora droga, alcove e donnine usate come benefit). Gli assessori e il Vice Presidente rimossi, rappresentavano il partito di riferimento (PD) su cui il governo regionale traeva la forza numerica per reggersi.
Tutta la classe dirigente del PD pugliese andava rimossa: dal suo segretario regionale, il sindaco di Bari Emiliano, in poi. Non si può essere responsabili politici di un partito e sentirsi in libera uscita al momento opportuno. Il PD stesso ha sbagliato a non chiedere le dimissioni dell’intera giunta, comprese quelle del Presidente ed a non azzerare la sua classe dirigente pugliese.
Alla fine Vendola è stato l’unico che ne è uscito indenne, rivoltando tutto a suo vantaggio, come chi ha avuto il coraggio di fare piazza pulita: ha avuto, infatti, l’astuzia di capovolgere a suo favore una situazione insostenibile, in cui bande di malavita politica e comune, si sono trovati a gestire la sanità e ad esercitare un controllo politico e clientelare del territorio.
Se non c’è responsabilità penale, non è detto che non ci sia responsabilità politica.
A Vendola, nella scorsa legislatura, si dovevano chiedere le dimissioni per responsabilità oggettiva di un fallimento politico nel più qualificante e delicato settore della politica amministrativa della Regione. Principalmente per la sanità, il Governatore pugliese aveva promesso di mostrare ai suoi corregionali una Puglia diversa. L’allora esponente di Rifondazione Comunista, nel 2005, aveva cavalcato l’opposizione al piano ospedaliero del Governatore uscente Fitto, partendo dalle “barricate” sulla chiusura del reparto di Ginecologia presso l’Ospedale di Terlizzi. E quest’ultimo è il comune del barese in cui è nato e risiede il fondatore e leader di Sinistra e Libertà.
Vendola nel 2005 aveva promesso di stracciare il piano sanitario di Fitto, facendo esplodere il campanilismo di molti comuni pugliesi. Il reparto di Ostetricia e Ginecologia a Terlizzi, però, non è stato più riaperto e l’attuale assessore alla sanità, Fiore, nell’ottobre del 2010 si è trovato a fronteggiare la stizza del sindaco di che si è detto “sconcertato dal tenore delle risposte dell’assessore Fiore al consiglio comunale di Terlizzi”.
La solita storia italiana, ma perseverare qualche volta deve essere una colpa.
Nella scorsa legislatura regionale sono emerse le perdite della sanità con cifre che si avvicinavano ai nove zeri. Una gestione che alla ribalta saliva non solo per le vicende già dette, ma anche per i tanti episodi di malasanità e di carenze, per i ritardi e le liste di attesa, per i reparti fatiscenti, per gli abusi, le malversazioni, gli interessi privati e per lo sconcerto degli utenti, degli anziani e dei malati.
Non sono servite le forbici sui farmaci gratuiti, né l’aumento dei ticket e neanche le maggiorazioni ai contribuenti pugliesi sui redditi e sui carburanti, riscaldamento compreso, per il 2010 le perdite della sanità pugliese si vanno ad attestare sui 600 milioni di euro, il doppio di quanto previsto inizialmente dal suo assessore. Nel 2010, per la sanità, lo Stato ha girato all’amministrazione regionale il 3% in più fondi, ma non sono bastati a ricondurla al contenimento delle perdite. La regione, inoltre, ha anche un debito accumulato e non risanato di 683 milioni.
La Puglia è monitorata dal Ministero dell’Economia, quello di Tremonti che ha già definito “cialtrone” il governatore pugliese, sebbene per un’altra vicenda (mancato utilizzo dei fondi europei per lo sviluppo). Se non sarà possibile ridurre le spese sui costi, la Puglia dovrà ridurre i servizi resi, e a farne le spese saranno i cittadini pugliesi.
Evviva la Puglia migliore!
Vito Schepisi

03 febbraio 2011

A Bari più che un Sindaco c'è un Podestà

Occupiamoci un po’ di Bari. Questa città sembra che sia stata lasciata nelle mani del suo Sindaco onnipresente e tutto fare. Emiliano è un uomo poliedrico. Affronta tutto con quella tipica presunzione di molti baresi di sapere, di fare e di immaginarsi unico.

Per la Befana 2011 ci ha regalato questo suo sfogo: «Sta per scoppiare un terremoto, per me non c’è momento più conveniente di questo per dimettermi. Io posso andare alla Regione o posso candidarmi alla Camera, ma voi che fate senza di me?» - per poi aggiungere - «Se resto è perché non intravedo chi altri possa svolgere questo ruolo. Sono come quel padre che deve lasciare l’azienda ai figli, ma i figli sono in grado di assumersene la responsabilità?». Ci fa venire in mente Luigi XV, re di Francia, che, dalla reggia di Versailles, si magnificava e diceva con sconfortata sufficienza: “Apres moi le deluge”. E per presunzione il Sindaco ci ricorda il detto un po’ canzonatorio, ma anche un po’ arrogante: “Se Parigi avesse il mare, sarebbe una piccola Bari”.

Il primo cittadino si sente infallibile. Ha il piglio di un podestà. E’ un presenzialista ossessivo e solo lui, in Città, appare animato da buoni propositi. Visti i risultati, però, tanto buoni non sono. Sarà forse solo una questione di diversa cultura e di educazione. Lo diciamo, senza acredine e offesa, per la convinzione che abbiamo di una diversità di pensiero sulla gestione, sui rapporti con il territorio, sui servizi ai cittadini, e per il modo diverso di percepire la vitalità di una comunità.

Pensiamo, infatti, che ci sia scarsa attenzione nel fronteggiare le criticità che emergono nella gestione di una realtà così complessa, come quella di un insediamento urbano medio grande, capoluogo di regione, centro universitario d’importante riferimento culturale e scientifico, polo industriale e crocevia commerciale e funzionale di una rilevante area geo-politica.

La natura di Bari è quella della città a vocazione mercantile. I suoi abitanti passano per gente molto pratica in questo mestiere. E il Sindaco Emiliano non tradisce questa vocazione. Il Capoluogo pugliese è una città di mare, porto di mercanti e nel tempo sottoposta a diverse dominazioni. Invasa dai barbari, nel IX secolo d. C. passò dagli Ostrogoti ai Saraceni e fu persino capitale di un piccolo stato musulmano con un suo emiro e una sua moschea. Fu città bizantina, normanna, sveva, angioina, aragonese. Ora si divide tra le cozze pelose, i ricci, i polipi crudi, ed il calcio. E’ l’era Emiliano.

In Città si avverte un conflitto perenne tra i sentimenti di amore e di odio, rispettivamente per la squadra di calcio e per la sua gestione. Il Presidente Matarrese è uno dei fratelli del gruppo coinvolto tra le imprese di Punta Perotti. Lo spessore del conflitto, naturalmente, è stato sempre direttamente proporzionale alle prestazioni della squadra di calcio. Il conflitto, non a caso, è stato molto acuto quando, con enfasi giustizialista, alla presenza del Sindaco Emiliano, del Governatore Vendola e del noto ambientalista campano Pecoraro Scanio, sono state abbattute le palazzine di Punta Perotti, chiamate “la saracinesca di Bari”, e sono state confiscate le aree su cui sorgevano.

Una delibera ardita dell’amministrazione comunale che pone oggi la città, dopo la sentenza della Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (violazione dell'articolo 7 della Convenzione dei diritti dell'uomo che sancisce che non può essere inflitta una pena se quest'ultima non è prevista dalla legge), a rischio di un ingentissimo risarcimento dei danni.

A Bari, già se si va al mercato del pesce e si mangia un mitile crudo, e poi allo stadio a gridare Forza Bari, per un Sindaco si è nello spazio del gradimento assoluto. Se poi si candida nella lista al Comune anche il leader della tifoseria più accanita, quella degli ultras, benché pregiudicato, anche quello elettorale si trasforma in tifo da stadio.

Dinanzi ad un piatto di riso, patate e cozze e … du’ pulp arrizzat (due polipi trattati per essere mangiati crudi), i baresi chiudono un occhio su una città lasciata al degrado, sporca, senza orgoglio, sgangherata nelle sue articolazioni stradali e priva di prospettive per il futuro.

Il Sole XXIV ORE, lo scorso dicembre, ha pubblicato una graduatoria tra le province italiane per la qualità della vita nel 2010. Bari s’é collocata al 93° posto su 107. Per l’ordine pubblico, nella stessa graduatoria, la Città fa un balzo all’indietro rispetto al 2009 dal 68° al 96° posto. Bel risultato! Anche se il sindaco dice che i conti sono a posto e che la città ha una gestione economica virtuosa.

Per la comunicazione Emiliano è un ciclone. Con Vendola in Puglia forma una coppia “fantastica” come direbbe Checco Zalone. Nel 2009 in campagna elettorale ha promesso ai giovani di Bari - moltissimi erano costretti a emigrare in cerca di occupazione - ben 30.000 posti di lavoro. Se aggiungessimo i giovani che da allora l’hanno perso il lavoro, i nostri ragazzi - che continuano ancora ad emigrare nella speranza di trovare un impiego – vanterebbero crediti per 40.000 assunzioni, ma anche questo fa parte del “carisma “ del personaggio. Se lo avesse fatto un altro sarebbe stato lapidato nella pubblica piazza.

Già magistrato stimato, Emiliano è stato criticato per l’esito inconcludente dell’inchiesta sulla “Missione Arcobaleno” (Aiuti umanitari al Kosovo con il Governo D’Alema). L’inchiesta partì col ritrovamento, stoccate nel Porto di Bari, di montagne di derrate alimentari scadute, nel 2004, però, l’allora PM Emiliano abbandonò l’inchiesta nelle sue fasi conclusive per candidarsi, proposto da D’Alema, a Sindaco di Bari.

Un’altra questione annosa della Città, con Emiliano messo di traverso, nonostante le sentenze della Cassazione e del Consiglio di Stato, è la realizzazione della Cittadella della Giustizia. C’è un’impresa che ha vinto la gara e che è disposta a realizzarla a zero spese e concedendo tutte le garanzie ambientali e di rispetto urbanistico, ma non ha avuto l’autorizzazione per iniziare i lavori. L’impresa si è anche impegnata alla creazione di altrettante zone adibite a verde per quante ne sottrarrebbe la realizzazione dell’intero complesso destinato ad accorpare tutti gli edifici giudiziari della Città. L’opera, inoltre, sarebbe da realizzare in zona non urbanizzata e alla periferia di Bari, nelle vicinanze del megastadio San Nicola. L’impresa ha citato in giudizio il Comune di Bari. Ci saranno dei danni e delle spese da pagare e, come appare scontato, saranno a carico della Comunità. Naturalmente a tifare per gli ostacoli posti dal Sindaco sono alcuni costruttori che hanno le proprie rappresentanze in Comune.

Vito Schepisi

31 gennaio 2011

In Puglia i fatti non sono poesia

Se guardassimo verso il cielo potremmo vederci il riflesso dei nostri sentimenti e, se lo volessimo, la stessa cosa potrebbe accadere guardando il volto di un bambino, piuttosto che gli occhi di una persona amata, un rivolo d’acqua che scende dalla montagna, una goccia su d’una foglia, la neve che cade, un cielo nuvoloso o i riflessi del sole tra i rami di un albero. Potremmo! Accade solo quando si desidera esporre l’animo alle emozioni generate dalle sensazioni. E’ un fatto intimo.
E’ una banalità, pertanto, dire, come fa il politico poeta pugliese Vendola: “La poesia è nei fatti”. La poesia, volendola trovare, è dappertutto, ma è anche vero il suo contrario, come lo è, ad esempio, l’idea, pur molto diffusa, che la poesia non faccia parte del mondo reale.
Il vezzo di predisporsi a dar di se un’immagine poetica, se non mistica, pur svolgendo funzioni che con la poesia hanno poco a che fare, diviene un modo per usare i sentimenti e le ansie della gente. Per dar mostra di estro poetico, non si faccia il politico di professione e l’amministratore pubblico!
E quando il modo è già strumento, come si vuole che l’azione sia sostanza?
La politica non è l’illusione del bello, se poi davvero è ciò che si vuol dare a vedere, non è il tormento dei sentimenti in un conflitto esistenziale, e non è la fantasia variopinta di una natura sorprendente. La politica, piuttosto, è necessità pragmatica; è sofferenza, scelta, sacrificio; è ricerca e può essere persino involontario, necessario e inevitabile cinismo. Vendola non sfugge ad usarlo!
Non si può pensare di moltiplicare i pani senza possedere la quantità di grano sufficiente. E non si può pensare di far pesare sempre sugli altri le responsabilità della mancanza di volontà e delle scelte di vita diverse dall’impegno, dal lavoro e dal sacrificio quotidiano. Ciascuno è il protagonista del proprio futuro. Si può pensare di garantire i più sfortunati, perché tutti abbiano un minimo di opportunità, ma pensare ad uno Stato o ad una funzione pubblica che sia tutrice non è possibile. Non lo è, non solo per una questione di etica e di rigore istituzionale, ma anche per questioni di mercato, di costi, di sviluppo e di risorse.
Esiste in politica un modo che vorrebbe eludere i fatti e ignorare le soluzioni più semplici, per dar parvenza che vi siano forme diverse per trovar soluzioni alle cose. E’ un po’ come chi, dinanzi a ciò che altrimenti parrebbe impossibile, si rivolge alla Divina Provvidenza.
Ci sono differenti modi di affrontare le criticità. In situazioni di sofferenza, ad esempio, per un evento traumatico, c’è chi si affida a maghi, fattucchiere e guaritori, facendosi spillare tutti i risparmi, e c’è chi, invece, a medici e specialisti che propongono cure e interventi chirurgici. L’ultima soluzione è senza dubbio legata al buon senso e, anche se comporta grandi sacrifici fisici, è l’unica che può risolvere il problema. Anche per la politica è la stessa cosa. Non è mai bene andar dietro alle chiacchiere di chi propone ricette illusorie, carpendo, con effimera efficacia verbale, la buona fede di chi ascolta. Il rischio è di ritrovarsi dopo un po’ dinanzi agli stessi sintomi ed accorgersi che la malattia è diventata nel frattempo più grave.
E se poi sono i fatti che non sono poesia?
La Puglia per 2000 anni dopo la nascita di Cristo è stata terra dominata dalla natura. Il vento, il sole, il mare, le sue campagne, le masserie fortificate, le distese di alberi di ulivo, le case in pietra, i muretti a secco, le tradizioni popolari hanno mantenuto le loro forme e il loro fascino. La composizione del territorio è stata per migliaia di anni sintesi di bellezza tra la natura morfologica delle sue forme e l’intervento sapiente dell’uomo. Questi ha pensato al suo uso, per soddisfare i suoi bisogni primari, senza l’idea dello sfruttamento, ma integrando esigenze e lungimiranza, senza mai distruggere, ma sempre trasformando, per rendere efficace la forza della natura e per mettere i suoi prodotti a disposizione dei bisogni primari delle comunità.
Sono bastati pochi anni, meno di dieci, inseguendo il furore ideologico, ad esempio di un ecologismo ottuso, per recare danni incalcolabili al territorio pugliese. Campagne dissestate, agricoltura abbandonata, piantagioni abbattute e, dappertutto, distese di pannelli di grigio silicio e giganteschi mostri, con enormi pale che girano lentamente, che dal Salento al Gargano deturpano il panorama, offendono lo sguardo e calpestano ogni buon senso.
Vito Schepisi

27 gennaio 2011

Occorre di più

Non bastano le parole di circostanza pronunciate ogni anno, dal 2000 - da quando, con Legge, la Repubblica Italiana ha riconosciuto il 27 gennaio come “Giorno della Memoria” - per respingere l’orrore di una mattanza contro il genere umano per questioni di odio e di razza.
Non basta una data, un giorno, una circostanza per scollegare la storia contemporanea dall’odioso passato e per esorcizzare il pericolo di un nuovo tragico futuro.
La storia si ripete sempre, inesorabile come il destino di ognuno. Si ripete con la sua retorica e con i suoi lutti. Ritornano anche gli errori, le distrazioni, le tragedie, i tradimenti, le viltà collettive. La storia si ripete con le sue follie. Si ripete sempre, con o senza preavvisi.
La storia, però, è parte di tutti noi e si riflette, prima che nel sentimento, nelle nostre azioni e nelle nostre scelte. L’odio è sintesi d’istinto e di perversione. E’ una malevolenza irrazionale, sentimento spesso latente negli uomini. E, come per ogni attività fisica o intellettuale, anche l’odio si perfeziona con la sua pratica.
L’equilibrio dell’uomo, quando è offuscato dall’odio e dall’intolleranza, si ritorce contro la sua stessa specie e annulla d'un colpo tutte le conquiste di civiltà. Mai si deve abbassare la guardia!
Ogni anno si ripetono le stesse parole, si ricordano le stesse immagini, gli stessi racconti, si leggono le stesse poesie, con l’impegno condiviso di non consentire che crimini contro l’umanità, come l’Olocausto del popolo ebraico, abbiano più compimento.
Ma basta tutto questo? E’ sufficiente ogni anno ricordare e riscrivere gli stessi concetti? Possiamo pensare che la follia nazista sia stata solo una parentesi superata della storia dell’umanità? E’ giusto cancellare ciò che è accaduto come un’idea del passato e ritrovare i motivi di una stessa origine umana che supera gli steccati della razza, della religione e delle diverse culture?
Quando i sopravvissuti all’orrore non ci saranno più, quando la storia e la memoria si mescoleranno con altre storie e altre memorie, chi impedirà ai carnefici di passare per vittime e a quest’ultime di essere due volte massacrati?
Come non accorgersi dell’antisemitismo latente che è nella nostra cultura? Come non ricordare che non esiste solo la vigilia del 27 gennaio per assumere comportamenti che segnino le differenze tra chi ha memoria e chi ancora non riesce a liberarsi dalle ideologie?
Come non ricordarsi, ad esempio, che la memoria della Shoah non è solo rifiuto del nazifascismo, ma è anche quello di ogni ideologia che non riconosca l’individuo e la sua libertà di essere?
Il clima che si vive in Italia, ad esempio, ha del paradossale. C’è ancora chi prova a creare profili antropologici in base alle scelte. Anche la cultura prova a chiudersi, a escludere e ad imporre i principi assoluti.
Non basta solo una data per la memoria. Occorre di più!
Vito Schepisi

25 gennaio 2011

La Signora di Confindustria


La leader di Confindustria, Emma Marcegaglia, sostiene che da circa sei mesi l’attività di Governo abbia subito un rallentamento, mentre, per consentire alla ripresa in atto di trovare un terreno più fertile per radicarsi ed espandersi, occorrerebbe dare impulso ad interventi strutturali. Sollecita così l’avvio d’interventi di liberalizzazioni, in tema di lavoro e produzione, e di un programma di riforme.

Per il Presidente di Confindustria, non predisporsi strutturalmente ai segnali di crescita, limiterebbe le potenzialità d’assorbire occupazione, per recuperare le quote perse con la recessione, e penalizzerebbe la formazione di quelle risorse finanziarie da destinare alla spesa sociale.

Sulle riforme e sulle liberalizzazioni non si può dar torto alla Signora Marcegaglia, anche se non ci sembrava difficile arrivare alle stesse conclusioni senza il suo autorevole monito!

Per portare a compimento un virtuoso piano di riforme ci vorrebbe in Italia un quadro politico più sereno e la ricerca della più ampia condivisione politica. Ma l’oracolo confindustriale, da qualche tempo, fa più pensare che contribuisca a provocare più confusione, e che parli seguendo uno schema politico e che esterni nei momenti in cui la tensione nel Paese appare più vigorosa.

E’ in atto uno scontro politico che, per il suo tracimare in rivoli etici e giudiziari, non ha precedenti. Una parte della maggioranza parlamentare, con una rappresentanza molto inferiore alla sua esposizione mediatica e istituzionale, da alcuni mesi cavalca un ronzino che si è messo in testa una “idea meravigliosa”. E non è il parrucchino di Cesare Ragazzi! Il ronzino si ostina a credere di poter fare il cavallo da corsa e di vincere senza passare dal via. Deve aver pensato che, non avendo grandi qualità ideali, né grandi progetti politici, né tradizioni storiche e neanche doti carismatiche, di poter vincere ugualmente sfruttando il lavoro e il carisma degli altri. Forse è mal consigliato da spavaldi scudieri, di cui uno in particolare mostra d’avere la stessa pochezza di Sancio Panza, e che, anche per immagine, avvicina il suo padrone all’idea che si ha di Don Chisciotte della Mancia.

Il ronzino che, fuori dalla metafora, è Fini, Presidente della Camera con i (soli) voti di una maggioranza che oggi invece disconosce e che, contraddicendo tutte le consuetudini formali che caratterizzano gli incarichi istituzionali, oggi apertamente contrasta. Questi, incurante di trascinare il Paese nell’immobilismo, si è proposto di logorare il premier, ponendosi anche in discontinuità con le scelte programmatiche che assieme ai suoi seguaci ha preso con gli elettori.

E’ la seconda volta che la Marcegaglia, durante l’infuriare di una tempesta provocata da un’iniziativa giudiziaria, e che trova ringalluzziti vecchi e nuovi oppositori, dà calci agli stinchi del governo.

Il Paese è bombardato da notizie e teatrini tra l’indecente e la persecuzione giudiziaria. L’iniziativa della Procura di Milano, con l’impiego massiccio di tempo e risorse, è vista come l’ennesimo tentativo di mettere fuori gioco Silvio Berlusconi. La tv di stato diffonde moralismo a buon prezzo e coinvolge persone completamente estranee e altre che fanno le loro scelte di vita, senza per questo rendersi responsabili di reati.

Mentre, così, si fanno i processi mediatici, si muovono accuse senza una traccia di prova e si diffondono incredibili testimonianze di fantasiose mitomani, la signora di Confindustria non trova di meglio che sparare sull’esecutivo. “Sulla crescita - sostiene - il Paese tutto si deve concentrare: tornare a produrre benessere per le persone. Invece c’è una totale disattenzione. Si parla di tutto, ovviamente i temi di questi giorni, tranne che di questo. Ma questo è il tema che interessa ai lavoratori, ai cittadini, alle imprese”.

Si fa presto, però, a parlare di governo immobile, mentre si contribuisce a far salire il termometro delle polemiche. L’industria italiana è parte attiva della nostra politica economica. E se il treno della ripresa passa attraverso le riforme se la prenda con chi le ostacola. Le relazioni sindacali, ad esempio, dal nuovo modello contrattuale agli accordi in Fiat, hanno visto il governo impegnato, assieme alle parti sociali più moderate, per un diverso modo di risolvere i conflitti sindacali, senza alterare il sistema delle garanzie. Ed anche le mutate condizioni dei mercati, hanno visto il governo lavorare per richiamare l’attenzione di tutte le parti sociali sul pericolo che si riflettano in modo traumatico sull’occupazione e sui lavoratori. Il governo c’era, e si è fatto sentire, anzi è stato anche accusato di esserci.

In politica non esiste la riconoscenza: l’abbiamo visto con così tanta evidenza! Si deve sempre andare avanti, e non si può pretendere di adagiarsi sulle rendite del passato, ma c’è un limite a tutto! Il governo lavorava e s’impegnava in Parlamento sulla riforma universitaria, quando gli altri salivano sui tetti. Berlusconi, Tremonti e tutto il governo si preoccupavano dei conti, dei lavoratori, delle aziende, delle famiglie, mentre gli altri gufavano contro il Paese. E allora viene anche spontaneo chiedersi: ma se invece che strizzare l’occhio a chi si batte contro il Governo e le riforme, la Marcegaglia si occupasse di più del suo mestiere?

Vito Schepisi

20 gennaio 2011

Lupus et agnus

La sensazione di un attacco politico-giudiziario diretto contro Berlusconi diventa più di un sospetto. E’ possibile concedere solo il beneficio del dubbio sul coordinamento tra i diversi attori politici, giudiziari e mediatici. E, vista la vicenda nel suo complesso, è anche possibile immaginare che sia stata pensata come il tentativo della “soluzione finale”.

La magistratura, anche questa volta, entra a piedi uniti in politica. E’ possibile che consideri inetta l’opposizione, incapace d’essere credibile, ma ci chiediamo a che titolo ne debba fare le veci? E’ uno spartito già replicato più volte, ed è sempre contro una sola parte, che è poi quella che vorrebbe portare a termine un programma di riforme, tra cui quella dell’ordinamento giudiziario, da sempre osteggiato, ai limiti del potere di veto, dalle toghe.

In altre occasioni, queste questioni, sono state oggetto d’interessamento di avvocati e dei cultori del gossip. Di scandali, infatti, legati al sesso, alla prostituzione, e ai vip in Italia ce ne sono stati tanti, ma mai si era visto tanto accanimento ed una programmazione nelle indagini che durava da tempo nella ricerca così accurata di un reato e senza risparmio di mezzi.

Il metodo del blitz di tipo militare, così massiccio e invadente, con le perquisizioni anche corporali d’inermi e giovani donne, alla ricerca di tutto e di più, si suppone anche di droga, fa capire che per i magistrati inquirenti non si dovesse lasciare niente d’intentato. Si era alla ricerca di prove di un reato che ancora non si comprende nei suoi limiti. Il modo è stato così pesante da apparire violento e in contraddizione con le garanzie democratiche previste dalla Costituzione sulla riservatezza e sulla libertà personale dei cittadini.

Le conclusioni sono state di un vero e proprio buco nell’acqua. E il niente emerso non giustifica in nessun modo l’effetto traumatico provocato sulle vittime. Che diritto ci sia da parte di chiunque, magistrati compresi, di far apparire attrici di un crimine giovani donne che hanno fatto liberamente le loro scelte di vita? La magistratura serve a far rispettare la legge, non a far la morale!

Come non ci sembra normale una quantità così massiccia d’intercettazioni telefoniche, nelle forme dette “a strascico”, disposte per ricercare una qualsivoglia ipotesi di reato. Neanche l’art. 15 della Costituzione “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili” ferma un furore che ci sembra eccessivo. Ma se è vero che la limitazione della libertà possa avvenire per atto motivato dell’autorità giudiziaria, dove sono le motivazioni e per quali ipotesi di reato che possano giustificare la violazione di questo sacrosanto diritto? Dove, poi, le ragioni che ne possano giustificare la diffusione?

L’accusa ha contestato due reati (concussione e favoreggiamento di prostituzione minorile) nei confronti del Presidente del Consiglio, ma le indagini sulla vita provata di Berlusconi erano in corso sin da prima della presenza sulla scena di Ruby. C’è il sospetto che la procura di Milano fosse alla ricerca costante e immotivata di un fatto penalmente rilevante nei confronti del Capo del Governo, e si presuppone che solo con questa vicenda, per la minore età e per l’ipotesi di favoreggiamento alla prostituzione minorile, possano essere state formulate ipotesi di reato nei confronti del Premier. Ma dove sono le prove? Dov’è la pistola fumante? Un reato ha bisogno di un luogo, di una circostanza, di un fatto circoscrivibile, di una testimonianza visiva, di una flagranza. Ha bisogno di una cosa concreta, e non solo di ipotesi.

Ci sembra davvero troppo per pensare a una normale e consuetudinaria indagine per reprimere fenomeni di malcostume, ma anche troppo poco per rendere tutta la questione realmente credibile o per spacciare per prove i pettegolezzi, le ripicche, i protagonismi, le mitomanie e tutti gli episodi e le sgomitate di giovani e belle ragazze in cerca di onori, soldi e di sostegno per la loro carriera artistica.

In Italia, dopo averle provate tutte, da qualche tempo, anche la pista pruriginosa è utilizzata contro chi prevale nelle preferenze degli elettori e si avvale della fiducia degli italiani.

Il nuovo filone dell’aggressione giudiziaria contro Berlusconi trova così terreno fertile sia nelle penne dei polemisti mediatici, abituati a sviscerare un odio incontrollato verso il leader dell’area moderata del Paese, e sia nelle dichiarazioni di tanti politici che appaiono frustrati per una loro manifesta incapacità di dire qualcosa che sia in sintonia con le domanda di governabilità e con le richieste di soluzioni ai problemi che provengono dalla gente comune. Appare sempre più come nella favola di Fedro del lupo che accusa l’agnello delle colpe sue e dei suoi avi: solo che Berlusconi non ha nessuna intenzione di passare per pecora!
Vito Schepisi

14 gennaio 2011

Garantismo svenduto

Una volta nella sinistra in Italia emergeva un’area di contestazione verso tutto ciò che poteva essere riferito al conformismo, alle tradizioni, ai valori nazionali. Negli ambienti liberali si seguiva con interesse la demolizione dei luoghi comuni, delle ritualità e si comprendevano persino le ragioni di una necessità rivoluzionaria che sbloccasse le rendite di posizione, le caste, i baronati, gli abusi e le discriminazioni.

Nel distinguersi, si pensava alla sinistra come a uno spazio in cui si formavano gli opportunisti e si strumentalizzavano le carenze e le necessità delle popolazioni, e dove si cavalcavano i bisogni ed i diritti negati per trarne vantaggi politici o sindacali. In molte circostanze, si è pensato che la sinistra coltivasse il malessere per poterlo canalizzare in politica e sfruttarlo. Ricordiamo il “tanto peggio, tanto meglio” di Togliatti. In tanti pensavano che la sinistra italiana fosse diretta da centrali di controinformazione internazionale, per minare la compattezza dell’occidente libero, e che, nel periodo della guerra fredda, la sinistra comunista lavorasse per favorire le mire imperialiste dell’espansionismo sovietico.

Le sintesi, però, portavano anche a pensare che, piuttosto per opportunità e non per scelta, la sinistra fosse inconsapevole portatrice di alcune ricette dell’anticonformismo istituzionale e del disconoscimento di qualsivoglia tentativo di introduzione di gestione di poteri assoluti da parte di servizi o di ordinamenti dello Stato (polizia, magistratura, finanza, editoria).

Si è pensato che la sinistra prestasse grande attenzione verso tutte quelle garanzie che nelle democrazie liberali sono a presidio dell’imparzialità della gestione dei poteri nell’ambito della vita civile dei cittadini. E dalla percezione di una sinistra garantista, emergeva anche quella di pensare che fosse contraria, per scelta, per opportunità, per formazione, per principio, all’ordinamento giurisdizionale inteso come una casta autonoma, priva di riferimenti con la società, di assonanza con il senso comune e di collegamenti con il sentimento popolare.

La sinistra fino all’inizio degli anni 90 ha usato il garantismo giudiziario come un proprio distintivo di riconoscimento. Mai la sinistra avrebbe acconsentito, senza gridare al complotto, che un Organo Istituzionale, quantunque supremo come la Corte Costituzionale, potesse sottomettere la politica e le scelte del Parlamento al giudizio e alle limitazioni di un servizio dello Stato, benché autonomo.

Dinanzi al ribaltamento dei principi, però, non può reggere solo l’antagonismo a Berlusconi, come alcuni provano a sostenere. Non si può, infatti, oggi in Italia pensare di rispolverare i principi del male assoluto che giustifichino le soluzioni assolute. La democrazia ha ragione di essere se la sovranità popolare mantiene la sua supremazia e se il Parlamento, espressione del popolo, abbia facoltà di legiferare senza subire ipoteche e ricatti.

Non è pensabile una democrazia ove un magistrato, se non gli va bene una legge, si rivolge alla Consulta - dove sa che c’è una maggioranza che è espressione politica contraria a quella che ha approvato la legge - per farla cassare. Non può che destare inquietudine un Organo Istituzionale che si cimenti a mettere sotto tutela il Parlamento.

E’ cambiata la sinistra o è mutato lo scenario politico? Sono cambiati i personaggi o è mutata la strategia della sinistra, dopo aver acquisito il controllo del potere giudiziario?

E’ evidente che il presunto garantismo della sinistra sia stato svenduto. La sinistra riscuote un’attività distratta e assolutoria per la sua parte, che diventa, invece, inquisitoria e intimidatoria verso gli avversari politici, e ricambia con l’azione di freno verso ogni tentativo di riforma dell’amministrazione giudiziaria. E’ almeno dal famoso decreto Biondi del 1994 che ogni tentativo di intervenire su temi che riguardino la giustizia e il ruolo dei magistrati e ogni tentativo di modificarne i privilegi, di intervenire sulle carriere, di modificare l’impianto organizzativo della giustizia cozza contro una barriera formata dall’alleanza tra magistratura e sinistra.

“La Magistratura è la più grave minaccia allo Stato Italiano”. L’avrebbe detto D’Alema all’ambasciatore USA, stando a quanto rivelato da Wikeleaks. Peccato che per l’unica cosa verosimile detta dal leader PD ci sia stata poi la smentita!
Vito Schepisi

07 gennaio 2011

L'Europa e la nuova crisi del debito

L’economia è una scienza concreta che non può reggere dinanzi a banali e semplicistiche dinamiche ideologiche. Al contrario si può sostenere che siano proprio le ideologie che, scontrandosi con il realismo dei conti e dei mercati, mostrano la loro inutile rigidità.

Fatta questa premessa è bene che si provi a capire se sia possibile che le politiche economiche possano, invece, reggere, a diverse dinamiche sociali e politiche. All’uopo è opportuno immaginare sia i mutamenti dei riferimenti dei modelli sociali nelle dimensioni, nelle criticità e nelle finalità, e sia quelli di più ampio riferimento politico, nei termini, ad esempio, d’identità europea, e di univocità d’indirizzo (alleanze, patti, cooperazione).

Innanzitutto, possiamo provare a comprendere se una moneta unica per più paesi abbia anche riferimenti unici nei mercati, e verificare, altresì, se i singoli paesi europei abbiano politiche monetarie e finanziarie fungibili o, ancora, se alcuni ricorrano, ad artifizi di bilancio per rientrare nei confini di stabilità concordati.

In quest’ottica non possono che sorgere dubbi sul fatto che il Trattato di Maastricht sia solo una linea immaginaria il cui vero confine appare spesso sbiadito.

Nel nostro principale interesse conviene restringere il campo all’Europa, evitando di pensare all’inarrestabile globalismo dei mercati, spettro oramai di un prossimo conflitto economico-industriale che andrà a scuotere l’organizzazione sociale dei paesi più industrializzati. La questione Fiat e gli accordi di Pomigliano d’Arco e di Mirafiori sono solo le prime avvisaglie di una rivoluzione produttiva che interesserà ben presto tutti i paesi europei e tutti i settori industriali.

Il profilo del mondo, quanto prima, cambierà per la diversa velocità di penetrazione commerciale che si sta sviluppando tra un mondo, quello di cultura europea, spesso anche eccessivamente garantito, e un altro privo di stabilizzata cultura industriale che, orientato al bisogno, invece, contro ogni immaginazione, appare sempre più libero e sempre più svincolato da regole. Senza un cambio di rotta, la legge del contrappasso non risparmierà nessuno, e l’Europa, è bene ricordarlo, è il continente più esposto. Senza nuove misure, dovremmo preoccuparci sin da ora del ribaltamento tra la vecchia povertà e la nuova ricchezza. Gli strumenti della vecchia ricchezza, i pacchetti azionari, sono destinati a cambiare i riferimenti del loro possesso.

Per tornare all’Europa, chi ha pensato, come Prodi all’epoca della sua Presidenza della Commissione europea, che l’espansione territoriale dell’Europa potesse essere un segno di maggior peso e di più marcata influenza, l’ha fatto solo per accrescere il suo ruolo politico. Non tutti, infatti, hanno la statura di Khol e non tutti possono permettersi la sfida economica della Repubblica Federale Tedesca, nel 1990, di sobbarcarsi gli oneri economici della riunificazione delle due Germanie. Ciò che resta è che è stato consentito l’ingresso in Europa a una molteplicità di paesi più per ragioni ideologiche o per obiettivi strumentali, che non per accrescere la funzione e il peso politico della Comunità.

In Europa sono entrati paesi che, lenti nei processi di crescita, avevano bisogno di tutto e che, investiti dall’Euro, moneta strutturata su economie a ben diversa velocità, hanno trasferito, sulle popolazioni, i maggiori costi delle necessità di vita, e, sulla moneta europea, le debolezze delle loro traballanti strutture economiche. Per alcuni di questi paesi, la fine del capitalismo di stato, invece di aprire a nuove speranze, ha contribuito a porre dubbi e incertezze sul futuro, coinvolgendo nel pericolo l’intera Europa.

L’Europa mostra dunque tutte quelle debolezze che la rendono vulnerabile. Le ricette varate sono un po’ come l’aspirina che fa passare solo momentaneamente il dolore, senza incidere invece sulla malattia. Le economie industriali, chi più e chi meno, hanno puntato sul debito per accelerare lo sviluppo e per migliorare le strutture sociali. Le economie meno competitive hanno anch’esse puntato sul debito per alleviare il bisogno e ridurre il divario. Il debito è la costante, pertanto, ma è anche come la colonna di mercurio che misura la febbre, ed il grafico della temperatura è monitorato costantemente dalla speculazione finanziaria.

Se c’è un batterio che colpisce i diversi pazienti, è intelligente pensare di unire gli sforzi per trovare una cura comune. Se, ad esempio, per le infezioni servono gli antibiotici, anche per curare il debito serve la sua specifica medicina. In materia economica, per giunta, non c’è da inventarsi niente: la medicina è l’emissione di titoli di debito. C’è, allo scopo, una proposta italiana lanciata dal Ministro Tremonti consistente in uno strumento unico per tutti i paesi europei: gli Eurobond. Questi sarebbero titoli garantiti da tutti gli stati della Comunità, e strumenti con i quali fronteggiare tutti i tentativi di speculazione contro i paesi in difficoltà: non più, pertanto, l’uso di diversi provvedimenti, spesso tardivi, ma un solo strumento immediato valido per tutti.

Non ci sarebbe tempo da perdere!

Vito Schepisi

16 dicembre 2010

La triplice alleanza

E poi arrivò Cicciobello! E così Pierfurby, Gianfrego e Cicciobello hanno siglato una nuova intesa: la triplice alleanza. È la gestazione di un nuovo polo, quasi un altro gruppo parlamentare, forse domani un nuovo partito chiamato Alleanza per la Nazione. Sullo sfondo c’è tanto vecchio che si ricicla. Tra loro, c’è anche La Malfa.

Molti dei protagonisti sono i navigatori inquieti della politica italiana. Da Rutelli a Fini, hanno militato, fondato, rimosso e poi composto e scomposto più partiti e alleanze loro, di quante siano state tutte le composizioni e scomposizioni politiche dal dopoguerra in poi.

Il patto tra i leaders di questi partiti minori, per lo più scissionisti e di variegata provenienza, nasce col proposito d’essere da riferimento per chi dissente dallo scontro culturale e politico tra centrodestra e sinistra. In verità, per i propositi e per lo strabismo della loro collocazione politica, fermamente ed istericamente all’opposizione, contro il governo ed a fianco del PD, in definitiva appaiono e sono soltanto contro Berlusconi. Lo sono per varie ragioni, persino per la tempistica della loro iniziativa, lo sono per ambizione, per ragioni di concorrenza e per risentimento.

Tutti considerano il premier come unico e vero bersaglio. Tutti lo additano come il nemico, come se per timore di apparire velleitari e superflui sentano di dover reagire e di provare a difendersi.

Se Rutelli, Casini, Fini, La Malfa, Mpa, Guzzanti e altri che rappresentano solo se stessi, sostengono di essere alternativi sia al Pdl che alla sinistra, in verità non è affatto così. Si uniscono per contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra. Mirano solo alla caduta del Cavaliere. E sono, invece, osservati dal PD con interesse. I protagonisti della nuova Alleanza ne sono consapevoli e se ne vantano: si sentono, persino, gratificati dai commenti positivi, ma non certo disinteressati, dei leaders della sinistra. Nel PD non si fa sentire nessuna presa di distanza e nessun distinguo, fossero anche per ovvie ragioni di concorrenza, ma solo un coro unanime di soddisfazione e di auspicio. E’ evidente che il Pd trova nell’azione dei “congiurati” gli stimoli per il proprio rilancio.

Dopo tutti gli espedienti falliti per liberarsi del leader del Pdl, senza mettere in campo alcun merito, continuando a non manifestare grandi idee e senza riscuotere enormi consensi popolari, dopo averle provate proprio tutte, dal tentativo dell’aggressione giudiziaria, a quella dell’utile idiota da scaricare rapidamente, a quella del fango e del gossip, nel PD sembra che ora si vada a consolidare l’idea di un nuovo e diverso percorso per sottrarre consensi elettorali a Berlusconi.

Nel partito più confuso d’Italia, non si cerca di acquisire consensi più larghi, introducendo politiche di maggiore coerenza e di più ampio respiro popolare, si pensa solo a sottrarre voti al “nemico”. Nel Pd c’è chi immagina di potersi ora servire di un’Armata Brancaleone, capeggiata da avventurieri di diversa provenienza, per raggiungere l’obiettivo di sedici anni di battaglie politiche. Gli strateghi della sinistra “impossibile” immaginano che, sfruttando l’astio personale e le smodate ambizioni di alcuni, in definitiva esca un buon lavoro per loro.

Nel PD, e le dichiarazioni di D’Alema lo confermano, s’è accesa una fiammella di speranza per spaccare l’area moderata del Paese e per vincere le elezioni: un po’ come fece Mussolini che realizzò il trionfo del suo fascismo sulle ceneri delle contrapposizioni tra le forze democratiche, liberali e popolari del Paese.

C’è da cogliere una conclusione storica che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile. Nessuno avrebbe, infatti, immaginato che una parte di quegli uomini che hanno raccolto la tradizione e i sentimenti dell’Italia fascista, trasformandoli in valori nazionali e patriottici, poi trovasse applausi nella parte politica che ha ereditato, invece, i sentimenti del massimalismo marxista e dell’internazionalismo comunista. Se si perdono però i valori di riferimento, se identità, famiglia, lealtà, sicurezza diventano relativismo e fini (il nome è un presagio!), a conti fatti, anche quest’aberrante realtà ci sta tutta.

La triplice alleanza tra la Germania, gli austro-ungarici ed il Regno d’Italia fu un patto militare di carattere difensivo per difendersi dalla Francia e dalla Russia, quella di Casini, Fini e Rutelli sembra, invece, più un’alleanza di carattere offensivo: si accordano per far fuori Berlusconi, mentre Bersani e Vendola stanno a guardare e sono pronti a trarne vantaggio.

Vito Schepisi

13 dicembre 2010

Pierfurby e Gianfrego

Può sembrare difficile comprendere la politica in Italia, ma non è così. E’ più facile di quanto si creda. E’ sufficiente utilizzare alcune chiavi di lettura e tutto diventa più chiaro.

Nessun politico, o quasi, se dovesse scegliere tra il bene comune e ciò che più gli torna utile, sceglierebbe il bene comune, e quando mostra d’avere interesse per il Paese, fatte salve rare eccezioni, finge. La politica, per la stragrande maggioranza del suo personale attivo, parte da un moto di passione e poi diventa mestiere. Il politico ritiene, inoltre, il suo lavoro impegnativo e pretende di ricavarne sia il reddito familiare, presente e futuro, che gli strumenti di manovra e di gestione per sistemare almeno due generazioni a seguire.

L’indignazione, naturalmente falsa, fa parte del mestiere politico. Non ce n’è uno che sia veramente capace d’indignarsi e, quando finge di farlo, si prendano ad esempio la Bindi o Franceschini, appare incredibile e ridicolo. Se poi sale anche sui tetti, com’è capitato a Bersani, a Vendola e a Di Pietro, diventa anche patetico.

In Parlamento e nei Palazzi si usa un vocabolario del tutto diverso da quello usato dagli altri comuni mortali. Senza rifarsi alle “convergenze parallele”, storica espressione usata da Moro per spiegare la politica del compromesso e del consociativismo, per fermarci al presente, si possono citare espressioni quali “crisi pilotata” o “governo di salute pubblica”, quest’ultima recentemente evocata, e con diversi accenti, tra i quali quello accorato, da Pierferdinando Casini, ribattezzato Pierfurby, stranamente in coppia con Gianfrego, Gianfranco Fini, nell’interpretazione dello sceneggiato a puntate che ci ricorda la storia dei “ladri di Pisa”.

Chi, però, per governo di salute pubblica, pensasse a qualche emergenza sanitaria, ad esempio nelle regioni meridionali, o nella Puglia di Vendola, cadrebbe in un grossolano errore. Il “governo di salute pubblica”, è stato proposto da Casini, a breve distanza di tempo da un altro suo richiamo, di tenore ancora più greve, per un fronte di liberazione nazionale, per liberarsi di Berlusconi che gode invece della fiducia degli italiani.

Il Cln aveva unito nel settembre del 1943 le forze democratiche e quelle comuniste per battersi contro il fascismo e l’occupazione tedesca. Il nuovo Comitato, nell’interpretazione del leader Udc, avrebbe dovuto unire, oltre al suo partito, personaggi come Vendola, Diliberto e Di Pietro, ed insieme a Fini, comprendendo Bersani, Franceschini e la Bindi, senza tralasciare Rutelli, doveva liberare l’Italia nientemeno che da Berlusconi. Come se gli elettori, che avevano votato centrodestra, alle ultime elezioni politiche, fossero stati cooptati in un esercito di golpisti. Come se, invece che con le schede elettorali, avessero chiesto di cambiare politica, estromettendo con la forza la sinistra dal governo del Paese. Come se depositando solo due anni prima nelle urne le schede con la croce sul nome di Berlusconi, avessero puntato le armi e sparato contro una sinistra che, da sempre, si auto proclama irreversibile e che, quando è al governo, mette in ginocchio il Paese mentre, quando non è al governo, pretende di fare lo stesso.

L’assordante rumore di Fini e Casini va interpretato con la volontà di cambiare la legge elettorale. E se solo si pensasse alla recente celebrazione di un referendum, sostenuto con forza da Fini, che avrebbe reso ancora più maggioritario e bipolare il sistema, l’ipocrisia apparirebbe così spessa da pensare di poterla affettare.

La convinzione che Berlusconi non sia elettoralmente battibile, se non con un’ammucchiata, fa saltare i nervi e la ragione a più d’uno. Un’alleanza eterogenea non sarebbe poi in grado di esprimere un governo invece omogeneo. Per evitare l’imbarazzo dell’ammucchiata c’è chi vorrebbe tornare al passato. Sotto mira c’è il premio di maggioranza e c’è chi, come il finiano D’Urso, vorrebbe innalzarne la soglia per renderlo irraggiungibile. Senza premio di maggioranza, i piccoli partiti, col loro pacchetto di voti, come in una Spa, diverrebbero indispensabili per far sopravvivere una maggioranza o per condizionare, e a volte ricattare, una parte o l’altra, e conterebbero più degli elettori nello stabilire, in loro vece, programmi e alleanze. Appare chiaro che, in questo modo, i partiti più sono piccoli e inutili, e più conterebbero. Con questa chiave di lettura si comprendono gli affanni di Fini e Casini ed anche il modo sornione di Bersani di supportarli.

Il ritorno alla partitocrazia diventa una lotta per la sopravvivenza del sistema dei partiti e degli abusi della politica. E’ anche il colpo di coda delle caste per difendere il potere di controllo sulla vita civile e sulle scelte del Paese. La burocrazia tornerebbe a controllare e gestire gli affari e gli appalti, i magistrati a fare i comodi loro e i cittadini a pagare in silenzio. Il tentativo di rivoluzione liberale tornerebbe a dover ripartire da zero.

Se passasse, invece, l’idea di Berlusconi sui partiti snelli, come negli USA, senza grossi apparati burocratici, con un rapporto più diretto col popolo in cui, ad esempio, due partiti, entrambi democratici, uno di orientamento conservatore e l’altro progressista, si fronteggiassero nelle campagne elettorali e poi si confrontassero senza pregiudizi in Parlamento, unendosi persino nelle grandi emergenze e nell’interesse del Paese, molti mestatori e politicanti di professione dovrebbero trovarsi un’occupazione e lavorare. E questo per alcuni, o per molti, è una pesante preoccupazione: un vero terrore.

Pierfurby e Gianfrego, senza voti ma lavoratori incompresi, pensano così ... di imbrigliare il Paese.
Vito Schepisi

06 dicembre 2010

Irresponsabili

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari non italiano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostra economia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironia anglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia: “Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertito se il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.

Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, con la serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è un Paese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che, nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in una congiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisi mondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con molto carattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, alla responsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tanto pressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in un momento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilità per favorire la ripartenza.

Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza delle misure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da un massiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni e di parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anche alcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se non persino di pensare ad allargarla.

L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero, il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come il Ministro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immagine dell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionale e nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italia con Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettato dalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modo credibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre al rispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciproca collaborazione commerciale.

L'economista avrebbe rilevato, invece, come negativo l’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che era accaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forze politiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure di contenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate a seminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemici peggiori da battere quando c’è recessione economica.

Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana e anacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degli impegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi del Governo, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, di giovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumono atteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per le conseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Una follia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che, anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.

Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modi di pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e i propri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e che abbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni dei loro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però, non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è un metodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidente sintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte degli elettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo, sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politica oggi è assolutamente da irresponsabili.

Vito Schepisi



02 dicembre 2010

L'ipocrisia italiana della governabilità

Il seguente è un articolo del mio carissimo amico Andrea B.Nardi, giornalista, scrittore ed osservatore di politica estera. Andrea, usando la sua prosa semplice ed efficace, ci fa capire come una Costituzione che ha fatto cambiare 62 governi, in quasi 65 anni di Repubblica, non sia poi quel mostro sacro che tanti difensori opportunisti vorrebbero far credere.

Dal 1945 a oggi in Italia abbiamo avuto 62 governi in 65 anni. La media di governo/anno è di 0.98. La durata media del governo italiano è di 340 giorni. Il dato più assurdo, però, è il seguente: governi in carica per l’intera legislatura: zero. NON C'È MAI STATO UN GOVERNO ITALIANO CHE SIA DURATO PER L'INTERA LEGISLATURA, iindipendentemente dalla legge elettorale in vigore.
Possibile che nessuno si renda conto di come ci sia qualcosa di palesemente malfunzionante in tutto ciò, della stortura evidente presente nel nostro sistema costituzionale?
Il presidente statunitense ha ricevuto il proprio mandato da un'elezione popolare, e governa in onore di questa, esattamente come il nostro. Tuttavia – ne abbiamo un esempio evidente oggi –, la sua elezione non ha nulla a che fare con quella del Congresso, infatti quest'ultima avviene a metà del mandato del presidente e può far risultare una maggioranza tutt'affatto diversa. Eppure il presidente non rinuncia al suo mandato governativo, non compare nessuna crisi di governo, non si deve cercare un altro Governo, e il Paese continua a essere governato.
In Italia, di contro, è solo la maggioranza parlamentare a conferire dignità d'esistenza all'esecutivo, il quale ne è l'espressione grazie alle elezioni nazionali. Qualora questa maggioranza parlamentare cambiasse – cosa che capita continuamente nel nostro Paese – il Governo è destinato a perderne la fiducia e a dimettersi. Siccome questa situazione non è l'eccezione, come credevano i padri costituzionalisti, bensì la regola italiana, il Paese vive in costante crisi di governo, e, cosa assai più grave, l'esecutivo invece di governare la nazione è costretto a sprecare tutto il suo tempo nelle manovre intestine per non perdere la propria maggioranza parlamentare. I nostri politici, dunque, vivono non per governare ma per cercare le proprie alleanze elettorali.
Allora il problema è questo: bisogna svincolare il Governo dalla maggioranza parlamentare, interrompendo il meccanismo della fiducia.
I metodi possono essere due:
1) O si stabilisce che i parlamentari italiani eletti in un partito non possono dimettersi da quel partito pena la propria personale fuoriuscita dal Parlamento e decadimento della carica, in onore al mandato ricevuto dagli elettori;
2) Oppure si separano i due poteri istituzionali del Governo e del Parlamento con elezioni separate e non direttamente e reciprocamente vincolanti.
Nel primo caso si tratterebbe di rendere finalmente attiva la responsabilità personale dell'eletto che deve rispondere ai propri elettori, pertanto se una volta eletto cambia partito deve dimettersi e far subentrare al suo posto il secondo della propria lista, senza quindi modificare la composizione parlamentare.
Nel secondo caso si avvierebbe invece una procedura di controllo indipendente dei due organi istituzionali.
In entrambi i casi si interromperebbe l'assurda e ridicola sceneggiata delle elezioni italiane, per cui qualsiasi governo eletto verrà comunque sfiduciato dall'ambiguità dei nostri parlamentari, dediti solo al proprio interesse, al trasformismo, alla ricerca di nuovi partiti per usufruire di cariche e finanziamenti a livello nazionale e locale.
Se non si esce da questa ipocrisia, ogni gaudio per qualsiasi vittoria elettorale è assolutamente privo di valore: il prossimo governo cadrà comunque a breve.
Andrea B. Nardi