04 maggio 2009

I fatti privati e la stampa

Le notizie dei fatti personali della signora Veronica Lario prendono la scena dei media, oscurando fatti di grande rilevanza in campo politico, finanziario ed industriale. E’ la seconda volta, dopo quella già scoppiata alla vigilia delle politiche del 2006, che vengono diffuse notizie sulla crisi nei rapporti tra il Presidente del Consiglio e la sua signora.
Questa volta, come l’altra, non sono le riviste di gossip ad occuparsene, ma i quotidiani di informazione più diffusi. Tra questi spiccano quelle gazzette già impegnate in campagne di stampa contro il leader del Pdl che durano 365 giorni in un anno.
Alle indiscrezioni sui rapporti privati della coppia c’è stato un prologo politico. Era da tempo che il PD e Di Pietro accusavano il Pdl di voler candidare per le prossime europee un esercito di ragazze di spettacolo, definite “veline”. Sostenevano che il Pdl volesse privilegiare le sembianze fisiche alla qualità e che l’occasione elettorale servisse a compensare i buoni servigi che un gruppo di belle ragazze avevano reso e rendevano a Berlusconi. Per l’opposizione le “veline” dovevano essere un gruppo di donnine, comandate da una regia, come soggetti di fiction, ed asservite al Mecenate. Un nugolo di belle ragazze ubbidienti e capaci di mantenere la scena. Le preoccupazioni di Franceschini e Di Pietro, però, nei fatti si sono rivelate solo fantasiose.
In questo clima di interessata moralizzazione e mentre è in corso la campagna elettorale fatta anche di piccoli flash di popolarità, come le apparizione a sorpresa in pubblico del premier, come quella in discoteca a Napoli, che si innesta il colpo di scena della signora Veronica.
Una scena di risentimento per l’offesa alla dignità di donna e di madre accende ancora una volta, in tornata elettorale, un dibattito falsato dalle frivolezze del gossip. L’attenzione che passa dal confronto politico ai fatti privati, la cui conoscenza e risonanza, con tutto il rispetto per i protagonisti, non ce ne può importar di meno, non può non destare sospetti.
E’ strano che in un confronto politico che ha visto momenti di grande interesse l’attenzione sia stata spostata sulla richiesta di divorzio della signora Berlusconi.
Con la novità di un Paese che sostituiva, alla retorica sui valori della liberazione e della resistenza, una più ampia definizione d’immagine dell’evento storico che ha liberato l’Italia dal regime fascista e dal gioco nazista, e con la celebrazione del primo maggio come festa di tutti i lavoratori e non solo di quelli marxisti, l’attenzione viene invece spostata sul commento velenoso della signora Lario che definisce “ciarpame” un mondo che anche lei molti anni fa ha conosciuto e frequentato.
E’ lecito chiedersi se non sia stata così falsata la solennità del momento storico che ha seppellito anni di odio e di intolleranza e che ha respinto la presunzione di una parte politica di impadronirsi di un periodo della storia?
Sono cadute le contraddizioni, le incomprensioni ed il silenzio delle molte viltà. È stato accantonato il rancore per il sospetto che in Italia sul finire della guerra sia stata condotta una doppia lotta: per la liberazione dal regime fascista e per l’occupazione da parte di quello comunista, con la regia di Togliatti. E’ un fatto politico rilevante! E ci si ritrova, invece, a parlare della signora Lario?
E’ emersa l’attenzione al pluralismo delle forze in campo (liberali, cattolici, socialisti, azionisti oltre che marxisti) e si è richiamato l’onore ed il rispetto di tutti, anche di coloro che, sbagliando, sono stati dall’altra parte in buona fede, com’è giusto che un popolo civile faccia e riconosca. Le parole del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio hanno ridato dignità e condivisione all’evento storico più importante della nostra democrazia e rigenerato i motivi della commemorazione del 25 aprile. Berlusconi l’ha fatto nella cornice del territorio nazionale devastato dal terremoto, per ricostituire con più forza le ragioni dell’unità nazionale.
Che ha a che fare il fallimento del matrimonio tra il premier e la sua signora, con la Storia d’Italia?
Nel momento in cui l’industria italiana ha grande rilevanza, con la Fiat chiamata negli Usa a fornire tecnologia italiana per risolvere la crisi del colosso Chrysler, con i sindacati USA che accettano tagli ai salari e concedono una tregua sindacale fino al 2015 (la Cgil non lo farebbe neanche fino a fine mese) e sempre con la Fiat impegnata in Germania per l’acquisizione di una fetta di Opel, la stampa è impegnata invece a porre l’attenzione del Paese sul gossip:
ma non è questo il “ciarpame”?
Vito Schepisi

24 aprile 2009

I manipolatori dell'informazione

Non si sa quanto Indro Montanelli avrebbe gradito essere chiamato in causa, in occasione del centenario della sua nascita, per sentirsi da miglior vita tirare la giacchetta perché avallasse la tesi di un’Italia occupata da un regime che, armato di manganello, impedisse la libertà d’informazione. E’ l’Italia che all’illusionista Santoro piacerebbe veder materializzare, per far emergere il suo immaginario eroismo di coraggioso difensore della libertà d’informazione o ergersi a vittima sacrificale, corredato di coordinate iban per bonifico bancario di riparazione.
Non si sa se Montanelli avrebbe persino gradito che a parlare di giornalismo, di professionalità e di etica dell’informazione ed ad accusare di autoritarismo ed addirittura di fascismo il leder moderato del Paese potessero essere giornalisti come Santoro, Gad Lerner, Travaglio, Mentana e Mieli.
Ancora una volta sulla televisione pubblica è stata allestita una trasmissione con molte ipocrisie e piena di rievocazioni di episodi di comodo. Una trasmissione sostenuta dallo staff e dal pubblico in sala ben allineato, come accade sempre e come piace al conduttore che però in questa circostanza è apparso, approssimativo e impreciso. Questa volta l’obiettivo di dimostrare che Berlusconi abbia il controllo dell’informazione era così inverosimile che la manipolazione gli è sfuggita di mano. Annozero si è concluso tra il nervosismo di Santoro, smentito con buona eleganza da Mieli e Mentana, con Lerner mortificato da Belpietro, con lo stereotipato sorriso simil-ebete di Travaglio e con la tristezza delle vignette del riesumato Vauro.
Per tornare al Giornalista di Fucecchio, nessuno ha mai nascosto la crisi dei rapporti tra Berlusconi e Montanelli, rispettivamente editore e direttore del Giornale fino all’inizio del 1994, e sfociata in una polemica rottura. Nessuno però, per onestà intellettuale, dovrebbe nascondere che il conflitto riveniva dalla natura dei personaggi e che fosse più caratteriale che politico, più di metodo che di merito. Quella di riconoscere a Montanelli il peso del suo fastidio per rischiare di diventare il direttore di un giornale allineato su di una parte politica, è la più grande espressione di lealtà che tutti amici ed avversari gli devono, anche coloro che sono rimasti delusi dalle posizioni assunte nei suoi ultimi anni di vita, e che lo hanno anche amabilmente perdonato.
La testimonianza della grande fermezza e personalità del fondatore de “Il Giornale” non sta tanto nel riconoscimento interessato dei suoi avversari (politici e giornalisti), quanto, invece, è da ricercare nella ferocia dei medesimi nel contrastarlo quando, col suo giornale era una voce fuori dal coro. E’ degno di grande stima ed onore, infatti, il Montanelli che uscito dal Corriere della Sera fonda Il Giornale ed occupa la scena, nonostante la ferocia e l’arroganza che covava all’interno di una opposizione politica che condizionava stampa, cultura ed istituzioni. In quell’opposizione politica che dominava le piazze, si ricorda che c’erano anche i Santoro, i Mieli ed i Gad Lerner, oltre a tanti altri che al tempo non si limitavano a porsi contro la diversità delle opinioni, ma le criminalizzavano, le minacciavano, le reprimevano. Invocavano allora un’informazione di classe, tutt’altro che libera.
A posteriori sono stati chiamati cattivi maestri e, per gli eccessi di alcuni, a sinistra si diceva che fossero anche compagni che sbagliavano. Impugnare un’arma e sparare, però, è stata solo la parte più infame di un metodo che comunque mirava a criminalizzare coloro che la pensavano in modo diverso. Dietro le pistole c’erano i movimenti di pensiero che teorizzavano la pretesa massimalista che non tutti potessero avere lo stesso diritto di esprimersi.
Invece di parlare dell’arcigno e tagliente risentimento di Montanelli contro Berlusconi, fingendo di ignorare che solo pochi mesi prima della rottura ne aveva tessuto le lodi, Santoro ed i suoi ospiti avrebbero fatto meglio a parlare della loro brillante carriera approdata ora sui lauti guadagni a spese dei contribuenti, ora nel sostegno di caste e famiglie industriali. Una bella e vantaggiosa evoluzione dopo esser stati a vociare nelle piazze contro la società borghese e per la lotta di classe ed avallato tesi sull’informazione anch’essa di classe.
Appare inverosimile pensare che ci sia un’informazione che abbia per protagonisti di riferimento gli stessi personaggi che sostengono che sia, invece, manipolata dal signore di Arcore.
E’ più che un lapsus freudiano il loro: è un dubbio amletico.
Vito Schepisi

22 aprile 2009

Durban II: il documento dell'ipocrisia

Di fatto si e conclusa prima del tempo la Conferenza delle Nazioni Unite a Ginevra sul razzismo. E' stato anticipato il documento finale per evitare che altre fratture tra i partecipanti potessero far fallire l'intera Conferenza. Il documento finale elaborato nei mesi scorsi, e limato negli ultimi giorni, in un difficile clima di intolleranza, è frutto di un difficile ed omissivo compromesso. Non serve, però, rendere solo meno irrealistico ed antistorico un documento se vengono omesse intere questioni di diritti negati e di intolleranze non rilevate.
Il dubbio di alcuni paesi, tra cui l’Italia, non si limita solo a contrastare i riferimenti alle presunte discriminazioni razziali di Israele o all’inverosimile accusa di razzismo allo Stato ebraico. C'è anche una differenza di metodo tra i paesi dell'Occidente ed i paesi cosiddetti neutrali. Le libertà fondamentali ed i diritti civili sono gestiti in modo diverso. Non ci sono solo differenze d’usi e tradizioni ma si mantengono differenze fondamentali tra uomo e donna e profonde discriminazioni per l'accesso alla pratiche religiose.
La presenza del Vaticano alla Conferenza è spiegata negli ambienti cattolici con lo scopo di allentare la repressione verso monache e suore e fedeli cattolici in alcuni paesi islamici. Come si può dar credito ad una conferenza mondiale, sotto l’egida dell’ONU, a cui si partecipa mantenendo un basso profilo per allentare una minaccia incombente?
Ci sono nazioni che negano la storia e negano l’odio razziale nazista contro gli ebrei e fomentano un odio dello stesso segno ed indirizzo. Se si pensa che sono anche gli stessi paesi che si sono attivati per redigere il documento finale! Sono paesi che non spostano di una virgola le loro intime convinzioni e la ferocia nel voler reiterare l'orrore nazista. Ci sono ancora Stati dove si consentono, con la complice inerzia delle autorità civili, intolleranze e discriminazioni che rendono difficile, o addirittura pericoloso, l'abbraccio ad una diversa fede religiosa.
E' difficile parlare di razzismo e di discriminazione senza marcare le differenze di maturità democratica. Le intolleranze non sono limitate solo al diverso pensiero, ma conducono a pericoli reali ed incidono anche violentemente sulle libertà e sui diritti degli uomini. Morte , torture, carcere duro, è un prezzo troppo alto per gli uomini che pagheranno in questo modo le ipocrisie di una Conferenza monopolizzata da un alto numero dei paesi definiti neutrali e dall’intero blocco musulmano. C’è chi spinge a spostare il tiro su obiettivi diversi, come si è avuto modo di constatare già con la Conferenza di Durban del 2001. La stessa strategia che traspariva dai difficili preparativi di quella di Ginevra, in corso, e che ha visto defilarsi per questioni di coerenza nazioni come gli USA, l'Australia, Il Canada, Israele, l'Olanda, la Nuova Zelanda, la Polonia, la Germania e l'Italia ed a cui si è aggiunta nel corso della Conferenza anche la Repubblica Ceca.
Non basta cancellare nel documento i riferimenti alla "diffamazione delle religioni" che i paesi di religione musulmana miravano ad introdurre nel testo della risoluzione finale, con l’intento di impedire al mondo intero, credente o meno, la libera espressione del pensiero ed il diritto di critica e di satira su idee e confessioni religiose, principalmente musulmane. C’era anche questa tra le pretese di un manipolo di stati fondamentalisti per poter giustificare condanne come quelle in passato inferte agli scrittori che hanno scritto su Maometto, o condanne al Papa che a Ratisbona nel 2007, con annotazioni filosofiche, si è soffermato sui dubbi e sulle perplessità risalenti al 1600 sulla storia dell'islamismo e sulle sue espressioni di riferimento.
Quello di Ginevra è il documento dell’ipocrisia i cui protagonisti sono paesi come Cuba, la Libia, L’Iran, il Sudan e la Siria. A che vale sottoscrivere una carta che valga solo a denunciare casi di presunte violazioni nei paesi occidentali, già cautelati da leggi sempre più rigide contro le discriminazioni? E che non valga, invece, ad evitare che la violenza e l’intolleranza religiosa mieta vittime nel mondo, per la sola colpa di abbracciare una fede diversa?
Vito Schepisi

20 aprile 2009

Tanti nemici, tanto onore

Si apprende che l'On. Di Pietro abbia osservato che a Montecitorio non ci sia nessuno che voglia pranzare in sua compagnia. L'ex magistrato ha aperto la campagna elettorale in Puglia traendone buoni auspici per il suo partito. Buoni presentimenti colti dalla difficoltà dei suoi colleghi deputati a relazionarsi con lui. Sostiene che tutti mostrino di temerlo e che sia proprio la crescita delle inimicizie a fargli trarre sentore di grandi successi politici. Sono le stesse conclusioni di Benito Mussolini, quando sosteneva "tanti nemici, tanto onore", anche se sarebbe prudente non fargli sapere quanto dalla quantità dei suoi nemici Mussolini traesse la misura dei suoi meriti. E’ bene che il leader dell’Idv non si monti ulteriormente la testa. E’ già difficile digerirlo per quello che è, da sembrar sin troppo inquietante pensarlo in ruoli ancor più arroganti ed autoritari. Sarebbe davvero eccessivo!
Il molisano avrebbe più affinità elettive con Hugo Chavez: stessi modi rozzi, stessa violenza espressiva, stessa mancanza di cultura. Non sappiamo, però, per i congiuntivi! La figura di Mussolini, invece, pur discutibile come lo è Di Pietro, anche lui abile nel sollecitare gli istinti più che la ragione, ha avuto un rilievo storico ed un ruolo autorevole nella coscienza del tempo, con personalità decisamente diversa dall’ex poliziotto di Montenero di Bisaccia. Paragonare Di Pietro al dittatore di Predappio è senza dubbio un azzardo storico ed intellettuale a tutto svantaggio del secondo. Mussolini non aveva solo carattere e lucidità politica ma anche maggiori qualità umane ed una cultura ben più solida di Di Pietro. Più raffinato, più carismatico, oratore retorico ma molto efficace. Niente a che fare, insomma, con il molisano cresciuto a manette e trattore.
Saranno altre, però, le motivazione che spingono i Parlamentari a disdegnare la compagnia di Di Pietro. Il personaggio si presta a riflessioni poco lusinghiere sulla sua capacità di mantenere a lungo le amicizie. Tutti i compagni dei percorsi politici seguiti dal leader giustizialista hanno poi avuto parole molto dure nei suoi confronti. I parlamentari degli schieramenti avversari non hanno poi particolari motivi d’amicizia con Di Pietro. Lo immaginano sempre pronto ad utilizzare qualsiasi confidenza che fosse utile alla sola sua causa, anche se dovesse tradire la riservatezza di coloro che gli hanno mostrato amicizia. Di Pietro è come il suo trattore, passa sopra a tutto e non fa niente per dissipare quest’impressione. Con la sua antenna moralizzatrice e forcaiola è più pericoloso di una microspia collocata per l’intercettazione ambientale. Non deve essere un piacere pranzare con Di Pietro, se si immagina ad una tavola imbandita come ad un luogo ideale per le confidenze, per i pettegolezzi, per le malignità, per le supposizioni e per il chiacchiericcio politico.
Nessuno ha, infatti, conservato a lungo stima per Di Pietro. A suo tempo neanche il capo della Procura di Milano, Borrelli. Tanti sostengono che il personaggio non sia un esempio di lealtà e che sia pronto a rimangiarsi la parola data in qualsiasi momento. Sono note le liti con i compagni di cordate elettorali a cui ha sottratto voti, rifiutandosi poi di dividere i rimborsi elettorali.
Per Di Pietro vale sempre la metafora, famosa ai tempi di mani pulite, del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, utilizzata sempre a seconda delle opportunità, tanto che tutto ciò che vale per gli altri non è detto che valga anche per lui o per chi gli sia vicino. Gli unici che gli sono stati vicini, da sempre, sono solo i componenti della sua famiglia ed il tesoriere del suo partito.
Due pesi e due misure per ogni cosa. Un giudizio severo per gli altri, comprensione ed assoluzione per se stesso e per chi gli faccia comodo. Anche le intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto il figlio hanno un peso diverso. Fa acqua anche la sua reiterata asserzione del rispetto della magistratura, se poi ad esserne vittima è un magistrato che scende in corsa alle europee con il suo partito. Quando è stato ministro arrivò ad sospendersi dall’incarico, pur non essendo prevista dalla nostra Costituzione la facoltà di esercitare le funzioni di Ministro ad intermittenza a seconda degli umori del giorno. Una via di mezzo tra la sguscevole sagoma del protagonista della commedia all’italiana e l’uomo nero che si usava per rabbonire la vivacità dei bambini. Riesce così difficile pensare a Di Pietro meritevole di “tanto onore” per la misura della quantità dei suoi nemici!
Vito Schepisi

18 aprile 2009

Il referendum inutile

Sul referendum elettorale è bene fare un po’ di chiarezza, perché si ha l’impressione che si stia sviluppando il solito metodo della cortina di fumo sollevata per confondere le idee. E’ partito il gioco delle strumentalizzazioni di parte. Tutti aspettano le mosse e le decisioni degli avversari. Si è anche convinti che a mestare ci proverà anche Annozero.
Questa è l’Italia della faziosità e della disinformazione. E’ l’Italia dei viaggi di cinismo, col tassametro pagato dai contribuenti. Gli sciacalli da noi prendono lo stipendio a fine mese, in alcuni casi molto alti, pari a più di due anni interi di quello della gran parte dei lavoratori che invece in silenzio e commossi effettuano bonifici, fanno sottoscrizioni ed inviano sms da un euro per contribuire ad aiutare gli sfollati aquilani.
C’è da rilevare che il quesito referendario è ignoto a gran parte dei cittadini. Nessuno si preoccupa di fare chiarezza. E’ vero che è difficile spiegare i diversi passi delle norme da abrogare, ma in compenso è facile chiarire gli effetti pratici che ne conseguirebbero.
Fatta eccezione per i referendum attivati per le modifiche costituzionali, con le modalità previste dalla Costituzione, il referendum in Italia è solo abrogativo. Quello da svolgere è stato richiesto per rispondere a tre quesiti. I primi due analoghi, uno per la Camera e l’altro per il Senato, con cui, attraverso articolati richiami alle leggi elettorali in vigore, si chiede di abrogare la previsione degli accorpamenti elettorali tra i partiti. Le modifiche avrebbero per conseguenza l’attribuzione del previsto premio di maggioranza al solo partito più votato. Il terzo quesito, meno importante per gli esiti politici, ma altrettanto importante, invece, per il rispetto della volontà degli elettori, vorrebbe impedire la presentazione degli stessi candidati in più collegi elettorali, in modo tale che per conoscere gli eletti non si devono aspettare le opzioni dei capilista.
Per sgombrare il campo dalla strumentalizzazione più facile, c’è un solo partito a cui questo referendum converrebbe in assoluto ed è il Pdl. Con le modifiche previste dal referendum, con una stima di forza elettorale attuale del 40% degli elettori, sarebbe il partito di gran lunga più votato ed arriverebbe a conquistare alla Camera, per effetto del premio di maggioranza, ben 340 seggi pari a circa il 55% del totale. Più difficile sarebbe, invece, ipotizzare il numero dei seggi al Senato, in quanto il premio di maggioranza è calcolato regione per regione, ma anche a palazzo Madama la maggioranza complessiva dei seggi per il Pdl sarebbe fuori discussione.
Dinanzi a questa realtà inconfutabile tutti i partiti, al di fuori di quello di Berlusconi, dovrebbero essere contrari a questo referendum. In caso contrario si dovrebbe pensare che tutti siano stati fulminati sulla via di Damasco e si siano convertiti ad un sistema bipolare e bipartitico. Se così fosse tutti dovrebbero pensare di dover confluire o nel Pdl o nel PD. Ma non sembra che siano queste le intenzioni!
Al tempo Veltroni ha avuto difficoltà nel sostenere la raccolta delle firme, non si conosce oggi come la pensa Franceschini. Il referendum piace, però, a Di Pietro e francamente non se ne capisce il perché. Forse bluffa anche lui, come tutti, come sempre!
Assieme a Franceschini, Di Pietro insiste per l’Election Day, pur sapendo che l’accorpamento con le elezioni europee ed amministrative di giugno agevolerebbe il raggiungimento del quorum rendendo così effettive le modifiche. Sembra, infatti, scontato l’esito positivo del referendum. E Di Pietro bluffa ancora, bluffa sempre!
L’esito favorevole renderebbe persino difficile, se non impossibile, l’approvazione bipartisan di una nuova legge elettorale. Nella scorsa legislatura, prima che Prodi cadesse, lo spauracchio del referendum aveva favorito l’apertura di un ampio dibattito e di un accenno di un tavolo di confronto. Perché non riprenderlo rinviando la consultazione?
Si parla di voler risparmiare il costo delle consultazioni e sarebbe saggio per le tante ragioni che si conoscono. C’è un modo, però, per risparmiare ancora di più, ed è proprio quello di rinviare il referendum, con lo scopo di superarlo del tutto, modificando nel frattempo l’attuale legge elettorale.
Vito Schepisi

15 aprile 2009

Il pluralismo che manca


L’Italia, come tutte le democrazie, si avvale di una grande diversità di opinioni. I cittadini italiani sono da sempre abituati a dividersi su tutto. La storia ci rimanda a vicende di contese, di rivalità, di famiglie, di faide e di campanilismi esasperati. L’Italia si spacca per lo sport e la politica, si spacca tra laici e cattolici e sulle scelte istituzionali, come con il referendum su Repubblica e Monarchia del 1946, si spacca persino sulle regole dell’informazione, o sull’informazione senza regole, in cui emergono enormi contraddizioni tra libertà ed arbitrio.
Le divisioni ci sono, ma la rappresentazione del pluralismo, invece, appare molto compressa, o sembra mancare del tutto. Si ha la sensazione che non ci sia un ragionevole rapporto tra il Paese reale, con le sue ansie e le sue aspirazioni, e la quantità della diffusione plurale delle istanze culturali e sociali dei cittadini italiani. Lo si avverte, in particolare, in alcuni settori come quello, non a caso parlando di pluralismo, della formazione e dell’informazione.
Si ha l’idea che emerga una parte, sempre la stessa, negativa per pregiudizio ed un’altra, invece, per definizione giusta o potenzialmente tale, e sembra che ogni questione possa essere risolvibile soltanto in un’area politica, tanto da far sembrare persino superfluo il confronto con l’altra.
Soffermandosi principalmente sull’informazione, non si può tralasciare un giudizio di merito sulla formazione, per ricordare che gli attori, in gran parte, sono rappresentati dagli ex giovani della cosiddetta rivoluzione culturale, a cavallo tra la fine degli anni sessanta del secolo scorso e l’inizio degli anni 70. E’ una fascia di società medio - alta che ha goduto della garanzia del voto politico, della promozione e della laurea. L’hanno spacciata per conquista della parte debole della società (gli studenti) che solidarizzava con gli operai delle fabbriche. Basterebbe solo ricordare che questi studenti, al contrario degli operai e dei proletari dell’epoca, hanno continuato a mantenere gli agi delle famiglie di provenienza, i lussi, i modi chic e l’elitario privilegio di avere le carriere e gli spazi assicurati nella società benestante, tra cattedre universitarie “ereditate”, studi professionali già avviati ed inserimento nel mondo del lavoro. L’affermazione nella società che conta gli è stata garantita, in larga parte, dalla rete delle conoscenze delle famiglie, delle caste, del clero, e delle massonerie politiche. E’ bene anche ricordare, per chiudere sulla formazione, che nella scuola e nelle università questa nuova classe padrona ha mantenuto la stessa intolleranza e lo stesso pregiudizio intellettuale e sociale che aveva coltivato negli anni della sua formazione, sia per l’indirizzo culturale che per il rispetto del pluralismo politico.
E’interessante soffermarsi sull’informazione perché si ha l’impressione che non sia soltanto l’eccesso di predisposizione ideologica ad animare la preponderanza della faziosità politica, ma anche l’interpretazione zoppa della deontologia professionale. C’è una visione classista dell’informazione che vorrebbe giustificare il divario quantitativo con il Paese reale. Per la democrazia liberale, invece, l’informazione deve articolarsi per comprendere l’interpretazione plurale della società. Nei paesi liberi, la cultura non deve essere una gabbia in cui far pavoneggiare i mentori, ma deve essere lo specchio della società e deve poter animare il confronto tra le ragioni diverse di una pluralità d’ispirazioni e d’esperienze.
Sarebbe preoccupante pensare ad una cultura di Stato che renda monca la rappresentazione degli stati emotivi del popolo. La diffusione della coscienza popolare è il tributo della democrazia agli uomini che sono i reali protagonisti della storia. Ed è attraverso il confronto politico plurale che il popolo partecipa alle scelte politiche del Paese e realizza il sistema del metodo democratico.
Se queste premesse sono autentiche, se sono sintesi della democrazia e se sono accettate dalle parti politiche che si richiamano alla Costituzione, ci sarebbe da chiedersi perché non si dovrebbe definire autoritaria e totalizzante quella mancanza di pluralismo politico che aleggia in alcuni spazi dell’informazione pubblica. Perché è consentito ad un signore di appaltare ad una parte politica, la più intollerante e discutibile, di offendere il nostro popolo e la sua grande umanità dal video di una tv pagata dai contribuenti italiani?
Vito Schepisi

11 aprile 2009

L'utenza tradita


Ci chiediamo se sia più offensiva l’insolenza e la cattiva educazione, o la sensazione d’esser presi in giro con malcelato garbo. Nel rapporto tra utenti e gestori dei servizi è stato rimosso solo l’approccio conflittuale con l’utenza, lasciando invariata la sostanza. Abbiamo la percezione della gentilezza per contratto e resta l’amarezza di constatare che la presa in giro non sia meno mortificante della cattiva educazione. Passare dalla strafottenza con punte d’arroganza all’assicurazione di un rapido intervento che invece non viene effettuato non cambia il risultato.
Si è parlato tanto dei diritti dei consumatori, ma sono stati modificati solo in apparenza, meno negli effetti pratici. Quando per un disservizio si ha a che fare con i fornitori, si ha l’impressione che non sia cambiato niente. Se si ottiene qualche risultato è solo per la diffusione dei processi di automazione e per l’avvento dell’informatica e non per una diversa disponibilità dei gestori. La sensazione è che niente sia fatto per rispetto dei consumatori, come se non esistessero esigenze e disagi per l’utenza, ma solo pratiche da smaltire ed un fastidio in più da dover subire.
Forse non avremo più, dopo reiterati corsi sulla soddisfazione del cliente, l’addetto che si sfoga e dice: “abbiamo tanto lavoro”; “guardi la scrivania è colma di richieste come la sua”; “abbiamo bisogno di altro personale, ma non si vede nessuno”; “qua tutto va a rotoli, ma non si preoccupi, abbia pazienza, appena possibile provvederemo a soddisfare anche la sua richiesta”. Ora prevale la forma: “lei ha inoltrato il reclamo il giorno x e la tempistica della nostra società per risolvere un guasto va da 24 ore a 7 giorni. Stia tranquillo che entro quella data risolveremo anche il suo problema”. Ci sarebbe persino da sentirsi in colpa per averne dubitato!
Ma come non essere contrariati per quel servizio che, per responsabilità del fornitore, non viene erogato e che si paga comunque? Come vincere l’irritazione nel pensare che la stessa utenza, senza estenuanti pratiche burocratiche e senza costi eccessivi ed esiti incerti, non possa essere sostituita in tempi rapidi da altro fornitore? Manca la certezza di poter cambiare senza subire ulteriori disservizi. Prevale l’irritazione per sentirci incapaci di far valere le nostre ragioni. Non è mai possibile parlare con un responsabile, o conoscere le modalità di lavorazione della propria pratica. A volte otteniamo solo l’assicurazione dell’inoltro di un sollecito che vale il tempo che trova ed alimenta ancor più la sensazione d’esser presi in giro. Mi è appena accaduto per la connessione ad internet.
Con la connessione “eccellente”, con segnale al massimo, se manca “l’allineamento internet”, non si tratta di un guasto alla linea, con necessità di tempi utili per la riparazione. Le cause possono essere solo due: modem - router guasto (il mio caso); cavi rotti o scollegati. A saperlo, però! Nel frattempo si continua a pagare una fornitura che non si ha, ed aspettare.
E’ come se, andando dal salumiere per comprare un etto di prosciutto, pagassimo la merce richiesta senza che ci fosse fornita, benché presente sul banco, ed il salumiere - alle nostre proteste - ci rispondesse: “guardi faccia reclamo ed entro sette giorni avrà il suo prosciutto”. Ed è come se alle nostre ulteriori rimostranze il salumiere replicasse: “sappia che ci sono tante richieste e tanti clienti da soddisfare. Deve avere pazienza! Vedrà, però, che nei termini stabiliti dalla nostra carta dei servizi saremo in grado di fornirle il suo prosciutto. Lasci nel suo interesse il suo numero di cellulare e ci comunichi le ore della giornata in cui potremo chiamarla e vedrà che appena possibile, e comunque entro i sette giorni successivi al suo reclamo, un nostro addetto la chiamerà per risolvere il suo problema”. Diamine che c…! E come non compiacersi per tutta questa gentilezza?
Può sembrare assurdo ma è ciò che, né più e né meno, accade con le utenze e, pensandoci bene, occorrerebbe più tempo a tagliare un etto di prosciutto, incartarlo, farlo pagare e dare il resto, di quanto non occorra invece per risolvere un problema di una linea internet.
La dimensione di una umiliazione è possibile comprenderla quando la si affronta in prima persona. E’capitata questa esperienza negativa con il mio gestore, ma con gli altri sarebbe stata la stessa cosa. L’indifferenza verso i bisogni dei cittadini è mortificante. Un servizio senza assistenza tecnica adeguata è offensivo. L’utenza è tradita.
Vito Schepisi

02 aprile 2009

Piano casa ed opposizione confusa


C’è una novità nell’accordo tra Governo e Regioni per il rilancio dell’edilizia privata, ma è una novità di cui si poteva anche fare a meno. Saranno i consigli regionali sulla base di un decreto quadro del Governo, da emanare entro una decina di giorni, ad approntare regione per regione, entro e non oltre 90 giorni dall’emissione del decreto stesso, le leggi attuative. Solo in caso di inadempienza nell’adozione del provvedimento legislativo interverrebbe un commissario ad acta nominato dall’esecutivo.
Se ne poteva fare a meno! Si poteva evitare, soprattutto qualora il decreto emanato dal Consiglio dei Ministri fosse già comprensivo delle norme di cautela ambientale, di salvaguardia dei centri storici e delle elementari norme urbanistiche e se, ugualmente in intesa con la Conferenza delle Regioni, avesse potuto superare ogni ostacolo relativo alle competenze in materia.
La volontà del Governo era questa! Nessuna prevaricazione e nessuna volontà di sottrarre competenze: solo la consapevolezza dell’urgenza.
Il decreto che si voleva emettere, già da primo momento, intendeva introdurre tutte le cautele possibili e gli organi di gestione locale del territorio avrebbero dovuto introdurre, come nel caso dell’apposita legge regionale, i regolamenti, i controlli, i limiti e le tutele.
Cosa sarebbe cambiato in sostanza rispetto ad ora?
Ma l’Italia è il Paese del diritto formale! E’ un vero peccato, però, che questo diritto venga meno, e spesso, quando invece è sostanziale, soprattutto se in relazione alle libertà ed alla dignità del cittadino. Non sono opinioni, ma statistiche, quelle che certificano che il cittadino italiano sia vessato per il godimento di ogni suo diritto e che venga scoraggiato dalle lungaggini e dagli impedimenti burocratici allorquando dia corso ad ogni sua richiesta rivolta alla pubblica amministrazione, locale e nazionale, soprattutto in campo urbanistico.
L’attuale formulazione dell’accordo tra Governo e regioni si traduce soltanto in una evidente e quantomai incomprensibile - se non per astio politico ed ideologico - perdita di tempo.
Le regioni hanno competenza sul territorio per i piani e gli interventi urbanistici? Sacrosanto! Ma cosa avrebbe impedito alle stesse di adottare un testo unico approntato dal Governo, discusso con le regioni, comprensivo di tutele e di divieti? In presenza di preoccupazione occupazionale e di crisi recessiva, la collaborazione degli italiani con l’Italia, per abbreviare i tempi degli interventi, sarebbe un’azione virtuosa ed un grande esempio di responsabilità.
Non si può scendere nelle piazze per l’occupazione per poi ritardare di circa 120 giorni un provvedimento che secondo le previsioni più prudenti avrà la capacità di mettere in campo circa 750.000 posti di lavoro su tutto il territorio nazionale.
Sorge il sospetto che gli enti locali mal digeriscano interventi in settori che da sempre, gestiti dalla politica e dalle caste tecnico-burocratiche sottraggano potere ai soliti noti. Un diritto che si ottiene con una semplice formalità si trasforma in un potere perduto. Si può interpretare così la vischiosità degli atteggiamenti posti in ostacolo.
L’opposizione esulta. Franceschini e Di Pietro cantano vittoria, ma riesce difficile capire per cosa. Sono venuti meno gli allarmi per la presunta devastazione del territorio? E sono venuti meno solo perché all’esercizio di un regolamento attuativo con controlli urbanistici ed ambientali, previsti già dalla bozza del governo, si sostituiranno una ventina di leggi regionali? Cosa cambierà se non a ritardare i tempi, il voler continuamente porre ostacoli di indecorosa “gelosia” politica per poi ottenere gli stessi interventi edificatori, invece che in vigore da subito, per bene che vada, solo tra tre mesi? Sembra un film già visto. La spazzatura di Napoli, l’Alitalia, l’astio antisociale della Cgil.
Erano stati diffusi studi sulla quantità di cemento sul territorio nazionale e c’è stato persino chi in televisione, da Fazio, ha sostenuto che l’architettura degradata delle nostre periferie sia la testimonianza del nostro passato e che per tale ragione andrebbe lasciata integra in quanto parte del nostro patrimonio culturale. Ci sarebbe da scommettere che tra un po’ si tornerà a dire che gli autori dello scempio edilizio del passato andrebbero invece arrestati. C’è tanta confusione, come sempre, specialmente a sinistra!
Vito Schepisi

30 marzo 2009

Un Governo che governi ed un Parlamento che controlli

Un congresso di partito si consuma, per tradizione, tra auto-celebrazioni, richiami emotivi ed indicazioni di gestione e di programmi. Per un partito di governo coincidono, per logica, con le iniziative legislative e con la rotta da tenere sugli obiettivi da raggiungere. Si consuma anche nella lotta interna alla ricerca di spazi di comando e di ruoli di visibilità nella gestione: aspetto in cui emerge spesso la degenerazione partitocratrica e la natura mestierante del personale della politica. Nel Pdl è venuto meno questo risvolto discutibile che passa anche per pluralismo e democrazia interna. Si è scelto di affidare gli incarichi a tavolino, per garantire a tutte le componenti spazio ed adeguata visibilità. E’ un metodo che è stato adottato anche con la costituzione del PD. Tutte le componenti sono state rappresentate equamente nell’intento della convergenza e dell’unità organizzativa. Ed in un Congresso costitutivo di fusione tra più partiti non poteva che essere così.
Chi si aspettava qualcosa di diverso alla Fiera di Roma, per il metodo, non è affatto in buona fede. Le proposte si possono criticare, si può discutere su ciò che è stato detto o fatto, ma sostenere che sia stato un congresso auto-celebrativo, scontato, privo di pathos e di grandi ispirazioni è solo pretestuoso e serve solo a confermare il reiterato pregiudizio della sinistra in Italia. Il Congresso del PD di Veltroni era stato salutato, infatti, con diversa attenzione dall’opposizione, soprattutto per l’inizio di una diversa stagione del confronto politico. E’ quasi palpabile la cultura profondamente diversa per il rispetto e per la tolleranza con la sinistra italiana.
Il Pdl è nato nella tradizione comune di tutti i soggetti politici, con un discorso di apertura di Berlusconi sul chi siamo, da dove veniamo e per cosa ci siamo trovati. Si è poi animato un dibattito dai toni differenti sulle iniziative, si sono sottolineate aperture sui temi più affini ai personaggi che via, via si sono succeduti sul palco. Sono stati affrontati tutti, o quasi, gli argomenti dell’attualità politica. Le differenti espressioni, pur se composte, com’è nella natura di una forza di centralità liberale, democratica ed interclassista di tradizione europea, si sono mostrate articolate in spinte verso tutte le sensibilità democratiche. Il partito del Popolo della Libertà ha mostrato d’essere la sintesi di una vasta fascia popolare con attenzioni differenti, ma con consistenti valori comuni.
Il bipolarismo è un valore che sta prendendo strada nella volontà del Paese. L’aspetto più peculiare è nel far sviluppare, finalmente, un vero confronto democratico tra le due grandi forze di estrazione popolare. Questo processo passa attraverso la capacità di far sintesi all’interno. Le forze politiche contendenti devono, per una democrazia compiuta, poter rappresentare una base riconoscibile di valori condivisi. I contenuti dell’azione e delle proposte politiche devono essere il risultato di un dibattito interno in cui, se è il caso, ognuno debba rinunciare a qualcosa o debba adeguarsi a cogliere il giusto equilibrio, tra le scelte, che non mortifichi le aspettative degli altri: questo è tra i principi del liberalismo ideale e politico.
Il Congresso si è concluso con un discorso per obiettivi, con l’indicazione di un’attività propulsiva verso le riforme e la modifica dell’organizzazione dello Stato. È stato ribadito l’impegno, per responsabilità di governo, a supportare tutte le possibili misure per fronteggiare la crisi: sostenere l’economia, difendere l’occupazione e promuovere lo sviluppo, senza lasciar indietro nessuno.
L’iniziativa per la riforma dello Stato e della seconda parte della Costituzione non sono un capriccio di Berlusconi: fanno parte di una reiterata iniziativa parlamentare. Sono passati 26 anni dall’istituzione della bicamerale del 1983, presieduta dal liberale Aldo Bozzi e vanificata con la caduta della legislatura. Ci ha provato D’Alema, con quella del 1997, naufragata nella furbizia di voler cautelare la casta dei magistrati. Anche la Riforma approvata in doppia lettura dal Parlamento nel 2005, dopo l’insediamento di Prodi nel 2006 e gli appelli apocalittici di un ex Presidente della Repubblica (con altro da dover spiegare agli italiani) – si parlò di divisione dell’Italia - è stata respinta dal referendum del 2006. Tra il 2007 ed il 2008 c’è stata la bozza Violante, quella che Veltroni voleva discutere in alternativa allo svolgimento delle elezioni politiche. Ora Franceschini sostiene che ci sia da pensare alla crisi economica! La Riforma è invece inderogabile perché non c’è un Berlusconi che vuole maggiori poteri per se, ma è l’Italia che deve dotarsi di strumenti più rapidi per uscire dall’immobilismo “per un Governo che governi ed un Parlamento che controlli”.
Vito Schepisi

27 marzo 2009

L’Italia libera ritrova una grande forza popolare

Nasce un nuovo partito, ma questa volta ne fa fuori almeno due. E questa è già una buona notizia. I tempi della semplificazione politica e parlamentare in Italia, però, sono ancora lunghi. Liberarsi da tanti individualismi e dai partiti/strumenti di megalomanie personali è ancora di là da venire, ma si spera che la chiarezza delle posizioni possa offrire il necessario contributo all’azione del corpo elettorale. Ci sono in Italia più formazioni politiche che idee, più protagonisti che strategie di sviluppo, più antagonisti che materia del contendere, più chiacchiere che sostanza per dirla nel gergo popolare.
Nel nostro Paese accade che i nuovi soggetti politici si formano quando ci sono personalismi da far prevalere, si formano quasi sempre sostenendo di voler dire qualcosa di nuovo o con scissioni per riaffermare alcuni principi ideali ritenuti abbandonati dai vertici. Non sempre, però, gli elettori riescono a comprendere le differenze. Le nuove aggregazioni e le scissioni, invece di creare più spazi di scelta e di raggiungere fette più ampie di elettorato, finiscono al contrario per scoraggiare l’espressione del voto. Si crea più confusione e si sviluppa persino una maggiore irritazione da parte di tanti cittadini che nella moltiplicazione dei partiti vedono rispecchiarsi il prevalere del malcostume politico o ancor di più gli effetti della degenerazione del sistema democratico.
Questa volta, con la nascita ufficiale del nuovo partito del Popolo delle Libertà, c’è l’idea che si stia consolidando un partito di ispirazione popolare per aggregare pensieri ed ispirazioni diverse, ma con il sostegno di un filo conduttore formato sui principi complessivi della libertà e della democrazia. Il Pdl prende corpo in un’area politica che immerge le sue radici nei valori della civiltà occidentale e nelle tradizioni popolari della nostra gente. La famiglia, il campanile, il rispetto, la solidarietà, le libertà, l’orgoglio ed il senso di appartenenza, si sostanziano nella richiesta di regole proprie di uno stato di diritto che siano rispettate da tutti, senza eccezioni. Il Pdl sembra il partito predisposto a cogliere tutte le istanze di sicurezza e di efficienza degli italiani per farne motivo di soluzione politica. Nasce per trasformare in altrettante risposte legislative le richieste di vivibilità urbana di tutti i cittadini, italiani e non italiani, della comunità europea ed extracomunitari, purché rigorosamente regolari, e si predispone per farlo con gli strumenti della democrazia, senza abusi e prevaricazioni, con la tolleranza propria di un paese civile, ma anche con quella determinazione e con quella responsabilità che manca ormai da molto tempo.
C’è un’Italia libera, orgogliosa della sua unità nazionale, che non si riconosce solo nei principi della resistenza e dell’antifascismo, ma anche in quelli della liberazione da tutte le tirannie. Il secolo scorso ha portato via gli orrori delle ideologie nazionaliste e massimaliste e tutti quei moti di pensiero marxista che proponevano la lotta di classe e la formazione del centralismo politico dello Stato che, in nome dell’uguaglianza, aveva come obiettivo quello di cancellare la centralità dell’individuo e la sua libertà economica. La nuova Italia che vuole emergere è senza complessi di inferiorità e si vuole affermare con umanità, ma anche con dignità, fermezza e coraggio.
Nasce da oggi un’Italia protagonista nel proprio Paese, come nell’Europa e nel mondo.
L’allineamento nel “pensiero unico” ed il silenzio del “politicamente corretto” avevano smorzato le coscienze di tanti. L’egemonia culturale imposta aveva sacrificato l’emergere della cultura plurale, forse meno teorica, meno sociologica ed idealista, ma certamente più pragmatica. Il bene, infatti, si costruisce coi fatti, con il lavoro e l’impegno, e non con le teorie sociali. L’integrazione si ottiene con la collaborazione e l’umiltà e non con l’arroganza. Le riforme si attuano col confronto e le rinunce ai privilegi e non con il pregiudizio e la guerriglia urbana.
C’è finalmente l’espressione di un’Italia libera e pluralista che condanna tutte le tirannie e tutte le ideologie quali strumenti di mortificazione della libertà e della dignità dell’uomo. Ed è un’Italia che è maggioritaria nel Paese. C’è un partito, nuovo nella sua coesione, che si ispira alle libertà e che nasce sui principi della laicità, ma nel rispetto delle coscienze di tutti e che si contrappone alle visioni integraliste e fondamentaliste per affermare la supremazia della società civile.L’Italia si ritrova, finalmente, con una grande forza popolare di ispirazione democratica e liberale.
Vito Schepisi

26 marzo 2009

Il Piano Csa tra opportunità e libertà

Con la proposta del “Piano Casa” annunciato dal Governo ci sarebbe da porsi dinanzi a due quesiti. E’ vero che le domande si intreccerebbero a loro volta con numerose altre di ordine economico, ambientalista, burocratico ed utilitaristico, ma è anche vero che tutte le questioni relative a scelte ed iniziative che coinvolgono interessi, ambiente, sviluppo, lavoro e persino il gusto estetico, inevitabilmente finiscono per essere centro di dibattito e di scontro. Arrendersi per evitarlo, specialmente in una stagione di crisi recessiva, finirebbe solo per premiare l’immobilismo ed il partito del “no”.
Non si può non riflettere sul susseguirsi degli ostacoli che finora hanno solo frenato il Paese e che hanno ritardato il suo processo di sviluppo, rendendolo più vulnerabile, meno sicuro, a rischio ambiente per carenza di dotazioni tecniche (come si è visto per Napoli), con meno servizi, poco autonomo per la dipendenza verso gli altri paesi (comunitari e non ) e senza infrastrutture di alto profilo tecnologico e di effettiva integrazione del territorio e delle comunità. Un paese senza rapidità nelle risposte è spesso un paese perdente e, cosa ancora più grave in tempi di globalizzazione, diviene un’entità nazionale tagliata dalla domanda e dal mercato.
In fin dei conti si vorrebbe solo che ci fosse meno pregiudizio, ma che restassero tutte le garanzie della democrazia e dei diritti di ciascuno. Il pregiudizio, ed un sistema costituzionale troppo legato all’equilibrio dei poteri, rendono alla fine un servizio contrario alla stessa democrazia che deve essere scelta e non vincolo: deve essere la soluzione, con il potere esercitato dal popolo e non la causa stessa del problema.
Il primo quesito attiene all’opportunità economica di dar impulso al settore edilizio, fermo per mancanza di mercato, per far muovere la domanda e rilanciare l’economia. L’edilizia coinvolge settori diversi, ed anche differenti tra loro, e fa scorrere quel fiume, al momento rinsecchito per mancanza di affluenti, che è la circolazione del danaro. L’edilizia è anche il bene rifugio su cui milioni di italiani sono disposti ad investire ancora i loro risparmi e su cui nutrono ancora la fiducia di non restarne traditi e, soprattutto, di non doversi ritrovare vittime di sofisticati prodotti di ingegneria finanziaria che hanno ridotto o azzerato i loro portafogli.
Il secondo quesito, invece, attiene alle soluzioni della crisi abitativa del Paese, al reale esercizio dei diritti di ciascuno, alle occasione per ridurre il degrado ambientale, al rilancio stesso dell’edilizia popolare, al diritto liberale di poter disporre della proprietà con interventi conservativi, di ristrutturazione e di ampliamento nel rispetto dei vincoli e dell’impatto ambientale, e senza doversi far carico di procedure lunghe, estenuanti, difficili, spesso troppo onerose e quasi sempre avvolte da dubbi di privilegi ed ostacoli, dosati per clientelismo o interesse privato.
La risposta di buon senso ai due quesiti non può che essere positiva. Per il primo, i dati dell’osservatorio della Cgia di Mestre - associazione di artigiani e piccole imprese che fornisce dati riconosciuti attendibili sui fenomeni di natura economica, commerciale ed occupazionale - stimano in 79 miliardi di Euro, in più anni, il volume di affari che deriverebbe da questa iniziativa ed in 745.000 i nuovi posti di lavoro che si creerebbero nel settore edilizio e nell’indotto.
Sarebbe un risultato straordinario che di per se, in termini statistici, annullerebbe gli effetti della crisi per la perdita ipotizzata dei posti di lavoro e per le previsioni della riduzione del Pil. Il fatturato è ipotizzato dalla Cgia di Mestre sulla base di percentuali molto prudenti, sia per il rifacimento delle vecchie costruzioni (appena l’uno per cento), che per l’ampliamento di quelle dove sarebbe possibile l’aumento della cubatura (solo il 10 per cento).
Per il secondo quesito ci sarebbe da chiedersi se il saccheggio del territorio, nel passato, sia attribuibile ai privati che hanno chiesto le licenze edilizie o a coloro che non le hanno mai chieste, contando su sanatorie e condoni? Se sia stato attuato da coloro che chiedono di utilizzare spazi possibili, con l’aumento delle cubature nelle forme compatibili con il decoro architettonico, o da coloro che, non si sa come, ottenevano licenze edilizie in zone di interesse artistico ed ambientale?
Il Paese e le parti politiche, sociali, professionali ed intellettuali, anziché porsi questi due semplici quesiti, che fanno? Fanno, invece, a gara per porre ostacoli burocratici e … costituzionali!
Vito Schepisi su l'Occidentale

18 marzo 2009

I soldi veri


I soldi sono solo sulla carta e non sono veri quando, come alcuni sostengono, si formano su ipotesi di distribuzione a spese degli altri, senza averli incassati e senza valutarne l’impatto, anche in termini di fiducia, con coloro che dovrebbero metterli a disposizione. Di soldi non veri si è sentito parlare a cataste negli ultimi giorni, da quelli per garantire il salario per tutti, agli altri per gravare sui redditi più alti ed offrire un’elemosina (circa 5 euro al mese) ai meno fortunati.
Il sistema fiscale italiano, progressivo, trova la quasi totalità dei cittadini entro fasce di reddito, che vanno dalle più basse alle medio-alte, con aliquote già molto elevate e spesso non sostenibili. E’ quasi insignificante, rispetto alla totalità dei contribuenti, il numero di coloro che, invece, godono di alte fasce di reddito e che hanno aliquote di prelievo fiscale già maggiorate, quasi al limite della convenienza economica per programmi di crescita e di investimenti.
Con le sole ipotesi, si sa, è possibile far volare anche gli elefanti, soprattutto quando sulla responsabilità prevale tanta insana demagogia e tanta insensibilità per le sorti del Paese. E’ necessario, invece, uscire presto e bene dall’attuale crisi globale dei mercati e si ha bisogno della fiducia e dell’impegno degli italiani.
Quando la Presidente degli Industriali, Emma Marcegaglia, ha parlato di soldi veri si è riferita alle disponibilità immediate dei finanziamenti a favore delle imprese, e dal suo punto di vista ha ragione. La piccola e media industria soffre di crisi di liquidità. Il denaro è fermo, non gira. Il fatturato si riduce e con il calo della domanda si riducono i margini. I capitali delle imprese sono impiegati sulle scorte che non vengono smaltite. Non si riesce a far fronte alle spese correnti ed agli impegni finanziari programmati (mutui, leasing, investimenti). La spinta diretta alle banche di finanziare le imprese, anche con gli strumenti messi a disposizione con i Tremonti-Bond, procede con molta lentezza. C’è preoccupazione ed attesa. Il sistema bancario non riesce ancora a quantificare le perdite dei portafogli delle singole aziende di credito. Anche gli assetti manageriali delle banche mostrano impreparazione e inadeguatezza, soprattutto in relazione ai lauti compensi percepiti che gravano sulle famiglie e sugli operatori economici attraverso i costi, tra i più alti in Europa e nonostante i servizi tra i più scadenti.
Le iniziative del Governo per gli ammortizzatori sociali, i soldi alle famiglie, gli incentivi per l’auto, la possibilità per le banche di ottenere fondi patrimoniali da trasformare in strumenti di credito, il rilancio delle grandi opere pubbliche e lo stesso piano casa che si diversifica sulle diverse esigenze, dai mutui agevolati per gli alloggi popolari, all’aumento della volumetria con una legge quadro da introdurre e su cui attivare le regioni, ai piani per la realizzazione dai 5 ai 6 mila nuovi alloggi di case popolare che diventeranno circa 20.000 entro il 2011, ottengono il sostegno dell’Europa e della banca D’Italia. A tutto questo c’è anche l’impegno del Governo a non lasciare indietro nessuno.
I soldi veri, rapidi e tangibili, stanno arrivando con la revisione degli studi di settore che allenterà la pressione del fisco sulle piccole imprese già in difficoltà e soprattutto, annunciato dalla stessa Marcegaglia, con la costituzione di un fondo garanzia di 1,3 miliardi per i piccoli finanziamenti alle imprese, sul modello dei consorzi fidi, che potrà sviluppare credito per circa 70 miliardi di euro.
Tutte le iniziative hanno la logica necessità di tempi di avvio, ed è da mettere in conto anche l’impatto con gli altri attori dello stesso processo. Il piano casa, ad esempio, è ancora all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri, necessita la sua integrazione con il testo unico per l’edilizia e l’approfondimento sulle competenze che il governo intende affrontare in uno specifico incontro con le regioni. Anche le polemiche, specie se pretestuose, spesso non agevolano una partenza veloce.
Sono tutte situazioni che ben si conoscono quelle che frenano le attività dell’esecutivo soprattutto nei casi di urgenza. La decretazione spesso si scontra con le esigenze costituzionali e motiva polemiche. La rapidità si incaglia nei regolamenti parlamentari, si blocca con la visibilità dell’opposizione, confligge con i due rami del parlamento che fanno lo stesso lavoro.
La velocità della globalizzazione, in Italia, finisce così col scontrarsi con le lungaggini parlamentari e con l’inadeguatezza nei tempi della conversione in legge dei provvedimenti in esame.
Vito schepisi

13 marzo 2009

L'altro aspetto della crisi



Se ne parla meno, ma c’è un altro aspetto della crisi dei mercati che meriterebbe maggiore attenzione. La recessione non è un fenomeno economico alimentato dalla spesa o dai parametri alterati per il superamento della soglia del deficit d’esercizio in rapporto al Pil, stabilita a Maastricht, ovvero per l’incremento del debito pubblico. Questi stati dell’economia, infatti, sono per lo più fenomeni gestiti dai governi attraverso le politiche di bilancio e risolvibili con interventi sulla spesa, oppure coi tagli dei costi e/o con le manovre fiscali. La recessione è riduzione della produzione, è contrazione del lavoro, è rallentamento della circolazione monetaria, è riduzione degli investimenti, è contenimento dei consumi. Sono tutti fenomeni che non producono solo effetti sull’economia o sul tenore di vita degli italiani, ma incidono sul tessuto sociale complessivo, sui sistemi degli ammortizzatori sociali, sulle politiche di solidarietà e soprattutto sui flussi migratori, anche regolari, avvenuti negli anni passati, su quelli in corso e sulle ripercussioni delle differenze dei rapporti di mercato con gli stessi paesi in cui i flussi migratori vanno a formarsi.
Se le ricette per uscire dalla morsa che comprime la fiducia dei consumatori, che mette a rischio i posti di lavoro e che compromette la tenuta economica delle aziende, sono quelle che normalmente vengono adottate in tutti i Paesi industriali, appare invece ben più difficile sostenere e soprattutto prevenire tutti gli aspetti collaterali ed i micro-fenomeni collegati al fermo forzato di una macchina costruita, invece, per mantenersi in costante movimento. Proviamo ad immaginare lo spegnimento di un altoforno in un impianto siderurgico: non è sufficiente ripristinare l’avvio con il pulsante di accensione per far ripartire l’intero meccanismo. Occorre, in questo caso, anche approntare un lungo e lento lavoro di ripristino. Con la ripresa, quando ci sarà, accanto ai fenomeni di mobilità e di riconversione delle forze lavoro ci saranno criteri di razionalizzazione e di procedure di efficientamento da parte delle imprese. Quando ripartirà l’economia ci si potrà trovare ad avere a che fare con altri attori, con altri registi e con altre trame o spartiti. Non sarà tutto rose e fiori.
Il rallentamento dell’economia troverà molti italiani propensi a riprendersi gli spazi di lavoro ora lasciati per buona parte alla manodopera assorbita dai flussi migratori. Il mercato del lavoro clandestino avrà la stessa restrizione di offerta di lavoro di quello regolare, ed anche le attività del commercio sommerso risentiranno della crisi di fiducia dei consumatori. L’intero Paese e le grosse aree metropolitane, in particolare, si troveranno a dover fronteggiare l’allargamento di popolazione extracomunitaria senza una regolare e lecita fonte di reddito, con tutti i problemi che ne potranno derivare, sia per questioni di ordine pubblico che per necessità di intervento umanitario.
L’economia ferma, in definitiva, ricalca l’immagine di una pozza d’acqua stagnante dove ogni criticità produce lo stesso effetto di un sasso lasciato cadere al suo interno, quando si sviluppano a catena una serie di cerchi concentrici che si allargano sempre di più.
L’attuale crisi non interessa solo i paesi industrializzati, non colpisce solo i paesi interessati alla trasformazione ma anche quelli produttori, anche quelli interessati alla delocalizzazione produttiva, anche i fornitori di materie prime. La domanda che si riduce si fa già sentire nei paesi più poveri, in quei paesi interessati alle esportazioni di materie prime o di semilavorati, spesso coincidenti con i paesi interessati ai flussi migratori verso l’Europa e che hanno gli approdi sul territorio italiano come percorso primario.
Il nostro Governo, come gli altri in Europa e negli USA, ha dato corso a politiche di solidarietà, all’avvio di un programma di investimenti per le grandi opere pubbliche, alla possibilità di ripristino dei fondi patrimoniali delle banche, accompagnata da un indirizzo di “moral suasion”, perché siano di stimolo al mercato e non frenino il ricorso al credito delle famiglie e delle imprese, ha in corso il rilancio dell’attività edilizia e di un programma di costruzione di alloggi popolari con il duplice scopo di favorire le esigenze delle famiglie e la ripresa delle attività produttive, ma si troverà molto presto a dover fare i conti con gli altri aspetti della crisi.
Occorrerà quindi dotarsi con urgenza di una politica nuova e di emergenza anche per la gestione dei flussi migratori e della clandestinità.
Vito Schepisi

11 marzo 2009

Il PD senza identità

Le difficoltà del PD provengono dalla somma della tradizione politica ereditata dai partiti con cui questo soggetto politico si è andato formando. Il Partito Democratico assimila, infatti, la cultura partitica delle due maggiori correnti di ispirazione popolare del dopo guerra in Italia.
Il risultato che ne riviene è di un partito dilaniato tra la difficoltà di svolgere il ruolo d’opposizione, da una parte, e dalla difficoltà di partecipare al confronto democratico, dall’altra. In questa difficoltà d’identità si spiega il limite nel farsi accreditare dall’elettorato come forza popolare di propulsione e di proposta.
Il Partito Democratico è visto come la naturale evoluzione della tentazione, negli anni a cavallo tra il 1970 e l’80, del compromesso storico tra la vecchia Democrazia Cristiana ed il vecchio Partito Comunista, disegno al tempo osteggiato dalle formazione laiche d’ispirazione liberale e da quelle del socialismo autonomista. Il partito cattolico era portatore di una cultura di governo e di un ruolo di centralità sulla scena politica nazionale. La DC stabiliva le alleanze e l’ambito dell’area politica in cui formare gli equilibri di governo. Il partito marxista, invece, aveva una cultura d’opposizione al sistema, con la necessità di trovare i contenuti ideali con cui motivare le sue battaglie di piazza. L’opposizione, più che sui contenuti, era nel merito del sistema della democrazia pluralista. Sembrava che ci fosse una sostanziale concordia sui ruoli, tra i democristiani che si assegnavano il ruolo di monopolisti del governo e tra i comunisti che si assegnavano, invece, il ruolo di monopolisti dell’opposizione.
Una cultura d’insieme che sembra esser stata traslata nel nuovo partito dove c’è una parte incapace d’essere opposizione, in quanto erede di una formazione monopolista del potere, e c’è un’altra parte incapace d’avere una strategia di governo per essere cresciuta nel mito dell’alternativa al sistema.
L’assunto ha trovato la sua conferma con il governo ombra di Veltroni. Lo “shadow cabinet” del PD si è trovato impegnato unicamente a lanciare allarmi sociali, legati alla tenuta democratica del Paese. Sono riemersi i vecchi richiami ideologici: fascismo ed antifascismo, razzismo e multietnicità sono richiami logori che non reggono più e che suppliscono la mancanza di proposte di governo, soprattutto dinanzi a situazioni reali di malcontento e di preoccupazione in Italia.
Molti dei ministri virtuali del PD sono rimasti nell’ombra, privi di riferimenti e proposte politiche, altri si sono limitati ad affiancare Veltroni nel sostenere solo una serie di no, uno dietro l’altro, del tutto inefficaci sul piano della proposta politica.
La tentazione del ricorso alla piazza, cara al vecchio Pci, è stata frenata solo dalla constatazione dei dirigenti pieddini di trovarsi dinanzi ad una sinistra più matura. C’è una base meno disposta a lasciarsi usare e soprattutto consapevole che non giovi scendere per le strade a protestare contro scelte avvertite come popolari e dettate dal buonsenso.
Anche a sinistra si è stanchi di troppa compiacenza ora per la criminalità, ora per i fannulloni, ora per la dispendiosa inefficienza dei servizi, scuola compresa, ora per la tolleranza esagerata verso l’immigrazione clandestina.
Veltroni ha persino ritenuto di farsi trainare dal movimento sindacale e dai no paralleli di Epifani con l’idea di occupare spazi lasciati vuoti dall’opposizione alternativa. L’ex segretario, così, ha solo favorito la rottura dell’unità sindacale ed è parso appiattito su un vetero sindacalismo conservatore, baluardo difensivo dei privilegi e dei fannulloni, e finanche distratto se non sordo alle ipotesi di spazi contrattuali destinati alle giovani generazioni.
Le difficoltà identitarie del Partito Democratico le vediamo ancora di più con Franceschini che dopo aver deposto l’ombra virtuale di un governo parallelo, si rifugia nel pregiudizio, rispolverando il sentimento antiberlusconiano come collante per fermare l’emorragia e tenere unito il partito.
Il PD finisce così per essere la sintesi delle contraddizioni per due ruoli in antitesi.
Un partito animato da uomini in lotta tra loro, con origini e culture diverse, in totale paralisi operativa, tanto da non riuscire ad essere né un partito di proposta e né un partito di protesta.
Vito Schepisi

09 marzo 2009

Il Consumatore è sovrano

Sembrerebbe banale, ma ogni cosa spesso lo è. I comportamenti dei protagonisti, invece, sono di solito complessi, spesso influenzati dai rispettivi interessi. La recessione è un fenomeno economico ordinario, nel senso che è ciclico, ma diventa preoccupante quando la sua componente principale è di natura psicologica ed, in particolare, quando su questa natura incorrono disinformazione e speculazioni.
Recessione significa letteralmente tornare indietro. In economia il fenomeno è collegato all’andamento del Prodotto Interno Lordo (PIL): si è in recessione, quando questo indice è di segno negativo. In teoria, se per due trimestri consecutivi il Pil fa registrare un andamento regressivo, rispetto al periodo precedente, si parla di una fase economica recessiva.
I governi, normalmente, adottano misure di contenimento delle fasi cicliche acute dell’economia, sia per le politiche d’espansione, sia per quelle recessive. Lo fanno attraverso la politica monetaria, adottando misure che favoriscono rispettivamente la restrizione, ovvero l’allargamento del credito.
Una fase d’espansione troppo veloce fa intervenire la Bce con l’aumento del costo del denaro, con lo scopo di contenere la circolazione monetaria e per deflazionare i consumi, mentre una fase depressa fa diminuire il costo del denaro con lo scopo di ottenere l’esatto contrario. Nella fase attuale è utile favorire il ricorso al credito e quindi agli investimenti e dar stimolo ai consumi.
In teoria è tutto così banale da sembrare persino troppo facile. Nella pratica, però è differente perché intervengono fattori diversi, ed il primo è la fiducia dei consumatori.
Se nella democrazia istituzionale si dice che il popolo è sovrano, nella democrazia economica possiamo dire che è il consumatore ad essere sovrano.
Dal popolo consumatore parte sia l’involuzione perversa dei fenomeni della crisi e sia la sua naturale risoluzione. Sappiamo, infatti, che nella fase economica attuale, la soluzione passa soprattutto attraverso la ripresa dei consumi.
La Bce ha portato il denaro al costo più basso della sua storia, all’1,50%: l’indirizzo della Banca centrale europea, nel prendere atto del “grave rallentamento” dell’attività economica in Europa, è stato quello di favorire il ricorso al credito per dar impulso agli investimenti. La recessione, infatti, si sconfigge percorrendo il binario parallelo degli aumenti degli investimenti e dei consumi.
Il Ministro dell’economia italiano ha introdotto la possibilità per le banche, per ricapitalizzarsi e rafforzare la propria struttura patrimoniale, di emettere obbligazioni atipiche, adatte solo agli investitori istituzionale, note come i Tremonti-Bond. Questi sofisticati strumenti non servono per finanziare le banche in difficoltà, ma per favorire la loro politica creditizia. Il Governo stima un flusso di finanziamenti, tra quelli della Banca degli Investimenti Europea e l’effetto moltiplicatore di questi strumenti di atipica patrimonializzazione bancaria, pari a circa 170 miliardi di Euro. E’ una cifra enorme che, se fosse in buona parte messa in circolazione per la ripresa del ciclo produttivo, risolverebbe da sola i problemi dell’occupazione ed il ricorso ai consumi.
L’altro versante con cui il governo sta cercando di dare impulso alla ripresa è quello delle grandi opere pubbliche. Sono in gran parte progetti che intervengono su trasporti e viabilità, ma anche sulla sicurezza e sullo sviluppo delle aree urbane, opere di cui il Paese avvertiva da anni il bisogno, anche da quando non si parlava di recessione. L’apertura dei cantieri produrrà effetti economici benefici in questa crisi, perché incideranno positivamente sull’occupazione e sui consumi.
Gli investimenti sulle opere pubbliche saranno un sostegno all’impresa, recheranno benefici all’efficienza strutturale della penisola, accorceranno le distanze tra nord e sud, rappresenteranno un’opportunità per le potenzialità economiche delle diverse aree della Penisola, offriranno infine un’opportunità di sviluppo alla vocazione turistica del mezzogiorno.
Il provvedimento più importante per il Paese, però, è la fiducia dei consumatori. Le opportunità sono tante ed i prezzi sono fermi, se non in flessione. E’ necessario ritornare con saggezza a fare le proprie scelte, ad avere fiducia, a sostenere il Paese. E’da respingere, invece, la sfiducia diffusa da chi tenta di sfruttare la crisi per ricavarne rivincite politiche. Per chi si oppone all’Italia, si deve auspicare una pronta ripresa della fiducia, per dimostrare che il consumatore è sovrano.
Vito Schepisi

06 marzo 2009

Durban II: istruzioni per l'uso


I regimi dispotici usano la propaganda per accreditare la loro legittimità e per screditare i loro avversari. E’ un metodo usato da sempre, anche da quando le comunicazioni di massa non esistevano. La storia ci racconta di stragi di presunti cospiratori, di condanne a morte di traditori per attività sovversive, e di condanne per eresia e stregoneria: in realtà, motivazioni per la soppressione del dissenso verso i prepotenti.
Nei tempi delle comunicazioni di massa vige, in più, un metodo, anch’esso d’uso frequente per i prepotenti, che è quello di ripetere tante volte una cosa non vera per far breccia sulla gente distratta e farla passare per “verità”. Succede anche per la politica: è sufficiente aprire qualche giornale che ne fa largo uso.
E’ ciò che accade dappertutto sulla Terra, anche con la complicità di organismi internazionali. Le Nazioni Unite, ad esempio, riuniscono le rappresentanze di tutti i paesi del mondo. Nelle conferenze dove non esiste un diverso metodo rappresentativo, o l’esercizio del diritto di veto da parte della maggiori potenze mondiali, per approvare un documento vale la maggioranza degli stati, anche se di ridotte entità, anche se privi di legittimità democratica, anche se sanguinari e dispotici.
Per far approvare a maggioranza degli stati aderenti documenti di condanna, ad esempio, per razzismo contro Israele, ed assolvere paesi dove l’integralismo più assoluto esclude da ogni diritto e reprime chiunque appartenga anche ad un’etnia diversa, o laddove sia sufficiente il capriccio o il fastidio di pochi per stroncare vite umane o reprimere una protesta, è sufficiente indire una Conferenza internazionale contro il razzismo, dove i piccoli paesi contano quanto i grandi, e porsi l’obiettivo della condanna di un popolo già oggetto di un odio diffuso.
Nell’aprile prossimo, dal 20 al 24, a Ginevra si svolgerà la Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza, organizzata dall’Onu. Il comitato preparatorio è composto dai rappresentanti di Iran, Camerun, Sudafrica, Senegal, India, Indonesia, Pakistan, Argentina, Brasile, Cile, Armenia, Croazia, Estonia, Russia, Belgio, Grecia, Norvegia e Turchia. Il Comitato è presieduto da Libia mentre la vice presidenza è dell’Iran, di Cuba e del Pakistan. L’incarico di stilare ed illustrare il rapporto affidato a Cuba.
La conferenza di Ginevra è chiamata “Durban II” perché fa seguito alla prima tenuta nella omonima città sudafricana dal 31 agosto all’8 settembre del 2001.
Nella precedente conferenza del 2001 a Durban fu approvato un documento di condanna contro Israele. Le delegazioni di Stati Uniti ed Israele si ritirarono nel corso dei lavori e quelle di Canada ed Australia approntarono documenti di condanna per un metodo che fu giudicato “ipocrita”. Più che una conferenza contro il razzismo dette l’idea di un processo intentato contro lo Stato di Israele ed i suoi alleati, soprattutto gli USA. Un documento che destò un enorme clamore, non ancora sopito, per le diffuse polemiche suscitate. Da quel momento si accentuò il clima di odio per lo Stato ebraico e per i suoi sentimenti religiosi. Il testo approvato, con forti tinte antisemite, dette luogo al riaccendersi di tensioni antiamericane ed antisioniste. I discorsi di Arafat, di Castro e di Mugabe ebbero una cassa di risonanza mondiale ed eccitarono, nei paesi islamici, con la complicità sia dei governanti che della autorità religiose, un furore antiebraico ed antiamericano che vide le città arabe percorse da cortei e manifestazioni che inneggiavano a Bin Laden.
Poi ci fu l’11 settembre con la strage alle Twin Tower di New York e le 3.000 vittime civili.
La prossima conferenza si annuncia ancora più caratterizzata della prima per la condanna di Israele e dei paesi che lo sostengono: per questa ragione Il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha comunicato il ritiro dell’Italia dalla Conferenza “DurbanII” di Ginevra.
Nel documento finale, in elaborazione, Israele verrebbe accusata di adottare nei territori palestinesi una politica "in violazione dei diritti umani internazionali, un crimine contro l' umanità e una forma contemporanea di apartheid". Nella bozza del documento, ispirato soprattutto da Iran e Siria, si esprimerebbe "profonda preoccupazione per le discriminazioni razziali compiute da Israele contro i palestinesi e i cittadini siriani nel Golan occupato". Lo Stato israeliano verrebbe accusato, inoltre, di "tortura, blocco economico, gravi restrizioni di movimento e chiusura arbitraria dei territori" e di rappresentare: "una minaccia per la pace internazionale e la sicurezza".
E’ troppo!
Vito Schepisi

04 marzo 2009

Le nuove frontiere dell'economia

Non tutti sono in grado di avvertire i mutamenti delle frontiere economiche collegate, di volta in volta, ai diversi modelli di sviluppo, alla rincorsa delle icone ideologiche ed infine al ritorno alle regole naturali dei sistemi. I mutamenti, spesso, sono più veloci dei rimedi.
Con l’inizio del terzo millennio sono stati riposti in soffitta il libretto rosso di Mao, la barba di Castro e la lotta di classe. Hanno poi assunto i colori del grigio e del giallo tutte le frontiere dell’illusione di un mondo che si voleva rendere più giusto attraverso il terrorismo, la violenza di piazza, la rivoluzione delle masse popolari e la lotta armata. Si sono sbiadite anche tutte quelle spinte emotive che hanno animato l’ultimo scorcio del secondo millennio, riconducendo un po’ tutti dal mondo dei sogni a quello della realtà: la stessa che ci riporta dalla rivoluzione dei fiori alla strage dell’attentato alle Twin Towers di New York, dai concerti di Nashville al sorgere dei conflitti di civiltà, dal disarmo unilaterale all’atomica iraniana.
Le sfide del terzo millennio si sono rivelate con scenari del tutto nuovi, persino inimmaginabili solo qualche anno addietro. Il sistema in Occidente reggeva su un confronto serrato tra i principi del liberismo economico e le politiche di solidarietà, tra le leggi del libero mercato e quelle del suo controllo attraverso i diversi sistemi di intervento, tra la mobilità, la flessibilità ed il libero mercato del lavoro contro la rigidità e le regole di garanzia. Un confronto continuo tra “regulation” e “deregulation” a sostenere di volta in volta le regole e le libertà.
Questo confronto reggeva su presupposti solidi quali la domanda, il mercato, il profitto, l’offerta di lavoro, gli ammortizzatori sociali, il sistema previdenziale, l’assistenza sanitaria e tutte le garanzie di tipo sociale. L’equilibrio tra le due forze, pur con le inevitabili tensioni, ha retto perché si trovava a soddisfare due esigenze: quella della ragione d’impresa e quella del lavoro quale fonte di sussistenza e di vita sociale.
Ma lo scenario sta cambiando con velocità impressionante. Il mondo occidentale è entrato in crisi e rischia di far crollare tutto il sistema trascinandosi tutte le economie deboli, come i paesi dell’est europeo entrati a far parte della Comunità, spesso con assetti politici incerti, chiamati a svolgere ruoli di delocalizzazione produttiva piuttosto che di propulsione economica.
E’ bastato il venir meno del sistema della ricchezza virtuale per far precipitare, come in un processo artificiale, come in un cinico gioco, tutte le tessere di un domino finanziario. E la virtualità, che spesso si trasforma in effimero, ha coinvolto tutto il sistema del credito, della finanza, del risparmio e come era prevedibile nell’era di internet e dei derivati ha coinvolto tutto il pianeta.
E’la finanza che ha dato valore al debito trasformandolo in fonte di finta ricchezza ed inducendo tutto il sistema bancario a privilegiare il proprio conto economico anziché lo stato patrimoniale.
La speculazione ha trasmesso la ricchezza dall’impresa produttiva all’eterogeneo mondo della finanza, dove c’è chi si arricchisce dal niente e chi perde tutto. Ed ora la debolezza dell’impresa non riesce a reggere senza il sistema dei finanziamenti.
Lo Stato viene così chiamato a difendere attraverso il credito i sistemi produttivi dei paesi. Il mercato da solo non regge più. C’è persino chi è tentato di risolvere i propri problemi attraverso misure protezionistiche, attraverso la chiusura delle importazioni. Capita sempre negli USA dinanzi a situazioni di crisi, ma le tentazioni ci sono anche in Europa sommersa dagli effetti della globalizzazione. Vengono meno le regole della certificazione manifatturiera e produttiva; il mercato viene saturato dalla contraffazione e l’imitazione a costi stracciati del made in China, Saigon, Taiwan, Korea sostituisce il made in Italy, ad esempio.
Paradossalmente il sistema delle garanzie in Occidente fa i conti con quello “liberista” dei paesi di assetto socialista e, come nell’ottocento quando gli agrari ed il nascente mondo industriale sfruttavano il lavoro dei diseredati, oggi nei paesi una volta considerati “paradisi” dei diritti sociali si sfrutta, in condizioni disumane e senza diritti, il lavoro di donne e bambini.
Occorrerebbe ora porsi degli obiettivi, ma anche imporre che le regole siano uguali per tutti, e che le risorse alla cooperazione, ad esempio, siano vincolate ad effettive politiche sociali nei diversi paesi, ad iniziare proprio da quelli della comunità europea.
Vito Schepisi

25 febbraio 2009

La metamorfosi a tempo del PD

Un pacco di pasta, una lattina di birra, una passata di pomodoro, dalla data di confezione a quella di scadenza, hanno un periodo più lungo di vita di quella che avrà Franceschini alla guida del PD. Il deputato ferrarese, con un passato a mezzo servizio tra gli ex Ds e gli ex Ppi, è stato chiamato a sostituire Veltroni a tempo, con scadenza ad ottobre: durerà otto mesi.
Un segretario con scadenza, come un oggetto di consumo da supermercato, come un alimento da consumare entro un tempo stabilito perché non ci sia pericolo che possa nuocere.
Il suo mandato è quello di tamponare Di Pietro e di bloccare l’emorragia dei consensi di chi predilige i toni duri ed i metodi pregiudiziali: quelli tipici dell’ex magistrato. Il suo mandato è di spostarsi a sinistra, ma senza spaventare eccessivamente l’area moderata, grazie alla sua capacità d’essere ambiguo, di spostarsi a sinistra solo accrescendo il tasso di conflittualità col Governo.
Il PD considera perduta al momento la fase della ricerca del consenso moderato. È stata presa in considerazione l’indisponibilità di Casini, quanto meno nell’immediato, e prima delle elezioni europee ed amministrative di fine primavera, nel farsi coinvolgere in avventure a tempo, senza che un Congresso del Partito Democratico stabilisca di già una precisa strategia di alleanze privilegiate con l’Udc. C’è inoltre la possibilità che nelle prossime fasi, con la posizione rigida di Rutelli sulla legge sul testamento biologico, o subito dopo le europee, il PD si possa scomporre e che qualcuno pensi di potersi giocare la carta di un’aggregazione al centro, a metà strada tra PDL e PD.
Quello di un partito nel mezzo è il sogno non tanto segreto di Follini e Casini a cui non sembrerebbe vero di veder svanire il bipolarismo e di potersi ritagliare una nuova edizione della politica del doppio forno, come quella della prima repubblica quando era il PSI, tra la DC ed il PCI, a condizionare le scelte politiche.
Lo scopo nell’immediato di Franceschini sembra, invece, quello di recuperare il consenso di quei militanti che guardano la politica come una partita di calcio tra la sinistra e Berlusconi. In questo confronto non conta giocare un buon calcio, ma vincere con ogni mezzo. Fuori della metafora, per il PD non conterà un’opposizione efficace e costruttiva, ma costi quel che costi, sarà importante recar danni all’avversario, anche col rischio di recar danni al Paese.
Un’ampia fascia di elettori PD è costituita dalla vecchia guardia dura e pura del vecchio Pci. I post comunisti sono quelli che vorrebbero che i vertici del partito entrino a gamba tesa contro l’avversario politico, con un arbitro quanto meno distratto, se non a completo servizio, appunto come piacerebbe a Di Pietro.
Il PD è convinto d’esser destinato a perdere le prossime elezioni europee ed amministrative del 7 giugno, ma ha bisogno di risultare perdente mentre vira a sinistra. Il PD, per poter rimescolare le carte e dar soddisfazione allo zoccolo duro, ha bisogno di non mortificare i militanti periferici. Ha bisogno di dar soddisfazione agli iscritti che sulle parete delle sezioni hanno ancora i simboli della falce e martello. Sono quelli che vogliono la guerra “dura e senza paura” come gridavano nelle piazze e nelle manifestazioni. Lo zoccolo duro è pur sempre la base del loro futuro.
Sarà dopo più facile, al congresso, dinanzi ad una linea perdente, convincere i militanti che sia necessario provare a spodestare Berlusconi dal centro e convincerli della necessità di dover conquistare quello spazio per vincere la sfida politica per il governo.
Veltroni leggeva Charles Dickens e Oscar Wilde, Franceschini va dritto su Kafka, sulla metamorfosi, tra l’ambiguità ed il disagio, per trovare una dritta.
Vito Schepisi

23 febbraio 2009

L’avversario del PD non è Berlusconi, ma il Paese


Ma a Franceschini non ha detto niente Veltroni? Non ha spiegato i veri motivi per i quali è andato via, lasciando tutto il centrosinistra con il cerino acceso in mano? Ha fatto credere anche al suo vice che abbia mollato perché si è sentito incompreso dai suoi compagni, infastidito dalle tante vicende interne, indebolito dalla questione morale e dai tanti no ricevuti? Vuol far credere d’aver abbandonato la barca soltanto sull’onda della delusione per la pesante sconfitta in Sardegna, dove il PD è stato distanziato di ben 18,5 punti percentuali dal PDL?
Dal persistere di Franceschini sulla stessa linea, temiamo che sia stato così e che Veltroni abbia detto anche al suo successore le solite cose che va dicendo in giro. Pensiamo che abbia detto che i motivi vanno ricercati nei presunti disvalori di Berlusconi, i cui pericoli non è riuscito a far comprendere agli elettori (naturalmente ignoranti!). E si sarà riferito alla sua delusione per le continue delegittimazioni all’interno del PD, per iniziativa ora di D’Alema, ora di Cacciari e poi di Soru, di Chiamparino, di Parisi e di Bersani. Avrà detto solo ciò che vuol far credere a tutti, con la sua retorica e l’irritazione per il fuoco amico. La verità, però, è un’altra ancora!
Veltroni ha mollato tutto ed è scappato via perché si è accorto che da quando ha assunto la leadership del PD il suo avversario non è stato Berlusconi ed il centrodestra, ma il popolo italiano. Veltroni deve aver compreso, finalmente, che lottare contro il buonsenso finisce col danneggiare l’immagine di chi ci si cimenta.
Veltroni ha portato il PD a battersi contro il Paese. L’ex segretario del PD ha perso più di Soru in Sardegna, anche se ha cercato di nasconderlo con le dimissioni. La perdita del PD è stata una vera disfatta, la distanza dal Pdl è stata pari al doppio di quella subita del Presidente uscente. La sconfitta maggiore è stata quindi quella di tutto il progetto PD.
In Sardegna ha perso l’illusione di poter fronteggiare il centrodestra senza avere un programma di governo, senza proporre obiettivi realizzabili e senza fornire risposte di governabilità alle emergenze che si presentano non solo nell’isola, ma nell’intero Paese.
Se ad un partito di natura popolare vengono meno le motivazioni, la sconfitta è inevitabile.
Un partito con sensibilità plurali finisce con lo sfaldarsi se non riesce a cavalcare le istanze popolari; finisce col ridursi alla somma dei rancori, degli odi e delle intolleranze, se non riesce ad interpretare la concretezza dell’elettorato maturo, quello sordo ai richiami ideologici, pragmatico e poco incline alle fumosità retoriche, ma interessato alle questioni della sua vita quotidiana ed alle prospettive future, e che chiede principalmente efficienza, lavoro e sicurezza.
Cos’è un partito se non un insieme di idee che si reggono sulle gambe di quegli uomini che progettano e si impegnano ad affrontare il futuro delle comunità nazionali? E cosa sono quegli uomini di partito che non comprendono i timori, le ansie, le speranze e le emozioni del Paese?
L’intervento all’assemblea PD a Roma, ed ancor più quello a Ferrara, è stato in perfetta continuità con la linea del suo predecessore: il neo segretario si riduce soltanto a ricalcare le orme di Veltroni.
A che serve il cambiamento su una linea perdente? Agli italiani non interessa il tasso dell’antiberlusconismo del segretario del PD: è una misura non indispensabile per la guida del Paese! Ci vuole bene altro! Non serve un PD che da correre dietro a Di Pietro, con Franceschini sembra addirittura volergli camminare a fianco, mano nella mano.
All’elettore interessa, invece, sapere se siederà al tavolo delle riforme, se la Costituzione, che va difesa nei suoi principi democratici, verrà modificata per rafforzare la governabilità e per rendere trasparenti i poteri dello Stato e se sarà adeguata ai tempi delle decisioni veloci. Il clamore di atti, nel versante della giustizia, che stridono contro il buon senso, fa chiedere se la riforma dell’Ordinamento Giudiziario vedrà ancora il PD appiattito sulla reazione scomposta di Di Pietro.
Gli elettori si chiedono se il Partito Democratico saprà dotarsi di una proposta politica complessiva che prescinda dal no pregiudiziale o se continuerà a criminalizzare il Paese che concede la sua fiducia al centrodestra di Berlusconi. L’Italia ha bisogno di una opposizione democratica e di uscire dalle sabbie mobili del pregiudizio. Il PD deve così fare la sua scelta se stare con la democrazia. o a rimorchio del reazionario Di Pietro.
Vito Schepisi

20 febbraio 2009

Col nuovo Cda Rai avremo ancora Di Pietro sempre in TV?



La commissione interparlamentare di vigilanza Rai, presieduta da Sergio Zavoli, ha varato la nomina dei 7 componenti del Consiglio di Amministrazione Rai di propria competenza. Per completare il CDA ora occorrerà che il Ministero dell’Economia proceda alla nomina del proprio rappresentante e del Presidente.
Dopo un lunghissimo braccio di ferro tra maggioranza ed opposizione ingaggiato sulla interpretazione della prassi consolidata di assegnare la Presidenza della Commissione di Vigilanza Rai alla minoranza, che alcuni hanno interpretato come un diritto vantato dall’opposizione di nominare chiunque, anche se non ritenuto idoneo a presiedere una commissione di garanzia, e dopo le vicende relative alla designazione del senatore Villari, poi fatto decadere, e con la definitiva designazione del Senatore Sergio Zavoli, uomo di grande profilo professionale, la Commissione ha potuto assolvere al suo ruolo istituzionale di procedere alle nomine nel Cda.
La designazione per la Presidenza della Commissione di Vigilanza del rappresentante dell’idv Leoluca Orlando, non gradita ai più, era venuta meno per l’ostinazione del partito di Di Pietro di considerarla unica e non sostituibile.
Orlando è stato interprete in passato di un giustizialismo, espresso anche in trasmissioni televisive, improntato alla sommarietà del giudizio, ed è stato autore, nelle more della sua designazione, di dichiarazioni politiche pesanti ed offensive verso Berlusconi. La forma della sua opposizione all’azione di Governo è stata ritenuta esasperata per aver paragonato il Premier alla ferocia dei dittatori argentini. Il reiterato atteggiamento di intolleranza, pur nella legittimità della diversità delle posizioni, è stato considerato al di fuori dei requisiti della serenità di giudizio, richiesta invece per poter assolvere al ruolo di garante imparziale del pluralismo in un servizio pubblico.
Il ricorso al pregiudizio e la caparbia ostilità alla moderazione ed al rispetto delle prerogative delle forze politiche di maggioranza o di opposizione ha finito col penalizzare l’Idv nell’assetto delle nomine Rai e, come sempre accade, quando la volpe non arriva all’uva, dice che è acerba.
Di acerbo ed improprio ai valori della democrazia, invece, ci sarebbero solo Di Pietro ed il suo partito, spesso inchiodati dalla realtà in un quadro preoccupante della concezione della democrazia, ovvero della questione morale e del rispetto delle diverse opzioni politiche.
Per Di Pietro con le nomine Rai sarebbe stato “Compiuto un delitto” e rincara la dose affermando che “In questo governo di regime abbiamo assistito all’ennesima spartizione lottizzatoria della Rai”. Ha ragione l’ex PM quando parla di “spartizione lottizzatoria”, ma questo metodo è nella legge che, sebbene spesso modificata, viene confermata da anni. Nessuna legge potrebbe sortire risultati diversi, finché la Rai resterà un Ente di Stato.
Al contrario di Di Pietro, Sergio Zavoli ha espresso invece un giudizio estremamente positivo sul lavoro della Commissione - “Il Parlamento si è riappropriato dei propri diritti e ha dato alla Rai gli strumenti per riprendere in mano l'azienda” - ed ha formalmente ragione!
Sarebbe ora necessario passare, anche nei programmi Rai, a diffondere il pluralismo dell’informazione ed a rimuovere l’uso improprio del servizio pubblico che, invece, appare più volte uno strumento politico di alcuni contro il buon senso e le pluralità delle coscienze.
Hanno stancato gli aspetti folcroristici della politica e lo squallore dei toni, spesso impropri e stucchevoli, che mortificano l’intelligenza del Paese.
La Rai, in quanto servizio pubblico, avrebbe il dovere di rivalutare l’azione di quanti, al contrario, sono impegnati a segnalare che l’alternativa alla politica non è l’antipolitica, ma è il pericolo della dittatura, e Di Pietro ne sarebbe il protagonista più orrido. Il rimedio alla crisi della rappresentatività democratica non sono i pregiudizi e le intolleranze, bensì le riforme, unici e veri strumenti per uscire anche dalla crisi morale.
L’esagerata esposizione mediatica di Di Pietro, e di coloro che l’utilizzano come grimaldello per scardinare il sistema, necessiterebbe di essere riportata, almeno per quantità, nei limiti del giusto equilibrio col diverso sentire del Paese. Questo sarebbe già un buon segnale di servizio pubblico.
Vito Schepisi