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20 febbraio 2009

Col nuovo Cda Rai avremo ancora Di Pietro sempre in TV?



La commissione interparlamentare di vigilanza Rai, presieduta da Sergio Zavoli, ha varato la nomina dei 7 componenti del Consiglio di Amministrazione Rai di propria competenza. Per completare il CDA ora occorrerà che il Ministero dell’Economia proceda alla nomina del proprio rappresentante e del Presidente.
Dopo un lunghissimo braccio di ferro tra maggioranza ed opposizione ingaggiato sulla interpretazione della prassi consolidata di assegnare la Presidenza della Commissione di Vigilanza Rai alla minoranza, che alcuni hanno interpretato come un diritto vantato dall’opposizione di nominare chiunque, anche se non ritenuto idoneo a presiedere una commissione di garanzia, e dopo le vicende relative alla designazione del senatore Villari, poi fatto decadere, e con la definitiva designazione del Senatore Sergio Zavoli, uomo di grande profilo professionale, la Commissione ha potuto assolvere al suo ruolo istituzionale di procedere alle nomine nel Cda.
La designazione per la Presidenza della Commissione di Vigilanza del rappresentante dell’idv Leoluca Orlando, non gradita ai più, era venuta meno per l’ostinazione del partito di Di Pietro di considerarla unica e non sostituibile.
Orlando è stato interprete in passato di un giustizialismo, espresso anche in trasmissioni televisive, improntato alla sommarietà del giudizio, ed è stato autore, nelle more della sua designazione, di dichiarazioni politiche pesanti ed offensive verso Berlusconi. La forma della sua opposizione all’azione di Governo è stata ritenuta esasperata per aver paragonato il Premier alla ferocia dei dittatori argentini. Il reiterato atteggiamento di intolleranza, pur nella legittimità della diversità delle posizioni, è stato considerato al di fuori dei requisiti della serenità di giudizio, richiesta invece per poter assolvere al ruolo di garante imparziale del pluralismo in un servizio pubblico.
Il ricorso al pregiudizio e la caparbia ostilità alla moderazione ed al rispetto delle prerogative delle forze politiche di maggioranza o di opposizione ha finito col penalizzare l’Idv nell’assetto delle nomine Rai e, come sempre accade, quando la volpe non arriva all’uva, dice che è acerba.
Di acerbo ed improprio ai valori della democrazia, invece, ci sarebbero solo Di Pietro ed il suo partito, spesso inchiodati dalla realtà in un quadro preoccupante della concezione della democrazia, ovvero della questione morale e del rispetto delle diverse opzioni politiche.
Per Di Pietro con le nomine Rai sarebbe stato “Compiuto un delitto” e rincara la dose affermando che “In questo governo di regime abbiamo assistito all’ennesima spartizione lottizzatoria della Rai”. Ha ragione l’ex PM quando parla di “spartizione lottizzatoria”, ma questo metodo è nella legge che, sebbene spesso modificata, viene confermata da anni. Nessuna legge potrebbe sortire risultati diversi, finché la Rai resterà un Ente di Stato.
Al contrario di Di Pietro, Sergio Zavoli ha espresso invece un giudizio estremamente positivo sul lavoro della Commissione - “Il Parlamento si è riappropriato dei propri diritti e ha dato alla Rai gli strumenti per riprendere in mano l'azienda” - ed ha formalmente ragione!
Sarebbe ora necessario passare, anche nei programmi Rai, a diffondere il pluralismo dell’informazione ed a rimuovere l’uso improprio del servizio pubblico che, invece, appare più volte uno strumento politico di alcuni contro il buon senso e le pluralità delle coscienze.
Hanno stancato gli aspetti folcroristici della politica e lo squallore dei toni, spesso impropri e stucchevoli, che mortificano l’intelligenza del Paese.
La Rai, in quanto servizio pubblico, avrebbe il dovere di rivalutare l’azione di quanti, al contrario, sono impegnati a segnalare che l’alternativa alla politica non è l’antipolitica, ma è il pericolo della dittatura, e Di Pietro ne sarebbe il protagonista più orrido. Il rimedio alla crisi della rappresentatività democratica non sono i pregiudizi e le intolleranze, bensì le riforme, unici e veri strumenti per uscire anche dalla crisi morale.
L’esagerata esposizione mediatica di Di Pietro, e di coloro che l’utilizzano come grimaldello per scardinare il sistema, necessiterebbe di essere riportata, almeno per quantità, nei limiti del giusto equilibrio col diverso sentire del Paese. Questo sarebbe già un buon segnale di servizio pubblico.
Vito Schepisi

21 novembre 2008

Orlando e Zavoli: differenze di cultura e di umanità

C’è soddisfazione per la fermezza del Pdl nel respingere la candidatura del Senatore Orlando alla Presidenza della Vigilanza Rai.
Le ultime dichiarazioni dell’uomo di Di Pietro non smentiscono la sua fama di animoso e caustico dietrologo. E non si capisce il perché della tanta ostinazione sul suo nome anche del PD, non si comprende perché la soluzione Zavoli non sia emersa per tempo, senza dover indurre la maggioranza a votare un diverso presidente nel senatore Villari.
Orlando è rimasto l’uomo del “sospetto come anticamera della verità”. Un’espressione eloquente di mentalità autoritaria che richiama, per ferocia e sommarietà di giudizio, un malcelato culto dei metodi adottati, in Italia nel ventennio e nei paesi del socialismo reale dell’est europeo, per la persecuzione e la condanna degli avversari politici.
La sua prosa è sempre intrisa di giustizialismo forcaiolo. L’astio e la sua intolleranza sono travolgenti come le rapide di un fiume in piena, come il flusso impetuoso di un mix di acqua e di fango che esonda, che rompe gli argini del buonsenso, sgorga dalle pietre, dagli anfratti, dalle fogne come una melma di acqua inquinata.
Che Orlando non fosse l’uomo giusto, che non fosse la persona disposta a moderare le sbandate settarie che ci ha propinato il servizio pubblico Rai, si è capito subito, già dal primo momento.
Quello dell’informazione è un campo minato, è uno spazio sempre insidiato dalla faziosità, è un tavolo su cui ci si confronta da anni coi muscoli, come in un braccio di ferro, per una politica che si integra sempre più con le immagini e le sensazioni.
E per il senatore Orlando parla la sua storia. Parlano tutte le sue esternazioni.
La più recente, quando già si proponeva la sua candidatura, è stata quella di paragonare il governo, scelto dagli elettori italiani, ad un regime dispotico sudamericano. Un’immagine di infimo spessore che lo accomuna al suo leader Di Pietro che ha paragonato Berlusconi al dittatore argentino Videla.
Per la Rai, sia che si tratti di commissione di vigilanza che di Cda, occorrono, invece, persone di grande moderazione. Le scelte per la commissione di vigilanza devono privilegiare lealtà ed equilibrio. E’ necessaria la consapevolezza che la Rai è pagata dai cittadini italiani e non dai partiti. La Rai impone un canone ai cittadini, ed il Tesoro ripiana tutti i disavanzi dei suoi bilanci.
Il denaro, dissipato per le spese folli e per le megalomanie professionali, per le assunzioni clientelari e per i privilegi di caste di giornalisti e uomini di spettacolo, è stato tutto versato dai contribuenti italiani. Non è comprensibile, pertanto, un servizio pubblico, trainato da cordate politiche, che imponga la presenza di personaggi sempre più di parte, a dispetto del pluralismo e senza rispetto per i sentimenti di tutti gli italiani.
Non è pubblico servizio l’informazione e lo spettacolo che interpreta solo il sentire di una parte d’Italia, sempre la più caciara e la più inconcludente: la parte sinistra.
Il pericolo Orlando, come quello di un tornado tropicale, è passato e il personaggio è diventato furioso.
Resta il doveroso rispetto umano per la persona, più di quanto il senatore dipietrista ne abbia avuto per coloro che gli hanno attraversato la strada. Questo girovago, dalla Dc di Andreotti, alla Idv di Di pietro, non può però riscuotere la stima di molti.
E’ cosa diversa la stima perché attiene alle qualità dell’uomo, alla sua umanità, al suo modo di agire, al rispetto che si ha per gli altri, alla sincerità, anche alla sensibilità di comprendere quando è il momento di farsi da parte. Una giusta sensibilità, soprattutto se si ha la misura di comprendere che la vita di un uomo si è dissolta per la propria responsabilità d’esser stato imprudente e d’aver privilegiato la polemica politica alla ragione ed al buon senso.
In Di Pietro, su questa insensibilità, Orlando ha trovato il suo omologo.
I valori che i due pretendono di richiamare, non possono riguardare soltanto il rispetto dei beni materiali di tutti, ovvero la difesa dei diritti, l’onestà, cose tra l’altro da verificare anche nei loro comportamenti, ma soprattutto il possesso di quelle qualità umane che inducono al rispetto degli altri, anche se sono competitori politici. Questi sono i valori!
Orlando è stato messo da parte ed è emersa l’ampia indicazione su Sergio Zavoli.
Se c’è una differenza tra i due non attiene soltanto alla diversa formazione politica, che pure c’è, ma alla diversa cultura, alla diversa capacità di rispetto per il prossimo e soprattutto alla diversa umanità.
Vito Schepisi

02 ottobre 2008

Di Pietro alza il tiro verso il Quirinale


Non ha fatto in tempo Veltroni a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di Di Pietro che questi subito ha alzato la posta. Il tentativo di Veltroni di correr dietro all’Italia dei Valori ed ai gruppi dell’antipolitica giustizialista e forcaiola può però essere di corto respiro per il PD e per la leadership del suo segretario.
Di Pietro pur di non farsi intrappolare nell’omologia di una opposizione coesa e compatta, in cui il suo ruolo in Parlamento si renderebbe del tutto inutile, trascinerebbe l’ex sindaco di Roma persino nei centri sociali, nelle piazze del v-day e forse fino alla lotta armata e, se il caso, anche tra elmetti e svastiche.
Non sembra uomo che si ponga scrupoli l’ex magistrato ideatore di un sogno giustizialista negli anni ’90, che è parso piuttosto simile ad un golpe di magistrati.
Il gioco al rialzo può andar bene ad un partito di assalto che non ha niente da perdere perché poco rappresentativo. Può andar bene a Di Pietro che rischia di non raggiungere la soglia elettorale per entrare in parlamento e che ha bisogno della visibilità che gli deriva dal gusto dell’astio e dalla contrapposizione netta. Il gioco al rialzo, invece, non è utile ad un partito che aspira a diventare maggioranza nel Paese e che dovrebbe mostrarsi responsabile e maturo per governarlo.
E’ stato un grosso errore di Veltroni alle ultime elezioni quello di voler mortificare, come ci provava il vecchio pci con il psi, la concorrenza riformista dei socialisti per imbarcare la visceralità antipolitica di Di Pietro. Ora la concorrenza dell’ex magistrato sta trainando il PD su un sentiero impervio e pericoloso. Veltroni avrebbe dovuto saperlo che sulla lealtà politica di Di Pietro non si può fare alcun affidamento.
Di Pietro ha in se la sicumera tipica del tiranno che stabilisce rapidamente le sue mutevoli certezze.
Gli avversari interni del segretario del PD ora lo aspettano al varco, come Mao sulle sponde del fiume nell’attesa dei cadaveri dei suoi nemici.
Nessuno, però, deve pensare che Veltroni sia così sprovveduto. E’ scenico ed illusionista, è l’uomo che prova a muovere le emozioni, è un campione della letterina a Babbo Natale, ma non si deve pensare che sia stupido. Sarebbe necessario tener sempre ben presente che arrivare a sedere sulla sedia di direttore de l’Unità e competere per la segreteria del Pds, quando questo partito era ancora una formazione di ex pci che aveva solo cambiato nome, perché dopo la caduta del muto di Berlino si vergognava del vecchio nome, non è da stupidi ma da uomini con sufficiente arguzia. Ed anche tanto arguti, nella tipica astuzia leninista, da arrivare finanche a rinnegare la sua militanza nel pci.
Non bisogna mai dimenticare che la selezione del vecchio partito della sinistra internazionalista era dura e stringente. Tra le sue maglie non passava niente senza l’attenta analisi sul passato, senza la valutazione nel merito delle capacità per il futuro e, soprattutto, senza consolidate prove sulla certezza della fedeltà politica verso il partito.
Veltroni intende solo riscaldare la piazza per la manifestazione del 25 ottobre prossimo contro il governo e contro Berlusconi e prova a spuntare le armi di Di Pietro per le prossime regionali in Abruzzo. Ma deve stare attento perché non mette in conto né la popolarità del Governo e neanche il disgusto del Paese per questi giochetti.
L’accentuazione della sua opposizione, infatti, sarà solo di breve durata, perché l’autore de “La scoperta dell’alba” sa bene che con le posizioni piazzaiole non può bucare il consenso del Paese che è una platea, seppur più silenziosa e più pigra, molto più ampia ed incisiva della rumorosa piazza che oggi Walter Veltroni vorrebbe contendere a Di Pietro.
L’attacco al Presidente della Repubblica dell’ex magistrato è non solo gratuito e fuori luogo ma anche mal riposto perché non è il Capo dello Stato che stabilisce le volontà del Parlamento. E’ un attacco che odora di provocazione e di sfida. Sia la scelta di un Giudice della Consulta di indicazione parlamentare, che quella del Presidente della Commissione di Vigilanza della Rai, attengono a prerogative del Parlamento. Di Pietro sa che è in atto un serrato braccio di ferro sia per l’una che per l’altra questione. Mentre la nomina del Giudice, nella prassi corrente per la ricerca dell’equilibrio, spetta ad un candidato indicato dalla maggioranza, quella del Presidente della Vigilanza, sempre per prassi consolidata, ad un parlamentare dell’opposizione. Mentre per la prima v’è stato un veto alla nomina di Gaetano Pecorella, indicato dalla componente di Berlusconi, per la seconda c’è stato un veto per la nomina di Leoluca Orlando, rappresentante della formazione dipietrista dell’Italia dei Valori. E se viene chiesto un passo indietro per Pecorella, Di Pietro non sembra disposto a fare un passo indietro per Orlando. Cosa centra allora il Presidente della Repubblica in questa questione se non per la volontà di accentuare lo scontro?
Mentre per la Consulta si tratta di una chiusura pretestuosa dal sapore della vendetta contro il leader del Pdl, per l’altra c’è la constatazione che una parte dell’Italia non gradirebbe la nomina alla presidenza della commissione interparlamentare di vigilanza della Rai di Leoluca Orlando Cascio da Palermo. Questi è già stato alla ribalta per il suo arcigno giustizialismo e per l’uso sconsiderato dei canali televisivi pubblici nell’infangare la reputazione di persone innocenti. C’è, infatti, chi ritiene che abbia già mietuto troppe vittime il giustizialismo puntiglioso e sommario di coloro che considerano che “il sospetto sia l’anticamera della verità”, per poter consentire di far presiedere questa commissione di garanzia da chi ha sostenuto e sostiene queste convinzioni. La verità giuridica avviene sempre alla fine delle fasi di un processo. La colpevolezza si forma infatti con le sentenze e non con le fasi inquisitorie. Il Pubblico Ministero che insinua il sospetto della colpa, come in più circostanze è accaduto, non è assolutamente infallibile.
Vito Schepisi

24 settembre 2008

Niente inciuci per la Rai

Non è il caso di riprovarci ancora. Tutti i tentativi di ricondurre la Rai ad una diffusione equilibrata dell’informazione e della equità dello spazio da dedicare alla politica ha sempre trovato la prepotenza di coloro che considerano come un giusto equilibrio solo ciò che definiscono “politicamente corretto”.
L’Italia ha sentimenti diversi e storie più articolate da raccontare da quelle dei Santoro e dei Floris. E non si può tollerare ancora che quello della terza rete Rai sia rimasto lo stesso canale lottizzato al pci dei tempi di Bernabei.
Il servizio pubblico ha l’obbligo di essere il fedele megafono dell’Italia intera, e deve anche apparire tale. L’informazione è un servizio, come lo è quello della pubblica sicurezza o della magistratura, che serve a garantire tutti in Italia. Tutti e senza etichette.
Devono prevalere i tre principi fondamentali che normalmente contraddistinguono la correttezza della gestione di un bene pubblico: il primo è l’adeguato controllo della spesa che deve osservare i criteri della prudenza e della economicità, con l’impegno quindi a tagliare tutto ciò che è superfluo; il secondo è quello della correttezza nell’erogazione delle sue prestazioni; il terzo, ancora più essenziale essendo quello della Rai un servizio di diffusione dell’informazione, è quello di assicurare con diligenza ed equilibrio il pluralismo di pensiero di un Paese democratico.
Tutti i faziosi e sedicenti satiri, pronti a lanciare messaggi di ogni tipo, facciano i loro spettacoli di lotta e malanimo politico nelle strutture private e senza farsi pubblicità gratuita nel servizio pubblico. E se gli artisti sono pagati per cantare, che cantino senza far sermoni di basso profilo. Il libero diritto di esprimersi è valido solo se è davvero un diritto concesso a tutti e, siccome la Rai a tutti non lo può assicurare, ogni privilegio deve essere considerato abusivo ed illegittimo.
Non si può continuare a pretendere che un servizio pagato col canone dei cittadini ed il cui eventuale deficit di bilancio, come accade, è coperto con i soldi dei contribuenti attraverso il già pesante prelievo fiscale, sia o mostri di essere sbilanciato verso una parte politica. Questo sarebbe intollerabile e moralmente deprecabile. Tra i contribuenti e tra coloro che sono obbligati a pagare il canone Rai - che è diventato tassa per il possesso di un apparato radiotelevisivo - ci sono coloro che a Santoro, a Celentano, a Fazio, a Floris ed altri ancora non gradirebbero dare neanche un centesimo. E’ un loro diritto, come quello di un qualsiasi cittadino che chiede che tutti rispettino le leggi e che tutti assumano comportamenti corretti nei rapporti con il prossimo.
Niente inciuci, pertanto, per la Rai, ma nomine di persone di provata capacità ed equilibrio, senza spartizione politica e senza cedere a proposte di nomina di uomini che presentino pericoli di eccessi e di faziosità.
Sappiamo, a tal proposito, che una parte dell’Italia non gradirebbe la nomina di Leoluca Orlando Cascio da Palermo, per la presidenza della commissione interparlamentare di vigilanza. Questi è già noto per il suo giustizialismo e per l’uso sconsiderato dei canali televisivi pubblici nell’infangare la reputazione di persone innocenti.
Ha già mietuto troppe vittime in Italia il giustizialismo puntiglioso e spesso sommario di personaggi che considerano che “il sospetto sia l’anticamera della verità”, per poterci consentire di far presiedere questa commissione da chi ha sostenuto queste convinzioni. La verità giuridica avviene alla fine delle fasi di un processo ed il Pubblico Ministero che insinua il sospetto della colpa non è assolutamente infallibile, come in più circostanze si è avuto modo di verificare.
Alla Commissione di vigilanza si richiede di far prevalere in Rai correttezza, equilibrio e tolleranza, non di esercitare una lotta senza quartiere verso gli avversari politici, come fa l’Idv di Di Pietro, movimento in cui milita Orlando, e che si ostina a rifiutare di riconoscere la legittimità del responso elettorale, benché sia stato chiaro ed inequivocabile ed ottenuto sugli impegni che la maggioranza sta via, via sostenendo.
Per la nuova presidenza del consiglio di amministrazione e per la nomina dei consiglieri si chiede un passo indietro della politica. Gli uomini devono essere scelti nella società civile tra coloro che non hanno etichette e mostrano di far prevalere l’impegno, lo studio, le capacità, i valori, la cultura alle cortigianerie ed alle militanze in gruppi, partiti ed associazioni che direttamente o indirettamente si rifanno al supporto di una politica e/o di un’idea.
E’ meglio un anonimo consigliere dell’accademia della crusca di un decano del giornalismo già avvezzo a navigare per le acque del compromesso ed educato nella logica della “correttezza politica”. Meglio la modestia di un libero ed onesto amministratore anziché la lingua consumata di uno dei tanti professionisti della sviolinata.
Vito Schepisi