29 aprile 2017

Messi male, anzi malissimo



Cinque regioni italiane, tutte del mezzogiorno (nell'ordine: Calabria col 23,2%; Sicilia, col 22,1%; Campania, col 20,4%; Puglia, col 19,4%; Sardegna, col 17,3%) hanno fatto registrare nel 2016 un tasso di disoccupazione superiore al doppio della media europea dell' 8,6%.

Strano che questa notizia - così rilevante per le riflessioni su quanto siano state fallaci le politiche per lo sviluppo economico, da Monti in su, e quanto siano stati mal utilizzati gli incentivi dei fondi europei per riequilibrare alle medie dell'Unione le aeree disagiate - non sia stata diffusa con la dovuta rilevanza sui giornali e nei TG, così attenti invece a registrare ogni fil d'alito che passa dalle bocche del serraglio PD.
Si parla sempre di colmare il divario Nord Sud, ma con questi dati, il divario cresce.
Si continua, invece, a pagare a peso d'oro manager pubblici, iperburocrati, pensionati stellari, intoccabili in toga, servi e guitti televisivi.

Non è che le altre regioni italiane stiano tanto meglio, cosa che si percepisce anche a vista, nonostante i proclami del raggiunto benessere della flottiglia dei traghettatori di chiacchiere, che ci ritroviamo in contemporanea alla flottiglia dei traghettatori di immigrati che fanno la spola dall'Africa all'Italia, arricchendo le mafie e le organizzazioni che gestiscono l'accoglienza.
Gli extracomunitari cercano lavoro in Italia (negli altri paesi europei hanno chiuso le frontiere ed eretto muri). Un lavoro che invece non c'è.

L'Italia è in gravi difficoltà.
Non solo il debito pubblico aumenta, ma sono le imprese italiane che sono in difficoltà: non assumono, licenziano. Gli investimenti sono fermi e tutto ciò che una volta era l'orgoglio del Paese, i suoi marchi e la sua qualità, è passato in altre mani. La grande industria ha delocalizzato la produzione, tra qualche giorno anche l'Alitalia rischierà di saltare, e nel contempo le città si popolano di immigrati che si arrangiano in tante maniere, non sempre lecite e non sempre tollerabili.

Siamo messi mali.
Aumenta tutto: il debito, la disoccupazione, le tasse, gli immigrati da mantenere, i disagi, il degrado, la sporcizia, il costo della vita, le tariffe. Diminuiscono invece le imprese, gli investimenti, i servizi ai cittadini, i redditi, la spesa sociale, il lavoro e il tasso di natalità degli italiani.

Tra le regioni con la disoccupazione che supera il doppio della media europea c'è anche la Puglia, una volta la California del sud. La Puglia "migliore" di Niki Vendola e di Emiliano, piegata sui suoi fallimenti, con il 19,4% di disoccupazione generale e con quella giovanile che supera il 60%.
Una catastrofe!
Un fallimento costruito su scandali, abusi, miopie e altre narrazioni, ma la Puglia in compenso (sic!) ha un festival del Cinema (a spese dei pugliesi) che non si fila nessuno, lasciato in eredità da Vendola, assieme ad una foresta di pale eoliche su cui mai nessuno (per sapere quanto sono costate, chi ha pagato e chi guadagna) ha messo il naso, tanto meno sui business che ha sviluppato.
La Calabria, la Sicilia, la Campania e la Sardegna, tutte con un tasso di disoccupazione che ha doppiato la media europea, hanno altri problemi che girano attorno alle stesse questioni e agli stessi profili politici.

In Italia si è persino scoperto che sono le ONG, finanziate anche dal Governo, che fanno la spola per trasportare sempre più immigrati in Italia.
Tutto a spese del contribuente.
Santo lo devono fare! Santo subito! San Contribuente, con una manifestazione religiosa alla presenza di Papa Francesco in Piazza San Pietro, e una manifestazione civile in Piazza Colonna con l’intitolazione di una statua da porre dinanzi a Palazzo Chigi, con Matteo Renzi padrino e Maria Elena Boschi madrina che tirano giù il drappo tricolore, scoprendo la statua del contribuente italiano, nudo, come l'Aretino Pietro, con una mano davanti e l'altra dietro.

Nel 2017 sono previsti 250.000 nuovi immigrati in Italia.
E' come se alle città italiane se ne aggiungesse un'altra della grandezza di Verona che è la dodicesima per numero di abitanti.

Per il futuro che sta diventando sempre più presente, c'è chi avrà pensato all'Italia come ad un enorme campo profughi europeo. Una nuova lucida follia neonazista, con la regia dei flaccidi euroburocrati, deve aver pensato all’Italia come al Paese ideale per un grande ghetto: di fronte ai luoghi di partenza dell'Africa; circondato dal mare e chiuso da una fitta catena montuosa. Ci sarà anche chi attingerà per la manodopera a basso costo.
E un domani, se dovessero sorgere problemi, la Germania per tutti penserà al da farsi, ha esperienza, forse suggerirà la decimazione, l'asfissia col gas, l'annientamento, italiani sopravvissuti compresi.
 Vito Schepisi

08 luglio 2015

Europa, Grecia, Italia ... un'Unione senza ideali


Troppi entusiasmi, troppi equivoci, troppa confusione. Il referendum di domenica in Grecia è stato un inutile passaggio. Ci ha rilasciato un responso scontato. Non ha risolto niente. E’ servito solo a Tsipras e al suo funambolico ex ministro dell’Economia Varoufakis per dribblare l’ostacolo della scelta. Una furbizia, insomma.
Nessuno, neanche a referendum passato, ci ha saputo dire contro cosa o per che cosa si votava. Le cose sono rimaste esattamente come prima, con in più qualche miliardo di Euro sprecato in perdite di capitalizzazione dei mercati azionari, con qualche miliardo ancora di Euro persi per l’aumento dei costi degli interessi sui debiti sovrani (della Grecia compresi). 
Dicono che Tsipras (la sinistra) abbia vinto perché si è schierato per il “NO” (61% dei voti).
La stessa cosa, però, ha fatto l’estrema destra di Alba Dorata.
Ma ha vinto cosa? Ma per cosa si votata? Non lo sappiamo in Italia, e ci può anche stare, ma non lo sapevano neanche gli elettori e non lo rivelavano gli organi d’informazione della Grecia. Si sapeva che il premier greco si era schierato per il “NO” e che dalla sua parte stavano tutti i movimenti della sinistra e della destra alternativa in Grecia ed in Europa (Grillo, Salvini e Meloni compresi), mentre per il SI era schierata la Merkel e un po’ tutti i governi ed i partiti di maggioranza d’Europa (Renzi e PD compresi).
Al “NO” o al “SI” non era collegata, però, nessuna precisa scelta.  Non c’era la bocciatura o l’approvazione di una precisa proposta.
In soldoni, il quesito referendario greco poneva agli elettori la seguente domanda: siete d’accordo a pagare i debiti del vostro paese?
La risposta è sembrata persino scontata. I greci, infatti, in gran quantità hanno risposto di no.
Questa vicenda nel suo insieme, però, deve far riflettere. Questa Europa è rimasta senza idee. Un progetto di unione che ha perso per strada la coscienza d’esser stato pensato e voluto per i popoli liberi europei. L’Europa che passa dall’unione dei popoli a quella burocratica delle banche e dei “club” riservati ha clamorosamente fallito il suo scopo.
La Comunità Europea non fa naufragio solo nel Mediterraneo, facendo prevalere gli egoismi e le furbizie di quanti, elargendo qualche elemosina, si lavano le mani dai problemi dell’accoglienza e della solidarietà. Sta naufragando nel suo significato politico. Si è disperso il sogno di quanti pensavano al coronamento di una storia di sofferenze e di sacrifici per quei popoli che avevano lottato per la libertà, per l’indipendenza e per la democrazia. 
L’oppressione dei regimi autoritari, sostituita dall’oppressione delle lobbies finanziarie non è la soluzione per  il futuro di una società  libera che sottoscrive il trattato di Schengen.
Ha fallito l’Europa dei popoli che voleva vincere i bisogni, che voleva affrontare questioni importanti come l’alimentazione e l’ambiente, che voleva esportare cultura e solidarietà, dialogare con civiltà differenti, affermare i valori della libertà e della dignità umana, assicurare benessere, tutele e sicurezza, impegnarsi a stabilire con responsabilità e autonomia le scelte politiche del mondo.

La fierezza di far parte del popolo europeo al momento non esiste. Forse non è mai esistita, perché in Europa sono emerse mentalità e sensibilità diverse, perché sono comparsi interessi diversi. Forse anche culture diverse. Non esiste un riferimento a una comune radice, per quanto si sia provato nell’atto costitutivo europeo a farla risalire a quella giudaico-cristiana.
Se si pensasse agli USA e alla sua moneta, Il Dollaro, su cui domina la scritta “In God We Trust” forse la risposta arriva da sola.

Vito Schepisi
EPolis 8 luglio 2015

21 maggio 2015

Senza speranze

Ai burocrati europei interessa solo un'Italia che si piega

In questi anni sono aumentate tantissimo le tasse locali e di pari passo sono diminuiti i trasferimenti dello Stato alle amministrazioni del Territorio. Il risultato è stato che i servizi sono diventati più scadenti, o tagliati del tutto, e lo Stato come o più di prima non garantisce nulla di efficiente: né lavoro, né sicurezza, né servizi, né coperture previdenziali ai lavoratori in quiescenza.
Da questa mannaia pubblica che si abbatte sulla testa dei più deboli (lavoratori, pensionati, commercianti e piccole imprese) si tirano fuori solo le caste che non pagano mai (magistrati, politici, burocrati, manager pubblici e tutto quell'esercito di figli, nipoti, amichette e amici inseriti (dire che lavorano sarebbe dir troppo) nei carrozzoni degli enti pubblici e delle Istituzioni.
Tutto ciò che incassa lo Stato sembra che vada a finire in un buco nero senza fondo da cui esce solo un nauseabondo puzzo di corruzione e di sperperi.
In queste condizioni aumentano tutti i fattori negativi legati all’economia e alla finanza. Il debito pubblico sale. La disoccupazione crea disagio sociale. La pressione fiscale scoraggia l’iniziativa.
Una volta c'era l'avanzo primario, ora neanche più quello.
E dire che l’Italia, grazie ai vari interventi delle BCE sul costo del denaro e soprattutto grazie all’alleggerimento quantitativo (Quantitative Easing) di Draghi, può giovarsi di una fase finanziaria positiva per il costo basissimo degli interessi sul debito pubblico ma, con la spesa pubblica che aumenta, anche questi vantaggi finanziari servono a poco.
Con le politiche correnti non ne usciremo mai per due ragioni:
1) l'aumento della pressione fiscale drena risorse che altrimenti impiegate favorirebbero l'aumento dei consumi e quindi della domanda interna, trasformandosi in maggior produzione, in investimenti e quindi in occupazione. Gli investimenti, la produzione e l'occupazione consentirebbero, infatti, allo Stato di incassare più tasse senza il ricorso al maggior prelievo fiscale sui contribuenti. A parità di gettito si potrebbero ottenere maggior occupazione e meno carico fiscale, quindi minori disagi e meno spesa sociale.
Bisognerebbe, però, capirlo e forse soprattutto volerlo. Oggi, al contrario, prevale più l’idea punitiva della ricchezza che la lotta al bisogno. Viene in mente l’aforisma di Montanelli: “i comunisti amano così tanto i poveri, che quando vanno al governo li aumentano”;
2) è evidente che la spesa pubblica in Italia sia eccessiva e mal riposta.  Mentre si parla, ad esempio, di perequazione al costo della vita per i pensionati da 3 volte in su il minimo sociale, c'è chi percepisce o percepirà pensioni che non hanno nessun rapporto con i contributi versati. C'è chi percepisce 2 o 3 o 4 assegni di quiescenza come se la sua vita abbia avuto 2 o 3 o 4 interi cicli di lavoro. Ci sono manager, dirigenti, burocrati e membri delle Istituzioni che percepiscono in un mese quanto un professore di scuola in 3 anni. E poi ci sono i costi di gestione dei ministeri, degli uffici pubblici, degli enti, ci sono le manutenzioni, gli appalti, le forniture, i consumi. Ci sono i lavori pubblici in cui assistiamo a filiere intere di taglieggiamenti e di “mance” a spese della collettività.
Si vuole parlare anche di chi percepisce uno stipendio senza prestare alcun servizio utile? Ma se parlassimo di tutto, non basterebbero i forestali della Regione Siciliana per trarci fuori dalla giungla di fitta vegetazione che si andrebbe ad intrecciare.
Servirebbe prendere atto che l’Italia così non ha speranze. Se si potesse si dovrebbe ricominciare tutto da capo. Non è, però, possibile e stando così le cose, con questa Italia, senza una classe dirigente con le idee chiare, con questo governo, con questa opposizione e con questi italiani non abbiamo speranze.
Vito Schepisi
su EPolis Bari del 21 maggio 2015

25 marzo 2015

Non si può pagare due volte la TARSU


L’anno era il 2012 ed il mese quello di agosto. Basta poco per rovinare una giornata d’estate: qualche volta una lettera del Comune che ti chiede di pagare un’imposta.
Quella mattina la lettera aveva per oggetto: Tassa per lo smaltimento dei rifiuti soldi urbani (TARSU) anno 2012. La Giunta Comunale aveva aumentato l’imposta del 30%. Una bella mazzata c’era da pagare 498,00 Euro.
Nel 2012 c’era Monti al Governo ed Emiliano era Sindaco. Era l’anno in cui gli italiani si sono giocati 7 anni di lavoro in più prima di andare in pensione, i risparmi impiegati nell’acquisto di immobili crollati di valore, parte dello stipendio per pagare le tasse.
In quello stesso anno gli italiani hanno salutato gli scatti di anzianità e l’adeguamento della pensione. Gli unici che non ci hanno rimesso sono stati i boiardi di Stato, i politici ed i magistrati, grazie all’intervento dei guardiani della Costituzione più bella del mondo.
I giornali dicevano che al Governo c’era un uomo che stava salvando l’Italia. Imperava in tv la retorica del migliore, come se fosse tornato l’Istituto Luce (LUnione Cinematografica Educativa): il più grosso strumento di propaganda dell’era fascista.
L’enfasi e il reiterato richiamo alla nostra felicità per il vantaggio d’avere un premier che pensava alla salvezza degli italiani, però, non ci faceva essere più arrendevoli dinanzi alla mappata di tasse che ci piovevano addosso.
Non si poteva far altro, però, che frenare la rabbia e pagare, anche se qualche imprecazione, magari in silenzio, te la facevano passare. Nella mia, Monti ed Emiliano, erano accumunati nel tragitto verso un’unica meta.
Ho pagato “on line”, apprezzando la tecnologia, senza far file alla banca o all’ufficio postale. Ho trasmesso un bonifico rispettando le istruzioni e controllando con cura l’IBAN. Ho copiato diligentemente la causale, il mio numero contribuente, il mio nome e cognome.
Ci ho tenuto ad essere preciso. Con questa gente non si sa mai!
Pagare una volta la Tarsu ci può anche stare, s’impreca e si paga, ma pagarla due volte no. Siamo nel 2015 ed il mese è quello di marzo. Basta poco per rovinare il primo giorno lavorativo di primavera: al tempo piovoso s’è aggiunto il ritiro di una raccomandata. La fila. Il mio turno. Una stanza con scatoloni zeppi di lettere tutte uguali alla mia. Tutte inviate dal Comune – Ripartizione Tributi. Ho pensato: è una strage. Apro la lettera. OGGETTO: Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU) 2012 – sollecito di pagamento.
Quando accadono cose del genere le pensi tutte, anche che qualcuno si sia fregato i tuoi soldi, anche che il Comune ci provi. Quella tassa l’ho già pagata. Imprecando, ma l’ho pagata.
Perdo una mattinata tra il cercare le carte (trovo la copia dell’ordine di bonifico) e l’andare in banca per controllare che il mio bonifico sia andato a buon fine. Tutto era a posto. La tassa l’avevo pagata. La tappa successiva, per far valere le mie ragioni, è all’Ufficio Ripartizione Tributi del Comune di Bari, il giorno successivo, cioè oggi. Per evitare lunghe code, ci arrivo mezz’ora prima dell’orario di apertura  al pubblico. Ne esco vittorioso con un timbro e la firma di un funzionario della Ripartizione Tributi sotto la scritta “sollecito annullato”.
Mi chiedo, però, cosa sarebbe successo se avessi perso la copia del bonifico? E quanti baresi per evitare l’accertamento, le sanzioni (maggiorazione del 30%) e la mora, come scritto nella lettera di sollecito, pagheranno due volte?
Vito Schepisi
Su EPolis Bari del 25 marzo 2015

26 gennaio 2015

Una mezza figura sarebbe ancor peggio di una figura ostile.


(lettera aperta al Presidente Berlusconi)

Illustrissimo Signor Presidente,
le elezioni in Grecia hanno premiato il movimento che si è opposto con più coerenza alle politiche del “male minore” su cui, invece, puntavano i moderati di Nuova Democrazia.
Ritrovarsi a difendere la “normalizzazione” voluta dai tecnocrati dell’Unione Europea non solo non ha pagato, ma ha esposto il paese ellenico ad un periodo di grande incertezza per il futuro della Grecia e dell’Europa.
La vittoria di Syriza è arrivata da un voto trasversale di donne e uomini che chiedevano coraggio, protesta e orgoglio.
C’è uno spazio enorme in Italia che chiede altrettanto.
Lei che fa? Lo lascia a Grillo e Salvini? Lo abbandona?
Il Patto del Nazareno non va nella direzione della chiarezza e della volontà degli elettori italiani.
La stagione delle riforme non si può ridurre in patteggiamenti, scambi e promesse.
Non crede che invece sia il caso di ritornare a parlare ed agire per la RIVOLUZIONE LIBERALE in Italia?
Mentre il Parlamento ancora discute sulla riforma elettorale, sono evidenti le mancanze di scelte orientate all’interesse del Paese, che non possono essere le risultanti degli interessi delle persone, dei partiti, degli equilibri di potere e dei mille ricatti.
Lei sa bene che c’è una Nazione che non si riconosce negli schemi dell’appartenenza e che giudica gli uomini e le politiche dai comportamenti e dai fatti.
Questa Italia non approva.
Non ci sta.
Non andrà mai al Nazareno.
Quella d’avere un Presidente della Repubblica che sia meno indisposto verso il centrodestra non è questione sufficiente. Non cambierebbe nulla e non sarebbe affidabile.
Una mezza figura è ancor peggio di una figura ostile.
In un Paese in cui:
- la Presidenza del Senato è affidata ad un magistrato eletto nel PD;
- la Presidenza della Camera è affidata ad una signora orgogliosamente estremista e presa dalle sue convinzioni ideologiche;
- la Corte Costituzionale mostra cedimenti di parte, fino a paralizzare le attività di maggioranze diverse da quelle in cui prevalgono le opzioni corporative e politiche di chi ne ha determinato le nomine;
- nel CSM prevalgono le correnti più politicizzate dei magistrati;
- la Rai, anziché un servizio pubblico, è più un supporto politico nelle mani di amministratori che la usano come strumento di orientamento;
- una rete di interessi economici si srotola attraverso il sistema dei servizi (nazionali e locali), con affidamenti di commesse e appalti a organismi che uniscono privilegi fiscali a finanziamenti pubblici, generando speculazioni, corruzione e infiltrazioni mafiose;
- la burocrazia affossa le iniziative dei privati, mortifica i diritti dei cittadini, assorbe risorse e blocca la ripresa economica;
- c’è una casta che si è allargata all’interno dei partiti che blocca le riforme e l’innovazione, creando ingiustizie, sperperi e interessi di parte;
- il sistema fiscale assorbe i risparmi delle famiglie, penalizzando i consumi e la crescita;
- la vecchia immagine di sicurezza sociale di un bene (l'immobile) che si rivalutava nel tempo, è stata sostituita dall’angoscia di chi ha visto deprezzare il frutto dei sacrifici della propria famiglia, di chi non riesce più a vendere il proprio bene e di chi deve sopportarne un grave peso fiscale;
- la criminalità piccola e grande è sempre più spavalda e impunita, le città sono insicure, la gente ha paura, l’immigrazione dilaga, si fa strada il pericolo terrorismo, la violenza è costantemente dietro l’angolo;
- la Giustizia è lenta, tortuosa, disattenta, faziosa, disinteressata, inadatta, sbilanciata, bizantina e incomprensibile;
- il 44% dei giovani in Italia non trova lavoro, le imprese chiudono, la disoccupazione è in aumento ed i redditi delle famiglie sono precari;

in un siffatto Paese, occorre un grande impegno politico per ricreare già dalle Istituzioni, ad iniziare dalla carica più alta dello Stato, il senso della fiducia e della volontà di cambiamento.
Lei Presidente deve farsi portavoce di chi vorrebbe un Garante che sia espressione di tutto il Paese e che nel contempo sia un esempio di rettitudine e competenza.
Non ci serve un Presidente al ribasso che sia il frutto di compromessi e di “contabilità politiche” sulle spalle del Popolo Italiano.
Agli italiani servirebbe un uomo libero. Autenticamente libero.
Un uomo capace di avere voce in Italia, in Europa e nel Mondo, per ritornare a rilanciare l’ingegno, la qualità, l’arte e la cultura e tutto ciò che ha fatto grande l’Italia in passato.
Lei Presidente deve chiedere e proporre una figura di prestigio che sia espressione dell’Italia liberale e che sia in grado di far riaprire il dialogo tra i diversi sentimenti politici del Paese, senza pregiudizi e senza accordi al ribasso.
Lasci perdere Renzi con le sue promesse e le sue chiacchiere.
Ha 40 anni l'attuale leader PD, ma è già un vecchio arnese della partitocrazia con sulle spalle tutte le contraddizioni di un partito strutturato come una rete di affari.
E non c’è niente di peggio di un giovane già da rottamare.
Vito Schepisi

PS: Signor Presidente, Le ricordo che i numeri dei "grandi elettori" che voteranno per il nuovo Presidente della Repubblica non sono "legittimi" e non corrispondono alla rappresentanza degli elettori italiani.
La Consulta, infatti, ha stabilito l'incostituzionalità della Legge Elettorale che ha attribuito il premio di maggioranza (in questo caso più del 25% in più) alla coalizione PD-SEL che aveva appena ricevuto meno del 30% dei consensi elettorali, e per di più con un’alta astensione.
Esca, pertanto, dal mazzo del conformismo e dichiari apertamente che:

senza un Presidente di alto profilo e di grande equilibrio, disconosce da subito un Presidente di parte. Chiunque esso sia.

22 gennaio 2015

Vicini ai loro valori, ma nei loro paesi


C’è qualcosa che accosta quanto sostenuto da Papa Francesco “se offendi mia madre aspettati un pugno” e quanto sostengono gli integralisti islamici.
I gruppi jihadisti replicano all’indignazione dell’Europa e del Mondo sostenendo che le stragi contro i cristiani in Africa e gli attentati terroristici in Europa siano le risposte alle offese che l’Occidente rivolge contro l’Islam. Un’offesa, un pugno.
Sarà! L’occidente, però, non ha modificato di recente le sue idee sulle libertà di pensiero e di parola, compresa la libertà di satira che per sua natura è scherzosamente offensiva.
Sebbene trasformata - una volta arma dei deboli contro la stupidità del potere, oggi spesso strumento del potere per ledere la credibilità degli avversari - la satira è rimasta ciò che trasforma in farsa gli atteggiamenti e i pensieri controversi. C’è sempre stata, ed è sempre stata irriverente. Solo i tiranni hanno provato a reprimerla.
Cosa è cambiato?
Papa Bergoglio ha rimarcato le distanze della Chiesa dalla violenza, ha stigmatizzato la sproporzione della reazione terroristica a Parigi ed ha esaltato il valore della vita umana, ma ha anche innescato nuovi dubbi. Non più “porgi l’altra guancia”, ma “aspettati un pugno in faccia”? Papa Bergoglio condanna l’offesa, come è giusto, ma ne allarga i confini alla satira sulle scelte religiose. 
Ma ironizzare sul pensiero religioso è davvero blasfemo?
Ben altra storia rispetto a Ratisbona e alle citazioni di Papa Ratzinger dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo.
Una gaffe di Papa Bergoglio? La sua voglia di sdrammatizzare in un momento difficile? O un invito alla resa, cioè un passo indietro rispetto al nostro modello di civiltà?
Nella Città di Parigi, duramente colpita, al Pantheon, sulla tomba di François-Marie Arouet, conosciuto come Voltaire, si può ancora riflettere sulla tolleranza. Se deve essere intesa alla stregua di un principio pedagogico sui buoni propositi, o rappresentare ancora la ratio di un modello di democrazia liberale su cui radicare le regole della convivenza dei popoli.
Nessuno scontro di civiltà, ma neanche abbandonare le conquiste di civiltà, cedendo all’idea astratta del multiculturalismo e alla mal interpretata richiesta di integrazione di culture diverse. 
L’idea laica della libertà di avere un’idea e di esprimerla sulla base delle percezioni e delle conoscenze acquisite non è emendabile.
Inquietano così le accuse di islamofobia (Oriana Fallaci ne è stata vittima al pari della rivista satirica Charlie Hebdo) e le richieste di leggi speciali contro il libero pensiero. 
Una fobia è una patologia. E’ un turbamento psicologico. Chi ha un atteggiamento fobico contro qualcosa desidera evitare le situazioni che originano il proprio timore. 
Si vuol reprimere per legge una patologia? Per il rispetto di ogni individuo ci sono le leggi che tutelano, in modo uguale per tutti, la dignità e l’integrità delle persone. Il resto sarebbe un limite alla libertà di pensiero.
In Europa gli islamici hanno trovato tutto ciò che non avevano nei loro paesi, ma non hanno trovato le limitazioni alle libertà individuali che avevano. E nel mentre si sono ubriacati di diritti e tutele, non tollerano le nostre usanze, temono l’integrazione delle loro donne con i costumi e le libertà delle nostre e ci considerano infedeli. E bastano piccoli stimoli integralisti a creare pericolosi scompensi.

La soluzione è solo nel loro diritto di stare in Italia nel rispetto delle nostre leggi e del nostro modello di vita, altrimenti nessuno li privi della libertà di star vicini ai loro valori, ma nei loro paesi.
Vito Schepisi

31 dicembre 2014

Un passo avanti, due passi indietro


L’anno vecchio stancamente si consuma e ci lascia la più grave crisi politica dell’Italia repubblicana. L’Italia non cresce, arretra e perde terreno, le aziende chiudono, la disoccupazione si espande, il debito aumenta, le tasse falcidiano le piccole imprese, saltano le piccole economie delle famiglie ed un giovane su due non trova lavoro.
Il campo è rimasto a chi, tra una gag e l’altra, con poche idee, ma senza grande coraggio, assieme ad un nugolo di cortigiani che chiamare ministri sarebbe osar tanto, si spaccia per l’uomo della provvidenza e si sbraccia per far credere in ciò che in Italia non c’è.
Ci sarà pure una ragione perchè l’Italia è ferma e perchè non è al passo con le altre economie industriali del mondo. E’ che, per dabbenaggine e presunzione o per cinico calcolo, in Italia, invece di cambiare ciò che non va, si gira al largo delle cause, ci si impunta sulle parole d’ordine, ci si arrocca dietro ai principi ideologici. 
Tutto questo non ha senso. E’ come la tela di Penelope in cui la notte si disfà ciò che di giorno si fa. Sembra d’assistere ad un gioco delle parti in cui si inseriscono le rendite di posizioni e le ambizioni di chi non ci sta a restare solo a guardare. 
Nessuno s’accorge che nel mondo c’è una realtà economico-sociale in mutamento e che nel terzo millennio si sta rafforzando un mercato che, piaccia o non piaccia, diventa sempre più articolato e globale. 
Le chances  migliori dell’Italia sono nel “Made in Italy”. Nel mercato globale, infatti, contano ancora la qualità, il gusto e la bellezza, ma gli italiani sono così abili che, col giornalismo di inchiesta, sulla TV di Stato pagata dai contribuenti, invece di fare domande, ad esempio, per scoprire chi e perchè ha dissipato 17 miliardi di Euro del MPS o per far luce sulle altre ricche carognate a danno del Paese, prova a tirar giù la serranda ai marchi di qualità del Made in Italy. 
Che bravi! Italiani brava gente!
La stessa struttura costituzionale del Paese è obsoleta. Altro che la Costituzione più bella del mondo! 
Anche i valori fondanti di una civiltà matura, in cui si è sempre riconosciuto il nostro popolo, sono stati annullati nella retorica dei nuovi scenari sulle origini e sui generi. Va in onda il “politicamente corretto” che è una sorta di “nuova” filosofia in cui il metodo della democrazia vale all’incontrario ed il libero pensiero rischia d’esser etichettato come fobico-ossessivo. 
Anche la democrazia, tra primarie mafio-dirette e governi messi in piedi a dispetto della volontà popolare, è diventata un miraggio. 
Siamo un Paese di ladri e di corrotti: in Italia lo dicono tutti, anche coloro che hanno voluto e alimentato la rete di gestione del territorio, e che sono parte attiva e governano la ramificazione del sistema di gestione. Dignità, lealtà, senso dello Stato e coerenza hanno lasciato il posto all’ipocrisia. 
C’è una rete di interessi che si ramifica in tutto lo stivale e che si sviluppa con una organizzazione molto simile a quella del sistema della lupara, con le “famiglie”, i “mandamenti”, i “summit”, la “spartizione”, il “monopolio”. Cooperative, onlus e associazioni sono ora il “mondo di mezzo”, e sono diventate le nuove cinghie di trasmissione degli interessi particolari, delle pubbliche amministrazioni e … dei partiti.

“Un passo avanti, due passi indietro” scriveva Lenin nel 1904 per spiegare le difficoltà della rivoluzione socialista nel districarsi tra le beghe, la democrazia borghese e la lotta di classe.
E un passo avanti e due passi indietro fa l’Italia, nel districarsi tra l’etica e le scelte di indipendenza e libertà, mentre si allontana la speranza di ritrovare i valori ideali, la fiducia e un percorso coerente verso il futuro.
Vito Schepisi

21 ottobre 2014

Matera Capitale Europea della Cultura 2019


Con Matera ha vinto il Sud.
Esultiamo tutti, lucani e pugliesi, calabresi e campani, molisani e siciliani perché è la prima volta che un riconoscimento così importante arriva in una città del Mezzogiorno.
La nostra terra, tutta quella del Sud – dal Salento alle Murge, dai paesi dell’Aspromonte al Gargano, dallo stretto di Messina agli Appennini molisani, dai tesori del tardo barocco della Sicilia orientale al barocco leccese, dai Sassi di Matera alla Costiera Amalfitana, dai trulli della Valle d’Itria ai dammusi siciliani, dalle case in pietra alle preziose coste del sud, dai castelli federiciani alla Valle dei Templi di Agrigento - è una testimonianza unica di bellezza, di storia, di tradizioni, di arte ed anche di gusto, se si uniscono i sapori della nostra enogastronomia.
Grazie a Matera, con i suoi sassi e con il suo paesaggio ricco di civiltà contadina, si allarga a tutto il Sud la scommessa di un primato internazionale da conquistare, se solo riuscisse a far prevalere la sua maestosa originalità.
La scelta caduta sulla Città lucana sia dunque il fulcro su cui far muovere le leve dell’ingegno e dell’originalità che, visibili nella storia delle antiche tradizioni, sono già nel dna delle popolazioni meridionali. Basterebbe che tutti facessero la loro parte.
Sia così il riconoscimento della Città dei Sassi il trampolino da cui far partire la domanda di crescita delle terre del Sud.
Sia Matera, Capitale della cultura europea, con il sostegno della classe dirigente meridionale e con l’entusiasmo della sua popolazione a richiamare l’Europa e il mondo perché s’immergano, oltre che nel fascino della cultura rurale e mediterranea, anche nelle ataviche problematiche sociali legate ai bisogni della popolazione ed al dramma della fuga dei giovani alla ricerca di opportunità di lavoro.
C’è un patrimonio inestimabile che vale più di ogni tesoro conservato nelle fredde casseforti delle banche europee, c’è un insieme di valori culturali, materiali e storici, alimentati nei secoli dai contributi delle diverse civiltà insediatesi nelle terre del Sud che hanno permeato di scienza e conoscenza tutto il mondo occidentale. Questo patrimonio di storia e di cultura è il nostro credito più grande e può essere più forte e scotente dei toni delle lamentele e delle richieste di assistenzialismo che nel passato sono servite ad arricchire alcuni privilegiati, ad alimentare le clientele politiche e ad impoverire la gente più umile.
Il popolo meridionale, tutto intero, con la scelta di Matera a rappresentarla come Capitale della Cultura Europa per il 2019, ora incassa un tributo di grande valore.
Il meridionalismo ha ora uno strumento in più per far valere la sua richiesta di riscatto. Si sono rotte le catene dell’indifferenza ed è stato vinto il cinismo di quanti hanno sempre visto il meridione come una terra di conquista, se non addirittura come un peso di cui liberarsi.
Ora cambia persino la prospettiva delle cose: è l’Italia che senza o contro il Sud perde una parte consistente del suo primato mondiale per arte, bellezza e cultura.
E’ il tempo, finalmente, di uscire dalla stupidità della contrapposizione tra nord e sud e di sentire tutti insieme l’orgoglio d’essere italiani. Sia recuperata la nostra storia e, dopo 153 anni, sia recuperata davvero quell’Unità Nazionale che nel 1861 vide il nostro mezzogiorno conquistato e aggiunto all’Italia, senza lasciare alla gente del Sud la libertà di condividere e d’essere coprotagonista della conquista dell’unità nazionale.

Vito Schepisi
Su Epolis del 21 ottobre 2014

14 ottobre 2014

Governare senza retorica

Il dibattito sulle aspettative per il Comune di Bari 

Nella confusione del confronto elettorale, prima, e del pettegolezzo della composizione della Giunta Municipale, dopo, sembra sia sfuggito un intero lavoro di riflessione su Bari e sul suo futuro. Sono bastate poche sedute del Consiglio Comunale per rivedere una maggioranza che, se si sfibra sugli equilibri interni nella lotta di conquista di ruoli e potere, si compatta, invece, sui metodi e sulle abitudini di sempre.
Il timore oggi, dopo i tanti impegni per l’efficienza e per la trasparenza, è che si ritorni ai riti della vecchia politica, la stessa che ha fatto nascere in Italia un profondo e inquietante sentimento di antipolitica che già per definizione non accoglie proposte di soluzione, ma solo urla di disperazione.
Reiterare, però, 10 anni di niente sarebbe un crimine contro la Città. Bari ha bisogno di altro. Con urgenza.
“Non ci sono acuti nella programmazione municipale - scrive su EPolis il Direttore Ciccarese - Non c’è un’idea nuova, grande, attrattiva, da realizzare in 5-10 anni e capace di avere “potere segnaletico” verso il mondo (così come fatto in lungimiranti città europee) e ampiezza per determinare nuove dinamiche economiche in una città asfittica”.
Basterebbero le 250 battute che compongono la denuncia del Direttore di EPolis per condensare tutti i segnali di allarme per le urgenti necessità della nostra Città.
Ciccarese suggerisce il bisogno di un’idea che dia smalto e che sia di riferimento per una Città che a più riprese è stata indicata come crocevia di culture diverse, come porta d’Oriente, come centro dinamico del commercio mediterraneo, come importante polo universitario, come  sede di Fiera campionaria di antica tradizione.
Bari, Capoluogo di Regione, diventata Città Metropolitana, ricca di risorse e d’ingegno che l’hanno contraddistinta in passato, dovrebbe ritrovare le ragioni di un’attenzione più costante perché nella sua dimensione plurale di centro direzionale di un’area amministrativa più vasta e dell’intera Regione sia da traino nella strategia di espansione economica, nella crescita dei servizi e nell’offerta di opportunità per la Puglia e per l’intero Mezzogiorno.
Il Direttore Ciccarese suggerisce ancora l’idea che, alla funzione di veicolo per un‘attenzione che travalichi i confini nazionali, Bari unisca anche gli impulsi per lo sviluppo economico e per ampliare le opportunità di lavoro.
Tutti gli enti amministrativi avrebbero l’obbligo di dare una mano al Paese per uscire dalla crisi. Non si sa, però, se a Palazzo di Città sia ben chiaro ciò che si vuole per Bari, come lo si voglia e con quali mezzi e sistemi.
Il suggerimento è che si miri a creare ricchezza. Per farlo ci vuole un insieme di cose che servano a ritrovare la fiducia, che facciano riemergere il coraggio, come accoratamente suggerisce Desirèe Digeronimo nel suo intervento di oggi su Epolis, che blocchino la crescita della spesa e delle tasse, nonostante l'assenza di servizi efficienti, come denuncia Giuseppe Carrieri nel suo intervento.
I fondi europei per gli interventi di recupero del patrimonio urbano, possono avere effetto strategico per attrarre, ad esempio, un maggiore interesse turistico, possono mettere in circolo risorse economiche a beneficio delle imprese locali, ma da soli non creano sviluppo e occupazione permanente. I posti di lavoro si creano, e soprattutto si mantengono, in un rapporto compatibile tra iniziativa e mercato, e le risorse sono un’opportunità per lo sviluppo e non solo soldi da spendere.
Bisogna pensare al sistema delle imprese perché queste fungano da propulsori di sviluppo. Bari, come l’Italia, deve favorire la nascita di piccole e medie imprese locali. Per farlo deve passare da una strada obbligata che consiste nel ribaltare i rapporti tra istituzioni e cittadini in generale, e tra burocrazia e impresa in particolare. RinasciBari, ad esempio, si è soffermata a lungo sul concetto di “burocrazia amica” per innescare l’agibilità di un rapporto amministrazione pubblica-cittadino-impresa non vessatorio e conflittuale, ma stimolante e senza il “malcostume dell’interdizione”, come scrive Ciccarese.
C’è poi una Bari che è antica nella sua idea della politica, consunta nella sua articolazione sociale, obsoleta nel suo provincialismo, reazionaria e volgare, cinica e impietosa, arrogante e violenta, avvolta nel familismo, nell’assistenzialismo e nel chiedere senza mai disporsi a dare.
Le difficoltà di gestire queste criticità sono note. Si vincono con la buona politica, più che con la retorica dei e sui giovani o con le quote di genere, gli ammiccamenti, i cedimenti ed il buonismo o, infine, con la rassegnazione. Si vincono con la cultura della libertà: quella di far sviluppare le idee, di intraprendere, di esprimersi, di avere estro, di essere ascoltati, di partecipare, di non essere discriminati.
La politica, a Bari come in Italia, si potrà rinnovare solo se il suo personale ammetterà di non essere stato capace di corrispondere con umiltà e spirito di servizio alla sfida democratica del Paese. E per far questo non servono “fabbriche” e “officine” ma solo buona amministrazione.
Vito Schepisi
su EPolis del 9 ottobre 2014

Tra Città Metropolitane e Province ecco cosa (non) cambia.


Molti lo ignorano, ma domenica scorsa, 28 settembre, in alcune parti d’Italia sono stati rinnovati i consigli provinciali di alcune città ed entro domenica 12 ottobre si completerà il rinnovo di 64 consigli provinciali e di 8 consigli metropolitani (tra cui Bari).
Alcuni pensano che le province siano state abolite, ma non è così. Sono ancora in piedi e per dieci di esse c’è stata la trasformazione in città metropolitane.
Finché non sarà approvata una legge costituzionale che modifichi il Titolo V, in cui sono tuttora previste come “enti autonomi” con propri poteri e funzioni, le province non potranno essere abolite.
Per il loro rinnovo la Legge Delrio stabilisce elezioni di secondo livello, come sarà per il Senato, se passerà la legge costituzionale che in Italia ha già fatto tanto discutere.
Le elezioni di secondo livello sono quelle in cui il corpo elettorale è costituito da un numero ristretto di soggetti già eletti in altri consessi. Non saranno più i cittadini ad eleggere i nuovi consigli provinciali, ma saranno i consiglieri eletti nei comuni delle ex province, ovvero nei territori metropolitani.
Anche per l’abolizione delle province, si cambia tutto per non cambiare niente: solo una metamorfosi delle cose. In Italia le cose che si trasformano sono come le masse gelatinose in cui, se si spinge da una parte, ciò che si sposta emerge dall’altra: la spinta populista per la soppressione delle province le ha fatte riemergere in altro modo.
Una pessima legge la 56/14. Una legge che è dissonante con la volontà di razionalizzare la geografia degli enti locali e di rendere socio-economicamente efficienti i territori.
Tra le novazioni di rilievo resta solo quella di un sistema elettorale in cui i cittadini dovranno restarsene a casa perché c’è chi provvede per loro. A ben pensare, però, è una novità solo formale per quanto è già apparso difficile che gli eletti rappresentino le istanze ed i bisogni dei cittadini, piuttosto che i loro e quelli dei partiti che rappresentano.
Le novità della legge non finiscono qua. In alcune città - dieci in tutta Italia - il presidente della provincia è già noto. E’ così per le città metropolitane, Bari è tra queste, ed il presidente della città metropolitana di Bari sarà Decaro, già sindaco della città capoluogo. Per le altre, oltre ad eleggere il consiglio provinciale, i sindaci ed i consiglieri comunali in carica eleggeranno anche il presidente della provincia. Unica nota positiva è che, almeno per ora, gli eletti non percepiranno alcun compenso. Sempre che non ci sia chi sta già studiando come aggirare l’ostacolo.
Gli elettori, come detto, saranno solo i consiglieri comunali in carica, ma “peseranno” in modo diverso. Non sarà “una testa un voto”, come accade per le elezioni di primo livello. Ogni consigliere avrà un peso specifico diverso (che non dipenderà dalle proprie abitudini alimentari). Ogni consigliere sarà, infatti, portatore di un voto ponderato, rapportato alla dimensione del proprio comune. I voti dei consiglieri del comune di Bari, ad esempio, saranno diversi da quelli del comune di Alberobello e conteranno di più perché Bari è un comune più grande. Per facilitare i calcoli, e ciò renderà più variopinta la cosa, ad ogni consigliere sarà data una scheda di colore diverso.
Solo qualche giorno ancora e il “pallottoliere” colorato delle nuove province fornirà il suo completo responso. Il suggerimento per non restare delusi è che nessuno si aspetti niente di utile.

Vito Schepisi
Su EPolis Bari del 3 ottobre 2014

19 luglio 2014

Gli assassini della democrazia


E' difficile immaginare cosa sia diventata davvero la magistratura italiana. Per capirlo dovremmo ascoltare con più attenzione gli stessi magistrati che non sopportano più che la loro funzione, nell'interesse dello Stato e della Democrazia, continui ad essere così calpestata a causa di politicanti che hanno sbagliato mestiere, finendo col fare i magistrati, mentre usano gli stessi strumenti della più spregiudicata ed intollerante lotta politica.
Oramai l'emulazione o addirittura l'incapacità di assumersi la responsabilità di poter fare il proprio mestiere, senza lasciarsi condizionare dal "giudizio" dei colleghi, o dal timore di non fare carriera, lascia poco spazio all'autonomia e alla indipendenza della magistratura.
In Italia sono caduti più governi a causa del tentativo di fare una incisiva riforma della magistratura, che non per il cinismo di far pagare ai lavoratori i costi degli abusi e della progressive difficoltà economiche, dovute agli sperperi, alle politiche clientelari, agli abusi e alla prepotenza di chi ha inteso far pagare alle future generazioni la voracità di una classe dirigente inadeguata.
Berlusconi è il primo contribuente italiano. Lui le tasse, al contrario di altri che pure hanno vissuto e speculato alle spalle dei lavoratori italiani, le paga in Italia. E' un imprenditore, e come tutti quelli che sono cresciuti nella prima repubblica non sarà stato proprio uno stinco di santo, ma non ha mai rubato un centesimo ai contribuenti. Non è mai stato al centro di intrighi e di mazzette, né in proprio e né con i suoi più stretti collaboratori. Non si è arricchito facendo politica ed ha sempre pagato dal suo portafoglio anche i costi della sua attività politica. Nessuna indagine l'ha visto coinvolto per fatti di tangenti e di spartizione di bottini. Eppure è l'uomo politico al mondo con la più persistente attenzione giudiziaria.
Ha vinto più elezioni e ne avrebbe vinto ancora di più, senza l'aggressione giudiziaria. E' stato sempre assolto, meno che in una sentenza che ha lasciato molti dubbi su una presunta frode fiscale di pochi milioni di Euro che per il leader di F.I. varrebbero quanto una pizza e birra con la famiglia per un medio impiegato italiano.
Tutto questo dura dal 1994, da quando con F.I., e parlando di Rivoluzione Liberale, ha vinto le elezioni contro gli eredi del vecchio PCI (per pudore dopo la caduta del Muro aveva cambiato nome in PDS).
Nei paesi democratici e liberi le elezioni si vincono nelle urne e non nelle aule dei tribunali.
Se l'Italia non consentirà alle forze politiche democratiche di poter contendere il governo del Paese agli eredi del PCI con i suoi alleati, questo Paese non sarà mai un paese normale.
Se gli italiani non si accorgeranno che tengono a libro paga tutti quei personaggi che si prestano a fare il gioco della rete (sindacale, cooperativa, finanziaria, imprenditoriale, associazionistica) che ruota attorno alla sinistra, e non realizzeranno che il conto lo pagano i contribuenti, questo Paese non sarà mai democratico e libero.
Chi ci taglieggia ogni giorno non è Berlusconi, ma i politici di mestiere, i burocrati, gli affaristi, le cupole, i comitati di affari, i centri di spesa, le caste, i guitti della televisione di Stato, le caste e chi percepisce doppie e triple pensioni, mantenendo persino incarichi pubblici retribuiti.
C'è tanta di quella gente inutile che succhia danaro in eterno ed a volte ancora di più con le reversibilità. Sono parte del potere autoritario che ci opprime. Sono parte delle sventure di questa nostra sventurata Nazione. Sono i sempreverdi, politicamente corretti, buoni per ogni stagione. Sono i parrucconi, i sepolcri imbiancati. Sono gli assassini della nostra democrazia.
La nuova impresa è svenderci alla Merkel, a Schulz, a Juncker ... mentre un pupazzo fiorentino ci riempie di chiacchiere.

Vito Schepisi

16 luglio 2014

La sentenza in appello suol caso Ruby tra giustizia e opinioni


La sentenza in appello del processo "Ruby" è in dirittura di arrivo. 
La protagonista marocchina e l'accusa di favoreggiamento alla prostituzione di minore servono solo a rendere credibile l'ipotesi accusatoria di "concussione". 
Il vero giudizio su Berlusconi non è per un presunto rapporto sessuale mercenario con una minore, ma per quello più grave di concussione.
Allo stato delle cose, infatti, non esiste nessun elemento probatorio che stabilisca l'esistenza di un rapporto sessuale tra Berlusconi e Ruby. E non sembra che la Procura abbia mai avviato procedure di indagine sui rapporti sessuali della ragazza marocchina con altri soggetti.
E torniamo alla "concussione". La sentenza di primo grado ha trovato sufficientemente provata e credibile l'ipotesi della Procura sul reato di concussione ma dinanzi ad una ipotesi di reato "per induzione" lo ha aggravato sostenendo che vi sia stata "costrizione".
Per il Collegio di primo grado, Berlusconi avrebbe "costretto", facendo leva sulla sua autorità, i funzionari di polizia a consegnare la ragazza marocchina ad un soggetto maggiorenne. Cioè a fare una cosa che è in uso e che è considerata perfettamente legale.
Dal procedimento, però, la concussione non è emersa affatto.
I due funzionari di Polizia hanno sostenuto tutt'altro, ed a maggior ragione per costrizione significa aver costretto con autorità qualcuno a fare ciò che non voleva. Questo non è accaduto, però.
L'ipotesi originaria della Procura, invece, sarebbe più realista, ma anche questa non è stata provata, anzi è stata smentita, e sempre dagli stessi funzionari di polizia che in Aula hanno testimoniato sull'assoluto rispetto e cordialità per il tenore ed il contenuto della telefonata di Berlusconi.
Persino la storia della nipote di "Mubarak" ha trovato riscontro in precedenti e testimonianze in cui la ragazza marocchina millantava questa parentela e dava una versione fantasiosa della sua storia personale.
L'escussione dei testi nel processo, certamente utilizzata a favore del gossip (leggi sputtanamento politico), si è trasformata in un discrimine tra chi era già ritenuto pregiudizialmente credibile e chi no. In sostanza non serviva al processo, perché non è servita a fornire certezza di niente.
Ma il reato di concussione per induzione può mai essere così generico? E' applicabile solo per opinione di Procura e di Giudici? Non ha bisogno di riscontri e di prove?
Ma che giustizia è mai questa?
Ma la telefonata è forse servita a procurare un privilegio, un vantaggio, un utile?
La risposta è assolutamente "NO". L'affidamento del minore fermato ad una maggiorenne l'avrebbe potuto suggerire un qualsiasi avvocato.
Concussione per una telefonata informativa chiusa in modo costruttivo e cordiale?
Ma non scherziamo!
Se si volesse estremizzare anche la lettera del Presidente Napolitano al Consiglio Superiore della Magistratura, per dirimere con un nulla di fatto la questione che si era aperta alla Procura di Milano in cui il Capo della Procura è stato accusato dal suo Vice di scorrettezze di favoritismi nell'assegnazione dei fascicoli di indagine, potrebbe costituire il reato di "concussione".
A prescindere dal giudizio politico sul metodo e sulle discriminazioni che si rilevano nel comportamento del Capo dello Stato, ma i "reati" da prevenire e sconfiggere sono ben altri.

Vito Schepisi

Gli uomini del Bunga-Bunga di Angela Merkel


La barzelletta di Berlusconi che ha dato il titolo ad una fantasia boccaccesca della Procura di Milano, ben si adatta ai due personaggi: il lussemburghese Jean-Claude Juncker ed il tedesco Martin Sculz. 
Ecco la barzelletta che è passata alla storia: “Due ministri del governo Prodi vanno in Africa, ma il loro aereo si schianta su un’isola selvaggia, dove vengono catturati da una tribù di indigeni. II capo tribù interpella il primo ostaggio e gli propone: Vuoi morire o bunga bunga? II ministro sceglie: bunga-bunga. E viene violentato. II secondo prigioniero, davanti alla scelta, non indugia: Voglio morire! E il capo tribù: va bene, prima bunga bunga, poi morire".
Juncker e Schulz sono i due uomini che la Merkel ha messo ai vertici dell'Europa. Sono i suoi prigionieri ideali. Dicono e fanno ciò che la Germania stabilisce. La loro scelta è tra il "bunga bunga" e la morte. 
L'Europa sta dividendosi tra paesi ricchi e paesi poveri, tra sfruttatori e sfruttati, tra chi deve decidere e chi deve ubbidire, tra chi impone e chi subisce. I nostri eurodeputati, centro, destra e sinistra, però, hanno votato sia l'uno che l'altro. (quelli che non li hanno votati li hanno quasi messi alla porta). Dicono che solo così si riesce ad incidere. 
Ma ci credete davvero? 
Un'Europa che chiede rigore, partecipazione e sostegno. Poi se si va in fondo emerge che tutte queste belle richieste convergono verso gli interessi dei paesi più forti, Germania in testa, che difendono le loro finanze ed i loro mercati. Niente è stato concesso ai paesi più poveri se non prestiti (la Grecia) che pagano a caro prezzo, neanche gli Eurobond che avrebbero calmierato le scorribande degli speculatori finanziari a cui la Germania è molto sensibile. Non dimentichiamo che nel 2011 le banche tedesche hanno venduto in massa i BTP italiani facendone schizzare i rendimenti al 7% annuo mentre i loro bond viaggiavano all'1% . Ed i rendimenti sui titolo pubblici li paga lo stato, cioè noi attraverso le tasse. 
E che fa il nostro Governo? Niente solo le chiacchiere di "Renzie" e poi si accoda alla Merkel. E' un po' come Decaro che candidato sindaco a Bari chiedeva voti perché dava del tu a Renzi (e glieli hanno dati!), così fa Renzi: dal del tu alla Merkel e l'Italia applaude. 
Che imbecilli che siamo! 
Senza, però, una politica che consenta di avviare un programma serio di riforme l'Italia dalla crisi non ne uscirà mai. 
Questo non ve lo dicono dal Governo. 
Se si fa la riforma del fisco, certamente per certi versi la più importante, si dovrebbe poter mettere in conto una temporanea riduzione delle entrate fiscali. Le risorse liberate, infatti, devono avere il tempo di trasformarsi, attraverso gli investimenti e i consumi, in nuova ricchezza. 
E se non ora quando era il momento di battere i pugni sul tavolo in Europa? 
Invece!? 
Vito Schepisi